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	<title>Scego Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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	<title>Scego Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Quei ragazzi divorati in mezzo al mare dalla nostra indifferenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2015 04:52:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Igiaba Scego&#160;&#160;&#160;&#160;(da Internazionale, 20-04-2015) &#160; &#160; Mio padre e mia madre sono venuti in Italia in aereo. Non hanno preso un barcone, ma un comodo aeroplano di linea. Negli anni settanta del secolo&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div align="JUSTIFY">
<em>di<br />
Igiaba Scego&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em><strong>(da Internazionale, 20-04-2015)</strong></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">

</div>
<div align="JUSTIFY">
&nbsp;</div>
<div align="JUSTIFY">
&nbsp;</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Mio<br />
padre e mia<br />
madre sono venuti in Italia in aereo.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Non<br />
hanno preso un barcone, ma un comodo aeroplano di linea.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Negli<br />
anni settanta del secolo scorso c’era, per chi veniva dal sud del<br />
mondo come i miei genitori, la possibilità di viaggiare come<br />
qualunque altro essere umano. Niente carrette, scafisti, naufragi,<br />
niente squali pronti a farti a pezzi. I miei genitori avevano perso<br />
tutti i loro averi in un giorno e mezzo. Il regime di Siad Barre, nel<br />
1969, aveva preso il controllo della Somalia e senza pensarci due<br />
volte mio padre e poi mia madre decisero di cercare rifugio in Italia<br />
per salvarsi la pelle e cominciare qui una nuova vita.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Mio<br />
padre era un uomo benestante, con una carriera politica alle spalle,<br />
ma dopo il colpo di stato non aveva nemmeno uno scellino in tasca.<br />
Gli avevano tolto tutto. Era diventato povero.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Oggi<br />
mio padre avrebbe dovuto prendere un barcone dalla Libia, perché<br />
dall’Africa se non sei dell’élite non c’è altro modo di<br />
venire in Europa. Ma gli anni settanta del secolo scorso erano<br />
diversi. Ho ricordi di genitori e parenti che andavano e venivano.<br />
Avevo alcuni cugini che lavoravano nelle piattaforme petrolifere in<br />
Libia e uno dei miei fratelli, Ibrahim, che studiava in quella che un<br />
tempo si chiamava Cecoslovacchia. Ricordo che Ibrahim a volte si<br />
caricava di jeans comprati nei mercati rionali in Italia e li vendeva<br />
sottobanco a Praga per mantenersi agli studi. Poi passava di nuovo da<br />
noi a Roma e quando era chiusa l’università tornava in Somalia,<br />
dove parte della famiglia aveva continuato a vivere nonostante la<br />
dittatura.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Se<br />
dovessi disegnare i viaggi di mio fratello Ibrahim su un foglio farei<br />
un mucchio di scarabocchi. Linee che uniscono Mogadiscio a Praga<br />
passando per Roma, alle quali dovrei aggiungere però delle<br />
deviazioni, delle curve. Mio fratello infatti aveva una moglie<br />
iraniana e viaggiavano insieme. Quindi c’era anche Teheran nel loro<br />
orizzonte e tanti luoghi in cui sono stati ma che ora non ricordo con<br />
precisione.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Mio<br />
fratello, da somalo, poteva spostarsi. Come qualsiasi ragazzo o<br />
ragazza europea. Se dovessi disegnare i viaggi di un Marco che vive a<br />
Venezia o di una Charlotte che vive a Düsseldorf dovrei fare uno<br />
scarabocchio più fitto di quello che ho fatto per mio fratello<br />
Ibrahim. Ed ecco che dovrei disegnare le gite scolastiche, quella<br />
volta che il suo gruppo musicale preferito ha suonato a Londra, le<br />
partite di calcio del Manchester United, poi le vacanze a Parigi con<br />
la ragazza o il ragazzo, le visite al fratello più grande che si è<br />
trasferito in Norvegia a lavorare. E poi non vai una volta a vedere<br />
New York e l’Empire State Building?</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Per<br />
un europeo i viaggi sono una costellazione e i mezzi di trasporto<br />
cambiano secondo l’esigenza: si prende il treno, l’aereo, la<br />
macchina, la nave da crociera e c’è chi decide di girare l’Olanda<br />
in bicicletta. Le possibilità sono infinite. Lo erano anche per<br />
Ibrahim, nonostante la cortina di ferro, anche nel 1970. Certo non<br />
poteva andare ovunque. Ma c’era la possibilità di viaggiare anche<br />
per lui con un sistema di visti che non considerava il passaporto<br />
somalo come carta igienica.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Oggi<br />
invece per chi viene dal sud del mondo il viaggio è una linea retta.<br />
Una linea che ti costringe ad andare avanti e mai indietro. Si deve<br />
raggiungere la meta come nel rugby. Non ci sono visti, non ci sono<br />
corridoi umanitari, sono affari tuoi se nel tuo paese c’è la<br />
dittatura o c’è una guerra, l’Europa non ti guarda in faccia,<br />
sei solo una seccatura. Ed ecco che da Mogadiscio, da Kabul, da<br />
Damasco l’unica possibilità è di andare avanti, passo dopo passo,<br />
inesorabilmente, inevitabilmente.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Una<br />
linea retta in cui, ormai lo sappiamo, si incontra di tutto:<br />
scafisti, schiavisti, poliziotti corrotti, terroristi, stupratori.<br />
Sei alla mercé di un destino nefasto che ti condanna per la tua<br />
geografia e non per qualcosa che hai commesso.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Viaggiare<br />
è un diritto esclusivo del nord, di questo occidente sempre più<br />
isolato e sordo. Se sei nato dalla parte sbagliata del globo niente<br />
ti sarà concesso. Oggi mentre riflettevo sull’ennesima strage nel<br />
canale di Sicilia, in questo Mediterraneo che ormai è in<br />
putrefazione per i troppi cadaveri che contiene, mi chiedevo ad alta<br />
voce quando è cominciato questo incubo, e guardando la mia amica<br />
giornalista-scrittrice Katia Ippaso ci siamo chieste perché non ce<br />
ne siamo rese conto.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
È<br />
dal 1988 che si muore così nel Mediterraneo. Dal 1988 donne e uomini<br />
vengono inghiottiti dalle acque. Un anno dopo a Berlino sarebbe<br />
caduto il muro, eravamo felici e quasi non ci siamo accorti di<br />
quell’altro muro che pian piano cresceva nelle acque del nostro<br />
mare.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Ho<br />
capito quello che stava succedendo solo nel 2003. Lavoravo in un<br />
negozio di dischi. Erano stati trovati nel canale di Sicilia 13<br />
corpi. Erano 13 ragazzi somali che scappavano dalla guerra scoppiata<br />
nel 1990 e che si stava mangiando il paese. Quel numero ci sembrò<br />
subito un monito. Ricordo che la città di Roma si strinse alla<br />
comunità somala e venne celebrato a piazza del Campidoglio dal<br />
sindaco di allora, Walter Veltroni, un funerale laico. Una comunità<br />
divisa dall’odio clanico quel giorno, era un giorno nuvoloso di<br />
ottobre, si ritrovò unita intorno a quei corpi. Piangevano i somali<br />
accorsi in quella piazza, piangevano i romani che sentivano quel<br />
dolore come proprio.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Ora<br />
è tutto diverso.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Potrei<br />
dire che c’è solo indifferenza in giro.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Ma<br />
temo che ci sia qualcosa di più atroce che ci ha divorato l’anima.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
L’ho<br />
sperimentato sulla mia pelle quest’estate ad Hargeisa, una città<br />
nel nord della Somalia.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Una<br />
signora molto dignitosa mi ha confessato, quasi con vergogna, che suo<br />
nipote era morto facendo il tahrib, ovvero il viaggio verso l’Europa.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
“Se<br />
l’è mangiato la barca”, mi ha detto. La signora era sconsolata e<br />
mi continuava a ripetere: “Quando partono i ragazzi non ci dicono<br />
niente. Io quella sera gli avevo preparato la cena, non l’ha mai<br />
mangiata”. Da quel giorno spesso sogno barche con i denti che<br />
afferrano i ragazzi per le caviglie e li divorano come un tempo Crono<br />
faceva con i suoi figli. Sogno quella barca, quei denti enormi,<br />
grossi come zanne di elefante. Mi sento impotente. Anzi, peggio: mi<br />
sento un’assassina perché il continente, l’Europa, di cui sono<br />
cittadina non sta alzando un dito per costruire una politica comune<br />
che affronti queste tragedie del mare in modo sistematico.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Anche<br />
la parola “tragedia” forse è fuori luogo, ormai dopo venticinque<br />
anni possiamo parlare di omicidio colposo e non più di tragedie;<br />
soprattutto ora dopo il blocco da parte dell’Unione Europea<br />
dell’operazione Mare Nostrum. Una scelta precisa del nostro<br />
continente che ha deciso di controllare i confini e di ignorare le<br />
vite umane.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY">
Nessuno<br />
di noi è sceso in piazza per chiedere che Mare Nostrum fosse<br />
ripresa. Non abbiamo chiesto una soluzione strutturale del problema.<br />
Siamo colpevoli quanto i nostri governi. Non<br />
a caso Enrico Calamai, ex viceconsole in Argentina ai tempi della<br />
dittatura, l’uomo che salvò molte persone dalle grinfie del regime<br />
di Videla, sui migranti che muoiono nel Mediterraneo ha detto: “Sono<br />
i nuovi desaparecidos. E il riferimento non è retorico e nemmeno<br />
polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una<br />
modalità di sterminio di massa, gestita in modo che l’opinione<br />
pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non<br />
sapere”.</div>
<p></p>
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