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	<title>scelta Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Il dovere di fare la pace</title>
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		<pubDate>Mon, 09 May 2022 11:51:42 +0000</pubDate>
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<h1></h1>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/05/248-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="594" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/05/248-1024x594.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16358" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/05/248-1024x594.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/05/248-300x174.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/05/248-768x445.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/05/248-1536x891.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/05/248-2048x1187.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>(da unipd-centrodirittiumani.it)</p>



<h2>Condividiamo tutti una responsabilità<br>Il dovere di fare la pace<br>Proposte per orientare le nostre scelte prima che sia troppo tardi</h2>



<p><strong>Ci sono tanti modi per fare la pace, tranne uno: la guerra.</strong>&nbsp;La guerra è sempre un “omicidio in grande”, una lunga scia di sangue, sofferenze, distruzioni, odio, vendette. Sugli orrori e le macerie della guerra alcuni promettono di scrivere la parola pace ma è un grande imbroglio perché alla spirale distruttiva della guerra, della violenza, dell’odio, delle vendette e del dolore non c’è fine.</p>



<p>Dopo settanta milioni di morti e la fine della seconda guerra mondiale, alcune donne e uomini di paesi diversi hanno cercato di mettere al bando la guerra creando le Nazioni Unite, ideando una forza di polizia internazionale e promuovendo un nuovo diritto internazionale fondato sul principio della eguale dignità della persona umana e dei popoli. Allo stesso tempo, in Europa, altri leader politici, uniti nello sforzo di scongiurare altre catastrofi, convinti che la sovranità assoluta degli stati fosse all’origine della guerra, immaginarono un’Europa unita e solidale e avviarono la costruzione dell’Unione Europea dando vita alla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio.</p>



<p>La realtà dei nostri giorni descrive, purtroppo, un mondo molto diverso: un mondo in guerra dominato dallo scontro tra i più diversi interessi personali, nazionali e economici. Anziché cogliere le straordinarie opportunità offerte dalla fine della guerra fredda e dalla caduta del Muro di Berlino, si è scelto di inseguire il disegno di un ordine mondiale gerarchico fondato sulla legge del più forte e sul presunto “diritto di fare la guerra”, sulla de-regulation istituzionale ed economica e sulla competizione selvaggia. L’aggressione russa dell’Ucraina è figlia di questo schema di guerra globale che ora ci minaccia sempre più da vicino.</p>



<p>Dal 24 febbraio è in corso una drammatica escalation militare che sta facendo strage di vite umane e che minaccia di condurci alla catastrofe nucleare. Dinnanzi a questa drammatica realtà, all’invasione russa, al legittimo diritto alla resistenza dell’Ucraina e alle sue richieste di aiuto, molti governanti si sono arresi allo schema della guerra continuando a fornire armi senza assumere alcuna seria iniziativa di pace. A nulla ancora sono valsi gli appelli ininterrotti di Papa Francesco e di tanti cittadini a fare ogni sforzo per fermare la follia della guerra. A prevalere oggi sembra essere la cieca volontà di continuarla inseguendo la tragica illusione, già smentita dalla storia più recente, di poterla vincere.</p>



<p>Le conseguenze dell’escalation militare sono terrificanti. In Ucraina la macchina della guerra continua a uccidere e distruggere senza pietà violando tutti i diritti umani. In Europa si sta scivolando verso la recessione e un’economia di guerra che toglierà il respiro a molti giovani e famiglie. In un mondo sempre più insicuro si accelera un cambio radicale delle relazioni internazionali, a scapito della libertà e della democrazia, che alimenta un groviglio di crisi, conflitti, ingiustizie e violazioni dei diritti umani.</p>



<p>E’ in questo contesto, foriero di violenze e sofferenze, divisioni e contrapposizioni a tutti i livelli, che&nbsp;<strong>siamo chiamati a riscoprire il dovere di fare la pace.</strong></p>



<p>La pace è l’interesse primario di tutte le genti e le nazioni. La pace è la priorità. Abbiamo bisogno di pace come i polmoni hanno bisogno dell’ossigeno. Per questo,&nbsp;<strong>i governanti hanno la responsabilità primaria di lavorare incessantemente per fermare la guerra e creare le condizioni per ricostruire la pace.</strong>&nbsp;Se non lo fanno vengono meno alla loro stessa ragion d’essere.</p>



<p>Il momento è pericolosissimo. Se non sapremo opporre alla guerra una “decisa volontà della pace” saremo travolti.&nbsp;<strong>L’Unione Europea, insieme ai governi e parlamenti degli stati membri ha, più di ogni altro, il dovere politico, istituzionale e morale di prendere l’iniziativa</strong>&nbsp;per scongiurare il peggio che deve ancora venire, per salvare la vita degli ucraini e di tutti gli innocenti che stanno morendo sotto le bombe e per proteggere i propri cittadini dalle tragiche conseguenze della guerra. Sono loro che in questi giorni stanno decidendo se sarà la pace o la guerra a scrivere il futuro nostro e dell’Europa. A loro torniamo a dire:&nbsp;<strong>le sorti dell’Ucraina, dell’Europa, del diritto all’autodeterminazione dei popoli, della libertà, della democrazia e della pace nel mondo sono troppo importanti per essere lasciate nelle mani dei signori della guerra.</strong>&nbsp;L’art. 21 del Trattato sull’Unione Europea stabilisce espressamente che “l’Unione promuove soluzioni multilaterali ai problemi comuni, in particolare nell’ambito delle Nazioni Unite e opera al fine di preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale, conformemente agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite, nonché ai principi dell’Atto finale di Helsinki e agli obiettivi della Carta di Parigi”.</p>



<p><strong>Restituiamo la parola alla politica</strong></p>



<p><strong>Per spezzare la spirale mortifera dell’escalation, è necessario togliere la parola alle armi e restituirla alla politica.</strong>&nbsp;Non è vero che non si può fare niente.</p>



<p>Invece della corsa alle armi si può alimentare una lungimirante sequenza di iniziative politiche improntate alla ricerca delle condizioni di una pace giusta e duratura.</p>



<p>Invece dei propositi di vittoria, vendetta e umiliazione che stanno portando ad una guerra totale si possono ricreare le condizioni per la ripresa del dialogo politico.</p>



<p>Invece di coltivare il disegno impraticabile dell’isolamento della Russia si può proporre di riporre le armi per costruire assieme in Europa un sistema di sicurezza comune dall’Atlantico agli Urali basato sul disarmo, i diritti umani, il diritto all’autodeterminazione dei popoli e i diritti delle minoranze. Così come nel 1975 la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa con l’Atto finale di Helsinki rappresentò la risposta politico diplomatica all’esigenza di aprire canali di dialogo tra i paesi appartenenti ai due blocchi contrapposti dell’Est e dell’Ovest, oggi dobbiamo lavorare alla costruzione della Casa Comune Europea e dare vita ad un sistema di sicurezza paneuropeo nella prospettiva di una federazione europea che riunisca tutti gli stati del nostro continente.</p>



<p>Invece di continuare a svilire le Nazioni Unite si può impegnare il Segretario Generale dell’Onu e l’Assemblea Generale ad avviare un negoziato globale per la pace in cui tutti i governi del mondo, a cominciare dalle grandi potenze, siano chiamati ad affrontare i veri nodi globali dello scontro, assumendosi la responsabilità di scegliere 3 la via della pace anziché la via della guerra (perché non lavorare ad una Conferenza mondiale della pace?). “Garantire la sicurezza e la pace è responsabilità dell’intera comunità internazionale. Questa, tutta intera, può e deve essere la garante di una nuova pace.” “Se la voce delle Nazioni Unite è apparsa chiara nella denuncia e nella condanna ma, purtroppo, inefficace sul terreno, questo significa che la loro azione va rafforzata, non indebolita.”</p>



<p>Invece di continuare la corsa al riarmo e aumentare le spese militari possiamo investire sulla promozione della sicurezza umana perseguendo l’attuazione del diritto di tutti ad una esistenza e un lavoro dignitoso, alla salute, alla formazione, alla casa, a vivere in un ambiente sano e bello.</p>



<p><strong>L’alternativa alla guerra esiste ma serve la volontà politica di realizzarla.</strong></p>



<p>“La pace non si impone automaticamente, da sola, ma è frutto della volontà degli uomini.” Fare la pace è una cosa seria che va presa sul serio. “E’ una costruzione laboriosa, fatta di comportamenti e di scelte coerenti e continuative, non di un atto isolato” di qualcuno. La ricerca della pace deve essere perseguita, come ci ricordava Robert Schumann “con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano&#8221;.</p>



<p>“Alla comunità internazionale tocca ora un compito: ottenere il cessate il fuoco e ripartire con la costruzione di un quadro internazionale rispettoso e condiviso che conduca alla pace.”</p>



<p><strong>Per spingere i governi sulla via della pace deve crescere dal basso un grande movimento di cittadini e istituzioni per la pace.</strong>&nbsp;La Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternità, che il 24 aprile ha riunito decine di migliaia di persone, famiglie, associazioni e istituzioni di diverso orientamento culturale, politico e religioso, ha generato molte energie positive.</p>



<p><strong>Chiediamo a gran voce la pace</strong></p>



<p>Insieme con Papa Francesco, invitiamo tutte le donne e gli uomini di buona volontà a continuare a “chiedere a gran voce la pace, dai balconi e per le strade”. In ogni città, in ogni quartiere, in ogni scuola e università, in ogni luogo di lavoro nasca un gruppo, un comitato, un’iniziativa per la pace. Gli Enti Locali, richiamando gli statuti che riconoscono la pace come diritto fondamentale della persona e dei popoli, raccolgano la domanda di pace dei propri cittadini e facciano di ogni territorio un laboratorio della pace che vogliamo per il mondo.</p>



<p><strong>Costruiamo un argine alla propaganda di guerra</strong></p>



<p>Questo è il tempo in cui dobbiamo accrescere la capacità dei costruttori e delle costruttrici di pace di contrastare i discorsi di guerra che hanno invaso le televisioni con discorsi di pace sempre più competenti, approfonditi e credibili. Alla propaganda di guerra e alle campagne di persuasione dell’opinione pubblica che straripano nei grandi mezzi di comunicazione (già vietate dall’articolo 20 del Patto internazionale sui diritti civili e politici) contrapponiamo un capillare lavoro quotidiano di formazione e crescita culturale personale e collettiva che valorizzi le energie positive dei giovani. Ai piani di guerra fondati sulla legge del più forte contrapponiamo piani di pace fondati sul buon senso. Alla logica amico-nemico contrapponiamo la costruzione della fraternità universale.</p>



<p><strong>Anche noi dobbiamo fare pace</strong></p>



<p>Questo è anche il tempo in cui dobbiamo contrastare la diffusione di sentimenti di impotenza e di rassegnazione. La guerra si nutre del silenzio, della passività e quindi della complicità delle vittime. Al contrario, la pace abbisogna del contributo fattivo di tutti e di ciascuno.</p>



<p><strong>Prendiamoci cura gli uni degli altri</strong></p>



<p>In questi tempi di guerra, mentre cresce il dolore sociale e si aggravano le crisi economiche, ambientali, politiche e umanitarie, tutti siamo chiamati a fare la pace sviluppando la nostra capacità di cura degli altri, partendo dai più bisognosi, dai più fragili e dai più piccoli, allargando il nostro sguardo e la nostra preoccupazione all’intera famiglia umana e al pianeta che ci accoglie. Solo attraverso questo prezioso lavoro quotidiano, dal basso, con il contributo insostituibile di ogni persona, sarà possibile rispondere al bisogno umano primario della pace.</p>



<p><strong>Facciamo crescere la società della cura</strong></p>



<p>E’ la società della cura che deve crescere in ogni luogo: donne, uomini, giovani e anziani che si prendono a cuore gli altri anziché pensare solo a sé stessi, che praticano la cultura della solidarietà anziché la cultura dell’indifferenza, che cercano il bene comune anziché quello individuale, l’interesse generale anziché quello particolare, l’amicizia sociale anziché la competizione selvaggia. E’ così che le persone, con piccole e grandi responsabilità, dentro e fuori le istituzioni, fanno la pace, tutti i giorni, in modo artigianale.</p>



<p><strong>Oggi più che mai, a nulla vale invocare la pace se non si è disponibili a farla in prima persona.</strong></p>



<h2>Tu cosa scegli?</h2>



<p>Ripetiamo. L’invasione russa dell’Ucraina è un crimine. Gli ucraini sono stati aggrediti, hanno il diritto di resistere e noi abbiamo il dovere di aiutarli. Ma nessuno si può permettere di ignorare le conseguenze delle proprie azioni.&nbsp;<strong>Per questo dobbiamo decidere: continuiamo sulla via della guerra o scegliamo la via della pace?</strong></p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td>&nbsp;<strong>La via della guerra</strong></td><td><strong>La via della pace</strong></td></tr><tr><td>Legge del più forte</td><td>Legalità, diritto e democrazia internazionale</td></tr><tr><td>Volontà di potenza e di dominio</td><td>Volontà di solidarietà e cooperazione</td></tr><tr><td>Pressione militare ed economica</td><td>Dialogo e negoziato politico – Distensione – Ricerca di accordi</td></tr><tr><td>Escalation militare</td><td>De-escalation militare</td></tr><tr><td>Fornitura di armi</td><td>Iniziativa politica – Cessate il fuoco – Corridoi umanitari</td></tr><tr><td>Guerra totale globale</td><td>Ripudio della guerra</td></tr><tr><td>Uso della bomba atomica</td><td>Eliminazione delle armi di distruzione di massa</td></tr><tr><td>Guerra infinita</td><td>Coesistenza pacifica</td></tr><tr><td>Yalta</td><td>Helsinki</td></tr><tr><td>Strategie dello scontro</td><td>Arte dell’incontro</td></tr><tr><td>Disumanesimo</td><td>Dovere di proteggere ogni vita</td></tr><tr><td>Vittoria o morte</td><td>Soluzione negoziata del conflitto</td></tr><tr><td>Corsa al riarmo</td><td>Disarmo</td></tr><tr><td>Aumento delle spese militari</td><td>Riduzione delle spese militari</td></tr><tr><td>Eserciti nazionali</td><td>Polizia internazionale delle Nazioni Unite</td></tr><tr><td>Violenza</td><td>Nonviolenza</td></tr><tr><td>Segreto militare</td><td>Verità e trasparenza</td></tr><tr><td>Sicurezza armata</td><td>Sicurezza comune – Divieto dell’uso della forza</td></tr><tr><td>Pace negativa</td><td>Pace positiva</td></tr><tr><td>Ordine internazionale&nbsp;gerarchico / imperiale</td><td>Ordine internazionale democratico</td></tr><tr><td>Alleanze militari</td><td>Onu e organizzazioni internazionali democratiche regionali</td></tr><tr><td>Interesse nazionale – Nazionalismo</td><td>Europeismo – Cosmopolitismo</td></tr><tr><td>Autoritarismo</td><td>Diritti umani – Riconoscimento e rispetto delle minoranze</td></tr><tr><td>Società chiusa</td><td>Società aperta</td></tr><tr><td>Costruzione di muri</td><td>Costruzione di ponti</td></tr><tr><td>Economia di guerra</td><td>Economia sociale e solidale – Economia della fraternità</td></tr><tr><td>Competizione globale</td><td>Sviluppo Umano</td></tr><tr><td>Sfruttamento selvaggio delle risorse e dell’ambiente naturale</td><td>Cura dell’ambiente e del pianeta – Conversione ecologica</td></tr><tr><td>Sicurezza nazionale armata</td><td>Sicurezza umana</td></tr><tr><td>Controllo e manipolazione dell’informazione</td><td>Libertà d’informazione</td></tr><tr><td>Propaganda di guerra</td><td>Educazione alla pace, ai diritti umani e alla cittadinanza glocale</td></tr><tr><td>Respingimenti</td><td>Cooperazione, condivisione e accoglienza</td></tr><tr><td>Odio e vendetta</td><td>&nbsp;Perdono e riconciliazione</td></tr></tbody></table></figure>



<p>Queste riflessioni e proposte, maturate nell’incontro “La via della pace” che si è svolto ad Assisi il 23 aprile scorso e curate da&nbsp;<strong>Flavio Lotti e Marco Mascia</strong>, sono un contributo alla ricerca fattiva della pace che ci deve vedere tutte e tutti coinvolti.</p>



<p>Invia la tua adesione, le tue idee e proposte al Comitato promotore Marcia PerugiAssisi, via della Viola 1 (06122) Perugia &#8211; Tel. 075/5737266 &#8211; 335.6590356 &#8211; fax 075/5721234 &#8211; email adesioni@perlapace.it &#8211;&nbsp;<a href="http://www.perlapace.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.perlapace.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>&nbsp;&#8211;&nbsp;<a href="http://www.perugiassisi.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.perugiassisi.org?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Un percorso tra poesia e identità di genere</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2020 07:09:02 +0000</pubDate>
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<p>Nella settimana dedicata alla lotta contro la trans-omofobia, <strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha intervistato <em>Sonia Zuin</em>, che ringrazia molto per la sua disponibilità a raccontare di sè e per aver chiarito molti punti importanti sul tema. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" width="300" height="300" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/lgbt-2741369_640.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14119" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/lgbt-2741369_640.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/lgbt-2741369_640-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/lgbt-2741369_640-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure></div>



<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>



<p><strong>Proviamo, innanzitutto, a dare una definizione di </strong><em><strong>identità di genere</strong></em></p>



<p>Non sono una psicologa e non sono in grado di darne una definizione ufficiale. Nel mio piccolo posso solo raccontare quello che ho vissuto e quello che, poco alla volta, ho capito. Penso che ognuno di noi abbia almeno tre identità: quella soggettiva, che rappresenta il nostro io più profondo, quella corporea, legata al nostro corpo maschile o femminile, e quella che io chiamo relazionale, legata ai nostri rapporti sociali. Le prime due attengono alla propria persona, la terza al nostro rapporto con il mondo esterno. Normalmente queste tre identità sono sostanzialmente, o perfettamente, sovrapposte e coincidenti, al punto che è impossibile capire cosa prova una persona in cui questa coincidenza non si verifica. Fa riflettere il fatto che, fino a non tanti anni fa, se non vado errata trenta o quaranta, i problemi di identità di genere erano associati ai disturbi della mente. Ora l’intera comunità scientifica ha finalmente capito e accettato che la mente delle persone transessuali è perfettamente sana, e che eventuali disturbi (tutt’altro che infrequenti, come ad esempio le sindromi depressive) sono unicamente dovute alle difficoltà che le persone transessuali possono ancora avere nel mondo del lavoro e delle relazioni sociali.</p>



<p>Quello che ho vissuto io, dal momento in cui ho acquisito la consapevolezza di avere un problema di identità di genere, è stato terribile e non lo augurerei a nessuno perché ci si sente imprigionati nella peggiore delle prigioni: quella del proprio corpo in primis, e successivamente quella delle relazioni sociali. Questa esperienza mi ha fatto capire che l’unica vera identità è quella interiore, e il disagio che si prova quando non si ha la possibilità di esprimerla nelle relazioni sociali è fortissimo. Ovviamente ogni storia è diversa dalle altre: ci sono persone transessuali che riescono a trovare un equilibrio vivendo la propria identità solamente in determinati ambiti della propria vita e mantenendo l’identità ufficiale in tutti gli altri. Io, da subito, ho capito che mai avrei potuto comportarmi in questo modo, non solo perché penso di essere una persona molto trasparente e diretta nei rapporti con le persone, ma anche perché ho vissuto la crisi di identità nell’ambito di un profondo rapporto con la mia famiglia.</p>



<p>Il rapporto con il proprio corpo è invece un discorso completamente diverso: senza entrare nei dettagli, non riuscire a trovare un equilibrio tra il proprio io interiore e il proprio corpo può creare un disagio così profondo da essere una fonte di pericolo per la propria salute fisica e psichica. Da qui nasce l’esigenza, in alcune persone, di ricorrere agli interventi chirurgici per cercare di migliorare il più possibile il proprio benessere. Il problema enorme che si avverte, apparentemente insolubile se non attraverso un lungo percorso psicologico eventualmente coadiuvato da quello chirurgico, sta nel fatto che è terribile la sensazione di sentirsi appartenenti, contro il proprio volere e desiderio, ad un corpo che non si riconosce come proprio.</p>



<p>Ci tengo infine a sottolineare il fatto che, contrariamente a quello che comunemente la gente pensa, l’identità di genere non c’entra niente con quella sessuale: non è vero che una persona, acquisendo la consapevolezza di essere transessuale, automaticamente si senta attratta dalle persone di genere opposto al proprio, ossia che una donna trans sia attratta dagli uomini e viceversa. Questo è quello che accade normalmente, ma solo quando alle spalle c’è già un vissuto di omosessualità. In altri termini, una donna lesbica, se nel suo percorso acquisisce la consapevolezza di essere un uomo, diventerà etero in riferimento alla sua vera identità, ma quello che rimane solitamente inalterato è il genere di persona che ci attrae sessualmente e che ci fa innamorare.</p>



<p>In realtà, nel momento in cui si disgrega la coincidenza tra identità soggettiva e corporea, sono possibili molteplici sfumature, tra cui, ad esempio, quelle delle persone che si definiscono <em>non binarie</em>, ossia che non si riconoscono né in un uomo, né in una donna. Fondamentalmente sono convinta che ogni persona debba avere la possibilità di esprimere con la massima libertà il proprio io, e che questa libertà debba essere limitata solo nel momento in cui lede quella degli altri, cosa che, nell’ambito dell’espressione di un’identità transessuale, non vedo come possa accadere. Questo lo penso per due motivi ugualmente importanti: il primo riguarda ovviamente la tutela del benessere di ogni individuo, che è sicuramente un diritto inalienabile di tutte le persone; il secondo attiene al ruolo e al contributo che ognuno di noi deve dare alla società: siamo infatti in crisi profonda da molti anni, e l’attuale pandemia non ha fatto altro che acuire la crisi pregressa. In questa situazione ritengo molto semplicemente che abbiamo l’obbligo di focalizzarci sulle questioni importanti e che non possiamo permetterci il lusso di rinunciare al contributo positivo che una persona transessuale, nel suo piccolo, può dare. Contributo che può in qualche caso essere importante perché spesso una persona transessuale, proprio in virtù del proprio singolare vissuto personale, ha un modo di vedere le cose differente da quello delle persone cis (ossia non transessuali).</p>



<p><strong>Quale è stato il suo momento più difficile nel  percorso di transizione?</strong></p>



<p>Direi che ce ne sono stati due: il primo, veramente terribile, quando nella mia testa completai il puzzle che stavo facendo da almeno vent’anni prelevando a caso i pezzi, uno a uno, che spontaneamente emergevano dal mio inconscio. I pezzi del mio io, man mano che il puzzle prendeva forma, trovavano la loro giusta collocazione, ma fino alla fine non ebbi il coraggio di vedere nel suo insieme chi fosse il soggetto del puzzle. Penso che sia stato un meccanismo inconscio di difesa della mia realtà quotidiana che non avevo la minima intenzione di disgregare. Ero infatti riuscita a costruirmi una vita appagante sotto tutti gli aspetti, affettivi, professionali e relazionali, malgrado quello che covavo dentro di me e che poco per volta stava emergendo attraverso un processo inconscio che non potevo arrestare e che mi portava progressivamente a completare il puzzle. Ad un certo punto, anche se non era ancora finito perché, in effetti, una vita intera non è sufficiente per completare il puzzle che rappresenta chi siamo, non riuscii più ad evitare di guardare l’immagine che si stava componendo, e quello che vidi fu sconvolgente: una donna al posto di un uomo. Era da vent’anni che costruivo il puzzle con pezzetti che erano chiaramente femminili e che avevo imparato ad accettare, ma un conto è avere la consapevolezza che la tua personalità ha una componente femminile importante, un altro è maturare la consapevolezza di essere una donna, con tutto quello che ne consegue. Passai un mese dormendo solo qualche ora di notte perché alle tre del mattino mi svegliavo con l’angoscia di vedere la mia vita andare in pezzi, consapevole che nessuno mi avrebbe capito e accettato. Dal momento in cui ebbi il coraggio di guardare il puzzle nel suo complesso, infatti, nella mia testa ci fu per lungo tempo una grandissima confusione, penso comprensibile, ma una cosa fu da subito chiarissima e incontrovertibile: io non potevo più continuare a fare la vita di prima perché dovevo iniziare la transizione. Era evidentemente un’elaborazione che avevo fatto da lungo tempo nelle profondità del mio inconscio, ma che per tantissimi anni ero riuscita a non fare affiorare in superficie; nel momento in cui ne divenni consapevole, mi si presentava come un’ovvia e non più procrastinabile conseguenza della mia realtà interiore.</p>



<p>Alla fine mi decisi e me parlai una mattina con mia moglie. Lei da sempre sapeva che c’erano parecchi pezzi femminili nel puzzle della mia testa e in qualche modo li aveva accettati, ma ovviamente la necessità di cambiamento che le raccontai fu per lei sconvolgente, anche se ricordo che la prima cosa che mi disse a caldo fu “non pensavo così presto”. A distanza di tempo sono convinta che io e mia moglie abbiamo inconsciamente eretto una barricata, che per anni ha protetto il nostro rapporto nei confronti della realtà disgregante che progressivamente emergeva dal mio inconscio, utilizzando una tecnica inconscia comunissima: non vedere quello che non volevamo vedere. È lo stesso meccanismo mentale che permette ai bambini di nove, dieci anni di credere che esista babbo Natale che porta i regali, anche se a quell’età hanno ormai tutti gli strumenti logici e una percezione delle realtà sufficientemente chiara per capire che questa è un’evidente assurdità. Ma crederci è così bello che nella testa dei bambini scatta una sorta di protezione che inibisce tutti i meccanismi logici che rovinerebbero la magia. Io e mia moglie avevamo una bellissima realtà da preservare: il nostro rapporto e la nostra famiglia. Così per una vita siamo entrambe riuscite a credere che i pezzi femminili che da tempo erano emersi dal mio inconscio rappresentavano solo una parte di me, dando per scontato che il resto fosse maschile. Del resto una cosa fondamentale che ci ha tratto in inganno per lungo tempo è il fatto che a me continuano a piacere le donne, e questo contribuiva molto a rafforzare l’idea che io fossi un uomo con un importante lato femminile.</p>



<p>Gli anni che seguirono furono molto difficili perché mia moglie sentiva che non poteva accettare la mia transizione, mentre io sentivo che non potevo non farla. In mezzo c’era il nostro bel rapporto che ormai era decisamente in crisi, ma che tutte e due facevamo il possibile per preservare, non solo per salvaguardare quello con i nostri figli che non sapevano ancora niente, ma anche perché sapevamo che c’era sicuramente un gran polverone che rendeva poco chiare le cose, e che c’erano esigenze inconciliabili, ma che al di sotto del polverone rimaneva un rapporto molto solido e importante per tutte e due.</p>



<p><strong>I guanti: per molti un oggetto comune, utile. Per lei che significato hanno avuto?</strong></p>



<p>Sin dalla più tenera età i guanti hanno esercitato su di me un fascino irresistibile che mi spingeva a provarli e ad indossarli, ma solo di nascosto perché mi vergognavo a farne un uso normale. È una cosa che mi sono sempre tenuta per me. In certi periodi ricordo che mi facevo coraggio e incominciavo ad indossarli &#8211; ai tempi erano i normalissimi guanti di lana dei ragazzini &#8211; ed era tale il piacere che mi dava questa conquista che non li toglievo mai. Da sempre la prima cosa che mi saltava all’occhio di una persona erano i guanti, nel caso li indossasse. Durante l’adolescenza, quella che prima era una generica attrazione per l’oggetto in sé, senza particolari connotazioni, si trasformò in attrazione per le donne che indossavano i guanti, il che mi fece pensare ad una forma di feticismo. Questa faccenda incominciò però a crearmi qualche problema solo verso i vent’anni, quando capii che ero io a desiderare di indossare i guanti da donna. Ricordo un’estate in cui, dopo essermi vista con i miei amici per giocare a biliardo, andai in un negozio a comprare il mio primo paio di guanti da donna: neri, in pelle, sfoderati e lunghi fino al polso. In pratica un normalissimo paio di guanti da donna, ma quando uscii e li indossai, provai una sensazione indescrivibile. La potrei descrivere, senza esagerare, come qualcosa che nella tua testa si collega e incomincia a trovare il suo posto. Tornai a casa con il mio prezioso bottino e ovviamente lo nascosi perché non volevo certo far vedere ai miei genitori cosa avevo comprato. Ogni tanto li indossavo di nascosto, ma con il passare del tempo incominciò a crescere il disagio di possedere qualcosa che per me era molto importante, ma che non era certo normale avere. Così, dopo qualche mese, quando l’imbarazzo di custodire un oggetto così ingombrante superò la soglia della mia sopportazione, li buttai via ripromettendomi che con questa faccenda avrei chiuso. Ma dopo qualche mese il desiderio di possederli diventò così forte e insistente che cedetti e andai a comprarne un altro paio. Per una decina d’anni andai avanti in questo modo senza riuscire a trovare un equilibrio. Nel frattempo mi laureai e iniziai a lavorare; avevo un sacco di amici, conobbi quella che sarebbe diventata mia moglie, ci sposammo, ma c’era nella mia vita un segreto che non volevo raccontare a nessuno, neanche a mia moglie, pur avendo un bellissimo rapporto, perché continuavo a sperare di riuscire a estirparlo definitivamente dalla mia testa. Sono sicuramente una persona tenace, perseverante e che non si arrende al primo insuccesso…</p>



<p>Quello che cambiò le cose fu un cupo episodio vissuto in un momento di vuoto totale in cui pensavo che mai sarei riuscita a trovare un equilibrio tra la bella vita che conducevo e il mio insano segreto (che nel frattempo aveva abbracciato anche le gonne, provando di nascosto quelle di mia moglie che ha più o meno la mia corporatura). Quell’episodio mi spaventò e che mi fece capire che così non potevo andare avanti. Lo shock mi diede la forza di fare nella mia testa una rivoluzione copernicana, liberandomi definitivamente dal proposito di estirpare quello che evidentemente era impossibile estirpare, e accettando il fatto che se a me piaceva indossare i guanti da donna e ai miei amici no, voleva solo dire che io ero <em>fatto</em> (ai tempi ovviamente coniugato al maschile) così, e che in fondo non stavo facendo del male a nessuno tranne che a me <em>stesso</em>. Capii subito, però, che avevo fatto un passo da gigante e immediatamente mi fu chiaro che non potevo più vivere accanto a mia moglie, guardarla negli occhi e dormire accanto a lei, senza raccontarle questo scomodo ed ingombrante lato della mia personalità. È comprensibile il suo shock, anche perché io non ho mai avuto atteggiamenti effemminati. Una delle prime cose che mi chiese era se io provassi attrazione per gli uomini… “no, io continuo a volere bene a te, continuano a piacermi le donne, ma l’altra sera stavo facendo una grandissima cazzata e ho capito che così non posso andare avanti”.</p>



<p>Con mia gande fortuna, dopo qualche giorno mia moglie mi disse che non mi avrebbe mollato, che potevamo continuare la nostra vita insieme, anche se il lato femminile del mio carattere non era certo quello che preferiva. Passarono gli anni, nacquero i nostri due figli, ma i guanti continuavano a rimanere il mio oggetto del desiderio che indossavo appena potevo. Questa vicenda ebbe una svolta decisiva solo due anni fa, quando incominciai la transizione e a vivere la mia vita quotidiana come Sonia. Prima di trasferirmi, più volte avevo pensato che nella mia nuova casa avrei indossato i guanti ventiquattro ore al giorno, ma in realtà, quando incominciai a traslocare poco per volta le mie cose, portai subito le mie chitarre, ma decisi di aspettare a portare la guantiera che anni prima mi aveva regalato mia moglie, perché capii che associati ai guanti c’erano anche tanti ricordi travagliati che preferivo non portare con me. Ogni volta che andavo a trovare la mia famiglia, mia moglie preparava una valigia di cose rimaste ancora da lei. Un giorno, aprendo la valigia a casa mia, vidi la guantiera… L’aprii, non ricordo neanche se provai un paio, perché la rimisi subito nell’armadio pensando che forse sarebbe stato meglio riportarla indietro, anche se non lo feci. Dopo qualche mese, poco per volta capii che potevo permettermi il lusso di riaprire la guantiera perché i guanti avevano perso la loro magia… ora erano solamente un bellissimo accessorio. Aprii la guantiera e con piacere riscoprii tutti i diversi tipi che avevo collezionato nel corso degli anni, corti, lunghi, di pelle, di raso, di vari colori, bellissimi accessori che mi piace ancora indossare, e lo faccio spesso, scegliendoli con cura e intonandoli al vestito. Ma ormai non rappresentano più nulla. È stata una grandissima liberazione. Questa vicenda mi ha fatto capire che Sonia esisteva nel mio inconscio già quando avevo cinque o sei anni e che, chissà per quale motivo, utilizzava i guanti come simbolo per cercare di venire alla luce.</p>



<p><strong>La sua famiglia è composta da moglie e due figli. Ha mantenuto un buon rapporto con questi ultimi? Come si rapportano con lei?</strong></p>



<p>Ho la fortuna di essere riuscita a mantenere un ottimo rapporto con mia moglie e con i nostri figli. Per tanti anni il rapporto con mia moglie è stato teso perché ognuna di noi non voleva rinunciare all’altra, ma ognuna di noi non poteva accettare una parte dell’altra: lei mi diceva che, se non avessi fatto la transizione, avremmo potuto continuare a vivere insieme, ma io sapevo perfettamente che correvo seriamente il rischio di impazzire se non l’avessi fatta. Uscita di casa, la ragione dei nostri scontri non sussisteva più, e poco per volta tornò a prevalere il grande affetto e la grande intesa che ancora ci lega. In ogni caso mia moglie è sempre stata vicina e i passaggi importanti li abbiamo superati lavorando insieme e mettendo da parte i motivi di scontro. Mia moglie è una persona speciale, su questo non ho il minimo dubbio.</p>



<p>È anche grazie al rapporto costruttivo e sereno che ho con lei, che quello con i nostri figli è altrettanto solido e sereno. Ci vediamo spesso, parliamo, facciamo sempre più cose insieme, e io sono rimasta una delle due persone di riferimento che interpellano quando hanno bisogno di un consiglio, e in questi casi è mia moglie la prima che suggerisce loro di sentire anche il mio parere. Penso di non aver perso la stima di loro tre, e questo per me è di fondamentale importanza.</p>



<p><strong>Ha scritto una bellissima silloge intitolata </strong><em><strong>Percorsi Silenziosi</strong></em><strong>. Ce ne vuole parlare?</strong></p>



<p>Ho incominciato a sentire il desiderio di scrivere quando ero al liceo: a quei tempi non erano poesie, ma i testi delle canzoni che provavo a scrivere insieme ai miei compagni di classe con cui avevo formato il mio primo gruppo rock. Cose sicuramente di nessun valore artistico e per lo più pretenziose, perché ai tempi uno dei riferimenti era la musica progressive degli anni ’70 tipo Genesis e King Crimson. In quinta liceo fui letteralmente folgorata dalla poesia di Ungaretti: in particolare mi colpì <em>Soldati</em> per la sua estrema semplicità e sintesi (4 versi e 8 parole comuni che dicono tutto) e pensai: “…ma allora si può scrivere anche così! Bene, ho capito come fare!”. Beh… ho riportato questo buffo pensiero di allora solo per dire che in quell’occasione trovai un modello che mi convinceva, non che i miei risultati artistici di allora e di adesso possano minimamente essere confrontati con quelli del grande poeta. Ricordo però che incominciai a scrivere qualcosa che non finiva nel cestino dopo qualche settimana, e così, poco alla volta, capii che mi piaceva scrivere le poesie. Ai tempi non le chiamavo neanche così perché mi sembrava troppo pretenzioso… invece di poesie le chiamavo <em>cose</em>, il ché adesso mi sembra ridicolo. Mia moglie, non ricordo in quale occasione, trascrisse a mia insaputa le poesie con la macchina da scrivere (ai tempi non si usavano ancora i computer), su una carta molto bella, le fece rilegare e mi regalò quella che, a tutti gli effetti, fu la mia prima silloge. Il titolo era <em>Cose…</em></p>



<p>Non scrivevo con regolarità. Anzi, ci furono anni in cui non scrissi niente e ogni tanto pensavo che non sarei stata più capace, o che forse non avevo più niente da dire. Mi sbagliavo: la creatività e il bisogno di scrivere tonarono nel difficilissimo periodo in cui mi arrovellavo tra due esigenze primarie e antitetiche: il bisogno di non reprimere più Sonia e quello di rimanere a vivere con la mia famiglia. In quegli anni scrissi le poesie che costituiscono la seconda sezione della silloge, <em>Abissi</em>, molte delle quali esprimono la lacerazione interiore, l’incertezza, ma anche il desiderio di riconciliarmi con mia moglie. Sono poesie che non parlano quasi mai in modo diretto di transessualità, anche se evidentemente la transessualità è il filo conduttore e la causa di tutto. La prima sezione, <em>La pioggia bagnava le nuvole</em>, raccoglie invece le poesie che ho scritto prima di essere consapevole di avere un problema di identità di genere. Il titolo di questa sezione è un verso di una poesia della seconda sezione che si riferisce alla mia vita precedente, vissuta al contrario, ossia al maschile, rispetto alla consapevolezza che avevo appena acquisito. Visto che sono una persona estremamente ottimista, e poiché in <em>Abissi</em> ci sono parecchie poesie cupe e sofferte, non mi piaceva terminare la silloge con questa sezione. Trovai la soluzione per caso quando l’anno scorso, poco prima di proporre il mio materiale agli editori, scrissi <em>A volte…</em>, una breve poesia che getta una luce di speranza sul mio futuro. Capii che la silloge si sarebbe chiusa con una terza sezione, <em>Spiragli</em>, costituita solo da questa breve composizione.</p>



<p>Ho sempre scritto per me e poche persone erano al corrente di questa mia attività letteraria. Per questo motivo spesso mi chiedevo se le mie poesie comunicassero qualcosa anche a chi non mi conosceva, perché rileggere i propri versi è un po’ come guardarsi allo specchio: indipendentemente dalla loro qualità e dal valore artistico, è facile ritrovare le emozioni vissute durante la stesura. Mi fa quindi molto piacere che siano state apprezzate anche da persone che non sanno niente di me.</p>



<p>La scrittura mi ha sicuramente aiutato molto, durante il lungo travaglio interiore, a tirare fuori quello che avevo dentro e ad esprimere le paure, i dubbi, i desideri che spesso facevano a botte tra di loro. In quel periodo mi assisteva una bravissima psicoanalista che quasi ogni volta, all’inizio delle sedute, mi domandava se avessi fatto sogni che le volevo raccontare. Dato che difficilmente ricordo i miei sogni, quasi sempre mi trovavo in difficoltà perché mi sembrava di essere la scolara che non ha fatto i compiti. Dato che in quel periodo scrivevo molto, quando non avevo sogni da raccontare spesso le portavo qualche nuova poesia. In particolare ricordo che <em>Prendermi per mano</em> divenne una specie di leitmotiv dei nostri incontri perché la psicologa spesso riprese le immagini di quella poesia (le catene, la donna imprigionata nelle segrete, il castello, il suo alter-ego maschile).</p>



<p><strong>Secondo lei, in Italia, sono tutelati i diritti Lgbtqi?</strong></p>



<p>La nostra società, negli ultimi dieci o vent’anni, ha fatto enormi passi avanti, ma non penso proprio che si possa dire che le persone appartenenti al variegato mondo Lgbtqi godano degli stessi diritti e abbiano le stesse opportunità di quelle eterosessuali. Io sono stata molto fortunata e, almeno finora, non ho mai subito discriminazioni. Conosco però parecchie persone che hanno una vita molto più difficile. È un discorso culturale molto complesso che richiede tempi di maturazione molto lunghi. Purtroppo ogni tanto la paura prevale in alcuni ambiti sociali e si fa uno scivolone indietro.</p>



<p>A me piace vestirmi in modo comune, ma spesso le persone Lgbtqi hanno look ricercati, creativi o in qualche caso volutamente di rottura, e mi sono sempre chiesta se questo modo di porsi nei confronti della società è una libera espressione del proprio io, o se invece possa essere in qualche modo una risposta al loro sentirsi rifiutati o discriminati indipendentemente dalla loro esteriorità. Conosco persone di entrambe le categorie e sicuramente alcune di esse hanno problemi nel mondo del lavoro o con i rapporti sociali anche se si vestono in modo del tutto normale. Non si può quindi concludere che basta vestirsi in modo comune per essere accettat*; anche fosse così, è più che evidente che questo costituirebbe una grandissima violazione della libertà di espressione di ogni individuo. Penso però che un look anticonvenzionale non aiuti l’integrazione. Dipende ovviamente dagli obiettivi che le persone e i gruppi sociali si pongono: i vestiti, i tatuaggi e il modo di ornare il proprio corpo sono prima di tutto un codice che da sempre l’umanità ha utilizzato per creare un’identità. Gli esempi sono innumerevoli a partire dalle società primitive. Spesso i giovani creano un look particolare per identificare il loro gruppo sociale: i primi esempi in tempi recenti che mi vengono in mente sono gli hippies degli anni ’60, il popolo di sinistra con le clark e l’eskimo o i punks degli anni ’70, tutti gruppi che non cercavano l’integrazione nella società, anzi, l’atteggiamento nei confronti di essa era quello dello scontro. Penso che faccia parte della natura umana provare più facilmente empatia nei confronti delle persone che hanno un look simile al nostro, e che sia l’assenza di pregiudizi e la curiosità di conoscere e di confrontarsi con persone che appaiono diverse da noi che ci permette di instaurare un dialogo con loro senza rifiutarle a priori, avendo l’obiettivo di accogliere nella cerca delle amicizie quelle con cui ci troviamo bene e che stimiamo indipendentemente da come si vestono. Non tutte le persone però hanno questa apertura mentale. Di conseguenza penso che sia una conseguenza inevitabile, che ovviamente non condivido, che le persone che hanno un look o un atteggiamento “sopra alle righe”, abbiano maggiori difficoltà ad integrarsi.</p>



<p><strong>Infine: possiamo chiederle perché il nome </strong><em><strong>Sonia</strong></em><strong> per la sua nuova identità?</strong></p>



<p>Onestamente non lo so: mi è venuto automaticamente. Mi piaceva un nome italiano che, almeno alle mie orecchie, suonasse in modo armonioso. Mai avrei scelto un nome aggressivo. Quando, non tanto tempo fa, ho letto che Sonia è una variante di Sofia, e che in greco <em>sophia </em>significa sapienza, saggezza, ho pensato: “WOW, ho scelto il nome giusto!”. Non perché mi senta particolarmente saggia, né tanto meno sapiente, ma perché sapienza e saggezza sono sicuramente due nobili obiettivi da perseguire.</p>
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		<title>Da Englaro a Dj Fabo, cinque anni di discussioni sul biotestamento. Per vivere bene bisogna avere una legge che garantisca la morte.</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Dec 2017 07:57:52 +0000</pubDate>
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<p align="JUSTIFY">di Valentina Tatti Tonni</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">Si tratterebbe dell’ultimo provvedimento da approvare per la fine delle legislatura, in vista delle prossime elezioni. L’Ansa a metà novembre pose l’accento sul fatto che la legge potesse essere finita nel dimenticatoio del Palazzo, poiché se ne discute da cinque anni, senza che vi si sia trovata una soluzione unanime e democratica, ed è infatti di pochi giorni fa l’annuncio di una calendarizzazione in Senato. Accelerazione probabilmente avvenuta nell’istruttoria di lunedì scorso nel processo che vede imputato Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, accusato di aver accompagnato Dj Fabo in una clinica svizzera “con l’obiettivo di ricorrere al suicidio assistito”.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b>Tutti i risvolti della cronaca</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Anche lui quindi, Dj Fabo, insieme a Eluana Englaro e Piergiorgio Welby saranno metaforicamente in prima fila durante le votazioni parlamentari sulla legge. E’ proprio la moglie di Welby, Mina, a rispondere alle polemiche di questi giorni e all’uscita senz’altro infelice del leader della Lega Nord Matteo Salvini che aveva detto di occuparsi dei vivi e non dei morti: &#8220;Anche noi non ci occupiamo di morti: ci occupiamo di questi vivi che hanno ancora bisogno di aiuto, di assistenza, dello stato, affinché venga dato il supporto per avere il benessere fino alla fine” ha dichiarato la vedova.</p>
<p align="JUSTIFY">Tutte le decisioni dovrebbero propendere verso il bene universale del popolo, così come è la stessa linea politica a suggerire. Non sempre è così, viste le innumerevoli voci discordanti. Difatti, la Camera ha approvato la legge ad aprile scorso (con 326 voti a favore e 37 contrari) per poi transitare fino ad ora a Palazzo Madama. A votare contro era stato tutto il polo destro, dalla Lega Nord a Forza Italia, Ap e FdI e i gruppi cattolici per i quali il biotestamento equivale al suicidio assistito.</p>
<p align="JUSTIFY">Com’è noto su temi del genere non è raro che oltre all’opinione pubblica, si esprima anche il Papa, come è infatti accaduto in novembre. Il Papa ricordò, citandolo, un discorso che Pio XII rivolse 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori in cui egli &#8220;affermò che non c&#8217;è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene. È dunque moralmente lecito rinunciare all&#8217;applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito &#8216;proporzionalità delle cure&#8217;. L&#8217;aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione &#8216;il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell&#8217;ammalato e delle sue forze fisiche e morali&#8217;. Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all&#8221;accanimento terapeutico'&#8221;. Agire in questo modo secondo la Chiesa, significherebbe pertanto accettare di non poter impedire la morte rendendo lecita la decisione di sospendere le cure, accompagnando il normale decorso della vita verso la sua fine, ma senza per questo sopprimerla come invece fa l’eutanasia per cui il Pontefice non può trovarsi d’accordo.</p>
<p align="JUSTIFY">Il problema nato intorno al biotestamento dunque non sembra basarsi su un’argomentazione povera, anzi vi sono chiamate in causa molte obiezioni di tipo etico e morale e nelle quali la religione come le credenze personali giocano un ruolo per nulla marginale.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b>Eluana Englaro, una ragazza diventata caso nazionale</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Che il governo fosse spaccato in due era evidente già per il comportamento che attuò nei confronti di Eluana Englaro, quando tentò di varare un decreto per impedire al padre della ragazza di interrompere le cure. Eluana aveva avuto un incidente stradale nel 1992 e da allora, dopo un breve periodo di coma, era in stato vegetativo. Il padre, Beppino Englaro, a partire dal 1999 cominciò a chiedere per vie giudiziarie che alla figlia fosse dato il diritto di morire dignitosamente. La sentenza a conferma di tale possibilità, dopo vari rinvii e ricorsi, fu data nel 2008 dalla Corte d’Appello di Milano. A quel punto si scatenò l’inferno e tutti vollero dire la loro, non solo dire però, le intenzioni sembravano più che altro intimidatorie. Oltre alle manifestazioni contrarie e in favore, cominciò un altro tipo di accanimento, quello giudiziario: la Procura milanese presentò ricorso contro la sentenza della Corte di Appello, respinto; l’allora Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi emanò un atto di indirizzo volto a vietare alle strutture sanitarie operanti all’interno del servizio sanitario nazionale l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione alla paziente, con la minaccia che se non lo avessero fatto sarebbero state escluse dal SSN. Lo stesso giorno la segretaria dei Radicali Italiani Antonella Casu, il segretario dell’associazione Luca Coscioni, Marco Cappato e il segretario di Nessuno tocchi Caino, Sergio D’Elia, depositarono presso la Procura di Roma una denuncia contro Sacconi per violenza privata mediante minaccia. Persino la Corte Europea per i diritti dell’uomo fu interpellata dalle associazioni contrarie e decise respingendo tali richieste perché non “ricevibile” da parti terze che non fossero con Eluana parenti. Solo il 3 febbraio 2009 si poté attuare il protocollo reso disponibile dalla Corte di Appello di Milano, anche se nel pomeriggio di quello stesso giorno il Consiglio dei Ministri approvò un decreto legge per evitare la sospensione dei trattamenti. La procedura era già stata avviata la mattina in una clinica di Udine, la sua morte avvenne sei giorni dopo. La Procura di Trieste un mese dopo richiese un esame autoptico per determinare le reali cause del decesso che confermarono quelle ipotizzate, su regime di legalità, dalla Corte d’Appello di Milano. Ciò nonostante, la Procura di Udine aprì un fascicolo con l’ipotesi di omicidio aggravato inserendo nella lista degli indagati Beppino Englaro e tutta l’equipe medica che si occupò dell’attuazione del protocollo; l’inchiesta venne archiviata nel 2010, dopo che una perizia sull’encefalo confermò le condizioni irreversibili, sia del corpo che della mente, di Eluana Englaro.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/untitled-1147.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9928" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/untitled-1147.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="385" height="162" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/untitled-1147.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 385w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/untitled-1147-300x126.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 385px) 100vw, 385px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Questa vicenda è emblematica della storia italiana, poiché denota una certa partecipazione da parte di due figure distinte e mai del tutto concordi: da una parte, l’opinione pubblica, nella veste di associazioni e partiti, dall’altra il governo, nella veste di Istituzione sulla quale ha preso il sopravvento la passione individuale ed è venuta meno quella visione trasversale e universale che una classe dirigente dovrebbe mantenere per preservare il proprio status.</p>
<p align="JUSTIFY">Queste storie, tutte insieme, fanno emergere prepotentemente una domanda. Poniamo di provare a metterci nei panni di coloro che votano e sono contrari all’approvazione della legge sul testamento biologico. In quale misura viene meno l’umanità non permettendo a una persona, le cui condizioni siano irreversibili, di evitargli cure e sofferenze?</p>
<p align="JUSTIFY">Staremo a vedere dunque quale sarà l’esito della maggioranza, il Senato ha infatti inserito in agenda la votazione per il prossimo 14 dicembre, nonostante le numerose proposte di modifica presentate.</p>
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		<title>La legge sull’aborto è del 1978: a distanza di quasi quarant’anni dobbiamo riparlarne perché mancano ancora i diritti civili</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Nov 2017 08:35:39 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1139.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9826" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1139.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="299" height="168" /></a></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Valentina Tatti Tonni</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La legge che regola insieme la tutela sociale della maternità con l’interruzione volontaria di gravidanza è regolata nel 1978 dalla legge numero 194 che ha in sé ventidue articoli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">I consultori o le strutture socio-sanitarie come gli ospedali, sono tenute a consigliare e supportare tutte quelle donne che vi si rivolgono, ma spesso non è così. Ogni donna ha dei diritti e il medico dovrebbe garantirne la loro attuazione, indipendentemente dalla propria ragione etica e morale. La presente legge riconosce alla donna la possibilità di abortire nell’articolo 4. “Entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>La storia che portò alla 194</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Quella legge non fu immediata, ma fu il risultato di grandi mobilitazioni di piazza che vedeva schierarsi da una parte il Partito Radicale con i democratici e le femministe a favore, dall’altra l’ala conservatrice e cattolica contraria. Non fu neanche un dibattito sereno, perché infatti la contesa durò vari anni prima che ci fosse un testo da presentare e firmare in Parlamento (e che i Radicali, infine, non promossero). Prima dell’approvazione della legge 194, l’aborto era disciplinato dal codice penale. Erano previste limitazioni alla libertà personale, quindi con ricorso a detenzione in carcere, sia per chi procurava un aborto su una donna consenziente sia che lei non lo fosse e sia che fosse lei stessa a procurarselo, come accaduto in molti casi nefasti. Inasprite le pene per procurata morte e diminuite se invece si cercava di salvare l’onore proprio o del congiunto. La legge allora abrogò questi articoli e ne destituì il reato.</p>
<p align="JUSTIFY">Tre anni prima, nel 1975, i riflettori erano puntati tutti sul dibattito, soprattutto dopo l’arresto di tre esponenti chiave. L’allora segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, la segretaria del Centro di Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto (CISA) Adele Faccio e la militante radicale Emma Bonino, per aver praticato l’aborto ed essersi, senza alcun latitare, autodenunciati alla polizia.</p>
<p align="JUSTIFY">L’Italia in quel periodo stava affrontando oltreché gli anni di piombo con le vicende stragiste del terrorismo, anche mobilitazioni sociali importanti come lo era stata la legge sul divorzio, supportata da correnti sempre più vicine alla gente come il femminismo. Quel movimento di scoperta e conoscenza dell’essere donna, in lotta contro quel secondo sesso di cui aveva scritto Simone De Beauvoir, un’Altra minore e senza opportunità di fianco all’oramai stanco stereotipo dell’uomo vero. La rivoluzione culturale e sessuale dunque era in atto e la campagna abortista continuò, nonostante i dubbi sollevati dai più conservatori che tanto amaramente avevano già dovuto accettare e deliberare sul divorzio qualche anno prima.</p>
<p align="JUSTIFY">Iniziativa molto importante resa possibile dalla CISA fu quella di contrastare anche l’aborto clandestino istituendo i primi consultori in Italia (a Firenze nel ’75 ne fu inserito uno all’interno del partito) e mettendo a disposizione di chi ne avesse necessità dei voli charter verso Paesi come Inghilterra e Olanda che lo praticavano, grazie alle convenzioni ottenute con prezzi contenuti e interventi medici più accurati. Nel febbraio dello stesso anno Marco Pannella insieme all’allora direttore della rivista L’Espresso Livio Zanetti presentarono alla Corte di Cassazione richiesta di referendum abrogativo di quegli articoli del codice penale che ritenevano l’aborto un reato, iniziando così la raccolta delle firme necessarie. Ne arrivarono settecentomila, forti anche di una sentenza della Corte Costituzionale di ritenere possibile la pratica dell’aborto “per motivi molto gravi”, aggirando così gli invalicabili limiti morali.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/th-193.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9827" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/th-193.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="302" height="206" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/th-193.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 302w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/th-193-300x205.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 302px) 100vw, 302px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Difatti, una legge che non regola</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">La legge sull’aborto dovrebbe rientrare nel diritto alla salute della donna garantito dalla Carta Sociale Europea, riveduta rispetto a quella iniziale del 1965 ed entrata in vigore lo stesso anno in cui anche il nostro paese l’ha recepita nel suo ordinamento interno, ossia nel 1999. Linearità di obiettivi che evidentemente non ha suscitato la stessa accettazione nell’opinione pubblica quanto nel personale medico. Infatti, i dati al 2016 mostravano l’aumento dei cosiddetti obiettori di coscienza che rifiutavano, salvo casi indispensabili per cui non ci si poteva tirare indietro per salvare la vita umana, di praticare l’aborto per ragioni o credenze proprie. Lo Stato non potendo obbligare l’obiettore a praticarlo, dovrà rimediare procurando alla struttura nuovo personale disposto a farlo, tramutando la pratica in qualcosa di eccezionale, quasi estorto.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli obiettori di coscienza, per quanto vadano contro la legge fisica di uno Stato di diritto, ne sono immuni poiché obbediscono ad un’altra legge, talvolta spirituale, alla quale sottoscrivono l’anima. Nella credenza totale di stare tutelando prima la vita umana anziché lo Stato, si ritengono nel giusto, anche se negano il presupposto della scelta alla persona che sono convinti di tutelare. E’ infatti la presente legge numero 194 che li esonera senza colpa, facendone così proliferare in massa: in Italia in alcune regioni come Molise o Basilicata, è quasi impossibile, secondo i dati del 2016, praticare l’aborto. Oltre ai singoli obiettori esistono anche associazioni che promuovono la credenza in favore della vita umana, ritenendo che l’aborto significhi omicidio. Una di queste è la Pro Life, una Onlus che “opera in difesa dei bambini, della vita dal concepimento alla morte naturale, che sostiene la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna” come si legge nel loro sito. Accanto alla Pro Life, troviamo la cosiddetta Pro Choice, quella persona o associazione che al contrario è ed era dichiaratamente a favore dell’aborto.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1138.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9828" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1138.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="352" height="176" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1138.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 352w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1138-300x150.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 352px) 100vw, 352px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Ultimi episodi di cronaca: Don Pieri, Emma Bonino e il Concilio Vaticano del ‘65</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Negli anni sono nate moltissime associazioni contrarie, ma è la Pro Life che, in seguito all’aspro botta e risposta avvenuto nelle ultime settimane tra la radicale Emma Bonino e il prete bolognese don Pieri, ad aver affisso in molte zone di Roma manifesti raffiguranti una pinza vicino ad un feto all’interno dell’utero materno, immagine crude accompagnata da una frase ancora più esplicita “6 milioni di morti” causati, secondo i promotori della campagna, proprio dalla legge sull’aborto.</p>
<p align="JUSTIFY">Don Pieri, il parroco bolognese, scrisse una decina di giorni fa su Facebook una frase provocatoria, dimenticando per un attimo di non avere alcun potere di giudizio: “Ha più morti innocenti sulla coscienza Totò Riina o Emma Bonino?”, provocando appunto una serie di polemiche a catena che infine giunsero domenica 19 novembre sulle pagine del Resto del Carlino. Il parroco che tuttora insegna nella facoltà teologica dell’Università dell’Emilia-Romagna, sicuro delle sue idee, ha anche risposto ai commenti che gli sono arrivati, ammonendo che “moralmente non c’è differenza”. Nello scrivere quest’ultima frase, don Pieri rievoca il II Concilio Vaticano con la sua Gaudium et spes, ossia la quarta costituzione apostolica conciliare promulgata da Papa Paolo VI nel 1965, quindi ben prima che venisse proposta e accettata la legge sull’aborto.</p>
<p align="JUSTIFY">L’obiettivo del Vaticano allora era quello di avvicinarsi alla cultura contemporanea, cercando di separare l’idea che se qualcosa non rientrava nella morale cristiana allora non poteva essere la volontà di Dio. E’ interessante leggere infatti quanto fosse avveduto il pensiero della Chiesa nei confronti delle nuove scoperte dell’uomo, l’intelligenza, la creatività, analizzava altresì in maniera molto lucida i problemi che affliggevano la Terra, non tralasciando il senso di libertà che ogni singolo individuo doveva poter avere. Di questo don Pieri non faceva cenno perché nell’articolo 27 del presente II Concilio, dopo aver parlato di bene comune, libertà e rispetto, leggeva l’unica cosa che gli interessava per la causa: l’aborto insieme al genocidio e all’eutanasia (che oggi sappiamo avere significati differenti dal crimine) è considerato parimenti come “tutto ciò che è contro la vita stessa”, azioni che se praticate ledono l’onore del Creatore. La contraddizione qui sembra celarsi dietro il rispetto per la libertà individuale e il rispetto per le scoperte scientifiche dell’essere umano, cui si faceva riferimento nel proemio. La scienza e il diritto infatti sono d’accordo nel ritenere che il feto non è un individuo, diventerà un bambino solo dopo aver respirato fuori dal grembo materno la prima volta.</p>
<p align="JUSTIFY">Tuttavia il discorso tende ancora ad inasprirsi a distanza di quasi quarant’anni dalla sottoscrizione di quella legge, perché si confonde la genesi con i diritti civili, non ammettendo che ci possa essere confronto e rispetto reciproco, anziché negazione. Come ha detto Emma Bonino “la libertà prende forma con i diritti”, ma di quali diritti stiamo parlando se ci viene negata la libertà civile di scegliere con cognizione, in quale misura ci sono stati concessi dei diritti che poi possono essere ritirati perché ritenuti, qualora la regolazione della norma giuridica non risulti efficace, contrari alla volontà divina. Sembra quasi che obiettare contro il diritto alla scelta individuale cauteli la collettività, come se dopo tutto la vera obiezione non fosse di coscienza ma di libertà.</p>
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		<title>La legge sull’aborto e il degrado polacco</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2016 06:34:11 +0000</pubDate>
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<p>Lunedì scorso, in Polonia, le donne hanno indetto la Black Monday, una giornata di sciopero con l&#8217;obiettivo di paralizzare il paese, per protestare contro la legge che vuole vietare l&#8217;aborto promossa dalle lobby ultra cattoliche e dal governo di destra</p>
<p>La <strong>Polonia</strong> ha già una delle leggi vigenti più restrittive sull’aborto, è possibile abortire solo in tre casi: un pericolo per la salute o la vita della donna, la forte probabilità di una grave ed irreversibile condizione di ritardo mentale del feto o il sospetto che la gravidanza sia legata a una violenza. Oggi la nuova legge in discussione in parlamento, denominata ‘<strong>Legge per la protezione pre-natale</strong>’ vuole eliminare la possibilità di abortire anche in questi tre casi. L’aborto sarà reso completamente illegale, e si potrà perseguire penalmente la donna che ha interrotto la gravidanza e i medici che l’hanno aiutata.</p>
<p>Contro questa proposta di legge si è sollevato un movimento enorme che ha organizzato manifestazioni e azioni nei mesi passati, e che oggi ha indetto uno <strong>sciopero delle donne</strong>: parole d&#8217;ordine della giornata sono<strong> #blackprotest e #czarnyprotest</strong>. Le donne polacche oggi si asterranno da qualsiasi attività, che siano di lavoro o di cura della famiglia, per protestare contro una legge che le considera meno importanti del ‘nascituro’. La protesta prende esempio dallo sciopero indetto dalle donne islandesi nel 1975, che si presero una “giornata libera” dal lavoro produttivo e domestico per dimostrare la loro importanza nella società.<br />
Riportiamo l&#8217;intervento dell&#8217;europarlamentare Barbara Spinelli sulla questione:</p>
<p>«La proposta di legge polacca preoccupa, perché vieta l’interruzione di gravidanza in quasi tutte le circostanze. Preoccupa a tal punto che un grande movimento di donne ha frastornato il governo, il quale pensa forse a un’altra legge, magari escludendo dal divieto gli stupri. Ma sarà una legge non meno punitiva. Leggi del genere non miglioreranno perché rientrano in una vasta regressione, cui Kaczyński dà il nome di “controrivoluzione culturale”, incentrata sulla totale fusione tra Stato e Chiesa e la deliberata violazione di precise norme europee sull’accesso non discriminatorio alla salute. La competenza dunque non è solo nazionale.<br />
Anche se restasse la legge vigente, non sarebbe certo un progresso: è tra le più punitive d’Europa. È ora di sostenere la battaglia delle donne che si oppongono. Le loro rappresentanti sono oggi qui con noi in plenaria, e vi invito a salutarle».</p>
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		<title>America latina, i diritti negati: La festa di tutte le mamme</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2016 06:27:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;"> </span></p>
<p>di Mayra Landaverde</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Adesso penso a tante mamme diverse quando è la “Festa della mamma”. Quando ero piccola, pensavo solo a due donne: a mia madre e a mia nonna; facevo i lavoretti a scuola e glieli portavo orgogliosa e loro erano contente. Poi sono cresciuta e ho cominciato a scoprire tante altre mamme. Alcune sole, altre sposate, altre che mamme non volevano essere, altre che cercavano disperatamente di esserlo, mamme che cercano i figli nel Mediterraneo, in Messico, madri che trovano i loro poveri resti, altre che non trovano niente.</p>
<p>Penso adesso alla mia che ha una figlia in Italia e che non vede da cinque anni.</p>
<p>Penso a mia sorella che è diventata mamma piccolissima per ben due volte. Penso alle sue telefonate da oltreoceano in cui,depressa, mi raccontava i primissimi anni della sua maternità. Perché ognuna ha e vive una maternità diversa.</p>
<p>Mia sorella è rimasta incinta che aveva 18 anni appena compiuti, il secondo figlio è nato che ne aveva 19. E’ rimasta a vivere nella nostra piccola città nel centro del Paese a fare quello che le piace, perchè è artista. Con suo marito, fotografo, riescono a mala pena a mantenere la famiglia e spesso non riescono proprio. Ma, grazie alla maternità, è felice: è bella, intelligente, rilassata. Ha due bambini splendidi. Non ho mai capito come fa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/th-57.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5924" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/th-57.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="th (57)" width="269" height="221" /></a></p>
<p>Io, invece ho avuto mio figlio a 28 anni, avevo un lavoro e un marito.</p>
<p>Avevo tutto. Mio figlio è nato in un ospedale moderno. E’ stato un parto veloce, naturale e senza alcuna complicazione.</p>
<p>Qualche mese dopo che ero diventata mamma, una mia cugina in Messico ha partorito anche lei. Nel corridoio di un ospedale vecchio e senza aiuto.</p>
<p>Per lei era il secondo figlio, aveva capito benissimo di aver cominciato il travaglio quindi è andata in ospedale dove, dopo una lunghissima attesa, le hanno detto di non lamentarsi più e stare lì seduta e aspettare. Il travaglio è una di quelle cose che non possono “aspettare”. Così ha semplicemente partorito su una sedia. Il bambino ha avuto delle complicazioni e anche lei.</p>
<p>Qualche anno fa ad Oaxaca, una delle regioni più povere del Messico, una ragazzina ha partorito nelle aiuole dell’ospedale perchè era le avevano detto di tornare a casa in quanto non c’era spazio disponibile. Bisognerebbe spiegare che la ragazzina era indigena, probabilmente mixteca e le donne come lei sono sempre discriminate in tutto. Donna, indigena e adolescente incinta: insomma, tutte le sfighe del mondo.</p>
<p>In Messico si muore di parto, nelle città ma soprattutto in montagna, nella sierra dove quasi mai c’è un vero e proprio ospedale.</p>
<p>Più di 400 mila donne minori di 20 anni diventano madri. La maggior parte come conseguenza di violenze sessuali, incesto o matrimoni forzati.</p>
<p><a name="_GoBack"></a>Sebbene le cifre del governo non lo registrino, l&#8217;organizzazione internazionale Save the Children ha riferito che il gruppo più giovane delle donne incinte ogni anno in Messico, tra i 10 e 14 anni, è vittima di abusi sessuali.</p>
<p>Nella relazione “Stato delle madri in Messico: la gravidanza e la maternità nell&#8217;adolescenza”, l’associazione civile sottolinea che solo nei primi due anni di questa amministrazione (2013-2014) 394 bambine di 10 anni hanno partorito.</p>
<p>&#8220;Ciò è particolarmente grave perché, anche se non ci sono dati conclusivi sul tema, si può assumere che, nella maggior parte dei casi, queste gravidanze sono il risultato di violenza. Non ci sono dati più precisi, perché le fonti statistiche non lo mostrano né il ministero dell&#8217;Interno né le banche dati sulla mortalità come l’Istituto Nazionale di Statistica e Geografia (INEGI) hanno registrato episodi di violenza sessuale contro le popolazioni dai 10 ai 12 anni &#8221; scrivono nel rapporto.</p>
<p>Noi mamme che abbiamo scelto di esserlo in piena libertà dovremmo festeggiare le altre che sono parte di queste assurde cifre. Festeggiamo questa giornata proteggendo le nostre bambine, perché possano esserlo finchè lo vorranno e perchè, quando decideranno di fare un figlio, che lo possano fare in un luogo accogliente e sicuro.</p>
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		<title>Il diritto di morire</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jan 2013 06:01:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on">
L&#8217;eutanasia, in Belgio, è in vigore dal 2002. Il numero di chi ne ha usufruito, da allora, è in continuo aumento e l&#8217;ultimo caso risale a un paio di giorni fa quando due fratelli gemelli, di 45 anni, si sono fatti somministrare, in ambito medico, una iniezione letale. La loro scelta è stata condivisa anche dal resto della famiglia.<br />
Si parla di questo caso perchè i due uomini non erano affetti da una malattia terminale.&nbsp;<br />
La legge belga sulla &#8220;dolce morte&#8221; prevede, infatti, che il paziente sia maggiorenne, capace di intendere, che soffra di un dolore mentale e fisico permanente e, soprattutto, che sia un malato incurabile.&nbsp;<br />
I due fratelli non erano all&#8217;ultimo stadio di una malattia grave, ma la loro prostrazione psicologica è stata valutata dai medici &#8220;implacabile&#8221;: erano entrambi non udenti dalla nascita e condannati a diventare anche ciechi. Hanno vissuto in simbiosi per tutta la vita e, insieme, hanno voluto condividere anche l&#8217;ultimo viaggio, affermando il diritto di morire con dignità.</div>
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