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	<title>senegalesi Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Stay Human. Africa&#8221;. ﻿Il sistema scolastico senegalese: criticità e punti di forza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jan 2020 08:50:54 +0000</pubDate>
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<p><strong>I</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/IMG_20200109_100329-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13560" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/IMG_20200109_100329-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/IMG_20200109_100329-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></div>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Torno da uno dei miei viaggi nel paese della <em>teranga &#8211; </em> l’accoglienza &#8211;  di cui tutti i senegalesi vanno fieri e che si racconta in grandi pranzi condivisi, feste colorate e tanto calore.  Negli anni ho potuto apprezzare diverse realtà del Senegal e accrescere anche il mio senso critico su alcuni punti rilevanti. Come la scuola, quella struttura fondamentale per il cambiamento di un paese e strategica per la crescita di  villaggi e periferie. Partiamo con un’affermazione tanto vera quanto contestabile: in Senegal esistono scuole pubbliche gratuite che coprono il periodo scolastico dall’asilo alle scuole medie; esistono dunque, strutture pubbliche pronte ad accogliere i bambini di città, periferie e villaggi. A queste scuole, però, sono affiancate le così dette scuole private, a pagamento, ma senza le quali il bisogno effettivo di scolarizzazione non verrebbe garantito.</p>



<p>Perché?</p>



<p>Le
scuole pubbliche, come detto, esistono ma hanno due grandi problemi:
non sono abbastanza grandi per sopperire alla richiesta e,
soprattutto, non riescono a garantire un’educazione paritaria a
tutti in bambini poiché, vista la già citata spropositata
richiesta, presentano al loro interno classi con una media di 90/100
bambini che devono essere gestiti da una sola insegnante. Inutile
dire che con questi numeri non può essere garantita un’istruzione
di base a tutti e che, a questo livello, non concede nemmeno le basi
per costruire un futuro.  Per fortuna al fianco delle pubbliche negli
anni sono aumentate le private, costruite da persone del posto o
associazioni europee nelle quali vi è una retta mensile e annuale da
pagare ma che, come vantaggio, presentano classi con 30/35 bambini
(quasi come una classe europea) in cui vengono accolti tutti i
bambini che non sono riusciti ad entrare nelle scuole pubbliche.
Queste strutture nascono, da un lato, per far fronte all&#8217;imponente
bisogno di educazione e dall’altro per accogliere gli “esclusi”
delle scuole pubbliche che, altrimenti, non potrebbero studiare e
crescere.  Numericamente le scuole private sono circa la metà di
quelle pubbliche, e ragionando su questo dato si può ben comprendere
che, senza le scuole private, circa la metà dei bambini presenti in
Senegal non potrebbe studiare e, quindi, avere un futuro africano.</p>



<p>Continue
sfide devono essere affrontate dalle scuole private, a partire dalla
riscossione delle rette che le famiglie devono pagare (di solito le
più povere), per arrivare ai controlli degli ispettori del Ministero
dell’istruzione che, per concedere loro il riconoscimento
pretendono il rispetto di standard minimi di insegnamento.</p>



<p>Una
sopravvivenza molto faticosa quella delle scuole private, dove il
riconoscimento dello Stato è “a metà”: tali strutture, difatti,
sono riconosciute come organismi idonei all’insegnamento nei quali
viene valorizzato  l’aumento dei posti di lavoro nelle zone in cui
nascono (vengono impiegati insegnanti e amministrativi che altrimenti
non troverebbero posto nelle pubbliche). Dall’altro lato, però non
tutte le private hanno la concessione per eseguire gli Esami di stato
e questo porta ad uno spostamento dei bambini e ragazzi alla fine
degli anni scolastici in altre strutture per affrontare gli esami
finali.</p>



<p>Vengono
definite strutture di accompagnamento all’esame finale ma di per sé
sono scuole fatte e finite che, anzi, garantiscono un’educazione a
tutti, anche a coloro che sono rimasti esclusi dalla gratuità di una
scuola pubblica.</p>



<p>Lo
scopo di queste strutture è garantire un’educazione a tutti,
proprio a tutti, nessuno escluso e si spera che possano ricevere
l’autonomia e il pieno riconoscimento che meritano. Dall’altro
lato, si spera anche che lo Stato si renda consapevole dell’effettiva
richiesta e aumenti il numero di scuole pubbliche gratuite, perché
uno Stato senza scuole negli anni diventa uno Stato senza futuro.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;.  L’isola degli schiavi in Senegal</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Nov 2019 08:52:16 +0000</pubDate>
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<p> di Veronica Tedeschi</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="650" height="432" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/focused_176890960-stock-photo-goree-senegal-december-2017-african.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13293" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/focused_176890960-stock-photo-goree-senegal-december-2017-african.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 650w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/focused_176890960-stock-photo-goree-senegal-december-2017-african-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></figure>



<p>Il mio primo traghetto per Gorèe fu indimenticabile: lungo, caldo, faticoso…la partenza era prevista alle ore 10.00 di mattina ma, sfortunatamente, riuscii ad approdare sull’isola solo alle ore 17.00. La scelta di fare una gita in uno posti più belli e più turistici del Senegal il 15 agosto non fu saggio ma il tutto poi divenne parte del viaggio e dell’esperienza africana.</p>



<p>Di fronte la costa di Dakar, non molto lontano dai pochi villaggi turistici che colorano la spiaggia della capitale senegalese, si trova un’isola che dalla terra ferma già pare racchiudere storie e colori.
Nell’estremo
sud dell’isola si intravede un caseggiato alto con una muraglia di
mattoni imponente che nasconde dietro di sé casette colorate e
armoniose.</p>



<p>
Crocevia
di traffici e approdo ambitissimo delle potenze coloniali, l’isola
di Gorée racchiude in sé la storia e la tragedia della tratta
negriera.</p>



<p>Dapprima gli esploratori portoghesi, nel 1440, che vi regnarono per oltre un secolo. Dal XV al XIX secolo le principali potenze marittime si avvicendarono sull’isola, considerata un punto strategico per il commercio di merci e schiavi: olandesi, francesi, inglesi a periodi alterni, poi di nuovo i francesi definitivamente nel 1807. Gli olandesi la chiamavano «l’isola gioiosa», per le baldorie e i festini a cui si abbandonavano i marinai mentre riempivano le navi con il loro carico umano.</p>



<p>Mentre sull’isola e sulle navi i festini occupavano le serate degli abitanti, in una casa color rosa su due piani si ammassavano i futuri schiavi, quelli spediti in America per lavorare nelle piantagioni o nelle residenze degli europei. La <em>port du voyage sans retour (</em>porta del viaggio senza ritorno) che si apre sull’Oceano Atlantico conduceva verso il Brasile o i Caraibi. Milioni di persone provenienti da tutta l’Africa partirono da quest’isola con il benestare dei capo villaggio africani che, dietro lauto compenso, divennero parte di questa triste storia. Quando la nave negriera arrivava, i futuri schiavi, incatenati per la caviglie, si incamminavano verso una piccola porta che dava direttamente sul molo dove attraccavano i velieri europei.</p>



<p>La “Maison des Esclaves” (casa degli schiavi) è ora uno dei luoghi più turistici di tutta l’isola in cui si possono visitare le stanze dove venivano stipate queste persone, più di 30 o 40 in una sola stanza senza servizi igienici o intimità.</p>



<p>Oggi Gorèe è bellissima, piena di ristorantini affacciati sul porto con tavoli vista mare e una piccola spiaggia che appoggia su un pezzo di Oceano Atlantico pulitissimo, il tutto in una città in stile portoghese che sembra colorata con dei pastelli e con le strade sterrate. Il peso della storia, delle lacrime e del sangue non si sente appena sbarcati sull’isola, bisogna addentrarsi e perdersi nelle vie dell’isola per toccare i sentimenti di chi lì ha vissuto e ha ha perso la vita.</p>



<p>
<em>Una
porta di non ritorno… da dove?</em></p>



<p>
<em>Dalla
tua terra, dal tuo calore, dai sorrisi che ami.</em></p>



<p>
<em>Una
porta di non ritorno…per dove?</em></p>



<p>
<em>Una
porta verso l’Oceano, verso il mare che sembra infinito ma che
arriva ad un punto fermo, in una terra cattiva, non accogliente,
pronta a sfruttarti.</em></p>



<p>
<em>Io
amo la mia terra, non voglio partire.</em></p>



<p>
<em>Io
non posso decidere, io sono un pezzo di carne per gli squali.</em></p>



<p>
<em>Io
ho dei sentimenti, mia madre non la rivedrò più?</em></p>



<p>
<em>Io
abito qui, bianchi bastardi.</em></p>



<p>
<em>(Pezzo
tratto dal diario di viaggio in questo sito pubblicato Campo di
volontariato in Senegal) </em>
</p>
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		<title>&#8220;Stay human: Africa&#8221;. La forza della Cina in Africa</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Aug 2018 07:35:47 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Arial, serif;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/cina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11137" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/cina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1280" height="961" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/cina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1280w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/cina-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/cina-768x577.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/cina-1024x769.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></a></b></span></span></span></span></p>
<p>di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY">Stavamo camminando verso il mare, attraversando la periferia di Bene Baraque, tra i bambini più dolci che ci rincorrevano per un abbraccio e quelli più territoriali che non ci avrebbero mai fatto passare senza conoscere prima il nostro nome.</p>
<p align="JUSTIFY">Era il mio primo viaggio in Africa, in Senegal, ogni cosa mi incuriosiva; quella camminata fu entusiasmante, percorremmo un pezzo di bosco, una strada di sabbia e terra e, infine, catrame. Attraversammo una strada in costruzione con tanto di operai al lavoro, betoniere e puzzo di asfalto caldo. Una cosa in particolare mi colpì in quella scena di lavoro: su 5 operai, ben tre erano cinesi: ne parlai con alcuni senegalesi che mi spiegarono che la commessa di quel grosso lavoro era in mano ad un’azienda cinese che però aveva assunto anche operai senegalesi. Questa cosa mi fece pensare molto, cercai di capire se fosse positiva o meno e, informandomi, scoprii che oggi la Cina è il secondo partner commerciale del Senegal dopo l’UE. Il paese asiatico, infatti, ha sempre attribuito grande importanza allo sviluppo di relazioni amichevoli con i Paesi dell’Africa nord occidentale e centrale, unitamente alla promozione di scambi economici e umanitari. Il Senegal, in particolare è strategico in quanto si affaccia nell’Oceano Atlantico e ha terre adeguate per lo sviluppo di agricoltura biologica.</p>
<p align="JUSTIFY">Capita spesso che la Cina sia accusata di presunto sequestro di terre africane, ma è necessario porre l’attenzione sulle modalità di “approdo” cinesi che sono molto lontane da quelle dei colonizzatori europei. In parte, quindi,  gli africani vengono aiutati nella crescita della produttività agricola per fornire una soluzione al problema della sicurezza alimentare della popolazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli africani, a loro volta, spesso sono accusati di avere deplorevoli infrastrutture. Questo vale, in particolare, in Africa Occidentale dove si trovano le ex colonie francesi. Questa breccia nell&#8217;infrastruttura cerca di rattopparla la Cina. In Senegal, quest’ultima ha infatti costruito moderne autostrade e strade, come quella incontrata nel mio tragitto per il mare; ha costruito un aeroporto internazionale a Dakar e finanzia la formazione di costruttori locali e ingegneri.</p>
<p align="JUSTIFY">In Senegal nel 2004 c&#8217;erano 300 cinesi, nel 2008 ce n&#8217;erano mille, e ora, secondo varie stime, più di 5 mila.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>La rubrica si interrompe per la pausa estiva, riprenderò a settembre, dopo un viaggio nella magnifica Sierra Leone. Buone vacanze a tutti!</b></span></span></span></p>
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