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	<title>servizisociali Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Quanti sono gli orfani di femminicidio e chi si prende cura di loro?</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Nov 2024 09:13:06 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>(da La 27ma ora, www.corriere.it)?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p></p>



<p>Una legge di non facile applicazione e un grande progetto ma tutto privato: così in Italia proteggiamo i sopravvissuti alla violenza</p>



<p>«Orfani speciali» li chiamava Anna Costanza Baldry, psicologa e criminologa che, per prima (prima anche dello Stato) si dedicò a una ricerca sugli&nbsp;orfani dei femminicidi: «Quei tanti orfani di mamme uccise dai padri. Tanti, tantissimi ma ignorati e segregati &#8211; Scriveva Baldry nel 2017 nel presentare un enorme dossier a cui lavorava da tre anni &#8211; Come stanno oggi, dopo 5, 10, 15 anni da quel tragico e assurdo giorno? Chi sono? dove sono adesso? E cosa è accaduto loro, dove stanno, con chi? A questi figli cosa è stato detto? La legge cosa ha fatto di loro? E quegli adulti che si sono ritrovati ad aprire le loro case che sostegno psicologico ancora prima che economico è stato dato, se è stato dato, dovendo loro stessi, i familiari delle vittime, elaborare il loro di lutto e trauma, nonché gestire tuti i problemi sociali e giuridiche derivanti dall’omicidio?».</p>



<p>Quando Baldry si poneva queste domande gli orfani di femminicidio erano, agli occhi della legge, equiparati a tutti gli altri orfani. Il legislatore non si era posto il problema di pensare al loro diritto di futuro oltre il lutto tremendo che li aveva colpiti. Oggi, a quasi dieci anni dalla partenza del primo progetto di mappatura dedicato a loro e alle persone che se ne prendono cura, possiamo dire che qualcosa si è mosso, una legge ad hoc esiste. Ma c’è ancora molta strada da fare. In varie direzioni.</p>



<p>Innanzitutto, quanti sono e chi li aiuta? «Non ci sono stime ufficiali su quanti siano gli orfani delle vittime di femminicidio&nbsp;in Italia, come non esiste una mappatura dei femminicidi anche se il Ministero dell’Interno ci sta lavorando» spiega Mariangela Zanni, consigliere nazionale di D.i.Re, Donne in rete contro la violenza. Oggi un primo progetto, privato ma dalle dimensioni importanti, dedicato agli orfani e alle loro famiglie esiste ed è stato&nbsp;<a href="https://www.conibambini.org/2023/11/20/orfani-di-femminicidio-presentati-i-dati-inediti-di-con-i-bambini/?utm_source=rss&utm_medium=rss">varato dall’impresa sociale «Con i bambini»</a>&nbsp;nell’ambito del&nbsp;Fondo per il contrasto della povertà educativa&nbsp;minorile. Si chiama «A braccia aperte», prevede&nbsp;un investimento di 10 milioni&nbsp;che arrivano dalle fondazioni bancarie (Acri) e si snoda capillarmente su tutto il territorio nazionale in quattro progetti (Nord Est, Nord Ovest, Centro Italia e Sud) coinvolgendo operatori pubblici e realtà del terzo settore: cooperative, associazioni, centri antiviolenza.</p>



<h3>I numeri</h3>



<p>Sono&nbsp;157 gli orfani presi in carico dai progetti su scala nazionale attivati da «Con i Bambini» nell’iniziativa «A braccia aperte». Ma è un dato variabile perché altri 260 in tutta Italia sono stati già agganciati e a breve inizieranno anch’essi un percorso di sostegno e accompagnamento con le loro famiglie. I numeri maggiori sono al Sud. «Ma perché al Sud il lavoro di ricerca e sostegno è iniziato da molto tempo» rivela Fedele Salvatore, presidente dell’associazione Irene 95 che da anni a Napoli si occupa di minori vittime di violenza assistita e che partecipa al progetto per il sud «Respiro».</p>



<p>Il 74 per cento ha tra i 7-17 anni,&nbsp;il 17% tra i 18-21 e l’8% ha meno di 6 anni.</p>



<p>«Per rintracciarli abbiamo fatto un capillare lavoro di ricerca su siti di informazione, servizi sociali, tribunali, centri antiviolenza. Siamo risaliti fino a delitti commessi 9 o 10 anni fa» spiega Anna Agosta, consigliere D.i.Re e presidente dell’Associazione Thamaia Onlus che partecipa al progetto «Respiro». «Abbiamo incontrato orfani storici sui quali si era sedimentata un’assenza di attenzione &#8211; racconta Salvatore &#8211; Alcuni non hanno mai incontrato i servizi sociali, ad altri, a distanza di 5,6 anni dal delitto non era stata mai raccontata la verità sui fatti: “la mamma è morta in un incidente” è spesso la pietosa bugia ricevuta. Non è stato semplice, dopo tutto questo tempo, raccontare la verità, ma è solo comunicando la verità, in modo corretto che si possono aiutare questi ragazzi. Le bugie dette per “buon senso” non aiutano, anzi, finiscono per far danni».</p>



<h3>L’impatto</h3>



<p>Il 36% di loro era presente quando è stata uccisa la madre. Uno su quattro ha assistito. L’impatto psicologico che ne deriva è devastante e porta a una vera sindrome denominata «child traumatic grief»: la sofferenza è tale che il bambino diventa incapace di elaborare il lutto e si trova intrappolato in uno stato di dolore cronico. «Per questo, intorno all’orfano e all’enormità di quello che lo colpisce devono lavorare persone competenti con un approccio che si chiama “trauma informed”, focalizzata sulla comprensione del trauma e la sua elaborazione» racconta Salvatore.</p>



<p>Il 13% degli orfani presenta forme di disabilità.</p>



<h3>Dove vivono e con chi</h3>



<p>Il 42% vive in famiglie affidatarie, spesso gli zii o i nonni&nbsp;della mamma, il 10% vive in comunità (pensiamo ai minori stranieri che non hanno parenti qui), il 10% con una coppia convivente e solo il 6% è stato dato in adozione.</p>



<p>L’83% delle famiglie affidatarie arriva a fine mese con grande difficoltà, anche per la necessità di dover ricorrere a specialisti e professionisti che aiutino i bambini. Quindi il sostegno organizzato dal progetto “A braccia aperte” non può che essere articolato: è psicologico, economico ed educativo ed è rivolto ai minori e alle loro famiglie. Ma prevede anche interventi nelle scuole frequentate dai minori, progetti di avviamento al lavoro, pagamento di rette universitarie. Importante anche la parte dedicata alla formazione di tutti gli operatori coinvolti: quelli dei servizi socio-sanitari, dei Centri antiviolenza, le forze dell’ordine, il personale del tribunale per i minorenni, gli insegnanti. «Proprio per evitare tutti quelli errori commessi spesso in buona fede da familiari o da operatori pubblici. In alcuni casi, poi, la famiglia affidataria è quella del padre omicida con tutto quello che questo comporta, ovvero si tende a giustificare il crimine del familiare in carcere parlando di raptus. E si porta il minore dal padre in prigione senza prepararlo a un incontro come quello» racconta Salvatore.</p>



<h3>I soldi</h3>



<p>Le risorse in campo per il progetto nazionale sono importanti:&nbsp;10 milioni&nbsp;messi a disposizione dal Fondo per le povertà educative che dispone, in totale, di 760 milioni forniti dalle fondazioni bancarie (Acri) che ottengono in cambio dallo Stato un credito d’imposta. «Stiamo parlando del primo progetto nazionale, anzi, il primo in Europa pensato su misura per sostenere questi bambini&nbsp;e ragazzi raggiungendoli sul territorio» spiega Zanni, «coinvolge tante realtà del terzo settore e servirà per dare linee guida alle istituzioni in modo che colmino quel vuoto che c’è stato finora».</p>



<h3>La legge del 2018</h3>



<p>Che cosa ha fatto il legislatore per questi orfani e per le famiglie che li hanno accolti? si chiedeva Baldry. Una legge dedicata in effetti, c’è, la n°4 del 2018, che riconosce una serie di tutele processuali ed economiche. Per esempio si procede automaticamente al&nbsp;sequestro dei beni dell’indagato&nbsp;per risarcire i danni dei figli della mamma uccisa. Un analogo automatismo trasferisce l’eredità della madre ai figli. Già, prima accadeva che la pensione di reversibilità della donna uccisa finisse al partner in carcere. Inoltre si stabilisce&nbsp;un fondo economico dedicato&nbsp;e si dà la possibilità a questi orfani di cambiare cognome.</p>



<p>«La legge è la risposta a qualcosa che Baldry ha svelato, ovvero i bisogni degli orfani e come rendere più agevole per loro il “dopo”. Dalla partecipazione al processo all’eredità, al recupero di un risarcimento del danno, ai bisogni materiali» spiega Elena Biaggioni, penalista e vicepresidente D.i.Re. «Una legge innovativa&nbsp;ma con il grosso limite di essere poco conosciuta&nbsp;e poco usata anche perché le procedure per la sua applicazione sono complesse». La criminologa, scomparsa nel marzo 2019, fece appena in tempo a vedere l’approvazione della norma di cui era stata stimolo. Ma i cui decreti attuativi furono varati ben due anni dopo; «I governi che si sono succeduti non hanno mai creduto molto a questa legge e la politica ha finito per rendere farraginoso l’accesso agli strumenti di finanziamento» dice oggi Anna Maria Busia, Pd, che della 4/2018 è stata la redattrice.</p>



<p>«Familiari e care giver degli orfani, non sono in grado di destreggiarsi tra i commi e gli articoli. Per non parlare della modulistica da compilare e presentare in prefettura rispettando scadenze e burocrazia» spiega Fedele Salvatore. A che serve una buona legge se poi le persone non riescono ad usufruirne? Ora il progetto “A braccia aperte” sta evidenziando tutte le difficoltà pratiche e offrendo soluzioni di semplificazione anche attraverso specialisti e legali che affianchino le famiglie affidatarie. Un esempio tra i tanti che ci fa capire che la legge va semplificata ce le spiega Salvatore: «Tutti i benefici finanziari di cui gli orfani hanno diritto, a partire dal sequestro dei beni, sono applicabili quando c’è una sentenza di condanna anche di primo grado.&nbsp;Ma decadono in caso di suicidio del padre omicida. E questo avviene circa nel 30 per cento dei femminicidi».</p>



<p>Non solo.&nbsp;La legge prevede copertura per spese medico-sanitarie&nbsp;ma si tratta quasi esclusivamente di sostegno psicoterapeutico. Ma un bambino può aver bisogno, banalmente, di un apparecchio per i denti. Così, anche in questi casi, interviene il nuovo progetto con la possibiltà di doti specifiche.</p>



<p>Parlando con gli esperti e gli operatori che hanno lavorato al progetto si scopre che non è stato affatto semplice convincere le persone a fidarsi e affidarsi specie quando si risale a delitti indietro nel tempo. «Molti preferiscono non rivangare &#8211; racconta Zanni che lavora al progetto Nord Est &#8211; Abbiamo trovato persone arrabbiate, che non si sono sentite comprese». Per questo uno dei nodi del progetto è quello di attivare protocolli di aiuto dedicati alle prime ore dopo il trauma quando la famiglia è scioccata e frastornata: ci vogliono persone specializzate che sappiano comunicare e accompagnare. Anche in dettagli apparentemente marginali, come la partecipazione a un funerale.</p>



<p></p>



<p>Da ascoltare:</p>



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<p></p>



<p><strong>Numero antiviolenza: 1522</strong></p>



<p>Gesti per chiedere aiuto: </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/segnale-aiuto-violenza-domestica.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="765" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/segnale-aiuto-violenza-domestica.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17794" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/segnale-aiuto-violenza-domestica.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/segnale-aiuto-violenza-domestica-300x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/segnale-aiuto-violenza-domestica-150x150.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/segnale-aiuto-violenza-domestica-80x80.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/segnale-aiuto-violenza-domestica-320x320.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>
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		<title>Tutelare le donne, per tutelare la Vita. Intervista a Matilde D&#8217;Errico</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Dec 2019 07:26:12 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Associazione Per i Diritti umani </strong>ha intervistato<strong> </strong>Matilde D&#8217;Errico<strong> </strong>che lavora come autrice televisiva e regista. Insieme a Maurizio Iannelli ha ideato la trasmissione <em>Amore criminale,</em> ormai giunta alla quindicesima stagione. È tra i fondatori della Bastoggi Docu&amp;Fiction. Nel 2014, per Einaudi, ha pubblicato il libro <em>L&#8217;amore criminale.</em></p>



<p>Ringraziamo molto Matilde D&#8217;Errico.</p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="620" height="340" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/4614483_1116_matilde_.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13364" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/4614483_1116_matilde_.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 620w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/4614483_1116_matilde_-300x165.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></figure></div>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p><strong>Da dove parte il suo interesse e l&#8217;impegno per l&#8217;universo femminile?</strong></p>



<p>Parte dalla lettura di un articolo che commentava, nel 2006, i dati di una ricerca statistica dell’Eures. La ricerca era relativa agli omicidi che avvengono in famiglia. Il numero degli omicidi avvenuti in famiglia era molto alto e all’epoca mi aveva colpito soprattutto il dato che la maggior parte delle vittime fossero donne. E’ iniziato tutto da lì. Mi sono documentata, ho verificato con la Polizia di Stato quei dati e ho pensato che fosse mio dovere fare qualcosa attraverso il mio lavoro.</p>



<p><strong>Perché
lo storytelling può essere importante per le donne vittime di abusi?</strong></p>



<p>E’
importante perché si attiva un meccanismo di riconoscimento. Ci si
identifica con la storia narrata e si inizia a riflettere, si colgono
alcuni segnali che fino a quel momento si sottovalutavano o si
ignoravano. 
</p>



<p>Le
storie narrate hanno un valore di archetipo, sono storie universali
nelle quali una donna vittima di violenza – fisica o psicologica –
può rivedersi e prendere coscienza della sua situazione.</p>



<p><strong>A
chi possono rivolgersi le donne vittime di violenza? E qual è la sua
opinione sulla legge “Codice rosso? </strong>
</p>



<p>Le
donne che vivono una situazione di violenza nel rapporto di coppia o
in famiglia possono rivolgersi innanzitutto alle Forze dell’Ordine,
polizia o carabinieri che ormai sono sempre più preparati e formati
sul tema della violenza sulle donne. Poi possono rivolgersi ai Centri
Antiviolenza, diffusi un po’ in tutta Italia. Il lavoro dei Centri
Antiviolenza è molto prezioso. Possono rivolgersi anche ai Servizi
Sociali della propria città e infine possono telefonare al 1522, il
numero nazionale antiviolenza, gestito da Telefono Rosa e attivo 24
ore su 24.</p>



<p>Per
quel che riguarda il Codice Rosso credo sia necessario migliorarlo;
ha bisogno – come strumento operativo – di essere rivisto e
migliorato.</p>



<p><strong>Chi
si prende cura dei figli delle donne che decidono di denunciare
mariti e compagni? E in che modo si possono aiutare e tutelare?</strong></p>



<p>Spesso
se ne prendono cura le madri stesse che denunciano, oppure i nonni
materni. Un aiuto prezioso arriva sempre dai Centri Antiviolenza che
nelle case-rifugio accolgono sia la donna che denuncia che i suoi
bambini. Sicuramente andrebbero tutelati meglio, come vanno tutelate
meglio le donne. Pensiamo anche ai tanti orfani di femminicidio,
bambini che vivono il doppio trauma della morte della mamma,
ammazzata dal padre che poi va in carcere. Finalmente pare che il
Governo stia trovando i soldi per rendere operativa la legge sugli
orfani di femminicidio. Mi auguro sia così.</p>



<p><strong>E’
possibile, a suo parere, fare un percorso di consapevolezza anche
insieme agli uomini?</strong></p>



<p>Si,
è possibile. Non bisogna parlare solo alle donne. Gli uomini sono
parte in causa. Occorre lavorare insieme per cambiare la mentalità,
la cultura. La violenza di genere è un problema soprattutto
culturale. Occorre però iniziare presto, da bambini. I genitori
devono insegnare ai propri figli ad amare in modo sano. Va fatta una
vera e propria educazione sentimentale. E anche la scuola può avere
un grandissimo ruolo.</p>
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		<title>I minori stranieri stranieri nel nostro sistema di giustizia penale</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Dec 2018 09:16:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dal Rapporto redatto da Associazione Antigone Onlus 2017, Ragazzi dentro I minori stranieri stranieri nel nostro sistema di giustizia penale di Valeria Pescini Muovendo dalla precedente esposizione dei dati sulla popolazione detenuta minorile emerge&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dal Rapporto redatto da Associazione Antigone Onlus 2017, Ragazzi dentro</p>
<p>I minori stranieri stranieri nel nostro sistema di giustizia penale</p>
<p>di Valeria Pescini</p>
<p>Muovendo dalla precedente esposizione dei dati sulla popolazione detenuta minorile emerge chiaramente come un’attenta osservazione del sistema giudiziario minorile italiano non possa prescindere da un’analisi del fenomeno dei minori stranieri detenuti. Ciò che i dati ci mostrano, infatti, è una composizione della popolazione dei servizi minorili di carattere detentivo che sembrerebbe riflettere, da una parte, la stratificazione sociale del nostro Paese e, dall’altra, l’allarme sociale diffuso nell’opinione pubblica intorno a gruppi specifici di popolazione; questo si traduce in una presenza maggioritaria, all’interno degli Istituti Penali Minorili, di migranti, meridionali e rom.<br />
Con riferimento agli stranieri si può, in primo luogo, notare come tra i soggetti presi in carico dagli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni la presenza degli stranieri sia più evidente nei Servizi residenziali, ossia nell’ambito di misure più restrittive della libertà personale. Al primo semestre del 2017, infatti, gli stranieri rappresentano il 49% degli ingressi nei Centri di Prima Accoglienza (49% anche nel 2016), il 38% dei collocamenti in Comunità (arrivavano al 44% nel 2016) e il 47% degli ingressi in Ipm (50% nel 2016), mentre se si guarda all’utenza complessiva degli USSM essi ne costituiscono solo il 26% (25% nel 2016). Questi dati evidenziano una sovra rappresentazione dei minori stranieri nel sistema penale minorile italiano e, in particolare, nei luoghi in cui viene data esecuzione alle misure più contenitive. Tale sovra rappresentazione mostra come per gli stranieri, rispetto a quanto accade per gli italiani, una volta entrati nel circuito penale minorile sia più difficile evitare lo strumento detentivo.<br />
Per analizzare la presenza degli stranieri tra i detenuti minori è necessario partire dall’osservazione dei dati riguardanti i Cpa, ossia i luoghi dove i minori arrestati vengono trattenuti fino a 96 ore in attesa della convalida del fermo. Gli ingressi nei Cpa sono diminuiti nel corso degli anni e tale diminuzione ha riguardato e continua a riguardare anche gli stranieri, i quali tuttavia rappresentano la maggioranza degli ingressi nel 2017. Altrettanto interessanti sono i dati sull’uscita dai Cpa. Tra chi esce dai Cpa per l’applicazione di una misura cautelare il 49% sono stranieri (dato al 15 novembre 2017). Tuttavia se si prendono in considerazione le diverse tipologie di misure cautelari si può notare una ripartizione diseguale tra i due gruppi, la quale, sebbene più attenuata rispetto ad anni fa, evidenzia anche in questo caso una sovra rappresentazione degli stranieri a mano a mano che ci si avvicina a misure maggiormente privative della libertà personale. Dai dati aggiornati al 15 novembre 2017, infatti, emerge come gli stranieri rappresentino il 43% di coloro sottoposti a prescrizioni, il 45% di coloro cui viene prescritta la permanenza in casa, il 49% di coloro per cui viene disposto il collocamento in comunità, ma il 56% di coloro che vengono sottoposti alla misura della custodia cautelare in carcere. Le percentuali risultano all’opposto se si guarda a coloro che escono dai Cpa a seguito della remissione in libertà, tra i quali gli stranieri rappresentano il 67%. Un’interpretazione di questi dati consente di osservare come, quando l’applicazione della misura cautelare è necessaria, per i minori stranieri l’applicazione di misure alternative alla custodia in carcere risulti più difficile.<br />
Passando a osservare quanto accade negli Ipm, ossia i centri in cui avviene l’esecuzione della misura della custodia cautelare e si svolge l’espiazione della pena, e in particolare esaminando i dati sulle presenze negli Istituti, all’8 novembre 2017 gli stranieri rappresentano il 44% delle presenze in Ipm. Sostanzialmente, dunque, il mondo degli Ipm ‘ospita’ in egual misura italiani e stranieri; ciò costituisce, tuttavia, un’ulteriore conferma della selettività del sistema a danno degli stranieri, posta la suddetta sovra rappresentazione di questi ultimi all’interno del sistema. È interessante notare, inoltre, che mentre il 40% degli italiani presenti, al 30 giugno 2017, sono senza condanna definitiva, guardando agli stranieri la percentuale sale al 49%. Se, dunque, per entrambi i gruppi il sistema degli Ipm rappresenta spesso il luogo in cui si attende l’esito dei propri procedimenti giudiziari, non si può tuttavia non notare come tali percentuali rappresentino anche un elemento di disuguaglianza che, sebbene all’interno del Sistema giudiziario minorile caratterizzato dalla scelta del carcere come extrema ratio, richiama la situazione analoga del Sistema penale dei maggiorenni, in cui i detenuti stranieri non con condanna definitiva rappresentano il 42% dei detenuti stranieri presenti, una percentuale sensibilmente superiore rispetto al 32% che rappresenta i detenuti italiani imputati sul totale dei detenuti italiani presenti. Se se si guarda, invece, ai dati sugli ingressi in Ipm, entra per custodia cautelare il 74% degli italiani e il 70% degli stranieri.<br />
Un altro elemento da tenere in considerazione nell’analisi del fenomeno dei detenuti minori stranieri è la disomogeneità che caratterizza la distribuzione geografica della popolazione detenuta negli Ipm, dovuta al diverso contesto in cui sono collocati i singoli istituti. In particolare, guardando ai dati riferiti alle presenze a livello regionale alla fine del primo semestre del 2017, negli Ipm che si trovano al centro e al nord Italia si trovano generalmente pochi ragazzi italiani mentre i dati risultano invertiti al sud e nelle isole, dove i dati sulle presenze indicano una prevalenza dei detenuti italiani. Osservando anche gli ingressi negli Ipm nei primi sei mesi del 2017, il dato risulta confermato poiché, mentre il numero di stranieri supera quello degli italiani negli IPM dell’area centrosettentrionale del Paese, negli Istituti situati al meridione e nelle isole gli italiani in ingresso hanno rappresentato la netta maggioranza. Questo dato richiama quello sulla prevalenza di ragazzi meridionali nel sistema degli Ipm, posto che quasi sempre i detenuti italiani provengono dalla stessa regione in cui si trova l’Istituto.<br />
Per quanto riguarda le principali aree geografiche di provenienza dei minorenni e giovani adulti stranieri che costituiscono l’utenza dei Servizi minorili, osservando i dati riferiti all’anno 2016 e al primo semestre 2017, tra le provenienze comunitarie prevalgono la Romania e la Croazia, mentre tra le altre nazionalità europee figurano prevalentemente l’Albania, la Bosnia Erzegovina e la Serbia. In particolare, i dati relativi al primo semestre del 2017 mostrano una prevalenza di giovani provenienti dalla Romania tra gli ingressi di minori stranieri nei Cpa; tale elemento rappresenta una costante degli ultimi anni. Meno stabile il dato relativo alla seconda nazionalità straniera più rappresentata. Premesso che i numeri relativi alle altre nazionalità straniere negli ultimi anni sono stati generalmente significativamente inferiori rispetto a quelli riguardanti i giovani della Romania, si può evidenziare come negli ultimi anni il sistema dei Cpa abbia assistito a un’alternanza tra Paesi dell’est Europa e Paesi africani come nazionalità più rappresentate negli ingressi nei Centri dopo quella rumena. La seconda nazionalità più rappresentata tra gli ingressi dei minori stranieri nel primo semestre 2017 è quella della Bosnia-Erzegovina. Un altro dato che può essere interessante notare è che, se si guarda all’area geografica di provenienza più che alla singola nazionalità dei minori stranieri entrati nei Cpa, un ulteriore elemento rimasto costante negli anni riguarda la prevalenza di minori provenienti da Paesi europei (inclusi gli Stati dell’Unione europea) rispetto ai minori stranieri di nazionalità africane, sebbene la differenza numerica tra i due gruppi si sia affievolita negli ultimi anni. Guardando, invece, agli ingressi negli IPM nello stesso arco temporale riferito al primo semestre del 2017 le nazionalità straniere più rappresentate sono quelle dei minori provenienti dalla Romania (48 ingressi) e dal Marocco (36), dato che è rimasto costante dal 2014. Sembra confermarsi, inoltre, almeno guardando ai dati relativi ai primi sei mesi dell’anno corrente, il dato che (con l’eccezione del 2016) si è mostrato costante negli ultimi anni e in linea con quanto detto riguardo agli ingressi nei Cpa, ossia che guardando all’area geografica di provenienza, tra i minori stranieri che entrano negli Ipm, si ha una prevalenza di minori provenienti da Paesi europei rispetto ai minori provenienti dall’Africa.<br />
Analizzando i numeri dei minori stranieri all’interno del Sistema giudiziario minorile, un discorso a parte merita l’osservazione dei dati tenendo in considerazione l’appartenenza di genere. Il dato di partenza è ovviamente quello comune a tutto il Sistema che vede una netta prevalenza maschile tra l’utenza dei Servizi minorili, elemento che caratterizza tanto gli italiani quanto gli stranieri. Al 30 giugno 2017 le ragazze rappresentano appena il 9% dei minori detenuti negli Ipm e il 15% degli ingressi nei Cpa. Tuttavia, la componente straniera è caratterizzata da una maggiore prevalenza femminile sia per quanto concerne i Cpa sia all’interno degli Ipm. Mentre le ragazze italiane rappresentano, infatti, solo il 6% degli ingressi di minori italiani nei Cpa nel primo semestre 2017 e il 5,6% delle presenze italiane negli Ipm al 30 giugno 2017, le ragazze straniere rappresentano il 25% degli stranieri entrati nei Cpa nello stesso arco temporale e il 13% dei minori stranieri detenuti alla stessa data. La prevalenza straniera nella componente femminile all’interno del circuito del Sistema giudiziario minorile italiano non è una novità del Sistema. Tra gli ingressi nei Cpa, infatti, le ragazze straniere dal 2002 ad oggi hanno sempre rappresentato la maggioranza delle ragazze in ingresso, con percentuali quasi sempre sopra l’80% (80% degli ingressi femminili nei Cpa nel primo semestre 2017); stesse percentuali che caratterizzano gli ingressi negli Ipm (71% degli ingressi femminili negli Ipm nel primo semestre 2017). Anche per quanto riguarda le presenze negli Istituti il dato al 30 giugno di quest’anno conferma la predominante componente straniera nelle sezioni femminili, in cui le ragazze non italiane rappresentano il 64% del totale.<br />
Interessante è inoltre osservare i dati sulle minorenni straniere transitate per i Cpa e ristrette presso gli Ipm esaminando anche le informazioni riferite all’età e alla nazionalità. Per quanto riguarda i Cpa si deve evidenziare come delle ragazze straniere entrate nei Centri nel primo semestre del 2017 il 57% sia minore di 16 anni, contro il 38% delle italiane, e ben 9 ragazze straniere non siano nemmeno quattordicenni, mentre nessuna ragazza italiana ha meno di 14 anni. La componente femminile straniera che è transitata per i Cpa, dunque, risulta più giovane di quella italiana; differenza tra i gruppi che non si nota più o addirittura diventa di segno opposto con riferimento alle presenze e agli ingressi negli Ipm. Nel confronto con la popolazione maschile straniera dei Servizi minorili, inoltre, quella femminile risulta più giovane se si guarda agli ingressi nei Cpa. Al contrario, osservando i dati sui minori in ingresso o ristretti negli IPM la componente femminile straniera è meno giovane rispetto a quella maschile (dati primo semestre 2017).<br />
Le nazioni di provenienza delle minorenni straniere sono prevalentemente quelle dell’est Europa. Nei primi sei mesi del 2017 il 68% degli ingressi femminili negli Ipm e il 76% di quelli nei Cpa sono stati rappresentati da ragazze provenienti da Paesi dell’Unione europea diversi dall’Italia o da altri Paesi europei (in prevalenza dalla Bosnia-Erzegovina), mentre le altre nazionalità sono scarsamente rappresentate o totalmente assenti. Un elemento di particolare interesse si ha con riferimento ai minori provenienti da Paesi africani, tra i quali particolarmente evidente è lo squilibrio se si guarda all’appartenenza di genere, posto che tra gli ingressi nei Cpa dal primo gennaio fino al 30 giugno 2017 troviamo solo una ragazza proveniente dall’Africa, a fronte di 104 minori di sesso maschile, e tra gli ingressi negli Ipm nello stesso periodo di tempo figura solo una ragazza che proviene da Paesi africani, a fronte di 89 ragazzi, i quali costituiscono il secondo gruppo tra gli stranieri considerando una suddivisione sulla base dell’area geografica di provenienza, subito dopo quelli di provenienza europea.<br />
Per quanto riguarda i reati che vengono imputati ai minori e giovani adulti stranieri che entrano nel sistema dei Servizi della giustizia penale minorile, è interessante osservare i dati sugli ingressi nei Cpa, dai quali emerge come tra le tipologie di reato prevalgano i reati di furto e rapina, seguiti dalle violazioni delle disposizioni in materia di sostanze stupefacenti (Dpr 309/90). Nel primo semestre 2017, infatti, il 69% dei reati ascritti agli stranieri entrati in Cpa è rappresentato da delitti contro il patrimonio. Nello specifico il 56% delle imputazioni riguardanti reati contro il patrimonio si riferiscono a soggetti stranieri, mentre si scende al 39% guardando ai delitti contro la persona e al 31% per i reati contro l’incolumità pubblica, che quasi per la totalità sono violazioni della legge in materia di stupefacenti. Una percentuale uguale a quella sui reati contro il patrimonio la si può trovare unicamente in materia di reati contro lo Stato, le altre istituzioni e l’ordine pubblico, dove il 56% delle imputazioni sono a carico di stranieri; tuttavia è necessario sottolineare come il 77% di tali imputazioni riguardi il reato di violenza o resistenza a pubblico. Soffermandosi ad analizzare i suddetti dati secondo una prospettiva di genere, poi, si può notare come le ragazze straniere siano quasi esclusivamente coinvolte in reati contro il patrimonio; il 93% delle imputazioni a loro ascritte, infatti, riguarda delitti contro il patrimonio, di cui l’80% è rappresentato da furti. Tali osservazioni sono riscontrate anche dai dati sugli ingressi negli Ipm, che allo stesso modo mostrano una netta prevalenza dei delitti contro il patrimonio e, in particolare, di furti e rapine tra i reati ascritti ai detenuti stranieri.<br />
In conclusione i numeri riguardanti i minori stranieri, e in particolare i dati sulle presenze e gli ingressi nel circuito penale, sembrano confermare il carattere selettivo del sistema della giustizia minorile, all’interno del quale il carcere e le misure detentive risultano essere il luogo degli esclusi, ossia di coloro che, rappresentando le fasce più marginali della società, non riescono ad accedere a percorsi alternativi alle misure più restrittive.</p>
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