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	<title>Shrin Neshat Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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	<title>Shrin Neshat Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Orizzonte donna&#8221;. Alla ricerca di Oum Kulthum</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Mar 2018 07:20:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Ivana Trevisani Commento al film “Looking for Oum Kulthum” di Shirin Neshat &#160; &#160; La solitudine dell&#8217;artista ormai famosa nel suo palazzo, forse il prezzo pagato per il successo, si anima nel triangolo che&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;">di Ivana Trevisani</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Commento al film </span><span style="font-size: large;"><i>“Looking for Oum Kulthum” </i></span><span style="font-size: large;">di Shirin Neshat</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/oumk1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10294" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/oumk1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="294" height="221" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;">La solitudine dell&#8217;artista ormai famosa nel suo palazzo, forse il prezzo pagato per il successo, si anima nel triangolo che via via si compone: donna matura, giovane donna e ragazzina che scioglie il nodo stretto della storia e la dipana nei ricordi del magnifico bianco e nero in cui Neshat è maestra.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">E con mossa perfetta Neshat, alla colorata sontuosità che ci restituisce l&#8217;artista ormai all&#8217;apice del successo,</span><b> </b><span style="font-size: large;">sostituisce il bianco e nero di un paesaggio rurale lontano nel tempo e luogo d&#8217;origine dell&#8217;artista, che immediatamente trasporta lo spettatore agli inizi del suo cammino nel canto: una bambina</span><span style="font-size: large;"> di circa dieci anni, costretta a esibirsi travestita da beduino. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Nonostante Oum Kulthoum avesse dovuto effettivamente sottostare a quell&#8217;imposizione, perchè alle donne era vietato cantare in pubblico, l&#8217;enorme successo procuratole dalla sua magnifica voce, le consentì in seguito di assumere un intero gruppo di musicisti e di negoziare i suoi contratti, sottraendosi a una tradizione misogina imperante. La sua grandezza artistica travalicò rapidamente i confini egiziani e la sua fama le venne tanto riconosciuta da essere soprannominata </span><span style="font-size: large;"><i>Ambasciatrice dell&#8217;arte araba</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">La bellezza della sua voce, il canto sublime che dispensava, guadagnarono inoltre a Oum Kulthoum, divenuta simbolo della canzone araba, la possibilità di vivere liberamente la propria vita privata, pur segnata da difformità sentimentali: un matrimonio annullato e un altro intorno ai cinquant&#8217;anni. La stessa circostanza di non avere figli, condizione riprovevole e marginalizzante per una donna nella cultura islamica, fu tramutata simbolicamente, proclamando Oum Kulthoum </span><span style="font-size: large;"><i>Madre di tutto l&#8217;Egitto</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Ma fare un film su Oum Kulthum si rivela per la regista un vero cimento, con difficoltà crescente a catturare l&#8217;essenza della leggendaria cantante del mondo arabo, in quanto donna, artista, mito; poiché il proposito di Neshat è quello di esplorare le lotte, i sacrifici e il prezzo pagato per il successo, da un&#8217;artista donna vissuta in una società conservatrice dominata da uomini. </span></p>
<p><span style="font-size: large;"><b>U</b></span><span style="font-size: large;">n dominio che con l&#8217;espediente dell&#8217;ostruzionismo dell&#8217;attore durante le riprese del film, Neshat vuole segnalarci ancora presente nell&#8217;oggi. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Lo schiacciamento della donna da parte del patriarcato sociale è del resto una condizione che Neshat ha dovuto vivere in prima persona, e nello scorrere dell&#8217;esistenza dell&#8217;artista si inserisce quella della regista; raccontando la vicenda umana di Kulthum, Neshat ripercorre la propria. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;">Anche la storia di vita della vera regista </span><span style="font-size: large;">Shirin Neshat, è stata infatti segnata dalla prevaricazione di stampo maschilista, fotografa e videoartista iraniana, costretta all&#8217;esilio dall&#8217;avvento in patria del regime khomeinista, rimase forzatamente a New York dove si era trasferita nel 1983 dopo aver conseguendo il Master of Fine Arts alla Berkeley University frequentata dal 1974. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">La </span><span style="font-size: large;"><i>vera </i></span><span style="font-size: large;">regista, non allusione, ma realtà del film che richiede una precisazione: Neshat nella costruzione del disegno cinematografico utilizza l&#8217;escamotage della storia di una giovane regista che decide di fare un film su Oum Kulthum, e questo le consente di sfuggire alla banalità di se stessa che racconta se stessa, perchè probabilmente non questo è l&#8217;interesse profondo di Neshat, quanto piuttosto quello di trasmettere un messaggio che pur presente nelle vite delle tre donne, le trascende diventando universale. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Da un passaggio in Iran nel 1990 infatti Neshat, profondamente colpita dalle imposizioni del regime islamico esercitate in particolare nei confronti delle donne, decise che la condizione della donna islamica, il suo rapporto con il mondo maschile e più in generale il rapporto uomo-donna nella cultura islamica e in quella occidentale, sono diventati i nodi centrali della sua ricerca e creazione artistica.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Quindi non a caso inserisce nel racconto filmico delle riprese, con il suo familiare bianco e nero, un&#8217;intera sequenza della</span><b> </b><span style="font-size: large;">rivolta femminista al Cairo nel 1914, in cui le donne scesero nelle strade per chiedere diritti politici, libertà di istruzione e di scelta lavorativa.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">La polemica capziosa e apertamente maschilista dell&#8217;attore e i suoi reiterati attacchi alla regista sono volti non solo a mantenere propria e non abdicarla</span><b> </b><span style="font-size: large;">a</span><b> </b><span style="font-size: large;"><i>“una donna” </i></span><span style="font-size: large;">il possesso del Mito</span><span style="font-size: large;"><i>, </i></span><span style="font-size: large;">ma al tempo stesso a ridurre e chiudere</span><b> </b><span style="font-size: large;">al solo ambito popolare la grandezza di</span><b> </b><span style="font-size: large;">Oum Kulthoum che, effettivamente si esibì per i lavoratori dei cantieri sperduti nel deserto, per contadini, operai, costruttori e soldati, ma cantò anche per re e capi di stato e accompagnò le celebrazioni di eventi storici fondamentali. </span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/oumm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-10295 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/oumm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="236" height="320" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/oumm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 236w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/oumm-221x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 221w" sizes="(max-width: 236px) 100vw, 236px" /></a></p>
<p><span style="font-size: large;">L&#8217;inserimento dell&#8217;attore vacuo è un riconoscimento di Neshat alla universalità di Oum Kalthoum, poiché, come unanimamente testimoniato e riconosciuto da chi l&#8217;ha vissuta direttamente o ne ha raccolto i racconti, anche dopo il 1975, anno della sua morte, la presenza artistica, la vicenda singolare della donna, attraverso la sua grandezza e incanto artistico è diventata vicenda collettiva. In quella voce straordinaria che riusciva a indurre il riso più gioioso o portare a lacrime di commozione gli ascoltatori, ognuno poteva sentire la propria sofferenza, il proprio passato, il proprio presente, la propria patria, ognuno in quella voce poteva ritrovarsi.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il film, oltre all&#8217;indiscutibile valre artistico, nel doppio registro di lettura: biografico ed autobiografico, si rivela omaggio e riconoscimento della grandezza <span style="font-size: large;">di Oum Kulthum e Shirin Neshat come artiste e come donne.</span></span></p>
<p><span style="font-size: large;">Ha girato alcune delle sue opere video, video-installazioni e filmati in Turchia, in Marocco e a New York. (come Umm Kultum).</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il suo amore per l&#8217;arte si rivelava già in uno dei suoi primi lavori in cui su volto, mani e piedi liberi dai veli aveva tracciato, con scrittura calligrafica persiana versi d&#8217;amore di poetesse iraniane.</span></p>
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		<title>L&#8217;Iran e la censura protagonisti al Festival Internazionale del Cinema di Berlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 07:31:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Jafar Panahi non era presente alla 63ma edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino per la presentazione del suo ultimo film intitolato Closed curtain. Il regista iraniano de Il palloncino bianco e&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/02/NESHAT.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/02/NESHAT.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm; text-align: center;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp; </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Jafar<br />
Panahi non era presente alla 63ma edizione del  Festival<br />
Internazionale del Cinema di Berlino per la presentazione del suo<br />
ultimo film intitolato <i>Closed<br />
curtain.</i>
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
regista iraniano de <i>Il<br />
palloncino bianco</i><br />
e vincitore del Leone d&#8217;oro con <i>Il<br />
cerchio &#8211;</i><br />
imprigionato nel 2010 per aver partecipato alle manifestazioni di<br />
piazza e oggi agli arresti domiciliari con l&#8217;accusa di propaganda<br />
antigovernativa e con il divieto, per vent&#8217;anni, di girare film, di<br />
scrivere sceneggiature, di viaggiare e di rilasciare interviste &#8211;<br />
torna, quindi, con un&#8217;opera presentata al pubblico di un festival<br />
importante, sfidando le autorità.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<i>Closed<br />
curtain </i>è<br />
stato realizzato, infatti, in grande segretezza e racconta proprio la<br />
prigionia del regista nella sua casa al mare. Nelle note di regia si<br />
legge: “Ho scritto la sceneggiatura mentre ero molto depresso, cosa<br />
che mi ha portato a esplorare un mondo irrazionale, lontano dalle<br />
convenzioni”.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
E,<br />
infatti, il film del cineasta iraniano non è di facile lettura: in<br />
una villa di fronte al mare vive un uomo (il<br />
co-regista <strong>Kamboziya<br />
Partovi</strong>), in<br />
compagnia di un cagnolino saltato fuori da un borsone sigillato, è<br />
lì dentro, ha chiuso tutte le finestre e le ha coperte con teli neri<br />
in compagnia del suo cane e i cani, dal regime, sono considerati<br />
impuri e, quindi, vengono spesso sterminati. Poi entrano in scena<br />
altri due personaggi, in particolare una ragazza di nome Melika, ex<br />
giornalista embedded con istinti suicidi inseguita dalla polizia per<br />
aver fatto bisboccia in spiaggia con un gruppetto di amici;<br />
scopriremo che la ragazza non esiste, è probabilmente una proiezione<br />
dell&#8217;uomo che rimane solo, nella casa vuota. Un uomo, un artista in<br />
esilio, con le proprie frustrazioni, con la propria rabbia, con i<br />
propri desideri.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Un<br />
film metacinematografico, che accumula segni simbolici ( da segnalare<br />
l&#8217;inquadratura che apre il film) in una narrazione che si fa sempre<br />
più ritmata e sofisticata e che fa riflettere sulla censura, sulle<br />
pratiche di un governo dittatoriale, ma soprattutto sulla psicologia<br />
di una persona che è costretta a dialogare con se stessa.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
E<br />
il tema della censura è stato affrontato anche da Shrin Neshat ,<br />
presente a Berlino non come regista o videoartista, ma come giurata,<br />
la quale ha affermato che: “ Non ci sarà una nuova generazione di<br />
cineasti iraniani. (I registi) possono lavorare solo all&#8217;interno del<br />
Paese, ma poi nulla riesce ad uscire fuori” . E ha aggiunto che,<br />
comunque, il film di Jafar Panahi “verrà giudicato come opera<br />
d&#8217;arte e non per meriti politici”.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm; text-align: center;">
 </div>
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