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	<title>silenzio Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Il rapporto. Così il silenzio uccide in 169 guerre nel mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 May 2022 08:06:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>da avvenire.it Lucia Capuzzi domenica 1 maggio 2022Nel disinteresse quasi totale del mondo, ogni anno si combattono conflitti nascosti o ben lontani dai riflettori dei media Africa e Asia restano i Continenti che sopravvivono nel&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>da avvenire.it </p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Lucia Capuzzi domenica 1 maggio 2022Nel disinteresse quasi totale del mondo, ogni anno si combattono conflitti nascosti o ben lontani dai riflettori dei media Africa e Asia restano i Continenti che sopravvivono nel buio informativo</p>



<p><img src="https://www.avvenire.it/c/2022/PublishingImages/41ad1e8c323942ad8a9c86d9f7251546/05013o9o_80041698.jpg?width=1024&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Un ragazzino con il kalashnikov nel 1998 in Congo"></p>



<p>Un ragazzino con il kalashnikov nel 1998 in Congo &#8211; Ansa<a href="https://twitter.com/share?url=https%3a%2f%2fwww.avvenire.it%2fmondo%2fpagine%2fil-silenzio-uccide-in-169-guerre%3ffbclid%3dIwAR2yqTAci4oao9TzFCvaGE_xAOaNAC1nu7vvVf_h3MyxxcJSmr3R5akdKdQ&amp;text=Cos%C3%AC%20il%20silenzio%20uccide%20in%20169%20guerre%20nel%20mondo&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>



<p><a href="mailto:?Subject=Avvenire%20%20il-silenzio-uccide-in-169-guerre&amp;Body=Vorrei%20condividere%20con%20te%20questo%20articolo%20https://www.avvenire.it/mondo/pagine/il-silenzio-uccide-in-169-guerre?fbclid=IwAR2yqTAci4oao9TzFCvaGE_xAOaNAC1nu7vvVf_h3MyxxcJSmr3R5akdKdQ&utm_source=rss&utm_medium=rss"></a></p>



<p>Lo dice la parola stessa. Guerra deriva dal termine germanico&nbsp;<em>werra,</em>&nbsp;cioè mischia furibonda, dove le parti si affrontano in un corpo a corpo rozzo, sconnesso, disorganico. «Werra» è, dunque, sinonimo di caos. Non sorprende che nelle epoche di elevata instabilità geopolitica, le guerre si moltiplichino.​</p>



<p>Del resto, ricordava la filosofa Hannah Arendt, esse non servono a ristabilire i diritti, bensì a ridefinire i poteri. Più che la prosecuzione della politica con altri mezzi – come sosteneva Von Clausewitz –, sono la certificazione del suo fallimento. In questo tempo di crisi della politica e del suo principale riferimento – lo Stato nazione –, nuove fiammate belliche si sommano a vecchi scontri irrisolti.​</p>



<p>Il risultato è un susseguirsi di crisi a intensità variabile che si consumano in gran parte nel Sud del mondo e, per questo a differenza per esempio dell’Ucraina, a distanza incommensurabile dalla ribalta mediatica. Il “Conflict data program” della prestigiosa Università svedese di Uppsala ne ha censito 169 nel 2020, l’ultimo anno per cui i dati sono disponibili, per un totale di oltre 81.447 vittime. Un nuovo record, dopo 5 anni di relativo calo.</p>



<p>E da allora lo scenario è ulteriormente peggiorato. «Terza guerra mondiale a pezzi», non si stanca di definirla, fin dal 2014, papa Francesco. Solo tre dei 169 conflitti registrati implicano un confronto militare “classico” fra Stati: India-Pakistan per il controllo del Kashimir, Cina-India per la questione dell’Aksai Chin o Arunchal Pradesh e Israele-Iran, oltre ora a Russia e Ucraina. Il fatto è che nel Novecento, lo scenario bellico ha subito una «mutazione genetica», accelerata nell’ultimo quarto del secolo scorso. Se la Guerra fredda aveva articolato la conflittualità intorno a un unico spartiacque ideologico, dalla sua fine questa ha assunto connotati sempre più cangianti</p>



<p>.<img src="https://www.avvenire.it/c//2022/PublishingImages/41ad1e8c323942ad8a9c86d9f7251546/77e5136f6e_80041699.jpg?width=620&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="il centro di Aleppo devastato nel 2015"></p>



<p>il centro di Aleppo devastato nel 2015 &#8211; Ansa</p>



<p>A dominare il panorama sono, ora più che mai, i conflitti interni o “intra-statali”. «A volte, un gruppo ribelle impugna le armi contro il governo come al-Shabaab in Somalia o i taleban in Afghani- stan, prima che questi ultimi prendessero il potere lo scorso agosto – spiega Therese Pettersson, coordinatrice del Conflict data program –. Ne abbiamo individuati 53. Altre, l’attore Stato non è coinvolto. In 72 conflitti, le parti in lotta sono milizie di vario tipo che disputano il controllo di un territorio. Vi sono, infine, ventuno crisi create da organizzazioni – statali o non – che prendono di mira deliberatamente i civili». Un filo rosso unisce questo sfaccettato poliedro bellico: la tendenza crescente da parte di attori esterni di supportare militarmente uno dei contendenti. «Proxy war», «guerre per procura », le chiamano vari analisti. «Sono stati gli scontri interni a produrre le conseguenze umanitarie più gravi nei decenni post-Guerra fredda.</p>



<p>È sufficiente ricordare il dramma della Siria, dell’Afghanistan, dell’Iraq e dello Yemen. Le due eccezioni sono le guerre statuali tra Etiopia ed Eritrea (1999-2000) e quella in corso tra Mosca e Kiev», aggiunge Pettersson. Il numero dei caduti negli scontri, inoltre, è solo uno delle tragedie causate dai conflitti. «La durata è un elemento cruciale. Quanto più lo scontro si protrae nel tempo, tanto più le conseguenze umanitarie rischiano di essere catastrofiche, indipendentemente dalla sua intensità, come vediamo in Sud Sudan, Nigeria, Congo, Sudan, Somalia », calcola Robert Blecher, direttore del Future of conflict program dell’International crisis group. Una gravità, quella delle guerre prolungate, inversamente proporzionale all’attenzione internazionale, assuefatta di fronte alla cronicizzazione di crisi «lontane». I due fattori – morti e tempo – si sono intrecciati in modo perverso nella guerra afghana, conferendole il tremendo titolo più lunga e più letale: va avanti ininterrottamente, fra picchi di brutalità e timide frenate, dal 1978.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong>Le mille facce del dominio armato</strong></p>



<p><strong>5 mila i morti in più nel 2020</strong>&nbsp;(sono stati in totale 81.447) rispetto all’anno precedente</p>



<p><strong>72</strong>&nbsp;le guerre fra milizie non statali e&nbsp;<strong>21</strong>&nbsp;quelle con governi o gruppi contro i civili</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>​</p>



<p>L’emergenza fame, seguita alla riconquista di Kabul da parte dei taleban, ne è solo un’altra sfaccettatura. Secondo Blecher, infine, va incluso a pieno titolo nella categoria dei conflitti, la violenza che dilania buona parte dell’America Latina, ufficialmente “al riparo” dalla bufera bellica dall’accordo di pace in Colombia nel 2016. La realtà, purtroppo, è di segno opposto. La narco-guerra messicana, la feroce anarchia haitiana o gli scontri delle gang in Centramerica hanno costi umanitari e dinamiche a tutti gli effetti bellici. È lo svelamento di quanto affermava Hannah Arendt: il cuore della guerra – di ogni guerra, comunque la si definisca – è la ridefinizione del potere.</p>
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		<title>&#8220;LibriLiberi&#8221;. Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Oct 2019 07:59:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Il diritto al silenzio dovrebbe diventare un diritto fondamentale. Un&#8217;analisi del silenzio, in tutte le sue possibili forme è quella del sociologo e antropologo David Le Breton nel saggio “Sul silenzio.&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="497" height="800" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/sul-silenzio-2844.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13203" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/sul-silenzio-2844.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 497w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/sul-silenzio-2844-186x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 186w" sizes="(max-width: 497px) 100vw, 497px" /></figure></div>



<p>di
Alessandra Montesanto</p>



<p>Il
diritto al silenzio dovrebbe diventare un diritto fondamentale. 
</p>



<p>Un&#8217;analisi
del silenzio, in tutte le sue possibili forme è quella del sociologo
e antropologo David Le Breton nel saggio “<em>Sul
silenzio. Fuggire dal rumore del mondo</em>”
(Raffaello Cortina Editore) in maniera puntuale, appassionata e
poetica. 
</p>



<p>Il
linguaggio verbale con le pause necessarie e quello paraverbale;
l&#8217;importanza dell&#8217;ascolto; le parole omesse nella politica; il ruolo
di un segreto; la spiritualità&#8230;Questi e moti altri i temi che
abbracciano la vita individuale e collettiva, pubblica e interiore e
in cui il silenzio si fa necessario, manipolatorio, consolante,
coinvolgente. 
</p>



<p>Varie le
discipline che contemplano i concetti qui presi in esame (Psicologia,
Antropologia, Etnografia), molte le citazioni dotte (filosofi,
scrittori, poeti) e tutto rende gradevolissima la lettura di questo
testo profondo, a tratti ironico, ricco di spunti di riflessione su
come, soprattutto in Occidente, abbiamo perso il contatto autentico
con la nostra mente e con il nostro cuore, sempre proiettati verso
l&#8217;esterno e le sue mere, vane illusioni di potere e di conferme
personali. Su come ci siamo allontanati dalla Natura e dalle sue
potenzialità per migliorarci come esseri razionali. Su come ci siamo
abbandonati allo stordimento cacofonico per essere inghiottiti in un
eterno Presente, privo di senso. 
</p>



<p>Il
consiglio suggerito dall&#8217;autore sarebbe di tornare, anche solo per
qualche minuto, ad immergersi nel silenzio che non necessariamente è
assenza di suoni o rumori: il silenzio può parlare molto più di
quanto pensiamo. Abbandoniamo la paura (l&#8217; horror vacui) e proviamo a
reinvestire sul Mistero.</p>
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		<title>Una per tutte</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Nov 2018 07:37:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Patrizia Angelozzi Voglio parlare di te, Donna. Senza numeri e statistiche. Senza distinzioni di colore, luoghi di origine, lingua e cultura. Qualcuno ha atteso nove mesi per vederti nascere, crescere, sorridere e sbadigliare&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="gmail_default"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/violenza_sulle_donne.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11713" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/violenza_sulle_donne.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="399" height="465" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/violenza_sulle_donne.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1062w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/violenza_sulle_donne-257x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 257w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/violenza_sulle_donne-768x895.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/violenza_sulle_donne-878x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 878w" sizes="(max-width: 399px) 100vw, 399px" /></a></div>
<div></div>
<div>di Patrizia Angelozzi</div>
<div></div>
<div class="gmail_default">Voglio parlare di te, Donna.</div>
<div class="gmail_default">Senza numeri e statistiche. Senza distinzioni di colore, luoghi di origine, lingua e cultura.</div>
<div class="gmail_default">Qualcuno ha atteso nove mesi per vederti nascere, crescere, sorridere e sbadigliare per la prima volta. I passi, i giocattoli, la scuola, i libri per conoscere il mondo, le lingue per comprenderlo. L’amore, quello per ridere insieme. I progetti e i sogni dentro i tuoi ‘domani’.</div>
<div class="gmail_default">A te,  Madre, coi giorni da vivere per ascoltare parole nuove, piccole e grandi, abbracci teneri, giorni da festeggiare. Fotografati nella memoria. Incisi e tatuati.</div>
<div class="gmail_default">A te, con addosso il profumo dei capelli dei tuoi figli, le lacrime dei loro dolori e le speranze per il loro futuro.</div>
<div class="gmail_default">E la tua paura.</div>
<div class="gmail_default">Avrai avuto sicuramente paura, avrai avuto vergogna nel parlarne. Scavalcando ogni resistenza ti sarai spinta dentro un commissariato o un centro in cerca di tutele. Qualcuno ti avrà aiutato, consigliato, invitato a ‘fare attenzione’…</div>
<div class="gmail_default">Pazzia, si chiama così, pensare che tu possa essere un bene di proprietà…, come una strada privata a senso unico, un passo carrabile, una voragine, dove farti finire, annientare, punire per sempre.</div>
<div class="gmail_default">Punita per esistere, pensare, parlare, amare, decidere, scegliere, vivere.</div>
<div class="gmail_default">Per tutte le Donne che non ci sono più, per le armi usate contro di loro, per le parole taglienti e sanguinanti di odio, per tutti i rancori, la rabbia, la ferocia, le torture, il martirio, i silenzi spesi ad aspettare che un mostro diventasse buono…</div>
<div class="gmail_default">Per le Donne non amate, ma odiate, strattonate, violate. Indifese, offese, stuprate nell’anima e nel corpo, quelle dagli occhi spenti e il coraggio di continuare a proteggere quella che credevano una famiglia. Per quelle che hanno urlato, denunciato, raccontato, allontanato senza riuscire a sopravvivere.</div>
<div class="gmail_default">Per te, per voi, oggi chiedo giustizia. Protezione. Aiuto.</div>
<div class="gmail_default">L’urgenza è vivere e non morire. Mai più.</div>
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		<title>&#8220;Rompiamo il silenzio sull&#8217;Africa&#8221; l&#8217;appello di Alex Zanotelli ai giornalisti italiani</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jul 2018 11:53:12 +0000</pubDate>
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«Rompiamo il silenzio sull’Africa.<br />
Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo</p>
<p>Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo, come missionario e giornalista, uso la penna per far sentire il rv grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani, come in quelli di tutto il modo del resto.</p>
<p>Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.</p>
<p>So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che veramente sta accadendo in Africa.</p>
<p>Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa.</p>
<p>È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.</p>
<p>È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.</p>
<p>È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.</p>
<p>È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.</p>
<p>È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.</p>
<p>È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.</p>
<p>È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.</p>
<p>È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.</p>
<p>È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.</p>
<p>È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.</p>
<p>È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).</p>
<p>Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.</p>
<p>Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.</p>
<p>Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.</p>
<p>Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.</p>
<p>Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.</p>
<p>E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).</p>
<p>Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti?</p>
<p>Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.</p>
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		<title>&#8220;LibriLiberi&#8221;. Geo-grafie del silenzio</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Oct 2017 08:48:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La casa editrice Mimesis ha deciso di pubblicare una serie di libelli, all&#8217;interno di una collana chiamata ”Accademia del silenzio”, curata da Duccio Demetrio e Nicoletta Polla-Mattiol. Ogni libro, di circa cinquanta pagine, contiene riflessioni sul tema del SILENZIO, declinato tramite diverse discipline e sensibilità. E ogni libro è un piacere per la mente e per lo spirito.</p>
<p>Oggi vi parliamo del testo intitolato <i>Geo-Grafie del silenzio</i> di Daniela Finocchi, giornalista, saggista, da sempre interessata ai temi del mondo femminile.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/9788857522197.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9506" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/9788857522197.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="192" height="300" /></a></p>
<p>Ideatrice del Concorso nazionale Lingua Madre, destinato alle donne straniere in Italia, in questo percorso letterario commenta proprio alcuni brani scritti dalle partecipanti alle ultime edizioni, fornendo così un quadro dei cambiamenti della nostra società, mettendo in luce le problematiche legate alle migrazioni al femminile, costruendo un ponte tra culture diverse.</p>
<p>Nell&#8217;introduzione si legge: “Quella delle donne è una storia condivisa, a lungo caratterizzata dal silenzio, inteso però come rimozione, svilimento e negazione della soggettività femminile. Un silenzio spesso cercato dalle donne stesse, per sottrarsi all&#8217;inautenticità di una lingua &#8216;straniera&#8217;, in quanto lingua della cultura patriarcale&#8230;”. Ecco allora le parole di una madre per un figlio: “ E ho taciuto. Farò del mio meglio per imparare una nuova lingua per comunicarti tutto il mio amore, tradotto e intraducibile. Per te diventerò l&#8217;occidentale nell&#8217;aspetto e nell&#8217;appetito&#8230;Ma sappi che in me una sola cosa non potrà mai mutare: il mio silenzio. Non è un silenzio rancoroso o intriso di sfiducia. Non è il mero opposto al rumore&#8230;Il silenzio orientale è privo di giudizio e, di conseguenza, scevro di dolore&#8230;Quindi, figlio mio, ricorda sempre che quando vorrai ascoltare davvero la voce di tua madre, dovrai ascoltare i suoi silenzi”, parole di Laila Waida, indiana. Si parla, poi, del corpo della donna, “spesso ridotto al silenzio, sminuito o strumentalizzato dalla cultura patriarcale” e Luciana Petrovich ci ricorda che fu con la civiltà greca che venne elevato il corpo maschile a paradigma di perfezione e di bellezza, come emblema di potenza e di salute.</p>
<p>Besa Mone, albanese, racconta delle difficoltà della figlia Anila per diventare insegnante e, con grande ironia, scrive: “Finchè vuoi istruirti nella scuola italiana sei libera di farlo (per la primaria e la secondaria non serve neanche il permesso di soggiorno), istruire gli altri non te lo permettono”.</p>
<p>Il libro – denso e importante per i suoi riferimenti all&#8217;antropologia, alla psicologia, all&#8217;etnografia – rimanda anche al legame tra il Femminino e la Terra nei testi di Aminata Aidara, senegalese, Yolanda Parra, dalla Colombia o della russa Evgenia Kniazeva: “ &#8230;Il parto fu lungo e doloroso. La sua coscienza oscurata sembrava essersi distaccata dal corpo. In un istante si trovò sulla riva di un fiume. Era un fiume largo, con l&#8217;acqua torbida. Piccole case in legno, un grande ponte in lontananza, una delle case era quella di sua nonna”.</p>
<p>Relazioni intergenerazionali, istinto a dare e proteggere la Vita, senso di accoglienza e di protezione, l&#8217;importanza della cura di sé e degli altri: questo e molto altro negli scritti delle donne che partecipano al concorso. Sarebbe utile far leggere <i>Geo-Grafie del silenzio </i>agli uomini, portarlo nelle scuole per ripristinare quell&#8217;alleanza feconda e costruttiva tra i due poli dell&#8217;umanità. Sarebbe utile consigliarlo, regalarlo, diffonderlo perchè è importante per recuperare un buon rapporto con gli “Altri” (stranieri e non solo), con i nostri familiari, con la Natura che ci circonda; per ritrovare un linguaggio comune che si basi sui valori positivi e per ricordare che l&#8217;armonia sociale, civile, politica parte dai piccoli gesti e anche da pratiche silenziose, ma incisive.</p>
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		<title>Chi ferisce, uccide</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2016 08:07:51 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Patrizia Angelozzi<b> </b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-536.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6933" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6933" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-536.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (536)" width="770" height="439" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-536.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 770w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-536-300x171.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-536-768x438.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 770px) 100vw, 770px" /></a></p>
<p>Sul web e sulla carta stampata, titoli di richiamo morbosi. Dettagli scabrosi, a ‘tirare dentro i pensieri ‘ oscure vicende rese note in modo volgare e triviale. Un mondo, quello della comunicazione che troppo spesso mira a distruggere qualsiasi parte rimasta illesa rivolta all’onestà, alla positività, alla legalità.</p>
<p>Eppure esiste anche dentro un mondo malato, <b>una parte di persone che nelle situazioni più complicate, vede, osserva, agisce. E’ il caso dei docenti che hanno trovato tra i temi in classe, vicende di stupri </b>e violenza inaudita, che sebbene nella consapevolezza di vivere in un contesto omertoso, non hanno fatto passi indietro o ignorato.<br />
Sono i docenti della ‘ragazza’ diventata conosciuta alle cronache, che dall’età di 14 anni è stata violentata da un gruppo per ben tre anni. Lo sapevano tutti, i responsabili, il paese, i genitori che per qualche strana modalità di protezione hanno taciuto.<br />
Persone consapevoli di avere a che fare con ‘materiale umano’ da difendere e proteggere davvero. Allo stato attuale non risultano azioni di merito rivolte a questi insegnanti per aver superato il muro del silenzio. Eppure, loro il muro lo hanno buttato giù.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-535.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6934" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6934" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-535.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (535)" width="380" height="270" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-535.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 380w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-535-300x213.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Così come non esistono regole sul web, diventato circuito che umilia, mortifica, amplifica anche dove, per buonsenso e logica, avrebbe dovuto ‘eliminare’ a prescindere un video compromettente di una donna che per motivi personali aveva scelto di registrare un filmato.<br />
<b>L’assalto mediatico, le parole di offese, diventate ferite sempre più profonde. Sono diventate cancrena, perdita di sangue, di identità, di libertà di esistere</b>. L’unica scelta rimasta è stata il suicidio, trasformato in dibattito pubblico senza alcun ritegno. Senza un pensiero per i familiari, per Lei, per chi vicino a lei.<br />
In questo profondo baratro, neanche nella morte, le è stato concesso il ‘riposo’.</p>
<p>Un richiamo alla deontologia, senza lasciare che passino di ‘porta in porta’, urla di dolore così forti rimaste nel silenzio di una realtà che nega, rinnega, punisce, decapitando la vita ancor prima che sia finita.<br />
<b>Il silenzio ferisce a morte chi subisce e non ha voce, chi nel terrore e nella vergogna, ogni giorno inventa un modo per sopravvivere</b>.</p>
<p>Una pensiero a chi non c’è più, una speranza di ricostruzione a chi ha subito.<br />
Senza nomi in grassetto, senza riportare dettagli, senza scavare nelle vite degli altri.<br />
Senza fare silenzio e senza troppo chiasso. Per restare vivi e ricordare di essere umani e veri.</p>
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