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	<title>sociali Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Appello alla solidarietà internazionale: la protesta sociale è un diritto!</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2023 09:09:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani aderisce e divulga il seguente appello Di fronte alla gravissima repressione che si sta vivendo in questi giorni in Perù, che ha già causato più di 50 morti, di&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p> <strong>Associazione Per i Diritti umani </strong>aderisce e divulga il seguente appello</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/Proteste-Peru-scaled-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/Proteste-Peru-scaled-1-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16869" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/Proteste-Peru-scaled-1-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/Proteste-Peru-scaled-1-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/Proteste-Peru-scaled-1-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/Proteste-Peru-scaled-1-1536x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/Proteste-Peru-scaled-1-2048x1366.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Di fronte alla gravissima repressione che si sta vivendo in questi giorni in Perù, che ha già causato più di 50 morti, di cui 7 minorenni, i cittadini peruviani residenti in Italia invitano i rappresentanti delle istituzioni, i parlamentari, i partiti politici, i sindacati, le organizzazioni sociali e culturali laiche e religiose e i singoli cittadini a sottoscrivere il seguente appello di solidarietà.&nbsp;</p>



<p>Chiediamo anche il vostro sostegno finanziario per aiutare a sostenere i bisogni primari delle migliaia di manifestanti che sono giunti nella capitale da diverse regioni del paese per esercitare il loro legittimo diritto alla protesta.&nbsp;</p>



<p>Le donazioni possono essere effettuate sul seguente conto corrente bancario:&nbsp;</p>



<p>IBAN: IT83O0358901600010570275236&nbsp;</p>



<p>A nome di Edda Milagros Pando Juarez&nbsp;</p>



<p>Banca Allianzbank&nbsp;</p>



<p>La mail per inviare le adesioni e maggiori informazioni è: <strong>solidarietaperu@gmail.com&nbsp;</strong></p>



<p><strong>APPELLO ALLA SOLIDARIETA&#8217; INTERNAZIONALE&nbsp;</strong></p>



<p><strong>LA PROTESTA SOCIALE È UN DIRITTO!&nbsp;</strong></p>



<p>Da più di 50 giorni migliaia di cittadini peruviani manifestano contro il governo di Dina Boluarte. La protesta è iniziata nelle città della Sierra meridionale e si è estesa ad altre regioni del Paese. Pochi giorni fa, folte delegazioni, per lo più composte dai popoli Quechua e Aymara, si sono recate nella capitale, Lima, dando vita alla Marcia dei Quattro Suyos.&nbsp;</p>



<p>La risposta del governo alla protesta sociale è stata una spropositata repressione, che ha già provocato più di 50 vittime, oltre a decine di feriti e arresti.&nbsp;</p>



<p>• Il governo di Dina Boluarte nega alla popolazione il legittimo diritto alla protesta sociale attraverso l&#8217;uso eccessivo e violento della polizia e della forza militare. I manifestanti affermano che la polizia spara per uccidere e questa versione trova conferma nei referti dei medici forensi che hanno rivelato che molti dei corpi esaminati presentano colpi precisi alla testa e al torace. Nonostante le prove, il governo continua a negare di aver commesso eccessi, difende la “condotta immacolata” della polizia e incolpa i manifestanti di quanto sta accadendo.&nbsp;</p>



<p>• Il governo Boluarte ha scatenato una campagna di criminalizzazione dei cittadini che protestano, definendoli terroristi, vandali e criminali. Questo discorso riporta il Paese al clima sinistro del regime di Alberto Fujimori, quando furono commesse gravissime violazioni dei diritti umani.&nbsp;</p>



<p>Fatte queste considerazioni, i firmatari di questo appello chiedono:&nbsp;</p>



<p>• che siano ascoltate le istanze dei manifestanti: un governo che in 50 giorni ha provocato 57 vittime, di cui 7 minori, oltre a più di mille feriti, è un governo che ha perso la sua legittimità; • L&#8217;immediata cessazione della violenza e il rispetto del diritto alla vita;&nbsp;</p>



<p>• La fine della campagna di criminalizzazione e discriminazione dei manifestanti e il rispetto del diritto alla protesta.&nbsp;</p>



<p><strong>Nessuno dovrebbe morire esercitando il proprio diritto a protestare!</strong></p>
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		<title>La casa vivente. Intervista all&#8217;antropologo Andrea Staid</title>
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		<pubDate>Fri, 14 May 2021 08:29:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani ha avuto il piacere di intervistare l&#8217;antropologo e docente Andrea Staid sul suo ultimo saggio dal titolo &#8220;La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire&#8221; (ADD Editore) e&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha avuto il piacere di intervistare l&#8217;antropologo e docente Andrea Staid sul suo ultimo saggio dal titolo &#8220;La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire&#8221; (ADD Editore) e lo ringrazia per la sua disponibilità.</p>



<p><em>Abitare è una delle principali caratteristiche dell’essere umano e la casa è il luogo umano per eccellenza. Domandare a qualcuno «dove vivi?» vuol dire chiedere notizie sul posto in cui si svolge la sua attività quotidiana. Ma soprattutto su quello che dà senso alla sua vita. Servendosi anche di un suggestivo giro del mondo tra le architetture vernacolari, il libro va in cerca del senso profondo dell’abitare. Dalle Ande peruviane alle montagne indiane, passando per il Vietnam e la Mongolia, Andrea Staid ci racconta che una palafitta sul lago Inle in Myanmar si regge su pali di bambù che vanno controllati e spesso cambiati, oppure che le travi del pavimento di una casa nelle montagne del Laos invecchiano, respirano e vanno revisionate. Ci racconta quindi che le case sono vive. In questo libro non ci sono solo esperienze lontane, perché dai viaggi c’è sempre un ritorno e ovunque sta nascendo la consapevolezza di quanto sia importante vivere (dunque abitare) in un modo più sostenibile ed ecologico. Da questa necessità nascono le esperienze di autocostruzione che stanno crescendo in tutta Italia e la scelta dell’autore di abitare in un rapporto diretto con la natura, in una casa che di natura si nutre e che è stata costruita assecondandone i ritmi e gli spazi. &#8220;La casa vivente&#8221; unisce antropologia ed esperienza personale, viaggio ed etnografia e ci invita a ripensare il nostro modo di immaginarci nello spazio.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/163105011_478971999950836_3062588290089385725_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15317" width="563" height="819" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/163105011_478971999950836_3062588290089385725_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 687w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/163105011_478971999950836_3062588290089385725_n-206x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 206w" sizes="(max-width: 563px) 100vw, 563px" /></figure>



<p></p>



<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>



<p>Il tuo ultimo lavoro si intitola “La casa vivente”: qual è il legame tra la “casa” e l&#8217;identità?</p>



<p>Credo che sia un legame stretto e importante. Sono convinto che il modo e il luogo in cui abitiamo definisca un ambito nel quale si può costruire la propria identità e cultura. L’abitare rappresenta l’azione propria dell’uomo che riflette e non si assoggetta semplicemente alla vita; l’essere umano “abita” la casa quando non si limita a subire l’esistenza e le fatiche del vivere. In questo modo “abitare” assume il senso del prendersi cura, di sé e degli altri.</p>



<p>Il premio Oscar 2021 è andato al film <em>Nomadland</em> in cui la protagonista, Fern, vive in un vecchio furgone: la sua è stata una scelta consapevole, dettata dalla volontà di abbandonare le logiche capitalistiche e convenzionali dell&#8217;Occidente. In quali modi è possibile fare ritorno a stili di vita in sintonia con l&#8217;ambiente e con la stessa natura umana?</p>



<p>I modi sono tanti e non credo che ce ne sia solo uno giusto, credo che sia fondamentale però non separare questo tema ovvero, il modo in cui costruiremo e abiteremo il mondo nel prossimo futuro, dai principi dell’interculturalismo e del ripensamento postcoloniale, che promuovono indirettamente l’importanza della biodiversità e della valorizzazione delle forme di vita di un ecosistema. Un primo significato di comunità si trova proprio nel contesto dell’ecologia, e indica l’insieme di organismi che condividono uno stesso ecosistema e interagiscono alloro interno. Nel nostro ripensamento credo sia fondamentale prendere in considerazione riferimenti estranei al mondo industriale e occidentale, perché allargano il panorama verso modi “altri” di vivere e pensare lo spazio abitato. Questo significa avere un approccio ecologista decoloniale, come scrive Malcom Ferdinand, perché il degrado ambientale non può essere dissociato dai rapporti di dominio razziale che derivano dal nostro modo di abitare la Terra e da un sentimento di legittimità nell’appropriarsene. Esiste uno stretto legame tra diseguaglianze sociali e distruzione dell’ambiente e credo sia importante riuscire a connettere queste tematiche all’eredità razzista.</p>



<p>Distruzione della natura e oppressione sociale sono da sempre legate eppure, negli appelli ad affrontare l’urgenza climatica, si continuano a vedere slogan privi di un pensiero sociale. Risolvere la questione dell’inquinamento e della scarsità di risorse solo attraverso soluzioni tecnocratiche tipo la geoingegneria o i mercati di carbonio, come vorrebbe la green economy, non va alla radice del problema. Serve un ripensamento globale del sistema legandolo alla storia coloniale, come forma strutturata di distruzione degli ecosistemi e di “altericidio”. L’architettura indigena è invece stata, e in alcuni casi continua a essere, una risposta sostenibile alla necessità dell’essere umano di abitare il proprio spazio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15318" width="586" height="330" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-1536x864.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 586px) 100vw, 586px" /></figure>



<p>Il viaggio è un&#8217;opportunità per una tras-formazione personale e hai avuto modo di vistrare il Mynamar e con il meraviglioso (in senso letterale) Lago Inle: come ha suscitato le tue riflessioni su nuove forme dell&#8217;abitare?</p>



<p>Non solo il Myanmar in generale sono rimasto colpito dal modo di abitare indigeno sia nel sud est asiatico che in centro America, passando per la mongolia e il Marocco…</p>



<p>Se guardassimo a chi non si è tuffato nell’onda del progresso senza meta delle megalopoli, potremmo scoprire che è ancora possibile soddisfare le nostre necessità abitative sfruttando meno le limitate risorse disponibili, provocare un impatto minore sui nostri fragili ecosistemi, generare un legame profondo tra i costruttori, l’ambiente, i materiali impiegati e l’intera comunità. Tornare a essere homo faber è una necessità per il futuro che costruiremo, significa imparare di nuovo a essere donne e uomini artefici, in grado di trasformare la realtà grazie alle proprie capacità pratiche e intellettuali.</p>



<p>Nella società contemporanea viviamo una crisi del saper fare, soprattutto nell’ultimo periodo pandemico legato al covid-19, siamo stati costretti a casa e le nostre relazioni sono state sempre più con e attraverso macchine e oggetti industriali; di fatto, stiamo vivendo una limitazione drastica delle esperienze sensoriali. Una delle caratteristiche anatomiche principali di noi ominidi è il pollice opponibile che ci permette di manipolare gli oggetti con grande controllo e precisione; noi animali umani ci siamo plasmati culturalmente producendo e lavorando oggetti, e l’essere diventati sempre più homo comfort sta compromettendo passaggi cruciali della conoscenza manuale e culturale della nostra specie.</p>



<p>Gli edifici delle comunità indigene che ho incontrato in questi anni e che racconto nel mio libro “la casa vivente”, non sorgono nel vuoto, fanno parte della vita e della cultura dei popoli che rappresentano, non rimangono immutate nel tempo, ma si modificano e si arricchiscono con l’incontro di nuove tecnologie costruttive. Sono convinto che l’architettura spontanea ci insegna qualcosa sulla vita e sulle tradizioni dei popoli indigeni, riflettendo le nostre esperienze come in uno specchio.</p>



<p>La Giustizia è un concetto, è un valore sicuramente da perseguire che rimane, però, troppo spesso lontana dalla verità dei fatti. L&#8217;abitare condiviso, invece, la casa comune propongono una nuova idea di solidarietà concreta: qualis arebbero altri passaggi utili per affermare un&#8217; Etica della cura che consideri anche l&#8217;Altro distante nello spazio e l&#8217;Altro distante nel tempo? (Per citare Elena Pulcini alla quale va il nostro più caro ricordo)</p>



<p>Credo che una concezione di abitare i luoghi che si ispiri ai principi dell’economia circolare, quale modello economico idoneo a rigenerarsi da solo, attraverso la valorizzazione degli scarti di consumo, l’estensione del ciclo di vita dei prodotti, la condivisione delle risorse, l’impiego di materie prime seconde e l’uso di energia da fonti rinnovabili oltre che ovviamente con una condivisione e visione allargata del concetto di “bene comune” possa essere un modo per affermare quella che hai chiamato un’etica della cura. L’obiettivo del mio libro non è quello di fomentare un dibattito “solo” su come costruiamo case, ma di costruire un mondo nuovo a partire da come concepiamo ciò che costruiamo.</p>
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		<title>Povertà: appello OMS ai governi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2021 08:23:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da labottegadelbarbieri.org) di Gianluca Cicinelli Welfare e sanità gratuita per tutti, rimozione delle barriere economiche che impediscono l’accesso ai servizi per le fasce economicamente deboli della popolazione, combattere le disparità di genere, costruzione di&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>(da labottegadelbarbieri.org)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="750" height="422" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/povertà.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15226" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/povertà.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 750w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/povertà-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></figure>



<p></p>



<p>di Gianluca Cicinelli</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft"><a href="https://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2021/04/bread-2542308_960_720.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2021/04/bread-2542308_960_720-300x158.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-109109"/></a></figure></div>



<p>Welfare e sanità gratuita per tutti, rimozione delle barriere economiche che impediscono l’accesso ai servizi per le fasce economicamente deboli della popolazione, combattere le disparità di genere, costruzione di quartieri sicuri, sani e inclusivi. Quelle che ormai, visti i tempi, sembrerebbero le conclusioni del comitato centrale degli ultimi bolscevichi superstiti, sono in realtà le proposte della moderatissima Organizzazione Mondiale della Sanità per fronteggiare l’aggravamento della povertà mondiale causato dalla pandemia da Covid.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2021/04/poverty-1148934_960_720.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2021/04/poverty-1148934_960_720-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-109110"/></a></figure></div>



<p>Abbiamo visto nei giorni scorsi come in Italia le persone che vivono al disotto della soglia di povertà sono diventate 5 milioni e 600 mila ma la stima nel mondo – dal momento in cui è cominciata l’ultima crisi sanitaria – è che ai poveri esistenti si siano aggiunte fra 119 e 124 milioni di persone.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2021/04/begging-1683496_960_720.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2021/04/begging-1683496_960_720-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-109111"/></a></figure></div>



<p>Il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà estrema era passato da 1 miliardo 895 milioni nel 1990 a 736 milioni nel 2015 grazie alle campagne lanciate negli scorsi anni dalle organizzazioni non governative di contrasto al fenomeno in accordo con l’azione delle Nazioni Unite; ma il covid ha riaperto drammaticamente la partita portando a un incremento esponenziale dei nuovi poveri. Secondo l’indicatore adottato dalla Banca Mondiale, contestato da molte Ong, la soglia della povertà è fissata sulla soglia di chi vive con 1,90 dollari al giorno, ma in realtà non si basa su una valutazione diretta del costo dei beni essenziali. Alzando l’asticella alle esigenze fondamentali – una dieta di almeno 2.100 calorie al giorno e uno spazio in cui vivere di almeno tre metri quadrati – la soglia sotto cui possiamo parlare di povertà assoluta è di 2,63 dollari nei Paesi in via di sviluppo e di 3,96 dollari in quelli ad alto reddito.&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2020/07/21/lotta-alla-poverta-nel-mondo/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Questi dati erano contenuti nell’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani del 7 luglio scorso</a>.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2021/04/children-of-war-1172016_960_720.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2021/04/children-of-war-1172016_960_720-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-109112"/></a></figure></div>



<p>Già prima della crisi derivata dal covid, si leggeva nel rapporto, abbiamo sprecato un decennio nella lotta contro la povertà, con un trionfalismo fuori luogo che ha bloccato proprio le riforme che avrebbero potuto prevenire gli effetti peggiori della pandemia. Le stime rese note ieri dall’Oms sono di gran lunga peggiori delle previsioni fatte nel luglio scorso dall’Onu, ferme a 70 milioni di nuovi poveri, che in realtà sono tra i 119 e i 124 milioni. Le malattie e le morti per covid, secondo l’Oms, sono state più elevate fra i gruppi che affrontano discriminazioni, povertà, esclusione sociale in condizioni di vita e di lavoro quotidiane avverse, comprese le crisi umanitarie. I tassi di mortalità sotto i 5 anni fra i bambini delle famiglie più povere sono il doppio di quelli dei bambini delle famiglie più ricche. L’aspettativa di vita per le persone nei Paesi a basso reddito è di 16 anni inferiore a quella per le persone che vivono nei Paesi ad alto reddito.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2021/04/man-1550501_960_720.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-4" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2021/04/man-1550501_960_720-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-109113"/></a></figure></div>



<p>Per questi motivi l’Oms ha lanciato <strong>cinque azioni urgenti</strong> per un mondo più sano e più giusto. La più urgente è quella di rendere disponibili e a tutti coloro che ne hanno bisogno vaccini sicuri ed efficaci, ma anche risorse basilari come l’ossigeno medico, le mascherine, i test diagnostici e i medicinali. La seconda azione urgente è quella di investire nell’assistenza sanitaria di base, un obiettivo che i governi possono raggiungere semplicemente spendendo l’1% in più del Pil. Dare priorità alla salute e alla protezione sociale con appositi programmi nazionali è la terza azione proposta dall’Oms. C’è poi la necessità di costruire quartieri sicuri, sani e inclusivi, visto che l’80% della popolazione mondiale che vive in condizioni di estrema povertà vive nelle zone rurali. La quinta azione richiesta consiste nel rafforzare i dati e i sistemi di informazione sanitaria per capire dove esistono le disuguaglianze e affrontarle, visto che il covid ha prosperato fra le disuguaglianze nelle nostre società e le lacune nei nostri sistemi sanitari.</p>



<p></p>



<p></p>



<h3></h3>



<p></p>
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		<title>Tribunale di Roma: discriminatorio il rifiuto all’apertura di un conto corrente ai richiedenti asilo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2021 08:09:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(Da Asgi.it) I richiedenti asilo hanno diritto all’apertura di un conto corrente di base in attesa del rilascio del permesso di soggiorno. Il Tribunale di Roma ha confermato, con ordinanza del 26 gennaio 2021,&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>(Da Asgi.it)</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2020/12/jude-beck-41uCnC2RDck-unsplash-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-42536"/></figure>



<blockquote class="wp-block-quote"><p><strong>I richiedenti asilo hanno diritto all’apertura di un conto corrente di base in attesa del rilascio del permesso di soggiorno</strong>.</p><p><strong>Il Tribunale di Roma ha confermato, con ordinanza del 26 gennaio 2021, il decreto emesso inaudita altera parte il 21 dicembre 2020.</strong></p></blockquote>



<p>La vicenda riguardava un richiedente asilo regolarmente soggiornante che aveva formalizzato domanda di protezione internazionale ma che era in possesso della sola ricevuta attestante la formalizzazione della domanda di asilo poiché, a causa della pandemia, gli erano stati più volte rinviati gli appuntamenti in Questura per poter ritirare il c.d. “permesso giallo”.</p>



<p>La decisione è particolarmente rilevante perché costituisce una conferma di un importante principio già stabilito dalle&nbsp;<a href="https://www.asgi.it/notizie/diritto-ad-aprire-un-conto-corrente-di-base-in-assenza-di-carta-didentita-pubblichiamo-la-circolare-di-abi/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Comunicazioni interne dell’ABI&nbsp;</a>e delle stesse&nbsp;<a href="https://www.asgi.it/discriminazioni/poste-italiane-s-p-a-comunica-a-tutte-le-filiali-lobbligo-di-aprire-conti-correnti-di-base-ai-richiedenti-asilo/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Poste Italiane</a>&nbsp;ma che è rimasto purtroppo inapplicato: il rifiuto opposto dalle Poste e dalle Banche all’apertura del conto corrente di base ai richiedenti asilo (anche quando muniti della sola ricevuta di permesso) è&nbsp;<strong>illegittimo e costituisce discriminazione</strong>.</p>



<p>Il conto corrente rappresenta infatti un diritto fondamentale poiché, in assenza, non è possibile essere regolarmente assunti e retribuiti da un datore di lavoro, nonché accedere alle prestazioni sociali e assistenziali introdotte dallo Stato italiano per la situazione di emergenza sanitaria.</p>



<p>Secondo il Tribunale infatti “e<em>merge con chiarezza sia dall’esposizione del ricorso che dagli atti allegati, che parte ricorrente contesta il comportamento discriminatorio di Poste Italiane che impedisce ai richiedenti asilo ancora non in possesso del permesso di soggiorno cartaceo per richiesta di asilo, ma solo della ricevuta comunque munita di fotografia, di aprire un conto corrente di base; richiamando peraltro una norma, l<strong>’art. 126-noviesdecies del Testo Unico Bancario, introdotta proprio in funzione antidiscriminatoria, così come la circolare ABI e la comunicazione interna di Poste Italiane</strong>, anch’essere richiamate.&nbsp;</em><strong><em>Non vi è dubbio, pertanto, che il rifiuto di Poste di aprire il conto corrente di base per la mancanza del permesso di soggiorno definitivo, tenuto conto dei tempi lunghissimi per ottenerlo anche a causa delle chiusure dovute all’emergenza pandemica, costituisca una condotta discriminatoria</em>.<em>“</em></strong><em>.</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>Il Tribunale ha dunque ordinato a Poste Italiane spa di cessare la condotta discriminatoria che impedisce ai richiedenti asilo in possesso di ricevuta attestante la presentazione di domanda di protezione internazionale (in corso di validità munita di fotografia del titolare rilasciata da un’amministrazione dello Stato e con indicazione del nome e della data di nascita del richiedente) di aprire un conto corrente di base presso i propri sportelli.</p></blockquote>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Dittatura nell’epoca del Covid19</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2020 07:51:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi Come si può comportare un regime come quello del Venezuela davanti ad una pandemia come il Coronavirus? Aiutando e assistendo il popolo? Emanando dei decreti o creando delle manovre economiche-sociali-sanitarie per&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="700" height="394" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/mascherina3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13907" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/mascherina3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 700w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/mascherina3-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure></div>



<p>di Tini Codazzi</p>



<p></p>



<p>Come si può comportare un regime come quello del Venezuela davanti ad una pandemia come il Coronavirus? Aiutando e assistendo il popolo? Emanando dei decreti o creando delle manovre economiche-sociali-sanitarie per proteggere la popolazione?  </p>



<p>La
Croce Rossa Venezuelana e la Associazione Venezuelana di Pediatria
affermano che il 70% degli ospedali in tutto il territorio nazionale
non ha acqua potabile, il 63% non ha luce, il 73% non ha gas. Le
Associazioni di medici affermano che il 92% non ha sapone di nessun
tipo, il 61% non ha mascherine, l’80% non ha guanti monouso. Senza
parlare di infrastrutture, forniture sanitarie e medicinali. Il caos
nel caos. 
</p>



<p>In
una situazione così complicata, in un paese dittatoriale, il
coronavirus, purtroppo, calza a pennello. A marzo, il regime ha
decretato la quarantena e il distanziamento sociale immediatamente,
in stile dittatoriale ha mandato sulle strade la polizia per
controllare la gente, per intimidirla, non è normale avere panico di
uscire per comprare il pane o le uova o avere paura di andare in un
ospedale perché si sospetta di aver contratto il virus. Se ti becca
un poliziotto bolivariano in vena di fare “il suo lavoro” ti fa
sparire. La repressione, adesso, è “legale”, la quarantena
dev’essere rispettata. L’isolamento si usa per continuare a
commettere delle arbitrarietà. Il Coronavirus è diventato un tema
di sicurezza nazionale e non un tema sanitario ed è una scusa
perfetta. 
</p>



<p>Rafael
Uzcátegui, direttore dell’ ONG Provea (Programa
Venezolano de Educación Acción en Derechos Humanos) ha
dichiarato in un intervista ne <em>El
País</em>: “Il
governo non ha voluto dire apertamente che sono sospese le garanzie
costituzionali e c’è una lacuna nel capire se è o non è legale
che ti fermino per strada… non ce stata nessuna risposta tecnica
davanti alla pandemia e piuttosto si è deciso di usare le forze
armate e le forze dell’ordine, al punto che c’è gente che non
parla dei propri sintomi per paura di essere presi dalle FAES (Forze
speciali della polizia su cui ci sono gravi accuse di violazione dei
diritti umani). Non esiste un protocollo di attuazione chiaro e
succedono molte arbitrarietà, tutto rimane alla discrezione delle
autorità locali, mettendo in difficoltà il lavoro umanitario di
molte organizzazioni e mettendo a rischio la popolazione che viene
seguita da queste ong.”  Provea ha ricevuto in questo ultimo mese
denunce per l’applicazione di torture fisiche alle persone che non
compiono da quarantena.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="750" height="422" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/mascherina4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13908" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/mascherina4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 750w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/mascherina4-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></figure></div>



<p>Alcune
cifre ufficiali dichiarate dalla propaganda di Maduro ci sono: 204
contagi e 9 morti. Insolito, improbabile, anzi, impossibile. 
</p>



<p>Chi ha il coraggio di denunciare numeri diversi, personale medico, giornalista o politico che sia, viene perseguitato, minacciato e perfino sequestrato. Non è un detenuto, è un sequestrato a tutti gli effetti perché la DGCIM (<em>Dirección General de Contrainteligencia Militar</em>) oppure la Polizia Nazionale Bolivariana insieme alle Forze Speciali (FAES), manco fosse un criminale di guerra-terrorista, irrompe improvvisamente a casa sua, senza mandato, controlla la proprietà e porta via senza spiegazione questa persona. Caso vuole che ultimamente sia successo a tre medici e a un infermiere, a due giornalisti, a un fotografo e a cinque membri dello staff del presidente interino Guaidó. Il giornalista Darvinson Rojas è stato sequestrato, insieme ai genitori il 21 marzo e rilasciato dopo 12 giorni. Il Dott. Julio Molino è agli arresti domiciliari e accusato di reato di incitazione all’odio e associazione per delinquere. Mauri Carrero e Demóstenes Quijada sono due membri dello staff di Guaidó sequestrati nel cuore della notte dalle rispettive case. La Carrero è ragioniere e Quijada è consulente. Non si conoscono le ragioni per la loro detenzione illegale e non si conosce il loro luogo di permanenza. Questi sono i nuovi <em>desaparecidos</em>, colpevoli di aver denunciato problemi negli ospedali, cifre diverse di contagi, notizie, colpevoli di aver informato e di fare il loro lavoro. Anche i giornalisti venezuelani all’estero, che hanno lasciato il paese perché perseguitati, vengono comunque perseguitati attraverso parenti e/o amici, di nuovo, grazie a questa nuova situazione.</p>



<p>La
risposta alle domande iniziali c’era già. Lo sapevamo appena si è
diffuso nel mondo il coronavirus… era solo questione di tempo,
sapevamo che poteva dare aria al regime. D’altro canto, sappiamo
anche che la pandemia, con i passo inclemente del tempo, potrebbe
essere un deterrente per smantellare definitivamente il regime.
Speriamo sia la seconda. 
</p>
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		<title>&#8220;La banalità dell&#8217;hate speech&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Dec 2019 07:26:33 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Matteo Vairo</p>



<p>Fino a poco tempo fa, dopo essermi presentato, quasi come un automatismo mi sentivo dire “<em>Ah Matteo! Che bel nome!</em>” . Ultimamente invece a seconda del colore della sciarpa indossata dal <em>tifoso</em> del momento, non ho risposte, ma solo sguardi che vorrebbero dirmi “<em>Mi dispiace</em>!”</p>



<p>Banale come inizio ma..significativo.</p>



<p>Significativo perché ormai sembra che
tutto sia in qualche modo <em>contaminato</em>.. contaminato da un
bisogno spasmodico di polemizzare e/o politicizzare qualsiasi
pensiero venga espresso, qualsiasi tema diventa <em>scottante </em>che
siano migranti, vaccinazioni o animali</p>



<p>E se quello del nome può essere un
esempio banale, cercherò di raccontare un qualcosa di più..concreto.</p>



<p>Sono un operatore umanitario, mi occupo
di vulnerabilità da più di 10 anni ed in questo lasso di tempo ho
avuto modo di rapportarmi con persone fragili di qualsiasi
nazionalità, ideale politico ed estrazione sociale possibile ed
immaginabile.</p>



<p>Fino a poco tempo fa (dopo essermi
presentato) non appena qualificatomi mi sentivo dire “<em>Ce ne
vorrebbero di persone come te.. tanta stima… se posso contribuire…</em>”
. Ultimamente invece a seconda del colore della sciarpa indossata dal
tifoso del momento, ho sì risposte.. e che risposte: “<em>ecco il
buonista.. sei uno dei nemici della nazione.. aiuti X ma non Y..
zecca..</em>” e queste sono le più educate.</p>



<p>La riconoscenza verso chi si prodiga
per il prossimo penso sia umanamente comprensibile pur senza arrivare
a <em>santificare </em>la “categoria” che rappresento, perché c’è
questo falso mito che un operatore umanitario sia un “<em>senza
macchia</em>”: nulla di più sbagliato, sono un essere umano, siamo
esseri umani e come tali non assolutamente in grado di poter
<em>scagliare la prima pietra</em>; a volte mi faccio paura da solo per
le amenità che magari riesco ad abortire anche solo per rabbia,
perché il primo pregiudizio è credere di non avere pregiudizi.
Proprio per questo ho sempre fatto fatica a digerire questo <em>alone
di santità</em> che mi hanno spesso appioppato e che spesso ci
appioppano.</p>



<p>Indipendentemente da questa mia
percezione, come si passa dall’essere identificato da <em>buono</em>
a <em>buonista</em>?</p>



<p>A <em>nemico della nazione</em>? 
</p>



<p>E a <em>zecca</em>? A <em>zecca</em>!! 
</p>



<p>Personalmente questa
de-responsabilizzazione dell’uso delle parole mi destabilizza. Mi
stordisce. Mi scava.</p>



<p>Mi scava perché sembra non esserci più
spazio per esprimersi, perché dall’altra parte c’è già
qualcuno (spesso più di uno) pronto a riversarti barili di bile
addosso pur sostanzialmente essendo avulso da quell’espressione.</p>



<p>Perché se X da Roma decide di
condividere su Facebook la foto della nuova scala che ha comprato, Y
da Milano e Z da Palermo si sentono quasi in diritto di palesare il
loro dissenso verso quel modello/colore/posizionamento della scala
con turpiloqui ed altre amenità?</p>



<p>Quella della scala non vuole essere una
banalizzazione di questo fenomeno, ma uno spunto di riflessione su un
fenomeno che molti si affrettano ad etichettare, ma che io non riesco
ancora ad inquadrare. Beati anzi quelli che hanno risposte a tutto…io
quando distribuirono il manicheismo mi sa che ero in bagno.</p>



<p>Ci si affretta ad etichettare subito
tutto con <em>fascismo</em>, <em>nazismo</em>, <em>comunismo</em>…ma
attenzione, ripetendo certe parole all’infinito non si rischia di
svuotarle del loro significato primo?</p>



<p>Come si è arrivati ad inneggiare alla
violenza, o addirittura alla morte, nei confronti chi la pensa o
agisce in modo diverso?</p>



<p>Come è difficile dire se sia nato
prima l’uovo o la gallina è molto complesso definire se
l’influenza e l’impatto di Facebook e degli altri social media
abbiano contribuito alla formulazione di un certo linguaggio o se
invece la galassia social abbia fatto solo da megafono sociale e reso
più visibile ciò che già serpeggiava all’interno della società.</p>



<p>Innegabile è invece il fatto che
nell’ultimo decennio si è palesata un’aggressività verbale
individuale ed individualizzata poco etichettabile, facile da
prevedere (difficile da mediare), ma soprattutto veloce e, a seconda
dei casi, sovrastrutturata, capace di fare rete, di aggregare,
attraverso istinti che fuori dalla piazza virtuale magari restavano
silenti.</p>



<p>Aggressività non ostacolate dallo
stigma sociale, anzi.</p>



<p>Un esempio sono le istituzioni che da
essere argine (o mediatori) si sono fatte spesso cassa di risonanza
della cosiddetta “<em>pancia del paese</em>” (anche se parlerei più
di intestino crasso) e delle sue espressioni più basse e bieche, al
punto di modificare le proprie agende e cavalcarne l’onda per
suscitare comprensione ed incrementare consenso anziché mettere in
atto campagne di contrasto efficaci; anzi magari a volte donando
neologismi in pasto all’arena come “<em>PDioti..fascioleghisti…</em>”,
epiteti che hanno la presunzione di giudicare e facilmente
etichettare tutta la vita passata, presente e futura, di una persona.
Come non ricordare che uno dei partiti attualmente al governo è nato
sostanzialmente da un “<em>Vaffanculo</em>!” capace di unire e
raccogliere con decisamente inattesa infettività sia virtuale che
reale? Questa rottura, come riporta Federico Faloppa ha creato “<em>una
liberazione prima (“Vaffanculo!”) un’abitudine poi, e infine un
assuefazione sia nel produrre razzismo linguistico, sia nel
diffonderlo, nell’ascoltarlo, nel leggerlo</em>”</p>



<p>Questo non riguarda un solo colore
ideologico, ma sta appartenendo tendenzialmente a tutti perché per
ogni “<em>bruciamoli…che ti stuprino…apriamo i forni..</em>” c’
è un “<em>a testa in giù.. nelle fogne..</em>” denotando un
“tetro arcobaleno” di provenienze linguistiche ed una
contrapposizione tra chi è sicuramente nel giusto e chi quasi non
merita di vivere.</p>



<p>Il fatto è che le opinioni sono sempre
esistite (e sempre si spera esisteranno), ciò significa che con esse
esisterà anche il dissenso ed il confronto purchè entrambi siano
espressi in modo civile e con il rispetto come base imprescindibile.
Al momento invece sembra di avere a che fare con i capi classe dei
malinformati, dei ripetenti per scelta, portatori della verità
assoluta senza magari aver mai messo naso fuori di casa.</p>



<p>Non mi piace. Non mi piace questa
tecnica di manifestare il proprio pensiero.</p>



<p>Al tempo stesso, da inguaribile
romantico e comunque fiducioso del genere umano, non voglio credere
ad una definitiva deriva malvagia del genere umano (anche se mio
malgrado a volte mi trovo a dar ragione ad Emil Ferris quando afferma
“<em>tutti noi siamo dei mostri, ma quelli cattivi non sanno di
esserlo</em>”).</p>



<p>C’è dell’altro…c’è del
malessere, c’è della povertà ed un senso di abbandono collettivo
oggettivo che non viene captato a livello governativo e che trova
sfogo, in modo individuando di volta in volta un tendenzialmente
errato nemico che in quel momento è individuato come ostacolo alla
propria affermazione.</p>



<p>Ovviamente la via non è questa. Ma
queste persone, perché di persone parliamo, merita attenzione.
Merita una risposta, altrimenti la deriva sarà ancora più buia di
questa.</p>



<p>Calmiamoci tutti, uniamo le
vulnerabilità e facciamone un coro unico. Non cerchiamo risposte
semplici a problemi complessi ed a volte biblici.</p>



<p>Concludendo mutuando da Gaber: non temo
il <em>fascismo</em> o il <em>comunismo</em> in sé, temo il <em>fascismo</em>
o il <em>comunismo</em> in me, in noi.</p>



<p>Io…speriamo che me la cavo!</p>
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		<title>Il buio e la rinascita. Intervista alla scrittrice Fuani Marino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2019 07:05:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandra Montesanto Associazione Per i Diritti umani ha intervistato Fuani Marino, autrice del romanzo Svegliami a mezzanotte, edito da Einaudi e la ringrazia moltissimo per la disponibilità. Un tardo pomeriggio di luglio in&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="500" height="793" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/9788806242619_0_0_793_75-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13141" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/9788806242619_0_0_793_75-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 500w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/9788806242619_0_0_793_75-1-189x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 189w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure></div>



<p>Di Alessandra Montesanto</p>



<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha intervistato Fuani Marino, autrice del romanzo <em>Svegliami a mezzanotte</em>, edito da Einaudi e la ringrazia moltissimo per la disponibilità.</p>



<p><br>Un tardo pomeriggio di luglio in un&#8217;anonima località di villeggiatura, dopo una giornata passata al mare, una giovane donna, da poco diventata madre, sale all&#8217;ultimo piano di una palazzina. Non guarda giú. Si appoggia al davanzale e si getta nel vuoto. Perché l&#8217;ha fatto, perché ha voluto suicidarsi? Non lo sappiamo. E forse, in quel momento, non lo sa nemmeno lei. Ma quel tentativo di suicidio non ha avuto successo e oggi, quella giovane donna, vuole capire. Fuani Marino è sopravvissuta a quel gesto e alle cicatrici che ha lasciato sul suo corpo e nella sua vita. Ma le cicatrici possono anche essere una traccia da ripercorrere, un sentiero per trasformare la memoria in scrittura. Marino decide cosí di usare gli strumenti della letteratura per ricostruire una storia vera, la propria. In parte memoir, in parte racconto della depressione dal di dentro e storia di una guarigione, anamnesi familiare e storia culturale di come la poesia e l&#8217;arte hanno raccontato il disturbo bipolare dell&#8217;umore, riflessione sulla solitudine in cui vengono lasciate le donne (e le madri in particolare) e ancora studio di come neuroscienze, chimica e psichiatria definiscano quel labile confine tra salute e sofferenza: Svegliami a mezzanotte è un testo incandescente nel guardare senza autoindulgenza, anzi a tratti con affilata autoironia, in fondo al buio. Disturbante come a volte è la vita, ma luminoso nella speranza che sa regalare. </p>



<p></p>



<p>Cosa si prova a sentirsi estranei a se stessi, ma soprattutto ai ruoli imposti dalla società?</p>



<p><br>La scrittrice ungherese Ágota Kristóf si è occupata spesso di sradicamento, definendo il non sentirsi parte del mondo come una delle sensazioni più dolorose che si possano sperimentare, e questo avviene quando c’è uno scollamento, appunto, fra noi stessi e quello che viviamo o che dovremmo vivere. Si tratta di un vissuto che è comune a numerose patologie psichiatriche, in cui i fili che ci legano alla vita, e quelli che fanno sì che quest’ultima abbia un senso ai nostri occhi, rischiano di allentarsi pericolosamente o di spezzarsi del tutto. Personalmente, in seguito alla malattia ho dovuto reinventarmi, nonché accettare una diversa immagine di me stessa. Tendiamo spesso a voler adeguare noi stessi alle richieste dell’esterno, siamo “soggetti di prestazione”, e le donne ancora di più, perché si trovano a dover fronteggiare negli stessi anni un forte carico legato alla crescita professionale e familiare. Non tutte ce la fanno.  </p>



<p>Può raccontarci brevemente il suo percorso di cura e di rinascita?</p>



<p><br>Come racconto nel libro tratto dalla mia esperienza autobiografica, ho cominciato a soffrire di depressione in seguito a un periodo di forte stress lavorativo e personale. Credo che all’epoca l’ansia fosse un segnale che il mio corpo e la mia mente mi inviavano per farmi rallentare, ma forse non ho rallentato abbastanza, o non sono stata seguita adeguatamente da un punto di vista medico. Mi riferisco in particolare alla gravidanza e al post partum, nonché all’approccio integrato che servirebbe per le donne con fragilità psichica in questi momenti. Fortunatamente cominciano a nascere sul territorio degli sportelli ai quali rivolgersi per consulenze e in cui ginecologi, psichiatri, farmacologi e ostetriche collaborano per far sì che tutto vada a buon fine. Nel mio caso non si è evitato il peggio, ma è anche vero che dopo il tentativo di suicidio ho trovato chi ha saputo seguirmi da un punto di vista terapeutico. Altrimenti dubito che mi sarei ripresa.   </p>



<p>Qual è la sua opinione riguardo ai metodi di terapia e all&#8217;uso dei farmaci ?</p>



<p><br>Difficilmente possono funzionare da soli i farmaci o la psicoterapia, almeno nei casi più importanti di disagio. È necessario infatti intervenire sui sintomi, ma anche aumentare la consapevolezza sui propri stati d’animo. Personalmente seguo una terapia di tipo cognitivo. Trovo molto pericolose le posizioni che demonizzano l’uso di psicofarmaci, spesso imprescindibili, come pure il DSM &#8211; il principale manuale di classificazione dei disturbi mentali, perché senza una classificazione non è possibile stabilire una diagnosi, e senza una diagnosi non è possibile una cura.  </p>



<p>Come sono considerate, oggi, le persone che vivono un determinato tipo di fragilità? </p>



<p><br>Il disagio psichico purtroppo continua a rappresentare un tabù, ed è terribile, perché chi ne soffre è costretto ad affrontare anche il senso di colpa e la vergogna. Questa consapevolezza mi ha portata a uscire allo scoperto, malgrado la mia stessa famiglia si fosse mossa all’inizio per occultare quanto avevo fatto. Dalla pubblicazione del libro, devo ammettere, però, di aver ricevuto moltissima empatia, perché i disturbi mentali riguardano, in maniera diretta o indiretta, un numero davvero molto alto di persone. Forse la nostra società oggi è più pronta, rispetto al passato, ad accogliere storie di questo tipo.</p>



<p>Lei ha avuto molto coraggio a raccontare la sua storia: qual è il messaggio che vuole inviare alle persone che hanno sofferto o che soffrono come lei?</p>



<p><br>Di non temere il giudizio altrui, di non nascondersi e di non vergognarsi. Spesso i nostri giudici più severi siamo proprio noi stessi, dovremmo riservare maggiore auto indulgenza alla nostra fragilità.</p>



<p>In che modo, oggi, ringrazia la vita? </p>



<p><br>Provo a fare del mio meglio, ogni giorno, come credo facciano tutti. Forse il mio modo di ringraziarla è proprio scrivere. </p>
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		<title>MediAttivisti. Una rete tra giornalisti indipendenti e attivisti social</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2019 06:04:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani aderisce alla rete di MediAttivisti di Pressenza e ne divulga il manifesto. Dopo un percorso portato avanti da Pressenza nei suoi incontri di città e nell’incontro nazionale di Sezano&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Associazione Per i Diritti umani</strong></em> aderisce alla rete di <strong>MediAttivisti</strong> di Pressenza e ne divulga il manifesto.</p>
<p><em>Dopo un percorso portato avanti da Pressenza nei suoi incontri di città e nell’incontro nazionale di Sezano del 6-7 aprile scorso si è formata la rete tra attivisti e giornalisti che ha preso il nome, dopo dibattito e votazione, di <strong>MediAttivisti</strong>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/xpressenza10annirete_banner.png.pagespeed.ic_.I_jzkHNKfK-Copia.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12415" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/xpressenza10annirete_banner.png.pagespeed.ic_.I_jzkHNKfK-Copia.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1440" height="450" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/xpressenza10annirete_banner.png.pagespeed.ic_.I_jzkHNKfK-Copia.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1440w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/xpressenza10annirete_banner.png.pagespeed.ic_.I_jzkHNKfK-Copia-300x94.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/xpressenza10annirete_banner.png.pagespeed.ic_.I_jzkHNKfK-Copia-768x240.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/xpressenza10annirete_banner.png.pagespeed.ic_.I_jzkHNKfK-Copia-1024x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1440px) 100vw, 1440px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo momento di crisi il vecchio <b>mondo della violenza</b> (economica, sociale, mediatica, interpersonale) sta, speriamo, dando i suoi ultimi colpi di coda attraverso una <b>preoccupante deriva razzista e fascista</b> che investe molti paesi; il nuovo mondo si esprime e cresce, ma il suo spazio è frantumato e ancora poco efficace. I media tradizionali hanno tradito la loro funzione di quarto potere, di controllo e bilanciamento, e sono  <b>al servizio della speculazione finanziaria</b> e di quel modello socio-culturale costruito da una minoranza accentratrice ed affarista che genera disinformazione e distrazione. I militanti, nella base sociale, portano avanti le loro iniziative e cercano di condividerle con altri attivisti e soprattutto con il resto della popolazione a cui spesso non giungono le iniziative più interessanti, innovative.</p>
<p>La rete che mettiamo in moto vuole interconnettere le realtà di quello che abbiamo chiamato giornalismo indipendente con le realtà sociali, i collettivi, i movimenti che promuovono il cambiamento della società in un senso nonviolento, antidiscriminatorio, solidale, preoccupato dei diritti umani e della sorte dell’umanità. Due mondi che hanno bisogno di collaborare nella diversità affinché i messaggi giungano più lontano possibile.</p>
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		<title>«Indispensabile superare le baraccopoli per garantire i diritti dell’infanzia». Dire BASTA ai matrimoni precoci.</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Nov 2017 08:41:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla ricerca di Associazione 21 luglio sui matrimoni precoci, un dato shock sul fenomeno: il tasso raggiunge il 77% nelle baraccopoli romane superando il record mondiale del Niger. «Indispensabile superare le baraccopoli per garantire&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dalla ricerca di Associazione 21 luglio sui matrimoni precoci, un dato shock sul fenomeno: il tasso raggiunge il 77% nelle baraccopoli romane superando il record mondiale del Niger. «Indispensabile superare le baraccopoli per garantire i diritti dell’infanzia».</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/per-articolo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9844" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/per-articolo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="223" /></a></strong></p>
<p>Ogni anno nel mondo 15 milioni di ragazze si sposano prima di aver compiuto la maggiore età.<strong> In Italia non esistono studi e statistiche sul fenomeno</strong> che, considerato residuale, viene generalmente letto attraverso una lente culturalista e attribuito solo a comunità rom o famiglie di recente immigrazione.</p>
<p>Per quantificare il fenomeno e comprendere la natura di queste unioni, Associazione 21 luglio ha curato il report “<a href="https://21luglio.us5.list-manage.com/track/click?u=9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c&amp;id=a6419c21d6&amp;e=a18abbae43&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://21luglio.us5.list-manage.com/track/click?u%3D9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c%26id%3Da6419c21d6%26e%3Da18abbae43&amp;source=gmail&amp;ust=1512116834617000&amp;usg=AFQjCNGtHkQixxBlWjATLmwj0wsvdhsDWA&utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Non ho l’età. I matrimoni precoci nelle baraccopoli della città di Roma</strong></a>”, che verrà presentato oggi a partire dalle 15 presso L’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) alla vigilia della<strong> Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne</strong>.</p>
<p>La ricerca è stata condotta nell’estrema periferia della città di Roma <strong>presso 8 differenti realtà abitative</strong> (sette baraccopoli e un’occupazione) abitate da più di 3000 persone e prendendo in considerazione i matrimoni avvenuti negli ultimi due anni (2014-2016). Dai dati raccolti è emerso un <strong>risultato shock</strong>: sul totale dei 71 matrimoni riscontrati nel periodo di riferimento, il tasso di unioni precoci osservato presso gli insediamenti analizzati è del <strong>77%</strong>, numero che <strong>supera il record mondiale detenuto dal Niger</strong> (pari al 76%) e di gran lunga <strong>il tasso più alto detenuto in Europa</strong> come quello della Georgia (17%) e della Turchia (14%). Tra coloro che si sono sposati ancora minorenni nel 72% dei casi i nubendi avevano un’età compresa tra i 16 e i 17 anni, mentre nel 28% dei casi i contraenti avevano tra i 12 e i 15 anni.<strong> Il genere incide in maniera determinante sulla precocità del matrimonio</strong>: una ragazza su due si sposa tra i 16 e i 17 anni, una su cinque ha tra i 13 e i 15 anni.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/foto-cs.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9845" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/foto-cs.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="223" /></a></p>
<p>La ricerca sottolinea come le dinamiche emerse durante le interviste e i focus group, siano trasversali a diversi gruppi e comunità appartenenti a contesti molto distanti dalle baraccopoli romane e tuttavia interessati dal fenomeno. <strong>La trasversalità della diffusione dei matrimoni precoci è testimonianza e prova di come la questione dipenda dalle condizioni socio-economiche</strong> in cui versano le famiglie piuttosto che dalle specificità culturali dei singoli gruppi.</p>
<p>Non è un caso che le unioni tra minori registrino un tasso doppio nelle aree rurali rispetto alle aree urbane e che una ragazza in possesso di un’istruzione scolastica elementare sia doppiamente esposta al matrimonio precoce rispetto ad una coetanea con istruzione superiore. Sulla <strong>connessione con l’istruzione scolastica</strong> è necessaria una specifica: se nel caso dei matrimoni forzati e combinati, l’interruzione del percorso scolastico è indicata come una delle conseguenze più dannose del matrimonio in giovane età; quando l’unione è voluta e scelta in prima persona dagli sposi (circostanza che nella ricerca corrisponde al 49% dei casi sul campione analizzato) è vero il contrario: <strong>è il fallimento dell’esperienza scolastica che contribuisce ad orientare verso la scelta del matrimonio precoce</strong>.</p>
<p>In un <strong>contesto di deprivazione socio-economica come quello delle baraccopoli romane </strong>caratterizzato da una forte assenza di stimoli esterni e da un <strong>altissimo tasso di disoccupazione</strong>, soprattutto femminile, il matrimonio rappresenta un’opportunità per investire tempo, energie e capacità. <strong>Lo svantaggio socio-economico e il condizionamento della collettività di uno spazio generalmente ristretto e densamente abitato, diventano vincolanti</strong> nel contesto delle baraccopoli e favoriscono il perpetrarsi di questa pratica.</p>
<p>«Per garantire i diritti dell’infanzia e promuovere un sano sviluppo delle bambine e dei bambini, è necessario un <strong>cambio di rotta radicale nel nostro Paese</strong> – ha commentato Associazione 21 luglio &#8211;  a cominciare dall<strong>’urgenza di contrastare la povertà urbana ed educativa iniziando con il superamento delle baraccopoli presenti nelle periferie delle principali metropoli italiane</strong>, luoghi di segregazione e deprivazione economico-sociale che impediscono il godimento dei diritti dell’infanzia e dei più basilari diritti umani».</p>
<p><a href="https://21luglio.us5.list-manage.com/track/click?u=9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c&amp;id=767fd48e05&amp;e=a18abbae43&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://21luglio.us5.list-manage.com/track/click?u%3D9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c%26id%3D767fd48e05%26e%3Da18abbae43&amp;source=gmail&amp;ust=1512116834617000&amp;usg=AFQjCNFS18PRhJtjXwUJgWEtmtA_G6hj1w&utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>SCARICA LE RICERCA</strong></a></p>
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		<title>&#8220;America latina: diritti negati&#8221;. Forum sociale mondiale delle migrazioni, in Messsico</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Nov 2017 08:29:31 +0000</pubDate>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/jk.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9776" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/jk.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="390" height="180" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/jk.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 390w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/jk-300x138.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 390px) 100vw, 390px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Mayra Landaverde</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Comitato Internazionale ha scelto come sede del VIII Forum Sociale Mondiale delle Migrazioni, il Messico, sotto il Coordinamento dei migranti, dei rifugiati, degli sfollati e della Rete internazionale della migrazione e lo sviluppo. Il Movimento dei migranti mesoamericani, membro di MIREDES INTERNACIONAL, fa parte del Comitato organizzatore internazionale del Forum Sociale Mondiale sulle Migrazioni, la cui prossima riunione si terrà a Città del Messico nell&#8217;autunno del 2018.</p>
<p>Il FSMM fa parte dei Forum Sociali Mondiali e costituisce uno spazio per il dibattito, la riflessione, la formulazione di proposte, scambio di esperienze e l’articolazione dei movimenti sociali, delle reti, delle ONG e di altre organizzazioni. La società civile che si oppone alla globalizzazione neoliberale e il non riconoscimento della cittadinanza e dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali di migranti, sfollati, rifugiati e apolidi. Il Forum è apartitico e laico.</p>
<p>Non è la prima volta che il FSMM si svolge in America Latina infatti, il primo è stato fatto nel 2005 in Brasile. Nella prima edizione , a Porto Alegre che ha portato il motto &#8220;Traversate nel disordine globale&#8221;, è stata fatta una diagnosi del modello neoliberale, individuando le cause dei flussi migratori in questo paradigma economico.</p>
<p>Nel 2010 il Forum si tenne in Ecuador con lo slogan “Popoli in movimento per una cittadinanza globale. Smontando il modello costruendo attori”. È stata evidenziata la necessità di un sistema che protegga l&#8217;ambiente. Un altro problema è stato il processo di criminalizzazione delle migrazioni, svolto in diversi paesi e che ha portato all&#8217;esternalizzazione e alla militarizzazione delle frontiere, che ha il suo aspetto più crudele nell&#8217;espulsione dei Rom della Francia, nei costanti rifiuti della Valla de Melilla, nella legge dell&#8217;Arizona, nelle migliaia di morti ai confini del mondo, le migliaia di sfollati in Bangladesh e il massacro dei 72 migranti a Tamaulipas, in Messico.</p>
<p>Anche l’anno scorso il continente americano ha ospitato il FSMM a Sao Paolo:   “I migranti costruiscono alternative al disordine e alla crisi globale del capitale&#8221;. I temi ruotavano attorno alla crisi del modello capitalista e alle sue conseguenze per la migrazione, la situazione dei migranti dalla prospettiva dei diritti umani, le proprie esperienze e rapporti con la terra, l&#8217;inclusione sociale, la partecipazione politica e movimenti sociali.</p>
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