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	<title>Sta per piovere Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Sta per piovere: il nuovo film di Haider Rashid, a cura di Alessandro Leone</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 04:10:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Pubblichiamo la recensione del film Sta per piovere, oggi nelle sale italiane, a cura del critico cinematografico Alessandro Leone, uscita anche su www.cinequanon.it Ventisei anni, al terzo lungometraggio, il fiorentino Haider Rashid (padre iracheno&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0cm;">
Pubblichiamo la recensione del film <i>Sta per piovere</i>, oggi nelle sale italiane, a cura del critico cinematografico Alessandro Leone, uscita anche su www.cinequanon.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</div>
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Ventisei<br />
anni, al terzo lungometraggio, il fiorentino Haider Rashid (padre<br />
iracheno e madre italiana) porta nelle sale una storia emblematica di<br />
una parte consistente d&#8217;Italia: ovvero il dramma della seconda<br />
generazione, dei figli di immigrati che, nati su suolo patrio, sono a<br />
tutti gli effetti anche figli del nostro Paese. Che poi vengano<br />
riconosciuti come tali o siano percepiti come illegittimi è<br />
questione centrale, per comprendere le trasformazioni in atto in una<br />
società ancora refrattaria nel riconoscere pari diritti (leggi<br />
cittadinanza, leggi dignità) a chi vive, lavora, paga le tasse, e<br />
soprattutto si progetta in Italia.<br />Il paradosso contro cui si<br />
trova a lottare Said, nato a Firenze da genitori che lasciarono<br />
l&#8217;Algeria nei primi anni 80, costituisce la scarna sinossi del film:<br />
il suicidio di un imprenditore toscano decreta la chiusura della<br />
fabbrica in cui lavora Hamid. Senza contratto di lavoro l&#8217;uomo non<br />
può rinnovare il permesso di soggiorno e, dopo trent&#8217;anni, riceve un<br />
decreto di espulsione. Per i due figli, Said e Amir, comincia una<br />
lotta impossibile che li vede a fianco del padre nella difesa del<br />
presente e, quindi, dell&#8217;immediato futuro: Said è fidanzato con<br />
Giulia, fa il panettiere, ha amici italiani, non conosce l&#8217;Algeria e<br />
non ha mai pensato di viverci.&nbsp;L&#8217;incipit è significativo con il<br />
ragazzo che si prepara alla finalissima degli europei di calcio che<br />
vede l&#8217;Italia di fronte alla Spagna, cantando l&#8217;inno nazionale come<br />
buon auspicio.<br />Non ci sono &#8211; e non dovrebbero esserci &#8211; dubbi a<br />
riguardo, perché l&#8217;appartenenza culturale non è un foglio di carta<br />
timbrato da un prefetto, ma una condizione esistenziale che ha a che<br />
fare con il tessuto di relazioni ed esperienze formative/educative.<br />
La Firenze di Said non è un luogo occasionale di transito, ma la sua<br />
casa, una terra di affetti e passioni.<br />Così l&#8217;espulsione è un<br />
insulto ingiusto e chiama alla battaglia legale, condotta in prima<br />
linea da Said, che mobilita la stampa, le radio, le televisioni<br />
private, i politici locali, abbagliati dal talento retorico del<br />
ragazzo. Il caso diventa di dominio pubblico e scopre impreparato il<br />
paese, deficitario, sfregiato da una legge difettosa che contraddice<br />
i principi costituzionali.<br />Il regista ha dichiarato che le seconde<br />
generazioni possono essere la chiave del rinnovamento culturale e<br />
sociale a cui l&#8217;Italia aspira da tempo. Vivere in un limbo non<br />
permette di trovare l&#8217;equilibrio tra radici profonde (l&#8217;origine dei<br />
genitori) e legame con la terra natia. Connubio che invece dovrebbe a<br />
buon ragione costituire il valore aggiunto, generare un dialogo che<br />
da personale possa diventare collettivo e condiviso, capace di<br />
spalancare scenari nuovi e suggestivi.<br />Se l&#8217;espulsione equivale<br />
alla privazione delle libertà basilari, per Said diventa occasione<br />
per riconsiderare l&#8217;Algeria come Terra originaria, innescando per<br />
questo un processo, sempre rinviato, di esplorazione di una<br />
dimensione culturale che aveva rimosso. Suggestioni che visivamente<br />
cercano la strada della rappresentazione onirica, frammentando il<br />
racconto con soluzioni espressive più libere.<br />Si perdona un<br />
intreccio povero (volutamente, ma rischiando costantemente di cadere<br />
nel film a tesi), per cogliere lo sforzo di definire nel combattivo<br />
Said, l&#8217;alfiere della moltitudine silenziosa di<br />
stranieri-non-stranieri che quotidianamente reagiscono all&#8217;espatrio<br />
forzato. Il volto del bravo Lorenzo Baglioni si impadronisce dello<br />
schermo, producendosi, prima del finale, in un monologo che lascia il<br />
segno e che sancisce la sovrapposizione tra personaggio e narratore,<br />
ovvero Said/Haider Rashid che afferma l&#8217;urgenza di raccontare ciò<br />
che non può più passare sotto silenzio.<br />Aspettando che la<br />
pioggia, che nel film si attende invano, lavi via le nostre vergogne,<br />
in un clima culturale stantio, la domanda è: le produzioni italiane,<br />
avare di sguardi &#8220;meticci&#8221; &#8211; mentre in Francia, Germania,<br />
Inghilterra, le seconde (e terze) generazioni hanno da tempo<br />
cominciato a raccontarsi &#8211; sono pronte a investire in autori che<br />
favoriscano una riflessione sul presente davvero plurale?</div>
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</tr>
<tr>
<td class="tr-caption" style="text-align: center;">Alessandro Leone</td>
</tr>
</tbody>
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