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	<title>Staid Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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	<title>Staid Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<item>
		<title>I dannati della metropoli. Etnografie dei migranti ai confini della legalità: la città oscura che non ha voce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Oct 2015 05:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esistono da sempre due città, una legale e l&#8217;altra illegale, i cui confini si spostano a seconda delle epoche storiche e delle necessità economiche contingenti. Spesso gli abitanti di queste due città si sfiorano,&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Esistono da sempre due città, una<br />
legale e l&#8217;altra illegale, i cui confini si spostano a seconda delle<br />
epoche storiche e delle necessità economiche contingenti. Spesso gli<br />
abitanti di queste due città si sfiorano, interagiscono,<br />
confliggono. Sulle loro contaminazioni si costruisce il tessuto<br />
sociale. Quasi sempre gli abitanti della città oscura non hanno voce<br />
sui media ufficiali: sono un numero, una statistica o un titolo di<br />
giornale. <i>I dannati della metropoli. Etnografie dei migranti ai<br />
confini della legalità</i>, edito da Le Milieu, nasce dalla<br />
necessità di far parlare i protagonisti del disagio e della devianza<br />
che vivono e attraversano le nostre metropoli.  Andrea Staid si è<br />
messo in ascolto delle voci della città oscura, senza pregiudizi.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L&#8217;associazione per i Diritti Umani ha<br />
rivolto alcune domande ad Andrea Staid e lo ringrazia molto per la<br />
sua disponibilità.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://1.bp.blogspot.com/-yiZpnhBO9xc/Vis4FPAnJ-I/AAAAAAAADZc/nDYoJAQtmeU/s1600/9788898600076.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" height="320" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/10/9788898600076.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="210" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il suo testo parte dall&#8217;assunto che<br />
esistano due città: una legale e un&#8217;altra illegale. Da chi è<br />
popolata quella illegale e quali sono i problemi delle persone che la<br />
abitano ?</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Negli ultimi anni mi sono<br />
interessato sempre di più agli abitanti che vivono  ai margini delle<br />
nostre metropoli e quindi mi sono soffermato sul mondo<br />
dell’illegalità.  E&#8217; importante indagare in quella<br />
giustapposizione di due mondi, o città, che coesistono ma si<br />
ignorano o meglio si guardano, nonostante la prossimità, da una<br />
distanza insuperabile &#8211; la città che si autoproclama legittima e<br />
quella più o meno invisibile dell&#8217;illegittimità, dell&#8217;immigrazione,<br />
della micro-criminalità, della prostituzione, della<br />
tossicodipendenza. Due città ovviamente, in una posizione<br />
profondamente diversa e asimmetrica ma che se ci pensiamo bene sono<br />
due facce della stessa medaglia, perché la città illegale non fa<br />
altro che rispondere a una domanda creata da quella città<br />
autoproclamatasi legittima e legale. Piccoli esempi per capirci<br />
meglio chi vende droga appartiene alla città illegale, ma chi la<br />
compra? Chi lavora in nero sfruttato fa parte della città illegale,<br />
ma chi gli ordina di lavorare? Ma soprattutto chi compra e consuma i<br />
prodotti da lui lavorati? Chi si prostituisce vive nella città<br />
illegale, ma chi va con le prostitute?  La città illegittima è<br />
titolare di un offerta di servizi la cui clientela è costituita in<br />
gran parte da membri della società legittima.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
I problemi invece<br />
all’interno della città illegale sono tanti, ovviamente sto<br />
parlando della microcriminalità, le regole nella criminalità<br />
organizzata sono molto differenti, io non le ho studite e quindi<br />
preferisco non parlarne.  Nel mondo microcriminale, o anche solamente<br />
dell’illegalità creata dalle norme dello stato, come i migranti<br />
che non riescono ad avere il permesso di soggiorno, i problemi sono<br />
quotidiani, ma possiamo riassumerli tutti nella loro grande<br />
impossibilità di accedere ai diritti che sono garantiti agli<br />
abitanti della città legale, per esempio il diritto all’abitare,<br />
ai servizi sociali, insomma viene negata  la possibilità di vivere<br />
una vita dignitosa.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Ci può anticipare il tema centrale del<br />
libro, ovvero il caso di Viale Bligny, a Milano?</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<a href="https://www.blogger.com/null?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="_GoBack"></a>Nel<br />
mio libro il palazzo di Viale Bligny 42 viene trattato come  un caso<br />
specifico,  precisamente nel  quinto capitolo ho cercato di creare<br />
una ricostruzione etnografica di un palazzo sicuramente particolare<br />
di Milano quello che dalla stampa viene chiamato ingiustamente  <i>il<br />
fortino della droga</i>, un palazzo della vecchia<br />
Milano, situato a pochi isolati dal centro cittadino, nella via che<br />
porta alla famosa Porta Romana e a pochi passi dall&#8217;università della<br />
giovane elites italiana, la Bocconi.  In questo capitolo ho<br />
analizzato la quotidianità di una realtà meticcia nel cuore di<br />
Milano, ho cercato di farlo senza pregiudizi e attraverso il contatto<br />
diretto con chi vive e attraversa quel luogo. In questo palazzo ho<br />
trascorso un anno per conoscere e intervistare gli abitanti<br />
provenienti da tutto il mondo, stiamo parlando di uno stabile formato<br />
da  220 appartamenti per più di 700 abitanti. Un micro paese, una<br />
comunità che oggi è formata da migranti, anziani inquilini arrivati<br />
dal sud Italia, altri italiani che vogliono vivere spendendo poco in<br />
una zona centrale di Milano e ancora da studenti e artisti. Un<br />
palazzo dove sicuramente ci sono dei problemi ma dove un’associazione<br />
di condomini ha deciso di costruire dal basso percorsi di interazione<br />
tra culture diverse e soprattutto gli abitanti <i>dell’edificio<br />
mondo</i> hanno cominciato a risolvere i problemi<br />
della quotidianità occupandosene in prima persona.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il suo è uno sguardo antropologico:<br />
quali sono le sue conclusioni sulle città contemporanee? Quali le<br />
esigenze dei cittadini? E gli errori da parte delle istituzioni<br />
(soprattutto in termini di accoglienza e immigrazione)?</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
E’ difficile con uno<br />
sguardo antropologico trovare delle conclusioni sullo stato delle<br />
città contemporanee perché sono sempre più un coacervo di culture<br />
in movimento. Quello che vedo forse peccando di estremo ottimismo è<br />
che la realtà, anche quella marginale trova soluzioni molto<br />
interessanti per migliorarsi e andare avanti, soluzioni che<br />
ovviamente non fanno notizia sui mass media che continuano<br />
imperterriti a narrarci un presente di crisi, scontri culturali  e<br />
impossibilità. Basti pensare a questa narrazione sull’invasione<br />
dei migranti, è un falso, sono tante le donne, gli uomini e i<br />
bambini in arrivo, ma sono numeri che un paese come l’Europa<br />
potrebbe accogliere senza problemi, quello che servirebbe sarebbe una<br />
gestione del “comune” assai differente. Le risorse ci sono, il<br />
problema è che vengono gestite in modo sbagliato e che il primo<br />
pensiero di molti è lucrare sui i migranti, credo che <i>Mafia<br />
capitale</i> sia un’indagine che ci può<br />
insegnare molto.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Non<br />
ho chiaro fino a che punto l’antropologia possa estendere il suo<br />
linguaggio specifico per rappresentare adeguatamente i concetti che<br />
gli osservati hanno sviluppato e che hanno espresso. Probabilmente<br />
l’antropologia può riflettere  la visione del mondo delle persone<br />
che studia ma non riesco ad averne l&#8217;assoluta certezza. Come scrive<br />
Clifford Geertz già al momento dell&#8217;esposizione dei fatti veri e<br />
propri noi stiamo dando spiegazioni; e, quel che è peggio,<br />
spiegazioni di spiegazioni. Per questo ha un senso affermare che la<br />
ricerca antropologica deve procedere secondo un progetto teorico e<br />
conoscitivo, il quale deve a sua volta essere identificabile<br />
attraverso un’impalcatura epistemologica fatta di teorie, concetti,<br />
nozioni, ipotesi e dati, e di un vocabolario sulla base dei quali sia<br />
possibile confrontare e porre in relazione esperienze e<br />
intenzionalità etnografiche ed esistenziali differenti.<br />
L’antropologia deve essere considerata un sapere attraverso cui sia<br />
possibile percepire una visione del mondo che consenta di comprendere<br />
tutti i possibili mondi culturali, di conoscere appunto, senza per<br />
forza riconoscersi.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Come si è svolta la ricerca che ha<br />
portato alla stesura di questo libro?</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<br />&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
La mia ricerca è iniziata<br />
nel 2007 e ancora oggi non si è conclusa. Il metodo è quello della<br />
ricerca sul campo, un’osservazione partecipante, un metodo<br />
etnografico che negli anni sto cercando di affinare per trovare un<br />
equilibrio sempre più  forte  tra intervistato e intervistatore.<br />
Quello che cerco di fare quando faccio ricerca è immedesimarmi il<br />
più possibile cono la vita delle persone che voglio comprendere,<br />
analizzare, studiare, lo faccio passando periodi lunghi sul campo<br />
approfondendo i rapporti con le persone che voglio intervistare e<br />
conoscere. Sto molto attento all’uso di registratori e macchine<br />
fotografiche, capisco che mettono in soggezione e non faccio solo<br />
domande, mi racconto e vivo la quotidianità con i protagonisti delle<br />
miei ricerche. E’ importante però sottolineare che l&#8217;antropologo<br />
pur impregnandosi con i modi di fare dell&#8217;ambiente in cui si trova<br />
non si trasforma mai in un membro della comunità che studia,<br />
pensarsi un agente neutro o considerarsi sullo stesso piano<br />
dell&#8217;intervistato sarebbe un errore grave per il ricercatore, deve<br />
sempre comprendere che è impossibile astrarsi da quella che è la<br />
sua posizione diametralmente differente da chi vive quello che viene<br />
raccontato.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Nella mia ricerca nel<br />
mondo dell’illegalità ho scelto di rivelare subito la mia identità<br />
di osservatore, non mi sono finto cliente o giornalista, da subito<br />
era noto agli osservati quello che stavo facendo, per questo credo<br />
che la mia osservazione partecipante sia diventata nei mesi trascorsi<br />
una specie di  action research che ha indotto riflessioni, dibattiti,<br />
discussioni e ha quasi costretto i soggetti osservati a prendere<br />
coscienza delle proprie dinamiche relazionali.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
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