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	<title>stipendio Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Caregivers: una testimonianza e una richiesta importanti</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Feb 2024 11:14:29 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Anna Mognaschi</p>



<p>Caregivers è una parola inglese che significa &#8220;Colui o colei che si prende cura; prendersi cura, quindi, di una persona che non è autosufficiente in un dato momento della sua vita. Io sono caregiver da più di trent&#8217;anni. Ho una figlia disabile in carrozzina che si chiama Martina. Essere caregiver è un lavoro perché di lavoro si tratta e per 24 ore al giorno per tutto l&#8217;anno.</p>



<p>Un caregiver deve essere molte cose tutte insieme indipendentemente dal ruolo che ha nella famiglia di moglie, madre, figlio, marito o padre: io sono maestra, infermiera, psicologa, amica, e madre. Alcuni pensano che essere caregiver sia un dovere divino o una punizione: io penso sia semplicemente un dato di fatto. Parlerò semplicemente della mia esperienza perché non voglio che nessuno si senta offeso o non si riconosca in quello che dico (noi portatori di cure siamo anche un po&#8217; permalosi).</p>



<p>Ho lasciato il lavoro perché nessuno poteva prendersi cura di mia figlia tranne me. La mia famiglia ha avuto una vita faticosa non infelice, ma molto faticosa. Abbiamo rinunciato a molto, soprattutto per il problema delle barriere architettoniche che riempiono le nostre città; abbiamo faticato molto per portare Martina a scuola e all&#8217;università per la questione della mobilità cittadina; abbiamo obbligato asili e scuole ad installare rampe, scivoli e montascale attraverso l&#8217;aiuto di associazioni di settore perché le istituzioni sono sempre state latitanti; abbiamo rincorso bonus, sovvenzioni, agevolazioni, regalucci vari sempre scoperti attraverso il solo passaparola; abbiamo cercato soluzioni impossibili per recarci al mare, in  montagna e in città d&#8217;arte perché abbiamo sempre voluto che nostra figlia facesse più esperienze possibili.  Inoltre, vivere tutto questo tempo insieme porta inevitabilmente a una specie di simbiosi per cui ad un certo punto non ci distinguevamo più l&#8217;una dall&#8217;altra. È forse questo il problema più importante secondo me di un caregiver: riuscire a dare l&#8217;autonomia dovuta alla persona di cui ci si prende cura, qualunque sia la gravità della sua disabilità. È stata una presa di coscienza lenta e dolorosa riuscire a creare una sorta di distacco fra di noi e l&#8217;abbiamo fatto con un gruppo di auto-mutuo aiuto composto da persone nella nostra stessa situazione.</p>



<p>Una cosa che ancora non riesco ad accettare è il mancato riconoscimento da parte delle istituzioni del mio ruolo di educatrice, infermiera, maestra, psicologa, operatrice socio sanitaria, operatrice socio assistenziale, educatrice domestica etc. etc. Molto più semplice sarebbe stato affidare mia figlia ad un istituto che sarebbe costato alla Regione o al Comune migliaia di euro ogni mese: ma chi appartiene al settore di competenza fa proprio affidamento sull&#8217;amore tra familiari per lasciare completamente in mano alle famiglie la cura delle persone non autosufficienti, elargendo ogni tanto un contentino che non è mai sicuro per gli anni a venire, in modo che si possa vivere in un totale senso di incertezza che fa molto bene alle nostre coronarie!</p>



<p>A 36 anni dalla nascita di Martina molte cose sono migliorate, soprattutto nella mobilità cittadina (abitiamo nel quartiere Comasina, a Milano) e nell&#8217;erogazione di alcune misure per poter accedere ad un assistenza personalizzata; erogazione annuale, concessa ovviamente secondo il budget a disposizione delle istituzioni, quindi ansia e tormento fino alle prossime graduatorie: come dicevo prima, questa è la mia esperienza e non posso parlare a nome di altri che non conosco, ma per quelli che conosco &#8211; e sono tanti &#8211;  la situazione è simile alla mia.</p>



<p>Ho settant&#8217; anni e quello che desidero di più ancora è il riconoscimento giuridico e formale della nostra posizione di caregivers, una possibile pensione e uno stipendio per chi di noi è in età lavorativa e che la passiamo ad accudire i nostri cari. </p>
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		<title>Donne che hanno trasformato il diritto del lavoro europeo: i casi Defrenne e Enderby</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2021 07:18:37 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Alicia Brull Valle <br></p>



<p>Quando si parla di genere, dobbiamo considerare non solo i quadri giuridici e i meccanismi esistenti in materia, ma anche i casi concreti che hanno portato al quadro giuridico che esiste oggi. In particolare, all&#8217;interno dell&#8217;Unione Europea, sono state sviluppate numerose Direttive che sono sempre più vicine a un approccio globale di genere.<br>È chiaro che l&#8217;uguaglianza di genere de jure sul posto di lavoro è lontana dall&#8217;essere raggiunta, il che può essere visto in dati come la disoccupazione in termine di genere, la distribuzione delle posizioni di responsabilità, solitamente assegnate al genere maschile, o il gran numero di donne relegate alle faccende domestiche e alla cura della famiglia, anche quando lavorano fuori da casa. Tuttavia, è importante essere consapevoli di alcuni casi che hanno permesso, gradualmente, al diritto europeo di sviluppare una legislazione riguardante la discriminazione di genere. I casi di Gabrielle Defrenne e Pamela Enderby sono quindi estremamente significativi e meritano di essere conosciuti.<br>Gabrielle Defrenne era una hostess della Société Anonyme Belge de Navigation Aérienne (SABENA), e negli anni &#8217;70 il suo caso fu portato davanti alla Corte di giustizia europea dalla Corte Belga, alla quale la donna si era rivolta in prima istanza. In particolare, Defrenne chiedeva un risarcimento per la discriminazione nell&#8217;azienda, dato che la sua posizione, quella di hostess, era significativamente meno pagata di quella di assistente di volo, una posizione per lo più ricoperta da uomini. In questo modo, l&#8217;azienda stava istituzionalizzando la discriminazione attraverso la denominazione differenziata di posizioni che erano, in sostanza, le stesse.<br>La Corte di Giustizia Europea ha poi chiarito il contenuto dell&#8217;articolo 119 del Trattato della Comunità Economica Europea, in cui era stata stabilita la parità di retribuzione per lo stesso lavoro per uomini e donne. Tuttavia, questo principio non era stato applicato prima, poiché non era nelle agende degli stati dell&#8217;unione prendere misure concrete per implementarlo. Così, è stato grazie a Gabrielle Defrenne che la Corte di Giustizia Europea ha espresso come un obbligo chiaro e diretto agli Stati lo sviluppo di misure concrete verso la realizzazione della parità di retribuzione tra uomini e donne.<br>Il caso di Gabrielle Defrenne fu accompagnato da uno successivo, quello di Pamela Enderby, che nel 1993 ha intentato una causa nel sistema giudiziario britannico sulla stessa base: la distinzione tra la sua posizione e quella dei suoi colleghi maschi, puramente in termini di nome e con conseguente discriminazione economica. In particolare, lavorava nel Servizio Sanitario Nazionale, dove era una terapista della parola e del linguaggio.<br>In questo caso, la Corte di Giustizia Europea ha concluso che quando due lavori comportano funzioni identiche, ma uno è svolto principalmente da donne e uno da uomini, e questa distinzione è una causa della loro disparità di retribuzione, c&#8217;è una chiara discriminazione.<br>Questi due casi sono enormemente significativi, in quanto hanno portato allo sviluppo delle prime Direttive Europee sulla parità di genere sul posto di lavoro. Grazie a donne come Gabrielle Defrenne e Pamela Enderby, le istituzioni europee hanno iniziato a creare il quadro in cui oggi siamo governati, quindi, nel contesto dell&#8217;arrivo della Giornata della Donna, le loro storie meritavano di essere raccontate.</p>
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		<title>21 maggio. Sciopero dei braccianti</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2020 07:33:21 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="512" height="316" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/ffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14109" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/ffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 512w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/ffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff-300x185.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></figure></div>



<p>(da labottegadelbarbieriorg)</p>



<p><strong>Comunicato Stampa USB per lo&nbsp;sciopero dei braccianti del 21 maggio</strong></p>



<p>Basta con la politica degli annunci, bisogna passare ai fatti concreti per salvare veramente gli “ultimi” e gli “invisibili”. Nella giornata di ieri Usb Federazione Braccianti Basilicata ha incontrato il sindaco ed il vice sindaco di Montemilone per porre il problema di alcuni lavoratori che vivono in casolari fatiscenti e a rischio crollo. Bisogna immediatamente portare fuori da quella situazione i braccianti e dare loro un’abitazione adeguata al fine di rispettare la dignità ed i diritti di chi si spacca la schiena da mattina a sera nei campi per portare sulle nostre tavole i prodotti della terra.</p>



<p>A noi non servono più le parole e gli annunci o i comunicati. Ieri l’Amministrazione di Montemilone ha preso l’impegno di scrivere al Prefetto e di chiedere un incontro al fine di poter utilizzare alcune strutture demaniali. Ha preso inoltre l’impegno di fare una sanificazione di alcuni casolari abitati e di portare acqua e taniche nuove dove tenere l’acqua.</p>



<p>Usb in questo periodo di pandemia non ha lasciato soli questi lavoratori portando nei casolari cibo e acqua visto che le condizioni sono al limite della vivibilità. Con sempre maggiore insistenza di parla di riaprire qualche pseudo “centro di accoglienza” senza mai affrontare la situazione abitativa e le condizioni di vita di questi lavoratori. Si citano cifre esorbitanti di milioni di euro a disposizione per la risoluzione di questi problemi, ma tutto si ferma ad annunci e promesse che ogni anno a ridosso delle campagne stagionali ritornano alla ribalta. Ma la vergona resta sempre la stessa.</p>



<p>Ora si è aggiunto anche l’ultimo provvedimento fatto dal Governo per l’emersione degli invisibili: in un contesto di pandemia ciò che bisogna garantire è la salvaguardia della vita degli esseri umani, patrimonio di incommensurabile valore. L’Italia ripartirà davvero soltanto se riusciremo a tutelare il diritto alla vita. Cosa che non fa il Decreto Rilancio con l’articolo 110 bis dedicato alla regolarizzazione.</p>



<p>Nessun medico ha mai chiesto a un paziente che arriva in ospedale se ha un rapporto di lavoro o una promessa di rapporto di lavoro: lo cura e basta. Il governo ha invece deciso di preoccuparsi delle braccia e non della salute delle persone. Il governo ha deciso di preoccuparsi della verdura che rischia di marcire nei campi e non dei diritti delle persone.</p>



<p>Non è nemmeno una questione tra italiani e migranti, perché il 9° rapporto del Ministero del Lavoro sull’occupazione dice che l’82% dei braccianti sono italiani.</p>



<p>Con il Decreto Rilancio restano inascoltate le grida di dolore degli invisibili, dei dannati dei decreti sicurezza e della Bossi-Fini.</p>



<p>Per tutelarsi dal Covid-19 chiedevamo il rilascio del permesso di soggiorno per tutti, convertibile per attività lavorativa, che consentisse loro di iscriversi all’anagrafe e di avere un medico di base. Il governo ha scelto invece di non accogliere gli appelli disperati provenienti dalle zone rurali e dalle periferie metropolitane.</p>



<p>Per questi motivi, Usb Lavoro Agricolo proclama per il 21 maggio lo sciopero degli invisibili.</p>



<p><a href="https://www.basilicata24.it/2020/05/usb-proclama-lo-sciopero-dei-braccianti-78635/?utm_source=rss&utm_medium=rss">da qui</a></p>



<p><strong>Il 21 maggio sciopero dei braccianti agricoli</strong></p>



<p>Sarà lo ‘sciopero degli invisibili’, quello indetto dall’Usb e lanciato sui social dall’attivista sindacale Aboubakar Soumahoro: “Sciopereremo perché abbiamo il diritto di vivere liberi come tutti gli essere umani nati liberi”, ha dichiarato ieri su Twitter.</p>



<p>La manifestazione ha ricevuto il supporto del Partito Comunista che invita tutti i lavoratori ad aderire: “Le politiche contro il bracciantato agricolo hanno tolto dignità ai lavoratori, degradandoli a braccia strumento del profitto, e puro inumano sfruttamento asservito alla produzione di cibo secondo le regole imposte dal mercato della distribuzione globalizzata”.</p>



<p>“Il mercato della filiera agroalimentare – si legge in una nota del segretario regionale Roberto Cadrilli – chiede braccia per la raccolta dei frutti della terra e la ministra Bellanova risponde svendendogli uno stock di schiavi extracomunitari ed esibendo le finte lacrime già viste nelle recite inscenate da altri ministri fiancheggiatori degli strozzini capitalisti e delle loro logiche di continuo furto ai danni dei lavoratori.</p>



<p>“Il governo Conte non ha cambiato né il pelo né il vizio. I lavoratori sono coloro che producono la vera ricchezza del Paese e quindi ai lavoratori con la pelle di qualsiasi colore deve essere riconosciuto il diritto ad una vita dignitosa grazie al ricavo del loro lavoro. A loro deve essere permesso il diritto a una casa, all’istruzione, alla sanità pubblica e a costruirsi una famiglia senza chiedere l’elemosina agli enti caritatevoli.</p>



<p>Il salario percepito per un lavoro durissimo, onesto e socialmente indispensabile deve essere rapportato al costo della vita del lavoratore. Se ciò non accade è segno che i governi hanno intrapreso una politica economica di guerra contro i lavoratori, rendendoli schiavi. In agricoltura questo è ancora più evidente, drammatico, incivile e inumano.&nbsp;Il governo Conte, come i precedenti governi di destra e sinistra, comunque servi del capitale non vuole sviluppare politiche di riconoscimento della centralità del lavoro. La crisi strutturale della agricoltura a causa dell’entrata dell’Italia nell’Euro e nell’Unione Europea si è abbattuta come una mannaia sul collo dei piccoli proprietari terrieri, dei coltivatori diretti, dei contadini, dei braccianti agricoli. In venti anni di Euro, di politiche concertative dei sindacati confederali e di revisionismo politico, i lavoratori della terra hanno perso tutti i diritti acquisiti in decenni di lotte, impoverendosi fino al punto che il valore del salario dei braccianti si è dimezzato. Ai lavoratori extra comunitari e di colore, oltre allo sfruttamento bestiale e all’emarginazione in ghetti di squallidi e antigienici, viene dato nulla. Questi lavoratori obbligati a ritmi giornalieri di lavoro, a volte anche di 12 ore, riferiscono retribuzioni reali di miseri 20 euro non documentabili.&nbsp;Il 21 maggio, la lotta per la dignità del lavoro riparte dagli ultimi, perché i diritti sociali sono i più importanti”.</p>



<p><a href="https://www.foggiatoday.it/cronaca/sciopero-braccianti-agricoli-21-maggio.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">da qui</a></p>



<p><strong>Intervista di Annalisa Cangemi a Aboubakar Soumahoro (su Fanpage)</strong></p>



<p>I braccianti di tutta Italia sciopereranno il prossimo 21 maggio 2020, per protestare contro la nuova sanatoria per i migranti, contenuta nel decreto Rilancio, divenuta urgente per il governo a seguito della mancanza di manodopera nei campi e della conseguente impennata dei prezzi di frutta e ortaggi.&nbsp;Un provvedimento che nella pratica escluderà dall’emersione&nbsp;tanti lavoratori dell’edilizia, dei supermercati, dell’artigianato, della ristorazione, della logistica, che non potranno fare richiesta.</p>



<p>Non ci sarà nessuno a raccogliere frutta e verdura nei campi quel giorno. “Non vanno regolarizzate le braccia, ma gli esseri umani”, è questo il messaggio che arriverà forte e chiaro al governo, ha spiegato Aboubakar Soumahoro, attivista e sindacalista dei lavoratori agricoli dell’Usb, contattato da Fanpage.it.</p>



<p><strong>Perché questo sciopero?</strong></p>



<p>Partiamo dal contesto attuale. Abbiamo oltre 31mila morti per il virus. Medici, infermieri, operatori della sanità, sono stati chiamati ‘eroi’: ecco loro negli ospedali, quando erano chiamati a salvare vite, non hanno mai chiesto quale tessera di partito avessero in tasca i pazienti, né hanno domandato la collocazione ideologica o post ideologica, se i malati avessero o meno un permesso di soggiorno o una carta d’identità italiana. Hanno sempre curato chi dovevano, senza mai sottrarsi.&nbsp;Il governo nel contesto della pandemia ha l’unico dovere di proteggere le vite, nessuna esclusa. Quando si fa il decreto ‘Cura Italia’ e vengono adottate delle misure di confinamento generale, per prevenire i rischi, si è scoperto che il contesto preesistente alla pandemia era un contesto lacerato, dilaniato dalle disuguaglianze sociali: persone che non hanno nemmeno una casa non sanno cosa sia il distanziamento sociale. Lo Stato doveva salvare tutti. Invece ha fatto esattamente l’opposto di quello che fanno i medici e gli infermieri. Ci si è preoccupati della verdura e della frutta, che si teme possano marcire, piuttosto che delle persone, i cui diritti stanno marcendo da anni nei campi. Voglio ricordare qualche nome:&nbsp;Paola Clemente, 49enne bracciante di San Giorgio Jonico deceduta in un vigneto di Andria il 13 giugno 2015,&nbsp;Soumaila&nbsp;Sacko, 29 anni, del Mali, con regolare permesso di soggiorno, ammazzato nel Vibonese da una&nbsp;fucilata il 3 giugno 2018. E un pensiero va a tutti gli uomini e le donne che tutti i giorni si spaccano la schiena nei campi. A mancare ancora una volta sono i diritti.</p>



<p><strong>Cosa non va in questo provvedimento?</strong></p>



<p>Si è scelto chiaramente di produrre un provvedimento che nel merito della questione ha come base quella di preoccuparsi dell’utilità di mercato, anziché di salvare le vite. Le nostre critiche sono di varia natura, ne cito giusto tre: l’aver riservato la regolarizzazione ad alcuni settori, escludendone altri. Dove sono i riders, la logistica, i facchini, gli ambulanti, gli edili, la ristorazione?</p>



<p><strong>Quali sono le altre criticità?</strong></p>



<p>Il secondo punto riguarda l’aver riservato la regolarizzazione a coloro i quali hanno un permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019. Qui bisogna ricordare che il tutto si sta svolgendo nel tessuto legislativo dei decreti Sicurezza. E quindi ci sono le vittime dei decreti che non avranno accesso a questa emersione, perché il governo non ha avuto l’audacia, il coraggio, di cancellare questi decreti, che sono una fabbrica di produzione di marginalità e di dannati, resi invisibili. Il terzo elemento che non va nella sanatoria è l’aver subordinato il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, il che è una miscela esplosiva di sottomissione del lavoratore e della lavoratrice a qualsiasi forma di ricattabilità e sfruttamento.</p>



<p><strong>Quali migliorie proponevate al provvedimento?</strong></p>



<p>L’urgenza consisteva nel rilasciare un permesso di soggiorno alla luce dell’attuale contesto di pandemia, che sia convertibile anche per attività lavorativa. La nostra proposta è semplice.</p>



<p><strong>Qual è la partecipazione prevista allo sciopero?</strong></p>



<p>Intanto voglio dire che quel giorno non ci sarà né raccolta di asparagi, né raccolta di mirtilli o di verdura. Visto che per lo Stato siamo stati invisibili noi il 21 maggio saremo invisibili anche per i campi. Sarà sciopero totale. Allo stesso tempo abbiamo ricevuto la solidarietà di tantissimi consumatori e consumatrici, centinaia, che stanno riscoprendo cosa c’è dietro a una forchettata di spaghetti, e cioè il sudore, la fatica, l’immiserimento. E ci stanno mandando tantissimi messaggi, per annunciarci che loro quel giorno non faranno la spesa, e indosseranno virtualmente gli stivali, mentre noi saremo nelle campagne, con gli stivali reali, a incrociare le braccia. Poi stiamo ricevendo messaggi anche da tanti agricoltori, che ci dicono che loro quel giorno non andranno a lavorare. Abbiamo avuto migliaia di adesioni. Ci sono assemblee, nell’Agro Pontino, in Emilia-Romagna, in Toscana, in Calabria, nel foggiano. Lì domenica ci sarà una grossa assemblea nell’insediamento dei braccianti di&nbsp;Torretta Antonacci. Tra coloro che sciopereranno ci sono anche braccianti con il permesso di soggiorno, perché i loro diritti non sono riconosciuti. In questo momento ci sono braccianti nella Piana di Gioia Tauro che sono impiegati nella raccolta dei mirtilli, e percepiscono 30 euro al giorno, si spaccano la schiena dall’alba al tramonto, invece dei 50 euro circa previsti dal contratto. È chiaro che nessuno deve permettersi di strumentalizzare la fatica di questi uomini e donne, narrando una realtà che non esiste, quando non hanno mai messo sentimentalmente, moralmente, eticamente e concretamente gli stivali per immedesimarsi nei braccianti, italiani o stranieri che siano.</p>



<p><strong>Cosa hai pensato quando la ministra Bellanova si è commossa mentre annunciava il decreto?</strong></p>



<p>Ero impegnato in un’assemblea con i braccianti.</p>



<p><strong>Qual è la dotazione di Dpi nei campi, che dati avete?</strong></p>



<p>Ho lanciato una campagna di raccolta, tutt’ora aperta, mentre venivano emanati i vari dpcm, perché ai braccianti veniva detto che dovevano lavorare nei campi per assicurare il cibo per la popolazione, senza dispositivi di protezione individuale, e fino ad ora, chi parla di lotta al caporalato, non è stato in grado di convocare il tavolo sullo sfruttamento e il caporalato in agricoltura, mentre noi eravamo, e siamo, esposti. Grazie alla nostra raccolta continuiamo a comprare e distribuire generi alimentari ai braccianti e alle famiglie, anche italiane, e dispositivi di protezione individuale. Non ne abbiamo ricevuto neanche uno, da parte di chi in queste ore ha detto di preoccuparsi della nostra condizione, quando in realtà non è connesso sentimentalmente con noi. Noi stiamo girando dappertutto, siamo stati in Basilicata, in Calabria, in Puglia, e continueremo a girare l’Italia.&nbsp;Il governo ha abdicato a questa nobile e civile missione. Ma noi non ci arrendiamo, continueremo a chiedere la salvezza delle persone.</p>



<p><a href="https://www.fanpage.it/politica/braccianti-in-sciopero-soumahoro-a-fanpage-it-governo-preoccupato-della-frutta-non-delle-persone/?utm_source=rss&utm_medium=rss">da qui</a></p>



<p><strong>Dai campi ai supermercati, più diritti meno sfruttati. Solidarietà ai braccianti in sciopero (dice Potere al Popolo)</strong></p>



<p>Il 21 maggio nei campi di raccolta della Piana di Gioia Tauro, del Foggiano e di tante altre regioni d’Italia i lavoratori migranti agricoli hanno deciso di incrociare le braccia contro il provvedimento di regolarizzazione previsto nel “Decreto Rilancio”, un provvedimento insufficiente sia per rispondere ai bisogni economici e sociali dei braccianti stessi, sia per far fronte all’emergenza sanitaria ed economica che sta colpendo tutto il paese.</p>



<p>I braccianti in sciopero chiedono che vengano rispettati tre diritti fondamentali da parte dei padroni e dello stato: 1° un documento di soggiorno per tutti i migranti come primo passo che permette di emergere dallo sfruttamento del lavoro nero; 2° il rispetto e la garanzia di pagamento di un salario dignitoso; 3° un programma di inserimento abitativo come risposta alle condizioni iper-precarie nei ghetti che costeggiano i campi.</p>



<p><strong>Che cosa c’entra con noi questo sciopero?</strong></p>



<p>Il lavoro agricolo costituisce il primo anello della filiera agroalimentare. Nel suo insieme, si tratta del primo settore economico italiano in quanto a fatturato: ma a questa immensa ricchezza corrisponde una enorme diseguaglianza per quanto riguarda la sua distribuzione. I colossi della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), infatti, esercitano una enorme pressione – che sfocia nel ricatto vero e proprio e nell’imposizione di prezzi e condizioni – nei confronti dei produttori agricoli, in larghissima parte aziende di piccole dimensioni che non possono trattare ad armi pari. Questa pressione si traduce nel tentativo di risparmiare il più possibile sull’elemento più semplice da colpire per qualsiasi tipo di azienda: il costo del lavoro. Da qui hanno origine le condizioni di lavoro disumane e i salari infami che vengono imposti ai lavoratori agricoli. Ma questa disuguaglianza di base non colpisce solo i braccianti: ogni anello della filiera prova a massimizzare il profitto scaricando tutto sui lavoratori e sulle lavoratrici, dai campi fino ai supermercati, passando per le industrie della lavorazione e le compagnie della logistica.</p>



<p>Nei mesi d’emergenza queste disuguaglianze si sono manifestate con maggiore intensità: in un periodo in cui una larga parte dell’economia infatti lamenta la paralisi o la crisi, milioni di euro sono finiti nelle casse della GDO. Le nostre spese si sono concentrate nei supermercati, e allo stesso tempo abbiamo comprato di più rispetto al solito. Tra marzo e aprile le vendite sono aumentate del 18% rispetto all’anno precedente, con acquisti concentrati per il 44% nei supermercati della GDO!</p>



<p>E mentre aumentavano vendite, prezzi e profitti della GDO, aumentavano anche gli orari e i ritmi di lavoro di cassiere e magazzinieri dei supermercati. Sono numerosi i loro racconti che denunciano le condizioni di sfruttamento che si sono intensificate durante gli ultimi mesi. A questo si aggiungono la mancanza di dispositivi di protezione individuali e minacce di licenziamento per chi chiedeva semplicemente di lavorare in sicurezza. La ciliegina sulla torta? Molte aziende hanno deciso di approfittare della copertura offerta dalla pandemia e dai provvedimenti presi per contrastarla, e i lavoratori della GDO stanno cominciando a essere messi in cassintegrazione a migliaia.</p>



<p>Dopo mesi che si parlava di una regolarizzazione, adesso è arrivata e sembra una beffa, un provvedimento utile solo a continuare a sfruttare il lavoro dei braccianti e lasciare così com’è il meccanismo generatore di sfruttamento e diseguaglianze su cui si regge l’intera filiera. Lo sciopero dei braccianti agricoli mette in questione questo meccanismo di sfruttamento in tutta la filiera agroalimentare. È fondamentale sostenere chi chiede diritti, uguaglianza e unità tra i lavoratori – perché i diritti di alcuni diventano diritti di tutti.</p>



<p><strong>Ma quanto costa la produzione agricola? Trasparenza dei prezzi subito!</strong></p>



<p>Oggi per produrre 1kg di clementine biologiche ci vogliono 26 centesimi di euro. A questi vanno aggiunti i costi per la raccolta, per il confezionamento e per il trasporto. La GDO acquista la frutta sempre attraverso intermediari, praticamente mai direttamente dal produttore. Quindi, un produttore, per non fallire, deve vendere le clementine almeno a 60 centesimi.</p>



<p>Nel 2019 le clementine biologiche della Piana di Gioia Tauro sono state pagate 32 centesimi al kilo, con raccolta a carico dei produttori. Se si tolgono 11 centesimi per la raccolta, il prezzo di produzione diventa di 21 centesimi – quindi si tratta di un prezzo nettamente sottocosto. E sono le stesse clementine che si trovano sui banchi dei supermercati della GDO a € 2,50/kg.</p>



<p>Questo semplice calcolo dimostra che esiste solo una variabile sulla quale si riesce a risparmiare: la manodopera! Lo sfruttamento dei braccianti e dei piccoli produttori, ma anche dei lavoratori del trasporto e dei supermercati della GDO è quindi un elemento strutturale della filiera agroalimentare che genera enormi profitti da un lato, mancanza di diritti, salari bassi e condizioni di lavoro disumani dall’altro.</p>



<p>È necessario che la GDO pubblichi nei cartellini dei loro banchi non solo il prezzo di vendita, ma anche il prezzo pagato al produttore al netto di tutte le intermediazioni (il cosiddetto prezzo sorgente). In questo modo non si elimina lo sfruttamento della manodopera, ma si da un elemento in più per tracciare la distribuzione della ricchezza lungo la catena di valore della filiera agroalimentare – un elemento di coscienza indispensabile per combattere e cambiare l’ordine delle cose.</p>



<p><strong>Cosa vogliamo quindi?</strong></p>



<p>Il 21 maggio ci troveremo davanti ai supermercati della GDO in primo luogo per esprimere la nostra massima solidarietà ai braccianti agricoli in sciopero contro le condizioni di sfruttamento che vivono quotidianamente. Con le nostre azioni vogliamo portare le loro rivendicazioni fuori ai campi di raccolta. Le loro rivendicazioni sono le nostre:</p>



<ul><li>un permesso di soggiorno per tutti i migranti per emergere dal lavoro nero e per ottenere diritti fondamentali per ogni uomo e ogni donna;</li><li>il rispetto di condizioni di lavoro e salariali dignitosi in tutta la filiera agroalimentare: braccianti, trasportatori, cassiere, magazzinieri ecc.;</li><li>una legge nazionale che costringa i supermercati a indicare i prezzi di sorgente in modo da tracciare i costi lungo tutta la catena di valore della filiera agroalimentare.</li></ul>



<p>Per noi la giustizia e i diritti non possono essere selettivi!</p>



<p><a href="https://poterealpopolo.org/solidarieta-braccianti-sciopero/?utm_source=rss&utm_medium=rss">da qui</a></p>



<p><strong>Un bracciante è stato picchiato per aver chiesto una mascherina. Questa è l’Italia del 2020 – Giulio Cavalli</strong></p>



<p>No, il Covid-19 non è una livella, non ne usciremo migliori, non saremo tutti uguali davanti alla malattia e non sta andando tutto bene. Forse sarebbe anche il caso di abbandonare questa narrazione quasi epica che riempie tutti i giornali con le sensazioni di chi si è bevuto il primo caffè o di chi è riuscito dopo due mesi ad accorciarsi i capelli e ci sarebbe da volgere lo sguardo lì tra le pieghe degli ultimi, quegli ultimi che sono sempre stati ultimi e che nell’epoca del Coronavirus retrocedono ancora.&nbsp;<a href="https://www.tpi.it/cronaca/latina-bracciante-licenziato-e-picchiato-dopo-aver-chiesto-mascherine-arrestato-limprenditore-20200518604647/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>A Terracina uno degli ultimi schiavi si è ritrovato in un fosso</strong></a>, con la testa spaccata e con qualche osso rotto, come uno scarto che si spera di poter nascondere nel gorgo del fango, come qualcuno che merita di finire a fondo tirando lo sciacquone.</p>



<p>È l’ennesima storia che arriva da un territorio che insiste nel negare la presenza del caporalato e il suo rigurgito di schiavi e racconta di un giovane lavoratore che ha commesso l’imperdonabile errore di pretendere ciò che sta scritto nei tanto decantati decreti e nelle linee guida per la sicurezza che in alcune parti d’Italia diventano carta straccia. Lui aveva chiesto le mascherine, mascherine per non morire di Covid in quelle 12 ore di lavoro (pagate 4 euro all’ora) a cui sopravvivere sotto il sole per raccogliere la frutta e la verdura. Mentre lì in alto discutono di regolarizzazioni e se la giocano su presunte invasioni e su razzismi mascherati qui in fondo, in mezzo ai campi veri, si consuma un’orrida transumanza di uomini che valgono solo per le loro braccia come se attaccato non ci fosse anche tutto il resto del corpo, come se non ci fosse testa, come se non ci fosse cuore.</p>



<p>Lo schiavo chiede una mascherina e viene licenziato: se le persone non esistono non esistono nemmeno i loro diritti, facile facile. Quando si è permesso di chiedere al suo datore di lavoro almeno gli arretrati per i giorni lavorati è stato pestato e gettato in un fosso. Due imprenditori, finti imprenditori che sanno solo macellare carne umana, padre e figlio, sono stati arrestati per estorsione, rapina e lesioni personali aggravate. È una storia minima, laterale eppure racconta che l’infettività dell’uomo che diventa bestia è peggio del virus dei pipistrelli. Solo che su queste notizie non c’è nessun clamore politico, nemmeno un po’ di strumentalizzazione. È accaduto, sta accadendo e accadrà ancora: allo schiavismo interessa che non se ne parli per poter continuare tranquillamente a strisciare. Proprio come un virus.</p>



<p><a href="https://www.tpi.it/opinioni/caporalato-bracciante-picchiato-mascherina-italia-2020-20200519604937/?utm_source=rss&utm_medium=rss">da qui</a></p>



<p><strong>scriveva Max Frisch (a proposito degli italiani), nel 1965</strong></p>



<p><em>Riprendiamo questo intervento del 1965 del grande scrittore svizzero da&nbsp;</em>Cercavamo braccia, sono arrivati uomini<em>, un”antologia di suoi scritti curata da Mattia Mantovani, per l”editore Armando Dadò di Locarno, che ringraziamo.</em></p>



<p>Un piccolo popolo sovrano si sente in pericolo: cercavamo braccia, sono arrivati uomini. Non divorano il benessere. Anzi, al contrario, sono indispensabili al benessere stesso. Però sono qui. Lavoratori ospiti o lavoratori stranieri? lo preferisco la seconda definizione: non sono ospiti che vengono serviti per ricavarne del guadagno. Sono persone che lavorano, e che lavorano all”estero, perché nella loro patria al momento non avevano possibilità di campare. Non si può volergliene male. Parlano un”altra lingua, ma anche in questo caso non si può volergliene, soprattutto perché la lingua che parlano è una delle quattro lingue nazionali. Ma questo rende molte cose più complicate. Si lamentano di essere alloggiati in condizioni disumane, a prezzi folli, e non sono assolutamente entusiasti. Il che è inconsueto. Però si ha bisogno di loro.</p>



<p>Se il piccolo popolo sovrano non si facesse un vanto della propria umanità e tolleranza e così via, il rapporto con la manodopera straniera, con i lavoratori stranieri, sarebbe più semplice: li si potrebbe sistemare in veri e propri campi di raccolta, dove potrebbero perfino cantare, e in questo modo non riempirebbero di stranieri le nostre strade. Ma non si può farlo: non sono prigionieri, e nemmeno fuggiaschi. E allora ecco che vanno nei negozi e fanno acquisti, e quando hanno un infortunio sul lavoro o si ammalano vengono ricoverati anche loro negli ospedali. Ci si sente invasi dagli stranieri, e allora si comincia lentamente a prendersela con loro. Sfruttamento è una parola abusata, a meno che siano i datori di lavoro a sentirsi sfruttati. Si dice che risparmino un miliardo all”anno e lo spediscano a casa. Non era questo che si intendeva. Risparmiano. E in fondo anche in questo caso non si può volergliene. Però sono qui, un”invasione di persone straniere quando invece, come detto, si voleva soltanto della forza lavoro. E sono non soltanto uomini, ma sono anche diversi. Italiani. Stanno in fila alla frontiera: è inquietante. Si deve pur comprendere il piccolo popolo sovrano. Sarebbe inquietante anche se l”Italia all”improvviso chiudesse le proprie frontiere.</p>



<p>Cosa fare? Non si può fare a meno di prendere severi provvedimenti che non entusiasmano gli interessati, nemmeno i datori di lavoro interessati. È naturale. Nel paese c”è una congiuntura economica favorevole, ma non c”è entusiasmo. Gli stranieri cantano, in quattro in una stanza da letto. Il governo federale non tollera l”ingerenza di un ministro italiano: in fondo si è indipendenti, anche se poi si dipende dai lavapiatti stranieri, dai muratori, dai manovali, dai camerieri eccetera eccetera. Indipendenti (così credo) dagli Asburgo e dalla Comunità Economica Europea. Siamo realisti: 500 mila italiani sono una piccola parte, né più né meno come i negri negli Stati Uniti. Però sono un problema. Un nostro problema, purtroppo. Lavorano bene, a quanto pare, sono perfino molto capaci: in caso contrario non ne varrebbe la pena, se ne dovrebbero andare, e il pericolo dell”invasione degli stranieri sarebbe scongiurato. Debbono comportarsi in maniera irreprensibile, meglio dei turisti, perché in caso contrario il paese ospitante rinuncia alla congiuntura favorevole. Questa minaccia, va da sé, non viene espressa, a eccezione di alcune teste calde che non capiscono nulla di economia. In generale ci si mantiene sul piano di un tollerante nervosismo.</p>



<p>Sono troppi, ecco il motivo. Ma non nei cantieri, non nelle fabbriche, non nelle stalle e nemmeno nelle cucine. No, sono troppi nelle ore libere, soprattutto di domenica all”improvviso sono troppi. Balzano all”occhio, sono diversi. Osservano le ragazze e le donne, fintanto che non possono portare le proprie all”estero. Non si è razzisti. In fondo è una tradizione non essere razzisti, e la tradizione si è conservata nella condanna di atteggiamenti francesi o americani o russi, per non parlare dei tedeschi, che hanno coniato il concetto di popoli aiutanti. Tuttavia sono diversi, ecco tutto. Mettono a repentaglio le peculiarità del piccolo popolo sovrano che non ama farsi descrivere, a meno che non si tratti di un autoelogio che non interessa gli altri. Adesso invece sono gli altri a descriverci.</p>



<p>Vogliamo leggerlo?<br>Un libro di questo genere, che non sostiene una tesi ma presenta del materiale, lo si può leggere in diversi modi. Forse il modo più fruttuoso per leggerlo consiste nel leggerlo non già in quanto svizzero, ma ad esempio in maniera assolutamente letteraria. Come suonano le parole quando persone semplici parlano di se stesse? Ci sono passi, quasi in ogni colloquio, che ricordano la Bibbia, e sono così concretamente lapidari nella loro precisione che catturano l”interesse anche quando si tratta di circostanze già note. Di cosa fanno esperienza? Dell”uomo come manodopera in una società basata sulla libera impresa, certo, ma la loro esperienza rimane assolutamente apolitica, e il loro sentimento si presenta come nostalgia. Non c”è nessun rivoluzionario, il che è piuttosto toccante. Tutti parlano della famiglia. È il loro ethos. Un ethos cristiano e anche molto mediterraneo. Separazione dalla famiglia, risparmiare per la famiglia, abitare con la famiglia, la speranza in una piccola casa non all”estero ma piuttosto in Sardegna o in Romagna o in Sicilia: è di questo che parlano in continuazione.</p>



<p>Talvolta c”è un che di antico. La cultura si presenta non già come formazione, ma come eredità pratica, l”umanità non si presenta come teoria. A parlare è una stirpe che è cortese perfino nel lamento. Non sono educatori del mondo. E il denaro in quanto denaro non è una misura, nemmeno per i più stupidi. Anche se non sanno qual è la loro altra misura, tuttavia ce l”hanno e non si aspettano che altri non la conoscano. Una strana stirpe: molto umile, in fondo, ingenua, non sottomessa né servile, ma anche non arrogante, solamente non disposta a essere umiliata, e del resto poco nazionalista anche nella diaspora. Non sono assetati di potere: molti di loro, fiduciosi nella vita al pari dei bambini, si spaventano della neve in terra straniera e hanno bisogno di parecchio tempo per capire di che genere sia il freddo che li atterrisce.</p>



<p>L”altra faccia la conosciamo:<br>Il mito che la Svizzera offre a se stessa, e il fatto che il mito non risolve alcun problema, e quindi l”isteria dovuta alla sensazione di impotenza. Ogni problema che dobbiamo affrontare manda in riparazione il concetto della Svizzera.<br>Speriamo che la riparazione riesca…</p>



<p>Tratto da&nbsp;<a href="http://www.lostraniero.net/?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.lostraniero.net?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>Traduzione di Mattia Mantovani</p>



<p><a href="https://www.personaedanno.it/articolo/linvasione-degli-stranieri-max-frisch?utm_source=rss&utm_medium=rss">da qui</a></p>



<figure><iframe loading="lazy" width="860" height="484" src="https://www.youtube.com/embed/YIqFZpHQ6GY?version=3&amp;rel=1&amp;fs=1&amp;autohide=2&amp;showsearch=0&amp;showinfo=1&amp;iv_load_policy=1&amp;wmode=transparent&utm_source=rss&utm_medium=rss" allowfullscreen="true"></iframe></figure>



<p></p>



<p>“<em>…L’infanzia e la fanciullezza di Di Vittorio sono anni di miseria e di sofferenze. Il padre, salariato fisso in una grande masseria, muore di polmonite per aver voluto mettere in salvo il bestiame dell’azienda nel corso di un violento temporale. La madre, rimasta sola con i due figli, Stella di dodici anni e Peppino di sette anni, cerca di guadagnarsi il pane, lavando i panni dei vicini di casa. Ma le difficoltà sono tali che il fanciullo, nonostante le insistenze del maestro, che poco prima aveva premiato il suo profitto con un ambito riconoscimento, deve abbandonare la scuola, prima della fine dell’anno scolastico, alla seconda elementare.</em></p>



<p><em>Il suo primo giorno di occupazione non soddisfa il padrone. Questi constata che fino al tramonto il ragazzo ha raccolto solo pochi chili di piselli e lo avverte che se l’indomani non avrà reso sufficientemente lo dovrà licenziare. Di Vittorio tiene ben conto dell’avvertimento, che amerà ricordare come « la prima lezione di economia » da lui appresa nella vita. Lavora come è necessario e a distanza di due mesi ottiene il primo ingaggio per la mietitura. Per la prima volta si allontanerà per settimane dalla famiglia e sperimenterà la vita collettiva della grande masseria pugliese.</em></p>



<p><em>Allora i braccianti del Tavoliere lavoravano quattordici ore al giorno e l’unico pasto che somministrava il padrone era l’acquasale, consistente in un mestolo di acqua calda versata in una ciotola piena di pane nero, condito con poche gocce d’olio…</em></p>



<p><em>…Di Vittorio non ha ancora compiuto i 13 anni quando, nel 1905, Cerignola fa il primo sciopero generale.Egli si astiene dal lavoro e prende parte alla grande manifestazione che si svolge al centro del paese. La cavalleria carica, uccidendo cinque lavoratori. Il più giovane di questi aveva l’età di Di Vittorio ed era suo amico. Nel primo anniversario dell’eccidio, all’età di 14 anni, davanti a una piccola folla commossa, Di Vittorio pronuncia il suo primo discorso per commemorare il ragazzo caduto.L’anno successivo fonda il circolo giovanile socialista, che in poco tempo raggiunge i 400 soci…”</em></p>



<p><em>(http://www.bibliotecaprovinciale.foggia.it/capitanata/1967/1967pdf_parte1/1b/1967_p1_38-46_magno.pdf)?utm_source=rss&utm_medium=rss</em></p>



<p>Chissà cosa farebbe&nbsp;Di Vittorio il 21 maggio 2020.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. H&#038;M, moda al massimo e salari al minimo﻿</title>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2019 09:01:13 +0000</pubDate>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/05/11/stay-human-africa-hm-moda-al-massimo-e-salari-al-minimo%ef%bb%bf/">&#8220;Stay human. Africa&#8221;. H&#038;M, moda al massimo e salari al minimo﻿</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<p> </p>



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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>H&amp;M, una delle marche più famose che possiamo trovare in tutti i centri commerciale e indosso ad adolescenti e giovani di ogni età.  </p>



<p>Le commesse della catena H&amp;M sono sottopagate, sfruttate, costrette a lavorare in negozi senza finestre; il loro guadagno si aggira intorno ad 1,50 euro l’ora, non hanno pause né diritti.</p>



<p>No, non è la realtà. O, per meglio dire, non è la realtà occidentale. La stessa H&amp;M, la cui base operativa è situata in Etiopia, ha operai e operaie tra i meno pagati al mondo. Il brand citato, insieme ad altri grandi marche, viene ripreso in uno studio effettuato da un centro americano che monitora il rispetto dei diritti umani nel lavoro.</p>



<p>L’Etiopia, il secondo paese più popoloso dell’Africa, negli ultimi anni ha visto sempre di più l’aumento di gravi violazioni di diritti umani come torture e maltrattamenti nei confronti di detenuti e un progressivo appiattimento della libertà d’espressione, ed ora, a tutto questo, aggiunge le violazioni legate ai diritti dei lavoratori.</p>



<p>
Le
motivazioni del Governo sono quelle di voler attrarre investimenti
stranieri per creare il “Made in Etiopia”, spingendo ad avere
livelli salariali di base inferiori a quelli di qualunque altro
Paese. 
</p>



<p> Al momento i dipendenti etiopi lavorano per meno di un terzo degli stipendi del Bangladesh, circa 26 dollari al mese, cifra che non permette ai lavoratori di garantirsi vitto, alloggio e mezzi di trasporto dignitosi.  </p>



<ul class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" width="960" height="640" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" data-id="12493" data-link="http://www.peridirittiumani.com/?attachment_id=12493&utm_source=rss&utm_medium=rss" class="wp-image-12493" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto2-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto2-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></figure></li></ul>



<p>La volontà di un Governo di far girare la propria economia aumentando gli export che, però, va a discapito dei propri cittadini e non tiene in considerazione l’eventualità che questi ultimi possano stancarsi e ribellarsi.  </p>



<p>
La
speranza è quella di far arrivare le esportazioni a 30 miliardi (dai
145 milioni di dollari l’anno attuali), un obiettivo irrealistico
soprattutto considerata la non motivazione dei lavoratori che, con
stipendi così bassi, più volte si sono ritrovati per strada a
manifestare o dimessi dopo pochi giorni. Il non avere continuità sul
lavoro e la non motivazione di tutti porta sicuramente ad
un’inversione di rotta che quasi sicuramente non farà aumentare
l’export.</p>



<p>Secondo stime rilanciate dalla stampa internazionale, in Cina gli operai tessili guadagnano in media circa 340 dollari al mese. In Kenya la paga non supera invece i 207 dollari ma resta comunque otto volte più elevata rispetto ai livelli etiopi sopra citati.  </p>



<p>Numerose inchieste stanno seguendo questa importante violazione dei diritti umani. L’Occidente che acquista maglie e pantaloncini, ovviamente, non si accorge della gravità di questa situazione ma è giusto che l’informazione su come queste persone siano costrette a lavorare giri il più possibile.</p>



<p>
Infine,
anche l’organizzazione per i diritti dei lavoratori Workers rights
consortium (Wrc), denuncia che i lavoratori che fabbricano abiti per
la compagnia statunitense Phillips-Van Heusen Corporation (Pvh) –
che produce abiti per marchi come Tommy Hilfiger e Calvin Klein –
sono sottoposti ad abusi e sottopagati.</p>



<p>
Lo
scopo delle parole di questo articolo è una semplice denuncia
sociale, per far sì che prima di entrare in una grande catena di
abbigliamento vi poniate due domande. Il non acquisto del capo che
avete in mano può cambiare la vita di una persona, dall’altra
parte del mondo.</p>
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		<title>70 medici stranieri segnalano sottopaga, 7 euro all&#8217;ora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2019 09:10:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sanità,Foad Aodi(OMCEO Roma e Amsi);70 medici stranieri segnalano sottopaga,7 euro all&#8217;ora Amsi ;6 mila professionisti della sanità di origine straniera in Italia richiesti dal pubblico e dal privato(3000 medici,2600 infermieri e 400 fisioterapisti) Medici&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foad.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class=" wp-image-12421 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foad.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="366" height="269" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foad.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 541w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foad-300x221.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 366px) 100vw, 366px" /></a></p>
<p><b>Sanità,Foad Aodi(OMCEO Roma e Amsi);70 medici stranieri segnalano sottopaga,7 euro all&#8217;ora</b></p>
</div>
<div dir="auto">
<p><b>Amsi ;6 mila professionisti della sanità di origine straniera in Italia richiesti dal pubblico e dal privato(3000 medici,2600 infermieri e 400 fisioterapisti)</b></p>
</div>
<div dir="auto"><i>Medici e infermieri stranieri residenti in Italia cercasi, per fronteggiare le carenze di professionisti sanitari a causa dei pensionamenti: sono 6 mila le richieste di camici bianchi, infermieri e fisioterapisti giunte in un anno all’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) da parte di strutture sanitarie pubbliche e private.Le richieste per i soli medici sono state 3 mila. Lo spiega il Fondatore e presidente Amsi e Consigliere Omceo di Roma </i><b><i>Foad Aodi,</i></b><i> precisando che il maggior numero di richieste di medici è arrivata dal Veneto (400), seguito da Piemonte e Lombardia (350).I medici stranieri residenti in Italia ai quali è offerto un “impiego di collaborazione in strutture sanitarie private, sono in molti casi sottopagati rispetto al contratto vigente o pagati in ritardo“. Il presidente dell’Associazione rende noto che “circa 70 medici si sono rivolti all’Amsi dal gennaio 2019 segnalando situazioni di lavoro sottopagato“. La paga oraria “arriva pure a 7 euro – afferma – contro un minimo di 18 da contratto“.</i></div>
<div dir="auto"><i>Dal primo gennaio 2018, spiega Aodi, “sono giunte all’Amsi 1000 richieste da strutture sanitarie pubbliche e private e da studi medici e poliambulatori. Ogni richiesta avanzata comprende offerte di impiego per 1 fino a 35 professionisti della sanità di origine straniera in Italia, tra medici, infermieri e fisioterapisti. In totale sono stati quindi richiesti all’Amsi i contatti per 6000 professionisti della sanità: in particolare, 3000 medici, 2.600 infermieri e 400 fisioterapisti”. Per quanto riguarda i medici, la Regione che ha avanzato la richiesta maggiore è il Veneto (400), seguita da Piemonte (350), Lombardia (350), Puglia (300), Lazio (250), Toscana (250), Campagna (200), Emilia Romagna (150), Sicilia (100), Molise (100), Abruzzo (75), Liguria (75), Trentino Alto Adige (50), Umbria (50), Marche (50), Calabria (50), Basilicata (50), Valle d’Aosta (50), Friuli Venezia Giulia (50) e Sardegna (50). Le specializzazioni più richieste, afferma Aodi, “sono: Anestesia ,Ortopedia, Medicina d’urgenza, Radiologia, Chirurgia, Neonatologia, Ginecologia, Pediatria, Cardiologia, Neurochirurgia, Geriatria e Medici di famiglia“.</i></div>
<div dir="auto"><i>Quanto alla tipologia dell’offerta di lavoro, “nella maggioranza dei casi si tratta di contratti per Libero professionista e contratti a tempo determinato sia nel privato sia nel pubblico, con retribuzione da stipendio sindacale, ma in vari casi inferiore nel settore privato“.</i></div>
<div dir="auto"><i>“Oltre alla settantina di medici che hanno denunciato tale situazione di stipendi inferiori alla norma – afferma Aodi – un’analoga denuncia ci è giunta anche da oltre 50 infermieri di origine straniera in Italia“.</i></div>
<div dir="auto"><i>“Tra le motivazioni addotte dalle strutture private – spiega Aodi – c’è la situazione di crisi per cui le strutture affermano di non poter corrispondere una paga come da contratto sindacale. Addirittura, alcuni medici vengono pagati 7 euro l’ora e gli infermiera 5 euro l’ora. In altri casi – rileva – nel caso di cambiamento di proprietà, la nuova proprietà scarica su quella precedente la questione, oppure si lega il pagamento al versamento delle assicurazioni“.</i></div>
<div dir="auto"><i>Ma “tante volte – denuncia – si adducono anche giustificazioni assurde chiamando in causa il tema delle ‘guerre tra poveri’ tra colleghi italiani e di origine</i><span style="color: #000120;"><u><i> straniera&#8221;</i></u></span><i> .In base al contratto Cimop per il settore della Sanità privata, invece, la paga oraria per i medici dipendenti varia da un minimo di 18,36 euro lordi ad un massimo di 30,81 euro.</i></div>
<div dir="auto"><i>Per tutte queste ragioni, sottolinea il presidente Amsi, “rispetto al totale di 3mila richieste in un anno di medici stranieri giunte all’Amsi da parte delle Regioni italiane, solo il 20-25% è andato in porto con un’assunzioni. Una percentuale bassa dovuta appunto all’offerta di stipendi più bassi o ruoli sottopagati, ma anche al fatto che molti medici stranieri in Italia non accettano la proposta di lavoro perchè i contratti sono nella maggioranza dei casi a tempo determinato per brevi periodi e diventa difficile cambiare città e residenza per un impiego magari di 6 o 8 mesi“.</i></div>
<div dir="auto"><i>“Il fenomeno del lavoro medico sottopagato – conclude Aodi, anche consigliere dell’Ordine dei medici di Roma – è un fenomeno che va combattuto, perché offende la dignità della persona e dei lavoratori“.</i></div>
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		<title>Donne e discriminazioni</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2019 07:14:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Foto dalla Campagna UNWOMEN di Veronica Tedeschi Nell’anno 2019, dove modernità e tecnologia sono i capisaldi della nostra società, possiamo ancora affermare che esistono discriminazioni tra uomini e donne? Molti potrebbero pensare che quello&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Foto dalla Campagna UNWOMEN </b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/unwoman-campagna.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12181" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/unwoman-campagna.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="225" /></a></span></span>di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY">Nell’anno 2019, dove modernità e tecnologia sono i capisaldi della nostra società, possiamo ancora affermare che esistono discriminazioni tra uomini e donne?</p>
<p align="JUSTIFY">Molti potrebbero pensare che quello della disparità tra uomo e donna non sia un problema presente in tutte le società. Rispetto a cinquant’anni fa le donne lavorano, in alcuni casi anche a tempo pieno; hanno la possibilità di scegliere da sole il proprio destino, di divorziare dal proprio compagno e di vestire come meglio credono. Si tratta senza dubbio di conquiste importanti, che tuttavia non annullano del tutto le differenze di genere ancora presenti anche in Occidente.</p>
<p align="JUSTIFY">Negli anni, dalla conquista del diritto al voto, le donne hanno sempre più visto crescere i loro diritti e il loro ruolo nella società. Nulla di più vero ma anche nulla di più contestabile. In Italia non vi sono “palesi” discriminazioni, né sul posto di lavoro né nella vita ma guardando più a fondo i dati si scopre che solo il 22% dei dirigenti in Italia sono donne, contro il 78% degli uomini (Fonte: Il Sole 24 Ore), la maggior parte delle quali si trova in Lombardia e Lazio.</p>
<p>Inoltre, secondo il Global Gender Gap Report 2017, su 144 Paesi esaminati, l’Italia si piazza al 126esimo posto per la parità retributiva tra uomini e donne, e al 118esimo per la partecipazione delle donne all’ economia. <span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Art. 37 Costituzione: </span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Una pratica molto distante dalla teoria dunque che crea barriere legali che limitano l’accesso delle donne al mondo del lavoro e ristringono la possibilità di arrivare ad una vera equità di genere che, è stato dimostrato, ha effetti negativi anche sulla crescita globale.</p>
<p align="JUSTIFY">Ogni giorno, nel mondo del lavoro, le donne subiscono gli effetti della discriminazione di genere in tre ambiti: l’accesso al mondo del lavoro, le carriere e i salari. Ma come ha fatto il genere a trasformarsi in un giudizio di valore diverso per donne e uomini? La presenza di una società prettamente maschilista sia sotto il punto di vista politico che religioso. Il mondo religioso, per l’appunto, è tra i più ostili al cambiamento per quanto riguarda l’entrata delle donne come capi religiosi.</p>
<p align="JUSTIFY">Certo, rispetto a qualche anno fa le donne hanno più facilmente accesso al mondo del lavoro, ma difficilmente arrivano a ricoprire posizioni importanti. Fattore ancora più importante, è quello del gap salariale: secondo un rapporto dell’Onu, nel mondo le donne guadagnano in media il 23% in meno degli uomini. Questo accade perché solitamente lavorano meno ore retribuite, operano in settori a basso reddito o sono meno rappresentate nei livelli più alti delle aziende. Ma anche, semplicemente, perchè ricevono in media salari più bassi rispetto ai loro colleghi maschi per fare esattamente lo stesso lavoro. Esistono poi dei settori in cui le presenze femminili vengono ancora accettate a fatica: le donne sono considerate universalmente più adatte a lavorare in settori come istruzione e cura, mentre sono guardate con scetticismo se sognano di diventare informatici, ingegneri o tecnici.</p>
<p align="JUSTIFY">Insomma, per quanto sia innegabile il raggiungimento di importanti traguardi, la strada lungo la parità assoluta è ancora lunga. Tocca alla scuola operare affinché le visioni retrogade sulla donna spariscano una volta per tutte, con immediati benefici anche per la società. E’ infine necessario un intervento decisivo della politica: servono leggi mirate per garantire parità di trattamento e pieno rispetto delle regole sui luoghi di lavoro e nei pubblici uffici. Solo con uno sforzo congiunto l’uguaglianza non sarà più soltanto un miraggio.</p>
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		<title>Diario da Cuba (2): economia ed istruzione</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Sep 2017 12:18:45 +0000</pubDate>
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<p>Con questo secondo post riportiamo le parole di Hanoi: 45 anni, lavora a l&#8217;Habana come parcheggaitore, ha una compagna e due figli, si arrangia per arrotondare lo stipendio.</p>
<p>Ripetiamo che non vogliamo commentare i discorsi delle persone che abbiamo incontrato e con cui abbiamo parlato, lo facciamo fare a voi lettrici e lettori, se volete.</p>
<p>Hanoi: i suoi genitori sono comunisti e lo hanno chiamato così in onore della battaglia vinta dai Vietcong con gli USA, l&#8217;anno in cui lui è nato.</p>
<p>A Cuba l&#8217;istruzione è gratuita, anche i libri di testo, ma se uno studente li rovina, deve ripagarli. Ci sono 12 livelli di istruzione (nei settori di scuole professionali, tecnologiche e in università), ognuno sceglie in base alle proprie capacità e si può scegliere la carriera però per alle famiglie risulta difficile mantenere la persona che studia perchè i salari sono molto bassi per tutti.</p>
<p>A Cuba ci sono due monete: il CUC per i turisti e il CUP per i cubani. Il prezzo del CUP si sta avvicinando al valore della valuta straniera per cui – a parità di salario – i prezzi aumentano sempre di più. Prima della caduta del muro di Berlino, invece, la valuta interna aveva molto potere d&#8217;acquisto e anche la mentalità era diversa: non c&#8217;erano differenze di classe. Adesso sono stati importati i valori materialistici e l&#8217;embargo è diventato la scusa di tutti: ad esempio, in cantiere molti rubano (dall&#8217;architetto all&#8217;elettricista) ed è colpa dell&#8217;embargo, ma il problema è interno. Quando Hanoi aveva 20 anni e andava a ballare, senza abiti di marca e senza soldi, le ragazze gli si buttavano addosso perchè era un bravissimo ballerino&#8230;Ora, dice, non è così: le donne escono se un uomo sta bene economicamente&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/09/20170815_202416-e1505477657696.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9402" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/09/20170815_202416-e1505477657696.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2592" height="1944" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/09/20170815_202416-e1505477657696.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2592w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/09/20170815_202416-e1505477657696-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/09/20170815_202416-e1505477657696-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/09/20170815_202416-e1505477657696-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 2592px) 100vw, 2592px" /></a></p>
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		<title>Lombardia: approvata legge per parità di genere nei Cda</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2016 08:15:54 +0000</pubDate>
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</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato una legge che, recependo quella nazionale del 2011, prevede che almeno un terzo dei componenti dei Consigli di amministrazione debbano essere donne (o uomini).<br />
Nonostante la polemica per una dichiarazione del capogruppo della Lega Nord, Massimiliano Romeo, sulla disparità di trattamento economico delle donne, il provvedimento è passato a larghissima maggioranza (solo due astenuti). La legge stabilisce in particolare che la parità di genere debba essere rispettata sia nella presentazione delle candidature sia nella votazione delle stesse in Consiglio regionale: nel caso questo equilibrio di genere non venga rispettato, la Giunta o il Consiglio regionale dovranno riaprire i termini per presentare le candidature. &#8220;Come evidenziato dalle statistiche Istat uomini e donne non godono delle medesime opportunità nel mondo del lavoro sia in termini di assunzioni sia di carriera, sia di salario &#8211; ha dichiarato la relatrice Silvana Santisi Saita, consigliera della Lega -. Le donne in Italia pagano lo scotto di politiche che non agevolano il loro ingresso nel lavoro e non le sostengono durante i periodi delicati della loro vita. Le donne, in quanto donne, sono costrette spesso a lasciare il lavoro o a scegliere il part-time a causa delle carenze di una politica sociale inadeguata&#8221;.<br />
&#8220;Oggi &#8211; ha sottolineato la vicepresidente del Consiglio, Sara Valmaggi &#8211; la Lombardia compie un passo avanti significativo, in linea con quanto ci chiede l&#8217;Europa, indispensabile per superare la mancanza di volontà politica di alcuni settori. Sono convinta che la decisione odierna aiuterà a cambiare sensibilmente la cultura istituzionale e a farne un esempio per le scelte dell&#8217;intera società lombarda. Introduciamo un concetto di democrazia paritaria.</p>
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		<title>“America latina: i diritti negati”: Ciao bella</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jun 2016 08:43:56 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di Mayra Landaverde</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto inizia sempre così, con un “ciao bella”, accompagnato da altre tante parole che ti fanno sentire tutt’altro che bella. Ti fanno sentire sporca, cattiva, sbagliata, colpevole.</p>
<p>Eppure ci succede tutti i giorni. In metropolitana, sull’autobus, nei negozi, per strada, perfino in chiesa. E al lavoro. Le molestie sessuali ci circondano. Cresciamo con loro. Con quelle parole che fanno del corpo della donna un banale oggetto.</p>
<p>Mi è successo qui in Italia, in Messico, Tunisia, Svizzera, in Marocco… in tutti i paesi in cui sono stata. Tutti. E non mi ero resa conto. C’è sempre stato qualcuno che mi ha fatto sentire male per le sue insinuazioni sul mio modo di vestire, di camminare o per il mio corpo.</p>
<p>Credo che in Latinoamerica sia una cosa cui tristemente ci siamo troppo abituate. E’ colpa nostra. Soprattutto quando succede al lavoro. Si, è colpa nostra se non diamoa questo fenomeno il peso che ha. Non le nostre gambe o la nostra scollatura. Non dare importanza e non denunciare, quello sì che è colpa nostra.</p>
<p>Il Messico è un Paese veramente arretrato e maschilista, ma ha delle leggi che pochissime donne conoscono. Il governo dell’attuale presidente Enrique Pena, che è stato sindaco della città dove si registrano più femminicidi in assoluto, non si dà da fare per pubblicizzarle.</p>
<p>Un popolo di donne ben consapevoli dei propri diritti non è utile ad un governo del genere.</p>
<p>La “Comision para la cooperacion laboral” ha redatto una guida per far conoscere i propri diritti alle donne lavoratrici messicane. E’ scritta in modo efficace e con parole molto semplici. E’ la prima volta che mi capita di vedere un documento del genere in circolazione. Io sono stata anche lavoratrice in Messico e nessuno me ne ha mai parlato, nemmeno la mia responsabile, donna.</p>
<p>La guida inizia così.</p>
<p>“In Messico tutte le donne lavoratrici messicane e straniere anche senza permesso di soggiorno hanno gli stessi diritti.</p>
<p>Il diritto a essere trattate in modo uguale ai maschi</p>
<p>Il diritto a non subire molestie sessuali.</p>
<p>Il diritto a ricevere uno stipendio uguale a quello dei maschi per lo svolgimento dello stesso lavoro.”</p>
<p>Sotto queste parole la guida spiega cosa siano le molestie sessuali. Bisogna spiegarle, sì. Non è che hai un capo che adora le donne, che è troppo simpatico, che è troppo vivace. No. Quelle parole che ti mettono a disagio sono illegali. Si chiamano molestie sessuali e nessuna donna deve subirle. Bisogna denunciare.</p>
<p>In Messico è un delitto federale, ma pochissime donne lo sanno. Quasi mai denunciano.</p>
<p>Un datore di lavoro coinvolto in un qualsiasi trattamento discriminatorio sul posto di lavoro, che esegue, consente o tollera atti di molestia sessuale può essere multato da 250 a 5000 volte il salario minimo. Un dipendente può essere licenziato per aver commesso un atto immorale, molestie sessuali sul posto di lavoro. Allo stesso modo, un dipendente può legalmente risolvere il contratto di lavoro se lui o lei è sottoposto a molestie sessuali. Una multa pari a un massimo del salario di 40 giorni può essere inflitta nei confronti di una persona che, su base continuativa, molesta sessualmente un&#8217;altra persona di entrambi i sessi, approfittando della propria posizione gerarchica. Se la molestia è commessa da un dipendente pubblico, deve essere rimosso dal suo incarico.</p>
<p>Se ci sono le leggi, perché migliaia di donne subiscono quotidianamente queste violenze?</p>
<p>Come scrive Cynthia Juarez, femminista messicana:</p>
<p>“In Messico, la società tace sulla tortura quotidiana contro le donne e il femminicidio, ma è scioccata quando un gruppo di ragazze fanno dei graffiti, gridano o si difendono a colpi da una aggressione.</p>
<p>Il problema è che nemmeno la parte più progressiva di buone intenzioni, la società rivoluzionaria, è pronta a vedere un gruppo di donne organizzate e preparate a difendersi.</p>
<p><span style="font-family: Times, Times New Roman, serif;">Siamo rabbiose, sì. E siamo anche ciniche, amorevoli, gioiose, non solo con i nostri sogni irriverenti, ma con artigli e denti per scappare e continuare a costruire un mondo in cui nessun bambino, nessuna bambina e nessuna donna devano vivere violenza da parte di soggetti concreti,e poi vivere una nuova vittimizzazione dalla società ipocrita che vieta loro di denunciare o difendersi”.</span></p>
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