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	<title>strage Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Aggiornamento #Libano</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2020 07:50:16 +0000</pubDate>
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<p>(Da Anmbamed di Farid Adly)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="800" height="600" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14497" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure></div>



<p>Manifestazioni a Beirut per il terzo giorno consecutivo. Scontri con la polizia nella piazza dei Martiri, nel centro della città. “Punire i responsabili ed i primi tra coloro si siedono sulle poltrone del governo e del Parlamento”, hanno scritto nei cartelli. “Negligenza e corruzione sono le cause della strage”, annunciano altri. La richiesta è la caduta del governo e elezioni anticipate subito. Pietre contro lacrimogeni e pallottole di gomma. I manifestanti hanno tentato di raggiungere la sede del Parlamento, scavalcando le transenne, ma sono stati respinti. Nei video postati sui social è stato notato un principio di incendio nelle vicinanze del palazzo del Parlamento, ma è stato subito domato dai vigili del fuoco. La situazione politica nel paese sta precipitando. Si sono dimessi due ministri: quella dell&#8217;Informazione, Manal Abdulsamad, e dell&#8217;ambiente, Dimanus Qattar. Abdulsamad ha spiegato la sua decisione per l&#8217;incapacità di rispondere alla volontà popolare di un passo di cambio nella gestione del potere. 11 i deputati che si sono dimessi dall&#8217;incarico.</p>



<p>Il confronto politico è sulla natura dell&#8217;inchiesta sulla strage. I partiti dell&#8217;opposizione, Saad Hariri (sunniti), Walid Jumblat (Socialisti) e una parte dei partiti cristiani chiedono un&#8217;inchiesta internazionale. I partiti al governo (Hezbollah, una parte dei sunniti e i cristiani&nbsp;seguaci del presidente&nbsp;Aoun) vogliono mantenere il carattere nazionale alla vicenda. Il timore dei primi è che venga insabbiata l&#8217;inchiesta; quello dei contrari è che vengano scoperte responsabilità politiche dei diversi governi che si sono succeduti negli ultimi anni.</p>



<p>Sulla questione si è espresso anche il patriarca maronita, nel sermone della Domenica, chiedendo le dimissioni del governo, elezioni anticipate e inchiesta internazionale.</p>



<p>Un altro tema nel dibattito politico libanese è il disarmo di Hezbollah; tema questo che rischia di avvelenare le acque e portare il paese allo scontro confessionale e alla guerra civile.</p>



<p>Le ricerche dei dispersi sono praticamente concluse. Il capo delle squadre ha affermato che “non ci sono più speranze di trovare altre persone vive sotto le macerie. Rimaniamo a lavorare per la rimozione delle macerie e liberare le strade”. Il numero totale delle vittime sale quindi a 208 morti.</p>



<p>Sul piano internazionale, la Conferenza di Parigi dei paesi donatori, promossa dalla Francia e dall&#8217;ONU, non sembra aver trovato il successo sperato. Di fronte ad una valutazione del danno di 15 miliardi di dollari, gli aiuti promessi sono di 250 milioni e “condizionati alla fornitura diretta degli aiuti alla popolazione, per evitare corruzione e clientelismo. Non daremo carta bianca al sistema politico libanese”, ha sentenziato il presidente Macron.</p>



<p>IL premier libanese Diyab ha presentato le sue dimissioni, dopo le proteste popolari e le dimissioni di 4 ministri e 11 deputati dai loro incarichi. Lo ha fatto con dignità, sostenendo le rivendicazioni della piazza, ma mettendo con dignità i punti sugli i: “Siamo qui a guidare il paese da pochi mesi, ma ci siamo accorti che il sistema corrotto è uno Stato nello Stato. Siamo per la punizione di chi ha sbagliato, per una vicenda che dura da 7 anni&#8230; Tra coloro che hanno chiesto le nostre dimissioni ci sono politici che hanno governato per molto più tempo di questo governo tecnico. Non c&#8217;è limite alla vergogna”. La frecciata è rivolta senza nominarli all&#8217;ex premier Saad Hariri, ai ministri di governi passati che siedono nelle istituzioni bancarie e finanziarie. Il presidente Aoun lo ha incaricato degli affari correnti e inizierà le consultazioni per una nuova nomina o elezioni anticipate. La crisi libanese è complessa, perché il sistema politico è marcio e fondato non sulla cittadinanza, ma sull&#8217;appartenenza alle confessioni. Una delle richieste delle manifestazioni di piazza, che durano dello scorso 17 Ottobre, è proprio la fine della spartizione confessionale della politica e delle poltrone. Una rivendicazione che dura dai tempi della guerra civile durata dal 1975 al 1990. Ma il sistema è riuscito, a causa dell&#8217;interferenza anche di fattori esterni, a impedire il cambiamento. La strage del porto è dato il colpo di grazia al sistema corrotto, ma probabilmente anche alle speranza di cambiamento e di fronte al Libano si apre un periodo molto difficile pieno di incognite.</p>



<p>Il paese è sulla bocca di un vulcano e rischia di finire nell&#8217;uragano degli scontri regionali e internazionali: lo scontro tra l&#8217;iran e Israele e Stati Uniti, la lotta tra Turchia e Qatar da una parte e Arabia Saudita e Emirati arabi uniti dall&#8217;altra. E anche qua non manca lo zampino della Turchia, che sfida sul terreno delle influenze la Francia. Nel paese inoltre vivono circa due milioni di profughi palestinesi e siriani, con il dramma dei loro paesi dove, in uno c&#8217;è una guerra civile e l&#8217;altro è sottoposto ad un&#8217;occupazione militare. La guerra tra Israele e Siria si gioca anche sul territorio libanese.</p>



<p>Il Libano si è barcamenato finora in un equilibrio instabile, dichiarando la sua neutralità. Una condizione impossibile in un mare di contraddizioni come lo è il Vicino Oriente. Le pressioni politiche ed economiche messe in campo da Washington e Riad nascono dalla volontà di escludere Hezbollah dal governo. Ma senza questo movimento, non ci sarebbe una maggioranza in Parlamento. Hezbollah è un partito e allo stesso tempo un movimento armato di resistenza contro Israele ed è nel campo dell&#8217;Iran e del presidente siriano Bashar Assad. Suoi 4 aderenti sono accusati per l&#8217;assassinio dell&#8217;ex premier Rafiq Hariri e processati in contumacia al Tribunale speciale dell&#8217;Aja, che doveva emettere la sentenza lo scorso Venerdì. In passato, le condizioni politiche hanno costretto lo stesso Saad Hariri, figlio di Rafiq e capo del Partito Al Mustqbal (Futuro), a presiedere un governo di coalizione con Hezbollah. Condizioni che adesso non ci saranno più.</p>



<p>Durante la conferenza dei paesi donatori, si è vista la debolezza del governo attuale, che è stato escluso dal poter gestire gli aiuti internazionali, che andranno direttamente alle organizzazioni non governative libanesi ed agli organismi internazionali dell&#8217;ONU.</p>



<p>Le variabili sono molte e il presidente francese Macron ha accennato ad una di queste rivolgendosi al presidente USA Trump: “Le sanzioni rischiano di complicare il quadro politico libanese, invece di risolverlo”. Le sanzioni all&#8217;Iran, che toccano Hezbollah, intende. Per non far crollare il paese dei cedri, Parigi indica un governo di unità nazionale, per una riforma costituzionale.</p>



<p>Sarà capace la società civile libanese, che ha condotto le lotte di piazza, in modo civile e misurato, di proseguire su questo sentiero accidentato? Una riforma costituzionale ha bisogno di un Parlamento non spartito tra le confessioni ed una legge elettorale democratica: ogni testa un voto.</p>



<p>E&#8217; una lotta impari, che si svolge in condizioni molto più difficili in una situazione economica disastrosa e un clima internazionale polarizzato, che non lascia spazi di manovra.</p>



<p>Dalle ceneri del porto, potrebbe nascere il nuovo Libano, ma non si vedono in campo le forze per portarlo a termine.</p>
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		<title>Notizie dal mondo. Libano, in primo piano</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Aug 2020 09:25:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Rassegna stampa di oggi, 5 agosto 2020, a cura di Farid Adly, Anbamed. I titoli: Libano: una strage nel porto di Beirut. Dubbi sulla versione ufficiale sull&#8217;origine della spaventosa deflagrazione Iran: un altro incendio&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>Rassegna stampa di oggi, 5 agosto 2020, a cura di Farid Adly, Anbamed. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="738" height="462" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/beirut-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14484" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/beirut-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 738w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/beirut-1-300x188.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 738px) 100vw, 738px" /></figure></div>



<p><em>I titoli:</em></p>



<p>Libano: una strage nel porto di Beirut. Dubbi sulla versione ufficiale sull&#8217;origine della spaventosa deflagrazione</p>



<p>Iran: un altro incendio misterioso in un complesso industriale a Teheran</p>



<p>Acque del Nilo: Egitto e Sudan abbandonano il negoziato</p>



<p>Yemen: piogge torrenziali e aluvioni: 45 morti e migliaia di sfollati.</p>



<p>Egitto: appello per la liberazione di Sanaa Seif</p>



<p><em>Le notizie:</em></p>



<p><strong>Libano:</strong></p>



<p>“Beirut Piange”, “La Catastrofe”. Sono due titoli di giornali libanesi stamattina, il giorno dopo la spaventosa esplosione nel porto della capitale libanese. Al-Nahar rincara la dose: “Il suicidio di uno Stato fallito”. Gli ospedali sono in tilt per l&#8217;arrivo di oltre 3 mila feriti. I morti sono 73, ma non si esclude che il numero sia più alto e che sicuramente aumenterà. La Croce Rossa libanese parla già di 100 vittime. Sgomento, incredulità e tanta solidarietà umana e internazionale.</p>



<p>Le dichiarazioni che tendevano a minimizzare hanno ridotto la credibilità delle versioni ufficiali: deposito di fuochi d&#8217;artificio, esplosivi sequestrati da tempo e, infine, i nitrati d&#8217;ammonio non convincono. Un generale in pensione, Khalil Hello, ha puntualizzato che “i nitrati di ammonio per esplodere hanno bisogno di un innesco, non esplodono da sole”.</p>



<p>Negligenza o attentato? Nessuna pista è esclusa e il primo ministro ha promesso che i responsabili saranno individuati e pagheranno.</p>



<p>Non mancano i commentatori che collegano l&#8217;esplosione con l&#8217;avvicinarsi della sentenza per l&#8217;assassinio dell&#8217;ex premier Rafiq Hariri (14 febbraio 2005), che sarà pronunciata dopo domani Venerdì al Tribunale speciale per il Libano, all&#8217;Aja. Una sentenza attesa da anni di un processo che ha visto sul banco degli imputati 4 uomini di Hezbollah.</p>



<p><strong>Iran:</strong></p>



<p>Un altro incendio misterioso in una zona industriale iraniana. Lo riporta la Tv di Stato sostenendo che non ci sono state vittime, ma soltanto danni materiali. L&#8217;incendio è avvenuto in un quartiere di Teheran, ieri mattina, ed è stato domato dai vigili del fuoco. E&#8217; l&#8217;ennesimo episodio di una lunga serie che ha colpito a ripetizione impianti industriali strategici iraniani e che finora non hanno trovato spiegazione; il più preoccupante dei quali è stato l&#8217;incendio divampato nella centrale nucleare di Natanz.</p>



<p>Il sito statunitense, Business Insider, citando generali israeliani e statunitensi in anonimato, ha sostenuto che dietro questi incendi c&#8217;è la mano di Tel Aviv, che mira ad innescare una guerra con Teheran con il sostegno di Trump, prima delle elezioni negli Stati Uniti.</p>



<p><strong>Acque del Nilo:</strong></p>



<p>Egitto e Sudan hanno chiesto la sospensione delle trattative con Etiopia. “Dopo l&#8217;ultima lettera del governo di Addis Abeba, è apparso chiaro che si sta cercando di perdere tempo”, ha detto il ministro dell&#8217;irrigazione del Cairo. Il ministero degli esteri di Khartoum, invece, va più pesante: “Non possiamo consegnare la sorte di 22 milioni di sudanesi, che vivono sulle rive del Nilo, nelle mani di chi non rispetta gli impegni”. Il ritiro dei due Paesi è stato comunicato all&#8217;Unione Africana che sta conducendo il difficile negoziato. Le trattative durano da tempo, ma non si è arrivato ad un accordo che rispetti i diritti e gli interessi di tutti i tre paesi. Etiopia ha annunciato, lo scorso 21 luglio, di aver completato la prima fase del riempimento della diga Rinascita, senza nessun accordo con gli altri due paesi rivieraschi. Il Cairo aveva annunciato che farà ricorso al Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU ed al Tribunale Internazionale dell&#8217;Aja.</p>



<p><strong>Yemen:</strong></p>



<p>Le piogge torrenziali hanno causato alluvioni in tutto il Paese, con vittime e danni materiali ingenti. Ci sono state 45 vittime, 8 dei quali bambini. I danni materiali sono incalcolabili, in un paese distrutto dalla guerra e dalla povertà. Due dighe sono crollate. Decine di migliaia gli sfollati. La provincia più colpita è quella di Marab, dove i campi degli sfollati della guerra in corso sono stati travolti dalle acque. Le previsioni meteo sono allarmanti. Nel paese non c&#8217;è un governo centrale e vive da 6 anni una guerra civile per procura, con un pesante intervento militare saudita.</p>



<p><strong>Egitto:</strong></p>



<p>200 intellettuali internazionali, tra i quali, Noam Chomsky, hanno firmato un appello per la liberazione di Sanaa Seif, sorella dell&#8217;attivista egiziano, Alaa Abdel Fattah, dirigente del movimento di protesta del 25 gennaio 2011, che ha fatto cadere la dittatura di Mubarak, anche lui in carcere dal settembre 2019. Sanaa è stata arrestata lo scorso Giugno mentre stava compiendo uno sciopero della fame, insieme alla madre, davanti al carcere di Tora, per chiedere notizie su Alaa. Le due donne avevano lamentato di essere state maltrattate dagli agenti e la magistratura ha ordinato l&#8217;arresto di Sanaa per “diffusione di notizie false e di turbativa della sicurezza nazionale”.&nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>Promozione teatrale per i nostri lettori. UTOYA</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Feb 2020 14:27:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani è lieta di offrirvi una promo teatrale per lo spettacolo UTOYA. 15 euro per ogni nostro lettore interessato. Perchè a noi interessa riflettere sui diritti con ogni forma culturale.&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani </em></strong>è lieta di offrirvi una promo teatrale per lo spettacolo UTOYA. 15 euro per ogni nostro lettore interessato. Perchè a noi interessa riflettere sui diritti con ogni forma culturale. </p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="960" height="960" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/utoya.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13598" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/utoya.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/utoya-150x150.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/utoya-300x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/utoya-768x768.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/utoya-160x160.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/utoya-320x320.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></figure>



<p>“Caro Anders Behring Breivik, sappi che hai perso. Tu credi forse di avere vinto, uccidendo i miei amici e i miei compagni. Tu forse credi di aver distrutto il partito laburista e coloro che in tutto il mondo credono a una società multiculturale. Tu descrivi te stesso come un eroe, un cavaliere. Tu non sei un eroe. Ma una cosa è sicura, tu di eroi ne hai creati. A Utoya, in quella giornata di luglio, tu hai creato alcuni tra i più grandi eroi che il mondo abbia mai prodotto, hai radunato l’umanità intera. Tu meriti di sapere cosa ha prodotto il tuo piano. Molti sono arrabbiati con te, tu sei l’uomo più odiato della Norvegia. Io non sono arrabbiato. Io non ho paura di te. Non ci puoi colpire, noi siamo più grandi di te. Noi non risponderemo al male con il male, come vorresti tu. Noi combattiamo il male con il bene. E noi vinceremo.”<br>(Ivar Benjamin Ostebo, 16 anni, sopravvissuto alla strage di Utoya, lettera aperta a Breivik sulla sua pagina Facebook. Oslo, 1 Agosto 2011)</p>



<p>Tutto è cominciato con un libro, “Il silenzio sugli innocenti”. L’autore è Luca Mariani, un giornalista che sa fare bene il suo mestiere, uno che non si ferma alle prime risposte, che chiede, insiste, cerca, non si arrende.<br>È il 22 luglio 2011, siamo in Norvegia. Anders Behring Breivik, “il mostro”, scatena l’inferno. Otto morti con un’autobomba a Oslo, un diversivo e poi il vero obbiettivo: 69 ragazzi laburisti uccisi uno a uno nell’isola di Utøya, il ‘paradiso nordico’, sede storica dei campeggi estivi dei giovani socialisti di tutto il mondo.<br>Avevo rimosso quei fatti. Perché? Leggevo il libro di Mariani e mi chiedevo come fosse stato possibile che avessi dimenticato una strage tanto grave avvenuta nel cuore di un’Europa in teoria in pace, in teoria unita. Avevo l’impressione che tutto fosse avvenuto molti anni fa e invece era il 2011, l’altro ieri, insomma. Perché avevo dimenticato? La risposta non ha tardato ad arrivare.<br>La narrazione che i media mi avevano restituito era stata distorta quando non faziosa e arbitraria: una delle tante tragedie che “pazzi” armati possono causare, come quelle che succedono spesso in America. Insomma quel genere di fatti per cui scuoti la testa e poi passi oltre fino appunto a dimenticartene.<br>Niente di più sbagliato. Scoprivo che se di follia si era trattato, si trattava di tutto un altro tipo di follia. Che la strage era stata pianificata per anni con lucidità e coscienziosità al limite del maniacale e che non era contro un obbiettivo a caso ma contro il cuore delle giovani “promesse” del socialismo europeo. Era una strage politica.<br>Questa storia arriva al cuore di alcune delle ferite più profonde che dilaniano il mondo oggi e le nostre vite.<br>Quando ho finito il libro, ho sentito forte in me il desiderio che probabilmente ha animato l’autore stesso: bisogna parlare di queste cose, bisogna rifletterci, bisogna farle risuonare nei nostri cuori e nelle nostre vite che non scrivono la Storia ma la vivono, nolente o volente, tutti i santi giorni.<br><em>Utoya</em>&nbsp;è il tentativo di fare memoria e denuncia senza fare “teatro civile”.<br><em>Utoya</em>&nbsp;è a pieno titolo una tragedia contemporanea.<br>Guardare ad essa è come guardare a Medea, a Edipo, a Baccanti, con la sola differenza che quanto qui vi viene narrato è accaduto davvero e proprio davanti ai nostri occhi, in una calda giornata di Luglio di pochi, pochissimi anni fa.<br>E a pensarci bene, forse, potrebbe ancora accadere se non facciamo attenzione a chi siamo, a quale società stiamo contribuendo a costruire…se non facciamo attenzione, molta attenzione, al mondo che vogliamo lasciare in mano ai nostri figli.<br><em>Serena Sinigaglia</em></p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221; L&#8217;interminabile strage in Mali</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Nov 2019 08:22:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Veronica Tedeschi Un eccidio non documentato in corso e una serie di attacchi terroristici di cui nessun giornalista parla. Mali 2019, un paese sofferente in cui i civili non sono al sicuro, in&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="719" height="480" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/Giovane-manifestante-Peul-4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13234" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/Giovane-manifestante-Peul-4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 719w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/Giovane-manifestante-Peul-4-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></figure></div>



<p>
Un eccidio non documentato in corso e una serie di attacchi
terroristici di cui nessun giornalista parla.</p>



<p>Mali 2019, un paese sofferente in cui i civili non sono al sicuro, in nessuna parte del paese. A partire dai machete utilizzati dai Peul, nomadi senza meta, che, come racconta un sopravvissuto, si sono scagliati  su uomini al lavoro nei campi come delle furie indiavolate, per poi dirigersi alle abitazioni dove non hanno risparmiato nessuno. Donne, bambini e anziani sono stati falcidiati senza pietà.  </p>



<p>
Ci troviamo a Bandiagara, ai piedi delle rocce di Falesia, dove gli
attacchi sono continui e violentissimi. Le vittime sono centinaia e
neppure l&#8217;esercito è in grado di fronteggiare cotanta brutalità.</p>



<p>Un conflitto decennale, tra vicini di casa, che vede gli agricoltori dogon e gli allevatori peul da sempre in una situazione di scontro. Negli ultimi anni le ostilità si sono inasprite a causa della presenza degli jihadisti che ne hanno approfittato per seminare odio in territori già ingestibili per mancanza di autorità.  Il governo francese è intervenuto a sostegno della capitale Bamako ma neanche questo è servito a placare gli animi. Inoltre, solidalmente a questa situazione, ad inizio ottobre alcuni soldati sono stati uccisi in un attacco contro una postazione militare nella regione di Menaka. &#8220;Il bilancio provvisorio è salito a 53 vittime appartenenti alle Malian Armed Forces&#8221;, ha dichiarato l&#8217;esercito maliano sulla sua pagina Facebook.  </p>



<p></p>



<p>&#8220;La situazione è sotto il controllo della Fama Indelimane. Le valutazioni sono ancora in corso&#8221;, ha aggiunto l&#8217;esercito maliano. Quaranta soldati sono stati uccisi in due attacchi jihadisti il 30 settembre e il 1 ottobre, vicino al Burkina Faso, in un paese nel sud del Mali, secondo un rapporto di un funzionario del Ministero della Difesa. L&#8217;attacco di ieri sera ha anche causato &#8220;ferite e danni materiali&#8221;, secondo l&#8217;esercito.</p>



<p>Nessun giornalista occidentale sta documentato l’eccidio. A squarciare il silenzio sono gli stessi dogon che con i loro cellulari inviano foto atroci e resoconti dettagliati delle violenze o lo stesso esercito maliano che pubblica aggiornamenti su Facebook sullo stato dei fatti.</p>
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		<title>﻿Libia ,Amsi ,più di 1200 morti ,6000 feriti ,110 mila sfollati dal 04.04 #BastaStrage nel mare</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jul 2019 07:08:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L Foad Aodi;Grazie a Papa Francesco ,Aderiamo al suo appello umano ,#PoliticiSvegliatevi più di 1000 morti nel 2019&#160; Così l&#8217;associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) e le Comunità del Mondo Arabo in&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><strong><em>L</em></strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="498" height="351" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/migranti-mare.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12849" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/migranti-mare.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 498w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/migranti-mare-300x211.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 498px) 100vw, 498px" /></figure></div>



<p><em><strong>Foad Aodi;Grazie a Papa Francesco ,Aderiamo al suo appello umano ,#PoliticiSvegliatevi più di 1000 morti nel 2019&nbsp;</strong></em></p>



<p><em>Così l&#8217;associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) e le Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) insieme al movimento Internazionale Uniti per Unire e le associazioni e Comunità aderenti ringraziano e apprezzano l&#8217;ennesimo appello umano e responsabile di Papa Francesco aderendo con convenzione  e sostenendolo dicendo <strong>#BastaStrage </strong>nel mare<strong> #PoliticiSvegliateVi </strong></em><em>basta strumentalizzazioni urgono risposte concrete che continuiamo a non vedere e nello stesso tempi i morti nel mare sono triplicati e si continua a morire nel  tragitto della speranza per tortura e violenza,più di <strong>1000 morti nel 2019 nei vari naufragi compreso quello di ieri dove sono morti 160 migranti.</strong></em><em>&#8220;Siamo indignati per questa situazione tragica nel Mediterraneo,In Libia ,Yemen ,Siria nessuno parla più tranne Papa Francesco che ringraziamo a nome di tutti gli stranieri musulmani,arabi in Italia per il suo impegno costante a favore di chi soffre e scappa dai nostri paesi non per divertimento ma per le guerre e la fame ,dichiara il Fondatore dell&#8217;Amsi e Co-mai <strong>Foad Aodi</strong></em><em> nonché membro della Commissione &#8220;Salute Globale&#8221; Fnomceo che sta in contatto con i nostri medici locali e in Libia dove oggi hanno comunicato il bilancio tragico dei morti dall&#8217;inizio del conflitto;<strong>1200 morti Di cui 220 donne ,135 bambini e 40 medici e professionisti della sanità (di cui 4 medici e un soccorritore sono morti  negli ultimi giorni dopo il bombardamento dell&#8217;Ospidale vicino a Tripoli).</strong></em><em>Gli ospedali da mesi sono al collasso e manca tutto ,continua<strong> Aodi a</strong></em><em>uspicando che arrivi una azione diplomatica forte da parte dell&#8217;Italia e l&#8217;Europa senza lasciare tutto nelle mani di generali corrotti che comandano l&#8217;immigrazione irregolare in Libia e porre fine alla guerra mediatica e civile a Tripoli come raccontano anche i numerosi pazienti libici che stanno visitando in questi giorni Roma e che sono venuti a visitare i loro famigliari e raccontano storie e situazioni molto più gravi  di quello che vogliono far credere.&#8221;</em></p>
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		<title>“LibriLiberi”. Piazza Fontana. Il processo impossibile</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jul 2019 07:28:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto E&#8217; stato davvero un percorso/processo impossibile, quello per la strage di Piazza Fontana, una strage che ha provocato 17 morti, 90 feriti: un ordigno esplosivo presso la Banca Nazionale dell&#8217;Agricoltura, a&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="675" height="1024" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/978880624095HIG-675x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12757" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/978880624095HIG-675x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 675w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/978880624095HIG-198x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 198w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/978880624095HIG-768x1165.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/978880624095HIG.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1000w" sizes="(max-width: 675px) 100vw, 675px" /></figure>



<p>di Alessandra Montesanto 
</p>



<p>E&#8217; stato davvero un percorso/processo
impossibile, quello per la strage di Piazza Fontana, una strage che
ha provocato 17 morti, 90 feriti: un ordigno esplosivo presso la
Banca Nazionale dell&#8217;Agricoltura, a Milano. Era il 12 dicembre 1969.</p>



<p>In realtà i processi sono stati tre,
ognuno dei quali spalmati per decine di anni con l&#8217;intero iter della
vicenda che ha assunto un significato via via sempre più politico e
simbolico, data la conferma del coinvolgimento di personalità del
Potere istituzionale, dei Servizi segreti, degli agganci con reti
eversive straniere nella volontà di insabbiare, depistare, negare in
nome della “Ragion di Stato” quella da cui è partito lo
sgretolamento della Democrazia nel nostro Paese; ecco perchè il
nuovo libro-inchiesta di Benedetta Tobagi &#8211; <em>Piazza Fontana. Il
processo impossibile</em> (edito da Einaudi) &#8211; è di straordinaria
importanza e attualità.</p>



<p>Come sempre, la giornalista riporta
documenti, testimonianze, stralci di intercettazioni che dimostrano
la sua capacità di raccogliere prove e di svolgere le indagini in
maniera scrupolosa e attenta, facendo partecipare il lettore alla sua
ricerca che non manca di sarcasmo di fronte alle nefandezze compiute
nell&#8217;arco di 40 anni di Storia italiana: Storia recente che molti
ricorderanno, altri continuano a mistificare e i giovani,
probabilmente, ancora non conoscono a causa del vuoto culturale e
negazionista in cui navighiamo di questi tempi. 
</p>



<p>Nomi, decisioni, comportamenti di
Giulio Andreotti, dei due principali imputati (e colpevoli per la
Verità, ma non per il Sistema Giudiziario) Franco Freda e Giovanni
Ventura, Guido Giannettini (dell&#8217;allora SID, Servizio Informazioni
Difesa) sono accostati a quelli di chi è stato accusato
ingiustamente, come l&#8217;anarchico Pietro Valpreda, a quelli di chi ha
tentato di svolgere il proprio dovere in maniera limpida e ne ha
pagato un caro prezzo, come il P.M. Emilio Alessandrini, e poi i
familiari delle vittime, mai risarciti né economicamente, né
tantomeno dalla Giustizia.</p>



<p>Nella lettura di questo saggio
fondamentale, si passa da un decennio a quello successivo, per poi
tornare indietro, riprendere le piste, seguire i flussi del denaro,
delle minacce, delle menzogne in un intricato e misero labirinto, in
una pastoia criminale di partiti, di governi, di Finanza, di Polizia,
di coloro che avrebbero avuto il compito di tutelare i cittadini
comuni invece di gettarli nell&#8217;incubo della strategia della tensione
per scopi di mero guadagno, pubblico e personale. 
</p>



<p>Milano, il Veneto, la Capitale,
Catanzaro sono i luoghi che hanno visto aprirsi, chiudersi e
riaprirsi le istruttorie, le speranze, le disillusioni. Scenari di
un&#8217;Italia sempre più marcia, corrotta, quella che arriverà alla
costituzione della P2, quella che si allea da sempre con le mafie,
quella che si appella agli errori e alla persecuzione da parte di
giudici “comunisti”, quella di chi vorrebbe rimaneggiare il testo
(splendido) della nostra Costituzione per sdoganare, più del solito,
malaffare e neofascismi.</p>



<p>No, non vogliamo permetterlo. Ed è per
questo che consigliamo vivamente la lettura di questo libro,che lo
vorremmo proporre negli istituti scolastici perchè la Tobagi
de-scrive, ricorda, commenta, con tutta la sua passione, pagine e
pagine di brutta gente e noi invece vogliamo educare, informare e
crescere giovani onesti e consapevoli. 
</p>
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		<title>La non violenza contro il razzismo</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2019 07:02:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani aderisce e divulga l&#8217;appello scritto da Beppe Sini e firmato da molti singoli cittadini e associazioni. La partigiana, femminista e senatrice emerita Lidia Menapace, padre Alex Zanotelli, missionario comboniano,&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p> <strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> aderisce e divulga l&#8217;appello scritto da Beppe Sini e firmato da molti singoli cittadini e associazioni. </p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="359" height="279" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/pace.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12629" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/pace.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 359w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/pace-300x233.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 359px) 100vw, 359px" /></figure></div>



<p>La partigiana, femminista e senatrice emerita Lidia Menapace, padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, e tante altre persone di volonta&#8217; buona e varie associazioni di solidarieta&#8217; chiedono al Presidente della Repubblica di intervenire per far cessare l&#8217;ecatombe nel Mediterraneo.</p>



<p><br>Di seguito il testo dell&#8217;appello.</p>



<p><br>Egregio Presidente della Repubblica,<br>fermi l&#8217;ecatombe in corso nel Mediterraneo richiamando il governo al dovere di soccorrere i naufraghi, di salvare le vite umane in pericolo.<br>E&#8217; il governo italiano, che da un anno sta facendo di tutto per impedire che i naufraghi siano soccorsi e recati in salvo nel nostro paese, il primo responsabile della mattanza di esseri umani nel Mediterraneo: potrebbe salvarli tutti, ed invece decide di farli morire.<br>Chiunque lo vede, chiunque lo sa. Tacere significa essere complici di un immane massacro.<br>Lei e&#8217; il Presidente della Repubblica, il primo magistrato del nostro paese: nelle forme previste dall&#8217;ordinamento, nel pieno adempimento dei suoi doveri istituzionali, intervenga per far cessare la strage, intervenga per impedire altre morti di esseri umani innocenti ed inermi.<br>Dal profondo del cuore la preghiamo.<br>Augurandole ogni bene, </p>
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		<title>Non abbassiamo la testa, non abbassiamo la guardia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Oct 2018 06:30:44 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/C_2_articolo_3167764_upiImagepp.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11493" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/C_2_articolo_3167764_upiImagepp.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="349" height="196" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/C_2_articolo_3167764_upiImagepp.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 597w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/C_2_articolo_3167764_upiImagepp-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 349px) 100vw, 349px" /></a></p>
<p>Claudio Fava: Presidente della commissione Antimafia. Un nome e un ruolo importanti. Federica Angeli, giornalista, Gaetano Alessi, sindacalista antimafia. Gli ultimi nomi che balzano in cronaca, ma la lista sarebbe ancora molto, troppo lunga, lista di persone che sono minacciate, avvertite con proiettili e scritte.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/1200px-20180411_IJF_Perugia_Federica_Angeli_01.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11494" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/1200px-20180411_IJF_Perugia_Federica_Angeli_01.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="342" height="228" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/1200px-20180411_IJF_Perugia_Federica_Angeli_01.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/1200px-20180411_IJF_Perugia_Federica_Angeli_01-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/1200px-20180411_IJF_Perugia_Federica_Angeli_01-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/1200px-20180411_IJF_Perugia_Federica_Angeli_01-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 342px) 100vw, 342px" /></a></p>
<p>Federica Angeli è da tempo nell&#8217;occhio del ciclone del clan Spada di Ostia e, qualche anno fa, Associazione per i Diritti umani le ha fatto un&#8217;intervista che potete leggere qui: <span lang="zxx"><a href="http://www.peridirittiumani.com/2014/04/22/federica-angeli-il-coraggio-di-una/?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.peridirittiumani.com/2014/04/22/federica-angeli-il-coraggio-di-una/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/gaetano-alessi-2-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11495" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/gaetano-alessi-2-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="337" height="253" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/gaetano-alessi-2-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/gaetano-alessi-2-1-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/gaetano-alessi-2-1-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 337px) 100vw, 337px" /></a></p>
<p>Gaetano Alessi è tra i fondatori dell&#8217;associazione “Mafie sotto casa”, composta da giovani che svolgono un&#8217;attività importante di ricerca e di informazione sul territorio dell&#8217;Emilia Romagna. “Sotto casa”: sì perchè le mafie sono capillari, si infiltrano ovunque, perchè anche certi comportamenti e modi di parlare possono essere ricondotti ad una educazione alla violenza e alla criminalità. E bisogna partire, per contrastarle, proprio dall&#8217;educazione ai valori positivi e dall&#8217;in-formazione.</p>
<p>Per Gaetano Alessi il terribile messaggio è stato: “Sei morto e non lo sai”. A Claudio Fava è stato recapitato un proiettile 7.65, lo scorso 8 ottobre. Fava è stato eletto Capo Commissione antimafia nel mese di maggio e ha dato l&#8217;avvio, tra le tante, anche all&#8217;istruttoria “Sistema Montante” che prende il nome dall&#8217;ex presidente di Sicindustria, arrestato per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Ma non è da dimenticare che fava e il suo pool sta continuando a lavorare alle indagini sulla strage di Via D&#8217;Amelio in cui perse la vita il magistrato Paolo Borsellino.</p>
<p>Evidentemente giornalisti, scrittori, avvocati, politici, sacerdoti, cittadini e tutti coloro che si impegnano nella lotta alle mafie danno fastidio, ma fanno anche paura. Bene. E quindi noi non abbassiamo la testa e non abbassiamo la guardia. Perchè se una parte dello Stato è spesso collusa, c&#8217;è anche una buona parte dello stesso che non lo è. E lo Stato SIAMO NOI.</p>
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		<title>Le mafie, qui e adesso. Anche per la continua nostra lotta.</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jul 2018 10:06:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandra Montesanto &#160; &#8220;La mafia, la ‘ndrangheta e la criminalità nella Capitale, composta da organizzazioni che si avvicinano sempre più alle modalità criminali delle mafie in Sicilia, Calabria e Campania&#8221;: questo è quanto&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di Alessandra Montesanto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;La mafia, la ‘ndrangheta e la criminalità nella Capitale, composta da organizzazioni che si avvicinano sempre più alle modalità criminali delle mafie in Sicilia, Calabria e Campania&#8221;: questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto semestrale della Dia, la Direzione investigativa antimafia. Secondo il rapporto semestrale della DIA, in alcune aree della Capitale ci sono formazioni criminali che, “basate su stretti vincoli di parentela, evidenziano sempre di più modus operandi assimilabili alla fattispecie prevista dall’art. 416 bis (l’associazione mafiosa, ndr)”. <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/th-231.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-11021 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/th-231.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="256" height="144" /></a></p>
<p><strong>Roma tra clan autoctoni e storici</strong><br />
La relazione evidenzia come sia particolarmente complessa la realtà criminale nella capitale. Queste formazioni “sanno perfettamente intersecare i propri interessi non solo con i sodalizi di matrice straniera ma, anche, con le formazioni delinquenziali autoctone che, pur diverse tra loro, hanno adottato il modello organizzativo ed operativo di tipo mafioso, per acquisire sempre più spazi nell’ambiente territoriale di riferimento”. La relazione segnala la “vasta eco” suscitata dall’aggressione di Roberto Spada nei confronti del giornalista Emilio Piervincenzi che tentava di intervistarlo. L’esponente del clan poi è stato arrestato e condannato. Sempre in riferimento alla capitale, la relazione “segnala l’operatività del clan Casamonica, aggregato criminale ‘storico’, che poggia il suo potere su una solida base familiare. Tra le attività tipiche del sodalizio, le condotte usurarie ed estorsive, i reati contro la persona, i traffici di droga ed il reimpiego di capitali illeciti”.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/310x0_1531905296138.rainews_20180718111200387.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11020" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/310x0_1531905296138.rainews_20180718111200387.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="310" height="227" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/310x0_1531905296138.rainews_20180718111200387.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 310w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/310x0_1531905296138.rainews_20180718111200387-300x220.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" /></a></p>
<p><strong>La figlia del Magistrato Paolo Borsellino, in questi giorni, ha dichiarato e ribadito:</strong></p>
<p>&#8220;Sono passati 26 anni dalla morte di mio padre, Paolo Borsellino, ucciso a Palermo insieme ai poliziotti della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. E, ancora, aspettiamo delle risposte da uomini delle istituzioni e non solo&#8221;. Lo scrive in una lettera pubblicata su Repubblica Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso nel 1992, che elenca una serie di 13 domande &#8220;su un depistaggio iniziato nel 1992, ordito da vertici investigativi ed accettato da schiere di giudici&#8221;. Questo l&#8217;elenco: &#8220;1. Perché le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l&#8217;obiettivo numero uno di Cosa nostra? 2. Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia? L&#8217;ufficio era composto dal procuratore capo Giovanni Tinebra, dai sostituti Carmelo Petralia, Annamaria Palma (dal luglio 1994) e Nino Di Matteo (dal novembre &#8217;94). 3. Perché via D&#8217;Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell&#8217;agenda rossa di mio padre? E perche&#8217; l&#8217;ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti? 4. Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul &#8220;tritolo arrivato in citta'&#8221; e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino? 5. Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D&#8217;Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire? 6. Cosa c&#8217;è ancora negli archivi del vecchio Sisde, il servizio segreto, sul falso pentito Scarantino (indicato dall&#8217;intelligence come vicino ad esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l&#8217;ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera?&#8221;. E ancora: &#8220;7.Perché i pm di Caltanissetta non depositarono nel primo processo il confronto fatto tre mesi prima fra il falso pentito Scarantino e i veri collaboratori di giustizia (Cancemi, Di Matteo e La Barbera) che lo smentivano? Il confronto fu depositato due anni più tardi, nel 1997, solo dopo una battaglia dei difensori degli imputati. 8. Perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni di Scarantino e non fecero mai il confronto tra i falsi pentiti dell&#8217;inchiesta (Scarantino, Candura e Andriotta), dai cui interrogatori si evinceva un progressivo aggiustamento delle dichiarazioni, in modo da farle convergere verso l&#8217;unica versione? 9.Perché la pm Ilda Boccassini (che partecipò alle prime indagini, fra il giugno e l&#8217;ottobre 1994), firmataria insieme al pm Sajeva di due durissime lettere nelle quali prendeva le distanze dai colleghi che continuavano a credere a Scarantino, autorizzò la polizia a fare dieci colloqui investigativi con Scarantino dopo l&#8217;inizio della sua collaborazione con la giustizia? 10. Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba? Perché i pm non ne fecero mai richiesta? E perché nessun magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo? 11. Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall&#8217;ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l&#8217;unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com&#8217;è possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione? 12. Il 26 luglio 1995 Scarantino ritrattava le sue dichiarazioni con un&#8217;intervista a Studio Aperto. Prima ancora che l&#8217;intervista andasse in onda, i pm Palma e Petralia annunciavano già alle agenzie di stampa la ritrattazione della ritrattazione di Scarantino, anticipando il contenuto del verbale fatto quella sera col falso pentito. Come facevano a prevederlo? 13.Perchè Scarantino non venne affidato al servizio centrale di protezione, ma al gruppo diretto da La Barbera, senza alcuna richiesta e autorizzazione da parte della magistratura competente?&#8221;.</p>
<p><strong>Mafie e migrazioni:</strong></p>
<p>Il rapporto della Dia (Direzione Investigativa Antimafia) ha fatto emergere anche che per le organizzazioni criminali straniere in Italia &#8220;il favoreggiamento dell&#8217;immigrazione clandestina, con tutta la sua scia di reati &#8216;satellite&#8217;, per le proporzioni raggiunte, e grazie ad uno scacchiere geo-politico in continua evoluzione, è oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali, che troppe volte si coniuga tragicamente con la morte in mare di migranti, anche di tenera età&#8221;. Nel documento si legge che in questi affari sono coinvolti &#8220;maghrebini, soprattutto libici e marocchini, nel trasporto di migranti dalle coste nordafricane verso le coste siciliane&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1191.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11022" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1191.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="306" height="306" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1191.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 474w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1191-150x150.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1191-300x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1191-160x160.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1191-320x320.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 306px) 100vw, 306px" /></a></p>
<p><strong>Giornalisti sotto scorta:</strong></p>
<p>Un esempio per tanti, troppi: Paolo Borrometi.</p>
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<article class="entry">N<a>ato a Ragusa nel 1983. Collaboratore dell&#8217;AGI per la provincia ragusana, nel 2013 ha fondato la testata giornalistica d&#8217;inchiesta </a><a href="https://www.laspia.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="nofollow noopener"><strong>&#8220;La Spia&#8221;</strong></a><a>. Sin da subito la sua attività è stata minacciata dalla malavita di Ragusa e Siracusa, intimidazioni che nel 2014 sono sfociate in violenza. </a></p>
<p>Le sue parole scritte hanno parlato dell&#8217;azienda commissariata per mafia Italgas, dei trasporti su gomma gestiti dalla malavita nel mercato ortofrutticolo di Vittoria, fino alla &#8220;via della droga&#8221;, il percorso sospetto dei corrieri che collega il porto di Gioia Tauro fino alla provincia di Ragusa.</p>
<p>Il 16 aprile 2014 Borrometi viene raggiunto e aggredito da uomini incappuciati che gli provocano una grave menomazione alla mobilità di una spalla. In quel periodo il giornalista si stava occupando dell’omicidio di Ivano Inglese, trentaduenne postino di Vittoria trovato assassinato la sera del 20 settembre 2012. Da agosto 2014 Borrometi viene così messo sotto scorta dai carabinieri e l&#8217;AGI lo trasferisce da Ragusa a Roma.</p>
<p>Dalle intercettazioni tra il boss di Cosa Nostra della provincia di Siracusa, Salvatore Giuliano, e un altro membro di spicco dell&#8217;organizzazione, Giuseppe Vizzini, sono emersi i nuovi messaggi con le minacce: &#8220;Fallo ammazzare, ma che c**** ci interessa&#8221;. Il dialogo risalirebbe all&#8217;8 gennaio scorso. In un altro ambientale del 20 febbraio Giuseppe Vizzini fa nuovamente riferimento a Borrometi, dicendo che <em>picca n’avi</em>, &#8220;poco ne ha&#8221; e condividendo i suoi progetti d&#8217;omicidio con i figli.</p>
<p>Il Gip Giuliana Sammartino arriva alla conclusione che il clan catanese dei Cappello, su richiesta del boss siracusano Salvatore Giuliano, stava per organizzare &#8220;un&#8217;eclatante azione omicidiaria&#8221; per &#8220;eliminare lo scomodo giornalista&#8221;. Vengono così emesse tre ordinanze di custodia cautelare nei confronti di Giuseppe Vizzini. È ancora ricercato invece Giovanni Aprile, di 40 anni.  Nel 2017 fu condannato per minacce gravi di morte a Borrometi il boss Giambattista Ventura, nel 2017 le minacce arrivarono dal pluripregiudicato Francesco De Carolis, fratello del boss Luciano De Carolis.</p>
<p>E la vicenda non è ancora terminata&#8230;Così come non deve terminare oggi, o in giornate speciali di ricorrenze speciali, la lotta alle mafie. Deve continuare anche e soprattutto a partire dalla Cultura, dalla scuola, dall&#8217;educazione, in ogni scelta e in ogni nostro comportamento quotidiano.</p>
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		<title>23 maggio 2018, ventisei anni senza Falcone: le sue idee che camminano con noi</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2018 08:30:41 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10756" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="453" height="434" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 453w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189-300x287.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 453px) 100vw, 453px" /></a></b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">di Valentina Tatti Tonni</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">&lt;&lt;Sono un cadavere ambulante&gt;&gt;, era il 1986 quando Giovanni Falcone disse queste parole alla sorella, conscio del pericolo che correva. Era l’anno in cui sposò l’amore della sua vita, Francesca Morvillo, anche lei magistrato.</p>
<p align="JUSTIFY">A Palermo con l’amico Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, nel 1983 grazie all’intuizione del procuratore capo Rocco Chinnici appena assassinato con un’autobomba, Antonino Caponnetto raccolse i pezzi e di fronte alla minaccia quotidiana introdusse il sistema del pool antimafia. Proprio come avrebbe voluto anche il defunto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Neanche un anno dopo, il cosiddetto “boss dei due mondi” Tommaso Buscetta, il super pentito, andò a colloquio con Giovanni Falcone e cominciò a parlare. Gli parlò della famiglia di Porta Nuova, uno dei mandamenti di Palermo, dell’ascesa dei corleonesi, dei rapporti con la Banda della Magliana, dei rapporti con la politica. Queste dichiarazioni, unite alle indagini, permisero di istruire il maxiprocesso contro 475 presunti affiliati a Cosa nostra e a portarli alla sbarra. Il processo fu di portata talmente grande da rimbalzare nei medium di gran parte del mondo, tanto da risuonare agli occhi di chi non lo aveva vissuto quasi incredibile, una farsa. Ma il processo aveva ben altre intenzioni: dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio l’esistenza della mafia.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 10 febbraio del 1986 dall’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo, il carcere costruito a metà Ottocento che nell’idea originaria del filosofo inglese Jeremy Bentham avrebbe dovuto riabilitare il detenuto, il processo ebbe inizio. L’accusa aveva dalla sua parte circa ottomila pagine di incartamento. La sentenza di primo grado arrivò nel 1987 e dichiarò l’ergastolo per diciannove imputati mentre ne assolse centoquattordici. Nel 1990 sette dei diciannove ergastoli furono annullati dalla Corte d’Appello. La Cassazione, ultimo grado di giudizio, nel gennaio 1992 emise la sentenza definitiva ripristinando quella di primo grado. Il “teorema Buscetta”, come era stato fino ad allora chiamato, era diventato realtà effettiva. Nessuno più avrebbe potuto andare contro questa verità assoluta, o almeno così si credeva. In alcuni luoghi alla presa di coscienza ha fatto spazio l’omertà.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma non per il momento, nel 1992, perché come ebbe a dire Falcone: &lt;&lt;E’ un fatto storico: questo evento ha spezzato il mito dell’impunità della mafia&gt;&gt;.</p>
<p align="JUSTIFY">Una volta che il Partito Comunista fosse rinato sotto altre vesti dopo la caduta del Muro di Berlino e successivamente dopo la caduta dell’Unione Sovietica, in Italia avrebbe preso ancor più piede un partito: la Democrazia Cristiana che proprio nell’89 vide salire sulle poltrone del potere Giulio Andreotti. Fu lui nel 1991 a chiamare Giovanni Falcone al Ministero di Grazia e Giustizia per riformare il sistema giudiziario in vista di una maggiore tutela dalla criminalità organizzata. Che fosse stato un gesto di facciata per allontanarlo dalla Sicilia, non ci è dato sapere, fatto sta che questo gli gettò addosso sia diffidenza che ammirazione. C’era infatti chi riteneva il trasferimento di Falcone a Roma come un gesto di mero opportunismo da parte del giudice. Naturalmente non era così e presto i maligni, con i risultati alla mano, dovettero tornare sui propri passi.</p>
<p align="JUSTIFY">Alcune delle misure che Falcone introdusse in favore della lotta alla mafia riguardarono ad esempio il riciclaggio di denaro sporco, lo scioglimento dei Comuni per mafia, i reati a stampo mafioso che evitavano la scarcerazione agli imputati in attesa di conclusione dell’iter processuale, nonché l’istituzione della Direzione investigativa antimafia (Dia) con l’obiettivo di coordinare tutte le forze dell’ordine contro tutti i livelli di criminalità organizzata, dalla mafia all’ndrangheta e alla camorra. La Dia com’è noto è divisa in distretti, cioè in territori e in città (Dda, Direzione distrettuale antimafia), coordinata a sua volta da un nucleo centrale (Dna, Direzione nazionale antimafia) tutte in stretto collegamento tra loro, in modo da sopperire alla mancanza del pool antimafia che era stato di fatto smantellato.</p>
<p align="JUSTIFY">Molti i nemici di Falcone tra il maxiprocesso e le nuove leggi. Lui lo sapeva, quando disse alla sorella di sentirsi un cadavere ambulante. Lo sapeva già nel 1989 dopo il fallito attentato o semplice avvertimento da parte di Riina e i suoi all’Addaura: vicino alla sua casa vacanze fu trovata una borsa con dei candelotti di dinamite inesplosi. Sapeva che prima o poi lo avrebbero ucciso.</p>
<p align="JUSTIFY">Andiamo via per il weekend? Qualcuno lo avrà chiesto e così i coniugi Falcone partirono con gli uomini della scorta. Era il 23 maggio 1992. Un’esplosione, un boato. Un tratto dell’autostrada che dall’aeroporto conduce a Palermo, allo svincolo per Capaci, non c’era più. Nelle redazioni e nelle case i telefono cominciano a squillare, si teme il peggio. Alle 17.57 non c’era più molto da fare. Mentre i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinarom, erano stati investiti dall’onda esplosiva e quindi erano morti sul colpo, Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo moriranno in ospedale quella sera. Eccola, la strage di Capaci tra veri e occulti mandanti.</p>
<p align="JUSTIFY">E’ a loro, alle vittime innocenti, che rendiamo merito e ossequio ogni anno da quel giorno.</p>
<p align="JUSTIFY">Quest’anno si parte con la nave della legalità da Civitavecchia, gli incontri a Roma, Milano, Forlì, Bologna, Brescia e Catania.</p>
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<table style="height: 5px;" border="0" width="5" cellspacing="0" cellpadding="0">
<colgroup>
<col width="643" /></colgroup>
<tbody>
<tr>
<td width="643"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
</div>
<p align="JUSTIFY">L’iniziativa lanciata dal Ministero dell’Istruzione e dalla Fondazione Falcone, “Palermo chiama Italia”, riunisce migliaia di studenti e cittadini nelle strade e nelle piazze del capoluogo siciliano per gridare il dissenso verso la mafia, amando quelle idee che continuano a camminare sulle nostre gambe ancor oggi. Il 23 maggio poi ci sarà una commemorazione istituzionale allestita proprio nella verde aula bunker dell’Ucciardone, il “Grand Hotel” di cui si facevano beffa i mafiosi prima che qualcuno venisse a metterli in riga.</p>
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