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	<title>stupri Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>La drammatica attualità degli stupri di guerra</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Mar 2022 06:52:07 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Ilaria Damiani</p>



<p></p>



<p>In questi giorni si sono susseguite voci di continui stupri da parte dei soldati russi ai danni delle donne ucraine.</p>



<p>Su Sky News24, il 20 marzo scorso, il vicepremier ucraino, Stefanishyna Olha, ha denunciato lo stupro delle donne ucraine da parte dei soldati russi e ha aggiunto che dopo l’aggressione le donne vengono uccise e fatte a pezzi per nascondere le prove</p>



<p>Il vicepremier ha inoltre dichiarato che bisogna assicurarsi che gli aggressori vengano puniti e che sono state già avviate indagini per più di duemila casi di violenza da parte delle forze russe.</p>



<p>Il primo a denunciare questo fenomeno è stato Ihor Sapozhko, sindaco di Brovary, una cittadina non molto distante da Kiev. Il primo cittadino ha riferito che le persone che scappano dalle aree occupate raccontano casi di stupri.</p>



<p>Allo stato attuale pare che i presunti stupri di cui si possa fornire prova siano pochi, per quanto essi durante le guerre costituiscano un fenomeno piuttosto comune per cui, considerando i racconti che arrivano da più parti, i casi (ovviamente da provare) potrebbero essere molto più numerosi. Gli accusati sostengono invece che trattasi solo di propaganda, posta in essere per demonizzarli agli occhi della Comunità internazionale. Tuttavia, gli Organi preposti stanno indagando sui presunti crimini di guerra di cui si sarebbe macchiato l’esercito russo.</p>



<p>Concentrando ora l’attenzione solo sul drammatico fenomeno dello stupro in sé nella storia delle guerre, esso, nella sua natura di brutale atto delittuoso, diventa un ulteriore e spregevole strumento di terrore, attraverso il quale non si intende solo umiliare le donne in quanto tali, ledendone e offendendone la dignità, ma si brama colpirle proprio perché madri, figlie, sorelle di quel popolo che si vuole sottomettere e oltraggiare anche nei sentimenti.</p>



<p>Infatti, è tesi condivisa e diffusa che lo stupro di guerra sia da considerare una vera e propria arma che distrugge le persone e la nazione a cui la vittima appartiene. E la donna, suo malgrado, diviene la rappresentazione del nemico da umiliare e da distruggere.</p>



<p>La giornalista e femminista Susan Brownmiller si chiede se questo avviene solo perché la donna, in quel momento, rappresenta il nemico o perché, in quanto donna è nemico dell’uomo.</p>



<p>Se consideriamo quest’ultimo aspetto (la donna nemica dell’uomo) lo stupro diviene un modo per dominare la donna, per sottometterla, per umiliarla in quanto appartenete al genere femminile e quindi inferiore all’uomo.</p>



<p>Ma non è solo per questo che nei conflitti armati avvengono gli stupri. Le violenze avvengono perché, con la guerra, le regole a cui siamo abituati e che scandiscono la nostra vita vengono disapplicate e la brutalità dell’uomo emerge, alimentata da un inebriante sentimento di impunità. Lo stupro diventa un atto di conquista, un premio certo, una gratificazione personale che aiuta il soldato a continuare a combattere.</p>



<p>Storicamente gli stupri durante la guerra venivano considerati come un qualcosa di inevitabile, di fisiologico.</p>



<p>A livello internazionale la prima forma di divieto dello stupro di guerra si può trovare nel Codice Lieber del 1863. Il Codice raccoglieva circa 150 articoli di diritto consuetudinario e fu il primo tentativo di disciplinare il comportamento da tenere durante la guerra. L’articolo 37 del Codice Lieber prevedeva una protezione generica della donna durante il conflitto, mentre l’articolo 44 sanciva un categorico divieto di stupro.</p>



<p>Andando avanti nel tempo, con l’articolo 27 della IV Convenzione di Ginevra del 1949 relativa alla “Protezione dei civili in tempo di guerra” veniva statuito che “le donne saranno specialmente protette contro qualsiasi offesa al loro onore e, in particolare, contro lo stupro, la coercizione alla prostituzione e qualsiasi offesa al loro pudore.”</p>



<p>Successivamente, con la Dichiarazione di Vienna delle Nazioni Unite (1993), venne stabilito che le violazioni dei diritti umani delle donne in situazioni di conflitto armato rappresentano violazioni dei fondamentali principi del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani. Tutte le violazioni di tale tipo, incluso in particolare l&#8217;assassinio, lo stupro sistematico, la schiavitù sessuale e la gravidanza forzata, richiedono una risposta particolarmente efficace.</p>



<p>A livello di giurisprudenza internazionale è importante che vengano ricordate le sentenze emesse dai Tribunali Penali Internazionali per il Ruanda e per l’ex-Jugoslavia che stabilirono che le violenze sessuali commesse dai militari in tempo di guerra erano da considerarsi come crimini di guerra. In particolare, il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia considerò lo stupro come crimine contro l’umanità, mentre il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda statuì che le violenze sessuali commesse erano da considerarsi come un atto di genocidio.</p>



<p>Infine, non si deve dimenticare il contributo dello Statuto di Roma del 1998 della Corte Penale Internazionale che considera le violenze sessuali come crimini contro l’umanità (art.7) o come crimini di guerra (art.8), a seconda dei casi.</p>



<p>Da questa breve, sintetica e non esaustiva panoramica internazionale si è potuto vedere come le violenze sessuali durante le guerre non siano state più considerate, nel corso del tempo, come meramente fisiologiche, ma come crimini lesivi della dignità umana, da perseguire e condannare.</p>



<p>Tuttavia, fin quando (è banale dirlo) esisteranno le guerre, fin quando la tutela dei diritti umani non entrerà nel DNA delle persone e fino a che la donna continuerà ad essere inconsciamente (e consciamente) considerata come inferiore rispetto al maschio e come una proprietà, continueranno ad esserci odiosi casi di violenza.</p>
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		<title>In Polonia una marea umana contro il divieto di aborto al grido di &#8220;To jest wojna&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2020 08:27:56 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Maddalena Formica</p>



<p><em>“To Jest Wojna”</em>, “Questa è guerra”, è uno degli slogan che centinaia di migliaia di persone intonano in città e villaggi della Polonia ogni giorno da fine ottobre, in una protesta che sembra avere pochi precedenti nella storia del Paese.</p>



<p>Giovedì 22 ottobre 2020, su richiesta del partito di maggioranza di destra ultraconservatore Diritto e Giustizia (PiS), guidato da Jaroslaw Kaczynski, e dopo anni di richieste da parte di esponenti della Chiesa cattolica e di militanti pro-vita, la Corte costituzionale polacca ha dichiarato l’incostituzionalità di parte delle disposizioni della legge nazionale in materia di interruzione volontaria di gravidanza. Nella sentenza, in particolare, si nega la possibilità di ricorrere a tale pratica nell’ipotesi di malformazione grave e irreversibile del feto, ritenendola contraria al diritto fondamentale alla vita riconosciuto dal legislatore polacco. Questa decisione vieta indirettamente <em>in toto</em> l’aborto: oggi, infatti, l’interruzione di gravidanza per malformazione del feto rappresenta nella pratica la ragione di quasi la totalità degli aborti legali in Polonia, mentre quella per pericolo per la salute della donna, incesto e stupro (le uniche altre ipotesi di ricorso legale all’aborto riconosciute da Varsavia) risultano essere assolutamente eccezionali.</p>



<p>La società civile, guidata dal movimento Strajk Kobiet (Sciopero delle donne) e al quale si sono poi aggiunti movimenti LGBTQ+, studenti e diverse categorie di lavoratori, è dunque scesa in piazza per protestare contro queste nuove misure che vanno a limitare ulteriormente una normativa in materia di aborto già di per sé tra le più restrittive d’Europa, oltre che per una Polonia più laica e rispettosa dello Stato di diritto.</p>



<p>Una restrizione di tale portata dell’aborto avrebbe conseguenze tragiche: migliaia di donne sarebbero costrette a lasciare ogni anno il Paese per potere essere assistite chirurgicamente o, qualora non avessero le necessarie risorse economiche, dovrebbero procedere clandestinamente, mettendo in serio rischio la propria vita e sicurezza. Oltre alla violazione dei diritti umani rappresentata da una tale limitazione del diritto all’aborto si contesta, inoltre, il ruolo sempre più ingombrante della Chiesa cattolica nel dibattito politico polacco così come il sotterfugio da parte del Governo di aggirare una discussione in Parlamento e di adire direttamente la Corte costituzionale, ormai da anni informalmente sotto il controllo del partito Diritto e Giustizia.</p>



<p>Le numerose proteste in tutto il Paese, soprattutto nell’attuale contesto di crisi sanitaria, sembrano avere preso alla sprovvista il Governo che ad oggi ha deciso di non pubblicare il testo di legge sulla Gazzetta Ufficiale, ritardando quindi per il momento la sua entrata in vigore. Martedì 3 novembre, pronunciandosi sulla questione, Mateusz Morawiecki, presidente del Consiglio dei ministri e anch’egli esponente del PiS, ha sottolineato infatti l’esigenza di trovare una nuova soluzione, trovando del tempo per un dialogo su una situazione “che è difficile e suscita forti emozioni”.</p>



<p>Tali contestazioni, che hanno visto come bersaglio anche alcune chiese cittadine e che sono state protagoniste di scontri con gruppi di estrema destra, si inseriscono in un clima di sempre più diffidenza nei confronti del potere politico polacco e del suo operato, in particolare dopo la riforma della Giustizia che, nel 2017, ha spinto la Commissione Europea a mettere sotto accusa la Polonia per violazione della “<em>rule of law</em>”, applicando per la prima volta nella storia comunitaria la cosiddetta “opzione nucleare” prevista dall’articolo 7 del Trattato dell’Unione Europea.</p>



<p>Riferimenti:</p>



<p><a href="https://www.internazionale.it/opinione/andrea-pipino/2020/10/27/polonia-divieto-aborto?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.internazionale.it/opinione/andrea-pipino/2020/10/27/polonia-divieto-aborto?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://www.corriere.it/esteri/20_novembre_01/polonia-ancora-proteste-la-legge-sull-aborto-diritti-donne-musica-techno-cornamuse-7d7d6fd0-1c16-11eb-a718-cfe9e36fab58.shtml?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.corriere.it/esteri/20_novembre_01/polonia-ancora-proteste-la-legge-sull-aborto-diritti-donne-musica-techno-cornamuse-7d7d6fd0-1c16-11eb-a718-cfe9e36fab58.shtml?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://www.theguardian.com/world/2020/nov/03/poland-stalls-abortion-ban-amid-nationwide-protests?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.theguardian.com/world/2020/nov/03/poland-stalls-abortion-ban-amid-nationwide-protests?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/polonia-rivolta-delle-donne-laborto-governo-al-bivio-28037?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/polonia-rivolta-delle-donne-laborto-governo-al-bivio-28037?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>LETTERA A SALVINI DI UN&#8217;IMMIGRATA AFRICANA: «LA FACCIA CATTIVA LA DEDICHI AI POTENTI CHE OCCUPANO CASA MIA»</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2019/01/13/lettera-a-salvini-di-unimmigrata-africana-la-faccia-cattiva-la-dedichi-ai-potenti-che-occupano-casa-mia/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
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		<pubDate>Sun, 13 Jan 2019 08:33:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; È diretta e senza mediazioni la lettera aperta di una donna africana al ministro dell&#8217;Interno. &#8220;Se avessi potuto scegliere, avrei fatto volentieri a meno della sua ospitalità&#8221;. (da raiwadunia.com) «Ho visto la sua&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>È diretta e senza mediazioni la lettera aperta di una donna africana al ministro dell&#8217;Interno. &#8220;Se avessi potuto scegliere, avrei fatto volentieri a meno della sua ospitalità&#8221;. (da raiwadunia.com)</strong></p>
<p><strong><em><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/donne-migranti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11931" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/donne-migranti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="720" height="405" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/donne-migranti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/donne-migranti-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></em></strong></p>
<p>«Ho visto la sua faccia ieri al telegiornale. Dipinta dei colori della rabbia. La sua voce ,poi, aveva il sapore amarissimo del fiele. Ha detto che per noi che siamo qui nella vostra terra è finita la pacchia. Ci ha accusati di vivere nel lusso, rubando il pane alla gente del suo paese. <strong>Ancora una volta ho provato i morsi atroci della paura…</strong><br />
Chi sono? Non le dirò il mio nome. I nomi, per lei, contano poco. Niente. <strong>Sono una di quelli che lei chiama con disprezzo “clandestini”.</strong><br />
Vengo da un paese, la Nigeria, dove ben pochi fanno la pacchia e sono tutti amici vostri. Lo dico subito. Non sono una vittima del terrorismo di Boko Haram. Nella mia regione, il Delta del Niger non sono arrivati. Sono una profuga economica, come dite voi, una di quelle persone che non hanno alcun diritto di venire in Italia e in Europa.<br />
Lo conosce il Delta del Niger? Non credo. <strong>Eppure ogni volta che lei sale in macchina può farlo grazie a noi. Una parte della benzina che usa viene da lì.</strong><br />
Io vivevo alla periferia di Port Harkourt, la capitale dello Stato del Delta del Niger. Una delle capitali petrolifere del mondo. Vivevo con mia madre e i miei fratelli in una baracca e alla sera per avere un po’ di luce usavamo le candele. Noi come la grande maggioranza di chi vive lì.</p>
<p><strong>È dura vivere dalle mie parti. Molto dura. Un inferno se sei una ragazza</strong>. Ed io ero una ragazza. Tutto è a pagamento. Tutto. Se non hai soldi non vai a scuola e non puoi curarti. Gli ospedali e le scuole pubbliche non funzionano. E persino lì, comunque, se vuoi far finta di studiare o di curarti, devi pagare. E come fai a pagare se di lavoro non ce ne è? La fame, la miseria, la disperazione e l’ assenza di futuro, sono nostre compagne quotidiane.<br />
La vedo già storcere il muso. È pronto a dire che non sono fatti suoi, vero?<br />
<strong>Sono fatti suoi, invece</strong>.<br />
Il mio paese, la regione in cui vivo, dovrebbe essere ricchissima visto che siamo tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. E invece no. Quel petrolio arricchisce poche famiglie di politici corrotti, riempie le vostre banche del frutto delle loro ruberie, mantiene in vita le vostre economie e le vostre aziende.<br />
Il mio paese è stato preda di più colpi di stato. Al potere sono sempre andati, caso strano, personaggi obbedienti ai voleri delle grandi compagnie petrolifere del suo mondo, anche del suo paese. Avete potuto, così, pagare un prezzo bassissimo per il tanto che portavate via. E quello che portavate via era la nostra vita.<br />
Lo avete fatto con protervia e ferocia. <strong>La vostra civiltà e i vostri diritti umani hanno inquinato e distrutto la vita nel Delta del Niger e impiccato i nostri uomini migliori.</strong> Si ricorda Ken Saro Wiwa? Era un giovane poeta che chiedeva giustizia per noi. Lo avete fatto penzolare da una forca…<br />
Le vostre aziende, in lotta tra loro, hanno alimentato la corruzione più estrema. Avete comprato ministri e funzionari pubblici pur di prendervi una fetta della nostra ricchezza.<br />
L’ Eni, l’ Agip, quelle di certo le conosce. Sono accusate di aver versato cifre da paura in questo sporco gioco. Con quei soldi noi avremmo potuto avere scuole e ospedali. A casa, la sera, non avrei avuto bisogno di una candela…<br />
<strong>Sarei rimasta lì, a casa mia, nella mia terra.</strong><br />
Avrei fatto a meno della pacchia di attraversare un deserto. Di essere derubata dai soldati di ogni frontiera e dai trafficanti. Di essere violentata tante volte durante il viaggio. Avrei volentieri fatto a meno delle prigioni libiche, delle notti passate in piedi perché non c’ era posto per dormire, dell’ acqua sporca e del pane secco che ti davano, degli stupri continui cui mi hanno costretta, delle urla strazianti di chi veniva torturato.<br />
Avrei fatto a meno della vostra ospitalità. <strong>Nel suo paese tante ragazze come me hanno come solo destino la prostituzione</strong>. Lo sapete. E non fate niente contro la nostra schiavitù anzi la usate per placare la vostra bestialità. Io sono riuscita a sfuggire a questo orrore, ma sono stata schiava nei vostri campi. Ho raccolto i vostri pomodori, le vostre mele, i vostri aranci in cambio di pochi spiccioli e tante umiliazioni.<br />
Ancora una volta, la pacchia l’ avete fatta voi. Sulla nostra pelle. Sulle nostre vite. Sui nostri poveri sogni di una vita appena migliore.<br />
Vedo che non ho mai pronunciato il suo nome. Me ne scuso, ma mi mette paura. Quella per l’ ingiustizia di chi sa far la faccia dura contro i deboli, ma sa sorridere sempre ai potenti.<br />
<strong>Vuole che torniamo a casa? Parli ai suoi potenti</strong>, a quelli degli altri paesi che occupano di fatto casa mia in una guerra velenosa e mai dichiarata. Se ha un po’ di dignità e di coraggio, la faccia brutta la faccia a loro».</p>
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		<title>Nobel per la Pace a Nadia Murad</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Dec 2018 08:37:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Consegna del Premio Nobel per la Pace a Nadia Murad (10 dicembre) APM chiede garanzie di sicurezza per Yezidi: comunità di credo non musulmane hanno bisogno di una prospettiva per il futuro in Medio&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Consegna del Premio Nobel per la Pace a Nadia Murad (10 dicembre)<br />
APM chiede garanzie di sicurezza per Yezidi: comunità di credo non<br />
musulmane hanno bisogno di una prospettiva per il futuro in Medio Oriente</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/1544530375236_1544530392.jpg-non_basta_un_nobel_per_la_pace.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11798" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/1544530375236_1544530392.jpg-non_basta_un_nobel_per_la_pace.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="940" height="315" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/1544530375236_1544530392.jpg-non_basta_un_nobel_per_la_pace.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 940w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/1544530375236_1544530392.jpg-non_basta_un_nobel_per_la_pace-300x101.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/1544530375236_1544530392.jpg-non_basta_un_nobel_per_la_pace-768x257.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 940px) 100vw, 940px" /></a></p>
<p>Con davanti agli occhi la tragedia di oltre 3.000 donne e ragazze yezide<br />
rapite nel Nord dell&#8217;Iraq e ancora in mano alla violenza dello Stato<br />
Islamico (IS), l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si è<br />
appellata alle forze politiche dell&#8217;Iraq e della Siria per chiedere<br />
garanzie di sicurezza per gli Yezidi. Il Premio Nobel per la Pace alla<br />
yezida Nadia Murad deve essere inteso come una richiesta d&#8217;azione per i<br />
governi e le opposizioni di questi due paesi affinché le comunità<br />
religiose non musulmane vengano tutelate in modo efficace da ulteriori<br />
aggressioni. Parte integrante della tutela è anche la persecuzione<br />
legale dei responsabili dei crimini contro l&#8217;umanità commessi contro gli<br />
Yezidi nella regione del Sinjar nel nord dell&#8217;Iraq.</p>
<p>Finché i sunniti radicali e i simpatizzanti dell&#8217;IS nell&#8217;Iraq del Nord e<br />
nella vicina Siria possono continuare ad agire in modo indisturbato, gli<br />
Yezidi della regione non vedono alcuna prospettiva per un futuro in<br />
Medio Oriente. Secondo l&#8217;APM, si tratta di impedire che l&#8217;Islam venga<br />
strumentalizzato per motivi politici e per perseguire e cacciare con<br />
violenza chi ha un credo diverso.</p>
<p>Dopo i gravi crimini contro l&#8217;umanità commessi nel Sinjar molti Yezidi<br />
hanno completamente perso la fiducia nelle forze di sicurezza sia del<br />
governo centrale iracheno sia del governo autonomo del Kurdistan e per<br />
questo motivo non vogliono tornare nei loro villaggi. Almeno 280.000 dei<br />
430.000 Yezidi che sono dovuti fuggire dagli attacchi dell&#8217;IS vivono<br />
tuttora in campi provvisori nel Kurdistan iracheno. Affinché essi<br />
restino in Iraq, il governo dovrebbe concedere loro l&#8217;autonomia nella<br />
principale regione di insediamento degli Yezidi in modo che possano,<br />
sotto la tutela del governo centrale e del governo kurdo, programmare da<br />
sé la ricostruzione e il proprio futuro.</p>
<p>Nell&#8217;estate del 2014 l&#8217;IS aveva attaccato i villaggi yezidi nel Sinjar.<br />
Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, durante gli attacchi sono<br />
state uccise circa 5.000 persone e molte più sono state rapite. Tra le<br />
persone rapite ci sono più di 5.000 donne e ragazze che sono state<br />
stuprate, sposate con la forza a militanti dell&#8217;IS o vendute in veri e<br />
propri mercati degli schiavi. Finora solamente 40.000 Yezidi sono<br />
tornati nel Sinjar. Dopo i combattimenti contro l&#8217;IS, la regione è<br />
completamente distrutta.</p>
<p><a href="https://www.vanityfair.it/news/diritti/2018/12/10/nobel-pace-nadia-murad-yazidi-isis-guerra?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.vanityfair.it/news/diritti/2018/12/10/nobel-pace-nadia-murad-yazidi-isis-guerra?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Iraq: gravi accuse di violenza sessuale contro donne kurde commesse da militari e milizie</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2017/10/31/iraq-gravi-accuse-di-violenza-sessuale-contro-donne-kurde-commesse-da-militari-e-milizie/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Oct 2017 09:57:08 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/YPJ-599x275.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9714" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/YPJ-599x275.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="599" height="275" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/YPJ-599x275.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 599w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/YPJ-599x275-300x138.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 599px) 100vw, 599px" /></a></p>
<p>In seguito alle notizie di abusi sessuali mirati di soldati e miliziani iracheni contro donne kurde, l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede che le gravi accuse vengano prese sul serio e indagate in modo approfondito. Secondo l&#8217;APM, gli USA e tutti i paesi riuniti nella coalizione anti-IS devono approfondire i rapporti sugli abusi sessuali contro donne e ragazze kurde da parte di membri dell&#8217;esercito iracheno e se le accuse dovessero essere confermate ogni collaborazione con il governo iracheno deve essere sospesa. La comunità internazionale sostiene l&#8217;Iraq militarmente, politicamente e diplomaticamente per tutelare donne e bambini da gruppi radical-islamici. Se le accuse fossero confermate e dovesse risultare che soldati e milizie irachene lungi dal proteggere siano invece anche loro aguzzini che usano lo stupro come arma di guerra, ogni collaborazione deve essere interrotta.</p>
<p>Secondo il Comitato di Prevenzione alla violenza contro le Donne, a Kirkuk, a Tuz Churmatu e in altre località conquistate dall&#8217;esercito iracheno e dalle milizie alleate, si sarebbero verificati abusi sessuali contro donne e ragazze kurde. Il Comitato cita in particolare il caso della 16enne Samia Said Saleh violentata da membri delle milizie Al-Hashd al-Shabi (forze di mobilitazione popolare) lo scorso 20 ottobre. In seguito la ragazza e i suoi genitori si sarebbero suicidati provocando un mirato incidente automobilistico. Nella regione d&#8217;origine della ragazza, la regione di Garmiyan nel sudest dell&#8217;Iraq, la popolazione è ancora traumatizzata dai crimini commessi contro la popolazione civile dal dittatore iracheno Saddam Hussein che alla fine degli anni &#8217;80, nell&#8217;ambito dell&#8217;operazione genocida Anfal, fece deportare decine di migliaia di civili kurdi della regione nel deserto sud iracheno. Delle persone deportate nessuna è mai tornata.</p>
<p>Gli attacchi dell&#8217;esercito iracheno e delle milizie Al-Hashd al-Shabi sostenute dall&#8217;Iran nel Kurdistan iracheno continuano senza interruzione fin dal 16 ottobre 2017. Secondo quanto riportato da amici kurdo-iracheni dell&#8217;APM, solamente a Tuz Churmau a sud di Kirkuk, i miliziani avrebbero dato fuoco a 21 scuole e a una moschea sunnita. Il numero dei Kurdi profughi provenienti dalla regione ricca di petrolio attorno a Kirkuk sarebbe salito ad almeno 168.000 persone.</p>
<p>Nella piana di Ninive vicino a Mosul, la popolazione cristiana degli Assiro-Caldei-Aramei così come gli Yezidi sono nuovamente in fuga dai combattimenti tra Kurdi ed esercito iracheno. Molte persone della città di Teleskof, che dopo la disfatta dell&#8217;IS erano tornati nelle proprie case, è nuovamente costretta a cercare rifugio nella vicina città di Alqosh.</p>
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		<title>Amnesty International: &#8220;Inviare navi da guerra in acque libiche esporrà i rifugiati a terribili violazioni&#8221;</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2017/08/09/amnesty-international-inviare-navi-da-guerra-in-acque-libiche-esporra-i-rifugiati-a-terribili-violazioni/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Aug 2017 08:15:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Comunicato del 31 luglio 2017 Alla vigilia del voto parlamentare, Amnesty International ha dichiarato che il progetto del governo italiano di inviare navi da guerra per pattugliare le acque territoriali libiche è un vergognoso&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color: #202020;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/th-153.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9286" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/th-153.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="169" /></a></span></strong><i><span style="font-family: 'Helvetica','sans-serif';"><span style="color: #202020;">Comunicato del 31 luglio 2017 </span></span></i><br />
Alla vigilia del voto parlamentare, Amnesty International ha dichiarato che il progetto del governo italiano di inviare navi da guerra per pattugliare le acque territoriali libiche è un vergognoso tentativo di aggirare gli obblighi di salvataggio di migranti e rifugiati e di offrire protezione a chi ne ha bisogno. Secondo il piano del governo, fino a sei navi potrebbero essere impiegate per collaborare con la Guardia Costiera libica nell&#8217;intercettamento e nel ritorno di migranti e rifugiati in Libia, dove affronterebbero terribili violazioni dei diritti umani. Il personale militare italiano potrebbe essere autorizzato a usare la forza nei confronti di scafisti e trafficanti e, di conseguenza, migranti e rifugiati potrebbero essere colpiti dal fuoco incrociato.<span style="color: #202020; font-family: Helvetica;"><br />
</span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/th-154.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9287 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/th-154.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="285" height="160" /></a><br />
&#8220;Invece d&#8217;inviare navi per salvare vite umane e offrire protezione a migranti e rifugiati disperati, l&#8217;Italia si sta preparando a mandare navi da guerra per respingerli in Libia&#8221;, ha dichiarato John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l&#8217;Europa. &#8220;Questa vergognosa strategia non persegue l&#8217;obiettivo di porre fine al crescente numero di morti nel Mediterraneo centrale, bensì quello di tenere migranti e rifugiati alla larga dalle coste italiane.<br />
Le affermazioni secondo cui i diritti delle persone riportate in Libia verrebbero rispettati suonano vuote alle orecchie di chi è fuggito dalle terribili violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione della Libia&#8221;, ha concluso Dalhuisen. Il recente rapporto di Amnesty International &#8220;Una tempesta perfetta. Il fallimento delle politiche europee nel Mediterraneo centrale&#8221; ha evidenziato che i governi europei non stanno impedendo le morti in mare e chiudono gli occhi di fronte alle violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione della Libia, tra cui stupri e torture.<span style="color: #202020;"><span style="font-family: Helvetica;"><b><br />
</b><br />
</span></span>La Libia rimane un paese estremamente insicuro per i migranti e i rifugiati, che vengono regolarmente uccisi, rapiti a scopo di riscatto, ridotti in schiavitù, costretti ai lavori forzati e sottoposti a stupri e altre violazioni dei diritti umani. In Libia non esiste alcun sistema d&#8217;asilo per chi ha necessità di protezione e l&#8217;ingresso e la permanenza irregolare sono considerati reati per i quali automaticamente è previsto il carcere, motivo per cui migliaia di persone si trovano nei centri di detenzione.<span style="color: #202020;"><span style="font-family: Helvetica;"></p>
<p></span></span></p>
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			</item>
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		<title>Indifesa: il dossier di Terres des Hommes sulla condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Oct 2016 07:13:29 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/lexi.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7144" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/lexi.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="lexi" width="962" height="640" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/lexi.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 962w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/lexi-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/lexi-768x511.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 962px) 100vw, 962px" /></a></p>
<p><em>Tante le ragazzine che arrivano incinte sulle nostre coste. Tante, troppe le bambine e le giovani che si avventurano nei viaggi per raggiungere l&#8217;Europa in fuga da conflitti, dalla miseria e dai regimi. Nel corso del 2015 sono stati registrati in Europa poco meno di 90mila MSNA (Minori Stranieri Non Accompagnati, ati Eurostat), si ricorda nel dossier della campagna Indifesa di Terre des Hommes, presentato al Senato. Si tratta di bambini e ragazzi in fuga da Afghanistan, Siria, Somalia, Eritrea, Iraq e tante altre nazioni in crisi. Bambini e ragazzi che viaggiano soli, senza il supporto di genitori, fratelli maggiori o altri familiari. Nella quasi totalità dei casi, si tratta di maschi.</em></p>
<p>In base alle stime di Eurostat le bambine e le ragazze che hanno viaggiato sole per raggiungere l’Europa e sono state registrate al loro arrivo nel 2015 sono state 7.805. La Svezia è stato il paese più accogliente con oltre 35mila minori non accompagnati accolti nel 2015, in Italia, invece, nel corso del 2015 sono arrivate circa 130 bambine e ragazze sole.</p>
<p><img src="http://www.adnkronos.com/rf/image_size_1280x960/Pub/AdnKronos/Assets/Immagini/indifesa.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></p>
<p>Le giovani nigeriane sono in gran parte vittime di tratta: arrivano sui barconi partiti dalla Libia, mescolate tra i profughi in fuga dall’Eritrea, dalla Somalia, dal Sudan, dal Gambia.  Sono state messe sui barconi con la forza o con l’inganno, dopo settimane o mesi di viaggio nel deserto, per essere poi costrette a prostituirsi sulle strade di tutta Italia.</p>
<p>Il dossier di Terre des Hommes mette in evidenza anche un altro aspetto violento nei paesi in guerra. In Iraq e Siria migliaia di donne e ragazze sono ridotte a schiave dei combattenti. I bambini e le bambine &#8220;prede di guerra&#8221; vengono rapiti o arruolati con la forza da eserciti regolari e gruppi ribelli. In altri casi, però, i più piccoli finiscono con l’imbracciare un fucile perché spinti dalla povertà, dall’esclusione sociale o dal desiderio di vendetta per le violenze subite dalla loro famiglia. Un’altra piaga che si è acutizzata con il conflitto è quella delle spose bambine, in Siria, in Yemen e in altri Paesi.</p>
<p>&#8220;Se da un lato l’instabilità politica e la violenza diffusa hanno reso ancora più precaria la condizione delle bambine e delle giovani donne nella sponda sud del Mediterraneo, questo profondo disordine ha anche reso più acute, più visibili, e più presenti, anche tra noi nel mondo cosiddetto sviluppato, tutte le gravi violazioni dei dritti umani di cui sono soggette le bambine e le ragazze&#8221;, afferma Lia Quartapelle, capogruppo Pd e segretario della Commissione Affari esteri e comunitari, Camera dei Deputati.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/dossier3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-7143 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/dossier3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="dossier3" width="425" height="425" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/dossier3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 425w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/dossier3-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/dossier3-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/dossier3-160x160.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/dossier3-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 425px) 100vw, 425px" /></a></p>
<p>&#8220;L’Italia &#8211; continua Quartapelle &#8211; riconosce la tutela dei diritti delle donne migranti tra le priorità da affermare con la nostra presidenza del G7. E il dossier Indifesa ci dice molto sul lavoro da fare, che si iscrive anche nel solco dell’impegno sottoscritto con l’Agenda 2030 di porre fine ai matrimoni infantili e di perseguire efficacemente l’obiettivo di una piena emancipazione di tutte le donne e tutte le ragazze&#8221;.</p>
<p>&#8220;L’Italia &#8211; continua Quartapelle &#8211; riconosce la tutela dei diritti delle donne migranti tra le priorità da affermare con la nostra presidenza del G7. E il dossier Indifesa ci dice molto sul lavoro da fare, che si iscrive anche nel solco dell’impegno sottoscritto con l’Agenda 2030 di porre fine ai matrimoni infantili e di perseguire efficacemente l’obiettivo di una piena emancipazione di tutte le donne e tutte le ragazze&#8221;.</p>
<p>Quest&#8217;anno Terre des Hommes chiede al popolo dei social network di testimoniare la condivisione dei valori della campagna aderendo alla sua #Orange Revolution, la &#8216;Rivoluzione Arancione&#8217; che scatta proprio domani mattina. Basta postare sul proprio profilo Facebook, Twitter o Instagram un oggetto, uno slogan, una foto o un selfie dal tocco arancione usando gli hashtag #OrangeRevolution #indifesa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per leggere il dossier: http://www.terredeshommes.it/landing4/dossier.html?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Violenza sulle donne a Tahrir, di Vincenzo Mattei</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2013/07/25/violenza-sulle-donne-tahrir-di-vincenzo/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jul 2013 04:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
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		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vincenzo Mattei ci ha dato il permesso di pubblicare questo suo articolo, uscito su Il Venerdì di Repubblica il 6 giugno 2013. Lo pubblichiamo molto volentieri e ringraziamo il giornalista. “Le violenze sessuali a&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on">
Vincenzo Mattei ci ha dato il<br />
permesso di pubblicare questo suo articolo, uscito su Il Venerdì<br />
di Repubblica il 6 giugno 2013. Lo pubblichiamo molto volentieri e<br />
ringraziamo il giornalista.</p>
<p>
“Le violenze<br />
sessuali a sfondo politico erano molto usate dal regime di Mubarak.<br />
Recentemente hanno ripreso piede. I Fratelli Musulmani hanno<br />
ereditato questa pratica”. Nahla Enany, 23 anni, è seduta al Café<br />
Riche, uno degli storici bar del centro de Il Cairo, frequentato<br />
spesso da giornalisti locali ed internazionali, insieme a Azza Balba,<br />
Nour El Oda Zaky, Marwar Nissar, Bussana Said e altre signore di<br />
mezz’età. Sono tutte attiviste, giornaliste e membri di vari<br />
partiti politici come El Dustur (La costituzione), Tayraan Shaabi<br />
(Corrente Popolare) e El Tugammau. Sorseggiano il tè e parlano di<br />
quello che succede nel paese in mezzo alla spessa coltre di fumo<br />
delle loro sigarette.<br />
</p>
<div align="JUSTIFY">
Nahla parla senza<br />
sosta, spiega con quali tecniche e in quali occasioni le violenze<br />
vengono messe in pratica: “Bisogna fare una differenza tra violenze<br />
perpetrate dal singolo e quelle dal gruppo”. Quest’ultime sono<br />
ben preparate ed organizzate con lo scopo di demolire totalmente la<br />
volontà della donna. “In tutte le testimonianze di aggressione che<br />
abbiamo nei nostri file, non ce n’è nessuna che parla di volontà<br />
dell’aggressore di toccarla, ferirla con lame affilate. Violenze<br />
che accadono solo durante manifestazioni e marce politiche. Dobbiamo<br />
sensibilizzare la gente”.</div>
<div align="JUSTIFY">
Nahla è sdegnata:<br />
“Se mi capita qualcosa, con chi vado a lamentarmi? A chi vado a<br />
denunciare l’aggressione, alle autorità? Ma sono queste che<br />
incoraggiano gli assalitori! “C’è solo un modo: agire con<br />
associazioni come Tahrir Bodyguard, Benet Masr e OPantiSH (Operation<br />
anti Sexual Harassemnt)”, dichiara.</div>
<div align="JUSTIFY">
Surayya Bahagat è la<br />
fondatrice di Tahrir B.G. Il 25 gennaio era scesa in piazza per<br />
l’anniversario della rivoluzione ma è stata assalita da alcuni<br />
uomini. Ha sfogato la sua collera e la sua indignazione aprendo<br />
l’account di Tahrir.B.G. su Twitter e, nel giro di poche ore, aveva<br />
già migliaia di <i>followers</i>.<br />
L ‘associazione organizza corsi pratici di autodifesa personale e<br />
teorici per insegnare alle donne le modalità di aggressione e come<br />
evitare il pericolo; diffonde informazioni, sia in strada che su<br />
internet, per sensibilizzare gli egiziani su questa terribile piaga<br />
che sta affliggendo il paese. </div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/07/donne-Tahrir-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/07/donne-Tahrir-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div align="JUSTIFY">
Quello che accade in<br />
piazza Tahrir è un attacco politico, molto ben organizzato. Le<br />
tecniche che gli aggressori per violentare o molestare le donne sono<br />
ben studiate: come circuirle, come isolarle, accerchiarle. Vogliono<br />
allontanare il mondo femminile dalla piazza. e E invece noi dobbiamo<br />
esserci per denunciare le violenze”. “I corsi di autodifesa sono<br />
aperti a tutte, non solo alle egiziane”, dice Zeinab Sabet,<br />
collaboratrice di Surayya, tra le prime volontarie del progetto. “È<br />
un ottimo modo per aiutare le donne. Non fermerà le violenze, ma non<br />
saranno colte alla sprovvista. Con i social network diffondiamo<br />
informazioni A Tahrir facciamo volantinaggio, parliamo con le<br />
persone, cerchiamo il loro aiuto, diamo numeri di cellulari da<br />
chiamare in caso di necessità”</div>
<div align="JUSTIFY">
I ragazzi e le<br />
ragazze che aderiscono a Tahrir.B.G, portano dei gilet rifrangenti ed<br />
elmetti gialli da carpentiere in modo da essere notati facilmente .<br />
Insieme all’associazione Benet Masr (i cui ragazzi indossano<br />
magliette bianche con la scritta in rosso “Contro le violenze<br />
sessuali”), a febbraio hanno organizzato la “Marcia delle donne”,<br />
partita dalla moschea di Zeida Zeinab. Hanno partecipato in tante,<br />
bambine, anziane, politiche e donne in carriera, semplici cittadine,<br />
madri di famiglia … La marcia ha un valore intrinseco che è quello<br />
di far partecipi i passanti ignari. Molte egiziane si fermavano sui<br />
marciapiedi e domandavano i motivi della manifestazione. La loro<br />
reazione positiva si poteva leggere dall’espressione entusiasta e<br />
dal segno di approvazione dei loro volti. Gli slogan più gettonati<br />
erano: “Non rimarremo in silenzio”, “Non ci piegherete”, “Non<br />
fuggiremo via”, “Venite ad affrontarci voi stupratori, perché<br />
non abbiamo nessuna intenzione di starcene a casa!”. </div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/07/donne-tahrir-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/07/donne-tahrir-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div align="JUSTIFY">
Nancy Omar, è la<br />
presidentessa di Benet Masr: “Ai corsi spieghiamo che cosa sono le<br />
molestie, i vari tipi di molestatori, simuliamo possibili attacchi a<br />
sfondo sessuale. Insegniamo ai volontari a capire le diverse<br />
tipologie delle vittime e degli aggressori, come una ragazza può<br />
reagire: c’è chi ammutolisce nel panico, chi picchia l’aggressore<br />
o chi viene presa dall’isteria”.</div>
<div align="JUSTIFY">
C’è anche una rete<br />
di comunicazione passaparola tra i membri e il loro circolo di<br />
amiche.</div>
<div align="JUSTIFY">
“I volontari che<br />
vanno porta a porta nei quartieri a fare volantinaggio. E a parlare<br />
con i venditori ambulanti che sono a Tahrir per aiutarci: hanno i<br />
nostri numeri di cellulare, se accade qualcosa ci avvisano<br />
immediatamente. Noi cerchiamo di istruirli per riconoscere le<br />
situazioni di pericolo durante gli scontri, e sapere come<br />
comportarsi”</div>
<div align="JUSTIFY">
Sul perché<br />
quest’escalation di violenze nei confronti delle donne, Nancy non<br />
ha dubbi.</div>
<div align="JUSTIFY">
la donna è presente<br />
ai seggi elettorali, controlla il regolare svolgimento del voto.<br />
Partecipa alle manifestazioni, e tra le urla la sua voce si<br />
distingue. Più acuta e sovrasta quella degli uomini. Il ruolo della<br />
donna nella società è molto più attivo di quello degli uomini, c’è<br />
una dedizione. Ha un senso di giustizia più profondo, e non vuole<br />
che nessuno le rubi la sua libertà. Il nostro corpo è qualcosa che<br />
ci appartiene, non esiste nessuno che ha il diritto di violarlo.<br />
Qualcuno vede come una minaccia l’impegno della donna egiziana<br />
nella costruzione della società, la sua partecipazione”</div>
<div align="JUSTIFY">
Senza le donne la<br />
piazza non ha la stessa forza</div>
<div align="JUSTIFY">
“Meno della metà.<br />
Quello che è successo il 25 gennaio per il 2° anniversario della<br />
rivoluzione è stato meschino”, violenze e stupri di gruppo, l’uso<br />
della forza bruta e di armi da taglio.</div>
<div align="JUSTIFY">
Nour El Oda Zaky,<br />
giornalista, attivista e membro del partito Dustur aggiunge il suo<br />
punto di vista …“Gli attacchi mirano a distruggere<br />
psicologicamente la donna egiziana, per allontanarla dalla politica.<br />
Dopo aver tentato di tutto a livello nazionale, ci muoveremo a<br />
livello internazionale. Sottoporremo il caso al Tribunale dell’Aja,<br />
per far condannare il governo egiziano responsabile di tali reati.<br />
Vogliamo una condanna contro il Presidente della Repubblica egiziana,<br />
per la sua responsabilità politica, e una condanna penale contro il<br />
Ministro degli Interni perché non ha garantito la sicurezza a<br />
Tahrir” </div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/07/donne-tahrir-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/07/donne-tahrir-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div align="JUSTIFY">
Grazie al costante<br />
lavoro e alla presenza delle diverse associazioni a Tahrir, i casi di<br />
violenze sono diminuiti drasticamente, anche se il pericolo è sempre<br />
dietro l’angolo. Questi movimenti non sono sufficienti ad sradicare<br />
i soprusi senza l’aiuto dei grandi nazionali. E sarà importante il<br />
ruolo e l’azione del governo, nell’approvare nuove leggi, più<br />
moderne, e una riforma strutturale delle forze di polizia.</div>
<div align="JUSTIFY">
Il cammino da<br />
percorrere è ancora lungo.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/07/vincenzomattei1_2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/07/vincenzomattei1_2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td class="tr-caption" style="text-align: center;">Vincenzo Mattei</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>San Valentino contro la violenza sulle donne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Feb 2013 07:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[ballo]]></category>
		<category><![CDATA[Congo]]></category>
		<category><![CDATA[danza]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[flash mob]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[San valentino]]></category>
		<category><![CDATA[stupri]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il giorno di San Valentino,&#160; festa dell&#8217;amore e degli innamorati, si è trasformato in una danza planetaria, a cui hanno partecipato uomini e donne che hanno usato il proprio corpo per un inno alla&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on">
Il giorno di San Valentino,&nbsp; festa dell&#8217;amore e degli innamorati, si è trasformato in una danza planetaria, a cui hanno partecipato uomini e donne che hanno usato il proprio corpo per un inno alla vita e per dire BASTA alle violenze contro le donne, BASTA alla violenza fisica e psicologica.&nbsp;<br />
In moltissime piazze, in Italia e nel mondo, è stato organizzato un flash mob gigantesco: chiunque, ovunque si trovasse, si è messo a ballare in pubblico sulle note di <i>Break the chain</i>.<br />
L&#8217;iniziativa, dal titolo <i>One billion rising</i>, Un miliardo insorge, è stata lanciata da Eve Ensler, l&#8217;autrice della celebre pièce teatrale<i> I monologhi della vagina</i> attraverso la quale l&#8217;autrice sta portando avanti, da anni, una battaglia per promuovere la dignità femminile; la Ensler è anche a capo di una Ong, la V-Day, che si batte contro la violenza domestica, gli stupri, le mutilazioni genitali, la schiavitù sessuale, ancora presente, purtroppo, in molte aree del mondo.<br />
In un collegamento telefonico dal Congo con i media di tutto il mondo, il 14 febbraio scorso, Eve Ensler ha raccontato che: &#8221; Il Congo, dove ho trascorso molto tempo, è una realtà devastata da 13 anni di guerra civile in cui sono morte 7 milioni di persone e milioni di donne sono state stuprate, torturate e uccise. Ho visto cosa succederebbe se permettessimo alla violenza di continuare. In Africa ho visto donne fra le più forti del mondo alzare la testa, unirsi e insieme cercare di uscire dalla caverna del patriarcato nella quale sono costrette. Sono capaci di trasformare il dolore in forza&#8230;E la danza, forma di espressività spesso usata dalle donne afrcane, diventa espressione libera del proprio corpo, quindi ribellione&#8221;.<br />
All&#8217;iniziativa hanno aderito oltre 5000 associazioni, innumerevoli Ong e istituzioni e l&#8217;evento&nbsp; verrà replicato perchè la lotta alla violenza non si può esaurire in un giorno soltanto. Per ulteriori informazioni si può consultare il sito <a href="http://www.onebillionrising.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.onebillionrising.org?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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</div>
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