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	<title>suicidi Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Il carcere non è donna</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Apr 2023 09:13:18 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="800" height="532" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16929" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere-768x511.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></figure>



<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>



<p>Riportiamo alcune parti del convegno online che si è tenuto il 18 aprile scorso sul tema della condizione femminile nelle carceri italiane, organizzato dalla Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia nell&#8217;ambito del progetto “A scuola di libertà”.</p>



<p>Moderatrice: Ornella Favero, Direttrice della rivista Ristretti orizzonti e Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia.</p>



<p>Susanna Marietti di Antigone: grazie Ornella e grazie anche alle amiche di Sbarre di zucchero che poi sono state con noi lo scorso 8 Marzo, quando in una aula del Senato della Repubblica, Antigone ha presentato questo suo rapporto dal titolo “Dalla parte di Antigone”. Questo rapporto nasce da un viaggio collettivo dei mesi scorsi in cui abbiamo visitato tutti i luoghi della detenzione femminile in Italia che, come sapete, sono solamente quattro sulle 190 che ci sono in Italia, tra cui c&#8217;è Rebibbia a Roma che è il più grande carcere femminile d&#8217;Europa. E poi Venezia (La Giudecca), Pozzuoli e Trani. E poi abbiamo visitato le 44 sezioni femminili che sono invece ospitate all&#8217;interno di carceri a prevalenza maschile. Abbiamo visitato i quattro ICAM, istituti a custodia attenuata per madri. Siamo stati, inoltre, in tre istituti che recludono minorenni e donne che sono l&#8217;Istituto di Pontremoli, che è l&#8217;unico istituto penale per minorenni interamente femminile in Italia.</p>



<p>È stato un viaggio collettivo con attraverso l&#8217;Osservatorio di Antigone che da 25 anni è autorizzata dal ministero della Giustizia a visitare tutte le carceri italiane e che coinvolge oltre 80 persone.</p>



<p>La prima cosa che salta agli occhi è che le donne in carcere sono poche e sono poco criminali perché anche quando ci sono, hanno tendenzialmente pene brevi. Sono poche, significa che nelle carceri italiane costituiscono il 4,2% del totale e questa percentuale è più o meno stabile. Oscillando fra i 4,1 e il 4,3 trentini, ultimi vent&#8217;anni. Anomalia italiana, perché? No, sono una netta minoranza in ogni parte del mondo. Il sistema penitenziario è più clemente con le donne; in parte è vero. Perchè? Perchè, da fine &#8216;800, si è ipotizzato che il ruolo che tradizionalmente la società assegna alla donna sia più riservato rispetto a quello in prima linea dell&#8217;uomo. Però se poi andiamo a vedere, sia dal punto di vista diacronico, cioè nel tempo, quando si sono emancipati i costumi legati al ruolo femminile, ma anche nello spazio, cioè in Paesi dove pensiamo che le donne abbiano una rappresentanza assolutamente paritetica (ad esempio in Scandinavia), comunque molto più avanzata nel mondo del lavoro, nel mondo della politica eccetera notiamo che non ci sono tassi di detenzione superiori rispetto alla detenzione femminile in Italia quindi questa è una domanda che lascio aperte a tutti voi.</p>



<p>Torniamo all&#8217;Italia, appunto. La stragrande maggioranza delle donne detenute è ospitata nelle sezioni femminili all&#8217;interno di carceri maschili che sono molto differenti tra di loro, sia quantitativamente e di conseguenza anche qualitativamente perché vanno da sezioni che arrivano ad avere 120 donne detenute. Penso ad esempio a Milano, Bollate, Torino &#8230;fino a sezioni che hanno soltanto 2 3 4 come per esempio Mantova oppure Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia. Non sarebbe utile chiudere queste sezioni con pochissime detenute in base al principio di territorializzazione della pena che dice che la persona detenuta debba rimanere nel luogo vicino al proprio centro di riferimento sociale, dice la Legge, ma il problema è che se un direttore ha un carcere di 300 persone, di cui 293 sono uomini, verrà del tutto spontaneo convogliare le proprie risorse, spesso scarse (risorse di personale, del volontariato, lavorative) verso la parte maschile dell&#8217;Istituto. Non è possibile che ci si senta dire: Ebbene, per quelle poche donne come si fa a organizzare una classe scolastica che faccia venire i professori, pagati solo per 2,3,4 detenute? Ecco perchè noi di Antigone abbiamo chiesto aule &#8211; o luoghi di lvaoro in carcere &#8211; miste: per uomini e donne insieme, superando una mentalità e un pregiudizio anacronistico di “pericolosità” , se è vero che il carcere deve garantire una vita del tutto simile a quella che si potrebbe condurre all&#8217;esterno, salvo la limitazione della libertà per via della pena commissionata.</p>



<p>Un altro argomento importante: i figli. Le donne lo vanno a subire in maniera maggiore rispetto agli uomini, soprattutto per il fatto di essere madri, nella maggior parte dei casi, sono infatti il 70%. Chiunque sia entrato in un carcere femminile sa che l&#8217;allontanamento dai figli è un tema forte ed è anche una forma di stigmatizzazione della donna perchè viene considerata una cattiva madre. La donna è vittima di una stigmatizzazione in generale decisamente maggiore di quella dell&#8217;uomo perché la donna detenuta non ha risposto al suo ruolo sociale, al suo ruolo di brava madre e al suo ruolo di moglie. Il periodo di detenzione và a rompere o a indebolire i legami sociali o familiari, le detenute e i detenuti spesso interrompono le relazioni con i loro partner o anche con la famiglia di origine e via dicendo. In carcere ci stanno i grandi delinquenti, ma non sono loro che fanno la massa delle persone della massa personale, dove sono i poveracci che fuori non hanno voluto, non hanno saputo gestire diversamente la propria vita, ma è anche vero che si tratta di un problema politico: con diverse politiche sanitarie o politiche dell&#8217;housing sociale o politiche del lavoro, forse, le carceri non sarebbero così affollate a causa di situazioni di emarginazione sociale. E poi periodo di detenzione, non fa altro che approfondire proprio circolo vizioso che porta le persone che hanno commesso qualche reato minore a subire di nuovo lo stigma sociale.</p>



<p>Torniamo al tema dei figli. Negli scorsi decenni erano di più di quanto sono adesso i bambini in carcere. erano intorno alle 50, 60 unità e hanno oscillato per trent&#8217;anni attorno a questa cifra. Possiamo parlare di due leggi: nel 2001 la legge Finocchiaro sulla tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori e dieci anni dopo, nel 2011, una seconda legge che è tornata sul tema, ma nessuna delle due norme ha risolto il problema dei figli nelle carceri. Quand&#8217;è che è venuto a dimezzarsi il numero dei bambini in carcere? Quando è arrivata la pandemia. Quindi non è stato un evento di tipo normativo, ma è stato un evento fattuale, perché i magistrati di sorveglianza sono stati messi davanti a questo grande pericolo e hanno dovuto capire che temere dei bambini chiusi in un posto come il carcere di fronte al rischio che arrivasse la malattia era una follia e quindi li hanno messi fuori insieme alle mamme: quelle donne messe fuori fino al giorno prima erano pericolose criminali o potevano stare fuori anche prima che arrivasse la pandemia? Potevano stare fuori anche prima. Mi sembra ovvio. Io sono certa che se mi prendessi stanotte i 28 fascicoli delle 28 donne con figli che ora stanno in carcere passo la nottata a studiarmelo tutti e per 26, 27 di loro troverei una soluzione di una misura alternativa, una comunità, un qualcosa mi inventerei per ognuna di loro, e questo allora lo può fare anche la magistratura di sorveglianza. Non si tratta più di fare la legge perfetta, ma si tratta di cambiare la cultura del magistrato di sorveglianza. La strada da perseguire è quella di metterci i soldi e la volontà.</p>



<p>Altro tema affrontato nel rapporto di Antigone: le detenute trans. Sarebbe utile che il carcere adottasse personale esperto in politiche di genere e uno staff formato appositamente per loro anche perchè, spesso, sono inserite in sezioni maschili.</p>



<p>Così come ci sarebbe bisogno di uno sguardo più attento per le donne vittime di abusi e di violenze che, prima di tutto, necessitano di uno screening sanitario e psicologico e che poi vengano prese in carico a livello giudiziario e anche dopo l&#8217;uscita dal carcere perchè questo è un&#8217;altro grande probema in quanto tutte le detenute (e i detenuti) vivono nella paura di venire abbandonate e di non avere un dialogo con i servizi sociali del territorio. In effetti, ad oggi, non c&#8217;è una continuità di presa in carico. Una donna si trova spesso peggio di prima e frequentissimi sono gli episodi di depressione seria al momento dell&#8217;uscita dal carcere.</p>



<p>Testimonianza di un avvocato di Sbarre di Zucchero, Carlotta Toschi</p>



<p>Sbarre di Zucchero non è ancora un&#8217;associazione, ma un folto gruppo di persone, nato nel 2022, che si occupa di persone dentro e fuori dal carcere. Vogliamo essere un microfono che riporti al centro il tema del carcere. Soprattutto quello femminile, quando il carcere di donne è in un mondo di uomini, come recita e sottolinea, il nostro sottotitolo. Il gruppo è nato fisicamente a Verona e in pochissimo tempo ha raccolto partecipanti da tutta Italia. Abbiamo membri che sono ex detenuti, familiari di detenuti, attivisti, avvocati, volontari, garanti, giornalisti, una buona quota di polizia penitenziaria che ci affianca. Siamo diventati anche gruppi fisici, di pochi volontari e volontarie che all&#8217;inizio si sono aggregati, hanno dato via a un&#8217;organizzazione di eventi e convegni a Roma, Milano, Verona. Abbiamo raccolto abiti per tutte le carceri di Italia, abbiamo raccolto i generi di prima necessità anche per l&#8217;igiene personale a favore di detenuti e delle detenute in difficoltà. Abbiamo raccolto una storia di strette collaborazioni coi media, che ovviamente hanno interesse a coinvolgerci da tutta Italia, con realtà associative già presenti sul territorio, realtà storiche, ne cito solo alcune, a titolo meramente esemplificativo, per esempio, guardando poi a Roma la Fraternità Verona e da tante altre abbiamo ottenuto anche l&#8217;appoggio e la collaborazione concreta come Elemosiniere del Santo Padre, il Cardinale for. Cacciari e ovviamente moltissimi garanti delle persone private della libertà personale che teniamo a ringraziare in modo particolare per il lavoro capillare che fanno all&#8217;interno di tutte le carceri.</p>



<p>Sbarre di zucchero nasce per fare rete e parlare di carcere, di tutto quello che non va all&#8217;interno delle carceri e anche delle buone pratiche di cui farci promotori, mettiamo insieme tutte le nostre forze per dare un supporto ai detenuti, alle loro famiglie che troppo spesso soffrono ancora per le condizioni disumane in cui vivono i loro familiari. Noi siamo attivi quasi una volta a settimana. Ci piace metterci la faccia e testimoniare che si fa tanta fatica nel volontariato, ma io credo che ci sia un “Dopo il carcere”. È questo l&#8217;obiettivo di Sbarre: di andarselo a prendere. Vorrei leggere con voi le ultime parole d&#8217;amore scritte a penna su un foglietto a quadretti da Donatella Odo, che è morta suicida l&#8217;anno scorso. Un biglietto scritto al suo fidanzato: “Leo, Amore mio, mi dispiace, sei la cosa più bella che mi poteva accadere per la prima volta in vita mia; penso e so cosa vuol dire amare qualcuno, ma ho paura di tutto, di perderti e non lo sopporterei. Perdonami, sii forte, ti amo. E scusami”. Ecco noi ci focalizziamo su questo affinché nessuno abbia più paura di tutto, come è successo a Donatella.Vogliamo far conoscere la verità, che cosa significhi la detenzione, di modo che nessuno si senta abbandonato e che il carcere possa essere davvero quello strumento, assolvere a quella funzione di cui discutiamo tanto nell&#8217;articolo 27, comma tre della Costituzione: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità; affinché quelle celle sovraffollate, inadeguate totalmente alla vita, non diventino più bare. Dobbiamo riportare al centro del dibattito italiano un tema che troppo spesso è legato ai margini della società, non viene preso assolutamente in considerazione dalla politica perché lo sappiamo, il carcere non porta voti. Mettiamo insieme le forze.</p>



<p>E&#8217; in programma, come dicevamo prima, la costituzione di un&#8217;associazione, cerchiamo persone appassionate, non cerchiamo soci, semplici soci ma persone innamorate della giustizia, delle seconde possibilità, perché tutti abbiamo diritto a una seconda opportunità. E perché quelle parole d&#8217;amore che sono state scritte da Donatella non rimangano nel buio. Non solo l&#8217;8 Marzo, dunque, la festa della donna ma ogni giorno deve essere un&#8217;occasione importante, a mio avviso, per ricordare che non siamo solo donne, ma siamo donne, madri, fidanzate, mogli&#8230; Dentro le sbarre, ma anche fuori. Un augurio a tutte le donne che sono qui con noi, che so che sono donne di cuore, donne forti che ogni giorno combattono con le difficoltà della vita, ma anche a tutte le donne deboli, perché noi possiamo essere la voce di tutte queste persone, che ciascuno possa trovare la forza in sè, forza che è anche dentro di noi per percorrere insieme un bellissimo cammino verso una riabilitazione e la restituzione in società.</p>



<p>Ornella Favero: ultimamente hanno tolto le cosiddette “telefonate in più”, cioè la telefonata quotidiana a casa, la possibilità di telefonare a casa ogni giorno, 10 minuti che già è una inezia rispetto alle effettive necessità, un diritto inserito durante la pandemia e che, oggi, appunto è stato eliminato. Le persone si sono , quindi, si sono trovate con la tessera telefonica che diceva che il numero di telefonate era già stato e che si è tornati a poter fare soltanto una telefonata a settimana e vi assicuro che questa è una cosa senza senso, una crudeltà inaudita quando l&#8217;unica forma di prevenzione dei suicidi è proprio quella di rafforzare i legami con il mondo esterno, gli affetti, con le persone care. Una rabbia terribile. Quindi vi chiedo, siccome c&#8217;è da far ripartire una campagna su questo, di essere solidali perché è veramente un tema fondamentale.</p>



<p>Testimonianza di Micaela di Sbarre di Zucchero: io sono stata in carcere per un periodo e la telefonata, magari a un genitore o a un figlio è importantissima, ma se c&#8217;è a casa un problema e io òosso telefonare solo 1 volta alla settimana, resto con la preoccupazione per tutti quei giorni. Esiste la possibilità di fare telefonate straordinarie che sono due al mese, quindi una settimana +1, 2 al mese. Fanno sei telefonate in un mese che tu ti devi gestire con tutta la famiglia, quindi è veramente difficile mantenere un rapporto, anche se questi rapporti dovrebbero essere tutelati.</p>



<p>Per quanto riguarda le donne trans: nelle sezioni maschili non vengono messi con gli uomini, ma hanno delle sezioni apposite; in particolare, nella sezione femminile vengono inserite le donne omosessuali che a volte sono anche dei veri e propri uomini e questo spessissimo crea disagio perché tu, donna, ti trovi in cella assieme a un&#8217;altra donna che si comporta da uomo, ti fa delle avance, ti guarda in un certo modo etc. Credo, perciò, che anche per le donne omosessuali ci sarebbe biosgno di una sezione particolare.</p>



<p>Nella sezione femminile ci sono stata spesso le e donne fanno diventare la cella la casa loro perché, ad esempio, la tossicodipendente che vive per strada o la rom che vive in roulotte non hanno mai avuto mura attorno e l&#8217;arredamento con le tendine, le ciotole, o altro sono importanti per rendere la cella accogliente anche se, a volte, l&#8217;abbellimento può risultare eccessivo.</p>



<p>Non direi che gli uomini sono più “cattivi” delle donne, anche le donne sanno esserlo, soprattutto verso i sex-offender. A Verona c&#8217;era una mamma che aveva permesso al compagno di molestare il figlio è stata brutalmente picchiata; così come una rom che vaeva rubato un bambino e acui altre detenute hanno fatto saltare i denti, mentre la guardia diceva: “Stanno SOLO litigando”. Quindi non pensate che nel femminile sia più tranquillo. Per scrivere un buon report, bisognerebbe starci una settimana, 15 giorni, in un carcere e non qualche ora, per vivere realmente quello che succede in carcere e per capire. Cosa se ne fa una donna quando va fuori di avere imparato a farsi le unghie o a cucire un abito? Al maschile, per esempio a Verona, i detenuti imparano a fare gli odontotecnici oppure frequentano l&#8217;alberghiero, vanno all&#8217;università; al femminile non c&#8217;è tutto questo. Quindi credo che i diritti che hanno i maschi dovrebbero averli anche le donne.</p>



<p>Conoscevamo Donatella Odo: era tossicodipendente e aveva altri problemi, per cui le hanno portato via il figlio. Avrebbe avuto biosgno di sostegno, di aiuto psicologico, di amore. Invece è stata lasciata sola. Adesso siamo già a 15 suicidi quest&#8217;anno e non mi sembra che abbiano fatto qualcosa per prevenirli, anzi se ne parla sempre meno. Casino ne facciamo tanto e non smetteremo di farlo Donatella aveva persino scritto a Maria De Filippi: perché non si è fatta aiutare da chi era lì, da una casa famiglia, da un operatore, da qualcuno delle istituzioni? Lei era incinta di sette mesi e, una volta messa fuori dal carcere, nessuno l&#8217;ha presa in carico. Ora voi che siete tutti operatori del settore, dovreste darmi una risposta. Non c&#8217;era qualcuno che poteva accogliere una ragazza incinta di sette mesi? Ha dovuto andar per strada. Per strada? E dopo un mese dalla nascita c&#8217;era bisogno di portarle via il bambino? Non si poteva prenderli entrambi e metterli in una casa famiglia, non si poteva almeno provare a farla stare col suo bambino? Ci battiamo, quindi, proprio perché queste cose non accadano più!</p>



<p>Ornella Favero: vedo anche un sacco di ragazzi giovani in carcere e credo che ci sia che sia un momento particolarmente difficile. Per questo faccio un appello rispetto a una cosa così piccola come sembra quella delle telefonate, perché secondo me l&#8217;isolamento è la cosa più deleteria per le donne e per i giovani.</p>



<p>Mettiamo insieme tutte le nostre forze per dare un supporto ai detenuti e alle loro famiglie che troppo spesso soffrono ancora per le condizioni particolari di chi hanno in carcere.</p>



<p>Ridiamo la speranza, superando la paura.</p>
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		<title>59 suicidi, l’allarme inascoltato dell’estate tragica</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2022 07:41:12 +0000</pubDate>
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<p>(da Antigone.it)</p>



<p>«Hanno tolto il disturbo 57 detenuti, 57 persone, tutti principini e onesti italiani, hanno tolto il disturbo …finalmente una buona notizia…porca mad.. dal Friuli che non è Italia». Questo è il contenuto di una mail che abbiamo ricevuto qualche giorno fa, a commento del nostro racconto di una tragica estate carceraria italiana.&nbsp;</p>



<p>Il bestemmiatore (per rispetto nei confronti di chi si potrebbe sentire offeso ho tagliato la sua espressione) è felice per i 57 detenuti morti. Forse lo sarebbe ancora di più oggi visto che il numero delle persone che si è tolta la vita in galera è salito a 59.&nbsp; Un numero mai così alto negli ultimi decenni, segno di una disperazione che da individuale è diventata collettiva.&nbsp;</p>



<p>Nel solo mese di agosto ogni due giorni si è suicidata una persona in carcere. Una percentuale che, se proiettata nella società libera, farebbe tremare i polsi, facendo pensare a forme prossime al suicidio di massa. Non è facile dare una spiegazione unitaria a gesti compiuti nella solitudine individuale. Sarebbe quasi irriguardoso delle loro vite, purtroppo oramai spente.&nbsp;</p>



<p>Possiamo solo dire che quella disperazione individuale non è stata intercettata al punto da evitare che il suicidio fosse portato a compimento. Il signore friulano che, nel nome degli italiani onesti, gioisce di fronte all’altrui morte dovrebbe sapere che il suo odio verso i detenuti non migliora la qualità della sua vita, che la sua violenza verbale non è meno grave e offensiva del furto di 180 euro o di una pecora che avevano portato in prigione due delle persone che hanno deciso di farla finita.&nbsp;</p>



<p>La sua gioia è lo specchio di una parte di Italia incattivita, senz’anima, indifferente al dolore e alle pene altrui, che è stata alimentata a pane e odio da opinionisti social e politici. Alla sua gioia si contrappone il dolore infinito di mamme, fratelli, compagne, figli, amiche, conoscenti lasciati soli nel gestire le scarne notizie sul suicidio della persona loro cara.&nbsp;</p>



<p>Nel nome di questa sofferenza, e per rispondere alla gioia del bestemmiatore dal Friuli, tutti dovrebbero dire una parola di rispetto per chi è in carcere e di gratitudine per chi lavora negli istituti penitenziari per assicurare dignità e speranze di riscatto.</p>



<p>Siamo alla fine della legislatura e non ha più senso chiedere l’adozione di provvedimenti che avrebbero dovuto essere assunti negli scorsi mesi.&nbsp;</p>



<p>Ha senso, però, chiedere a tutti coloro che sono coinvolti da protagonisti nella campagna elettorale di impegnarsi per dare un senso alla pena, per renderla meno afflittiva, per ridurre la pressione data del sovraffollamento che riduce gli esseri umani da persone a numeri di matricola.&nbsp;</p>



<p>Non denunciamo il gaudente signore friulano perché contro il suo odio vorremmo una reazione culturale, sociale, politica e non meramente giudiziaria. Usiamo la sua cattiveria affinchè lui e tutti gli odiatori, alimentati da retoriche populiste, siano sommersi da prese di posizione, parole, gesti che vadano nella direzione opposta.</p>



<p>Affido le conclusioni di questo articolo a Cosimo Rega, ex ergastolano, attore, poeta, che ci ha lasciato qualche giorno fa, a pochi giorni dalla libertà conquistata: «Quando ho chiesto la mano ho trovato la disponibilità di alcune persone. Il percorso è stato difficile, come direbbe Dante». Lui ce l’ha fatta a riscattarsi, a concludere la sua esistenza da uomo di teatro. Non tutti trovano la stessa disponibilità, non tutti hanno una Gelsomina che li aspetta.&nbsp;</p>



<p>Nessuno dovrebbe essere lasciato solo con la sua pena. Una comunità forte è quella che non genera senso di abbandono e disperazione. Uno Stato è forte quando isola coloro che gioiscono di fronte all’altrui morte.</p>
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		<title>Abbandonati nelle prigioni libiche a morire?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2019 07:29:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da progetto MeltingPot Europa, di Anettes Blog, Flugtens Ansigt  Link all’articolo originale (ENG) Traduzione a cura di: Giovanna Leuzzi Frammenti di vite Questo articolo è basato su quasi un intero anno di chiacchierate, telefonate, e&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div id="artHeading">
<p><div id="attachment_12194" style="width: 1010px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/arton23894.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img aria-describedby="caption-attachment-12194" loading="lazy" class="size-full wp-image-12194" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/arton23894.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1000" height="667" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/arton23894.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1000w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/arton23894-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/arton23894-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></a><p id="caption-attachment-12194" class="wp-caption-text">A shipwreck survivor in detention centre.<br />His testimony : “The sun was really strong and the boat started to deflate. All the babies died. How can we stay so many hours in the water without being rescued? People started to drink salty water. Why they left us die at sea?”</p></div></p>
</div>
<h2 dir="ltr"></h2>
<p>Da progetto MeltingPot Europa, di Anettes Blog, Flugtens Ansigt</p>
<div id="artHeading">
<div class="artAbstract" dir="ltr">
<p><img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/squelettes/puce.gif?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> Link all’<a class="spip_out" href="https://anettesaw.com/2019/02/23/left-to-death-in-libyas-prison/?fbclid=IwAR2PLnCu_1ozhwokxEn-JaRfDBnHAeYPW_6uk5ZoLOcSkHfofGLD6bjU1VM&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="external noopener">articolo originale (ENG)</a></p>
</div>
<div class="artAutori" dir="ltr">Traduzione a cura di: <a href="https://www.meltingpot.org/+-Giovanna-Leuzzi-+.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">Giovanna Leuzzi</a></div>
</div>
<div id="artText" dir="ltr">
<h3 class="spip">Frammenti di vite</h3>
<p>Questo articolo è basato su quasi un intero anno di chiacchierate, telefonate, e messaggi via WhatsApp e Messenger con rifugiati detenuti nelle prigioni libiche e nei centri di detenzione.</p>
<p>La scorsa estate ad Atene ho conosciuto David, originiario dell’Eritrea, grazie ad una amica e da allora abbiamo avuto contatti quasi ogni giorno. David ha trascorso gli ultimi due anni in diversi centri di detenzione <a href="https://www.meltingpot.org/+-Libia-+.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">in Libia</a>, non sapendo quando &#8211; o se mai &#8211; verrà liberato. Dallo scorso autunno è imprigionato nel carcere di Zintan che, a quanto pare, è il peggiore di tutti, situato nella piccola città di Zintan nelle montagne libiche, a 150 km da Tripoli. Oltre David, a Zintan ci sono altri 800 rifugiati e migranti provenienti dall’Eritrea e dalla Somalia.</p>
<p>Abbandonati e disperati, sempre rinchiusi dietro spesse mura senza accesso ad aria o sole e con pochissimo per sfamarsi. Negli ultimi quattro mesi tredici persone hanno perso la vita nella prigione di Zintan, nella maggior parte dei casi a cause della tubercolosi. I malati sono abbandonati a se stessi e non ricevo alcun supporto medico. Vengono lasciati morire con attorno coloro che sono ancora vivi. La tubercolosi si diffonde facilmente nelle sovraffollate carceri libiche, e nessuno è al corrente del numero effettivo degli individui infetti.</p>
<p>Per motivi di sicurezza i nomi e luoghi sono stati modificati.</p>
<p>Una mattina ricevo un messagio su Whatsapp. È David, un rifugiato proveniente dall’Eritrea &#8211; un paese dell’est Africa, forse meglio conosciuto come la Corea del Nord africana. Il messaggio giunge dalla prigione di Zintan, e dice:</p>
<blockquote class="spip" style="background: url('../images/quoteLeft.png') no-repeat 15px 15px #f7f7f7; margin: 20px 18px 10px; padding: 0px 15px 15px 0px; outline: 0px; border: 0px currentColor; color: #808080; line-height: 1.8em; font-size: 12px; vertical-align: baseline; quotes: none;">
<p style="background: url('../images/quoteRight.png') no-repeat right bottom; font: italic 18px/normal Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; margin: 0px 0px 10px; padding: 40px 25px 15px 60px !important; outline: 0px; border: 0px currentColor; vertical-align: baseline; display: block; font-size-adjust: none; font-stretch: normal;">Oggi siamo all’aperto sotto il sole. Siamo seduti fuori. Non ho visto il sole né respirato aria fresca dal 15 ottobre 2017.</p>
</blockquote>
<p>Quella data &#8211; 15 ottobre 2017 &#8211; che David mi ha nominato milioni di volte. È la data in cui il sogno di raggiungere l’Europa è per sempre svanito. Il giorno in cui i soldati lo hanno catturato e portato in uno dei tanti centri di detenzione libici.</p>
<p>Centri collocati in vecchie prigioni o grandi capannoni con rinchiusi centinaia di rifugiati e migranti, principalmente a causa della severa politica di confine dell’Unione Europea. Caratterizzati dalla ridottissima o del tutto inesistente possibilità di accedere all’aria aperta, dalla scarsità di cibo, da abusi perpetrati dalla polizia e dalle guardie libiche, e dalla flebile speranza di poterne mai uscire.</p>
<p>La polizia libica ha accusato David di essere entrato nel paese illegalmente. <br class="autobr" />In Eritrea lavorava in aeroporto fino a quando non è fuggito. Voleva raggiungere l’Europa, dove molti rifugiati eritrei vedono riconosciutosi il diritto all’asilo per via delle condizioni disumane del regime eritreo.</p>
<p>Sono entrata in contatto con David grazie ad una cara amica eritrea. Un giorno ricevo un messaggio disperato da Atene, dove lei e i suoi tre bambini hanno ottenuto asilo. Suo fratello era detenuto in un centro in Libia. Era malato e solo. Cosa posso fare, mi chiede lei.</p>
<p><img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Siamo tutti malati</i>, scrive David.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Non vediamo mai la luce del sole o prendiamo mai una boccata d’aria fresca o proteine. Mangiamo solo spaghetti cucinati nell’acqua salata. Sempre spaghetti. Abbiamo fame. Abbiamo freddo. Stiamo soffrendo. Aiutaci.</i></p>
<p>I messaggi arrivano spesso e sono numerosi, però oggi David e il suo compagno di cella sono stati autorizzati ad uscire all’aperto.</p>
<p>Gli chiedo se per caso questo significa che d’ora in poi sono autorizzati a stare fuori.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Non lo so, risponde. </i><br class="autobr" />Dopo qualche giorno gli chiedo di nuovo se hanno ancora la possibilità di uscire all’aperto per godersi un po’ della luce del sole.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Ah, ah, ah. No, è successo solo una volta. Ora siamo di nuovo imprigionati fra le mura, scrive, e aggiunge una faccina che piange.</i></p>
<dl class="spip_document_20946 spip_documents spip_documents_center">
<dt><img loading="lazy" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L440xH587/20190207_1030258-b34ca.jpg?1551351415&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="440" height="587" /></dt>
</dl>
<h3 class="spip">Uno stato fallito</h3>
<p>Essendo cittadino eritreo David è registrato con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ed è ufficialmente sotto la sua protezione.</p>
<p>Secondo il diritto internazionale gode del diritto alla domanda di asilo in un paese sicuro, ma questa procedura non esiste in Libia. Il paese viene definito uno ‘<i>stato fallito</i>’, guidato da un governo debole e da diverse milizie, fra le quali si annovera l’ISIS. L’Unione Europea e l’Italia hanno stipulato accordi con il governo libico e la guardia costiera libica &#8211; versando ingenti somme di denaro &#8211; per mantenere i rifugiati e migranti lontani dai territori europei. I paesi europei hanno contribuito alla formazione professionale della guardia costiera libica e pagato per gli equipaggi per permettere loro di fermare le imbarcazioni che tentano di raggiungere l’Europa.</p>
<p>Come risultato di questa politica, David è al suo secondo anno in Libia. È uno dei pochi fortunati ad avere ancora un telefono cellulare e ad essere in grado di comunicare col mondo esterno. Al momento dell’arresto solitamente i libici sequestrano soldi e cellulari. Fino ad ora David è stato capace di nascondere il suo cellulare, ma è terrorizzato all’idea che le guardie possano scoprirlo:<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Se trovano il mio telefono, mi arrestano, mi picchiano e mi vendono per soldi, mi dice David</i>.</p>
<p>È davvero spaventato che possa essere venduto. La CNN ha documentato come in Libia rifugiati e migranti vengano venduti nei grandi mercati come schiavi. Human Rights Watch e Amnesty International hanno documentato nei loro reports violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione libici. Centri gestiti dai libici ma finanziati dall’Unione Europea.</p>
<p>Il 10 luglio 2018, Elijah, 26 anni della Sierra Leone, riferisce all’associazione Human Rights Watch:<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Questo posto è l’inferno. Sembrano essere brave persone, ma ti bruciano con le scosse elettrice. Mi hanno picchiato tre volte quando mi hanno dato del cibo. Ci obbligano a rimanere seduti o in piedi a guardare dritto nel sole. Se protestiamo ci picchiano. Prendono i detenuti e li portano in una stanza specifica per picchiarli. Hanno preso e portato lì anche me, mi hanno legato e colpito sulla pianta dei piedi. Durante la raffica di colpi un mio amico è stato colpito in faccia. <br class="autobr" />Human Rights watch scrive ancora che i quattro centri di detenzione a cui possono accedere per visitarli sono sovraffollati, sporchi e dispongono di insufficiente assistenza medica. Il rapporto parla della presenza di scarsissimo accesso a sufficienti quantità di cibo, molto spesso avariato, e di acqua</i>.</p>
<h3 class="spip">Inferno sulla terra</h3>
<p>Dagli amici su Facebook in Libia ricevo disperate richieste di aiuto.</p>
<blockquote class="spip" style="background: url('../images/quoteLeft.png') no-repeat 15px 15px #f7f7f7; margin: 20px 18px 10px; padding: 0px 15px 15px 0px; outline: 0px; border: 0px currentColor; color: #808080; line-height: 1.8em; font-size: 12px; vertical-align: baseline; quotes: none;">
<p style="background: url('../images/quoteRight.png') no-repeat right bottom; font: italic 18px/normal Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; margin: 0px 0px 10px; padding: 40px 25px 15px 60px !important; outline: 0px; border: 0px currentColor; vertical-align: baseline; display: block; font-size-adjust: none; font-stretch: normal;">
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> Aiutaci<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> Stiamo morendo<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> La Libia è l’inferno sulla terra.</p>
</blockquote>
<p>Malattie molto diffuse nei sovraffollati e antigienici centri sono la scabbia e la tubercolosi.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Quando gli individui stanno per morire di tubercolosi, vengono spostati in un’altra stanza e non li vediamo mai più</i>, mi scrive David su WhatsApp, la sua app preferita con cui comunicare in quanto è criptata e dovrebbe essere sicura.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Sono molto preoccupato di potermi ammalare. La gente sputa sangue</i>.</p>
<dl class="spip_document_20947 spip_documents spip_documents_center">
<dt><img loading="lazy" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L440xH628/20190220_0903e73-6d933.jpg?1551351415&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="440" height="628" /></dt>
</dl>
<p>Noah è un veterinario proveniente dall’Eritrea. È stato detenuto per nove mesi in un centro a Tripoli. È un ragazzo molto tranquillo e con una determinata visione, e lui è quello, mi chiedo, da contattare se ho bisogno di conoscere certi fatti. Su Facebook lui posta molti articoli che parlano delle condizioni di vita sue e dei suoi compagni negli altri centri di detenzione libici. Spera solamente che un giorno il mondo, i suoi cittadini e i politici aprano i loro occhi e li liberino. Sei mesi fa mi scrisse su Messenger:</p>
<blockquote class="spip" style="background: url('../images/quoteLeft.png') no-repeat 15px 15px #f7f7f7; margin: 20px 18px 10px; padding: 0px 15px 15px 0px; outline: 0px; border: 0px currentColor; color: #808080; line-height: 1.8em; font-size: 12px; vertical-align: baseline; quotes: none;">
<p style="background: url('../images/quoteRight.png') no-repeat right bottom; font: italic 18px/normal Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; margin: 0px 0px 10px; padding: 40px 25px 15px 60px !important; outline: 0px; border: 0px currentColor; vertical-align: baseline; display: block; font-size-adjust: none; font-stretch: normal;">
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> Salve Signora, scrivo dalla Libia. Vivo in un centro di detenzione come rifugiato. Ciò che le chiediamo è di portare alla luce le segrete e dure condizioni di vita in cui ci ritroviamo, sempre rinchiusi, come in prigione.</p>
</blockquote>
<p>Preoccupata, gli chiedo se non sia pericoloso per lui passarmi informazioni sulla vita nei centri di detenzione.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Non si preoccupi. Invierò tutto in modo sicuro. L’unica cosa che potrebbero farmi è mettermi in prigione, e se la maggior parte delle persone che soffrono qui riesce a liberarsi con il mio sacrificio, mi riterrei fortunato</i>, mi risponde. <br class="autobr" />Noah mi racconta delle tante persone affette da tubercolosi.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>E viviamo tutti insieme. Quelli molto malati e quelli che non lo sanno, quelli infetti e quelli che non lo sono ancora</i>. <br class="autobr" />Secondo le mie fonti, solo una piccolissima parte riceve cure e medicine. E se ricevono medicine, il trattamento si interrompe se rimangono a corto di pastiglie.</p>
<h3 class="spip">Corro</h3>
<p>Hassan, proveniente dalla Somalia, è un altro detenuto della prigione di Zantan:<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Tutti sono malati qui. Voglio andarmene. Scapperò appena è possibile</i>, scrive Hassan una notte di gennaio.</p>
<p>La prima volta che sono entrata in contatto con Hassan lui si nascondeva da qualche parte a Tripoli. Ogni tanto lavorava come caricatore di merci su un camion. Il piccolo salario che riceveva lo spendeva per comprarsi qualcosa da mangiare. Per un po’ non ho ricevuto alcuna comunicazione da lui. Poi, un giorno, mi invia un messaggio dalla prigione di Zintan. È stato catturato dalla polizia ed ora anche lui è in quella prigione. Non sapevo fosse stato preso. Ci sono così tante storie terribili. Non riesco ad essere a conoscenza di tutte.</p>
<h3 class="spip">Catturati dall’ISIS</h3>
<p>Durante i due anni di permanenza in Libia, David è stato detenuto in diversi centri, però quello di Zintan è di sicuro il peggiore. Secondo Noah, l’UNHCR o altre ONG raramente hanno accesso al centro di Zintan, ubicato nelle montagne libiche a 150 km da Tripoli. La strada per raggiungerlo è troppo pericolosa. David è davvero arrabbiato con l’UNHCR. Tutti i rifugiati registrati in Libia si sentono delusi dall’UNHCR. <i>Dov’è l’UNHCR? Loro sono tenuti a proteggere i rifugiati</i>, continua a chiedermi su Messenger.</p>
<p>Il primo centro di detenzione che David ha visitato era nel deserto. Una notte degli uomini dell’ISIS sono arrivati su un furgone e hanno rapito sessante detenuti, fra cui David ed alcuni suoi amici. Hanno ordinato loro di salire sul furgone, e quando la milizia libica è arrivata, gli uomini dell’ISIS si sono immediatamente diretti verso il deserto con il loro carico di esseri umani. Durante la guida, 3 uomini sono caduti dal furgone e sono morti.</p>
<p>Dopo un susseguirsi di varie vicende tumultuose, i prigionieri sono riusciti a scappare. Dopo aver camminato per 150 km nel deserto hanno finalmente raggiunto Tripoli. A Tripoli sono stati arrestati dalla polizia e portati in un grande capannone dove erano già presenti altri 1.400 fra rifugiati e migranti provenienti dall’Eritrea, dalla Etiopia e dalla Somalia. Ho incontrato David per la prima volta quando era nel capannone di Tripoli. Il capannone si trovava vicino l’aeroporto e nell’autunno 2018 è scoppiato uno scontro fra diverse milizie libiche.</p>
<p>David mi racconta del rumore degli spari intorno al capannone:</p>
<blockquote class="spip" style="background: url('../images/quoteLeft.png') no-repeat 15px 15px #f7f7f7; margin: 20px 18px 10px; padding: 0px 15px 15px 0px; outline: 0px; border: 0px currentColor; color: #808080; line-height: 1.8em; font-size: 12px; vertical-align: baseline; quotes: none;">
<p style="background: url('../images/quoteRight.png') no-repeat right bottom; font: italic 18px/normal Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; margin: 0px 0px 10px; padding: 40px 25px 15px 60px !important; outline: 0px; border: 0px currentColor; vertical-align: baseline; display: block; font-size-adjust: none; font-stretch: normal;">
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> Qui è pericolosissimo. Sono molto spaventato. Siamo tutti spaventati. Potremmo morire.</p>
</blockquote>
<p>Mi invia fotografie dei fori dei proiettili nel soffitto del capannone. Finalmente vengono evacuati. Su grossi furgoni vengono trasportati per 150 km da Tripoli alla prigione Zintan, nella zona montuosa.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Ora siamo in una vera prigione</i>, David mi racconta su WhatsApp dopo numerosi giorni di silenzio.</p>
<h3 class="spip">Acqua tre volte al giorno</h3>
<p>Noah mi manda video dai bagni del centro di detenzione dove si trova. Mi viene da vomitare. Questi non sono bagni per esseri umani. Ce ne sono solo sei in totale per 500 persone.</p>
<blockquote class="spip" style="background: url('../images/quoteLeft.png') no-repeat 15px 15px #f7f7f7; margin: 20px 18px 10px; padding: 0px 15px 15px 0px; outline: 0px; border: 0px currentColor; color: #808080; line-height: 1.8em; font-size: 12px; vertical-align: baseline; quotes: none;">
<p style="background: url('../images/quoteRight.png') no-repeat right bottom; font: italic 18px/normal Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; margin: 0px 0px 10px; padding: 40px 25px 15px 60px !important; outline: 0px; border: 0px currentColor; vertical-align: baseline; display: block; font-size-adjust: none; font-stretch: normal;">
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> Beviamo acqua da una tubatura del bagno. Ce n’era un’altra ma ora è rotta, e nessuno viene a ripararla.</p>
</blockquote>
<p>L’acqua corrente è disponibile solo 3 ore al giorno, e da ciò desumo che i bagni vengano lavati solo durante queste 3 ore.</p>
<p>Secondo Noah, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) ed altre ONG pagano i libici per riempire le taniche di acqua pulita.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Ma quelli che ricevono i soldi ci danno accesso all’acqua solo per 3 ore al giorno. Non possiamo fare nulla. Non andrebbe bene dire loro qualcosa. Così è la corruzione</i>, scrive scoraggiato.</p>
<p>Un giorno David mi dice che stanno morendo di freddo. Non hanno coperte e lui indossa ancora i suoi vestiti estivi. Chiedo a Noah se loro hanno delle coperte e dove si trova.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Abbiamo coperte…adesso…non ne avevamo, ma sapevamo che l’UNHCR era lì con alcune. Le guardie le hanno prese e chiuse a chiave in un deposito per poi portarsele a casa. Quando è scoppiata la guerra in agosto le nostre guardie sono scomparse, e siamo entrati in quella stanza per prenderci le coperte. Questo è quello che succede quando l’UNHCR non consegna direttamente a noi le cose, ma ai libici. Loro le rubano</i>, scrive.</p>
<h3 class="spip">Le famiglie che pagano il cibo</h3>
<p>Noah crea un altro video per mostrarmi come cucinano. Lo ricevo su WhatsApp. Un ragazzo sta preparando del pane su una padella usando un fornellino a gas. In alcuni centri di detenzione, i detenuti ricevono uno o due pasti spartani al giorno, un pezzo di pane al mattino e spaghetti alla sera. In altri centri di detenzione, come quello dove si trova Noah, i prigionieri devono acquistare loro stessi il cibo facendosi spedire i soldi dalle famiglie a casa.</p>
<blockquote class="spip" style="background: url('../images/quoteLeft.png') no-repeat 15px 15px #f7f7f7; margin: 20px 18px 10px; padding: 0px 15px 15px 0px; outline: 0px; border: 0px currentColor; color: #808080; line-height: 1.8em; font-size: 12px; vertical-align: baseline; quotes: none;">
<p style="background: url('../images/quoteRight.png') no-repeat right bottom; font: italic 18px/normal Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; margin: 0px 0px 10px; padding: 40px 25px 15px 60px !important; outline: 0px; border: 0px currentColor; vertical-align: baseline; display: block; font-size-adjust: none; font-stretch: normal;">
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> Abbiamo chiesto se possiamo avere del cibo, ma fino ad ora ci hanno detto che dobbiamo pagarcelo, mi dice.</p>
</blockquote>
<p>Il direttore del centro di detenzione gestisce un piccolo alimentari da cui possono comprare farina &#8211; ad un costo molto alto, ma il negozio fu chiuso immediatamente il giorno stesso in cui l’UNHCR si presentò per una delle sue rare visite.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Prima che arrivassero i nostri capi ci dissero che dovevamo solo dire cose positive. Ma non fummo autorizzati a dire nulla. Durante la visita il direttore camminava loro fianco a fianco, e chiuse subito il negozio al loro arrivo</i>, Noah scrive su Messenger.</p>
<p>Secondo il rapporto di Human Rights Watch, l’Unione Europea sta finanziando differenti ONG in Libia in modo tale da migliorare le condizioni di vita dei campi. Spesso, però, le organizzazioni sono inefficaci e ci sono molte divergenze, anche all’interno delle Nazioni Unite, dice il rapporto.</p>
<h3 class="spip">Abbondanza di soldi europei</h3>
<p>Pagando ingenti somme di euro alla Libia, l’Unione Europea e l’Italia sono riuscite a fermare gran parte del traffico di essere umani dalla Libia all’Europa. Tuttavia, molti ancora scappano da dittature, guerre, tortura, fame e mancanza di un futuro, così che il numero dei rifugiati e migranti nei centri di detenzione libici è aumentato secondo Human Rights Watch.</p>
<p>A <strong>luglio 2018</strong> erano detenute fra le 8 e le 10 mila persone. Ad <strong>aprile dello stesso anno</strong> ammontavano a 5.200. A tali somme si aggiungono le centinaia di migliaia di persone che vivono illegalmente in Libia, molti nelle mai delle milizie o dei trafficanti. La politica europea è di riportare tutti indietro nei loro paesi di origine.</p>
<p>Da gennaio 2017 a novembre 2018 l’IOM, l’agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni, ha aiutato più di 30 mila persone a ritornare a casa all’interno de ‘<i>The volunteering humanitarian program</i>’. Ma le persone che sono fuggite dal loro paese per motivi legati alla situazione politica, non vi possono fare ritorno perché rischiano la prigione e la tortura. Noah mi dice:</p>
<blockquote class="spip" style="background: url('../images/quoteLeft.png') no-repeat 15px 15px #f7f7f7; margin: 20px 18px 10px; padding: 0px 15px 15px 0px; outline: 0px; border: 0px currentColor; color: #808080; line-height: 1.8em; font-size: 12px; vertical-align: baseline; quotes: none;">
<p style="background: url('../images/quoteRight.png') no-repeat right bottom; font: italic 18px/normal Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; margin: 0px 0px 10px; padding: 40px 25px 15px 60px !important; outline: 0px; border: 0px currentColor; vertical-align: baseline; display: block; font-size-adjust: none; font-stretch: normal;">
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> Ho lasciato l’Eritrea nel 2014. Se mi rispedissero a casa mi metterebbero in prigione perché sono scappato. E poi mi invierebbero al servizio militare da cui non farei mai più ritorno.</p>
</blockquote>
<p>Nel 2014 aveva terminato gli studi come veterinario, ma il regime lo forzò a lavorare come insegnante di scuola.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Non potevo accettarlo. Il salario di un insegnante in Eritrea è molto basso. Non puoi vivere facendo affidamento su questi soldi. Un mese di salario è pari al costo di questi jeans. Quindi, decisi di abbandonare l’Eritrea, prima per l’Etiopia, poi Sudan e dunque Libia</i>. <br class="autobr" />Cosa speri per il tuo futuro?<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Spero di essere evacuato. Se non accade, dovrò ritornare in Etiopia</i>.</p>
<h3 class="spip">Stress e disperazione</h3>
<p>I messaggi che arrivano da Zintan diventano sempre più confusi e disperati. Posso sentire come i nervi di David siano sempre più tesi.</p>
<blockquote class="spip" style="background: url('../images/quoteLeft.png') no-repeat 15px 15px #f7f7f7; margin: 20px 18px 10px; padding: 0px 15px 15px 0px; outline: 0px; border: 0px currentColor; color: #808080; line-height: 1.8em; font-size: 12px; vertical-align: baseline; quotes: none;">
<p style="background: url('../images/quoteRight.png') no-repeat right bottom; font: italic 18px/normal Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; margin: 0px 0px 10px; padding: 40px 25px 15px 60px !important; outline: 0px; border: 0px currentColor; vertical-align: baseline; display: block; font-size-adjust: none; font-stretch: normal;">
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> Non stiamo bene, signora. Abbiamo fame. Cosa faremo? Possiamo andare verso l’Eritrea, ma non possiamo tornare di nuovo in Eritrea, scrive.</p>
</blockquote>
<p>Nel frattempo Hassan riesce a fuggire dalla prigione di Zintan.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Quando ho scavalcato il muro, le guardie mi hanno scoperto. Ho corso. Loro non erano in grado di raggiungermi. Quindi mi hanno lanciato dietro i loro cani. Nemmeno i cani mi hanno raggiunto. Sono davvero un veloce corridore. Se mi avessero preso…se tu avessi visto, come picchiano la gente. È meglio morire. Ho raggiunto una vicina foresta. Poi ho camminato per sei ore finché non sono giunto ad un villaggio vicino dove ho trovato un taxi. E ora sono a Tripoli. Sono davvero stanco adesso e voglio riposarmi</i>.</p>
<p>Una notte di gennaio, un messaggio arriva sul mio telefono da una ragazza della Somalia, troppo giovane per essere in un posto come la Libia. La conosco un po’. Abbiamo già chattato in passato, e lei è molto timida. Vorrebbe andare in Europa. Il suo sogno è di andare scuola, imparare, essere educata, magari un giorno diventare una giornalista. Ma questa notte il suo messaggio non parla di dolci sogni per il futuro.</p>
<dl class="spip_document_20948 spip_documents spip_documents_center">
<dt><img loading="lazy" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L440xH665/20190214_10171f2-e4218.jpg?1551351415&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="440" height="665" /></dt>
</dl>
<h3 class="spip">Suicidio</h3>
<blockquote class="spip" style="background: url('../images/quoteLeft.png') no-repeat 15px 15px #f7f7f7; margin: 20px 18px 10px; padding: 0px 15px 15px 0px; outline: 0px; border: 0px currentColor; color: #808080; line-height: 1.8em; font-size: 12px; vertical-align: baseline; quotes: none;">
<p style="background: url('../images/quoteRight.png') no-repeat right bottom; font: italic 18px/normal Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; margin: 0px 0px 10px; padding: 40px 25px 15px 60px !important; outline: 0px; border: 0px currentColor; vertical-align: baseline; display: block; font-size-adjust: none; font-stretch: normal;">
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> Tre ragazzi del Sudan si sono dati alle fiamme. Qui nel centro di detenzione dove mi trovo. Hai visto il video che ho postato oggi su Facebook? Nessuno li ha aiutati. Che Gesù li aiuti, sorella. Hanno davvero bisogno d’aiuto.</p>
</blockquote>
<p>In un video postato su Facebook e registrato dopo un tentato suicidio un uomo &#8211; gravemente ferito e in terribili sofferenze dice:<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Voglio suicidarmi. Non esistono i diritti umani in Libia. Voglio solo trasferirmi in un paese libero e lavorare, ma i libici hanno preso il mio telefono e i miei soldi</i>.</p>
<p>Il giorno dopo chiedo se i tre uomini hanno ricevuto delle cure mediche:<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Non lo so. Sono scomparsi. La polizia ha arrestato un sacco di persone</i>, risponde.</p>
<p>Oggi di prima mattina, alle 7 un messaggio sul mio WhatsAp. Da parte di David, scritto in stampatello: <i>DOV’E’ L’UNHCR? DOVE SONO LE NAZIONI UNITE? DOVE I DIRITTI UMANI? I RIFUGIATI STANNO MORENDO. TUTTI VOI APRITE GLI OCCHI. GRAZIE PER IL TUO SONNO.</i></p>
<p>E un altro post nello stesso giorno da parte di un attivista per i diritti umani eritreo, che ha ottenuto asilo in Italia:</p>
<blockquote class="spip" style="background: url('../images/quoteLeft.png') no-repeat 15px 15px #f7f7f7; margin: 20px 18px 10px; padding: 0px 15px 15px 0px; outline: 0px; border: 0px currentColor; color: #808080; line-height: 1.8em; font-size: 12px; vertical-align: baseline; quotes: none;">
<p style="background: url('../images/quoteRight.png') no-repeat right bottom; font: italic 18px/normal Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; margin: 0px 0px 10px; padding: 40px 25px 15px 60px !important; outline: 0px; border: 0px currentColor; vertical-align: baseline; display: block; font-size-adjust: none; font-stretch: normal;">
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> 800 rifugiati provenienti dall’Eritrea e dalla Somalia sono stati abbandonati a Zintan. Muoiono per diverse malattie, soprattutto tubercolosi. In questo stesso momento ci sono 9 corpi senza vita in una stanza con lo stesso numero di persone vive. Chiedono che l’UNHCR visiti immediatamente ed evacui il centro.</p>
</blockquote>
<p>David conferma che i nove morti sono ancora là. Negli ultimi quattro mesi 13 persone sono morte.</p>
<p>Noah mi dice che è usuale che i libici lascino lì i cadaveri.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Uno dei miei compagni di scuola è appena deceduto nella prigione di Zintan. Di tubercolosi. È stato malato per un lungo tempo e non ha ricevuto nessuna cura medica. Sono davvero arrabbiato</i>.<br />
<img loading="lazy" class="puce" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L5xH8/puce-cebf5.gif?1476443739&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="-" width="5" height="8" /> <i>Qui a Tripoli abbiamo ambulanze. Tuttavia, se non vai in ospedale ti lasciano morire. Ai libici non importa</i>.</p>
<p>Nel 2018 il numero dei migranti che hanno raggiunto l’Europa è sceso a 113.482 contro i 171.301 del 2017.</p>
<dl class="spip_document_20949 spip_documents spip_documents_center">
<dt><img loading="lazy" src="https://www.meltingpot.org/local/cache-vignettes/L440xH248/20190214_16118c2-bdfbb.jpg?1551351416&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="440" height="248" /></dt>
</dl>
</div>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/03/12/abbandonati-nelle-prigioni-libiche-a-morire/">Abbandonati nelle prigioni libiche a morire?</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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