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	<title>suicidio Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Quelle telefonate che ti &#8220;riattacano&#8221; alla vita</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Apr 2023 08:06:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani sottoscrive e divulga il seguente appello lanciato da Sbarre di zucchero Lettera aperta ai direttori penitenziari e, per conoscenza, al Capo DAP, dottor Giovanni Russo Al Direttore della Direzione&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/tel.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="300" height="300" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/tel.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16942" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/tel.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/tel-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/tel-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></figure></div>



<p></p>



<p>Associazione Per i Diritti umani sottoscrive e divulga il seguente appello lanciato da Sbarre di zucchero</p>



<p></p>



<p>Lettera aperta ai direttori penitenziari</p>



<p>e, per conoscenza, al Capo DAP, dottor Giovanni Russo</p>



<p>Al Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento, dottor Gianfranco De Gesu</p>



<p>Quelle telefonate che ti “riattaccano alla vita”</p>



<p>In un Paese in perenne emergenza, le uniche emergenze che quasi nessuno vuole vedere sono quelle che riguardano il carcere. Eppure è appena finito l’anno dei record, 84 suicidi, mai così tanti, e questa è una emergenza vera perché la gente sta morendo in carcere.</p>



<p>Sostiene uno dei massimi esperti di suicidi, lo psichiatra Diego De Leo, che certo prevenire i suicidi è molto difficile, ma almeno si può cercare di creare una forma di protezione: “Aumentare le opportunità di comunicazione e le connessioni con il mondo ‘di fuori’ non solo renderebbe più tollerabile la vita all’interno dell’istituto di detenzione, ma sicuramente aiuterebbe nel prevenire almeno alcuni dei troppi suicidi che avvengono ancora nelle carceri italiane”.</p>



<p>Quelle telefonate che sono un’accelerata agli affetti delle persone in carcere.</p>



<p>Scrive un detenuto: “Poter telefonare ogni giorno a casa aveva aiutato la mia famiglia a ritrovarsi. Ora ritornare da una telefonata al giorno a una telefonata a settimana di dieci minuti significa riperdersi. Questo periodo lo ricorderemo con i miei cari per esserci persi di nuovo”.<br>Secondo l’articolo 15 dell’Ordinamento penitenziario il trattamento del condannato e dell&#8217;internato è svolto anche “agevolando opportuni contatti con il mondo esterno e i rapporti con la famiglia”. Ma quei contatti sono invece una miseria: 10 minuti di telefonata a settimana e 6 ore di colloquio al mese, che vuol dire che un genitore detenuto può dedicare al figlio al massimo tre giorni all’anno.</p>



<p>Il Covid ha portato ulteriore isolamento e sofferenza, e anche le prime rivolte, i morti, la paura. Ma per fortuna qualcuno ha capito che non era la criminalità organizzata a far esplodere le carceri, ma l’angoscia e la rabbia delle persone detenute, spaventate di essere lasciate sole e di non sapere nulla del destino dei loro cari. E si è trovata l’unica soluzione accettabile, dare un’accelerata agli affetti delle persone in carcere introducendo “il miracolo” delle videochiamate e la forza che ti viene dalle telefonate quotidiane. E così le persone si sono ritrovate a chiamare casa molto più spesso, in alcune carceri anche ogni giorno, e a rivedere le loro case e le famiglie lontane con le videochiamate.</p>



<p>Gentili direttori, non è motivo “di particolare rilevanza” l’aver chiuso il 2022 con 84 suicidi?</p>



<p>“Radio carcere” dice che le telefonate a breve potrebbero non essere più quotidiane o comunque molto frequenti, ma noi non ci crediamo. Non vogliamo credere che i direttori, che hanno la possibilità di concedere più telefonate per motivi “di particolare rilevanza”, rinuncino a un potere, che per una volta è davvero un “potere buono”, di far star meglio le persone detenute, e soprattutto le loro famiglie. Certo, per chi ha figli minori dovrebbe restare in ogni caso la telefonata quotidiana, prevista dalla legge, ma tutti quei figli maggiorenni che per anni hanno avuto a disposizione solo dieci miserabili minuti settimanali per parlare con un genitore detenuto, perché devono essere di nuovo penalizzati dopo aver faticosamente ricostruito delle relazioni famigliari decenti con la chiamata quotidiana (o comunque molto frequente)?<br>Gentili direttori, non fateci tornare al peggio del passato, usate il vostro “potere” per prevenire i suicidi con quello straordinario strumento che può essere sentire una voce famigliare nel momento della sofferenza e della voglia di farla finita. Oltre alle videochiamate sostitutive dei colloqui e in numero non inferiore, lasciate le telefonate in più, in nome dell’emergenza suicidi, e anche per dare continuità a quella che la Corte Costituzionale nell’ordinanza N.162/2010 definisce la “progressività che ispira il percorso rieducativo del detenuto e che è tutelata e garantita dall’art. 27 della Costituzione, attraverso la previsione della finalità rieducativa della pena”.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1019" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-1019x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16940" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-1019x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1019w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-768x772.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1080w" sizes="(max-width: 1019px) 100vw, 1019px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="666" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-666x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16941" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-666x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 666w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-195x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 195w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-768x1180.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2-999x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 999w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/det2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1041w" sizes="(max-width: 666px) 100vw, 666px" /></a></figure>



<p>Ornella Favero<br>Ristretti Orizzonti<br>Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia<br>Sbarre di zucchero<br>Gustavo Imbellone<br>Associazione A Roma Insieme &#8211; Leda Colombini<br>Associazione Per I Diritti Umani<br>Associazione Recidiva Zero<br>Francesco Pulpito<br>Licia Rita Roselli<br>Micaela Tosato<br>Associazione Loscarcere<br>Grazia Grena<br>Franca Garreffa<br>Donatella Corleo<br>Massimiliano Menozzi<br>Avv. Carlotta Toschi<br>Marco Costantini<br>Claudio Leone<br>Maria Teresa Caccavale<br>Associazione Happy Bridge<br>Ivano Bianco<br>Stefano Petrella<br>Antonio Sauchella<br>Moreno Zoli<br>Carla Benfenati<br>Associazione Lacasadellalbero<br>Giampaolo Zampieri<br>Arrigo Cavallina<br>Associazione Il Carcere Possibile Onlus<br>Tonino Di Toro<br>Monica Oliviero<br>Associazione Areyoureading?<br>Associazione Un Filo Rosso<br>Associazione Station to Station<br>Stefania Ghezza<br>Stefania Putelli<br>Nicola Dettori<br>Avv. Franco Villa Osservatorio Carcere UCP<br>Franco Greco<br>Associazione Catena in Movimento Onlus<br>Cooperativa Catena in Movimento 2.0<br>Imam Monhsen<br>Mauro Bini<br>Mirko Zorzi<br>Giampaolo Manca<br>Associazione Insieme Per Ricominciare Odv<br>Eleonora Rodella<br>Antonella Guastini<br>Sonia Paolini<br>Michele Nardi<br>Giovanni Arcuri<br>Gioacchino Onorati<br>Luigi Fontana<br>Altea Vaccaro<br>Francesco Crema<br>Stefania Anarkikka Spanò<br>Anarkikka<br>Associazione Diritti D&#8217;autore<br>Riccardo Sindoca<br>Quintino Duma<br>Nadia Palombi<br>Gruppo Padre Pio volontari a Rebibbia Reclusione<br>Assunta Onorato<br>Angela Castellino<br>Luca Zambon<br>Federico Osman<br>Monica Bizaj<br>Maurizio Mazzi<br>CRVG del Veneto<br>Piera Marziali<br>Avv. Enrica Giordano<br>Carmela Cioffi<br>MariaPia Giuffrida<br>Anna Maria Repichini<br>Susanna Ronconi<br>Associazione Sapere Plurale Torino<br>Marco Mareschini<br>Cecilia Scolari<br>Ahmed Abdelrahman<br>Grazia Zuffa<br>Società della Ragione Onlus<br>Emanuela Amato<br>Cosp Coordinamento Sindacale Penitenziario Cosp Bari<br>Emanuela Belcuore Garante delle persone private della libertà personale Città di Caserta<br>Samuele Ciambriello Garante delle persone private della libertà personale Regione Campania<br>Carmelo Musumeci<br>Annarosa Lorenz<br>Dialdim Abdelrahman<br>Avv. Enrico Marignani<br>Cinzia Cerullo<br>Carla Cecchi<br>Angela Verde<br>Bianca Verde delegata di Sinistra Italiana alle politiche sociali e pari opportunità Napoli<br>Associazione Damm<br>Associazione Sgarruppato<br>Associazione Spartak San Gennaro<br>Ida Petricci<br>Marcella De Girolamo<br>Luisa Ravagnani Garante delle persone private della libertà personale Città di Brescia<br>Padre Vittorio Trani Cappellano Carcere di Regina Coeli Roma<br>Associazione&nbsp;<a href="http://vo.re.co/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Vo.Re.Co</a>&nbsp;Roma<br>Don David Maria Riboldi Cappellano Casa Circondariale di Busto Arsizio<br>La Valle di Ezechiele Cooperativa sociale<br>Fabrizio Maiello<br>Marie Verducci</p>



<p>Per sottoscrivere come singole persone o associazioni inviare adesione via mail a&nbsp;<a href="mailto:sbarredizucchero@gmail.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sbarredizucchero@gmail.com</a></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://fonts.gstatic.com/s/e/notoemoji/15.0/1f534/72.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="&#x1f534;"/></figure>



<p>La lettera verrà inviata via PEC a tutte le direzioni degli Istituti Penitenziari italiani<br>Al Presidente della Repubblica italiana Mattarella<br>Al Ministro della Giustizia Nordio</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>A Gradisca si muore: sappiamo chi è Stato</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2022 16:27:40 +0000</pubDate>
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<p>(Da nocpr.it)</p>



<p></p>



<p>Due giorni fa, il 31 agosto 2022, un ventottenne pakistano del quale non sappiamo il nome si è ammazzato nel Cpr di Gradisca d’Isonzo. Era entrato un’ora prima.</p>



<p>Si è ammazzato in camera; l’hanno trovato i suoi compagni di reclusione.</p>



<p><strong>Voci da dietro al muro</strong></p>



<p>Da dietro le mura del CPR ci gridano che il ragazzo pakistano «ha fatto la corda» subito dopo l’incontro con il Giudice di pace di Gorizia che aveva confermato la sua permanenza nel centro per tre mesi. Ci chiedono di dire che si è ucciso dalla disperazione per quella scelta sulla sua vita. Ci dicono che era nella zona blu, dove tolgono i telefoni e dove vanno le persone appena entrate. I detenuti ci dicono che gli operatori del centro tengono loro nascosto il nome del ragazzo, nonostante le loro richieste.</p>



<p>Ci raccontano che molti, dopo le udienze con il Giudice di pace, si sentono male e altri hanno provato a impiccarsi, salvati poi dai compagni di stanza. Raccontano che in quei momenti si sta molto male e si perde la testa. Ci raccontano che è peggio di qualsiasi carcere e che nel cibo vengono messi psicofarmaci. Ci chiedono che parlamentari e giornalisti raccontino quello che succede realmente nei CPR ed entrino.</p>



<p>Chi ci parla ci dice di temere per la sua incolumità per quello che ci sta raccontando. Ci dice che si sta esponendo per tutti ma che i militari lo stanno guardando. Ci fornisce il suo nome e indirizzo perché teme per la sua vita, per il solo fatto di raccontare quello che succede. E noi lo sappiamo bene, ricordiamo come fosse ieri le deportazioni seriali e il sequestro immediato dei telefoni di tutti i detenuti che avevano testimoniato la notte della morte di Vakhtang.</p>



<p>Qui di seguito pubblichiamo due dei molti video ricevuti da dentro: un video a riguardo è stato pubblicato anche ieri da LasciateCIEntrare. Video Player</p>



<p><video width="352" height="640" preload="metadata" src="https://nofrontierefvg.noblogs.org/files/2022/09/settembre-1-Copia.mp4?_=1&utm_source=rss&utm_medium=rss">00:0000:46Video Player</video></p>



<p><video width="368" height="656" preload="metadata" src="https://nofrontierefvg.noblogs.org/files/2022/09/settembre-2-Copia.mp4?_=2&utm_source=rss&utm_medium=rss">00:0000:00</p>



<p><strong>Repressione della solidarietà (con pistola puntata)</strong></p>



<p>La sera del primo settembre, alcuni solidali sono passati davanti al Cpr per mostrare solidarietà ai reclusi e ascoltare le loro voci sulla morte del ragazzo pakistano. Mentre stavano lì,&nbsp;è arrivata una volante dei carabinieri, chiamata dal personale del Cpr insospettito dalla presenza di alcune persone fuori da quelle mura.&nbsp;</p>



<p>Da una delle volanti, è uscito un carabiniere che ha cominciato a correre, non molto velocemente, puntando la pistola contro uno dei solidali.&nbsp;Le persone sono state perquisite e i cellulari sequestrati momentaneamente. Dopo un po’ di tempo, i solidali sono stati portati in caserma per essere identificati, dove hanno avuto la convalida del fermo di dodici ore.&nbsp;In caserma, uno dei solidali è stato costretto a una perquisizione integrale e a spogliarsi completamente.</p>



<p>L’esistenza del Cpr necessita del silenzio: la sola presenza di qualcuno nelle sue vicinanze origina sospetto e si tramuta in fermi, perquisizioni e, come successe ad altri solidali nel 2019, fogli di via dal territorio comunale. Il Cpr è istituzionalmente un luogo del quale bisogna ignorare l’esistenza, anche nei giorni in cui ammazza qualcuno.&nbsp;</p>



<p>La violenza dell’arma puntata non ha alcuna giustificazione: la reazione poliziesca spropositata di fronte a un ragazzo bianco che non stava commettendo nessun reato ci interroga su quale sia il livello di soprusi al quale sono costrette ogni giorno le persone che non hanno la tutela della cittadinanza. Gli abusi di potere e la violenza razzista istituzionale tengono in piedi i Cpr ogni giorno.</p>



<p><strong>Il commento indegno della garante</strong></p>



<p>La Garante per i diritti delle persone recluse del comune di Gradisca, Giovanna Corbatto, commenta sul&nbsp;<a href="https://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2022/09/01/news/migrantesi_toglie_la_vita_al_centro_per_i_rimpatri_digradisca_era_entrato_da_solo_unora_nella_struttura-8118665?utm_source=rss&utm_medium=rss">Messaggero veneto</a>: «Non sappiamo se e quali fantasmi si portasse dietro, se la sua drammatica decisione sia stata pianificata o improvvisata, se avesse patologie. Avendo trascorso solo un’ora al Cpr sarei prudente nel citare le condizioni di vita all’interno come causa o concausa di un gesto così estremo».</p>



<p>Il meccanismo messo in atto da Corbatto è quello della colpevolizzazione della vittima (<em>victim blaming</em>): di fronte a un ragazzo che si è ammazzato dentro una struttura sulla decenza della quale lei stessa dovrebbe sorvegliare, Corbatto si rifiuta di riconoscere le responsabilità istituzionali e dà letteralmente la colpa alla vittima.</p>



<p>Il Cpr è uno spazio letale: si tratta di un dato innegabile, confermato dal susseguirsi delle morti. Chi muore lì dentro, in qualunque modo muoia, è un morto istituzionale, cioè un morto di Stato.</p>



<p><strong>Quasi tre anni di un luogo letale</strong></p>



<p>Nel lager di Gradisca d’Isonzo, sono già morte troppe persone.</p>



<p>07/12/2021:&nbsp;<strong>Ezzeddine Anani</strong>, uomo marocchino di 41 anni, si toglie la vita nella cella in cui era recluso in isolamento per quarantena Covid.</p>



<p>14/07/2020:&nbsp;<strong>Orgest Turia</strong>&nbsp;muore in seguito a un’overdose e un suo compagno di stanza scampa alla stessa sorte. Mentre il prefetto di Gorizia Marchesiello dice che tutto va bene, dapprima la stampa locale diffonde la voce di una nuova morte per rissa, poi la sindaca Tomasinsig e rappresentanti della polizia ripropongono la narrazione infame dei detenuti tossici e dello spaccio di sostanze all’insaputa dei carcerieri. In realtà, Turia non è tossicodipendente, è un uomo di origini albanesi portato in Cpr perché trovato senza passaporto.</p>



<p>18/01/2020:&nbsp;<strong>Vakhtang Enukidze</strong>, cittadino georgiano trentottenne, viene ammazzato, secondo i testimoni, dalle botte ricevute dalle guardie armate della struttura. A seguito della sua morte tutti i testimoni vengono deportati, i loro cellulari sequestrati, la famiglia di Vakhtang Enukidze in Georgia subisce forti pressioni per non prendere parte a un processo penale e, ad oggi, non è stato comunicato alcun esito ufficiale dell’autopsia sul corpo.</p>



<p>30/04/2014:&nbsp;<strong>Majid el Khodra</strong>&nbsp;muore in ospedale a Trieste, dopo mesi di coma, dopo una caduta dal tetto dell’allora Cie di Gradisca, ad agosto dell’anno precedente. Ai suoi familiari viene negata per mesi la possibilità di vederlo. Dopo la sua morte, il Cie chiude, per riaprire qualche anno dopo con il nuovo nome di Cpr.</p>



<p>L’elenco dei nomi delle persone morte dentro il Cpr ci ricorda che ad ammazzare non sono mai «i fantasmi»: sono le leggi, le istituzioni, i rappresentati razzisti dello Stato. L’elenco dei nomi delle persone morte dentro il Cpr ci dice che quel posto, che è stato voluto da tutti i governi, non è riformabile. Ci richiama a mobilitarci perché, se il Cpr continuerà a esistere, la gente continuerà a morirci dentro.</p>



<p><strong>Migrant lives matter.</strong></p>
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		<title>Adalina. Storia di una morte annunciata</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2021 09:10:23 +0000</pubDate>
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<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p>Adalina, non molto tempo fa, gira un video e annuncia:  &#8220;Non mi hanno aiutata, sto cercando un posto dove farla finita&#8230;diventate la mia voce per altre <em>Adaline</em>”. La donna realizza il suo proposito gettandosi dal Tevere poco più di una settimana fa. Cronaca di una morte annunciata. Chi era Adalina? Una 46enne nata in Albania che chiedeva un risarcimento, la cittadinanza italiana. Un risarcimento per le violenze subite dalla mafia albanese che l&#8217;aveva costretta a prostituirsi a soli 15 anni e che le aveva lasciato delle ferite emotive e fisiche. La vita era stata dura con lei, oltre alle percosse e alla gamba tagliata, ci si era messo pure un tumore. Adalina, a dispetto di tutto, combatteva. Era riuscita a fare arrestare 40 persone appartenenti alla mafia che l&#8217;aveva sfruttata. Ultimamente, lottava invece contro l&#8217;indifferenza delle istituzioni italiane che non gli riconoscevano la cittadinanza italiana (era qui dal 1996) e non gli permettevano di accedere alla 104 di cui aveva diritto essendo invalida al 100%. Il suo ultimo disperato tentativo di essere ascoltata nel messaggio che apre questo articolo. L&#8217;indifferenza, questa volta, ha avuto la meglio.</p>



<p>Storie come quella di Adalina, ne ho sentite purtroppo, in quanto collaboro con il Naga, un&#8217;associazione che da sostegno a persone straniere e di etnie varie. C&#8217;è bisogno di conoscerle queste storie, per rendersi davvero conto dell&#8217;umanità con cui viene accolto chi cerca aiuto nel nostro Paese. E&#8217; un criminale, di fatto, o clandestino che dir si voglia, solo per il fatto di esserci, di esistere in una terra diversa da quella di nascita. La politica, se non reprime il fenomeno, al massimo parla di &#8220;gestione al problema dell&#8217;immigrazione&#8221;. Lo straniero, il diverso non è mai una risorsa ma sempre un problema e chi cerca di mettere in luce la situazione viene definito buonista. Nel mio piccolo io mi chiedo e vi chiedo se possiamo fare qualcosa per fare sentire accolto chi viene nel nostro Paese, partendo da un sorriso, magari anche un&#8217;azione apparentemente insignificante può salvare qualche vita.</p>
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		<title>Il buio e la rinascita. Intervista alla scrittrice Fuani Marino</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Oct 2019 07:05:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandra Montesanto Associazione Per i Diritti umani ha intervistato Fuani Marino, autrice del romanzo Svegliami a mezzanotte, edito da Einaudi e la ringrazia moltissimo per la disponibilità. Un tardo pomeriggio di luglio in&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="500" height="793" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/9788806242619_0_0_793_75-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13141" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/9788806242619_0_0_793_75-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 500w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/9788806242619_0_0_793_75-1-189x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 189w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure></div>



<p>Di Alessandra Montesanto</p>



<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha intervistato Fuani Marino, autrice del romanzo <em>Svegliami a mezzanotte</em>, edito da Einaudi e la ringrazia moltissimo per la disponibilità.</p>



<p><br>Un tardo pomeriggio di luglio in un&#8217;anonima località di villeggiatura, dopo una giornata passata al mare, una giovane donna, da poco diventata madre, sale all&#8217;ultimo piano di una palazzina. Non guarda giú. Si appoggia al davanzale e si getta nel vuoto. Perché l&#8217;ha fatto, perché ha voluto suicidarsi? Non lo sappiamo. E forse, in quel momento, non lo sa nemmeno lei. Ma quel tentativo di suicidio non ha avuto successo e oggi, quella giovane donna, vuole capire. Fuani Marino è sopravvissuta a quel gesto e alle cicatrici che ha lasciato sul suo corpo e nella sua vita. Ma le cicatrici possono anche essere una traccia da ripercorrere, un sentiero per trasformare la memoria in scrittura. Marino decide cosí di usare gli strumenti della letteratura per ricostruire una storia vera, la propria. In parte memoir, in parte racconto della depressione dal di dentro e storia di una guarigione, anamnesi familiare e storia culturale di come la poesia e l&#8217;arte hanno raccontato il disturbo bipolare dell&#8217;umore, riflessione sulla solitudine in cui vengono lasciate le donne (e le madri in particolare) e ancora studio di come neuroscienze, chimica e psichiatria definiscano quel labile confine tra salute e sofferenza: Svegliami a mezzanotte è un testo incandescente nel guardare senza autoindulgenza, anzi a tratti con affilata autoironia, in fondo al buio. Disturbante come a volte è la vita, ma luminoso nella speranza che sa regalare. </p>



<p></p>



<p>Cosa si prova a sentirsi estranei a se stessi, ma soprattutto ai ruoli imposti dalla società?</p>



<p><br>La scrittrice ungherese Ágota Kristóf si è occupata spesso di sradicamento, definendo il non sentirsi parte del mondo come una delle sensazioni più dolorose che si possano sperimentare, e questo avviene quando c’è uno scollamento, appunto, fra noi stessi e quello che viviamo o che dovremmo vivere. Si tratta di un vissuto che è comune a numerose patologie psichiatriche, in cui i fili che ci legano alla vita, e quelli che fanno sì che quest’ultima abbia un senso ai nostri occhi, rischiano di allentarsi pericolosamente o di spezzarsi del tutto. Personalmente, in seguito alla malattia ho dovuto reinventarmi, nonché accettare una diversa immagine di me stessa. Tendiamo spesso a voler adeguare noi stessi alle richieste dell’esterno, siamo “soggetti di prestazione”, e le donne ancora di più, perché si trovano a dover fronteggiare negli stessi anni un forte carico legato alla crescita professionale e familiare. Non tutte ce la fanno.  </p>



<p>Può raccontarci brevemente il suo percorso di cura e di rinascita?</p>



<p><br>Come racconto nel libro tratto dalla mia esperienza autobiografica, ho cominciato a soffrire di depressione in seguito a un periodo di forte stress lavorativo e personale. Credo che all’epoca l’ansia fosse un segnale che il mio corpo e la mia mente mi inviavano per farmi rallentare, ma forse non ho rallentato abbastanza, o non sono stata seguita adeguatamente da un punto di vista medico. Mi riferisco in particolare alla gravidanza e al post partum, nonché all’approccio integrato che servirebbe per le donne con fragilità psichica in questi momenti. Fortunatamente cominciano a nascere sul territorio degli sportelli ai quali rivolgersi per consulenze e in cui ginecologi, psichiatri, farmacologi e ostetriche collaborano per far sì che tutto vada a buon fine. Nel mio caso non si è evitato il peggio, ma è anche vero che dopo il tentativo di suicidio ho trovato chi ha saputo seguirmi da un punto di vista terapeutico. Altrimenti dubito che mi sarei ripresa.   </p>



<p>Qual è la sua opinione riguardo ai metodi di terapia e all&#8217;uso dei farmaci ?</p>



<p><br>Difficilmente possono funzionare da soli i farmaci o la psicoterapia, almeno nei casi più importanti di disagio. È necessario infatti intervenire sui sintomi, ma anche aumentare la consapevolezza sui propri stati d’animo. Personalmente seguo una terapia di tipo cognitivo. Trovo molto pericolose le posizioni che demonizzano l’uso di psicofarmaci, spesso imprescindibili, come pure il DSM &#8211; il principale manuale di classificazione dei disturbi mentali, perché senza una classificazione non è possibile stabilire una diagnosi, e senza una diagnosi non è possibile una cura.  </p>



<p>Come sono considerate, oggi, le persone che vivono un determinato tipo di fragilità? </p>



<p><br>Il disagio psichico purtroppo continua a rappresentare un tabù, ed è terribile, perché chi ne soffre è costretto ad affrontare anche il senso di colpa e la vergogna. Questa consapevolezza mi ha portata a uscire allo scoperto, malgrado la mia stessa famiglia si fosse mossa all’inizio per occultare quanto avevo fatto. Dalla pubblicazione del libro, devo ammettere, però, di aver ricevuto moltissima empatia, perché i disturbi mentali riguardano, in maniera diretta o indiretta, un numero davvero molto alto di persone. Forse la nostra società oggi è più pronta, rispetto al passato, ad accogliere storie di questo tipo.</p>



<p>Lei ha avuto molto coraggio a raccontare la sua storia: qual è il messaggio che vuole inviare alle persone che hanno sofferto o che soffrono come lei?</p>



<p><br>Di non temere il giudizio altrui, di non nascondersi e di non vergognarsi. Spesso i nostri giudici più severi siamo proprio noi stessi, dovremmo riservare maggiore auto indulgenza alla nostra fragilità.</p>



<p>In che modo, oggi, ringrazia la vita? </p>



<p><br>Provo a fare del mio meglio, ogni giorno, come credo facciano tutti. Forse il mio modo di ringraziarla è proprio scrivere. </p>
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		<title>Venezuela. Lorent libre!</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Oct 2018 07:45:22 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Tini Codazzi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/lorent3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11560" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/lorent3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="477" height="268" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/lorent3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1023w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/lorent3-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/lorent3-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 477px) 100vw, 477px" /></a></p>
<p>Una foto scattata all’alba, palazzi anonimi, alcuni alberi, in fondo le nuvole. Una foto che per la maggior parte di noi è una foto senza senso, priva di significato, perfino brutta, ma per chi l’ha scattata ha un senso enorme, è la vista da una finestra, un momento che sicuramente vale oro e che nessuno di noi potrà mai capire fino in fondo. Sotto la foto questi pensieri:</p>
<p><em><span style="color: #222222;">“<span style="font-family: Calibri, serif;">Questa foto è la vista dalla finestra che ho in questo momento e che per molti anni avrei voluto avere. Un pezzo di me è rimasto in quel posto. Non ho potuto dormire sapendo che mentre sono in questa stanza, degli innocenti, in questo momento, sono dentro la cella che io ho occupato per anni, fino a due giorni fa”</span></span></em></p>
<p>Questa immagine anonima e questi pensieri arrivano dalla mano di Lorent Saleh, pubblicati nel suo account di Instagram, all’indomani della sua liberazione improvvisa e dall’allontanamento dalle terre venezuelane.</p>
<p>In passato avevo scritto su di lui diverse volte, perché la sua tragica storia è veramente sorprendente e piena di coraggio: <a href="http://www.peridirittiumani.com/2018/07/04/tra-le-rovine-del-venezuela-un-aggiornamento/?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.peridirittiumani.com/2018/07/04/tra-le-rovine-del-venezuela-un-aggiornamento/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>, <a href="http://www.peridirittiumani.com/2018/05/18/venezuela-lelicoide-in-fiamme/?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.peridirittiumani.com/2018/05/18/venezuela-lelicoide-in-fiamme/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>, http://www.peridirittiumani.com/2017/07/05/venezuela-scudi-di-legno-e-popolo-fantasma/?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>
<p>Una storia che ho conosciuto 3 anni fa e che mi ha causato molta angoscia, impotenza, rabia, paura. Pensavo alla sua mamma, alla sua famiglia, a questo semplice ragazzo che voleva vivere in un mondo utopico. Non potevo capire la ragioni per cui era stato incarcerato, più leggevo e indagavo su di lui, meno trovavo cose che giustificassero il comportamento crudele da parte del governo venezuelano. Lorent ha un passato di attivista, di difensore dei diritti dei venezuelani iniziato nel 2007, è stato uno dei primi ragazzi giovanissimi a far accendere i riflettori sulla situazione venezuelana e perciò subito dopo sono arrivati gli anni di esilio forzato. L’incubo vero e proprio inizia con l’estradizione nel 2014 da parte dell’allora presidente colombiano e Premio Nobel per la Pace, Juan Manuel Santos; la consegna alla polizia del servizio di intelligenza venezuelana di Nicolas Maduro, la prigionia nel carcere di massima sicurezza chiamato “La Tumba”, le torture, l’isolamento, le ingiustizie subite, i tentativi di suicidio, 4 anni di prigionia senza diritto a un processo. Non si è mai capito fino in fondo il perché di questo accanimento contro di lui, un ragazzo fuori dai circoli politici, difensore dei diritti umani e della libertà del suo paese. Non si capisce nemmeno il modo in cui è stato rilasciato, pochi giorni fa, scarcerato tra mille rumori, messo in una macchina verso l’aeroporto Simón Bolivar di Caracas e spedito come un fulmine su un aereo per la Spagna. Sterrato. Senza poter salutare la madre, la fidanzata, la famiglia e gli amici. In questo momento è a Madrid, iniziando un percorso di sanamento psicologico e fisico. Durante la conferenza stampa organizzata da lui e la sua famiglia martedì 23 ottobre, Lorent ha dimostrato dignità e pacatezza, qualunque altra persona avrebbe reagito diversamente davanti a tanta ingiustizia sofferta, invece no, lui ha dato una lezione di maturità, forza e amore verso la sua terra. Ha raccontato che non aveva idea che l’avrebbero fatto uscire di prigione e nemmeno che sarebbe stato sterrato in Spagna, pensava che sarebbe rimasto in prigione per molto tempo ancora. Ha parlato delle sue ferite sul corpo e sull’anima, dei segni sul corpo che si porterà dietro per tutta la vita e della difficoltà di far sanare quelle ferite che ha sul cuore.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/lorent2-appena-atterrato-spagna.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11561" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/lorent2-appena-atterrato-spagna.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1080" height="607" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/lorent2-appena-atterrato-spagna.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1080w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/lorent2-appena-atterrato-spagna-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/lorent2-appena-atterrato-spagna-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/lorent2-appena-atterrato-spagna-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1080px) 100vw, 1080px" /></a></p>
<p>Lorent Saleh è un ragazzo con una forza di volontà e una consapevolezza ammirevole, i suoi pensieri, anche dietro le sbarre erano di una lucidità sorprendente. Ci si può riempire di odio verso gli altri e verso il mondo, lasciarsi andare definitivamente, pensare che tutto è finito. A lui è successo, ha tentato il suicidio due volte perché secondo lui era l’unica forma di vedere una luce in fondo al tunnel e mettere punto finale a quella ingiusta agonia che stava vivendo, ma il destino non l’ha voluto e si è salvato. Tra momenti di sconforto e momenti di speranza, questo ragazzo e la sua famiglia hanno lottato durante 4 anni per incontrare nuovamente la giustizia, per trovare la libertà che gli avevano tolto in modo così arbitrario.</p>
<p>Allora, se Lorent era il pericoloso nemico n. 1 del governo, perché è stato liberato così all’improvviso?</p>
<p>Pochi giorni prima della liberazione di Lorent Saleh, l’oppositore del partito politico Primero Justicia, Fernando Albán Salazar era stato arrestato dalla polizia segreta bolivariana (SEBIN) al suo arrivo all’aeroporto proveniente dagli Stati Uniti, accusato di far parte del gruppo che lo scorso agosto aveva organizzato il presunto e ridicolo attentato contro Maduro, con dei droni che avevano sganciato delle bombe durante una sfilata militare. L’8 ottobre giunge la notizia da parte del governo che Albán si è suicidato mentre era nella sede del Sebin, lanciandosi dal decimo piano del palazzo. L’opposizione e il popolo non credono a questa versione ufficiale e sostengono che Albán è stato ucciso dai torturatori del servizio segreto. L’opposizione parla di troppe contradizioni che provengono dalla versione ufficiale. Profonda tristezza nel paese. Caso vuole che 4 giorni dopo venga rilasciato a sorpresa uno dei detenuti più pericolosi e importanti del governo di Nicolas Maduro: Lorent Saleh. A voi le conclusioni.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Alban-parlamentare-ucciso-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="wp-image-11562 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Alban-parlamentare-ucciso-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="201" height="113" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Alban-parlamentare-ucciso-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 770w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Alban-parlamentare-ucciso-1-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Alban-parlamentare-ucciso-1-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 201px) 100vw, 201px" /></a></p>
<p>L’obbiettivo di Lorent è lo stesso da quando è iniziato la sua crociata contro il regime, il governo non ha potuto piegarlo come sicuramente avrebbe voluto in questi 4 anni. Lui continuerà da lontano la lotta per la libertà del Venezuela e noi insieme a lui.</p>
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		<title>Il suicidio in carcere, in Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 10 May 2017 07:44:29 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8681" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="990" height="660" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 990w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/carcere-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/carcere-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 990px) 100vw, 990px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Alessio Scandurra</p>
<p>Secondo il dossier “Morire di carcere”, curato da Ristretti Orizzonti e disponibile sul sito della associazione, al 5 maggio 2017 i morti nelle carceri italiane sono stati 37, dei quali 18 per suicidio. L’ultimo è stato registrato il 3 maggio nel carcere di Saluzzo, in Piemonte. Riferisce La Stampa del 4 maggio: “Un detenuto originario di Racconigi, Sasha Z., si è tolto la vita ieri mattina in carcere a Saluzzo. Era stato condannato per furto ed era entrato in cella il 25 gennaio. La sua pena sarebbe dovuta terminare il 24 novembre. (…)  Era in isolamento da alcuni giorni, con ogni probabilità per intemperanze e motivi disciplinari.”</p>
<p>Come per tutti i casi di suicidio, si tratta di un atto disperato che trova la propria ragione ultima in elementi personali, non generalizzabili, ed è dunque difficile trarre conclusioni generali da fatti fortunatamente eccezionali come questo. Alcune cose assai semplici è però possibile, e dunque necessario, dirle.</p>
<p>Secondo l’organizzazione mondiale della sanità<a class="sdfootnoteanc" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote1sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote1anc"><sup><span style="font-size: xx-small;">1</span></sup></a> l’Italia, con 5,4 suicidi l’anno ogni 100.000 abitanti, è uno dei paesi con il tasso di suicidio più basso al mondo, il più basso d’Europa dopo la Grecia e Cipro e sicuramento il più basso tra i grandi paesi industrializzati. Ma questo è vero solo per la società libera. Il tasso di suicidio nelle nostre carceri, fatte le dovute proporzioni, è di 81,8, quindici volte quello della popolazione generale. Nelle carceri italiane il tasso di suicidio è dunque al di sopra della media europea, mentre come abbiamo detto quello del resto della popolazione è ampiamente al di sotto.</p>
<p>Come mai? Chi pensa che la spiegazione stia nel fatto che nelle nostre carceri ci stanno molti stranieri, per cui, pur essendo Italia, sono abitate da persone che vengono da altri paesi, si sbaglia. Gli stranieri sono una minoranza nelle nostre carceri (34,1% al 30 aprile 2017), ma soprattutto la maggioranza di costoro viene da paesi come la Tunisia, il Marocco, l’Algeria o l’Albania, in cui il tasso di suicidio è addirittura più basso che da noi.</p>
<p>Ma allora che significa tutto questo? Che nelle nostre carceri si sta peggio che in quelle degli altri paesi? È possibile, ma a mio giudizio non è questo il punto. Anzitutto nella nostra esperienza non è sempre così. In questi anni abbiamo dato vita ad un osservatorio europeo sulle carceri (lo European Prison Observatory) e abbiamo avuto modo di visitare le carceri di molti paesi. La verità è che fare confronti non è facile. In alcuni luoghi il sovraffollamento sarà minore, ma magari le condizioni materiali degli istituti o l’apertura dei regimi detentivi potrebbero essere peggiori. In altri paesi magari le condizioni sono pessime, ma ad esempio c’è più lavoro e più opportunità per uscire dalla propria cella. Se a ciò si aggiunge che, come dicevamo, il suicidio è sempre un atto individuale, che scaturisce dal disagio estremo di una persona, e se si pensa che le persone, dentro come fuori, sono tutti diverse, è facile immaginare che ciò che avrebbe potuto “salvare” qualcuno non avrebbe magari aiutato qualcun altro. La persona disperata e lontana dalla famiglia avrebbe magari trovato sollievo dall’avere un lavoro ed un reddito con cui sostenere i propri cari, e dunque sentirsi vicino a loro. Ma questa risorsa sarebbe stata magari inutile per la persona che aveva invece bisogno di un sostegno psicologico.</p>
<p>E qui si arriva probabilmente al punto. La detenzione è una condizione molto difficile ovunque, per molti aspetti estrema, per ragioni che spesso nemmeno dipendono dalle condizioni materiali di detenzione. La persona appena arrestate è strappata in modo radicale al proprio ambiente, non sa quale sarà il suo avvenire e quello della sua famiglia, che in molti casi da lui dipende. È messo di fronte alle proprie responsabilità per il reato commesso ed alle conseguenze delle proprie scelte di vita. E il tutto accade in un contesto sconosciuto, disagevole e poco rassicurante. A ciò infine si aggiunga che la popolazione detenuta spesso proviene dalle fasce più marginali della popolazione ed anche il disagio mentale è assai più diffuso in carcere che altrove. Che in questo contesto i suicidi siano molti non può sorprendere. Sorprende invece che, da noi, sia così poco il personale specializzato nel prevenirli.</p>
<p>L’Italia è uno dei paesi con più personale in carcere, più che in Spagna, in Francia, in Germania o nel Regno Unito, tutti paesi in cui ci sono più detenuti che da noi<a class="sdfootnoteanc" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote2sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote2anc"><sup><span style="font-size: xx-small;">2</span></sup></a>. Ma questo personale da noi è fatto quasi esclusivamente di personale di custodia. Criminologi e psicologi sono da noi lo 0,1%, contro una media europea del 2,2%, mentre il personale medico e paramedico è lo 0,2%, contro il 4,3% della media europea.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/lislam-nelle-carceri-italiane-1453946221.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8682" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/lislam-nelle-carceri-italiane-1453946221.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2000" height="580" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/lislam-nelle-carceri-italiane-1453946221.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2000w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/lislam-nelle-carceri-italiane-1453946221-300x87.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/lislam-nelle-carceri-italiane-1453946221-768x223.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/lislam-nelle-carceri-italiane-1453946221-1024x297.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 2000px) 100vw, 2000px" /></a></p>
<p>Questo significa che da noi l’idea della pena è ancora legata, nei fatti in maniera assolutamente prevalete, alla dimensione custoditale. La situazione è paradossale. Abbiamo una legislazione piuttosto avanzata ed un ordinamento penitenziario fortemente orientato al reinserimento sociale. Abbiamo addirittura una norma nella Costituzione, l’art. 27, che afferma che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. In Italia una pena che non mira al reinserimento sociale è addirittura una pena incostituzionale.</p>
<p>Tutto questo però dovrebbe essere messo in pratica con un personale fatto per il 90,1% da personale di custodia (la media europea è del 68,6%). Questo, nei fatti, significa che paesi con legislazioni meno avanzate e sistemi formalmente meno ambiziosi del nostro di fatto investono nel reinserimento sociale, ed anche nella prevenzione dei suicidi, assai più di quanto facciamo noi.</p>
<p>Da qui bisogna probabilmente partire per spiegare, e possibilmente affrontare, la crisi attuale del nostro sistema penitenziario. È in questi mesi in corso un processo di riforma dell’ordinamento penitenziario avviato l’anno scorso con gli Stati generali dell’esecuzione penale e che dovrebbe trovare esito nei decreti che il governo dovrà emanare su indicazioni della legge delega appena approvata al Senato e in corso di esame alla Camera. Noi ci auguriamo che questa riforma possa rappresentare un importante aggiornamento del nostro sistema, valorizzando i molti spunti innovativi che dai lavori degli Stati generali sono venuti, ma deve essere chiaro a tutti che sarà impossibile innovare facendo riferimento ad una organizzazione e ad una cultura del personale ancora fortemente ancorata al passato.</p>
<p>Le leggi hanno bisogno di gambe su cui camminare, e le gambe sono inevitabilmente quelle degli uomini e delle donne che le devono attuare. Se mancano le gambe, la riforma non cammina. È stato così per la riforma del ’75, che Alessandro Margara chiamava la riforma tradita e, se non si corre ai ripari, sarà così anche questa volta.</p>
<div id="sdfootnote1">
<p><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote1anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote1sym">1</a><sup></sup> Fonte: Organizzazione mondiale della sanità. http://apps.who.int/gho/data/node.main.MHSUICIDEASDR?lang=en&utm_source=rss&utm_medium=rss</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p><span style="font-size: small;"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-admin/post-new.php#sdfootnote2anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote2sym">2</a><sup></sup> <span lang="en-GB"><i>Council of Europe Annual Penal Statistics</i></span><span lang="en-GB">, SPACE I – Prison Populations Survey 2015, Aprile 2017. </span></span></p>
</div>
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		<title>Non è un film</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Oct 2016 16:56:14 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">di Patrizia Angelozzi</p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-602.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7219" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-602.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled-602" width="720" height="443" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-602.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-602-300x185.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr">Siamo a Schmölln ex Germania dell&#8217;est.<br />
Un diciassettenne somalo si suicida lanciandosi nel vuoto dal quinto piano di un centro di accoglienza.<br />
Dai palazzi vicini si accorgono di cosa sta per accadere e cominciano a gridargli di buttarsi giu&#8217;, altri riprendono con il telefonino, le persone radunate sotto lo invitano a &#8220;buttarsi&#8221; gridando ritmicamente &#8220;salta,salta&#8221;.</p>
<p dir="ltr">La polizia chiamata dal responsabile dell&#8217;ospitalità al gruppo di giovani somali, arrivata sul posto  ha trovato il diciassettenne seduto sul davanzale della finestra del quinto piano. Diversi gli agenti che  hanno parlato con lui e provato a convincerlo a non gettarsi.</p>
<p dir="ltr">ll ragazzo era ritornato nella struttura venerdì mattina dopo un ricovero di un settimana per depressione, alla fine si è buttato nel vuoto ed è morto per le ferite riportate.<br />
Non è  un film e per chi resta &#8220;umano&#8221; non è neanche immaginabile tanta ferocia.</p>
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		<title>“Audrie e Daisy”, il documentario shock Netflix sul cyberstalking</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Oct 2016 06:56:39 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: justify;" align="CENTER">
<p style="text-align: justify;" align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">A cura di Monica Macchi</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="CENTER">
<p align="JUSTIFY">Alternando interviste e filmati d&#8217;archivio, “Audrie e Daisy” racconta le terribili storie di adolescenti americane violentate e poi umiliate in rete dopo festini a base di sesso e alcool.</p>
<p align="JUSTIFY">Audrie Pott aveva solo 15 anni quando si è suicidata nel 2012: una settimana prima era andata ad una festa, si era ubriacata e alcuni compagni di scuola l’hanno portata in una camera, spogliata e ripresa mentre le scarabocchiavano insulti sul corpo. Non ricordava niente della serata ricostruita tramite le foto, i post e gli insulti su Facebook. Anche Daisy Coleman si è suicidata nel 2012 a 14 anni dopo essere stata ripresa con lo smartphone mentre veniva violentata dai compagni di scuola e scaricata poi in coma etilico nel giardino di casa: i ragazzi sono arrestati, interrogati e poi rilasciati dallo sceriffo della contea che arriva a rimproverare le ragazze perché “devono fare più attenzione”. Ma per Daisy il calvario continua: insultata per mesi su Facebook, è stata persino espulsa dalla squadra di cheerleader per “cattiva condotta” mentre uno dei suoi assalitori Matthew Barnett (nipote di Rex Barnett ex governatore del Missouri) è diventato il capitano della squadra!</p>
<p align="JUSTIFY">Oltre alla violenza sessuale emerge un fenomeno nuovo chiamato cyberstalking: mentre la stampa locale dedica solo qualche trafiletto, sui social network la vittima viene accusata, messa alla gogna e insultata sia dai compagni che da perfetti estranei… nel caso di Daisy si sono mobilitati persino gli hacker di Anonymous lanciando l&#8217;hashtag OpMaryville per far riaprire le indagini…ma inutilmente.</p>
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		<title>DDL sul cyberbullismo: una sfida partita dal 2013</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2016 09:04:43 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/th-76.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6723" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6723" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/th-76.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="th (76)" width="239" height="155" /></a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;Associazione per i Diritti umani ha chiesto alla senatrice PD Elena Ferrara un articolo sulla legge riguardante il cyberbullismo. Eccolo, per voi! Ringraziamo tantissimo Elena Ferrara per questo suo contributo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Elena Ferrara</p>
<p>La morte di Carolina Picchio, prima vittima acclarata di cyberbullismo, fu un fatto tragico, che scosse tutta la comunità e l’opinione pubblica. Un episodio che spinse il padre Paolo Picchio ad impegnarsi per raccogliere il messaggio lasciato dalla figlia: “le parole fanno più male delle botte”. Proprio Carolina, allora 14enne, nella sua lettera d’addio il 5 gennaio 2013, auspicò che più nessuno potesse subire ciò che aveva coinvolto lei. Il web, d’altronde non ha coscienza. Dobbiamo essere noi, in quanto comunità, a costruirla assieme. Da oltre tre anni, dunque, è partita una sfida che mi ha vista in prima linea, anche in quanto insegnante di musica di Carolina durante l’intero triennio della secondaria di primo grado frequentata ad Oleggio. Non appena eletta in Senato ho portato la tematica all’attenzione della Commissione Diritti Umani ottenendo dal Presidente Luigi Manconi un incarico di referente condiviso con il senatore Mazzoni per un’apposita indagine conoscitiva sul fenomeno del cyberbullismo che in quel momento non era certo percepito come lo è attualmente.</p>
<p>Il disegno di legge</p>
<p>Dal lavoro svolto in Commissione Diritti Umani è nato un disegno di legge a prevenzione e contrasto del cyberbullismo, di cui sono prima firmataria, già approvato all’unanimità in Senato. Il ddl non è contro la Rete, ma pone le basi per costruire un nuovo principio di cittadinanza digitale. La proposta di legge, infatti, non ha carattere repressivo, bensì educativo e inclusivo. Il mio impegno è stato quello di partire dalle scuole e soprattutto dai ragazzi in tutto il territorio nazionale forte del contributo di tutti i soggetti preposti, a partire dal MIUR, dalla Polizia postale, dai Garanti privacy e Infanzia e adolescenza, dalle associazioni che lavorano da anni sul campo, di Agicom e dalle stesse aziende new media. Proprio queste ultime, per la prima volta e in maniera decisa, hanno dato tutto il proprio supporto: un impegno che risulta fondamentale per l’attuazione del disegno di legge. In tutti gli incontri con gli esperti, le procure minorili, autorità garanti e rappresentanti istituzionali e terzo settore è sempre emersa la necessità di mettere a sistema una formazione continua a partire dalla scuola e di riorganizzare le tante attività educative che ho riscontrato in oltre 70 incontri sui territori. “Aiutiamo i nostri ragazzi a non farsi del male tra loro e a capire che Internet è luogo di umanità, prima ancora che comunità. Un luogo che genera emozioni vere, anche nelle amicizie virtuali. Sarà infatti non tanto la scienza, ma l’etica ad insegnarci ad usare bene la tecnologia ed essere cittadini in una società immateriale”. La gravità del fenomeno che dal 2013 ha registrato altri episodi di suicidio ed ha aperto una breccia sul sommerso, richiede la massima urgenza al Parlamento. Il Senato approva, dopo un iter in prima commissione, relatore Francesco Palermo, il 20 maggio 2015 all’unanimità il ddl 1261.</p>
<p>Le azioni del MIUR</p>
<p>Va evidenziato che nell’aprile del 2015 il Ministero Istruzione, Università e Ricerca ha emanato le Linee di orientamento di prevenzione e contrasto al bullismo e al cyberbullismo ed ha anticipato alcune azioni previste dalla norma in attesa della sua definitiva approvazione. Anche in collegamento con attività respiro europeo il Miur da diversi anni ha costituito il Safer Internet Centre e progettato Generazioni connesse con azioni di prevenzione, di sostegno alle vittime e di indagine sul fenomeno. Senza dimenticare che nel luglio del 2015 la legge di riforma della scuola ha introdotto al comma 7 la lettera h) sviluppo delle competenze digitali degli studenti, con</p>
<p>particolare riguardo al pensiero computazionale, all&#8217;utilizzo critico e consapevole dei social network e dei media nonché alla produzione e ai legami con il mondo del lavoro;</p>
<p>Nell’ottobre del 2015, inoltre, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e l’ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano, primo ospedale d’Italia per bambini dopo la riforma di Regione Lombardia, hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per attivare il primo “presidio operativo nazionale” per arginare i fenomeni illegali sul web. Un centro a coordinamento di una rete nazionale per trattare i casi in una logica di prossimità. Un passaggio importante a tutela delle persone in età evolutiva che tenta di dare una risposta alle continue sollecitazioni che giungono dai territori, inserendosi in un contesto di attenzione crescente delle Istituzioni per la promozione di un uso sicuro e consapevole del web da parte dei minori. I dati che il Centro porta all’attenzione sono confermano il costante aumento del disagio che colpisce bulli e vittime, così come crescono le denunce. Un centro che aspetta di partire e che vede il coinvolgimento attivo di Paolo Picchio: la nuova struttura, infatti, sarà intitolata proprio a Carolina.</p>
<p>I dati più recenti relativi al fenomeno:</p>
<p>·       Circa 4 ragazzi su 10 sono connessi oltre 6 ore al giorno. (i numeri di <a href="http://skuola.net/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Skuola.net</a> per Generazioni Connesse, il Safer Internet Centre italiano)</p>
<p>·       Il 6% degli adolescenti e pre-adolescenti è vittima di cyberbullismo (ma è evidente che vi sia ancora tanto sommerso). Di questi l’11% ha tentato il suicidio; il 50% pratica autolesionismo o ha pensato al suicidio; il 77% si dichiara depresso o triste. (la ricerca di <a href="http://skuola.net/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Skuola.net</a>)</p>
<p>·       Secondo il 77% dei presidi ritiene che “Internet è l’ambiente dove più frequentemente si verificano casi di bullismo”; l’89% ritiene che sia “più difficile da intercettare rispetto al bullismo tradizionale” del quale risulterebbe “anche più doloroso”. Infine il 93% dei presidi ritiene che “l’esempio dei genitori influenzi molto i cyberbulli”. Non solo: l’81% dei presidi ritiene che i genitori minimizzino il problema del bullismo digitale. (la ricerca del Censis in collaborazione con la Polizia Postale)</p>
<p>·       Il 95% dei ragazzi possiede uno smartphone. (lo studio dell’Università di Firenze e <a href="http://skuola.net/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Skuola.net</a> per il Safer Internet Centre)</p>
<p>·       Il 98% dei ragazzi ha almeno un social network. L’83% degli adolescenti conosce un under 13 che ha aperto un profilo Facebook. Il 35% si dà appuntamento con qualcuno conosciuto sul web. 452.000 ragazzi (12%), contemporaneamente, non hanno accesso alla Rete. (i dati dallo studio Ipsos per Save The Children)</p>
<p>·       Il 13% dei ragazzi dichiara di aver inviato foto intime. (indagine del centro CREMIT dell’Università Cattolica di Milano)</p>
<p>·       Il 50% ha ricevuto immagini sessualmente esplicite da amici (studio Pepita Onlus)</p>
<p>·       L’85% dei ragazzi vuole corsi a scuola sull’uso dei social network (ricerca <a href="http://skuola.net/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Skuola.net</a> per la Polizia di Stato)</p>
<p>·       Il 25% dei ragazzi pratica vamping, ovvero ha l’abitudine di restare svegli la notte a chattare e navigare su internet. (i numeri di Telefono Azzurro e Doxa Kids)</p>
<p>I contenuti del ddl 1261</p>
<p>Il testo di legge approvato in Senato è rivolto ai minori, ovvero ai soggetti in età evolutiva e ha come finalità la tutela della loro dignità sia in qualità di vittime sia responsabili. Ecco i punti salienti:</p>
<p>– Definizione del fenomeno del cyberbullismo: non è di per sé un reato, ma tali atteggiamenti si configurano in casi di stalking, minacce, diffamazione, molestie, diffusione materiale pedo pornografico, furto d’identità, che, invece, violano la normativa e sono perseguibili anche penalmente.</p>
<p>– Rimozione contenuti offensivi dalla rete e dai social: previa segnalazione il materiale lesivo sarà direttamente rimosso dai gestori, intesi come prestatori di servizi della società dell’informazione, l’indicazione potrà pervenire direttamente dagli utenti dai quattordici anni in su, al di sotto di questa età sarà necessario il coinvolgimento da parte di un genitore.</p>
<p>– Segnalazione al garante della privacy: qualora entro le 24 ore successive al ricevimento dell’istanza il gestore non provvedesse alla rimozione si prevede l’intervento del Garante della Privacy il quale entro 48 ore dal ricevimento dell’atto ha facoltà di intervento.</p>
<p>– Procedura di ammonimento: in caso di reati compiuti da minorenni con età superiore ai 14 anni nei confronti di un altro minorenne è prevista applicazione procedura di ammonimento. Il Questore convoca il minore unitamente ad almeno un genitore. La sanzione in assenza di reiterazione cessa di avere conseguenze al compimento della maggiore età, nella logica di educare e responsabilizzare i giovani che anche solo inconsapevolmente si rendono attori di comportamenti penalmente perseguibili.</p>
<p>– Un referente per ogni autonomia scolastica: corsi di formazione per personale scolastico che dovranno garantire l’acquisizione di idonee competenze nell’ambito di azioni preventive a sostegno del minore.</p>
<p>– Educazione continua: l’educazione all’uso consapevole della rete trova continuità nel piano dell’offerta formativa in ogni ordine di scuola.</p>
<p>– Risorse formazione Polizia postale: nell’ambito di ciascun programma operativo nazionale sono stanziate idonee risorse alla formazione del personale specializzato alla tutela dei minori sul web. I fondi certi per la Polizia Postale sono per l’aggiornamento ai docenti, nella chiave di individuare un referente cyberbullismo per ogni autonomia scolastica e dare luogo alla formazione continua dedicata agli studenti.</p>
<p>– Tavolo interministeriale permanente: costituzione di un tavolo tecnico per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno. Il tavolo coordinato dal Miur include i Ministeri dell’Interno, Lavoro e Politiche sociali, Giustizia, Sviluppo Economico e della Salute; Anci, Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Garante Privacy, Comitato di applicazione del codice di autoregolamentazione media e minori, organizzazioni già coinvolte nel programma nazionale del Safer Internet Centre, nonché una rappresentanza delle associazioni studentesche e dei genitori.</p>
<p>– Marchio di qualità: adozione di un marchio da riconoscere ai fornitori di servizi di comunicazione aderenti ai progetti elaborati dal tavolo interministeriale.</p>
<p>In questo momento la norma è alla Camera (A.C. 3139) ed è stata abbinata ad altre proposte di legge già depositate. Nel passaggio in commissioni congiunte II e XII ha subito pesanti modifiche e, con la ripresa dei lavori parlamentari, si aprirà la discussione in aula.</p>
<p>Nel testo emendato si riscontrano elementi migliorativi e un aggiornamento rispetto alle norme nel frattempo intervenute soprattutto in ambito di riforma della scuola.</p>
<p>Senza volermi addentrare in dettagli temo però che si sia aperta una frattura rispetto allo spirito originario della norma che era incentrata sui minori e non aveva carattere sanzionatorio né di censura nei confronti del web. Il ricorso all’aggravante di pena con modifica dell’art. 612/b del Codice penale rappresenta in tal senso un’incoerenza che spero possa essere sanata nella prosecuzione della discussione.</p>
<p>Il problema nel frattempo si fa sempre più urgente e la politica è chiamata a dare la miglior risposta. In queste ultime settimane è intervenuto anche Papa Francesco che ha voluto incontrare il padre di Carolina Picchio<span style="color: #646464;"><span style="font-family: Helvetica, serif;"><span style="font-size: small;">.</span></span></span> Il Santo Padre più volte si è interessato ai temi della sicurezza in Rete: “internet è un dono di Dio, in grado di offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. Ma se da un lato la Rete – continua il Papa – con nuovi servizi e strumenti tecnologici dovrebbe semplificare e migliorare la qualità della vita, talvolta distoglie l’attenzione da quello che è veramente importante”. Alla Messa del Giubileo dei ragazzi Francesco lo ha ricordato nuovamente, sottolineando l’importanza delle emozioni e di come nessuno strumento possa sostituire il valore dell’empatia: “La vostra felicità non ha prezzo e non si commercia; non è un’app che si scarica sul telefonino: nemmeno la versione più aggiornata potrà aiutarvi a diventare liberi e grandi nell’amore”</p>
<p>Non abbiamo bisogno di reati che ci sono già, ma di interventi educativi per i nostri ragazzi perché possano accrescere la propria inclusione digitale!</p>
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		<title>Bullismo e cyberbullismo: come difendersi</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2016 07:35:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Chiara ha solo 12 anni e ha tentato il suicidio: si è lanciata dal secondo piano della sua abitazione, a Pordenone: è caduta sulla taparella del piano inferiore e poi a terra. E&#8217;&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/cyberbull.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5135" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5135" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/cyberbull.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="cyberbull" width="980" height="480" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/cyberbull.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 980w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/cyberbull-300x147.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/cyberbull-768x376.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></a></p>
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<p>Chiara ha solo 12 anni e ha tentato il suicidio: si è lanciata dal secondo piano della sua abitazione, a Pordenone: è caduta sulla taparella del piano inferiore e poi a terra. E&#8217; ricoverata, in serie condioni, presso unospedale di Udine. Chiara è una delle ultime ragazzine, insieme purtroppo a molti altri, ad essere stata vittima di bullismo e il suo gesto disperato ha ridato vita al dibattito sul tema.</p>
<p>Parolacce, insulti, prese in giro sia di persona sia sul web (cyberbullismo) minano l&#8217;identità fragile degli adolescenti che non si sentono affiancati da un gruppo, che perdono ancora di più la fiducia in se stessi e negli altri: nei coetanei, dai quali vorrebbero essere capiti, e nei adulti, dai quali vorrebbero essere protetti.</p>
<p>Secondo l’ultimo <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/15/bullismo-istat-oltre-il-50-degli-under-18-ha-subito-un-atto-di-violenza/2307157/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank"><strong>rapporto dell’Istat </strong><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><u>sul bullismo</u></span></span></a>, poi, pubblicato lo scorso dicembre, tra i ragazzi  di età compresa tra i 14 e i 17 anni che usano cellulare e internet, il 5,9% ha denunciato di avere subìto ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, mail, chat o social network. Vittime, più di tutti, sono le ragazze, il 7,1% contro il 4,6% dei ragazzi. Più di nove adolescenti su dieci usano un telefono cellulare, la metà usa un personal computer, sette su dieci usano Internet. Due ragazzi su tre, inoltre, ritengono che il cyberbullismo sia un fenomeno in crescita, dati che sono approssimati per difetto considerato che non tengono conto di chi non denuncia.</p>
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<p>La scorsa settimana, in Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama, è stato approvato all&#8217;unanimità il <strong>Ddl 1261</strong> ‘Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo. Al disegno di legge toccherà ora passare l’esame dell’aula. Ma per la senatrice <strong>Elena Ferrara (Pd)</strong>, prima firmataria del testo, ha sottolineato che<em>“è una legge non sanzionatoria, che non criminalizza il web, ma definisce il fenomeno del cyber bullismo che non è di per se un reato, anche se tali atteggiamenti si configurano in caso di stalking, minacce, diffamazione, molestie, diffusione materiale pedo-pornografico, furto d’identità, che invece sono perseguibili anche penalmente”.</em></p>
<div id="Sezione1" dir="LTR">
<p>Il testo precisa la definizione di cyberbullismo come <em>“qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, in- giuria, denigrazione, diffamazione e si intende altresì qualunque forma di furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica.” </em></p>
<p>Il disegno di legge, quindi, prevede la rimozione di contenuti offensivi dalla rete e social entro le 24 ore dal momento in cui è stato segnalato (ndr. l’indicazione potrà arrivare dagli utenti dai 14 anni in su, al di sotto di questa età sarà necessario il coinvolgimento di un genitore). Nel caso non ci fosse stata alcuna rimozione di contenuti entro il tempo stabilito, l’interessato può fare un reclamo/segnalazione al Garante della protezione dei dati personali, che entro 48 ore dal ricevimento della richiesta provvederà a operare secondo legge.</p>
<p>Per quanto riguarda il cittadino, verranno introdotte delle linee guida per l’educazione all’utilizzo dei ‘new media’ e l’adozione di un piano di educazione alla rete con percorsi informativi articolati per gli istituti scolastici.</p>
<p>La legge include, inoltre, lo stanziamento, <em>“per le esigenze connesse allo svolgimento delle attività di formazione in ambito scolastico e territoriale e prevenzione e contrasto al cyberbullismo, di ulteriori risorse pari a 180.000 euro per l’anno 2014, 265.000 euro per l’anno 2015 e 220.000 euro per l’anno 2016”. </em>Oltre alla predisposizione di un tavolo interministeriale permanente sul fenomeno coordinato dal Miur, al quale la Polizia postale e delle comunicazioni dovrà relazionarsi con cadenza semestrale.</p>
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<div id="Sezione2" dir="LTR">
<p><strong>In Italia non esiste un reato di cyberbullismo</strong>, così come non ne esiste uno per il bullismo in generale. “Un comportamento bullo – si legge sul sito dei Carabinieri – è un tipo di azione che mira deliberatamente a far del male o a danneggiare. Spesso è persistente, talvolta dura per settimane, mesi, persino anni ed è difficile difendersi per coloro che ne sono vittime. Alla base della maggior parte dei comportamenti sopraffattori c’è un <strong>abuso di potere </strong>e un desiderio di intimidire e dominare”.</p>
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<p>Esiste, però, nel nostro Paese una rete antibullismo: <span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><u><a href="http://www.generazioniconnesse.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">Generazioniconnesse.it</a></u></span></span> è il kit che il Ministero dell’Istruzione ha approntato a sostegno dei ragazzi minacciati dal cyberbullismo, che possono rivolgersi anche alla help line gestita da Telefono Azzurro (tel. 1.96.96; <span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><u><a href="http://consulenzaonline.azzurro.it/xchatty/chat.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">azzurro.it/chat</a></u></span></span>) oppure rivolgersi all’<span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><u><a href="http://www.bullismoedoping.it/index.php?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">Osservatorio contro il Bullismo</a></u></span></span>.</p>
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