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	<title>transessuali Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Un percorso tra poesia e identità di genere</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2020 07:09:02 +0000</pubDate>
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<p>Nella settimana dedicata alla lotta contro la trans-omofobia, <strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha intervistato <em>Sonia Zuin</em>, che ringrazia molto per la sua disponibilità a raccontare di sè e per aver chiarito molti punti importanti sul tema. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" width="300" height="300" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/lgbt-2741369_640.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14119" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/lgbt-2741369_640.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/lgbt-2741369_640-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/lgbt-2741369_640-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure></div>



<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>



<p><strong>Proviamo, innanzitutto, a dare una definizione di </strong><em><strong>identità di genere</strong></em></p>



<p>Non sono una psicologa e non sono in grado di darne una definizione ufficiale. Nel mio piccolo posso solo raccontare quello che ho vissuto e quello che, poco alla volta, ho capito. Penso che ognuno di noi abbia almeno tre identità: quella soggettiva, che rappresenta il nostro io più profondo, quella corporea, legata al nostro corpo maschile o femminile, e quella che io chiamo relazionale, legata ai nostri rapporti sociali. Le prime due attengono alla propria persona, la terza al nostro rapporto con il mondo esterno. Normalmente queste tre identità sono sostanzialmente, o perfettamente, sovrapposte e coincidenti, al punto che è impossibile capire cosa prova una persona in cui questa coincidenza non si verifica. Fa riflettere il fatto che, fino a non tanti anni fa, se non vado errata trenta o quaranta, i problemi di identità di genere erano associati ai disturbi della mente. Ora l’intera comunità scientifica ha finalmente capito e accettato che la mente delle persone transessuali è perfettamente sana, e che eventuali disturbi (tutt’altro che infrequenti, come ad esempio le sindromi depressive) sono unicamente dovute alle difficoltà che le persone transessuali possono ancora avere nel mondo del lavoro e delle relazioni sociali.</p>



<p>Quello che ho vissuto io, dal momento in cui ho acquisito la consapevolezza di avere un problema di identità di genere, è stato terribile e non lo augurerei a nessuno perché ci si sente imprigionati nella peggiore delle prigioni: quella del proprio corpo in primis, e successivamente quella delle relazioni sociali. Questa esperienza mi ha fatto capire che l’unica vera identità è quella interiore, e il disagio che si prova quando non si ha la possibilità di esprimerla nelle relazioni sociali è fortissimo. Ovviamente ogni storia è diversa dalle altre: ci sono persone transessuali che riescono a trovare un equilibrio vivendo la propria identità solamente in determinati ambiti della propria vita e mantenendo l’identità ufficiale in tutti gli altri. Io, da subito, ho capito che mai avrei potuto comportarmi in questo modo, non solo perché penso di essere una persona molto trasparente e diretta nei rapporti con le persone, ma anche perché ho vissuto la crisi di identità nell’ambito di un profondo rapporto con la mia famiglia.</p>



<p>Il rapporto con il proprio corpo è invece un discorso completamente diverso: senza entrare nei dettagli, non riuscire a trovare un equilibrio tra il proprio io interiore e il proprio corpo può creare un disagio così profondo da essere una fonte di pericolo per la propria salute fisica e psichica. Da qui nasce l’esigenza, in alcune persone, di ricorrere agli interventi chirurgici per cercare di migliorare il più possibile il proprio benessere. Il problema enorme che si avverte, apparentemente insolubile se non attraverso un lungo percorso psicologico eventualmente coadiuvato da quello chirurgico, sta nel fatto che è terribile la sensazione di sentirsi appartenenti, contro il proprio volere e desiderio, ad un corpo che non si riconosce come proprio.</p>



<p>Ci tengo infine a sottolineare il fatto che, contrariamente a quello che comunemente la gente pensa, l’identità di genere non c’entra niente con quella sessuale: non è vero che una persona, acquisendo la consapevolezza di essere transessuale, automaticamente si senta attratta dalle persone di genere opposto al proprio, ossia che una donna trans sia attratta dagli uomini e viceversa. Questo è quello che accade normalmente, ma solo quando alle spalle c’è già un vissuto di omosessualità. In altri termini, una donna lesbica, se nel suo percorso acquisisce la consapevolezza di essere un uomo, diventerà etero in riferimento alla sua vera identità, ma quello che rimane solitamente inalterato è il genere di persona che ci attrae sessualmente e che ci fa innamorare.</p>



<p>In realtà, nel momento in cui si disgrega la coincidenza tra identità soggettiva e corporea, sono possibili molteplici sfumature, tra cui, ad esempio, quelle delle persone che si definiscono <em>non binarie</em>, ossia che non si riconoscono né in un uomo, né in una donna. Fondamentalmente sono convinta che ogni persona debba avere la possibilità di esprimere con la massima libertà il proprio io, e che questa libertà debba essere limitata solo nel momento in cui lede quella degli altri, cosa che, nell’ambito dell’espressione di un’identità transessuale, non vedo come possa accadere. Questo lo penso per due motivi ugualmente importanti: il primo riguarda ovviamente la tutela del benessere di ogni individuo, che è sicuramente un diritto inalienabile di tutte le persone; il secondo attiene al ruolo e al contributo che ognuno di noi deve dare alla società: siamo infatti in crisi profonda da molti anni, e l’attuale pandemia non ha fatto altro che acuire la crisi pregressa. In questa situazione ritengo molto semplicemente che abbiamo l’obbligo di focalizzarci sulle questioni importanti e che non possiamo permetterci il lusso di rinunciare al contributo positivo che una persona transessuale, nel suo piccolo, può dare. Contributo che può in qualche caso essere importante perché spesso una persona transessuale, proprio in virtù del proprio singolare vissuto personale, ha un modo di vedere le cose differente da quello delle persone cis (ossia non transessuali).</p>



<p><strong>Quale è stato il suo momento più difficile nel  percorso di transizione?</strong></p>



<p>Direi che ce ne sono stati due: il primo, veramente terribile, quando nella mia testa completai il puzzle che stavo facendo da almeno vent’anni prelevando a caso i pezzi, uno a uno, che spontaneamente emergevano dal mio inconscio. I pezzi del mio io, man mano che il puzzle prendeva forma, trovavano la loro giusta collocazione, ma fino alla fine non ebbi il coraggio di vedere nel suo insieme chi fosse il soggetto del puzzle. Penso che sia stato un meccanismo inconscio di difesa della mia realtà quotidiana che non avevo la minima intenzione di disgregare. Ero infatti riuscita a costruirmi una vita appagante sotto tutti gli aspetti, affettivi, professionali e relazionali, malgrado quello che covavo dentro di me e che poco per volta stava emergendo attraverso un processo inconscio che non potevo arrestare e che mi portava progressivamente a completare il puzzle. Ad un certo punto, anche se non era ancora finito perché, in effetti, una vita intera non è sufficiente per completare il puzzle che rappresenta chi siamo, non riuscii più ad evitare di guardare l’immagine che si stava componendo, e quello che vidi fu sconvolgente: una donna al posto di un uomo. Era da vent’anni che costruivo il puzzle con pezzetti che erano chiaramente femminili e che avevo imparato ad accettare, ma un conto è avere la consapevolezza che la tua personalità ha una componente femminile importante, un altro è maturare la consapevolezza di essere una donna, con tutto quello che ne consegue. Passai un mese dormendo solo qualche ora di notte perché alle tre del mattino mi svegliavo con l’angoscia di vedere la mia vita andare in pezzi, consapevole che nessuno mi avrebbe capito e accettato. Dal momento in cui ebbi il coraggio di guardare il puzzle nel suo complesso, infatti, nella mia testa ci fu per lungo tempo una grandissima confusione, penso comprensibile, ma una cosa fu da subito chiarissima e incontrovertibile: io non potevo più continuare a fare la vita di prima perché dovevo iniziare la transizione. Era evidentemente un’elaborazione che avevo fatto da lungo tempo nelle profondità del mio inconscio, ma che per tantissimi anni ero riuscita a non fare affiorare in superficie; nel momento in cui ne divenni consapevole, mi si presentava come un’ovvia e non più procrastinabile conseguenza della mia realtà interiore.</p>



<p>Alla fine mi decisi e me parlai una mattina con mia moglie. Lei da sempre sapeva che c’erano parecchi pezzi femminili nel puzzle della mia testa e in qualche modo li aveva accettati, ma ovviamente la necessità di cambiamento che le raccontai fu per lei sconvolgente, anche se ricordo che la prima cosa che mi disse a caldo fu “non pensavo così presto”. A distanza di tempo sono convinta che io e mia moglie abbiamo inconsciamente eretto una barricata, che per anni ha protetto il nostro rapporto nei confronti della realtà disgregante che progressivamente emergeva dal mio inconscio, utilizzando una tecnica inconscia comunissima: non vedere quello che non volevamo vedere. È lo stesso meccanismo mentale che permette ai bambini di nove, dieci anni di credere che esista babbo Natale che porta i regali, anche se a quell’età hanno ormai tutti gli strumenti logici e una percezione delle realtà sufficientemente chiara per capire che questa è un’evidente assurdità. Ma crederci è così bello che nella testa dei bambini scatta una sorta di protezione che inibisce tutti i meccanismi logici che rovinerebbero la magia. Io e mia moglie avevamo una bellissima realtà da preservare: il nostro rapporto e la nostra famiglia. Così per una vita siamo entrambe riuscite a credere che i pezzi femminili che da tempo erano emersi dal mio inconscio rappresentavano solo una parte di me, dando per scontato che il resto fosse maschile. Del resto una cosa fondamentale che ci ha tratto in inganno per lungo tempo è il fatto che a me continuano a piacere le donne, e questo contribuiva molto a rafforzare l’idea che io fossi un uomo con un importante lato femminile.</p>



<p>Gli anni che seguirono furono molto difficili perché mia moglie sentiva che non poteva accettare la mia transizione, mentre io sentivo che non potevo non farla. In mezzo c’era il nostro bel rapporto che ormai era decisamente in crisi, ma che tutte e due facevamo il possibile per preservare, non solo per salvaguardare quello con i nostri figli che non sapevano ancora niente, ma anche perché sapevamo che c’era sicuramente un gran polverone che rendeva poco chiare le cose, e che c’erano esigenze inconciliabili, ma che al di sotto del polverone rimaneva un rapporto molto solido e importante per tutte e due.</p>



<p><strong>I guanti: per molti un oggetto comune, utile. Per lei che significato hanno avuto?</strong></p>



<p>Sin dalla più tenera età i guanti hanno esercitato su di me un fascino irresistibile che mi spingeva a provarli e ad indossarli, ma solo di nascosto perché mi vergognavo a farne un uso normale. È una cosa che mi sono sempre tenuta per me. In certi periodi ricordo che mi facevo coraggio e incominciavo ad indossarli &#8211; ai tempi erano i normalissimi guanti di lana dei ragazzini &#8211; ed era tale il piacere che mi dava questa conquista che non li toglievo mai. Da sempre la prima cosa che mi saltava all’occhio di una persona erano i guanti, nel caso li indossasse. Durante l’adolescenza, quella che prima era una generica attrazione per l’oggetto in sé, senza particolari connotazioni, si trasformò in attrazione per le donne che indossavano i guanti, il che mi fece pensare ad una forma di feticismo. Questa faccenda incominciò però a crearmi qualche problema solo verso i vent’anni, quando capii che ero io a desiderare di indossare i guanti da donna. Ricordo un’estate in cui, dopo essermi vista con i miei amici per giocare a biliardo, andai in un negozio a comprare il mio primo paio di guanti da donna: neri, in pelle, sfoderati e lunghi fino al polso. In pratica un normalissimo paio di guanti da donna, ma quando uscii e li indossai, provai una sensazione indescrivibile. La potrei descrivere, senza esagerare, come qualcosa che nella tua testa si collega e incomincia a trovare il suo posto. Tornai a casa con il mio prezioso bottino e ovviamente lo nascosi perché non volevo certo far vedere ai miei genitori cosa avevo comprato. Ogni tanto li indossavo di nascosto, ma con il passare del tempo incominciò a crescere il disagio di possedere qualcosa che per me era molto importante, ma che non era certo normale avere. Così, dopo qualche mese, quando l’imbarazzo di custodire un oggetto così ingombrante superò la soglia della mia sopportazione, li buttai via ripromettendomi che con questa faccenda avrei chiuso. Ma dopo qualche mese il desiderio di possederli diventò così forte e insistente che cedetti e andai a comprarne un altro paio. Per una decina d’anni andai avanti in questo modo senza riuscire a trovare un equilibrio. Nel frattempo mi laureai e iniziai a lavorare; avevo un sacco di amici, conobbi quella che sarebbe diventata mia moglie, ci sposammo, ma c’era nella mia vita un segreto che non volevo raccontare a nessuno, neanche a mia moglie, pur avendo un bellissimo rapporto, perché continuavo a sperare di riuscire a estirparlo definitivamente dalla mia testa. Sono sicuramente una persona tenace, perseverante e che non si arrende al primo insuccesso…</p>



<p>Quello che cambiò le cose fu un cupo episodio vissuto in un momento di vuoto totale in cui pensavo che mai sarei riuscita a trovare un equilibrio tra la bella vita che conducevo e il mio insano segreto (che nel frattempo aveva abbracciato anche le gonne, provando di nascosto quelle di mia moglie che ha più o meno la mia corporatura). Quell’episodio mi spaventò e che mi fece capire che così non potevo andare avanti. Lo shock mi diede la forza di fare nella mia testa una rivoluzione copernicana, liberandomi definitivamente dal proposito di estirpare quello che evidentemente era impossibile estirpare, e accettando il fatto che se a me piaceva indossare i guanti da donna e ai miei amici no, voleva solo dire che io ero <em>fatto</em> (ai tempi ovviamente coniugato al maschile) così, e che in fondo non stavo facendo del male a nessuno tranne che a me <em>stesso</em>. Capii subito, però, che avevo fatto un passo da gigante e immediatamente mi fu chiaro che non potevo più vivere accanto a mia moglie, guardarla negli occhi e dormire accanto a lei, senza raccontarle questo scomodo ed ingombrante lato della mia personalità. È comprensibile il suo shock, anche perché io non ho mai avuto atteggiamenti effemminati. Una delle prime cose che mi chiese era se io provassi attrazione per gli uomini… “no, io continuo a volere bene a te, continuano a piacermi le donne, ma l’altra sera stavo facendo una grandissima cazzata e ho capito che così non posso andare avanti”.</p>



<p>Con mia gande fortuna, dopo qualche giorno mia moglie mi disse che non mi avrebbe mollato, che potevamo continuare la nostra vita insieme, anche se il lato femminile del mio carattere non era certo quello che preferiva. Passarono gli anni, nacquero i nostri due figli, ma i guanti continuavano a rimanere il mio oggetto del desiderio che indossavo appena potevo. Questa vicenda ebbe una svolta decisiva solo due anni fa, quando incominciai la transizione e a vivere la mia vita quotidiana come Sonia. Prima di trasferirmi, più volte avevo pensato che nella mia nuova casa avrei indossato i guanti ventiquattro ore al giorno, ma in realtà, quando incominciai a traslocare poco per volta le mie cose, portai subito le mie chitarre, ma decisi di aspettare a portare la guantiera che anni prima mi aveva regalato mia moglie, perché capii che associati ai guanti c’erano anche tanti ricordi travagliati che preferivo non portare con me. Ogni volta che andavo a trovare la mia famiglia, mia moglie preparava una valigia di cose rimaste ancora da lei. Un giorno, aprendo la valigia a casa mia, vidi la guantiera… L’aprii, non ricordo neanche se provai un paio, perché la rimisi subito nell’armadio pensando che forse sarebbe stato meglio riportarla indietro, anche se non lo feci. Dopo qualche mese, poco per volta capii che potevo permettermi il lusso di riaprire la guantiera perché i guanti avevano perso la loro magia… ora erano solamente un bellissimo accessorio. Aprii la guantiera e con piacere riscoprii tutti i diversi tipi che avevo collezionato nel corso degli anni, corti, lunghi, di pelle, di raso, di vari colori, bellissimi accessori che mi piace ancora indossare, e lo faccio spesso, scegliendoli con cura e intonandoli al vestito. Ma ormai non rappresentano più nulla. È stata una grandissima liberazione. Questa vicenda mi ha fatto capire che Sonia esisteva nel mio inconscio già quando avevo cinque o sei anni e che, chissà per quale motivo, utilizzava i guanti come simbolo per cercare di venire alla luce.</p>



<p><strong>La sua famiglia è composta da moglie e due figli. Ha mantenuto un buon rapporto con questi ultimi? Come si rapportano con lei?</strong></p>



<p>Ho la fortuna di essere riuscita a mantenere un ottimo rapporto con mia moglie e con i nostri figli. Per tanti anni il rapporto con mia moglie è stato teso perché ognuna di noi non voleva rinunciare all’altra, ma ognuna di noi non poteva accettare una parte dell’altra: lei mi diceva che, se non avessi fatto la transizione, avremmo potuto continuare a vivere insieme, ma io sapevo perfettamente che correvo seriamente il rischio di impazzire se non l’avessi fatta. Uscita di casa, la ragione dei nostri scontri non sussisteva più, e poco per volta tornò a prevalere il grande affetto e la grande intesa che ancora ci lega. In ogni caso mia moglie è sempre stata vicina e i passaggi importanti li abbiamo superati lavorando insieme e mettendo da parte i motivi di scontro. Mia moglie è una persona speciale, su questo non ho il minimo dubbio.</p>



<p>È anche grazie al rapporto costruttivo e sereno che ho con lei, che quello con i nostri figli è altrettanto solido e sereno. Ci vediamo spesso, parliamo, facciamo sempre più cose insieme, e io sono rimasta una delle due persone di riferimento che interpellano quando hanno bisogno di un consiglio, e in questi casi è mia moglie la prima che suggerisce loro di sentire anche il mio parere. Penso di non aver perso la stima di loro tre, e questo per me è di fondamentale importanza.</p>



<p><strong>Ha scritto una bellissima silloge intitolata </strong><em><strong>Percorsi Silenziosi</strong></em><strong>. Ce ne vuole parlare?</strong></p>



<p>Ho incominciato a sentire il desiderio di scrivere quando ero al liceo: a quei tempi non erano poesie, ma i testi delle canzoni che provavo a scrivere insieme ai miei compagni di classe con cui avevo formato il mio primo gruppo rock. Cose sicuramente di nessun valore artistico e per lo più pretenziose, perché ai tempi uno dei riferimenti era la musica progressive degli anni ’70 tipo Genesis e King Crimson. In quinta liceo fui letteralmente folgorata dalla poesia di Ungaretti: in particolare mi colpì <em>Soldati</em> per la sua estrema semplicità e sintesi (4 versi e 8 parole comuni che dicono tutto) e pensai: “…ma allora si può scrivere anche così! Bene, ho capito come fare!”. Beh… ho riportato questo buffo pensiero di allora solo per dire che in quell’occasione trovai un modello che mi convinceva, non che i miei risultati artistici di allora e di adesso possano minimamente essere confrontati con quelli del grande poeta. Ricordo però che incominciai a scrivere qualcosa che non finiva nel cestino dopo qualche settimana, e così, poco alla volta, capii che mi piaceva scrivere le poesie. Ai tempi non le chiamavo neanche così perché mi sembrava troppo pretenzioso… invece di poesie le chiamavo <em>cose</em>, il ché adesso mi sembra ridicolo. Mia moglie, non ricordo in quale occasione, trascrisse a mia insaputa le poesie con la macchina da scrivere (ai tempi non si usavano ancora i computer), su una carta molto bella, le fece rilegare e mi regalò quella che, a tutti gli effetti, fu la mia prima silloge. Il titolo era <em>Cose…</em></p>



<p>Non scrivevo con regolarità. Anzi, ci furono anni in cui non scrissi niente e ogni tanto pensavo che non sarei stata più capace, o che forse non avevo più niente da dire. Mi sbagliavo: la creatività e il bisogno di scrivere tonarono nel difficilissimo periodo in cui mi arrovellavo tra due esigenze primarie e antitetiche: il bisogno di non reprimere più Sonia e quello di rimanere a vivere con la mia famiglia. In quegli anni scrissi le poesie che costituiscono la seconda sezione della silloge, <em>Abissi</em>, molte delle quali esprimono la lacerazione interiore, l’incertezza, ma anche il desiderio di riconciliarmi con mia moglie. Sono poesie che non parlano quasi mai in modo diretto di transessualità, anche se evidentemente la transessualità è il filo conduttore e la causa di tutto. La prima sezione, <em>La pioggia bagnava le nuvole</em>, raccoglie invece le poesie che ho scritto prima di essere consapevole di avere un problema di identità di genere. Il titolo di questa sezione è un verso di una poesia della seconda sezione che si riferisce alla mia vita precedente, vissuta al contrario, ossia al maschile, rispetto alla consapevolezza che avevo appena acquisito. Visto che sono una persona estremamente ottimista, e poiché in <em>Abissi</em> ci sono parecchie poesie cupe e sofferte, non mi piaceva terminare la silloge con questa sezione. Trovai la soluzione per caso quando l’anno scorso, poco prima di proporre il mio materiale agli editori, scrissi <em>A volte…</em>, una breve poesia che getta una luce di speranza sul mio futuro. Capii che la silloge si sarebbe chiusa con una terza sezione, <em>Spiragli</em>, costituita solo da questa breve composizione.</p>



<p>Ho sempre scritto per me e poche persone erano al corrente di questa mia attività letteraria. Per questo motivo spesso mi chiedevo se le mie poesie comunicassero qualcosa anche a chi non mi conosceva, perché rileggere i propri versi è un po’ come guardarsi allo specchio: indipendentemente dalla loro qualità e dal valore artistico, è facile ritrovare le emozioni vissute durante la stesura. Mi fa quindi molto piacere che siano state apprezzate anche da persone che non sanno niente di me.</p>



<p>La scrittura mi ha sicuramente aiutato molto, durante il lungo travaglio interiore, a tirare fuori quello che avevo dentro e ad esprimere le paure, i dubbi, i desideri che spesso facevano a botte tra di loro. In quel periodo mi assisteva una bravissima psicoanalista che quasi ogni volta, all’inizio delle sedute, mi domandava se avessi fatto sogni che le volevo raccontare. Dato che difficilmente ricordo i miei sogni, quasi sempre mi trovavo in difficoltà perché mi sembrava di essere la scolara che non ha fatto i compiti. Dato che in quel periodo scrivevo molto, quando non avevo sogni da raccontare spesso le portavo qualche nuova poesia. In particolare ricordo che <em>Prendermi per mano</em> divenne una specie di leitmotiv dei nostri incontri perché la psicologa spesso riprese le immagini di quella poesia (le catene, la donna imprigionata nelle segrete, il castello, il suo alter-ego maschile).</p>



<p><strong>Secondo lei, in Italia, sono tutelati i diritti Lgbtqi?</strong></p>



<p>La nostra società, negli ultimi dieci o vent’anni, ha fatto enormi passi avanti, ma non penso proprio che si possa dire che le persone appartenenti al variegato mondo Lgbtqi godano degli stessi diritti e abbiano le stesse opportunità di quelle eterosessuali. Io sono stata molto fortunata e, almeno finora, non ho mai subito discriminazioni. Conosco però parecchie persone che hanno una vita molto più difficile. È un discorso culturale molto complesso che richiede tempi di maturazione molto lunghi. Purtroppo ogni tanto la paura prevale in alcuni ambiti sociali e si fa uno scivolone indietro.</p>



<p>A me piace vestirmi in modo comune, ma spesso le persone Lgbtqi hanno look ricercati, creativi o in qualche caso volutamente di rottura, e mi sono sempre chiesta se questo modo di porsi nei confronti della società è una libera espressione del proprio io, o se invece possa essere in qualche modo una risposta al loro sentirsi rifiutati o discriminati indipendentemente dalla loro esteriorità. Conosco persone di entrambe le categorie e sicuramente alcune di esse hanno problemi nel mondo del lavoro o con i rapporti sociali anche se si vestono in modo del tutto normale. Non si può quindi concludere che basta vestirsi in modo comune per essere accettat*; anche fosse così, è più che evidente che questo costituirebbe una grandissima violazione della libertà di espressione di ogni individuo. Penso però che un look anticonvenzionale non aiuti l’integrazione. Dipende ovviamente dagli obiettivi che le persone e i gruppi sociali si pongono: i vestiti, i tatuaggi e il modo di ornare il proprio corpo sono prima di tutto un codice che da sempre l’umanità ha utilizzato per creare un’identità. Gli esempi sono innumerevoli a partire dalle società primitive. Spesso i giovani creano un look particolare per identificare il loro gruppo sociale: i primi esempi in tempi recenti che mi vengono in mente sono gli hippies degli anni ’60, il popolo di sinistra con le clark e l’eskimo o i punks degli anni ’70, tutti gruppi che non cercavano l’integrazione nella società, anzi, l’atteggiamento nei confronti di essa era quello dello scontro. Penso che faccia parte della natura umana provare più facilmente empatia nei confronti delle persone che hanno un look simile al nostro, e che sia l’assenza di pregiudizi e la curiosità di conoscere e di confrontarsi con persone che appaiono diverse da noi che ci permette di instaurare un dialogo con loro senza rifiutarle a priori, avendo l’obiettivo di accogliere nella cerca delle amicizie quelle con cui ci troviamo bene e che stimiamo indipendentemente da come si vestono. Non tutte le persone però hanno questa apertura mentale. Di conseguenza penso che sia una conseguenza inevitabile, che ovviamente non condivido, che le persone che hanno un look o un atteggiamento “sopra alle righe”, abbiano maggiori difficoltà ad integrarsi.</p>



<p><strong>Infine: possiamo chiederle perché il nome </strong><em><strong>Sonia</strong></em><strong> per la sua nuova identità?</strong></p>



<p>Onestamente non lo so: mi è venuto automaticamente. Mi piaceva un nome italiano che, almeno alle mie orecchie, suonasse in modo armonioso. Mai avrei scelto un nome aggressivo. Quando, non tanto tempo fa, ho letto che Sonia è una variante di Sofia, e che in greco <em>sophia </em>significa sapienza, saggezza, ho pensato: “WOW, ho scelto il nome giusto!”. Non perché mi senta particolarmente saggia, né tanto meno sapiente, ma perché sapienza e saggezza sono sicuramente due nobili obiettivi da perseguire.</p>
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		<title>Transgender egiziana arrestata: forse in una cella maschile, rischia violenze e abusi</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2019 08:14:09 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Malak al-Kashif, egiziana di 19 anni, da circa tre anni sta cercando di far modificare il genere sul certificato di nascita, senza successo. Pochi giorni fa, proprio per questo motivo, è stata trascinata via dalla National Security, i servizi di sicurezza egiziani, dalla sua casa a Giza ed è stata arrestata. E&#8217; stata portata in cella con altre 70 persone per aver protestato dopo l’incidente ferroviario alla stazione Ramses del Cairo che ha provocato quasi 30 morti e per lei è stato l’inizio di un incubo per la paura (espressa anche dai suoi familiari e dal suo avvocato) di abusi e violenze a cui potrebbe venire sottoposta in carcere; si teme, infatti, che sia in una <b>prigione maschile</b>: sulla carta d’identità è registrata come uomo e quindi è alto il rischio di violenza sessuale da parte di agenti e detenuti.</p>
<p>Dal 2017 Malak racconta su stampa e social la sua transizione da uomo a donna. Fino all’estate 2018 quando tentò il suicidio dopo abusi negli uffici pubblici e molestie per strada:<br />
«Non perché sono trans – disse poi in un’intervista – ma <strong>perché è la società che mi ha ucciso</strong>, mi rigetta, mi fa male, mi arresta». E, forse, proprio per la sua celebrità e le sue apparizioni i servizi segreti hanno atteso ad arrestarla, aspettando appunto la protesta pacifica a cui aveva preso parte.</p>
<p>In Egitto, come in altri Paesi, la comunità LGBT è vittima di continue violenze, e anche la Poliz<strong>ia</strong> non se ne preoccupa, anzi. L’Egitto porta avanti da tempo una vera e propria campagna contro le persone Lgbtqi. I casi più eclatanti li ricorda Il Manifesto:<br />
-75 arrestati nel 2017 per aver sventolato una bandiera arcobaleno al concerto del gruppo libanese Mashrou’ Leila, al Cairo<br />
-la condanna a un anno dell’anchorman Mohamed al-Ghaity per aver intervistato un omosessuale (una legge del 2017 vieta di far apparire sulla stampa Lgbtqi), questo nonostante sia un noto sostenitore del governo e abbia usato l’intervistato per «dimostrare» che l’omosessualità è una malattia.</p>
<p>Oppure, l’arresto di <strong><a href="https://www.gay.it/attualita/news/egitto-arrestato-noto-conduttore-tv-per-aver-intervistato-un-ragazzo-gay?utm_source=rss&utm_medium=rss">Mohamed al-Ghaity</a>,</strong> un noto conduttore televisivo che aveva invitato nella sua trasmissione un ragazzo omosessuale.</p>
<p>La realtà degli abusi nei confronti degli omosessuali e dei transgender, in Egitto, è radicata, anche se lo Stato non li considera reati veri e propri; certo è che la Polizia, tramite i servizi segreti, continua a fare retate, a incarcerare e a torturare, confermando la durezza e l&#8217;ipocrisia del Potere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2></h2>
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		<title>Unioni civili: è legge</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2016 08:07:22 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Italia ha approvato, presso la Camera dei deputati, la legge sulle unioni civili con 372 SI e 51 NO. Vengono introdotte due novità all&#8217;emendamento approvato precedentemente in Senato: le unioni civili tra persone dello stesso sesso e la disciplina delle convivenze.</p>
<p><em>L&#8217;Associazione per i Diritti umani</em> ripropone una riflessione di Alessandra Bernaroli sul tema, riflessione che ci ha gentilmente scritto lo scorso gennaio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><div id="attachment_5938" style="width: 730px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/unioni-civili-1-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5938" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img aria-describedby="caption-attachment-5938" loading="lazy" class="size-large wp-image-5938" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/unioni-civili-1-2-1024x682.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Foto Vincenzo Livieri - LaPresse 28-01-2015 Cronaca - Roma - Approvazione del registro delle unioni civili. Nella foto Foto Vincenzo Livieri - LaPresse 28-01-2015 Politics - Rome - Approval of the civil unions registry. In the pic" width="720" height="480" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/unioni-civili-1-2-1024x682.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/unioni-civili-1-2-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/unioni-civili-1-2-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/unioni-civili-1-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1400w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a><p id="caption-attachment-5938" class="wp-caption-text">Foto Vincenzo Livieri &#8211; LaPresse 28-01-2015 Cronaca &#8211; Roma &#8211; Approvazione del registro delle unioni civili.</p></div></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Signora Bernaroli, è un piacere riaverla qui dopo più di un anno, quando ancora era incerta la sorte del suo matrimonio eterosessuale, poi divenuto dello stesso sesso dopo il suo percorso di trasformazione da uomo a donna.</p>
<p>Grazie, ho accettato volentieri il vostro invito e penso che anche lo spazio che mi dedicaste allora sia stato utile per vincere la mia battaglia.<br />
Attualmente, dopo la sentenza della Cassazione che nell’aprile 2015 ha deciso sul destino del mio matrimonio precedente la mia transizione, è importante ricordare che esiste in Italia un matrimonio tra due persone dello stesso sesso.</p>
<p>Scusi, forse non abbiamo compreso bene. In questo periodo si discute in Parlamento sulle unioni civili e lei sta dicendo che in realtà in Italia esiste già il matrimonio egualitario?</p>
<p>Sì, potrebbe sembrare assurdo, ma è così!</p>
<p>Provo a spiegare meglio la questione: la sentenza cui ho accennato prima ha stabilito che il nostro matrimonio potrà restare in essere così com’è fino a che in Italia non ci sarà una legge che regolamenti le famiglie composte da persone dello stesso sesso.<br />
Il nostro caso era particolare, certo; non era il caso di una coppia omosessuale, bensì quello di una coppia che inizialmente era eterosessuale e regolarmente sposata, in cui è avvenuto un cambio di sesso di uno dei coniugi senza che sia stato chiesto il divorzio. Quindi il matrimonio era preesistente: ecco la ragione di questa decisione che mi sento di definire storica.</p>
<p>Certo, ricordiamo la sua storia. Se abbiamo compreso bene, quindi, questa legge sulle unioni civili potrebbe in qualche modo “declassare” il suo matrimonio. Eppure non ci pare di aver letto alcun riferimento al suo caso nel pur intenso dibattito di questi ultimi mesi.</p>
<p>Sì, è così. Se fosse approvata la legge in discussione, io rischierei un declassamento, anche se si riaprirebbero i presupposti per una nuova battaglia giuridica. Sinceramente, ne farei volentieri a meno.<br />
Il punto della questione secondo me è un altro, invece, e l’avete giustamente evidenziato. Come mai non si è mai parlato di questo matrimonio dello stesso sesso già esistente?<br />
Davvero non saprei, posso solo formulare delle ipotesi. Non penso sia stata una dimenticanza, anzi; la nostra battaglia ha rappresentato una vera spina nel fianco per i settori più oscurantisti della nostra società e, tra l’altro, vi è l’articolo 7 della proposta Cirinnà specificamente dedicato al mio caso.<br />
Questa proposta è stata presentata quale innovatrice e foriera di un grande progresso. Come sarebbe stato possibile elogiare questa legge a tal punto, se si fosse reso palese, rendendo nota l’esistenza del mio caso, che tale progetto rappresentava invece un regresso rispetto alla più avanzata posizione già esistente nella società italiana?</p>
<p>Quello che dice è interessante, ma non dobbiamo dimenticare che, a parte il caso del suo matrimonio, ad oggi in Italia non è prevista alcuna tutela per le coppie same sex. Non pensa quindi che questa legge possa rappresentare un passo avanti, seppur non il migliore possibile?</p>
<p>Ad oggi l’Italia è oramai l’unico Paese di cultura occidentale privo di tutele per le coppie gay. È facile, in queste condizioni, essere portati a pensare che qualsiasi cosa sia comunque meglio del vuoto normativo, ma forse, pensandoci bene, non è detto che sia così.<br />
Anzitutto l’assenza di leggi lascia il campo libero per le azioni e le rivendicazioni; si può impostare liberamente la strategia. Ad esempio, la strategia giuridica sui matrimoni same sex, intrapresa oramai una decina di anni addietro, ha portato a numerose sentenze che hanno modificato i presupposti della situazione ed hanno fatto si che oggi il Parlamento sia in qualche modo obbligato a discutere (ma non ad approvare) una proposta di legge su questo tema. Per contro in certi Paesi esistono divieti espliciti su questo tema; divieti che non si possono superare facilmente.<br />
L’aspetto peggiore di questa situazione è che ci si muove e si dibatte alla ricerca di improbabili compromessi. Ma io mi chiedo: com’è possibile che si possa anche solo pensare di trattare i diritti civili come se si stesse facendo una trattativa commerciale? La dignità ed il rispetto o ci sono oppure no, non possono darsi per metà.<br />
Questi temi non ammettono compromessi: o si concedono diritti pieni o si sta scrivendo la discriminazione.</p>
<p>Quindi, per ipotesi, se in Italia passasse una proposta minimale, davvero al ribasso, una proposta che offrisse poche tutele e soprattutto una minore dignità alle coppie gay, quali potrebbero essere i vantaggi e gli svantaggi?</p>
<p>Mi risulta difficile parlare di questo senza avere a disposizione un testo di legge preciso e definito che, ad oggi, manca. Occorrerebbe in primis verificare i diritti fiscali, successori, sui figli, sulle adozioni, sul nome, sulla comunione dei beni, sullo status, ecc.<br />
Vantaggi incerti e tutti da dimostrare, quando si pretende di creare ex novo un istituto che sia per forza differente, e non di poco, da quello matrimoniale. Almeno questo pare essere il modo di procedere in cui si sta muovendo la politica.<br />
Gli svantaggi, invece, quelli sì che sarebbero certi. Il peggiore di tutti sarebbe quello di vedere sancita da una legge dello Stato una condizione di “minorità”, di inferiore dignità, scritta nero su bianco in una legge della Repubblica.<br />
Occorre riflettere bene su questo punto: se esistesse una legge di tal fatta, chiunque sarebbe autorizzato a pensare alle persone gay come ad una categoria in qualche modo un po’ inferiore alle persone etero, perlomeno nella vita di coppia. La persona omosessuale sarebbe sì titolare di dignità, ma non di una dignità piena, bensì limitata e di certo inferiore a quella della persona eterosessuale. Tutto ciò sarebbe dimostrato dall’impossibilità di costituire una famiglia a pieno titolo, riconosciuta dallo Stato nella sua forma più alta, quella del matrimonio.<br />
Purtroppo in Italia la discussione ha pretesto di confinare la famiglia LGBTI nei confini dell’articolo 2 della Costituzione, laddove si parla di formazioni sociali.<br />
Questo è un errore molto grave. Il riferimento giusto non può che essere l’articolo 3, laddove si parla di non discriminazione anche in ragione del sesso; in tal modo la nostra Repubblica viene meno al suo dovere di garantire l’eguaglianza, vittima di un condizionamento culturale di matrice religiosa.<br />
È del tutto evidente che questo stato di cose legittimerebbe atteggiamenti omofobi e discriminatori; le persone potrebbero pensare che in fondo, se una persona ha una dignità limitata, si può forse tollerare, ma non addirittura considerare degna dello stesso rispetto.</p>
<p>Non è forse una visione troppo pessimistica la sua? In fondo non i tutti i Paesi di cultura occidentale è già presente il matrimonio egualitario.</p>
<p>Può darsi che io veda troppo nero, ma i Paesi in cui non vi è ancora il matrimonio gay hanno visto le leggi sulle unioni civili approvate molti lustri addietro, in un’epoca diversa, quando il riconoscimento di questi diritti sembrava un’utopia. Alcuni di questi Paesi hanno continuato sulla via del progresso ed hanno approvato i matrimoni same sex, ma altri non hanno ancora intrapreso questa strada. Questo ci fa capire come non ci sia un automatismo ed un’unica direzione nei percorsi, mentre è molto più importante la fase iniziale.<br />
Purtroppo la storia non si muove sempre in direzione del progresso. Oggi partiamo da un dato acquisito che è l’esistenza del matrimonio egualitario in numerosi Paesi ed è a questo che occorre ispirarsi.</p>
<p>Quindi che scenari futuri le paiono più plausibili?</p>
<p>Ho sentito le opinioni di chi pensa di poter partire da un testo sulle unioni civili estendendone poi gli effetti e le capacità di tutela fino a trasformarlo in un matrimonio, seppur con nome diverso, grazie al lavoro delle Corti nazionali ed europee.<br />
Io non sono così certa che si possa facilmente ottenere questo risultato. Riguardo alle Corti europee, spesso hanno dimostrato di non voler forzare troppo la mano ai singoli Paesi, limitandosi ad esercitare più una sorta di “moral suasion” anziché imporre decisioni vincolanti. Le Corti italiane, poi, anche in mancanza di una normativa hanno preferito lasciare prive di tutele le coppie pur di non scavalcare il legislatore; è palese che se ci fosse una norma, seppur non del tutto soddisfacente, avrebbero tutte le giustificazioni per evitare accuratamente di compiere balzi in avanti.<br />
L’esempio della Germania, a cui spesso si fa riferimento, è in questo caso lampante. La normativa sulle unioni civili, pur modificata dopo le precise e numerose indicazioni delle Corti nazionali, non è ancora sovrapponibile al matrimonio.<br />
Trovo davvero assurdo il ragionamento di chi afferma che senza una norma non sarebbe possibile chiedere tutele, mentre con una legge seppur minimale si aprirebbero le porte ai ricorsi. A parte il fatto che, se fosse confermato questo ipocrita approccio delle Corti, non si potrebbe certo fare affidamento sulle stesse in nessun modo, contraddice tale impostazione il recente esempio della Corte Suprema USA, laddove in mancanza di una legge generale ha stabilito che i diritti civili vanno tutelati subito ed appieno, senza attendere gli incerti esiti del Legislatore.</p>
<p>Il rischio, in alternativa, sarebbe però quello di continuare a rimanere senza tutele.</p>
<p>Momentaneamente senza tutele, ma pieni di speranza e di energia positiva utili per pretendere un cambiamento equo, giusto e rispettoso.<br />
Sono convinta che la propria dignità e la propria autostima valgano più di un’elemosina, qual è questa proposta che io considero irricevibile.</p>
<p>Si sente spesso dire che il vero problema sono le adozioni del figlio del partner.</p>
<p>Penso che la questione delle adozioni sia un falso problema.<br />
Sono convinta che sia stato un errore strategico, non so se voluto o meno, inserire esplicitamente questo tema parlando del matrimonio egualitario. Forse si pensava di dare più forza alle adozioni appoggiandole al matrimonio, ma il risultato è stato quello di indebolire entrambe le opzioni con il risultato che ci troviamo ora ad avere una forma di unioni civili al ribasso e la stepchild adoption (che non è un’adozione piena) con ipotesi di ulteriori peggioramenti verso strambe ipotesi di affidi rafforzati.<br />
A mio avviso non è stata una buona idea, anzi piuttosto egoistica, quella di tenere il matrimonio in ostaggio delle adozioni, senza peraltro avvedersi che si stanno creando “figli di un dio minore”, con meno diritti di chi accede all’adozione piena. Si sono messe davanti a tutto singole questioni di vita quotidiana familiare, svendendo i principi. La dignità in cambio di trenta denari.<br />
A ben pensare si rappresenta come innovativa una proposta che riporta indietro gli orologi a quando vi era distinzione tra figli legittimi e naturali.<br />
I temi sono distinti e andrebbero trattati in modo distinto. Le adozioni hanno già una loro specifica disciplina e li occorrerebbe lavorare, sempre nell’ottica di tutela del minore.<br />
Per inciso, parlando di figli e di adozioni, si palesano molteplici esigenze.<br />
Si potrebbe anzitutto analizzare la questione in termini di pretesa della filiazione come diritto soggettivo costitutivo della famiglia (di una delle tante modalità in cui si può determinare la famiglia); non so se questo punto di vista possa essere criticato in quanto foriero di replicare la famiglia eterosessuale, però merita senz’altro un’analisi.<br />
Vi può anche essere il desiderio del singolo ad avere un figlio, sia per dare continuità alla sua genealogia, sia a volte in un malinteso senso di “clonazione”, quasi un anelito di immortalità.<br />
Sono tutti temi interessanti e da analizzare, temi che però ci portano lontano dal matrimonio, fino a strade inesplorate che riguardano il futuro della società, a come si faranno i bambini e di chi saranno figli. Nuove forme e tecnologie di fecondità e di nascita, nuove modalità di interazione e crescita dei figli che disegneranno il futuro della società.<br />
Temi forse troppo complessi per una modesta proposta sulle unioni civili. Temi che intersecano altre discipline, dalle adozioni alla procreazione assistita.</p>
<p>Proprio sul tema della maternità surrogata si è levato un ampio dissenso trasversale.</p>
<p>Sì, senz’altro questo tema è stato cavalcato in modo strumentale.<br />
In Italia esiste già il divieto di ricorrere alla maternità surrogata. È pur vero che è un divieto facilmente aggirabile andando all’estero in Paesi dove questa pratica è legale. Questa è solo una delle tante questioni che ogni giorno ci propone la globalizzazione e l’apertura delle frontiere.<br />
Resta il fatto che quando il bambino nasce, siamo di fronte ad una nuova realtà che merita piena tutela. Diversa sarebbe la posizione dei genitori e lì si potrebbero prevedere forme di disincentivo e sanzioni. È chiaro che in questa prospettiva la questione si trasformerebbe in un boomerang per le coppie gay desiderose di avere figli.<br />
In aggiunta vale dire che questo fenomeno merita un approfondimento serio, perché coinvolge il corpo e la libertà delle donne. Occorre far sì che sia sempre tutelata la libertà di scelta di chi decide di donare il proprio corpo; servono forme di garanzia non solo per evitare situazioni di vero e proprio sfruttamento e riduzione in schiavitù, ma occorre anche essere certi che la donna non sia spinta da considerazioni puramente economiche.<br />
Si potrebbe pensare pertanto a forme di co-responsabilizzazione della madre surrogata, fors’anche studiate a livello internazionale, in modo da limitare l’offerta di tale pratica solo a chi veramente desidera farlo per spirito altruistico.</p>
<p>Quindi, secondo lei, sul tavolo della discussione dovrebbe rimanere semplicemente il tema delle unioni civili privato del riferimento alla cosiddetta “stepchild adoption”, essendo escluso il matrimonio per problemi di costituzionalità?</p>
<p>Sì, come detto in questa prima fase io avrei tralasciato il tema dei figli, atteso che le coppie esistenti possono già trovare una buona tutela presso le Corti ordinarie.<br />
Riguardo ai presunti problemi di costituzionalità, anche qui penso si tratti di un falso problema.<br />
In realtà sarebbe ben possibile per il Parlamento modificare il codice civile e, se proprio si ritenesse (ma non se ne vede la necessità), anche la Costituzione.<br />
La verità è che manca la volontà politica di fare questo passo e si sta semplicemente cercando di dare un contentino risicato da poter poi spendere politicamente; al contempo l’obiettivo è rispondere ai pur blandi rilievi della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo offrendo davvero il “minimo sindacale”.</p>
<p>Come giudica il dibattito che si è sviluppato su questa questione?</p>
<p>Il dibattito è stato davvero intenso ed ha offerto spunti interessanti. Di sicuro non si era mai arrivati a tal punto nella società italiana e spero di aver potuto offrire anch’io un piccolo contributo positivo.<br />
Questa tensione mediatica ha però messo in luce tutti i limiti ed i difetti della politica e della società italiana.<br />
Quello che si è visto è stata davvero la manifestazione di un enorme regresso culturale e, penso, anche morale. Si è manifestata l’assenza di contenuti positivi, di spirito critico, di capacità di analisi e confronto.<br />
Si è reso palese l’arroccamento su posizioni ideologiche, forse neppure interiormente del tutto condivise, magari al solo fine di trarne un piccolo beneficio in campo politico. Più che un sano conservatorismo, una politica della propria poltrona, insomma.<br />
In questo sfacelo mi è sembrato di poter cogliere gli effetti di un certo tipo di multiculturalismo. Questo termine spesso evoca scontri tra culture inconciliabili del Nord e del Sud del mondo; qui invece vediamo lo scontro tra una morale cattolica, paladina dell’obiezione di coscienza, ed una cultura laica e razionale, aperta al confronto. In mezzo c’è purtroppo anche la posizione di chi, indifferente agli interessi della società, segue la convenienza.<br />
Mi pare di poter affermare che abbiamo la prova dell’inconciliabilità degli approcci; il tutto viene purtroppo complicato dal pragmatico ed amorale atteggiamento dell’opportunismo politico. Manca una visione inclusiva orientata alla tutela delle minoranze.</p>
<p>Come si potrebbe uscire da questo stallo? Quale sarà il destino di questa proposta?</p>
<p>Davvero non lo so, ma non sono soddisfatta.<br />
Sinceramente spero che la legge non venga approvata, perché fino a che non sarà riconosciuta pari dignità in ragione del sesso, come dice l’articolo 3 della nostra Costituzione, vorrà dire che in Italia vi è ancora discriminazione, una discriminazione che trova appigli e giustificazione nella religione.<br />
Solo il matrimonio egualitario è la soluzione giusta.<br />
Guardando al modo di agire della politica, mi sono convinta che su certe questioni occorrerebbe davvero un giudizio superiore di razionalità. Le proposte dovrebbero passare un vaglio di consistenza logica e le obiezioni e le modifiche dovrebbero essere motivate e valutate razionalmente. Solo così si potrebbero evitare compromessi mossi da pregiudizi e corruzione.</p>
<p>Non per insistere, ma in coscienza ci può confermare che la sua contrarietà a questa proposta non sia motivata dal fatto che lei e sua moglie siete le uniche persone in Italia che subirebbero una “diminutio” di diritti a seguito dell’approvazione di questa legge? Può garantire che la sua contrarietà non sia motivata da un calcolo personale?</p>
<p>In tutta sincerità, è logico che non mi possa piacere questa proposta perché vedrei svanire il mio matrimonio dopo anni di vittoriose battaglie; mi pare però di aver dimostrato di non temere di affrontare battaglie di civiltà senza guardare all’interesse personale.<br />
È vero che io lotto in primis per il mio matrimonio, come ho sempre fatto, ma la mia critica, come ho cercato di spiegare, non è motivata da ragioni personali (per me, in fondo, è sempre aperta la via dei tribunali italiani ed europei), bensì dalla consapevolezza che una norma come quella oggi sul tavolo può portare solo ad un arretramento di quella che è la collocazione delle persone LGBTI nell’ambito della società civile.<br />
Come detto, il mio unico timore è quello di veder bruciare le speranze future di riscatto a causa dell’insipienza e della vanità di pochi.</p>
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		<title>Alessandra e Alessandra: ancora unite in matrimonio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2015 04:15:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;E&#8217; stata una grande soddisfazione, ci abbiamo sempre creduto. E&#8217; una gioia che ci ricompensa di tante sofferenze&#8221;, fatica a nascondere l&#8217;entusiasmo Alessandra Bernaroli, dopo la decisione della Cassazione secondo cui &#8220;rimane valido il&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;E&#8217; stata una grande soddisfazione, ci abbiamo sempre<br />
creduto. E&#8217; una gioia che ci ricompensa di tante sofferenze&#8221;,<br />
fatica a nascondere l&#8217;entusiasmo Alessandra Bernaroli, dopo la<br />
decisione della Cassazione secondo cui &#8220;rimane valido il<br />
matrimonio di una coppia eterosessuale anche nel caso in cui uno dei<br />
due coniugi cambi la sua identità sessuale&#8221;.&#8221;Questa<br />
sentenza è molto importante &#8211; spiega Bernaroli &#8211; perché di fronte<br />
alla politica che in questo Paese spesso non decide, sceglie solo di<br />
rimandare, dimostra invece il coraggio dei giudici di affermare la<br />
dignità e i diritti di tutte le persone. Mi ha fatto piacere &#8211;<br />
sottolinea &#8211; che la notizia sia arrivata proprio il 21 aprile, una<br />
data molto importante qua a Bologna: la ricorrenza della<br />
&#8216;liberazione&#8217;”, queste alla TV svizzera della protagonista di<br />
questa vicenda dopo la recente decisione della Cassazione, in attesa<br />
che il Parlamento affronti questi casi.</p>
<p> La vicenda è stata seguita con interesse dall&#8217;Associazione per i<br />
Diritti Umani. Vi proponiamo la nostra intervista ad Alessandra<br />
Bernaroli.</p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Può<br />
raccontarci, brevemente, la sua storia?</b></div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Io<br />
e mia moglie ci siamo conosciute nel lontano 1995. Dopo dieci anni di<br />
fidanzamento, nel 2005, abbiamo deciso di coronare la nostra unione<br />
famigliare sposandoci in chiesa, nel comune di Finale Emilia (MO),<br />
dove risiedevo con i miei genitori. Dopo il matrimonio ha preso corpo<br />
in me, aiutata dalla vicinanza di mia moglie, la presa di coscienza<br />
di essere una persona transessuale e, dopo aver pensato, parlato e<br />
meditato molto tra di noi sulla questione, ho intrapreso il percorso<br />
che mi ha portato a sottopormi ad una serie di importanti,<br />
difficoltosi e pesanti interventi chirurgici in giro per il mondo<br />
(USA, Thailandia, Spagna) fino ad approdare, nella seconda metà del<br />
2009, alla rettifica anagrafica di nome e sesso sul certificato di<br />
nascita e sui documenti.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ritengo<br />
importante sottolineare che mia moglie in tutti questi anni mi ha<br />
sempre sostenuta ed appoggiata, sforzandosi di comprendere questo mio<br />
bisogno di cambiamento e di mantenere unita la nostra famiglia<br />
nonostante il suo grande e comprensibile sconcerto e smarrimento<br />
iniziali. Certamente dopo tanti anni passati assieme non è stato<br />
semplice per mia moglie capire, ma grazie alla profonda conoscenza<br />
che ci legava ed alla sua cultura profondamente radicata nella<br />
religione cattolica ha trovato nell’amore e nella fede la forza per<br />
sostenermi, credendo fino in fondo nell’importanza del vincolo<br />
famigliare.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
I<br />
problemi al nostro matrimonio, problemi derivanti dalla burocrazia,<br />
sono subentrati subito dopo la sentenza di rettificazione dei dati<br />
anagrafici: infatti la sentenza che ordinava questa variazione<br />
all’ufficiale di stato civile, non faceva alcun cenno al nostro<br />
vincolo matrimoniale.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Così,<br />
quando mi sono recata all’anagrafe di Bologna per ritirare il nuovo<br />
documento di identità con il nome variato al femminile, ci si è<br />
trovati di fronte ad un caso mai visto prima nel nostro Paese: una<br />
moglie che nonostante il cambio di sesso da parte del proprio marito<br />
non aveva mai chiesto il divorzio.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
tribunale di Bologna, autore della sentenza “di cambio nome”, non<br />
avendo sciolto il vincolo ha creato i presupposti per l’avventura<br />
giudiziaria che ci ha fin qui visto protagoniste, prima in<br />
Cassazione, poi avanti la Corte Costituzionale ed ora in riassunzione<br />
ancora presso la Cassazione, probabilmente il prossimo anno.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
cercare di chiarire in sintesi il punto della questione, il problema<br />
nasce anzitutto dall’approssimativa tecnica di redazione della<br />
legge fondamentale sul transessualismo, che è la legge 164 del 1982.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questa<br />
legge, passata al vaglio della Consulta nel 1985 (sentenza 161) e pur<br />
novellata nel 1987 (d.lgs. 74) specificamente per dirimere la<br />
questione sull’eventuale matrimonio preesistente della persona che<br />
si sottoponeva a rettificazione anagrafica, ha fallito nell’intento<br />
lasciando un margine di ambiguità interpretativa che di fronte al<br />
nostro caso, il primo verificatosi ben 27 anni dopo la sua<br />
promulgazione (trattasi evidentemente di situazioni che, per la loro<br />
complessità, non si presentano con molta frequenza, come dimostra<br />
anche l’esperienza delle altre nazioni estere), è stato usato<br />
contro l’unità della nostra famiglia.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
legge 164, riferendosi al matrimonio preesistente, dice che la<br />
sentenza di rettificazione “provoca” (ora “determina” dopo la<br />
novella del d.lgs. 150/2011) lo scioglimento del matrimonio o la<br />
cessazione degli effetti civili. Rimanda alla legge sul divorzio per<br />
l’applicazione di quanto disposto.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Orbene<br />
fino all’emergere del nostro caso la dottrina non aveva forse<br />
approfondito a dovere questo punto. Già il fatto che la sentenza di<br />
rettificazione anagrafica potesse “provocare” di per se stessa lo<br />
scioglimento, in “automatico”, non era condiviso da tutti.<br />
Dirimente sulla sussistenza del vincolo pareva il rimando alle<br />
disposizioni sul divorzio (legge 898 del 1970), ove è noto che per<br />
ottenere il divorzio occorrono una pronuncia del giudice e la volontà<br />
di almeno uno dei coniugi, tutti elementi assenti nel nostro caso.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Posta<br />
di fronte al caso concreto, spaventata forse dal pericolo di chissà<br />
quale turbamento dell’ordine costituito che il pacifico prosieguo<br />
del nostro vincolo coniugale avrebbe potuto comportare, la pubblica<br />
amministrazione locale, dove aver chiesto ufficiale parere alla<br />
burocrazia ministeriale, ha posto in calce all’atto di matrimonio<br />
un’annotazione di scioglimento: uno scioglimento d’ufficio, cosa<br />
mai vista prima d’ora.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
fondo, come è stato detto, una morte civile per i due coniugi,<br />
sottolineata anche dal certificato di stato civile “non<br />
documentato” rilasciatomi dal comune di Bologna in quei tristi<br />
giorni, certificato che ancora conservo quale raro cimelio di<br />
ostracismo sociale.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Lì<br />
abbiamo scoperto dell’abuso perpetrato nei nostri confronti;<br />
infatti l’autorità comunale neppure si era degnata di informarci<br />
di una così grave determinazione perpetrata ai nostri danni.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Dopo<br />
un primo momento di sconforto e grande difficoltà, siamo riuscite a<br />
trovare il supporto e l’appoggio dell’associazione di promozione<br />
sociale “Rete Lenford – Avvocatura per i diritti LGBTI”,<br />
(www.retelenford.it)?utm_source=rss&utm_medium=rss di cui sono anche divenuta aderente, che ci ha<br />
consentito di intraprendere la via giudiziaria per tutelare il nostro<br />
matrimonio.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
primo grado il Tribunale di Modena, nel 2010, ha accolto il nostro<br />
ricorso disponendo la cancellazione dell’annotazione di<br />
scioglimento, riconoscendo quindi piena validità al nostro<br />
matrimonio. Il Ministero dell’Interno ha fatto ricorso e in Corte<br />
d’appello il tribunale di Bologna, nel 2011, ha ribaltato la<br />
decisione precedente, sostenendo che il matrimonio in Italia può<br />
essere solo tra uomo e donna. Abbiamo proposto ricorso in Cassazione<br />
la quale a giugno 2013 con l’ordinanza 14329 ha sollevato una<br />
questione d’incostituzionalità in relazione allo scioglimento<br />
automatico del nostro matrimonio, rinviando la questione alla<br />
Consulta che nel giugno 2014 ha pronunciato la sentenza 170 che ha<br />
dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli 2 e 4<br />
della legge 164/1982 nella parte in cui non prevedono la possibilità<br />
di mantenere in vita un rapporto di coppia</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ora,<br />
come detto, attendiamo il giudizio (che si spera definitivo) della<br />
Corte di Cassazione.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Come<br />
hanno reagito, i suoi familiari, di fronte al suo cambiamento e come<br />
si è svolto il percorso che avete affrontato insieme?</b></p>
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
A<br />
dire il vero, essendo la mia famiglia molto aderente ai valori<br />
cattolici, temevo molto la reazione dei miei genitori ed ho atteso il<br />
più a lungo possibile prima di renderli partecipi di questa mia<br />
condizione transessuale. Ricordo il giorno in cui confessai loro la<br />
questione, accompagnata da mia moglie, è stata una giornata di<br />
grande tensione.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
loro reazione iniziale fu di comprensibile stupore ed incredulità.<br />
Nei mesi seguenti faticarono a capacitarsi del fatto e tentarono<br />
(giustamente) di farmi riflettere su quanto stavo ponendo in essere;<br />
le riflessioni però, erano già state fatte e la problematica<br />
attentamente vagliata e pertanto non c’era modo di farmi desistere.<br />
Provarono anche a propormi terapie psicologiche “riparative”, su<br />
evidente suggerimento di qualche conoscente di “eterodossia<br />
integralista”, ma grazie alle mie spiegazioni ed al fondamentale<br />
sostegno di mia moglie, alla fine compresero la situazione.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Adesso,<br />
a distanza di tempo, hanno accettato la situazione e certamente non<br />
mi hanno rifiutata, come purtroppo ancor oggi accade a molte persone<br />
nella mia condizione che si vedono tagliare tutti i ponti da genitori<br />
e familiari.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Penso<br />
che una ragione di questo rifiuto, oltre all’immagine stereotipata<br />
e negativa che grava sulle persone transessuali, sia anche il timore<br />
del giudizio delle persone e, in generale, della società.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
percorso di cambiamento, alla fine, l’ho compiuto assieme a mia<br />
moglie ed anche grazie a lei, che mi è stata sempre vicina e mi ha<br />
curata ed accudita con amore, anche durante i numerosi e pesanti<br />
interventi chirurgici a cui mi sono sottoposta nel corso degli anni<br />
in vari Paesi esteri.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>In<br />
questi ultimi tempi si sente spesso parlare di omofobia e transfobia,<br />
può darci la sua opinione su questo tema?</b></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Va<br />
detto anzitutto che omofobia e transfobia sono due fenomeni molto<br />
differenti in sé, in quanto il primo è afferente al sesso ed<br />
all’orientamento sessuale con il conseguente portato del paradigma<br />
eterosessuale quale fondamento della società; questo paradigma, cioè<br />
che gli uomini e le donne provino attrazione sessuale solo per il<br />
sesso opposto, è l’ostacolo teorico principale alla realizzazione<br />
del matrimonio egualitario in Italia.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
transfobia, invece, attiene al concetto di genere, di ruolo di genere<br />
e della sua espressione; da questo concetto discende il modello<br />
“genderista” di organizzazione della società, nella quale i due<br />
generi, maschile e femminile (generi fondati sul sesso alla nascita)<br />
implicano un insieme ben distinto e separato di compiti e ruoli<br />
all’interno dell’organizzazione sociale e familiare. Questi ruoli<br />
sono funzionali anche all’organizzazione del potere, essendo ruoli<br />
già determinati, prescritti e soprattutto non intercambiabili.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Su<br />
questo si fonda il potere della società moderna: sul modello<br />
maschile che si declina in varie forme di dominio (maschilismo)<br />
sull’altro genere e si poggia su di un modello sociale fondato su<br />
dogmi non discutibili: in questo senso la religione può essere un<br />
valido alleato al conservatorismo sociale.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
questo contesto genderista la liberazione dei generi e delle “forme<br />
umane” non eterodosse, non aderenti al paradigma maschile, può<br />
avvenire (ed è in parte avvenuta) solo con percorsi di<br />
emancipazione. Tali percorsi si declinano come tentativi di<br />
imitazione del genere dominante, copiandone i modelli di ruolo ed<br />
azione, nel tentativo di conformarsi ad essi.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
conformismo diviene quindi il sottostante dell’azione di<br />
emancipazione; tale conformismo si esplica però su modelli di base<br />
differenti da quello dominante e pertanto non potrà mai assurgere<br />
alla stessa magnitudo di grandezza.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ecco<br />
quindi che l’emancipazione mostra la sua vera natura e diviene<br />
limite alla libertà ed all’autodeterminazione dei singoli<br />
individui che non possono esprimere liberamente né le proprie intime<br />
inclinazioni né il loro profondo essere, la loro identità.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Oltre<br />
a questo l’emancipazione rappresenta anche un limite allo sviluppo<br />
sociale, in quanto impedisce l’esplicarsi di nuovi modelli di<br />
società, di relazioni di potere, che potrebbero essere utili a<br />
superare i limiti dell’impostazione attuale che da una società che<br />
si serve per le relazioni economiche dell’economia di mercato, sta<br />
pericolosamente declinando in una società di mercato che rischi di<br />
spazzare via ogni speranza identitaria rapportando qualunque istanza<br />
ad un valore ed utilità economica immediata, liberandosi però<br />
immediatamente di chi o cosa non possa più dare un profitto, inteso<br />
come valore puramente economico e non, come sarebbe più utile, un<br />
valore olistico ambientale, sociale, di benessere complessivo e<br />
sostenibilità globale.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Da<br />
queste brevi considerazioni si vede come i temi del transessualismo,<br />
considerato come caso particolare dell’intersessualismo, sono assai<br />
più ampi e variegati dell’ambito relativo alle questioni gay e<br />
lesbica, di cui in effetti rappresentano un sovrainsieme inclusivo e<br />
ben più ampio. Da qui discende anche, a mio avviso, l’errore<br />
“politico” di porre la questione transessuale sempre in coda ed a<br />
latere ai temi “lgb”, dai quali dovrebbe essere considerata<br />
separatamente, sia perché richiama istanze aggiuntive e differenti,<br />
sia perché il fatto di ricomprenderla nelle rivendicazioni<br />
omosessuali ne limita la portata rivoluzionaria.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Chiarito<br />
il significato di questi termini, si rileva che in Italia manca una<br />
legislazione penale antidiscriminazione che contempli l&#8217;omofobia e la<br />
transfobia: qual è la sua opinione in merito?</b>
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Si<br />
è vero, in Italia è assente ad oggi una legislazione che contempli<br />
l’omofobia e la transfobia.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
questa legislatura ci sono state proposte interessanti sulla<br />
questione, una in particolare elaborata dalla “Rete Lenford” che,<br />
ricordo, è stata protagonista in questi ultimi anni di<br />
importantissime battaglie giuridiche nell’ambito dei diritti<br />
“lgbti” che hanno portato a sentenze storiche, vere pietre<br />
miliari nel percorso di sviluppo sociale italiano.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
punto centrale è anzitutto stabilire se omofobia e transfobia<br />
debbano essere considerate fattispecie di reato autonome oppure<br />
aggravanti di altri reati, come è ad esempio il considerare più<br />
grave un’aggressione se è stata determinata da motivi di<br />
transfobia.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Io<br />
ritengo che la collocazione più adeguata sia quella di aggravanti,<br />
in quanto diverrebbe arduo definire chiaramente il perimetro di un<br />
reato autonomo, ma ancor più tale inquadramento si configurerebbe<br />
come un pericoloso tentativo di limitare e condizionare la libertà<br />
di pensiero, cosa che non deve avvenire mai. È giusto punire i<br />
reati, non eseguire condizionamenti del pensiero. Educare il pensiero<br />
e non impedirne il libero esplicarsi. Il punto fermo deve essere la<br />
puntuale e severa punizione e repressione del reato.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Stabilito<br />
questo, resta un problema importante: il rapporto tra varie categorie<br />
di libertà tutelate dalla nostra Costituzione.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Provo<br />
a chiarire meglio: sappiamo che la nostra Carta stabilisce un<br />
principio di eguaglianza in relazione, ad esempio, a razza, sesso,<br />
opinioni politiche, religione.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questa<br />
è una cosa molto buona e giusta, sicuramente; a distanza di tanti<br />
anni dalla statuizione di questi principi, però, occorre chiedersi<br />
se tali categorie giacciano tutte sullo stesso piano o meno.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
percorso di formazione della proposta costituzionale, dopo i<br />
terribili anni della seconda guerra mondiale, nell’includere<br />
elementi di opinione soggettiva (politica e religiosa) tenne<br />
doverosamente in conto l’esperienza delle dittature e delle leggi<br />
razziali, dove anche la libertà religiosa fu oggetto di limitazione<br />
e persecuzione.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Oggi<br />
però e altrettanto doveroso chiederci se un’opinione religiosa, di<br />
una gerarchia religiosa, possa essere lasciata libera di confliggere<br />
e dare contro a condizioni umane che si presentano in natura e sono<br />
parte dell’essenza stessa degli individui.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
altri termini: può un’opinione fondata su presunti “dogmi” che<br />
non ammettono discussione né falsificazione scientifica negare e<br />
combattere aspetti dell’essere umano che sono naturali e legittimi<br />
caratteri dell’individuo?
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
risposta, in tutta evidenza, è no!</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ne<br />
consegue pertanto che la libertà religiosa, anche di espressione<br />
religiosa, deve trovare un limite invalicabile nelle tutele degli<br />
aspetti di cui stiamo discutendo, omosessualità e transessualismo.<br />
Prima le persone e poi la loro libertà di espressione e<br />
manifestazione, politica o religiosa che sia.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Tenendo<br />
conto di quanto detto possiamo quindi dare una valutazione non del<br />
tutto positiva della proposta di legge sull’omofobia approvata<br />
dalla Camera in questa legislatura e di cui da molti mesi si sono<br />
perse le tracce: una proposta che mirava ad incidere su aspetti<br />
penali lasciando aperta la possibilità di una non meglio definita<br />
libertà di pensiero alle organizzazioni religiose.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Francamente<br />
spero che questa proposta non prosegua oltre e, a dire il vero, mi<br />
sembrerebbe strano che la variegata maggioranza dell’attuale<br />
Governo possa approvare qualcosa di positivo su questi temi. Se ce ne<br />
fosse necessità, basti pensare alla proposta di una legge sulle<br />
unioni registrate, quando è evidente che una siffatta legge non<br />
farebbe altro che discriminare le persone omosessuali relegandole al<br />
ruolo di persone a cittadinanza limitata, simili, ma non uguali alle<br />
persone che aderiscono al modello eterosessuale nonostante i<br />
presupposti (quello di avere a fianco un’altra persona con cui<br />
condividere la vita) siano i medesimi.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
conclusione, penso che quello che serva contro l’omofobia e la<br />
transfobia sia anzitutto una modifica costituzionale nel senso<br />
indicato prima; inoltre occorre rivolgere l’attenzione al ruolo<br />
della cultura e dell’educazione sociale, lì dove le associazioni<br />
“lgbti” dovrebbero focalizzare il loro agire, in modo da far<br />
comprendere alle persone che il mondo non è solo in bianco e nero,<br />
ma a colori, e che è importante rispettare la dignità delle<br />
persone.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Fatto<br />
questo ecco che una legge su omofobia e transfobia sarebbe il<br />
corretto strumento per punire gli eccessi.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Parlando<br />
ancora dei temi relativi ad omofobia e transfobia, entriamo più<br />
nello specifico sugli aspetti della discriminazione: in quali<br />
settori, a suo parere, sono più frequenti? Lei ha vissuto episodi di<br />
discriminazione?</b></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Parlando<br />
di discriminazione occorre, a mio avviso, distinguere anzitutto tra<br />
episodi diretti e conclamati rispetto a manifestazioni e<br />
atteggiamenti discriminatori più sfumati e sottili, che potremmo<br />
definire di discriminazione indiretta.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Mi<br />
pare di poter affermare che in Italia, ad oggi, gli episodi di<br />
violenza diretta e conclamata purtroppo si presentino con una certa<br />
frequenza e visibilità. Basti pensare all’atteggiamento di alcuni<br />
esponenti politici sia a livello locale, sia nazionale che proclamano<br />
a chiare lettere quello che altro non è che odio (non è chiaro se<br />
atavico o strumentale a fini politici) contro le persone “lgbti”;<br />
per non parlare di istituzioni religiose e non solo cattoliche, cosi<br />
come importanti esponenti del mondo sportivo, ad esempio.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Queste<br />
esternazioni, mai punite e non sufficientemente stigmatizzate dalle<br />
componenti “sane” della società, sono non soltanto gravemente<br />
offensive, ma rappresentano un modello negativo per potenziali nuove<br />
e maggiori discriminazioni. Il rischio è quello di passare dai<br />
discorsi d’odio ad azioni violente.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
effetti, questi episodi sono del tutto assimilabili al razzismo, come<br />
ha anche stabilito una risoluzione del Parlamento europeo di qualche<br />
anno addietro.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Nel<br />
mondo del lavoro queste forme di discriminazione diretta e grave sono<br />
senz’altro meno presenti e forse il merito, stante il negativo<br />
humus culturale cennato, va riconosciuto alle specifiche norme<br />
antidiscriminatorie che derivano dal recepimento di direttive europee<br />
(legge 216/2003 più volte novellata) che costituiscono certamente un<br />
argine a questi negativi atteggiamenti.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Una<br />
particolare protezione viene offerta anche dallo “Statuto dei<br />
lavoratori”, con la previsione specifica del divieto di<br />
licenziamenti antidiscriminatori (art.15 l.300/1970) nei quali sono<br />
ricomprese anche le questioni “lgbti”.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Riguardo<br />
alle discriminazioni indirette, temo che si presentino con grande<br />
frequenza e rendano di fatto improbabile l’ingresso nel mondo del<br />
lavoro di persone di cui sia evidente o noto il loro status di<br />
persona transessuale od ex transessuale; come se non bastasse, a<br />
questo stato di cose dobbiamo tener conto degli effetti della grave<br />
crisi di questi anni che rende arduo l’ingresso nel mondo del<br />
lavoro alla maggior parte delle persone, per cui gli spazi per le<br />
persone transessuali di fatto si azzerano.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Voglio<br />
sottolineare che ho parlato sin qui di discriminazioni indirette<br />
utilizzando questo termine non nel senso proprio della normativa,<br />
bensì avendo a mente quelle situazioni concrete in cui non verrà<br />
mai dichiarato chiaramente che la mancata assunzione è conseguenza<br />
della condizione transessuale, ma non è certo difficile per il<br />
datore di lavoro trovare una qualsiasi altra motivazione alla mancata<br />
assunzione che peraltro non ha, a rigore, necessità di<br />
giustificazione alcuna.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Parlando<br />
invece di situazioni relative a persone transessuali già presenti<br />
nel mondo del lavoro, qui è spesso probabile che si verifichino<br />
episodi di mobbing, molestie e progressiva marginalizzazione sia<br />
nelle mansioni sia nelle relazioni sociali interne all’impresa, con<br />
l’obiettivo di spingere al licenziamento la persona divenuta<br />
“indesiderata”.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
situazione migliore, a ben vedere, è quella delle persone che hanno<br />
un lavoro autonomo o esercitano libere professioni, in quanto<br />
maggiore è la possibilità di far valere il loro “saper fare” e<br />
quindi di mantenere le relazioni di lavoro anche dopo il percorso di<br />
cambiamento.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Certo,<br />
sarebbe utile ed interessante parlare avendo a disposizione dati<br />
reali, ma da una parte il numero delle persone transessuali<br />
stabilmente inserite in contesti lavorativi non è molto elevato e<br />
d’altro canto ad oggi non sono disponibili ricerche significative<br />
sul tema. Un esempio importante in tal senso è rappresentato dalla<br />
ricerca “Io sono io lavoro” eseguita nel 2011 da Arcigay con il<br />
contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sulla<br />
discriminazione nel mondo del lavoro nei confronti delle persone<br />
omosessuali e transessuali.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
A<br />
proposito di questi studi, va segnalata l’importante possibilità<br />
che offre la normativa antidiscriminatoria vigente di poter<br />
utilizzare dati statistici a supporto delle azioni che chiamano in<br />
causa la discriminazione (art.4 decreto 216/2003).</p>
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Parlando<br />
di discriminazioni sul luogo di lavoro va detto che una leva<br />
importante per migliorare la condizione delle persone transessuali è<br />
rappresentata da un approccio manageriale alla gestione delle<br />
diversità in azienda, il cosiddetto “diversity management”,<br />
focalizzato in particolare sulle persone “lgbti”.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
Italia questo è un tema ancora poco conosciuto e le aziende<br />
rischiano di perdere un’importante occasione per valorizzare e<br />
trattenere a sé le potenzialità rappresentate da queste persone,<br />
mentre nel mondo anglosassone questi temi sono già ampiamente<br />
entrati nelle policy aziendali, sia delle imprese che operano in<br />
ambito nazionale sia nelle multinazionali che provano a declinare<br />
questi temi anche in Paesi dove il discorso sociale non è ancora<br />
sviluppato, potendo a volte costituire un positivo agente di<br />
cambiamento.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Non<br />
va sottovalutato il fatto che queste leve aziendali possono<br />
costituire un potente fattore distintivo di promozione del “brand”<br />
istituzionale anche in un’ottica di “corporate social<br />
responsibility”.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
quanto mi riguarda, sono attiva sui temi della diversità “lgbti”<br />
quale componente del team di “Parks” (www.parksdiversity.eu),?utm_source=rss&utm_medium=rss<br />
un’associazione no-profit che raggruppa importanti imprese italiane<br />
(e filiali di multinazionali) che sono attente e desiderano<br />
impegnarsi su questi temi.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Tornando<br />
a volgere lo sguardo al campo sociale, mi pare di poter affermare che<br />
le persone transessuali non abbiano ancora raggiunto la pari dignità<br />
e siano ancora in attesa di poter trovare adeguata rappresentanza nei<br />
movimenti politici e nelle assisi rappresentative.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Al<br />
di là di rari ed estemporanei esempi a livello locale, ancora<br />
mancano personalità di rilievo nella politica nazionale; una grande<br />
occasione mancata fu, nella XV legislatura, l’elezione al<br />
Parlamento di una persona in rappresentanza dei temi del<br />
transessualismo che non era neppure transessuale in senso stretto,<br />
bensì, come amava definirsi “transgender”, nei fatti<br />
rappresentante del mondo omosessuale. Tengo a precisare che non sto<br />
dicendo che questa persona non abbia lavorato bene, semplicemente<br />
avrei preferito che il discorso politico si fosse focalizzato sui<br />
temi del riconoscimento concreto piuttosto che sull’affermazione<br />
acritica di principi vaghi.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Purtroppo<br />
anche in campo economico e scientifico la società italiana ben si<br />
guarda dal valorizzare le rare figure presenti; lunga è ancora la<br />
strada per la valorizzazione e la promozione sociale della questione<br />
transessuale.</p>
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
quanto mi riguarda, anch’io purtroppo ho dovuto confrontarmi con la<br />
discriminazione sul luogo di lavoro.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Consapevole<br />
della difficoltà che le persone potevano (e possono) avere<br />
nell’approcciarsi e nel comprendere la questione transessuale,<br />
durante il mio percorso di cambiamento in azienda non ho mai preteso<br />
di imporre acriticamente il mio passaggio agli altri colleghi di<br />
lavoro, ma ho sempre cercato di anticipare l’insorgere di problemi<br />
e domande parlando dei temi “lgbti” e del transessualismo in<br />
particolare ad ogni occasione, anche prendendo spunto da fatti di<br />
cronaca, cercando di stimolare domande ed orientare la visione delle<br />
questioni.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Nonostante<br />
il mio percorso di transizione sia stato molto graduale e molto<br />
“attento”, nel senso detto prima, questo non è stato<br />
sufficiente: purtroppo il responsabile dell’ufficio dove lavoravo<br />
al tempo non è stato in grado di accettare e comprendere la mia<br />
condizione ed ha intrapreso nei miei confronti una campagna<br />
vessatoria fatta di battute allusive, di tentativi di sminuire il mio<br />
lavoro, di affidarmi lavori via via più marginali ed inventare<br />
problemi inesistenti, sollevando questioni percettive e caratteriali,<br />
non riuscendo a contestare concrete mancanze lavorative.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ai<br />
tempi avevo anche intrapreso attività sindacale in azienda, seppur<br />
marginale, e pertanto riuscivo a difendermi da queste che erano vere<br />
e proprie molestie, ma giorno dopo giorno la situazione, nonostante i<br />
miei tentativi, anziché migliorare andava peggiorando e così, dopo<br />
averne parlato con la direzione del personale, la soluzione che<br />
stabilirono fu quella di spostarmi ad altro ufficio.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questa<br />
soluzione risolse in un attimo il problema; certo mi chiesi allora e<br />
a distanza di tanti anni ancor oggi mi chiedo se sia stato corretto<br />
da parte aziendale il non prendere una posizione ufficiale e pubblica<br />
su questa questione. Il fatto di non punire in maniera netta ed<br />
evidente anche al resto del personale questi atteggiamenti,<br />
purtroppo, al di là di quello che possa o non possa prevedere il<br />
codice deontologico o quello disciplinare, fa sì che l’immagine<br />
del carnefice ne esca rafforzata in quanto, alla fin fine, la vittima<br />
della discriminazione è stata comunque sollevata dal suo incarico e<br />
spostata dal proprio ruolo, mentre l’autore del mobbing è rimasto<br />
dov’era senza aver subito, quantomeno in apparenza (ed è questo<br />
che conta agli occhi altrui) alcuna punizione. La deduzione che ne<br />
può conseguire è che se un determinato comportamento non viene<br />
punito, non è sbagliato.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
altra ottica, parlando con un approccio sindacale a quella che, in<br />
generale, è la gestione del personale aziendale, sarebbe corretto<br />
chiedersi se una persona che non tollera le diversità in azienda può<br />
gestire al meglio i propri collaboratori; se chi ha atteggiamenti<br />
maschilisti può davvero valorizzare e far rendere al massimo le<br />
risorse aziendali che ha a disposizione. Forse, e dico forse, se<br />
fossimo di fronte a conclamati casi di persone con una superiore<br />
specializzazione tecnica o scientifica si potrebbero fare valutazioni<br />
di un certo tipo, per quanto opinabili, ma parlando in generale il<br />
dubbio è forte!
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
fare un altro esempio sul tema, sempre in ottica generale, se la<br />
persona oggetto di discriminazione fosse sì trasferita ma promossa<br />
ad un incarico superiore, allora il discorso cambierebbe, ma ancora<br />
non sarebbe una soluzione corretta, a mio avviso: le promozioni<br />
dovrebbero seguire il merito e non essere una contropartita a<br />
tacitazione.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Sia<br />
come sia, tornando al mio caso, quello che ho potuto verificare è<br />
stato il mancato supporto dei colleghi durante il periodo in cui<br />
subivo discriminazioni: per meglio dire, in privato mi consolavano ed<br />
erano dalla mia parte, ma davanti al responsabile non avevano<br />
reazioni. Certo, questo è comprensibile in una struttura gerarchica<br />
aziendale dove nessuno si può permettere di perdere il posto di<br />
lavoro mettendosi contro i superiori.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Meno<br />
comprensibile è stato però l’atteggiamento di chi è arrivato a<br />
criticarmi poiché cercavo di difendermi dagli attacchi: addirittura<br />
qualcuno avrebbe detto che non era corretto che io mi ponessi in<br />
contrasto con chi, in fondo, era il mio superiore gerarchico; avrei<br />
dovuto rispettare i ruoli e subire in silenzio.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Trovo<br />
questi atteggiamenti molto tristi e rappresentativi di schemi di<br />
pensiero volti ad atteggiamenti se non servili quantomeno<br />
rappresentativi di grande omologazione e limitatezza di vedute.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Purtroppo<br />
mi è capitato spesso di incontrare persone di tal fatta,<br />
specialmente in ambito sindacale: a parole convintamente a favore dei<br />
diritti e del progresso civile, ma di fronte al caso concreto muti ed<br />
inermi.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Ci<br />
ha accennato prima della sua esperienza sindacale: è stata utile per<br />
affermare il suo status e portare un discorso di cambiamento in<br />
azienda oppure non ha trovato ciò che si aspettava?</b></p>
<p>
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Mi<br />
duole dirlo, ma l’esperienza sindacale che ho vissuto inizialmente<br />
con tanto entusiasmo e voglia di fare, si è tramutata, a tratti, in<br />
un’esperienza per me davvero negativa, non tanto in ambito<br />
aziendale bensì, purtroppo, con le strutture verticistiche e<br />
burocratiche del sindacato stesso che, mi sembra giusto ricordarlo, è<br />
la federazione bancaria della CGIL.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Prima<br />
di intraprendere la mia battaglia giuridica sulla vicenda del mio<br />
matrimonio sciolto d’ufficio ero molto felice e speranzosa nei<br />
riguardi del mio ruolo sindacale; pensavo che essendo nell’unico<br />
sindacato italiano che aveva addirittura dedicato una struttura<br />
specifica a livello nazionale a questi temi, definendoli “nuovi<br />
diritti”, avrei avuto in caso di necessità un valido supporto e<br />
molte connessioni.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Fintanto<br />
che non ebbi nulla da chiedere, tutto funzionò bene: io ho gestito<br />
da sola il mio percorso di transizione, sia nella vita sia in<br />
azienda.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Nel<br />
sindacato, proprio dopo l’intervento di cambio di sesso, ero<br />
divenuta la responsabile aziendale, anche se per verità va detto che<br />
presi quel ruolo non tanto perché qualcuno aveva creduto<br />
particolarmente in me, piuttosto le altre persone a cui era stato<br />
offerto lo avevano rifiutato; purtroppo fare attività sindacale è<br />
visto più come una fonte di problemi che di utilità sociale.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
me questo ruolo, come ho detto, rappresentava un’esperienza di<br />
rilancio positiva, anche nella mia nuova dimensione femminile; va<br />
detto che per carattere da sempre mi piace interessarmi e poter<br />
portare il mio contributo nei contesti in cui sono inserita, questo<br />
fin dal liceo, dove sono stata sia rappresentante di classe sia<br />
d’istituto.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
All’inizio,<br />
pur timorosa che i colleghi non rispondessero positivamente al mio<br />
nuovo ruolo, cercai di lavorare al meglio e creare un gruppo<br />
affiatato, partecipando sempre agli incontri sindacali che si<br />
tenevano sia sul territorio sia in ambito nazionale.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Provai<br />
anche a offrire il mio contributo sui temi del transessualismo, dato<br />
che li avevo approfonditi e, grazie alla mia esperienza personale,<br />
potevo offrire un sicuro valore aggiunto.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Purtroppo<br />
la risposta fu di assoluta indifferenza e lì iniziarono le mie<br />
perplessità.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Dopo<br />
che emerse il problema relativo al mio matrimonio notai una chiusura<br />
da parte del sindacato che francamente non mi sarei mai aspettata.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
quelle prime fasi, alla fine del 2009, non avevo ancora stabilito i<br />
rapporti con chi poi ha portato avanti questa causa giuridica, cioè<br />
Rete Lenford, e disperatamente cercavo un aiuto poiché ero in grande<br />
difficoltà.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Stranamente<br />
dalle strutture centrali del sindacato mi fecero capire di “non<br />
disturbare”.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Dopo<br />
di questo iniziò un boicottaggio nei miei confronti ed io mi trovai<br />
sola a svolgere la mia attività, senza più il supporto delle<br />
strutture territoriali.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Passai<br />
momenti difficili, ma essendo l’azienda in cui lavoro uno dei<br />
maggiori gruppi bancari nazionali, con migliaia di dipendenti, avevo<br />
modo e materia per svolgere proficuamente la mia attività.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Mi<br />
concentrai sul lavoro e, pur senza supporto, mi impegnai, riuscendo<br />
in questi anni anche a conseguire due master grazie a delle borse di<br />
studio.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
L’anno<br />
scorso le strutture centrali, vedendo che non riuscivano a scalfirmi<br />
con la loro azione sottotraccia, scrissero direttamente alla banca ed<br />
all’associazione bancaria italiana per escludermi dal mio incarico<br />
(senza neppure comunicarmelo, tra l’altro).
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questa<br />
è stata, in breve, la mia esperienza con le strutture della CGIL.<br />
C’è poco da aggiungere, alla faccia di democraticità e gestione<br />
trasparente.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Vorrei<br />
rimarcare il fatto che, parlando in generale, escludere di punto in<br />
bianco, senza motivazioni né votazioni, una persona che ha svolto<br />
per anni intensa attività sindacale in azienda, la espone ad<br />
eventuali ritorsioni da parte del datore di lavoro. Valutai allora se<br />
fare ricorso giurisdizionale contro tale decisione, ma gli amici mi<br />
consigliarono di lasciar perdere, non ne valeva la pena e di fatto<br />
era un’attività volontaria e non retribuita.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Una<br />
triste esperienza con le strutture centrali, ma un’ottima<br />
esperienza in azienda, dove ho potuto ampliare le mie conoscenze e mi<br />
sono messa in gioco nell’attività di confronto e contrattazione.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Negli<br />
anni passati a fare questa attività ho potuto siglare decine e<br />
decine di accordi aziendali, un contratto integrativo, ho vissuto e<br />
contribuito a gestire per la parte di competenza le fasi di<br />
incorporazione e scorporo di aziende e attività; ho potuto aiutare<br />
tanti colleghi a risolvere al meglio le loro problematiche sul luogo<br />
di lavoro ed anche ad avere piccoli aumenti di stipendio. Mi è<br />
piaciuto fare questa attività ed ho visto che ci sono questione,<br />
nell’ambito dell’organizzazione sindacale, certamente da<br />
riformare.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Una<br />
soddisfazione particolare è rappresentata dalla firma di un accordo<br />
da me promosso che estende una tutela già presente per le coppie<br />
etero anche alle coppie dello stesso genere; questo risultato ha<br />
avuto anche l’onore di essere citato su un’importante<br />
pubblicazione economica nazionale.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Ci<br />
può ricordare cosa recita la legge 164 ? E qual è la sua opinione<br />
in merito alla norma?</b>
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
legge 164 del 1982 fu, ai tempi, una legge molto avanzata, la terza<br />
in ambito europeo dopo la normativa svedese del 1972 e tedesca del<br />
1980.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
legge nacque a fronte della presa d’atto della necessità di<br />
regolarizzare e dare dignità a situazioni, che si presentavano con<br />
sempre maggior evidenza, di persone che si sottoponevano ad<br />
operazioni di rettificazione chirurgica del sesso all’estero e,<br />
dopo essere tornate in Italia, non potevano modificare i loro<br />
documenti e rischiavano addirittura conseguenze penali per aver<br />
modificato il proprio corpo, per non parlare del fatto che potevano<br />
essere sanzionate per mascheramento e, come accadeva, inviate al<br />
confino.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Va<br />
detto che fino agli anni ’70 qualche tribunale particolarmente<br />
attento concedeva la variazione dei documenti anche in assenza di una<br />
normativa specifica, ma con l’aumentare delle richieste la<br />
giurisprudenza si era orientata nel senso di un rigido divieto.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questa<br />
legge fu dunque ottima per risolvere le situazioni in essere di<br />
persone che si erano già sottoposte ad intervento chirurgico, ed a<br />
questo scopo erano posti gli articoli 6 e 7. In aggiunta l’articolo<br />
3 dispone al primo comma: “Il tribunale, quando risulta necessario<br />
un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante<br />
trattamento medico-chirurgico, lo autorizza con sentenza.” Questo<br />
comma, nella ratio della norma, era da riferirsi ai casi di quelle<br />
persone che andavano o sottoporsi all’intervento all’estero (non<br />
essendovi peraltro ai tempi la possibilità di effettuare<br />
l’intervento in Italia).
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Con<br />
riferimento ai nuovi casi, va detto anzitutto che la legge è<br />
implicitamente impostata e volta a risolvere le problematiche della<br />
questione transessuale, ma non cita mai il termine transessualismo:<br />
lo farà invece la Corte Costituzionale nella famosa sentenza<br />
161/1985 dove validò l’applicazione della nuova normativa. 
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questa<br />
legge è molto sintetica ed anche aperta all’interpretazione e<br />
proprio la successiva giurisprudenza è intervenuta a limitarne e<br />
definirne gli ambiti, financo con una certa rigidità. La sintesi<br />
della legge fa sì che sia anche non sempre chiara e precisa riguardo<br />
a tutti gli aspetti coinvolti dal tema della variazione anagrafica.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
punto chiave della disciplina si trova all’articolo 1, dove è<br />
scritto che: “La rettificazione si fa in forza di sentenza del<br />
tribunale passata in giudicato che attribuisca ad una persona sesso<br />
diverso da quello enunciato nell&#8217;atto di nascita a seguito di<br />
intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali”; qui<br />
probabilmente era implicito il riferimento ai caratteri sessuali<br />
primari, ma questo non viene in realtà esplicitato chiaramente.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
Consulta, con la già citata sentenza 161, ampliò il campo dei<br />
caratteri sessuali a quelli psicosessuali, introducendo quindi<br />
elementi psicologici soggettivi di percezione ed autodeterminazione,<br />
qualificando la differenza tra i sessi come quantitativa anziché<br />
qualitativa e suggerendo di privilegiare tra i vari aspetti, quelli<br />
di carattere dominante. 
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
successiva giurisprudenza si attenne allo stretto tenore letterale<br />
della norma, favorita però in questo dalla vaghezza delle<br />
considerazioni della Consulta testé citate e sicuramente sostenuta<br />
dagli sviluppi dell’endocrinologia e delle neuroscienze che portano<br />
a dare rilievo anche ad un dato genetico ed a fattori ormonali.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
questa ragione di stretta interpretazione giurisprudenziale da più<br />
parti, seguendo gli sviluppi del dibattito a livello internazionale,<br />
si è iniziato a parlare di “sterilizzazione forzata” della<br />
persona transessuale, la quale, generalmente, può ottenere i<br />
documenti con il nuovo nome e sesso solamente dopo aver subito<br />
l’intervento di rettificazione sessuale (con asportazione delle<br />
gonadi).
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Continuando<br />
l’esame della normativa, resta da analizzare un ultimo articolo ed<br />
i successivi sviluppi.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
L’articolo<br />
mancante è il 4, dove in sostanza si dice che la sentenza di<br />
rettificazione provoca (determina) lo scioglimento del matrimonio e<br />
si applicano le disposizioni della legge sul divorzio.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Probabilmente<br />
l’intento originario del legislatore era quello di definire con<br />
un’unica procedura giuridica il caso della persona che chiedeva il<br />
mutamento di nome e sesso in presenza di un matrimonio (civile o<br />
religioso) precedentemente contratto.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
L’assunto<br />
che si dava per scontato è che non vi fosse interesse per i coniugi<br />
nel proseguire il matrimonio e pertanto la strada più ovvia fosse<br />
quella di agevolare al massimo lo scioglimento. Certo, vi era anche<br />
il tema che il matrimonio, precedentemente eterosessuale, sarebbe<br />
divenuto un matrimonio composto da due persone divenute dello stesso<br />
sesso o, più correttamente, divenute dello stesso genere sociale, in<br />
quanto il sesso biologico non si può mutare (perlomeno ad oggi)<br />
mediante terapie mediche e chirurgiche.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
mia opinione è che ai tempi fosse talmente ovvio e scontato nel<br />
pensiero comune che il coniugio non potesse proseguire che neppure si<br />
metteva in conto la possibilità di una diversa volontà dei coniugi;<br />
il discorso sulla differenza di genere passava pertanto in secondo<br />
piano.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Anche<br />
la dottrina dell’epoca non approfondì la questione, così come la<br />
Consulta nella già citata sentenza 161. Solo qualche commentatore<br />
ipotizzò la possibilità di una volontà dei coniugi a proseguire<br />
nel vincolo, ma la questione non venne adeguatamente approfondita.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Nel<br />
1987 una legge (n.74) apportò modifiche alla disciplina dei casi di<br />
scioglimento del matrimonio ed in quell’occasione venne introdotta<br />
una nuova fattispecie che si riferiva specificamente al passaggio in<br />
giudicato della sentenza di rettificazione di sesso. La collocazione<br />
sistematica di questa novella legislativa faceva pensare che fosse<br />
necessaria sia la volontà dei coniugi allo scioglimento, sia la<br />
sussistenza della sentenza di un giudice che, accertata tale volontà,<br />
pronunciasse il divorzio.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Con<br />
queste premesse si arrivò, molti anni dopo, al caso dello<br />
scioglimento d’ufficio del mio matrimonio a seguito del mio cambio<br />
anagrafico e di genere avvenuto nel 2009.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Avendo<br />
già ripercorso le tappe della mia vicenda all’inizio di questa<br />
intervista, sottolineo i punti fondamentali della questione: si è<br />
partiti dalla contestazione dell’annotazione dello scioglimento del<br />
matrimonio a margine dell’atto stesso chiedendone la cancellazione<br />
(sollevando un problema di mancanza di potere che ricorda un po’ la<br />
discussione in corso in questi mesi sulle trascrizioni dei matrimoni<br />
omosessuali celebrati all’estero) e si è invece arrivati a<br />
discutere di un matrimonio omossessuale che tale non è!
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
problema è che qui non si è rispettata la volontà dei coniugi, né<br />
la mia né quella di mia moglie e si pretende di costringere una<br />
persona a scegliere se rinunciare al proprio nome ed alla propria<br />
identità oppure al proprio matrimonio ed al progetto stabile di vita<br />
già posto in essere con l’altra persona, tutto questo in nome di<br />
un presunto interesse dello Stato a non modificare le forme di<br />
matrimonio, interesse che però non è mai stato declinato nel suo<br />
concreto significato.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
I<br />
punti importanti sono da un lato che qui l’unione coniugale è<br />
preesistente alla rettificazione anagrafica ed ha già prodotto<br />
validi effetti giuridici; inoltre pare arduo accostare questo tipo di<br />
unione alla coppia omosessuale, in quanto è piuttosto una variazione<br />
della coppia eterosessuale venendosi infatti a modificare il genere<br />
dei coniugi senza che ne sia intaccato il loro orientamento sessuale.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Come<br />
se tutto questo non fosse già sufficiente, a completare il quadro di<br />
contraddizione che si trova a fronteggiare il “sistema” di fronte<br />
alla questione transessuale va detto che, incredibilmente, il diritto<br />
canonico (il nostro matrimonio è concordatario), non prevede in<br />
alcun modo lo scioglimento automatico del matrimonio a seguito di<br />
variazione anagrafica (variazione effettuata dallo Stato italiano,<br />
non dal Vaticano, peraltro) di uno dei coniugi, poiché riconosce<br />
continuità alla persona.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
problema è servito; alla Suprema Corte il compito della risposta si<br />
spera in tempi ragionevoli, considerato che in altre nazioni estere<br />
dove si sono presentati (pochi) casi simili al nostro, è stato<br />
finora sempre mantenuto in essere il vincolo preesistente anche<br />
laddove era assente di una normativa sulle unioni omosessuali e<br />
questo a sottolineare che è stata colta la differenza eziologica<br />
delle due situazioni.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
completezza di analisi ricordo che la normativa posta dalla legge 164<br />
è stata modificata dal decreto 150/2011 in materia di<br />
semplificazione dei procedimenti civili: da volontaria giurisdizione<br />
la procedura è passata al rito ordinario, con sicuro aggravio di<br />
costi ed appesantimento del procedimento, il tutto infarcito da<br />
qualche difformità interpretativa su bolli e modalità operative a<br />
seconda dei differenti tribunali. Anziché semplificare si è<br />
complicato, quando all’estero spesso si è di fronte a semplici<br />
procedure amministrative senza l’intervento dei tribunali.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Una<br />
curiosità è rappresentata dal fatto che questo decreto 150 si è<br />
premurato di modificare una parola dell’articolo 4 della legge 164,<br />
proprio l’articolo relativo allo scioglimento del matrimonio.<br />
Questa modifica, pur ininfluente sia sul piano lessicale sia su<br />
quello procedurale, è indicativa delle forze sotterranee impegnate a<br />
mantenere l’eterodossia ed il conservatorismo sociale. Ho avuto<br />
l’onore di un comma di legge ad personam, purtroppo contro e non a<br />
favore!</p>
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Facendo<br />
un passo indietro, lei ha parlato di sterilizzazione forzata imposta<br />
dalla normativa. Può spiegarci meglio la questione?</b></p>
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Come<br />
accennavo poc’anzi, recentemente alcune associazioni che si<br />
occupano dei temi “lgbti” hanno iniziato una campagna contro la<br />
sterilizzazione forzata e la cosiddetta patologizzazione del<br />
transessualismo.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
questione, un po’ complessa, prende le mosse dal fatto che<br />
recentemente in Argentina è entrata in vigore una legge che consente<br />
la variazione anagrafica di nome e sesso senza necessità di alcun<br />
tipo di intervento chirurgico e neppure di diagnosi clinica di<br />
transessualismo: a semplice richiesta.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
effetti, a ben guardare, la questione viene spostata<br />
dall’individuazione e diagnosi del transessualismo a quella<br />
dell’autodeterminazione della persona.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questo<br />
tema è collegato alla natura stessa del transessualismo: è davvero<br />
una problematica clinica oppure altro non è che una “naturale<br />
varianza” della fenomenologia umana, come è ora considerata ad<br />
esempio l’omosessualità (che pure nei decenni scorsi era<br />
classificata quale disturbo psicologico)?
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
risposta a questa domanda sarebbe stata assai ardua fino a qualche<br />
decennio addietro: ora, grazie come detto ai progressi delle scienze,<br />
si sono potute formulare plausibili ipotesi sull’origine ed il<br />
manifestarsi del transessualismo.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Credo<br />
però che il punto chiave sia un altro: dobbiamo chiederci se la<br />
persona transessuale sia in uno stato di equilibrio oppure no; se non<br />
lo è, occorre ricercare tale equilibrio nei modi e nelle forme che<br />
la persona stessa ritiene più opportune.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ogni<br />
cosa al mondo, in un certo senso, rappresenta una “naturale<br />
varianza”, anche un raffreddore, per fare un esempio. Se non lo<br />
curo sto male e mentre è vero che a volte può sparire da solo, è<br />
altrettanto vero che se permane può causare gravi o peggiori<br />
conseguenze.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ecco,<br />
anche per il transessualismo vale la stessa logica: non essendo una<br />
situazione di equilibrio, anzi di grave sofferenza, è la persona<br />
stessa a richiedere terapie, mediche o chirurgiche, per adeguare e<br />
riequilibrare corpo e mente.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Comprendiamo<br />
quindi come, a mio avviso, sia del tutto erroneo pretendere di<br />
eliminare la questione transessuale dai manuali clinici; offensivo<br />
verso le persone transessuali ed anche contrario alla verità delle<br />
cose come ad oggi le possiamo percepire. Ecco che il discorso sulla<br />
depatologizzazione, se male impostato, rischia di danneggiare le<br />
persone transessuali.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Quello<br />
che è vero è che non è ammissibile considerare il transessualismo<br />
un problema psicologico, da sistemare poi tramite ormoni e chirurgia,<br />
per giunta. È qui il problema e da poco, con la nuova edizione del<br />
manuale diagnostico “DSM” si è ottenuto un progresso in quanto<br />
ora il transessualismo non è più un problema di per sé, che resta<br />
“attaccato” alla persona per tutta la vita, ma viene tenuto in<br />
conto solo in quanto causa di disagio temporanea, che scompare una<br />
volta che la persona raggiunge il suo equilibrio, il suo stato di<br />
benessere.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Altro<br />
c’è ancora da fare, a mio avviso, per eliminarlo del tutto dal<br />
manuale DSM e collocarlo nel classificatore internazionale ICD al<br />
fianco delle questioni intersessuali, date le probabili cause<br />
genetiche ed ormonali del fenomeno.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Dato<br />
questo quadro, si può facilmente comprendere l’origine delle<br />
cosiddette “terapie riparative” (applicate pervicacemente anche<br />
all’omosessualità): se si considerano questi fenomeni come<br />
questioni psichiatriche o dipendenti da educazione e contesto<br />
sociale, si comprende come possano trovare appiglio tali sedicenti<br />
cure, nei fatti terribili strumenti di violazione della dignità ed<br />
integrità umana.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questo<br />
stesso processo di considerare le persone transessuali (ed<br />
omosessuali) esseri diversi, con problemi e deviazioni mentali, in<br />
effetti minorati, ha consentito una loro collocazione sociale in<br />
qualche modo inferiore a quella delle persone sedicenti “normali”.<br />
Sfruttando questo percorso argomentativo si è quindi potuta dare una<br />
giustificazione all’esclusione ed alla marginalizzazione, financo<br />
alla persecuzione. In qualche modo questo processo di segmentazione<br />
degli esseri umani in categorie dotate di differenti dignità<br />
richiama elementi della teoria specista ed è lo stesso processo che<br />
giustifica, ad esempio, lo schiavismo e la tratta dei neri, oppure<br />
giustifica la condizione di inferiorità sociale delle donne.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Chiarito<br />
il tema della patologizzazione, torniamo alla legge argentina ed alla<br />
variazione di nome e genere sui documenti a semplice richiesta.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Senza<br />
entrare nel merito del tessuto sociale e culturale argentino, che non<br />
conosco, in Italia il problema si pone in quanto nelle fasi iniziali<br />
di transizione, quando già l’aspetto cambia e non è più<br />
rappresentativo del genere di origine, diviene faticoso e<br />
discriminatorio essere obbligate ad utilizzare documenti con il nome<br />
espresso nel genere di appartenenza iniziale.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ecco<br />
quindi il problema: il nome in rapporto all’aspetto in divenire,<br />
non tanto un cambio di genere senza che nulla del sesso sia cambiato.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Compreso<br />
questo ecco che si evidenzia tutta la forzatura di pretendere da una<br />
parte l’eliminazione del transessualismo, che pure esiste e<br />
dall’altra addirittura l’eliminazione del sesso dalla società,<br />
cosa questa contraria alla stessa biologia umana; al più<br />
occorrerebbe aumentare i sessi, a rigore, se volessimo ricomprendere<br />
i casi di intersessualismo (almeno tre casi principali che sommati al<br />
maschile e femminile darebbero cinque tipologie sessuali alla<br />
nascita.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Vale<br />
dire che occorrerebbe anche una maggior precisione e chiarezza sui<br />
termini: se parliamo di sesso, se sui documenti indichiamo il sesso,<br />
allora non si vede come questo possa essere abolito, tutt’al più<br />
si può prevedere una casella “X” di sesso non specificato per i<br />
soli casi di intersessualità alla nascita, come già avviene in<br />
Australia.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Se<br />
invece si parla di genere, cioè di tutte quelle manifestazioni<br />
sociali, comportamenti, usi, regole, modi di relazionarsi, legate ad<br />
un determinato genere ed al ruolo che assume nella società, queste<br />
sono sì intercambiabili e pertanto si potrebbero variare a piacere;<br />
si potrebbero anche eliminare, ma per una ragione molto semplice:<br />
essendo modalità di relazione occorre sempre un riconoscimento<br />
sociale, quindi la cancellazione sarebbe del tutto illusoria, in<br />
quanto il genere desiderato sarebbe sempre soggetto a validazione<br />
collettiva.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Insomma,<br />
se abbiamo un lupo ed un agnello e chiamiamo entrambi gufo, è lecito<br />
pensare che l’agnello possa dormire sonni tranquilli avendo di<br />
fianco un lupo e chiamandosi ora entrambi gufi?
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Quello<br />
che manca in Italia è pertanto la possibilità di variare<br />
liberamente il nome senza che questo sia legato obbligatoriamente al<br />
genere, come invece impone una ben poco lungimirante legge (art. 35<br />
decreto 396/2000). Va da sé che anche il codice fiscale dovrebbe<br />
adeguarsi a questa riforma, magari diventando un codice numerico in<br />
modo da impedire la possibilità di rilevare a prima vista il sesso<br />
della persona.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
pretesa di cambiare anche l’indicazione di genere non trova invece,<br />
a mio avviso, valide ed autonome ragioni, salvo eventuali impedimenti<br />
di ordine eccezionale, come ad esempio l’impossibilità di<br />
sottoporsi ad interventi chirurgici per obiettive ragioni di salute.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Altre<br />
richieste, beninteso se vi fosse la variazione legislativa di cui<br />
sopra, ricadrebbero a mio avviso in casi che nulla hanno a che fare<br />
con il transessualismo.</p>
<p>
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Che<br />
cos&#8217;è, per lei, l&#8217;identità?</b></p>
<p>
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
L’identità<br />
è un concetto che si può applicare a differenti contesti: in<br />
generale il termine mi pare si riferisca all’idea di essere parte<br />
di qualcosa o, perlomeno, di assumere a modello quella cosa, che<br />
diviene la nostra identità, per definire meglio noi stessi.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
fondo l’identità è un riferimento, il nostro punto fermo, la<br />
nostra àncora di salvezza nell’universo mutevole.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Parlando<br />
dell’identità di genere, la penso riferita al proprio sentirsi<br />
interiore, alla propria essenza, femminile o maschile.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Mi<br />
pare di poter dire che questa identità abbia due aspetti, uno<br />
soggettivo, l’altro oggettivo.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
primo appare quando mi guardo allo specchio e mi chiedo chi è e a<br />
chi appartiene quell’immagine che vedo riflessa, il secondo<br />
aspetto, oggettivo, emerge dalle relazioni che ho quando entro in<br />
contatto con le altre persone che vorrei mi riconoscessero e mi<br />
considerassero per quello che sento di essere, un essere femminile.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
questo senso l’identità di genere, detta transessualismo (decenni<br />
addietro transessualismo primario, per distinguerlo da altre realtà<br />
differenti che oggi sono ricomprese nel termine “ombrello”<br />
transgender) non è un qualcosa che viene definito unicamente dal<br />
mondo esterno, dalla società.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
questa ragione avere i documenti allineati con la propria identità<br />
di genere, ottenere un giusto riconoscimento sociale, passare<br />
indifferenti in mezzo alla folla senza ingenerare dubbi ed ambiguità<br />
su chi si è, tutto questo non è così importante come l’aspetto<br />
soggettivo, come essere sé stessi.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
arrivare a questo traguardo penso sia necessario un profondo percorso<br />
di presa di coscienza di sé. Solo dopo aver fatto questo ci può<br />
essere, e ci deve essere, un processo di autodeterminazione che porti<br />
alla piena realizzazione del sé. Il fine ultimo è raggiungere una<br />
condizione di maggior benessere; questo è l’obiettivo. Quando si<br />
arriva a questo punto, l’aspetto sociale dovrebbe esplicarsi in<br />
maniera spontanea; l’unico ostacolo può essere la memoria del<br />
passato oppure, appunto, la mancanza di leggi che diano<br />
riconoscimento a questo percorso.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
fondo il percorso transessuale è quasi un percorso filosofico: presa<br />
per mano da Socrate attraverso un percorso di conoscenza interiore,<br />
si arriva ad incontrare uno stato di benessere e felicità epicurea.
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Dove<br />
la persona, seguendo Hegel, rimane nella sua essenza la medesima<br />
anche dopo il percorso di cambiamento, Aristotele ci invita a<br />
riflettere se davvero vi è un tratto comune che definisca la persona<br />
o si possa parlare di una situazione nuova, totalmente slegata da<br />
quella precedente. A mio avviso il tratto comune rimane, e,<br />
paradossalmente, la logica transessuale mette d’accordo i due<br />
filosofi, in quanto la persona resta certamente sempre la medesima<br />
anche dopo il cambiamento, ma proprio perché la sua natura è del<br />
tutto peculiare: una natura intersessuata che impedisce di dividere<br />
le due situazioni, il prima ed il dopo, e le assimila in questo<br />
tratto che resta costante.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2015/05/07/alessandra-e-alessandra-ancora-unite-in/">Alessandra e Alessandra: ancora unite in matrimonio</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Transgender: un racconto significativo</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2014/12/10/transgender-un-racconto-significativo/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
					<comments>https://www.peridirittiumani.com/2014/12/10/transgender-un-racconto-significativo/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2014 06:26:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Arcigay]]></category>
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		<category><![CDATA[transessuali]]></category>
		<category><![CDATA[transgender]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande ad Alessandra Bernaroli: da uomo a donna e sempre innamorata di sua moglie. Ringraziamo moltissimo Alessandra Bernaroli. Può raccontarci, brevemente, la sua storia? Io e&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2014/12/10/transgender-un-racconto-significativo/">Transgender: un racconto significativo</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
L&#8217;Associazione<br />
per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande ad Alessandra<br />
Bernaroli: da uomo a donna e sempre innamorata di sua moglie.
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ringraziamo<br />
moltissimo Alessandra Bernaroli.
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Può<br />
raccontarci, brevemente, la sua storia?</b></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Io<br />
e mia moglie ci siamo conosciute nel lontano 1995. Dopo dieci anni di<br />
fidanzamento, nel 2005, abbiamo deciso di coronare la nostra unione<br />
famigliare sposandoci in chiesa, nel comune di Finale Emilia (MO),<br />
dove risiedevo con i miei genitori. Dopo il matrimonio ha preso corpo<br />
in me, aiutata dalla vicinanza di mia moglie, la presa di coscienza<br />
di essere una persona transessuale e, dopo aver pensato, parlato e<br />
meditato molto tra di noi sulla questione, ho intrapreso il percorso<br />
che mi ha portato a sottopormi ad una serie di importanti,<br />
difficoltosi e pesanti interventi chirurgici in giro per il mondo<br />
(USA, Thailandia, Spagna) fino ad approdare, nella seconda metà del<br />
2009, alla rettifica anagrafica di nome e sesso sul certificato di<br />
nascita e sui documenti.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ritengo<br />
importante sottolineare che mia moglie in tutti questi anni mi ha<br />
sempre sostenuta ed appoggiata, sforzandosi di comprendere questo mio<br />
bisogno di cambiamento e di mantenere unita la nostra famiglia<br />
nonostante il suo grande e comprensibile sconcerto e smarrimento<br />
iniziali. Certamente dopo tanti anni passati assieme non è stato<br />
semplice per mia moglie capire, ma grazie alla profonda conoscenza<br />
che ci legava ed alla sua cultura profondamente radicata nella<br />
religione cattolica ha trovato nell’amore e nella fede la forza per<br />
sostenermi, credendo fino in fondo nell’importanza del vincolo<br />
famigliare.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
I<br />
problemi al nostro matrimonio, problemi derivanti dalla burocrazia,<br />
sono subentrati subito dopo la sentenza di rettificazione dei dati<br />
anagrafici: infatti la sentenza che ordinava questa variazione<br />
all’ufficiale di stato civile, non faceva alcun cenno al nostro<br />
vincolo matrimoniale.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Così,<br />
quando mi sono recata all’anagrafe di Bologna per ritirare il nuovo<br />
documento di identità con il nome variato al femminile, ci si è<br />
trovati di fronte ad un caso mai visto prima nel nostro Paese: una<br />
moglie che nonostante il cambio di sesso da parte del proprio marito<br />
non aveva mai chiesto il divorzio.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
tribunale di Bologna, autore della sentenza “di cambio nome”, non<br />
avendo sciolto il vincolo ha creato i presupposti per l’avventura<br />
giudiziaria che ci ha fin qui visto protagoniste, prima in<br />
Cassazione, poi avanti la Corte Costituzionale ed ora in riassunzione<br />
ancora presso la Cassazione, probabilmente il prossimo anno.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
cercare di chiarire in sintesi il punto della questione, il problema<br />
nasce anzitutto dall’approssimativa tecnica di redazione della<br />
legge fondamentale sul transessualismo, che è la legge 164 del 1982.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questa<br />
legge, passata al vaglio della Consulta nel 1985 (sentenza 161) e pur<br />
novellata nel 1987 (d.lgs. 74) specificamente per dirimere la<br />
questione sull’eventuale matrimonio preesistente della persona che<br />
si sottoponeva a rettificazione anagrafica, ha fallito nell’intento<br />
lasciando un margine di ambiguità interpretativa che di fronte al<br />
nostro caso, il primo verificatosi ben 27 anni dopo la sua<br />
promulgazione (trattasi evidentemente di situazioni che, per la loro<br />
complessità, non si presentano con molta frequenza, come dimostra<br />
anche l’esperienza delle altre nazioni estere), è stato usato<br />
contro l’unità della nostra famiglia.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
legge 164, riferendosi al matrimonio preesistente, dice che la<br />
sentenza di rettificazione “provoca” (ora “determina” dopo la<br />
novella del d.lgs. 150/2011) lo scioglimento del matrimonio o la<br />
cessazione degli effetti civili. Rimanda alla legge sul divorzio per<br />
l’applicazione di quanto disposto.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Orbene<br />
fino all’emergere del nostro caso la dottrina non aveva forse<br />
approfondito a dovere questo punto. Già il fatto che la sentenza di<br />
rettificazione anagrafica potesse “provocare” di per se stessa lo<br />
scioglimento, in “automatico”, non era condiviso da tutti.<br />
Dirimente sulla sussistenza del vincolo pareva il rimando alle<br />
disposizioni sul divorzio (legge 898 del 1970), ove è noto che per<br />
ottenere il divorzio occorrono una pronuncia del giudice e la volontà<br />
di almeno uno dei coniugi, tutti elementi assenti nel nostro caso.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Posta<br />
di fronte al caso concreto, spaventata forse dal pericolo di chissà<br />
quale turbamento dell’ordine costituito che il pacifico prosieguo<br />
del nostro vincolo coniugale avrebbe potuto comportare, la pubblica<br />
amministrazione locale, dove aver chiesto ufficiale parere alla<br />
burocrazia ministeriale, ha posto in calce all’atto di matrimonio<br />
un’annotazione di scioglimento: uno scioglimento d’ufficio, cosa<br />
mai vista prima d’ora.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
fondo, come è stato detto, una morte civile per i due coniugi,<br />
sottolineata anche dal certificato di stato civile “non<br />
documentato” rilasciatomi dal comune di Bologna in quei tristi<br />
giorni, certificato che ancora conservo quale raro cimelio di<br />
ostracismo sociale.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Lì<br />
abbiamo scoperto dell’abuso perpetrato nei nostri confronti;<br />
infatti l’autorità comunale neppure si era degnata di informarci<br />
di una così grave determinazione perpetrata ai nostri danni.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Dopo<br />
un primo momento di sconforto e grande difficoltà, siamo riuscite a<br />
trovare il supporto e l’appoggio dell’associazione di promozione<br />
sociale “Rete Lenford – Avvocatura per i diritti LGBTI”,<br />
(www.retelenford.it)?utm_source=rss&utm_medium=rss di cui sono anche divenuta aderente, che ci ha<br />
consentito di intraprendere la via giudiziaria per tutelare il nostro<br />
matrimonio.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
primo grado il Tribunale di Modena, nel 2010, ha accolto il nostro<br />
ricorso disponendo la cancellazione dell’annotazione di<br />
scioglimento, riconoscendo quindi piena validità al nostro<br />
matrimonio. Il Ministero dell’Interno ha fatto ricorso e in Corte<br />
d’appello il tribunale di Bologna, nel 2011, ha ribaltato la<br />
decisione precedente, sostenendo che il matrimonio in Italia può<br />
essere solo tra uomo e donna. Abbiamo proposto ricorso in Cassazione<br />
la quale a giugno 2013 con l’ordinanza 14329 ha sollevato una<br />
questione d’incostituzionalità in relazione allo scioglimento<br />
automatico del nostro matrimonio, rinviando la questione alla<br />
Consulta che nel giugno 2014 ha pronunciato la sentenza 170 che ha<br />
dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli 2 e 4<br />
della legge 164/1982 nella parte in cui non prevedono la possibilità<br />
di mantenere in vita un rapporto di coppia…</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ora,<br />
come detto, attendiamo il giudizio (che si spera definitivo) della<br />
Corte di Cassazione.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Come<br />
hanno reagito, i suoi familiari, di fronte al suo cambiamento e come<br />
si è svolto il percorso che avete affrontato insieme?</b></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
A<br />
dire il vero, essendo la mia famiglia molto aderente ai valori<br />
cattolici, temevo molto la reazione dei miei genitori ed ho atteso il<br />
più a lungo possibile prima di renderli partecipi di questa mia<br />
condizione transessuale. Ricordo il giorno in cui confessai loro la<br />
questione, accompagnata da mia moglie, è stata una giornata di<br />
grande tensione.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
loro reazione iniziale fu di comprensibile stupore ed incredulità.<br />
Nei mesi seguenti faticarono a capacitarsi del fatto e tentarono<br />
(giustamente) di farmi riflettere su quanto stavo ponendo in essere;<br />
le riflessioni però, erano già state fatte e la problematica<br />
attentamente vagliata e pertanto non c’era modo di farmi desistere.<br />
Provarono anche a propormi terapie psicologiche “riparative”, su<br />
evidente suggerimento di qualche conoscente di “eterodossia<br />
integralista”, ma grazie alle mie spiegazioni ed al fondamentale<br />
sostegno di mia moglie, alla fine compresero la situazione.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Adesso,<br />
a distanza di tempo, hanno accettato la situazione e certamente non<br />
mi hanno rifiutata, come purtroppo ancor oggi accade a molte persone<br />
nella mia condizione che si vedono tagliare tutti i ponti da genitori<br />
e familiari.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Penso<br />
che una ragione di questo rifiuto, oltre all’immagine stereotipata<br />
e negativa che grava sulle persone transessuali, sia anche il timore<br />
del giudizio delle persone e, in generale, della società.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
percorso di cambiamento, alla fine, l’ho compiuto assieme a mia<br />
moglie ed anche grazie a lei, che mi è stata sempre vicina e mi ha<br />
curata ed accudita con amore, anche durante i numerosi e pesanti<br />
interventi chirurgici a cui mi sono sottoposta nel corso degli anni<br />
in vari Paesi esteri.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>In<br />
questi ultimi tempi si sente spesso parlare di omofobia e transfobia,<br />
può darci la sua opinione su questo tema?</b></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Va<br />
detto anzitutto che omofobia e transfobia sono due fenomeni molto<br />
differenti in sé, in quanto il primo è afferente al sesso ed<br />
all’orientamento sessuale con il conseguente portato del paradigma<br />
eterosessuale quale fondamento della società; questo paradigma, cioè<br />
che gli uomini e le donne provino attrazione sessuale solo per il<br />
sesso opposto, è l’ostacolo teorico principale alla realizzazione<br />
del matrimonio egualitario in Italia.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
transfobia, invece, attiene al concetto di genere, di ruolo di genere<br />
e della sua espressione; da questo concetto discende il modello<br />
“genderista” di organizzazione della società, nella quale i due<br />
generi, maschile e femminile (generi fondati sul sesso alla nascita)<br />
implicano un insieme ben distinto e separato di compiti e ruoli<br />
all’interno dell’organizzazione sociale e familiare. Questi ruoli<br />
sono funzionali anche all’organizzazione del potere, essendo ruoli<br />
già determinati, prescritti e soprattutto non intercambiabili.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Su<br />
questo si fonda il potere della società moderna: sul modello<br />
maschile che si declina in varie forme di dominio (maschilismo)<br />
sull’altro genere e si poggia su di un modello sociale fondato su<br />
dogmi non discutibili: in questo senso la religione può essere un<br />
valido alleato al conservatorismo sociale.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
questo contesto genderista la liberazione dei generi e delle “forme<br />
umane” non eterodosse, non aderenti al paradigma maschile, può<br />
avvenire (ed è in parte avvenuta) solo con percorsi di<br />
emancipazione. Tali percorsi si declinano come tentativi di<br />
imitazione del genere dominante, copiandone i modelli di ruolo ed<br />
azione, nel tentativo di conformarsi ad essi.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
conformismo diviene quindi il sottostante dell’azione di<br />
emancipazione; tale conformismo si esplica però su modelli di base<br />
differenti da quello dominante e pertanto non potrà mai assurgere<br />
alla stessa magnitudo di grandezza.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ecco<br />
quindi che l’emancipazione mostra la sua vera natura e diviene<br />
limite alla libertà ed all’autodeterminazione dei singoli<br />
individui che non possono esprimere liberamente né le proprie intime<br />
inclinazioni né il loro profondo essere, la loro identità.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Oltre<br />
a questo l’emancipazione rappresenta anche un limite allo sviluppo<br />
sociale, in quanto impedisce l’esplicarsi di nuovi modelli di<br />
società, di relazioni di potere, che potrebbero essere utili a<br />
superare i limiti dell’impostazione attuale che da una società che<br />
si serve per le relazioni economiche dell’economia di mercato, sta<br />
pericolosamente declinando in una società di mercato che rischi di<br />
spazzare via ogni speranza identitaria rapportando qualunque istanza<br />
ad un valore ed utilità economica immediata, liberandosi però<br />
immediatamente di chi o cosa non possa più dare un profitto, inteso<br />
come valore puramente economico e non, come sarebbe più utile, un<br />
valore olistico ambientale, sociale, di benessere complessivo e<br />
sostenibilità globale.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Da<br />
queste brevi considerazioni si vede come i temi del transessualismo,<br />
considerato come caso particolare dell’intersessualismo, sono assai<br />
più ampi e variegati dell’ambito relativo alle questioni gay e<br />
lesbica, di cui in effetti rappresentano un sovrainsieme inclusivo e<br />
ben più ampio. Da qui discende anche, a mio avviso, l’errore<br />
“politico” di porre la questione transessuale sempre in coda ed a<br />
latere ai temi “lgb”, dai quali dovrebbe essere considerata<br />
separatamente, sia perché richiama istanze aggiuntive e differenti,<br />
sia perché il fatto di ricomprenderla nelle rivendicazioni<br />
omosessuali ne limita la portata rivoluzionaria.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Chiarito<br />
il significato di questi termini, si rileva che in Italia manca una<br />
legislazione penale antidiscriminazione che contempli l&#8217;omofobia e la<br />
transfobia: qual è la sua opinione in merito?</b></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Si<br />
è vero, in Italia è assente ad oggi una legislazione che contempli<br />
l’omofobia e la transfobia.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
questa legislatura ci sono state proposte interessanti sulla<br />
questione, una in particolare elaborata dalla “Rete Lenford” che,<br />
ricordo, è stata protagonista in questi ultimi anni di<br />
importantissime battaglie giuridiche nell’ambito dei diritti<br />
“lgbti” che hanno portato a sentenze storiche, vere pietre<br />
miliari nel percorso di sviluppo sociale italiano.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
punto centrale è anzitutto stabilire se omofobia e transfobia<br />
debbano essere considerate fattispecie di reato autonome oppure<br />
aggravanti di altri reati, come è ad esempio il considerare più<br />
grave un’aggressione se è stata determinata da motivi di<br />
transfobia.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Io<br />
ritengo che la collocazione più adeguata sia quella di aggravanti,<br />
in quanto diverrebbe arduo definire chiaramente il perimetro di un<br />
reato autonomo, ma ancor più tale inquadramento si configurerebbe<br />
come un pericoloso tentativo di limitare e condizionare la libertà<br />
di pensiero, cosa che non deve avvenire mai. È giusto punire i<br />
reati, non eseguire condizionamenti del pensiero. Educare il pensiero<br />
e non impedirne il libero esplicarsi. Il punto fermo deve essere la<br />
puntuale e severa punizione e repressione del reato.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Stabilito<br />
questo, resta un problema importante: il rapporto tra varie categorie<br />
di libertà tutelate dalla nostra Costituzione.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Provo<br />
a chiarire meglio: sappiamo che la nostra Carta stabilisce un<br />
principio di eguaglianza in relazione, ad esempio, a razza, sesso,<br />
opinioni politiche, religione.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questa<br />
è una cosa molto buona e giusta, sicuramente; a distanza di tanti<br />
anni dalla statuizione di questi principi, però, occorre chiedersi<br />
se tali categorie giacciano tutte sullo stesso piano o meno.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
percorso di formazione della proposta costituzionale, dopo i<br />
terribili anni della seconda guerra mondiale, nell’includere<br />
elementi di opinione soggettiva (politica e religiosa) tenne<br />
doverosamente in conto l’esperienza delle dittature e delle leggi<br />
razziali, dove anche la libertà religiosa fu oggetto di limitazione<br />
e persecuzione.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Oggi<br />
però e altrettanto doveroso chiederci se un’opinione religiosa, di<br />
una gerarchia religiosa, possa essere lasciata libera di confliggere<br />
e dare contro a condizioni umane che si presentano in natura e sono<br />
parte dell’essenza stessa degli individui.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
altri termini: può un’opinione fondata su presunti “dogmi” che<br />
non ammettono discussione né falsificazione scientifica negare e<br />
combattere aspetti dell’essere umano che sono naturali e legittimi<br />
caratteri dell’individuo?</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
risposta, in tutta evidenza, è no!</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ne<br />
consegue pertanto che la libertà religiosa, anche di espressione<br />
religiosa, deve trovare un limite invalicabile nelle tutele degli<br />
aspetti di cui stiamo discutendo, omosessualità e transessualismo.<br />
Prima le persone e poi la loro libertà di espressione e<br />
manifestazione, politica o religiosa che sia.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Tenendo<br />
conto di quanto detto possiamo quindi dare una valutazione non del<br />
tutto positiva della proposta di legge sull’omofobia approvata<br />
dalla Camera in questa legislatura e di cui da molti mesi si sono<br />
perse le tracce: una proposta che mirava ad incidere su aspetti<br />
penali lasciando aperta la possibilità di una non meglio definita<br />
libertà di pensiero alle organizzazioni religiose.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Francamente<br />
spero che questa proposta non prosegua oltre e, a dire il vero, mi<br />
sembrerebbe strano che la variegata maggioranza dell’attuale<br />
Governo possa approvare qualcosa di positivo su questi temi. Se ce ne<br />
fosse necessità, basti pensare alla proposta di una legge sulle<br />
unioni registrate, quando è evidente che una siffatta legge non<br />
farebbe altro che discriminare le persone omosessuali relegandole al<br />
ruolo di persone a cittadinanza limitata, simili, ma non uguali alle<br />
persone che aderiscono al modello eterosessuale nonostante i<br />
presupposti (quello di avere a fianco un’altra persona con cui<br />
condividere la vita) siano i medesimi.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
conclusione, penso che quello che serva contro l’omofobia e la<br />
transfobia sia anzitutto una modifica costituzionale nel senso<br />
indicato prima; inoltre occorre rivolgere l’attenzione al ruolo<br />
della cultura e dell’educazione sociale, lì dove le associazioni<br />
“lgbti” dovrebbero focalizzare il loro agire, in modo da far<br />
comprendere alle persone che il mondo non è solo in bianco e nero,<br />
ma a colori, e che è importante rispettare la dignità delle<br />
persone.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Fatto<br />
questo ecco che una legge su omofobia e transfobia sarebbe il<br />
corretto strumento per punire gli eccessi.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Parlando<br />
ancora dei temi relativi ad omofobia e transfobia, entriamo più<br />
nello specifico sugli aspetti della discriminazione: in quali<br />
settori, a suo parere, sono più frequenti? Lei ha vissuto episodi di<br />
discriminazione?</b></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Parlando<br />
di discriminazione occorre, a mio avviso, distinguere anzitutto tra<br />
episodi diretti e conclamati rispetto a manifestazioni e<br />
atteggiamenti discriminatori più sfumati e sottili, che potremmo<br />
definire di discriminazione indiretta.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Mi<br />
pare di poter affermare che in Italia, ad oggi, gli episodi di<br />
violenza diretta e conclamata purtroppo si presentino con una certa<br />
frequenza e visibilità. Basti pensare all’atteggiamento di alcuni<br />
esponenti politici sia a livello locale, sia nazionale che proclamano<br />
a chiare lettere quello che altro non è che odio (non è chiaro se<br />
atavico o strumentale a fini politici) contro le persone “lgbti”;<br />
per non parlare di istituzioni religiose e non solo cattoliche, cosi<br />
come importanti esponenti del mondo sportivo, ad esempio.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Queste<br />
esternazioni, mai punite e non sufficientemente stigmatizzate dalle<br />
componenti “sane” della società, sono non soltanto gravemente<br />
offensive, ma rappresentano un modello negativo per potenziali nuove<br />
e maggiori discriminazioni. Il rischio è quello di passare dai<br />
discorsi d’odio ad azioni violente.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
effetti, questi episodi sono del tutto assimilabili al razzismo, come<br />
ha anche stabilito una risoluzione del Parlamento europeo di qualche<br />
anno addietro.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Nel<br />
mondo del lavoro queste forme di discriminazione diretta e grave sono<br />
senz’altro meno presenti e forse il merito, stante il negativo<br />
humus culturale cennato, va riconosciuto alle specifiche norme<br />
antidiscriminatorie che derivano dal recepimento di direttive europee<br />
(legge 216/2003 più volte novellata) che costituiscono certamente un<br />
argine a questi negativi atteggiamenti.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Una<br />
particolare protezione viene offerta anche dallo “Statuto dei<br />
lavoratori”, con la previsione specifica del divieto di<br />
licenziamenti antidiscriminatori (art.15 l.300/1970) nei quali sono<br />
ricomprese anche le questioni “lgbti”.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Riguardo<br />
alle discriminazioni indirette, temo che si presentino con grande<br />
frequenza e rendano di fatto improbabile l’ingresso nel mondo del<br />
lavoro di persone di cui sia evidente o noto il loro status di<br />
persona transessuale od ex transessuale; come se non bastasse, a<br />
questo stato di cose dobbiamo tener conto degli effetti della grave<br />
crisi di questi anni che rende arduo l’ingresso nel mondo del<br />
lavoro alla maggior parte delle persone, per cui gli spazi per le<br />
persone transessuali di fatto si azzerano.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Voglio<br />
sottolineare che ho parlato sin qui di discriminazioni indirette<br />
utilizzando questo termine non nel senso proprio della normativa,<br />
bensì avendo a mente quelle situazioni concrete in cui non verrà<br />
mai dichiarato chiaramente che la mancata assunzione è conseguenza<br />
della condizione transessuale, ma non è certo difficile per il<br />
datore di lavoro trovare una qualsiasi altra motivazione alla mancata<br />
assunzione che peraltro non ha, a rigore, necessità di<br />
giustificazione alcuna.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Parlando<br />
invece di situazioni relative a persone transessuali già presenti<br />
nel mondo del lavoro, qui è spesso probabile che si verifichino<br />
episodi di mobbing, molestie e progressiva marginalizzazione sia<br />
nelle mansioni sia nelle relazioni sociali interne all’impresa, con<br />
l’obiettivo di spingere al licenziamento la persona divenuta<br />
“indesiderata”.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
situazione migliore, a ben vedere, è quella delle persone che hanno<br />
un lavoro autonomo o esercitano libere professioni, in quanto<br />
maggiore è la possibilità di far valere il loro “saper fare” e<br />
quindi di mantenere le relazioni di lavoro anche dopo il percorso di<br />
cambiamento.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Certo,<br />
sarebbe utile ed interessante parlare avendo a disposizione dati<br />
reali, ma da una parte il numero delle persone transessuali<br />
stabilmente inserite in contesti lavorativi non è molto elevato e<br />
d’altro canto ad oggi non sono disponibili ricerche significative<br />
sul tema. Un esempio importante in tal senso è rappresentato dalla<br />
ricerca “Io sono io lavoro” eseguita nel 2011 da Arcigay con il<br />
contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sulla<br />
discriminazione nel mondo del lavoro nei confronti delle persone<br />
omosessuali e transessuali.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
A<br />
proposito di questi studi, va segnalata l’importante possibilità<br />
che offre la normativa antidiscriminatoria vigente di poter<br />
utilizzare dati statistici a supporto delle azioni che chiamano in<br />
causa la discriminazione (art.4 decreto 216/2003).</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Parlando<br />
di discriminazioni sul luogo di lavoro va detto che una leva<br />
importante per migliorare la condizione delle persone transessuali è<br />
rappresentata da un approccio manageriale alla gestione delle<br />
diversità in azienda, il cosiddetto “diversity management”,<br />
focalizzato in particolare sulle persone “lgbti”.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
Italia questo è un tema ancora poco conosciuto e le aziende<br />
rischiano di perdere un’importante occasione per valorizzare e<br />
trattenere a sé le potenzialità rappresentate da queste persone,<br />
mentre nel mondo anglosassone questi temi sono già ampiamente<br />
entrati nelle policy aziendali, sia delle imprese che operano in<br />
ambito nazionale sia nelle multinazionali che provano a declinare<br />
questi temi anche in Paesi dove il discorso sociale non è ancora<br />
sviluppato, potendo a volte costituire un positivo agente di<br />
cambiamento.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Non<br />
va sottovalutato il fatto che queste leve aziendali possono<br />
costituire un potente fattore distintivo di promozione del “brand”<br />
istituzionale anche in un’ottica di “corporate social<br />
responsibility”.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
quanto mi riguarda, sono attiva sui temi della diversità “lgbti”<br />
quale componente del team di “Parks” (www.parksdiversity.eu),?utm_source=rss&utm_medium=rss<br />
un’associazione no-profit che raggruppa importanti imprese italiane<br />
(e filiali di multinazionali) che sono attente e desiderano<br />
impegnarsi su questi temi.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Tornando<br />
a volgere lo sguardo al campo sociale, mi pare di poter affermare che<br />
le persone transessuali non abbiano ancora raggiunto la pari dignità<br />
e siano ancora in attesa di poter trovare adeguata rappresentanza nei<br />
movimenti politici e nelle assisi rappresentative.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Al<br />
di là di rari ed estemporanei esempi a livello locale, ancora<br />
mancano personalità di rilievo nella politica nazionale; una grande<br />
occasione mancata fu, nella XV legislatura, l’elezione al<br />
Parlamento di una persona in rappresentanza dei temi del<br />
transessualismo che non era neppure transessuale in senso stretto,<br />
bensì, come amava definirsi “transgender”, nei fatti<br />
rappresentante del mondo omosessuale. Tengo a precisare che non sto<br />
dicendo che questa persona non abbia lavorato bene, semplicemente<br />
avrei preferito che il discorso politico si fosse focalizzato sui<br />
temi del riconoscimento concreto piuttosto che sull’affermazione<br />
acritica di principi vaghi.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Purtroppo<br />
anche in campo economico e scientifico la società italiana ben si<br />
guarda dal valorizzare le rare figure presenti; lunga è ancora la<br />
strada per la valorizzazione e la promozione sociale della questione<br />
transessuale.</div>
<p></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/12/images-30.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/12/images-30.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm; text-align: right;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
quanto mi riguarda, anch’io purtroppo ho dovuto confrontarmi con la<br />
discriminazione sul luogo di lavoro.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Consapevole<br />
della difficoltà che le persone potevano (e possono) avere<br />
nell’approcciarsi e nel comprendere la questione transessuale,<br />
durante il mio percorso di cambiamento in azienda non ho mai preteso<br />
di imporre acriticamente il mio passaggio agli altri colleghi di<br />
lavoro, ma ho sempre cercato di anticipare l’insorgere di problemi<br />
e domande parlando dei temi “lgbti” e del transessualismo in<br />
particolare ad ogni occasione, anche prendendo spunto da fatti di<br />
cronaca, cercando di stimolare domande ed orientare la visione delle<br />
questioni.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Nonostante<br />
il mio percorso di transizione sia stato molto graduale e molto<br />
“attento”, nel senso detto prima, questo non è stato<br />
sufficiente: purtroppo il responsabile dell’ufficio dove lavoravo<br />
al tempo non è stato in grado di accettare e comprendere la mia<br />
condizione ed ha intrapreso nei miei confronti una campagna<br />
vessatoria fatta di battute allusive, di tentativi di sminuire il mio<br />
lavoro, di affidarmi lavori via via più marginali ed inventare<br />
problemi inesistenti, sollevando questioni percettive e caratteriali,<br />
non riuscendo a contestare concrete mancanze lavorative.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ai<br />
tempi avevo anche intrapreso attività sindacale in azienda, seppur<br />
marginale, e pertanto riuscivo a difendermi da queste che erano vere<br />
e proprie molestie, ma giorno dopo giorno la situazione, nonostante i<br />
miei tentativi, anziché migliorare andava peggiorando e così, dopo<br />
averne parlato con la direzione del personale, la soluzione che<br />
stabilirono fu quella di spostarmi ad altro ufficio.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questa<br />
soluzione risolse in un attimo il problema; certo mi chiesi allora e<br />
a distanza di tanti anni ancor oggi mi chiedo se sia stato corretto<br />
da parte aziendale il non prendere una posizione ufficiale e pubblica<br />
su questa questione. Il fatto di non punire in maniera netta ed<br />
evidente anche al resto del personale questi atteggiamenti,<br />
purtroppo, al di là di quello che possa o non possa prevedere il<br />
codice deontologico o quello disciplinare, fa sì che l’immagine<br />
del carnefice ne esca rafforzata in quanto, alla fin fine, la vittima<br />
della discriminazione è stata comunque sollevata dal suo incarico e<br />
spostata dal proprio ruolo, mentre l’autore del mobbing è rimasto<br />
dov’era senza aver subito, quantomeno in apparenza (ed è questo<br />
che conta agli occhi altrui) alcuna punizione. La deduzione che ne<br />
può conseguire è che se un determinato comportamento non viene<br />
punito, non è sbagliato.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
altra ottica, parlando con un approccio sindacale a quella che, in<br />
generale, è la gestione del personale aziendale, sarebbe corretto<br />
chiedersi se una persona che non tollera le diversità in azienda può<br />
gestire al meglio i propri collaboratori; se chi ha atteggiamenti<br />
maschilisti può davvero valorizzare e far rendere al massimo le<br />
risorse aziendali che ha a disposizione. Forse, e dico forse, se<br />
fossimo di fronte a conclamati casi di persone con una superiore<br />
specializzazione tecnica o scientifica si potrebbero fare valutazioni<br />
di un certo tipo, per quanto opinabili, ma parlando in generale il<br />
dubbio è forte!</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
fare un altro esempio sul tema, sempre in ottica generale, se la<br />
persona oggetto di discriminazione fosse sì trasferita ma promossa<br />
ad un incarico superiore, allora il discorso cambierebbe, ma ancora<br />
non sarebbe una soluzione corretta, a mio avviso: le promozioni<br />
dovrebbero seguire il merito e non essere una contropartita a<br />
tacitazione.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Sia<br />
come sia, tornando al mio caso, quello che ho potuto verificare è<br />
stato il mancato supporto dei colleghi durante il periodo in cui<br />
subivo discriminazioni: per meglio dire, in privato mi consolavano ed<br />
erano dalla mia parte, ma davanti al responsabile non avevano<br />
reazioni. Certo, questo è comprensibile in una struttura gerarchica<br />
aziendale dove nessuno si può permettere di perdere il posto di<br />
lavoro mettendosi contro i superiori.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Meno<br />
comprensibile è stato però l’atteggiamento di chi è arrivato a<br />
criticarmi poiché cercavo di difendermi dagli attacchi: addirittura<br />
qualcuno avrebbe detto che non era corretto che io mi ponessi in<br />
contrasto con chi, in fondo, era il mio superiore gerarchico; avrei<br />
dovuto rispettare i ruoli e subire in silenzio.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Trovo<br />
questi atteggiamenti molto tristi e rappresentativi di schemi di<br />
pensiero volti ad atteggiamenti se non servili quantomeno<br />
rappresentativi di grande omologazione e limitatezza di vedute.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Purtroppo<br />
mi è capitato spesso di incontrare persone di tal fatta,<br />
specialmente in ambito sindacale: a parole convintamente a favore dei<br />
diritti e del progresso civile, ma di fronte al caso concreto muti ed<br />
inermi.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Ci<br />
ha accennato prima della sua esperienza sindacale: è stata utile per<br />
affermare il suo status e portare un discorso di cambiamento in<br />
azienda oppure non ha trovato ciò che si aspettava?</b></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Mi<br />
duole dirlo, ma l’esperienza sindacale che ho vissuto inizialmente<br />
con tanto entusiasmo e voglia di fare, si è tramutata, a tratti, in<br />
un’esperienza per me davvero negativa, non tanto in ambito<br />
aziendale bensì, purtroppo, con le strutture verticistiche e<br />
burocratiche del sindacato stesso che, mi sembra giusto ricordarlo, è<br />
la federazione bancaria della CGIL.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Prima<br />
di intraprendere la mia battaglia giuridica sulla vicenda del mio<br />
matrimonio sciolto d’ufficio ero molto felice e speranzosa nei<br />
riguardi del mio ruolo sindacale; pensavo che essendo nell’unico<br />
sindacato italiano che aveva addirittura dedicato una struttura<br />
specifica a livello nazionale a questi temi, definendoli “nuovi<br />
diritti”, avrei avuto in caso di necessità un valido supporto e<br />
molte connessioni.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Fintanto<br />
che non ebbi nulla da chiedere, tutto funzionò bene: io ho gestito<br />
da sola il mio percorso di transizione, sia nella vita sia in<br />
azienda.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Nel<br />
sindacato, proprio dopo l’intervento di cambio di sesso, ero<br />
divenuta la responsabile aziendale, anche se per verità va detto che<br />
presi quel ruolo non tanto perché qualcuno aveva creduto<br />
particolarmente in me, piuttosto le altre persone a cui era stato<br />
offerto lo avevano rifiutato; purtroppo fare attività sindacale è<br />
visto più come una fonte di problemi che di utilità sociale.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
me questo ruolo, come ho detto, rappresentava un’esperienza di<br />
rilancio positiva, anche nella mia nuova dimensione femminile; va<br />
detto che per carattere da sempre mi piace interessarmi e poter<br />
portare il mio contributo nei contesti in cui sono inserita, questo<br />
fin dal liceo, dove sono stata sia rappresentante di classe sia<br />
d’istituto.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
All’inizio,<br />
pur timorosa che i colleghi non rispondessero positivamente al mio<br />
nuovo ruolo, cercai di lavorare al meglio e creare un gruppo<br />
affiatato, partecipando sempre agli incontri sindacali che si<br />
tenevano sia sul territorio sia in ambito nazionale.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Provai<br />
anche a offrire il mio contributo sui temi del transessualismo, dato<br />
che li avevo approfonditi e, grazie alla mia esperienza personale,<br />
potevo offrire un sicuro valore aggiunto.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Purtroppo<br />
la risposta fu di assoluta indifferenza e lì iniziarono le mie<br />
perplessità.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Dopo<br />
che emerse il problema relativo al mio matrimonio notai una chiusura<br />
da parte del sindacato che francamente non mi sarei mai aspettata.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
quelle prime fasi, alla fine del 2009, non avevo ancora stabilito i<br />
rapporti con chi poi ha portato avanti questa causa giuridica, cioè<br />
Rete Lenford, e disperatamente cercavo un aiuto poiché ero in grande<br />
difficoltà.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Stranamente<br />
dalle strutture centrali del sindacato mi fecero capire di “non<br />
disturbare”.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Dopo<br />
di questo iniziò un boicottaggio nei miei confronti ed io mi trovai<br />
sola a svolgere la mia attività, senza più il supporto delle<br />
strutture territoriali.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Passai<br />
momenti difficili, ma essendo l’azienda in cui lavoro uno dei<br />
maggiori gruppi bancari nazionali, con migliaia di dipendenti, avevo<br />
modo e materia per svolgere proficuamente la mia attività.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Mi<br />
concentrai sul lavoro e, pur senza supporto, mi impegnai, riuscendo<br />
in questi anni anche a conseguire due master grazie a delle borse di<br />
studio.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
L’anno<br />
scorso le strutture centrali, vedendo che non riuscivano a scalfirmi<br />
con la loro azione sottotraccia, scrissero direttamente alla banca ed<br />
all’associazione bancaria italiana per escludermi dal mio incarico<br />
(senza neppure comunicarmelo, tra l’altro).</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questa<br />
è stata, in breve, la mia esperienza con le strutture della CGIL.<br />
C’è poco da aggiungere, alla faccia di democraticità e gestione<br />
trasparente.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Vorrei<br />
rimarcare il fatto che, parlando in generale, escludere di punto in<br />
bianco, senza motivazioni né votazioni, una persona che ha svolto<br />
per anni intensa attività sindacale in azienda, la espone ad<br />
eventuali ritorsioni da parte del datore di lavoro. Valutai allora se<br />
fare ricorso giurisdizionale contro tale decisione, ma gli amici mi<br />
consigliarono di lasciar perdere, non ne valeva la pena e di fatto<br />
era un’attività volontaria e non retribuita.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Una<br />
triste esperienza con le strutture centrali, ma un’ottima<br />
esperienza in azienda, dove ho potuto ampliare le mie conoscenze e mi<br />
sono messa in gioco nell’attività di confronto e contrattazione.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Negli<br />
anni passati a fare questa attività ho potuto siglare decine e<br />
decine di accordi aziendali, un contratto integrativo, ho vissuto e<br />
contribuito a gestire per la parte di competenza le fasi di<br />
incorporazione e scorporo di aziende e attività; ho potuto aiutare<br />
tanti colleghi a risolvere al meglio le loro problematiche sul luogo<br />
di lavoro ed anche ad avere piccoli aumenti di stipendio. Mi è<br />
piaciuto fare questa attività ed ho visto che ci sono questione,<br />
nell’ambito dell’organizzazione sindacale, certamente da<br />
riformare.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Una<br />
soddisfazione particolare è rappresentata dalla firma di un accordo<br />
da me promosso che estende una tutela già presente per le coppie<br />
etero anche alle coppie dello stesso genere; questo risultato ha<br />
avuto anche l’onore di essere citato su un’importante<br />
pubblicazione economica nazionale.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Ci<br />
può ricordare cosa recita la legge 164 ? E qual è la sua opinione<br />
in merito alla norma?</b></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
legge 164 del 1982 fu, ai tempi, una legge molto avanzata, la terza<br />
in ambito europeo dopo la normativa svedese del 1972 e tedesca del<br />
1980.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
legge nacque a fronte della presa d’atto della necessità di<br />
regolarizzare e dare dignità a situazioni, che si presentavano con<br />
sempre maggior evidenza, di persone che si sottoponevano ad<br />
operazioni di rettificazione chirurgica del sesso all’estero e,<br />
dopo essere tornate in Italia, non potevano modificare i loro<br />
documenti e rischiavano addirittura conseguenze penali per aver<br />
modificato il proprio corpo, per non parlare del fatto che potevano<br />
essere sanzionate per mascheramento e, come accadeva, inviate al<br />
confino.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Va<br />
detto che fino agli anni ’70 qualche tribunale particolarmente<br />
attento concedeva la variazione dei documenti anche in assenza di una<br />
normativa specifica, ma con l’aumentare delle richieste la<br />
giurisprudenza si era orientata nel senso di un rigido divieto.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questa<br />
legge fu dunque ottima per risolvere le situazioni in essere di<br />
persone che si erano già sottoposte ad intervento chirurgico, ed a<br />
questo scopo erano posti gli articoli 6 e 7. In aggiunta l’articolo<br />
3 dispone al primo comma: “Il tribunale, quando risulta necessario<br />
un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante<br />
trattamento medico-chirurgico, lo autorizza con sentenza.” Questo<br />
comma, nella ratio della norma, era da riferirsi ai casi di quelle<br />
persone che andavano o sottoporsi all’intervento all’estero (non<br />
essendovi peraltro ai tempi la possibilità di effettuare<br />
l’intervento in Italia).</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Con<br />
riferimento ai nuovi casi, va detto anzitutto che la legge è<br />
implicitamente impostata e volta a risolvere le problematiche della<br />
questione transessuale, ma non cita mai il termine transessualismo:<br />
lo farà invece la Corte Costituzionale nella famosa sentenza<br />
161/1985 dove validò l’applicazione della nuova normativa.
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questa<br />
legge è molto sintetica ed anche aperta all’interpretazione e<br />
proprio la successiva giurisprudenza è intervenuta a limitarne e<br />
definirne gli ambiti, financo con una certa rigidità. La sintesi<br />
della legge fa sì che sia anche non sempre chiara e precisa riguardo<br />
a tutti gli aspetti coinvolti dal tema della variazione anagrafica.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
punto chiave della disciplina si trova all’articolo 1, dove è<br />
scritto che: “La rettificazione si fa in forza di sentenza del<br />
tribunale passata in giudicato che attribuisca ad una persona sesso<br />
diverso da quello enunciato nell&#8217;atto di nascita a seguito di<br />
intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali”; qui<br />
probabilmente era implicito il riferimento ai caratteri sessuali<br />
primari, ma questo non viene in realtà esplicitato chiaramente.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
Consulta, con la già citata sentenza 161, ampliò il campo dei<br />
caratteri sessuali a quelli psicosessuali, introducendo quindi<br />
elementi psicologici soggettivi di percezione ed autodeterminazione,<br />
qualificando la differenza tra i sessi come quantitativa anziché<br />
qualitativa e suggerendo di privilegiare tra i vari aspetti, quelli<br />
di carattere dominante.
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
successiva giurisprudenza si attenne allo stretto tenore letterale<br />
della norma, favorita però in questo dalla vaghezza delle<br />
considerazioni della Consulta testé citate e sicuramente sostenuta<br />
dagli sviluppi dell’endocrinologia e delle neuroscienze che portano<br />
a dare rilievo anche ad un dato genetico ed a fattori ormonali.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
questa ragione di stretta interpretazione giurisprudenziale da più<br />
parti, seguendo gli sviluppi del dibattito a livello internazionale,<br />
si è iniziato a parlare di “sterilizzazione forzata” della<br />
persona transessuale, la quale, generalmente, può ottenere i<br />
documenti con il nuovo nome e sesso solamente dopo aver subito<br />
l’intervento di rettificazione sessuale (con asportazione delle<br />
gonadi).</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Continuando<br />
l’esame della normativa, resta da analizzare un ultimo articolo ed<br />
i successivi sviluppi.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
L’articolo<br />
mancante è il 4, dove in sostanza si dice che la sentenza di<br />
rettificazione provoca (determina) lo scioglimento del matrimonio e<br />
si applicano le disposizioni della legge sul divorzio.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Probabilmente<br />
l’intento originario del legislatore era quello di definire con<br />
un’unica procedura giuridica il caso della persona che chiedeva il<br />
mutamento di nome e sesso in presenza di un matrimonio (civile o<br />
religioso) precedentemente contratto.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
L’assunto<br />
che si dava per scontato è che non vi fosse interesse per i coniugi<br />
nel proseguire il matrimonio e pertanto la strada più ovvia fosse<br />
quella di agevolare al massimo lo scioglimento. Certo, vi era anche<br />
il tema che il matrimonio, precedentemente eterosessuale, sarebbe<br />
divenuto un matrimonio composto da due persone divenute dello stesso<br />
sesso o, più correttamente, divenute dello stesso genere sociale, in<br />
quanto il sesso biologico non si può mutare (perlomeno ad oggi)<br />
mediante terapie mediche e chirurgiche.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
mia opinione è che ai tempi fosse talmente ovvio e scontato nel<br />
pensiero comune che il coniugio non potesse proseguire che neppure si<br />
metteva in conto la possibilità di una diversa volontà dei coniugi;<br />
il discorso sulla differenza di genere passava pertanto in secondo<br />
piano.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Anche<br />
la dottrina dell’epoca non approfondì la questione, così come la<br />
Consulta nella già citata sentenza 161. Solo qualche commentatore<br />
ipotizzò la possibilità di una volontà dei coniugi a proseguire<br />
nel vincolo, ma la questione non venne adeguatamente approfondita.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Nel<br />
1987 una legge (n.74) apportò modifiche alla disciplina dei casi di<br />
scioglimento del matrimonio ed in quell’occasione venne introdotta<br />
una nuova fattispecie che si riferiva specificamente al passaggio in<br />
giudicato della sentenza di rettificazione di sesso. La collocazione<br />
sistematica di questa novella legislativa faceva pensare che fosse<br />
necessaria sia la volontà dei coniugi allo scioglimento, sia la<br />
sussistenza della sentenza di un giudice che, accertata tale volontà,<br />
pronunciasse il divorzio.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Con<br />
queste premesse si arrivò, molti anni dopo, al caso dello<br />
scioglimento d’ufficio del mio matrimonio a seguito del mio cambio<br />
anagrafico e di genere avvenuto nel 2009.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Avendo<br />
già ripercorso le tappe della mia vicenda all’inizio di questa<br />
intervista, sottolineo i punti fondamentali della questione: si è<br />
partiti dalla contestazione dell’annotazione dello scioglimento del<br />
matrimonio a margine dell’atto stesso chiedendone la cancellazione<br />
(sollevando un problema di mancanza di potere che ricorda un po’ la<br />
discussione in corso in questi mesi sulle trascrizioni dei matrimoni<br />
omosessuali celebrati all’estero) e si è invece arrivati a<br />
discutere di un matrimonio omossessuale che tale non è!</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
problema è che qui non si è rispettata la volontà dei coniugi, né<br />
la mia né quella di mia moglie e si pretende di costringere una<br />
persona a scegliere se rinunciare al proprio nome ed alla propria<br />
identità oppure al proprio matrimonio ed al progetto stabile di vita<br />
già posto in essere con l’altra persona, tutto questo in nome di<br />
un presunto interesse dello Stato a non modificare le forme di<br />
matrimonio, interesse che però non è mai stato declinato nel suo<br />
concreto significato.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
I<br />
punti importanti sono da un lato che qui l’unione coniugale è<br />
preesistente alla rettificazione anagrafica ed ha già prodotto<br />
validi effetti giuridici; inoltre pare arduo accostare questo tipo di<br />
unione alla coppia omosessuale, in quanto è piuttosto una variazione<br />
della coppia eterosessuale venendosi infatti a modificare il genere<br />
dei coniugi senza che ne sia intaccato il loro orientamento sessuale.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Come<br />
se tutto questo non fosse già sufficiente, a completare il quadro di<br />
contraddizione che si trova a fronteggiare il “sistema” di fronte<br />
alla questione transessuale va detto che, incredibilmente, il diritto<br />
canonico (il nostro matrimonio è concordatario), non prevede in<br />
alcun modo lo scioglimento automatico del matrimonio a seguito di<br />
variazione anagrafica (variazione effettuata dallo Stato italiano,<br />
non dal Vaticano, peraltro) di uno dei coniugi, poiché riconosce<br />
continuità alla persona.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
problema è servito; alla Suprema Corte il compito della risposta si<br />
spera in tempi ragionevoli, considerato che in altre nazioni estere<br />
dove si sono presentati (pochi) casi simili al nostro, è stato<br />
finora sempre mantenuto in essere il vincolo preesistente anche<br />
laddove era assente di una normativa sulle unioni omosessuali e<br />
questo a sottolineare che è stata colta la differenza eziologica<br />
delle due situazioni.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
completezza di analisi ricordo che la normativa posta dalla legge 164<br />
è stata modificata dal decreto 150/2011 in materia di<br />
semplificazione dei procedimenti civili: da volontaria giurisdizione<br />
la procedura è passata al rito ordinario, con sicuro aggravio di<br />
costi ed appesantimento del procedimento, il tutto infarcito da<br />
qualche difformità interpretativa su bolli e modalità operative a<br />
seconda dei differenti tribunali. Anziché semplificare si è<br />
complicato, quando all’estero spesso si è di fronte a semplici<br />
procedure amministrative senza l’intervento dei tribunali.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Una<br />
curiosità è rappresentata dal fatto che questo decreto 150 si è<br />
premurato di modificare una parola dell’articolo 4 della legge 164,<br />
proprio l’articolo relativo allo scioglimento del matrimonio.<br />
Questa modifica, pur ininfluente sia sul piano lessicale sia su<br />
quello procedurale, è indicativa delle forze sotterranee impegnate a<br />
mantenere l’eterodossia ed il conservatorismo sociale. Ho avuto<br />
l’onore di un comma di legge ad personam, purtroppo contro e non a<br />
favore!
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Facendo<br />
un passo indietro, lei ha parlato di sterilizzazione forzata imposta<br />
dalla normativa. Può spiegarci meglio la questione?</b></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Come<br />
accennavo poc’anzi, recentemente alcune associazioni che si<br />
occupano dei temi “lgbti” hanno iniziato una campagna contro la<br />
sterilizzazione forzata e la cosiddetta patologizzazione del<br />
transessualismo.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
questione, un po’ complessa, prende le mosse dal fatto che<br />
recentemente in Argentina è entrata in vigore una legge che consente<br />
la variazione anagrafica di nome e sesso senza necessità di alcun<br />
tipo di intervento chirurgico e neppure di diagnosi clinica di<br />
transessualismo: a semplice richiesta.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
effetti, a ben guardare, la questione viene spostata<br />
dall’individuazione e diagnosi del transessualismo a quella<br />
dell’autodeterminazione della persona.
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questo<br />
tema è collegato alla natura stessa del transessualismo: è davvero<br />
una problematica clinica oppure altro non è che una “naturale<br />
varianza” della fenomenologia umana, come è ora considerata ad<br />
esempio l’omosessualità (che pure nei decenni scorsi era<br />
classificata quale disturbo psicologico)?</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
risposta a questa domanda sarebbe stata assai ardua fino a qualche<br />
decennio addietro: ora, grazie come detto ai progressi delle scienze,<br />
si sono potute formulare plausibili ipotesi sull’origine ed il<br />
manifestarsi del transessualismo.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Credo<br />
però che il punto chiave sia un altro: dobbiamo chiederci se la<br />
persona transessuale sia in uno stato di equilibrio oppure no; se non<br />
lo è, occorre ricercare tale equilibrio nei modi e nelle forme che<br />
la persona stessa ritiene più opportune.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ogni<br />
cosa al mondo, in un certo senso, rappresenta una “naturale<br />
varianza”, anche un raffreddore, per fare un esempio. Se non lo<br />
curo sto male e mentre è vero che a volte può sparire da solo, è<br />
altrettanto vero che se permane può causare gravi o peggiori<br />
conseguenze.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ecco,<br />
anche per il transessualismo vale la stessa logica: non essendo una<br />
situazione di equilibrio, anzi di grave sofferenza, è la persona<br />
stessa a richiedere terapie, mediche o chirurgiche, per adeguare e<br />
riequilibrare corpo e mente.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Comprendiamo<br />
quindi come, a mio avviso, sia del tutto erroneo pretendere di<br />
eliminare la questione transessuale dai manuali clinici; offensivo<br />
verso le persone transessuali ed anche contrario alla verità delle<br />
cose come ad oggi le possiamo percepire. Ecco che il discorso sulla<br />
depatologizzazione, se male impostato, rischia di danneggiare le<br />
persone transessuali.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Quello<br />
che è vero è che non è ammissibile considerare il transessualismo<br />
un problema psicologico, da sistemare poi tramite ormoni e chirurgia,<br />
per giunta. È qui il problema e da poco, con la nuova edizione del<br />
manuale diagnostico “DSM” si è ottenuto un progresso in quanto<br />
ora il transessualismo non è più un problema di per sé, che resta<br />
“attaccato” alla persona per tutta la vita, ma viene tenuto in<br />
conto solo in quanto causa di disagio temporanea, che scompare una<br />
volta che la persona raggiunge il suo equilibrio, il suo stato di<br />
benessere.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Altro<br />
c’è ancora da fare, a mio avviso, per eliminarlo del tutto dal<br />
manuale DSM e collocarlo nel classificatore internazionale ICD al<br />
fianco delle questioni intersessuali, date le probabili cause<br />
genetiche ed ormonali del fenomeno.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Dato<br />
questo quadro, si può facilmente comprendere l’origine delle<br />
cosiddette “terapie riparative” (applicate pervicacemente anche<br />
all’omosessualità): se si considerano questi fenomeni come<br />
questioni psichiatriche o dipendenti da educazione e contesto<br />
sociale, si comprende come possano trovare appiglio tali sedicenti<br />
cure, nei fatti terribili strumenti di violazione della dignità ed<br />
integrità umana.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Questo<br />
stesso processo di considerare le persone transessuali (ed<br />
omosessuali) esseri diversi, con problemi e deviazioni mentali, in<br />
effetti minorati, ha consentito una loro collocazione sociale in<br />
qualche modo inferiore a quella delle persone sedicenti “normali”.<br />
Sfruttando questo percorso argomentativo si è quindi potuta dare una<br />
giustificazione all’esclusione ed alla marginalizzazione, financo<br />
alla persecuzione. In qualche modo questo processo di segmentazione<br />
degli esseri umani in categorie dotate di differenti dignità<br />
richiama elementi della teoria specista ed è lo stesso processo che<br />
giustifica, ad esempio, lo schiavismo e la tratta dei neri, oppure<br />
giustifica la condizione di inferiorità sociale delle donne.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Chiarito<br />
il tema della patologizzazione, torniamo alla legge argentina ed alla<br />
variazione di nome e genere sui documenti a semplice richiesta.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Senza<br />
entrare nel merito del tessuto sociale e culturale argentino, che non<br />
conosco, in Italia il problema si pone in quanto nelle fasi iniziali<br />
di transizione, quando già l’aspetto cambia e non è più<br />
rappresentativo del genere di origine, diviene faticoso e<br />
discriminatorio essere obbligate ad utilizzare documenti con il nome<br />
espresso nel genere di appartenenza iniziale.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Ecco<br />
quindi il problema: il nome in rapporto all’aspetto in divenire,<br />
non tanto un cambio di genere senza che nulla del sesso sia cambiato.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Compreso<br />
questo ecco che si evidenzia tutta la forzatura di pretendere da una<br />
parte l’eliminazione del transessualismo, che pure esiste e<br />
dall’altra addirittura l’eliminazione del sesso dalla società,<br />
cosa questa contraria alla stessa biologia umana; al più<br />
occorrerebbe aumentare i sessi, a rigore, se volessimo ricomprendere<br />
i casi di intersessualismo (almeno tre casi principali che sommati al<br />
maschile e femminile darebbero cinque tipologie sessuali alla<br />
nascita).</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Vale<br />
dire che occorrerebbe anche una maggior precisione e chiarezza sui<br />
termini: se parliamo di sesso, se sui documenti indichiamo il sesso,<br />
allora non si vede come questo possa essere abolito, tutt’al più<br />
si può prevedere una casella “X” di sesso non specificato per i<br />
soli casi di intersessualità alla nascita, come già avviene in<br />
Australia.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Se<br />
invece si parla di genere, cioè di tutte quelle manifestazioni<br />
sociali, comportamenti, usi, regole, modi di relazionarsi, legate ad<br />
un determinato genere ed al ruolo che assume nella società, queste<br />
sono sì intercambiabili e pertanto si potrebbero variare a piacere;<br />
si potrebbero anche eliminare, ma per una ragione molto semplice:<br />
essendo modalità di relazione occorre sempre un riconoscimento<br />
sociale, quindi la cancellazione sarebbe del tutto illusoria, in<br />
quanto il genere desiderato sarebbe sempre soggetto a validazione<br />
collettiva.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Insomma,<br />
se abbiamo un lupo ed un agnello e chiamiamo entrambi gufo, è lecito<br />
pensare che l’agnello possa dormire sonni tranquilli avendo di<br />
fianco un lupo e chiamandosi ora entrambi gufi?</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Quello<br />
che manca in Italia è pertanto la possibilità di variare<br />
liberamente il nome senza che questo sia legato obbligatoriamente al<br />
genere, come invece impone una ben poco lungimirante legge (art. 35<br />
decreto 396/2000). Va da sé che anche il codice fiscale dovrebbe<br />
adeguarsi a questa riforma, magari diventando un codice numerico in<br />
modo da impedire la possibilità di rilevare a prima vista il sesso<br />
della persona.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
pretesa di cambiare anche l’indicazione di genere non trova invece,<br />
a mio avviso, valide ed autonome ragioni, salvo eventuali impedimenti<br />
di ordine eccezionale, come ad esempio l’impossibilità di<br />
sottoporsi ad interventi chirurgici per obiettive ragioni di salute.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Altre<br />
richieste, beninteso se vi fosse la variazione legislativa di cui<br />
sopra, ricadrebbero a mio avviso in casi che nulla hanno a che fare<br />
con il transessualismo.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Che<br />
cos&#8217;è, per lei, l&#8217;identità?</b></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
L’identità<br />
è un concetto che si può applicare a differenti contesti: in<br />
generale il termine mi pare si riferisca all’idea di essere parte<br />
di qualcosa o, perlomeno, di assumere a modello quella cosa, che<br />
diviene la nostra identità, per definire meglio noi stessi.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
fondo l’identità è un riferimento, il nostro punto fermo, la<br />
nostra àncora di salvezza nell’universo mutevole.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Parlando<br />
dell’identità di genere, la penso riferita al proprio sentirsi<br />
interiore, alla propria essenza, femminile o maschile.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Mi<br />
pare di poter dire che questa identità abbia due aspetti, uno<br />
soggettivo, l’altro oggettivo.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
primo appare quando mi guardo allo specchio e mi chiedo chi è e a<br />
chi appartiene quell’immagine che vedo riflessa, il secondo<br />
aspetto, oggettivo, emerge dalle relazioni che ho quando entro in<br />
contatto con le altre persone che vorrei mi riconoscessero e mi<br />
considerassero per quello che sento di essere, un essere femminile.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
questo senso l’identità di genere, detta transessualismo (decenni<br />
addietro transessualismo primario, per distinguerlo da altre realtà<br />
differenti che oggi sono ricomprese nel termine “ombrello”<br />
transgender) non è un qualcosa che viene definito unicamente dal<br />
mondo esterno, dalla società.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
questa ragione avere i documenti allineati con la propria identità<br />
di genere, ottenere un giusto riconoscimento sociale, passare<br />
indifferenti in mezzo alla folla senza ingenerare dubbi ed ambiguità<br />
su chi si è, tutto questo non è così importante come l’aspetto<br />
soggettivo, come essere sé stessi.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
arrivare a questo traguardo penso sia necessario un profondo percorso<br />
di presa di coscienza di sé. Solo dopo aver fatto questo ci può<br />
essere, e ci deve essere, un processo di autodeterminazione che porti<br />
alla piena realizzazione del sé. Il fine ultimo è raggiungere una<br />
condizione di maggior benessere; questo è l’obiettivo. Quando si<br />
arriva a questo punto, l’aspetto sociale dovrebbe esplicarsi in<br />
maniera spontanea; l’unico ostacolo può essere la memoria del<br />
passato oppure, appunto, la mancanza di leggi che diano<br />
riconoscimento a questo percorso.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
fondo il percorso transessuale è quasi un percorso filosofico: presa<br />
per mano da Socrate attraverso un percorso di conoscenza interiore,<br />
si arriva ad incontrare uno stato di benessere e felicità epicurea.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Dove<br />
la persona, seguendo Hegel, rimane nella sua essenza la medesima<br />
anche dopo il percorso di cambiamento, Aristotele ci invita a<br />
riflettere se davvero vi è un tratto comune che definisca la persona<br />
o si possa parlare di una situazione nuova, totalmente slegata da<br />
quella precedente. A mio avviso il tratto comune rimane, e,<br />
paradossalmente, la logica transessuale mette d’accordo i due<br />
filosofi, in quanto la persona resta certamente sempre la medesima<br />
anche dopo il cambiamento, ma proprio perché la sua natura è del<br />
tutto peculiare: una natura intersessuata che impedisce di dividere<br />
le due situazioni, il prima ed il dopo, e le assimila in questo<br />
tratto che resta costante.</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
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