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	<title>umanitario Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Il Diritto internazionale umanitario e i conflitti: quali sono le armi vietate</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jul 2021 06:57:31 +0000</pubDate>
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Most of the population in Rounyn recently fled to camps for displaced people due to the clashes between the Government and the armed movements.</figcaption></figure>



<p></p>



<p>di Maddalena Formica</p>



<p>Nella sua costante ricerca nel portare un briciolo di umanità nei conflitti, il diritto internazionale umanitario ha negli anni tentato di vietare l’utilizzo di alcune tipologie di armi.</p>



<p>Sia il Protocollo I alle Convezioni di Ginevra del 1977 sia il Comitato Internazionale della Croce Rossa, infatti, hanno inizialmente individuato tre categorie generali di armamenti il cui utilizzo viene considerato una grave violazione del diritto internazionale umanitario e, di conseguenza, un crimine contro l’umanità.</p>



<p>Tra tali tipologie vi sono innanzitutto le armi che portano inevitabilmente alla morte, cioè armi caratterizzate da una forza tale da rendere inevitabile la morte dell’avversario: è il caso, ad esempio, di alcuni gas asfissianti, irrimediabilmente letali per coloro che ad essi sono esposti. Una seconda categoria generale sono le armi che provocano ferite o sofferenze inutili: se per parte della dottrina l’inutilità dell’“effetto traumatico” può essere però individuato tenendo conto dell’utilità militare ricercata (giustificando così molti episodi di violenza con l’obiettivo militare da raggiungere), la dottrina maggioritaria considera oggi che l’eccessività del dolore causato debba essere rintracciata sulla base del male effettivamente subito dalla vittima, sebbene critiche siano state sollevate per il carattere eccessivamente soggettivo di questo criterio. Terza tipologia generale di armi vietate dal diritto umanitario sono quelle armi ad effetto indiscriminato, ovvero che non possono essere dirette contro un obiettivo militare determinato o il cui effetto non può essere limitato; in quest’ultima categoria è possibile poi individuare due sottogruppi: le armi ad effetto indiscriminato per natura, come la maggior parte delle armi chimiche, che non possono essere “indirizzate” verso un obiettivo specifico, e quelle che lo sono a causa dell’utilizzo che di esse ne viene fatto, come le bombe nei bombardamenti a tappeto che radono sistematicamente al suolo aree intere, senza fare alcun tipo di distinzione tra obiettivi militari, legittimi, e obiettivi civili, contrari al diritto internazionale umanitario.</p>



<p>Oltre a queste categorie generali, che hanno il pregio di poter limitare l’uso di certe armi, soprattutto quelle più moderne che non sono ancora state inquadrate dal diritto internazionale, alcune tipologie specifiche di armi sono state espressamente messe al bando.</p>



<p>Se ancora turba il silenzio, chiaramente politico, del diritto internazionale umanitario circa la possibilità di vietare le armi nucleari, oggi diverse convenzioni vietano però l’utilizzo, tra le altre, di armi chimiche, mine antiuomo e le cosiddette bombe a grappolo. Per quanto riguarda le prime, queste sono state utilizzate per la prima volta in maniera massiccia durante la Prima Guerra Mondiale, grazie agli sviluppi negli studi chimici e biologici del XIX secolo, e sono oggi ritornate nel dibattito pubblico dopo gli avvenimenti in Siria nel 2013. Definite come quei prodotti chimici tossici concepiti per provocare la morte o alti danni seri agli esseri viventi, attualmente il loro utilizzo è vietato da una convenzione internazionale del 1993 alla quale molti Stati hanno aderito, complice la scoperta delle atrocità statunitensi in Vietnam e dell’utilizzo dell’ormai tristemente celebre napalm.</p>



<p>La seconda categoria, quella delle mine antiuomo, cioè di dispositivi posti sopra o sotto il suolo che esplodono quando entrano in contatto con una persona, è stata purtroppo utilizzata frequentemente negli ultimi decenni in molte parti del mondo, a causa del prezzo bassissimo necessario per produrle, ed ancora oggi moltissime sono le vittime di questi dispositivi: una volta terminato il conflitto, infatti, gli Stati non investono tempo e risorse nel rimuoverli dal terreno e anche per anni questi possono esplodere, uccidendo o danneggiando. Una convenzione del 1997 ha tentato di vietarne l’utilizzo, grazie anche a lavoro incessante di ONG e associazioni, e oggi per gli Stati firmatari sussiste, oltre il divieto di usarle, anche l’obbligo di rimuoverle dal terreno e distruggerle.</p>



<p>Terza categoria di armi specifiche che, tra le varie, sono state vietate dal diritto internazionale umanitario, è quella delle armi a grappolo, utilizzate più volte in Siria ma anche in Afghanistan e Cecenia. In genere, quando si parla di armi a grappolo, si fa riferimento ad una “bomba – madre” che, al momento dell’impatto o durante il volo, esplode in diverse “bombe – figlie” che si disperdono nell’area circostante. Seppur poco utilizzate rispetto ad altri dispositivi a causa del loro costo abbastanza elevato, gli Stati hanno deciso di intervenire nel 2008, concludendo una convenzione che ricalca il trattato in materia di mine antiuomo, ma con un’importante novità che forse può essere un precedente per accordi futuri: gli Stati dovranno garantire l’assistenza alle vittime e alle loro famiglie e riconoscere una riparazione dei danni, fisici e morali, che l’utilizzo di tali armi ha causato.</p>
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		<title>La reale effettività del Diritto internazionale umanitario: cosa succede quando viene violato</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2021 08:28:43 +0000</pubDate>
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<p>di Maddalena Formica</p>



<p>Il diritto internazionale umanitario ha avuto e ha tuttora l’enorme pregio di tentare di spostare l’attenzione verso le popolazioni civili, ovvero verso quelle vittime innocenti che si trovano a loro discapito a vivere in situazioni di conflitto che di umano, per loro natura, hanno davvero poco.</p>



<p>Nonostante questo importantissimo obiettivo e i progressi che, da un secolo a questa parte, sono stati lentamente fatti, il diritto internazionale umanitario risulta ancora oggi uno dei rami del diritto meno rispettati. Ciò avviene un po’ per mancanza di risorse, ma il più delle volte si assiste ad una vera e propria mancanza di volontà delle parti in conflitto: non deve sorprendere dunque che la sua reale effettività sia stata più volte contesta, al punto che alcuni autori mettono in dubbio l’esigenza di continuare ad applicarlo, o meglio di continuare a pretendere che venga applicato. Ovviamente i seppur lenti progressi compiuti e i limiti che piano piano gli Stati stanno incominciando ad interiorizzare, sul piano interno e internazionale, sono già non solo una buona riposta a tali dubbi ma anche un incoraggiamento a continuare a lavorare perché la sua applicazione sia sempre più estesa e, soprattutto, più rispettata nelle zone di conflitto.</p>



<p>Ma in che modo, allora, le violazioni del diritto internazionale umanitario vengono sanzionate a livello giuridico?</p>



<p>In generale si possono distinguere due tipologie di reazioni: vi sono le reazioni che possono sorgere durante il conflitto, quando la violazione è ancora in corso, e le reazioni successive alla violazione, il più delle volte intraprese al termine del conflitto stesso.</p>



<p>Per quanto riguarda le reazioni che possono nascere durante il conflitto armato, un ruolo centrale è rivestito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Sulla base dell’articolo 41 della Carta dell’ONU, in particolare, il Consiglio può adottare delle sanzioni economiche, commerciali o giudiziarie nei confronti di chiunque ritenga stia minacciando la pace e la sicurezza mondiale con delle violazioni del diritto internazionale umanitario.</p>



<p>Se tali misure non risultassero però sufficienti, l’articolo 42 Carta dell’ONU riconosce eccezionalmente al Consiglio di Sicurezza la possibilità di intervenire militarmente, sia in un conflitto armato internazionale sia in un conflitto dove a fronteggiarsi sono dei gruppi armati interni, qualora il loro scontro causi tensioni anche al difuori dello Stato stesso. Tale articolo non è però mai stato applicato e vi è ragione di credere che difficilmente lo sarà in un futuro prossimo, dal momento che gli Stati lo vedrebbero come un’ingerenza eccessiva da parte della comunità internazionale nei loro affari ed interessi. Nonostante questo, le Nazioni Unite hanno comunque nella pratica esteso la possibilità di agire sul territorio di uno Stato anche senza il suo consenso per mezzo di operazioni di <em>peacekeeping</em> o di mantenimento della pace, sempre più frequenti, sebbene talvolta poco riuscite (basti pensare al tragico genocidio di Srebrenica del 1995 durante il conflitto in Bosnia ed Erzegovina).</p>



<p>In questi casi la violazione del diritto internazionale umanitario può legittimare la paura di una minaccia alla pace e alla sicurezza mondiale e, di conseguenza, l’uso della forza da parte delle Nazioni Unite. Qualsiasi forma di intervento armato unilaterale da parte di uno Stato sul territorio di un altro e senza il consenso di quest’ultimo è invece vietato, rientrando nel novero delle ipotesi di aggressione.</p>



<p>Nel momento in cui però il conflitto termina e la situazione sorta in violazione del diritto internazionale umanitario è conclusa, rimane comunque possibile la ricerca dei responsabili e la loro eventuale condanna: ad entrare in gioco è questa volta la Corte Penale Internazionale che è infatti competente per decidere sulle violazioni così gravi del diritto internazionale umanitario da concretizzare l’ipotesi di crimini di guerra.</p>



<p>Molti dubbi, dunque, sono sollevati ogni anno in dottrina circa l’utilità e l’effettività del diritto internazionale umanitario ed ogni conflitto che purtroppo ancora oggi sorge ad ogni angolo del mondo rimette in discussione il percorso che è stato fatto e quello, ancora lungo e tortuoso, che resta da fare, ma se un mondo senza guerre è attualmente un’utopia, una guerra dove i diritti umani di base possano essere garantiti no: gli strumenti, almeno a livello teorico, ci sono, il resto è tutto in mano agli Stati e, grazie al potere dell’informazione e della comunicazione, anche nelle mani di ognuno di noi.</p>
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		<title>Il Diritto internazionale umanitario e la popolazione civile nei territori sotto occupazione</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2021 08:22:53 +0000</pubDate>
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<p></p>



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<p>di Maddalena Formica</p>



<p>Territori palestinesi, Cipro Nord, Crimea, Haut Karabakh: queste parti del mondo, divenute ormai note negli anni, sono accomunate tra loro dal fatto di essere state qualificate dagli attori del diritto internazionale come territori dove vige <em>de facto</em> un regime di occupazione.</p>



<p>La definizione stessa di ciò che sia un “territorio occupato” risulta però difficile da individuare, soprattutto a causa delle espressioni vaghe e imprecise che sono state utilizzate nel diritto internazionale convenzionale, e per trovarla bisogna fare necessariamente riferimento alle indicazioni elaborate dalla dottrina.&nbsp;</p>



<p>Diversi sono criteri previsti dalla dottrina, in particolare quella prodotta dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, perché un’area possa essere qualificata come occupata: è necessario, innanzitutto, che l’esercito regolare di uno Stato sia fisicamente presente sul territorio di un altro Stato, senza che questo abbia dato il proprio consenso. Quest’ultimo, inoltre, non deve essere più in grado di esercitare la propria autorità, che invece deve essere ormai esercitata di fatto dalla forza straniera: la semplice presenza dell’esercito straniero sul territorio, infatti, realizzerebbe unicamente l’ipotesi di invasione.</p>



<p>La qualificazione di un territorio come zona occupata da un esercito straniero è particolarmente importante per la corretta applicazione del diritto internazionale umanitario: solo qualora vi sia occupazione, infatti, lo Stato che la realizza è tenuto a rispettare una serie di obblighi a favore dei civili, ritenuti in tale contesto particolarmente vulnerabili, obblighi individuati da diverse disposizioni contenute nelle Convenzioni di Ginevra, nel relativo Protocollo I ma già anche nella Convenzione dell’Aja del 1907. Tali regole possono essere distinte in due grandi categorie: le regole finalizzate al mantenimento dello <em>status quo</em> e quelle relative al rispetto dei diritti legati alla persona.</p>



<p>Per quanto concerne il mantenimento della situazione precedente all’occupazione, questi è fondamentale poiché di regola si presume che la situazione di occupazione sia solo momentanea e che dunque i civili abbiano diritto a non subire le conseguenze di continui cambi di autorità. Con questo obiettivo, la forza occupante, ad esempio, non deve modificare lo statuto giudico del territorio (non ci deve essere dunque alcun trasferimento di sovranità), le leggi precedenti devono restare in vigore e le istituzioni, in particolare quelle giudiziarie, devono poter continuare a lavorare.</p>



<p>Con riferimento ai diritti della persona, invece, vige un generale obbligo di trattamento “umano” a favore dei civili: l’approvvigionamento di viveri e di prodotti medicinali deve essere garantito, gli edifici consacrati all’istruzione e al culto devono poter funzionare normalmente, così come devono essere garantiti i servizi medici e ospedalieri. Qualsiasi forma di trasferimento forzato e deportazione individuale o collettiva è invece vietata e vietata è inoltre qualsiasi forma di rappresaglia sulla popolazione civile.</p>



<p>Se il diritto internazionale umanitario prevede disposizioni specifiche e particolarmente protettrici a favore di quei civili che si trovano sotto l’occupazione di una forza straniera, nella realtà, purtroppo, queste previsioni sono spesso poco rispettate: la convivenza quotidiana di migliaia di uomini e donne con un esercito straniero risulta essere particolarmente complessa e questa difficoltà non può che accentuarsi nel momento in cui lo Stato occupante è restio a riconoscere le sue responsabilità e da una situazione provvisoria l’occupazione diviene permanente, con poche speranze per un cambiamento nel prossimo futuro.</p>
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		<title>Giornalisti e conflitti armati: la protezione nel Diritto internazionale umanitario</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2021 08:36:56 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Maddalena Formica</p>



<p>Se storicamente l’opinione pubblica non ha mai avuto accesso a informazioni di prima mano sullo svolgimento dei conflitti armati, i conflitti contemporanei, internazionali e non internazionali, sono in genere invece ben documentati e ogni giorno centinaia di informazioni giungono sino a noi dai campi di battaglia.</p>



<p>Se, semplicemente leggendo un giornale in metropolitana o guardando la televisione dal divano di casa, oggi possiamo ascoltare le parole di civili siriani in fuga dalle loro abitazioni o di combattenti curdi che si preparano ad uno scontro armato, è grazie al lavoro di migliaia di professionisti che dedicano la loro vita ad intervistare, documentare e fotografare la cruda realtà della guerra perché il mondo sia a conoscenza di quel che accade e di quali siano gli interessi in gioco.</p>



<p>Benché diverse misure vengano quotidianamente prese per tutelarne l’incolumità, come l’attento studio dei loro spostamenti o l’utilizzo di caschi e giubbotti antiproiettile, spesso questi uomini e donne rimangono vittime di omicidi, incidenti o sono trattenuti come prigionieri o ostaggi dalle fazioni in conflitto, come arma di ricatto o per impedire di raccontare quello che avviene sul campo. Proprio per rispondere ai rischi corsi da questa particolare categoria di soggetti, il diritto internazionale umanitario ha sentito la necessità di intervenire con una disciplina di protezione <em>ad hoc</em>.</p>



<p>Nell’ambito del diritto internazionale umanitario, è innanzitutto definito giornalista chiunque eserciti come attività principale quella di corrispondente, reporter, fotografo, cameraman o assistente tecnico, e due sono le principali categorie di giornalisti individuate: quella dei corrispondenti di guerra e quella dei giornalisti in&nbsp;missione professionale pericolosa nelle zone di conflitto armato.</p>



<p>Per quanto concerne la prima categoria, è corrispondente di guerra quel giornalista che è accreditato o comunque autorizzato da una delle parti in conflitto, Stato o gruppo armato belligerante che sia, a seguire le truppe e a documentare quanto avviene sul campo. A tale figura è riconosciuta una protezione giuridica particolarmente estesa: se da un lato, infatti, gode della generale protezione che il diritto umanitario riconosce ai civili (e come loro, quindi, non può essere ritenuto un obiettivo militare legittimo), dall’altro gode di una protezione rafforzata nel momento in cui cade nelle mani di nemici e da questi subisce privazioni di libertà.</p>



<p>Nel momento, infatti, in cui il corrispondente di guerra viene privato di libertà per mano di una delle parti in conflitto, a questi verrà riconosciuta la qualifica di vero e proprio prigioniero di guerra nell’ambito di un conflitto armato internazionale, come definito dalla Terza Convenzione di Ginevra, e a questi verrà applicata la relativa disciplina; tale disciplina è nota per essere particolarmente protettrice e, in forza di essa, standard di vita soddisfacenti dai punti di vista igienico-sanitario e umano devono essere garantiti nei campi di prigionia, così come garantiti devono essere il contatto con la famiglia e la possibilità di presentare rimostranze ai gestori del campo o al Comitato Internazionale della Croce Rossa.</p>



<p>Una protezione meno estesa è invece garantita alla seconda categoria di giornalisti presa in considerazione dal diritto internazionale umanitario, ovvero quella di coloro che svolgono un’attività professionale pericolosa in zone di conflitto, senza aver ricevuto alcun tipo di autorizzazione. Gli appartenenti a questa categoria sono infatti equiparati in tutto e per tutto a componenti della popolazione civile e, come tali, godono della relativa protezione a non essere legittimi obiettivi militari, purché ovviamente non partecipino in alcun modo alle ostilità. Tale protezione è in generale dunque significativa, non potendo questi essere deliberatamene attaccati dalle parti in conflitto, ma risulta essere particolarmente lacunosa nell’ipotesi in cui il giornalista dovesse cadere nelle mani del nemico ed essere posto in un campo di prigionia: nulla, infatti, dice il diritto internazionale umanitario circa la sorte e le garanzie riconosciute ai civili internati, ai quali si potranno applicare solo il diritto interno ed eventualmente le disposizioni internazionali in materia diritti umani.</p>



<p>Seppur con qualche perplessità in dottrina, quest’ultima disciplina è stata inoltre estesa anche agli “<em>embedded reporter</em>”, o giornalisti incorporati, cioè quei giornalisti che, pur senza autorizzazione da parte delle forze militari per essere qualificati come corrispondenti di guerra, sono “imbarcati” da queste per ragioni di sicurezza, ad esempio per facilitarne il transito su un terreno ritenuto pericoloso.</p>



<p>Da un punto di vista squisitamente teorico, dunque, una tutela particolare è riconosciuta ai giornalisti nell’ambito dei conflitti armati, una tutela in determinate ipotesi anche più forte rispetto a quella riconosciuta agli stessi civili, purché il giornalista sia in possesso di un documento che attesti la sua qualità di corrispondente di guerra e non partecipi direttamente ai combattimenti. Come nella maggior parte dei settori disciplinati dal diritto internazionale umanitario, però, per decenni anche quello della protezione dei giornalisti è risultato essere nella pratica spesso poco rispettato, complice l’atmosfera di perenne emergenza e incertezza propria alle situazioni di conflitto, e regole più stringenti sono state richieste e promosse non solo dallo stesso Comitato Internazionale della Croce Rossa ma anche da associazioni professionali e ONG, tra i quali particolarmente influente è Reporter Senza Frontiere.</p>



<p>Se il bilancio annuale di Reporter Senza Frontiere pubblicato nel 2019 ha da un lato rilevato un tendenziale miglioramento in materia di protezione dei giornalisti che svolgono la propria attività in situazione di conflitto armato (il numero di giornalisti uccisi in Siria, Yemen e Afghanistan è ad esempio passato dai 34 del 2018 a 17 nel 2019), dall’altro ha sottolineato un nuovo problema: ridotto il numero di uccisioni e incarcerazioni di giornalisti in contesti di guerra, preoccupa il numero crescente di episodi violenti che vedono coinvolti i giornalisti in tempi di pace, soprattutto in Cina e in diversi Stati dell’America Latina.</p>



<p>Bilancio annuale di Report Senza Frontiere (2019): <a href="https://rsf.org/sites/default/files/rsf_2019_fr-3.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://rsf.org/sites/default/files/rsf_2019_fr-3.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>28 persone uccise in attacchi di estremisti in Niger e Burkina Faso</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2020 07:31:40 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p><img loading="lazy" src="https://ci6.googleusercontent.com/proxy/YWIPvuoial-zIQXeR8VM35nWITKvn8IoicTstGNtjIMNmBOXJOSFqLt9FEV_3qbTzXyRuvdaYh3ZWBt5mT3oy3VztOM=s0-d-e1-ft#http://www.gfbv.it/2c-stampa/2020/200810niger.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Campo profughi a Diffa in Niger. Foto: Sam Phelps/Caritas." width="425" height="296">&nbsp;Campo profughi a Diffa in Niger. Foto: Sam Phelps/Caritas.</p>



<p>Dopo la morte violenta di 28 persone in attacchi da parte di presunti estremisti islamici in Africa occidentale da venerdì della scorsa settimana, l&#8217;Associazione per i popoli minacciati (APM) ha messo in guardia sulle conseguenze di un&#8217;escalation di violenza per la popolazione civile. La popolazione civile soffre maggiormente per la crescente violenza degli islamisti e delle bande criminali in Africa occidentale. Gli omicidi di sei membri di un&#8217;organizzazione umanitaria francese dovrebbero essere un campanello d&#8217;allarme per l&#8217;Europa affinché faccia di più per arginare la violenza. I cittadini francesi sono stati assassinati domenica con il loro autista e la loro guida in un santuario degli animali in Niger. Venerdì scorso, 20 persone erano state uccise in modo simile da motociclisti armati in un mercato del bestiame nel villaggio di Namoungou in Burkina Faso. Della maggior parte di questi attacchi i responsabili sono estremisti islamici, ma anche i confini con la criminalità comune, fatta di bande armate, sono ormai molto labili. Anche le forze armate regolari e le milizie di autodifesa equipaggiate dagli eserciti nei villaggi hanno alimentato la spirale della violenza.<br><br>Il Burkina Faso, il Mali, il Niger, il Ciad e il nord della Nigeria sono ugualmente colpiti dalla crescente violenza. Solo la settimana scorsa la missione dell&#8217;ONU in Mali (MINUSMA) ha registrato un aumento significativo delle violenze contro la popolazione civile tra aprile e giugno 2020, soprattutto nel centro del Paese, rispetto al primo trimestre del 2020. La MINUSMA ha documentato 632 rapimenti, omicidi, esecuzioni sommarie, aggressioni e intimidazioni, in cui sono morte più di 320 persone tra il primo aprile e il 30 giugno 2020.<br><br>Molte delle iniziative militari per arginare la violenza islamista sono mal coordinate. Lo scarso equipaggiamento e la mancanza di motivazione di molti soldati sta ostacolando l&#8217;efficacia della lotta contro gli autori di violenze islamiste in Africa occidentale. Dotare gli abitanti dei villaggi di armi per costruire milizie per l&#8217;autodifesa si rivela spesso problematico, dato che usano le armi anche nei conflitti di quartiere, alimentando così ulteriormente la violenza.<br><br>Troppo poca attenzione viene prestata ai retroscena della violenza islamista. Per esempio, pochissimi combattenti di questi gruppi terroristici si sono uniti alle squadre del terrore per convinzione islamista, ma combattono come mercenari per le organizzazioni islamiste, soprattutto per motivi finanziari. Il retroterra sociale dei motociclisti armati, per lo più giovani, che diffondono il terrore, è ancora in gran parte ignorati. I mezzi militari da soli non vinceranno la lotta contro questi gruppi terroristici.</p>
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		<title>“Salvateli!” L’appello di Mediterranea per i migranti abbandonati in mare</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2020 07:48:19 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2020/04/cartelli-salvateli-rit-720x361.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="“Salvateli!” L’appello di Mediterranea per i migranti abbandonati in mare"/><figcaption>(Foto di https://www.facebook.com/Mediterranearescue/)?utm_source=rss&utm_medium=rss</figcaption></figure>



<p>(da pressenza.com)</p>



<p><em>Nella pagina Facebook di <a href="https://www.facebook.com/Mediterranearescue/?ref=br_tf&amp;epa=SEARCH_BOX&utm_source=rss&utm_medium=rss">Mediterranea Saving Humans</a> si susseguono da giorni disperati appelli alle istituzioni italiane ed europee per salvare le decine di persone alla deriva nel Mediterraneo centrale.</em></p>



<p>L’11 aprile Frontex riportava quattro natanti con circa 250 a bordo nel disperato tentativo di raggiungere le coste europee.&nbsp; Nel giorno di Pasqua, i natanti sono diventati tre. Uno è naufragato.</p>



<p>Quanti altri morti volete sulla vostra coscienza, governanti europei?</p>



<p>A voi, e ai governi maltese e italiano in particolare, sarebbe bastato un attimo per scegliere di salvare queste vite e non girarsi dall’altra parte.</p>



<p>Sarebbe stato nelle vostre possibilità salvarli? Sì, in pochissime ore.</p>



<p>Sapevate dove fossero e che stavano morendo? Sì.</p>



<p>Salvarli avrebbe compromesso la salute e la sicurezza di qualcuno? No.</p>



<p>Avete scelto di lasciarli morire.</p>



<p>Ci sono altri tre assetti navali che rischiano di fare la stessa fine. Presidente&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/GiuseppeConte64/?__tn__=K-R&amp;eid=ARDpOisuhkIKUr1gHbXxVkLEMm9kegAFzwdkDEMCJEQLvA5JHmnBfKMoL5d_K4IU2oihaTWp2iE-goy2&amp;fref=mentions&amp;__xts__%5B0%5D=68.ARBtHBZBI7b6wStM5qXJEkqmpm-W1AylquDuHbBUDUIgo9rEz8qYOwLFgxnt3-iabRQvdat6bR6EA4I1P1ndwTFCqlogZhwzuHt_6M03Jjz1pXNVa9EId-8sATM1FDgML1_oeAZzIVNaipDR1wvHMTGa2vFc12dAcBsZ9U0BmffHs-JteSPgLFqse5bkMRWRML4FA-5lzsFyfh_IqI2E2pfMxGfEU0yLRJ6PFtf6m8JQ4VHeAjP2qIFiPvraeTSzHIEbE8uGSfkFHwOPh57IIidJF9riT2UYog4z-1AqKw9ud6ByU6Xgr5uMd1yZRH6eh6hKtRn5tfu2WXWcBTzEuDc&utm_source=rss&utm_medium=rss">Giuseppe Conte</a>, Ministri&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/paolademicheli/?__tn__=K-R&amp;eid=ARBDKeXEeVtS3JtKaYtGhC31JuAmDNh18zQbILj08TCPGs0u5qJkfwYzWTRQbEPWlUjuzYBD96Hd_-Af&amp;fref=mentions&amp;__xts__%5B0%5D=68.ARBtHBZBI7b6wStM5qXJEkqmpm-W1AylquDuHbBUDUIgo9rEz8qYOwLFgxnt3-iabRQvdat6bR6EA4I1P1ndwTFCqlogZhwzuHt_6M03Jjz1pXNVa9EId-8sATM1FDgML1_oeAZzIVNaipDR1wvHMTGa2vFc12dAcBsZ9U0BmffHs-JteSPgLFqse5bkMRWRML4FA-5lzsFyfh_IqI2E2pfMxGfEU0yLRJ6PFtf6m8JQ4VHeAjP2qIFiPvraeTSzHIEbE8uGSfkFHwOPh57IIidJF9riT2UYog4z-1AqKw9ud6ByU6Xgr5uMd1yZRH6eh6hKtRn5tfu2WXWcBTzEuDc&utm_source=rss&utm_medium=rss">Paola De Micheli</a>, Luciana Lamorgese e&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/robersperanza/?__tn__=K-R&amp;eid=ARCMHiydWQ3qHRvK7gyHKvAmE2QLx3HXhVr3iMFwRg64gzcm9mnD6cY2_Pn3Faa-QXfo23ZlCv-ofUYc&amp;fref=mentions&amp;__xts__%5B0%5D=68.ARBtHBZBI7b6wStM5qXJEkqmpm-W1AylquDuHbBUDUIgo9rEz8qYOwLFgxnt3-iabRQvdat6bR6EA4I1P1ndwTFCqlogZhwzuHt_6M03Jjz1pXNVa9EId-8sATM1FDgML1_oeAZzIVNaipDR1wvHMTGa2vFc12dAcBsZ9U0BmffHs-JteSPgLFqse5bkMRWRML4FA-5lzsFyfh_IqI2E2pfMxGfEU0yLRJ6PFtf6m8JQ4VHeAjP2qIFiPvraeTSzHIEbE8uGSfkFHwOPh57IIidJF9riT2UYog4z-1AqKw9ud6ByU6Xgr5uMd1yZRH6eh6hKtRn5tfu2WXWcBTzEuDc&utm_source=rss&utm_medium=rss">Roberto Speranza</a>, mandate subito la Guardia Costiera a soccorrerli.</p>



<p>Sapete dove sono. Non fate pesare sulle vostre coscienze e sul nostro paese il crimine orrendo dell’omissione di soccorso.</p>



<p>Questa notte, come prevedibile, la situazione nel Mediterraneo centrale è precipitata. Non sappiamo più quali parole usare per richiedere al governo italiano di avviare un soccorso immediato delle decine di persone lasciate morire in mare.</p>



<p><a href="https://www.facebook.com/watchthemed.alarmphone/?__tn__=K-R&amp;eid=ARC-l4y4Wo-gCRpZFDukGW7BEOmWLCrKkw58e8koZ0Zh__kSMmLCnuwkJixVSXfzOuAHy78TmXyuqzGv&amp;fref=mentions&amp;__xts__%5B0%5D=68.ARB377wqM236mBnmwHGKSEDBFFSOkTolUXIl2vqV9seGuNGrM_sYa_H_32IZVU9ba03_jqoLqOUJACCfcGy57ux8pe4fZ0QtD9TYS8ltIooPVXBUZi0mmDrogUBogr1GSRc0pjVIdMAfF2T47_eq62kRmQQWj6ZewWeBqyCEjjDQb_OuwvjUgLI41FoLoWyijN9ZlVJaqzZcfcrhSmSHpXdpIJG2uZR89TqW-j-G_clzOsKRRvD9TAawuVLqswnACZzOi9B-43MUguMkoc2gJN-8V7SfeDoUlYaI2e8spbb1xoc7Og1zskgtlTugyesfhmoppnScSjbSQ1zUE3Q4tpmvFe_4D1o85dU&utm_source=rss&utm_medium=rss">Watch The Med – Alarmphone</a>&nbsp;ha perso in contatti con 3 delle 4 imbarcazioni di fortuna in avaria che da giorni chiedono disperatamente aiuto. Il quarto natante, quello con cui Alarm Phone è riuscita a parlare in nottata riferisce che ci sono&nbsp;a bordo 47 persone e che 5 persone sono svenute. Sono disperate dopo aver passato oltre 80 ore in mare. Le autorità sanno di loro da almeno 56 ore. Intanto la nave di soccorso Aita Mari, della ONG basca&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/smhumanitario/?__tn__=K-R&amp;eid=ARBEGebOrkswZc-ECxq2zZi_CMKbadE5tJFCWdkrBbUHo4E8udNEyhcyv8LH-qCuq4OAXVuBTj06tCn1&amp;fref=mentions&amp;__xts__%5B0%5D=68.ARB377wqM236mBnmwHGKSEDBFFSOkTolUXIl2vqV9seGuNGrM_sYa_H_32IZVU9ba03_jqoLqOUJACCfcGy57ux8pe4fZ0QtD9TYS8ltIooPVXBUZi0mmDrogUBogr1GSRc0pjVIdMAfF2T47_eq62kRmQQWj6ZewWeBqyCEjjDQb_OuwvjUgLI41FoLoWyijN9ZlVJaqzZcfcrhSmSHpXdpIJG2uZR89TqW-j-G_clzOsKRRvD9TAawuVLqswnACZzOi9B-43MUguMkoc2gJN-8V7SfeDoUlYaI2e8spbb1xoc7Og1zskgtlTugyesfhmoppnScSjbSQ1zUE3Q4tpmvFe_4D1o85dU&utm_source=rss&utm_medium=rss">Salvamento Marítimo Humanitario</a>, ha deviato la sua rotta di trasferimento da Siracusa verso la Spagna per recarsi sul posto e avviare le ricerche. Non ha personale medico né di soccorso a bordo, ha dunque bisogno di assistenza urgente.</p>



<p>In questo drammatico audio, raccolto ieri da Alarm Phone la testimonianza di una donna di 21 anni, incinta, a bordo di una delle navi in avaria con il figlio di 7 anni. Non c’è più tempo, le condizioni del mare stanno peggiorando. Salviamoli, salvateli, forse siamo ancora in tempo.Audio Alarm Phone (video sottotitolato in italiano):&nbsp;<a href="https://we.tl/t-gc3QyGdDEJ?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://we.tl/t-gc3QyGdDEJ?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Volontari animatori in Bosnia Erzegovina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Feb 2020 08:10:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>a cura di Alessandra Montesanto Fotografie di @Beppe Deiana Nel 1993 Don Ermanno D’Onofrio, allora non ancora sacerdote, ha iniziato ad impegnarsi in numerosissimi viaggi di solidarietà nei Paesi Balcanici piagati dalla guerra, guidando&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="720" height="960" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/82736684_10216800657032257_5173605132453019648_o.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13602" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/82736684_10216800657032257_5173605132453019648_o.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/82736684_10216800657032257_5173605132453019648_o-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure></div>



<p>a cura
di Alessandra Montesanto</p>



<p>Fotografie
di @Beppe Deiana 
</p>



<p>Nel
1993 Don Ermanno D’Onofrio, allora non ancora sacerdote, ha
iniziato ad impegnarsi in numerosissimi viaggi di solidarietà nei
Paesi Balcanici piagati dalla guerra, guidando convogli di aiuti
umanitari che, partendo da Frosinone, giungevano in Bosnia Erzegovina
ed in Croazia per alleviare le sofferenze e portare conforto e calore
umano ad un’intera generazione di uomini, donne e bambini. Sotto la
spinta e l’entusiasmo di Ermanno D’Onofrio nasce, nel 1995,
l’Associazione di volontariato <em>Insieme
per gli Altri </em>per
portare avanti i numerosi progetti di solidarietà intrapresi.
I
bambini sono sempre stati al centro del suo impegno, della sua
attenzione e dei suoi progetti umanitari, anche nel territorio
nazionale. In quegli stessi anni, infatti, la sua attenzione, in
Italia, si è focalizzata particolarmente su progetti di assistenza,
cura e recupero di bambini ed adolescenti vittime di disagio. È
questo il periodo in cui ha ideato e diretto diverse colonie estive
per minori a rischio: “Le Colonie dell’Arcobaleno”. Esperienza
che successivamente ha visto nascere La Casa d’Accoglienza
L’Arcobaleno, dal 2003 al 2011, e che oggi è viva nel Progetto “La
Casa di Daniela”, struttura d’accoglienza per minori ispirata,
spiritualmente ed educativamente, alla figura della Serva di Dio
Daniela Zanetta oltre che in tutti i progetti realizzati a favore
dell’infanzia.<br>Contemporaneamente,
don Ermanno, ha continuato con costanza ad essere presente in
ex-Jugoslavia, organizzando una catena di solidarietà a favore
dell’Ospedale Pediatrico di Gornja Bistra, nei pressi di Zagabria.
Qui nasce il Giardino delle rose blu, prima come nome del Progetto e
successivamente, il 15 dicembre 2002, come Associazione Nazionale
che, il 28 giugno 2008, si è trasformata in una Fondazione
Internazionale.

</p>



<p>Il
progetto “Sarajevo, un inverno che non finisce” è un campo di
volontariato invernale in Bosnia Erzegovina. Nasce nel 2007, proprio
dall’impegno che “Il giardino delle rose blu” ONLUS svolge nei
Balcani dagli anni ’90.

</p>



<p><em><strong>Associazione
Per i Diritti umani</strong></em>
ha avuto il piacere di parlare con alcuni membri della fondazione <em>Il
giardino delle rose blu </em>e
del loro ultimo campo in Bosnia Erzegovina come animatori per minori
e adulti in difficoltà e famiglie bisognose.</p>



<p>Ecco
le loro parole, i loro ricordi.</p>



<p>Massimiliano

</p>



<p>Lo
scorso dicembre è partito un campo invernale di volontariato in
Bosnia Erzegovina della Fondazione <em>Il
giardino delle rose blu</em>, un
nome che si riferisce  ad un centro di bambini con disabilità di
Zagabria e il fondatore della fondazione aveva trovato un poesia che
parlava di una rosa blu e di un bambino speciale, più fragile, ma
più prezioso.</p>



<p>Il giardino delle rose blu nasce negli anni &#8217;90 quando Ermanno andava coi ragazzi nei campi profughi in Bosnia per portare aiuti e per animare; nel 1998, per vie abbastanza casuali, Ermanno e i volontari arrivano all&#8217;ospedale di Gornja Bistra, vicino a Zagabria, per bambini con malattie genetiche dove è nato il nostro progetto più importante. Siamo poi tornati in Bosnia nel 2007 e da allora, ogni anno in inverno e in estate, organizziamo un campo. Quello estivo viene organizzato solo a Cerksa, un villaggio dell&#8217;est della Bosnia (un paese interamente di musulmani, ma localizzato nella Repubblica serba di Bosnia) dove animiamo i bambini. Quello invernale, invece, è itinerante in cui facciamo dieci giorni con tante attività, divisi in gruppi: nella prima parte, nella Bosnia centrale, animiamo (musica, clown, trucchi) le strutture per anziani e per bambini e visitiamo le famiglie, portando doni e materiale scolastico, mercatini di vestiti e altro. Si vive a contatto stretto con le persone del luogo: la maggior parte sono musulmane (ma ci sono anche famiglie croate, serbe) e a loro piace che con noi ci siano volontari di cultura serba perché è un modo per loro di superare le divisioni dovute alla guerra.</p>



<p>Una
seconda parte del campo viene vissuta in Erzegovina dove quest&#8217;anno
abbiamo fatto animazione nell&#8217;orfanotrofio di Mostar, presso le
famiglie e nella casa di riposo di Domanovići. 
</p>



<p>Inoltre,
quest&#8217;anno, a Sarajevo abbiamo approntato una festa per i bambini e
le famiglie migranti (l’ultimo giorno dell’anno) e una festa in
piazza a Mostar il 4 gennaio. Qui la signora che ci accompagnava ha
detto che Mostar non vedeva da anni una situazione così gioiosa,
perché è una città scoraggiata. Il mio ricordo più forte e il più
doloroso è l&#8217;orfanotrofio perché i bambini sono belli, educati,
gentili, ma si legge loro in faccia che hanno bisogno di abbracci. 
</p>



<p>Anna</p>



<p>Il
ricordo che voglio condividere è quello legato alla serata con le
famiglie migranti, dalla Siria, dall&#8217;Iraq, dall&#8217;Iran. Bambini che ci
venivano incontro, affettuosi; abbiamo giocato con loro e poi si sono
avvicinati anche i genitori, le donne, che hanno iniziato a fare
musica con noi, a suonare i bonghi, a ballare ed è stato come essere
tra amici. Abbiamo condiviso la cena e le storie e a me è rimasto in
mente un uomo che si è commosso mentre mi riportava il racconto di
lui come padre e del suo viaggio dall&#8217;Iraq a Sarajevo per arrivare in
Germania &#8211; dove avrebbe raggiunto il fratello &#8211;  con una bambina
piccola. L&#8217;uomo mi ha raccontato questa storia con le lacrime agli
occhi mentre in sala ha sempre tenuto un atteggiamento serio e forte.
Un contrasto che mi ha molto colpita. 
</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/81985887_2917946668264130_1866703562638098432_o-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13603" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/81985887_2917946668264130_1866703562638098432_o-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/81985887_2917946668264130_1866703562638098432_o-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/81985887_2917946668264130_1866703562638098432_o-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/81985887_2917946668264130_1866703562638098432_o.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1333w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Roberto</p>



<p>Io
vorrei parlarti di un ragazzo di Bakovići,
un ospedale per persone con
difficoltà psichiatriche e altre malattie. Questo ragazzo mi ha
scritto su un foglio una poesia sulla madre che conservo a casa. Mi
stupisco di come possa essere lì un ragazzo con una mente come la
sua così brillante, che parla un italiano quasi perfetto, molto
attivo sui social come tanti giovani di oggi&#8230;</p>



<p>Rocco</p>



<p>Riporto la testimonianza di Ammar, che conosciamo da molto tempo e che ogni volta che facciamo il campo ci viene a trovare. Ammar ci ringrazia sempre per l&#8217;aiuto che portiamo al popolo bosniaco; infatti noi siamo letteralmente innamorati della Bosnia e della sua gente. A me, per amarli, basta osservare gli anziani che hanno vissuto la guerra sulla propria pelle. Sono, inoltre, un clown e sto con i bambini e vedere i loro sorrisi vale già tutto il viaggio.  </p>



<p>Alice</p>



<p>C&#8217;è un
mix di ricordi e quello più nitido (che non riesco a togliermi dalla
testa) è quello di un ragazzino nella struttura di Drin, autistico,
seduto su una sedia, chiuso nel suo mondo; ad un certo punto, provo a
dargli la mano e lui si alza e iniziamo a correre insieme e ridiamo. 
</p>



<p>Il campo
è andato bene soprattutto per le persone che ne hanno fatto parte
perchè eravamo uniti, con un unico obiettivo, quello di far star
bene le persone intorno a noi e di divertirci e ci siamo riusciti.
Abbiamo inventato tante cose, anche con poco, e abbiamo creato
situazioni di gioia. Ad esempio nel campo per i migranti, i bambini
non volevano più farci andar via; in piazza abbiamo organizzato una
festa, durante uno degli ultimi giorni, e lì con quello che ci era
rimasto abbiamo avvertito un sacco di calore umano intorno a noi,
nonostante il freddo della temperatura. Non vedo l&#8217;ora di ripartire e
la prossima volta avrò un po&#8217; più di consapevolezza perchè questo
per me è stato il primo ed è stato tutta una scoperta. 
</p>



<p>Beppe</p>



<p>Ricordo
il volto di un donna anziana, a Cerska, che ha fatto tre ore di
cammino perché abita sulle montagne. E&#8217; arrivata da noi al mattino
per prendere i suoi due sacchi di viveri e altro (poi li abbiamo
caricati sul pulmino e l’abbiamo accompagnata a casa sua).</p>



<p>Ricordo
anche un&#8217;altra famiglia che ha resistito alla guerra a Sarajevo; una
famiglia composta da marito, moglie e una figlia. Entrambi gli adulti
soffrono di sindrome post traumatica da guerra. 
</p>



<p>Ricordo
la casa per famiglie migranti, con quest&#8217;uomo curdo che arriva in
Europa per cercare una via di uscita e un lavoro per sostenere i
familiari in Kurdistan e che, mentre si sposta per l&#8217;Europa, gli
arriva la notizia del decesso del padre, ucciso dall&#8217;Isis; decide di
tornare in Kurdistan, per tre anni si batte contro l&#8217;Isis e dopo tre
anni decide di partire con la moglie e i due figli piccolissimi,
attraversando mezza Africa (con la Libia) la Siria, la Turchia, la
Grecia, la Croazia, la Serbia per arrivare in Bosnia, con i piedi nei
fiumi, nei deserti&#8230;Queste sono le mie suggestioni e le emozioni
sono ancora vivide. 
</p>
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			</item>
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		<title>&#8220;Stay Human. Africa&#8221;. ﻿Il sistema scolastico senegalese: criticità e punti di forza</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2020/01/25/stay-human-africa-%ef%bb%bfil-sistema-scolastico-senegalese-criticita-e-punti-di-forza/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jan 2020 08:50:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I di Veronica Tedeschi Torno da uno dei miei viaggi nel paese della teranga &#8211; l’accoglienza &#8211; di cui tutti i senegalesi vanno fieri e che si racconta in grandi pranzi condivisi, feste colorate&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>I</strong></p>



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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Torno da uno dei miei viaggi nel paese della <em>teranga &#8211; </em> l’accoglienza &#8211;  di cui tutti i senegalesi vanno fieri e che si racconta in grandi pranzi condivisi, feste colorate e tanto calore.  Negli anni ho potuto apprezzare diverse realtà del Senegal e accrescere anche il mio senso critico su alcuni punti rilevanti. Come la scuola, quella struttura fondamentale per il cambiamento di un paese e strategica per la crescita di  villaggi e periferie. Partiamo con un’affermazione tanto vera quanto contestabile: in Senegal esistono scuole pubbliche gratuite che coprono il periodo scolastico dall’asilo alle scuole medie; esistono dunque, strutture pubbliche pronte ad accogliere i bambini di città, periferie e villaggi. A queste scuole, però, sono affiancate le così dette scuole private, a pagamento, ma senza le quali il bisogno effettivo di scolarizzazione non verrebbe garantito.</p>



<p>Perché?</p>



<p>Le
scuole pubbliche, come detto, esistono ma hanno due grandi problemi:
non sono abbastanza grandi per sopperire alla richiesta e,
soprattutto, non riescono a garantire un’educazione paritaria a
tutti in bambini poiché, vista la già citata spropositata
richiesta, presentano al loro interno classi con una media di 90/100
bambini che devono essere gestiti da una sola insegnante. Inutile
dire che con questi numeri non può essere garantita un’istruzione
di base a tutti e che, a questo livello, non concede nemmeno le basi
per costruire un futuro.  Per fortuna al fianco delle pubbliche negli
anni sono aumentate le private, costruite da persone del posto o
associazioni europee nelle quali vi è una retta mensile e annuale da
pagare ma che, come vantaggio, presentano classi con 30/35 bambini
(quasi come una classe europea) in cui vengono accolti tutti i
bambini che non sono riusciti ad entrare nelle scuole pubbliche.
Queste strutture nascono, da un lato, per far fronte all&#8217;imponente
bisogno di educazione e dall’altro per accogliere gli “esclusi”
delle scuole pubbliche che, altrimenti, non potrebbero studiare e
crescere.  Numericamente le scuole private sono circa la metà di
quelle pubbliche, e ragionando su questo dato si può ben comprendere
che, senza le scuole private, circa la metà dei bambini presenti in
Senegal non potrebbe studiare e, quindi, avere un futuro africano.</p>



<p>Continue
sfide devono essere affrontate dalle scuole private, a partire dalla
riscossione delle rette che le famiglie devono pagare (di solito le
più povere), per arrivare ai controlli degli ispettori del Ministero
dell’istruzione che, per concedere loro il riconoscimento
pretendono il rispetto di standard minimi di insegnamento.</p>



<p>Una
sopravvivenza molto faticosa quella delle scuole private, dove il
riconoscimento dello Stato è “a metà”: tali strutture, difatti,
sono riconosciute come organismi idonei all’insegnamento nei quali
viene valorizzato  l’aumento dei posti di lavoro nelle zone in cui
nascono (vengono impiegati insegnanti e amministrativi che altrimenti
non troverebbero posto nelle pubbliche). Dall’altro lato, però non
tutte le private hanno la concessione per eseguire gli Esami di stato
e questo porta ad uno spostamento dei bambini e ragazzi alla fine
degli anni scolastici in altre strutture per affrontare gli esami
finali.</p>



<p>Vengono
definite strutture di accompagnamento all’esame finale ma di per sé
sono scuole fatte e finite che, anzi, garantiscono un’educazione a
tutti, anche a coloro che sono rimasti esclusi dalla gratuità di una
scuola pubblica.</p>



<p>Lo
scopo di queste strutture è garantire un’educazione a tutti,
proprio a tutti, nessuno escluso e si spera che possano ricevere
l’autonomia e il pieno riconoscimento che meritano. Dall’altro
lato, si spera anche che lo Stato si renda consapevole dell’effettiva
richiesta e aumenti il numero di scuole pubbliche gratuite, perché
uno Stato senza scuole negli anni diventa uno Stato senza futuro.</p>
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		<title>Il dito e la luna. La protezione delle esigenze di carattere umanitario degli stranieri prima e dopo il decreto Salvini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Mar 2019 07:45:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1 class="koowa_header" style="margin: 0px 0px 10px; width: 837px; color: #333333; text-transform: none; line-height: 1.25em; text-indent: 0px; letter-spacing: normal; font-family: 'Playfair Display', sans-serif; font-size: 36px; font-style: normal; font-weight: 900; word-spacing: 0px; display: table; white-space: normal; position: relative; box-sizing: border-box; orphans: 2; widows: 2; background-color: #ffffff; font-variant-ligatures: normal; font-variant-caps: normal; -webkit-text-stroke-width: 0px; text-decoration-style: initial; text-decoration-color: initial;"></h1>
<div class="docman_download docman_download--right" style="margin: 0px 0px 10px 10px; width: 276.37px; text-align: center; color: #333333; text-transform: none; text-indent: 0px; letter-spacing: normal; font-family: 'Old Standard TT', sans-serif; font-size: 18px; font-style: normal; font-weight: 400; word-spacing: 0px; float: right; white-space: normal; min-width: 150px; max-width: 300px; box-sizing: border-box; orphans: 2; widows: 2; background-color: #ffffff; font-variant-ligatures: normal; font-variant-caps: normal; -webkit-text-stroke-width: 0px; text-decoration-style: initial; text-decoration-color: initial;"><a class="btn btn-large btn-primary btn-block docman_download__button docman_track_download" href="https://www.dirittoimmigrazionecittadinanza.it/archivio-saggi-commenti/saggi/fascicolo-n-1-2019-1/345-il-dito-e-la-luna-la-protezione-delle-esigenze-di-carattere-umanitario-degli-stranieri-prima-e-dopo-il-decreto-salvini/file?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-id="345" data-mimetype="application/pdf" data-extension="pdf" data-title="Il dito e la luna. La protezione delle esigenze di carattere umanitario degli stranieri prima e dopo il decreto Salvini"><span class="docman_download_label">Vista</span><span class="docman_download__info">(522 KB)</span></a></div>
<div class="docman_description" style="color: #333333; text-transform: none; text-indent: 0px; letter-spacing: normal; padding-bottom: 10px; font-family: 'Old Standard TT', sans-serif; font-size: 18px; font-style: normal; font-weight: 400; word-spacing: 0px; white-space: normal; box-sizing: border-box; orphans: 2; widows: 2; background-color: #ffffff; font-variant-ligatures: normal; font-variant-caps: normal; -webkit-text-stroke-width: 0px; text-decoration-style: initial; text-decoration-color: initial;">
<div>
<p>di Marco Benvenuti</p>
<p>(da Asgi.it)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abstract: Il lavoro affronta il tema della protezione delle esigenze di carattere umanitario degli stranieri prendendo come discrimine di ordine temporale il decreto Salvini e si sviluppa in tre parti. In una prima parte, viene ripercorso l’itinerario legislativo, amministrativo e giurisprudenziale attraverso il quale la protezione delle esigenze di carattere umanitario degli stranieri ha assunto una propria sistemazione. In una seconda parte, vengono affrontate le modificazioni disposte su tema dal decreto Salvini e, segnatamente, la soppressione della protezione umanitaria e del permesso di soggiorno per motivi umanitari, nonché la contestuale previsione di sette speciali permessi di soggiorno temporanei per esigenze di carattere umanitario. In una terza parte, vengono delineati gli effetti del decreto Salvini sulla protezione delle esigenze di carattere umanitario degli stranieri, muovendo dalla considerazione fondamentale che, laddove tali esigenze abbiano un fondamento costituzionale o internazionale, nulla può dirsi innovato in merito alle conseguenze che ne devono discendere sul piano del loro positivo riconoscimento. A tal fine, vengono tracciate quattro possibili strade per far sì che quelle esigenze, ove costituzionalmente o internazionalmente fondate, trovino la loro necessaria salvaguardia, per il tramite del permesso di soggiorno per calamità, della protezione speciale, della protezione sussidiaria e del diritto di asilo costituzionale.</p>
</div>
<p>Per leggere l&#8217;intero saggio:</p>
<p><a href="https://www.dirittoimmigrazionecittadinanza.it/archivio-saggi-commenti/saggi/fascicolo-n-1-2019-1/345-il-dito-e-la-luna-la-protezione-delle-esigenze-di-carattere-umanitario-degli-stranieri-prima-e-dopo-il-decreto-salvini?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.dirittoimmigrazionecittadinanza.it/archivio-saggi-commenti/saggi/fascicolo-n-1-2019-1/345-il-dito-e-la-luna-la-protezione-delle-esigenze-di-carattere-umanitario-degli-stranieri-prima-e-dopo-il-decreto-salvini?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
</div>
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		<title>(Dis)umanità giuridica e demagogia: cosa ci dice davvero il D.L Salvini</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Sep 2018 06:34:21 +0000</pubDate>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2018/09/28/disumanita-giuridica-e-demagogia-cosa-ci-dice-davvero-il-d-l-salvini/">(Dis)umanità giuridica e demagogia: cosa ci dice davvero il D.L Salvini</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<div>
<div id=":q3" class="ii gt adO">
<div id=":q2" class="a3s aXjCH ">
<div dir="ltr">
<div><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/3962559_1553_migranti_caritas.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11423" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/3962559_1553_migranti_caritas.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="660" height="228" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/3962559_1553_migranti_caritas.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 660w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/3962559_1553_migranti_caritas-300x104.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /></a></div>
<div></div>
<div>Da alcuni mesi il Ministero degli Interni ed il Governo reclamizzavano un intervento normativo in materia di immigrazione.</div>
<div>E così, in una brevissima seduta del Consiglio dei Ministri, lo scorso 24 Settembre, l&#8217;Italia ha vissuto un ulteriore costrizione dei diritti fondamentali, seppur non dei suoi cittadini.</div>
<div>&#8220;Stop alle porte (dell&#8217;Europa?) aperte! Stop all&#8217;accoglienza!&#8221;</div>
<div>Ma è veramente uno stop o l&#8217;ennesimo slogan demagogico del Governo?</div>
<div>Più che uno stop leggendo il Decreto Legge articolo per articolo, ciò che emerge è un goffo tentativo di restringerlo all&#8217;interno di maglie strette a cui non appartiene e mai, per sua stessa vocazione umanitaria, potrà appartenere.</div>
<div></div>
<div>Infatti, sebbene a prima lettura possa apparire che il D.L Salvini abroghi la c.d. protezione umanitaria, ad una lettura più attenta, emerge palesemente il tentativo demagogico del neo Ministro dell&#8217;Interno. Ovvero, ancora una volta, ci si affida all&#8217;asimmetria informativa dell&#8217;elettore per convincerlo che sono state mantenute le irrealizzabili promesse &#8211; considerato che lo Stato italiano non è isolato bensì si trova all&#8217;interno di un sistema sovranazionale chiamato Unione Europea-  della campagna elettorale.</div>
<div>Sebbene il decreto è molto attento a rimuovere nel T.U dell&#8217;Immigrazione e nelle leggi speciali e collegate il termine &#8220;umanitario&#8221; dall&#8217;altro riconosce un ventaglio di ipotesi in cui il permesso &#8211; sebbene con procedimenti molto cavillosi &#8211; può essere rilasciato.</div>
<div>Casi come il permesso sanitario, il permesso di soggiorno per calamità naturale, non molto discostano da quel concetto di umanitario che il Governo ha cercato di epurare almeno dal punto di vista del lessico normativo.</div>
<div>Infatti, sebbene scompaia il termine umanitario, rimane la vocazione all&#8217;accoglienza dello Stato italiano, ma limitata a casi specifici, che spesso, come nel caso del Comune di Lodi, per il richiedente asilo potrebbero diventare molto complicati da dimostrare.</div>
<div>Ed è proprio in questo paradosso che si manifesta la massima illogicità del Decreto. Da un lato si mantiene la vocazione all&#8217;accoglienza, dall&#8217;altro la si rende impossibile e si pratica una totale compressione del diritto d&#8217;asilo.</div>
<div></div>
<div>Ed è così che il D.L Salvini è l&#8217;ennesimo tentativo di marketing istituzionale perfettamente riuscito.</div>
<div>Da un lato l&#8217;elettore appagato dalla soddisfazione delle promesse elettorale, dall&#8217;altro il tecnico consapevole che la protezione umanitaria non può essere revocata, soprattutto con un Decreto.</div>
<div></div>
<div>Infatti, sebbene la Commissione Europea si sia riservata di valutare il Decreto una volta che sarà convertito in legge dello Stato, ha già chiarito fin da subito che il Decreto non si discosta da alcune misure sui tavoli ai Bruxelles. In particolare con riferimento al contenimento dell&#8217;immigrazione e alla previsione di un periodo più lungo nei centri di identificazione.</div>
<div></div>
<div>Ma è veramente possibile piegare, seppur apparentemente, la tutela dei diritti fondamentali per consensi elettorali e responsabilità politica? No, non lo è.</div>
<div class="yj6qo ajU">
<div id=":qf" class="ajR" tabindex="0" role="button" aria-label="Mostra contenuti abbreviati" data-tooltip="Mostra contenuti abbreviati"><img class="ajT" style="background: url('https://www.gstatic.com/images/icons/material/system/1x/more_horiz_black_20dp.png')?utm_source=rss&utm_medium=rss no-repeat center / 20px; width: 24px; height: 11px; opacity: 0.54;" src="https://ssl.gstatic.com/ui/v1/icons/mail/images/cleardot.gif?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></div>
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</div>
</div>
</div>
<div class="hi"></div>
</div>
</div>
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