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	<title>Ungheria Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Riportare Ilaria Salis in Italia. Subito.</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Jan 2024 12:50:31 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/salis.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/salis-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17377" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/salis-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/salis-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/salis-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/salis.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p>di Patrizio Gonnella (da antigone.it)</p>



<p></p>



<p>L’arretramento dello Stato di diritto ungherese è da ieri sotto gli occhi di tutti. E a tutti è sbattuto in faccia con quelle immagini di Ilaria Salis ammanettata mani e piedi tra due poliziotti incappucciati e in tuta mimetica. È la più esplicita rappresentazione di sé che potesse fare la giustizia penale ai tempi di Viktor Orbàn. È una iconografia poliziesca da regime. Una fotografia che le autorità ungheresi, per nulla preoccupate della presenza di osservatori esterni e di telecamere, hanno voluto ostentare al mondo per raccontare ciò che a loro dire dovrebbe incutere la giustizia penale: terrore, sfiducia, umiliazione, vergogna.&nbsp;</p>



<p>Ciò accade in un paese dove il potere politico ha cercato negli ultimi anni di minare l’indipendenza della magistratura e dove si è aperta la possibilità per il procuratore generale di interferire nell’autonomia decisionale dei procuratori territoriali. Il rapporto dell’Unione europea sullo stato di diritto in Ungheria del 2022 aveva evidenziato come fosse cambiata l’architettura della magistratura inquirente prevedendo tra magistrati vincoli di subordinazione che odorano di controllo, influenza, ingerenza. Nella vicenda giudiziaria di Ilaria Salis si percepisce qualcosa di così sproporzionato rispetto ai fatti realmente accaduti da evocare l’assenza di un giudizio equilibrato e indipendente.&nbsp;</p>



<p>La procura ha formalizzato una richiesta a undici anni di carcere di fronte a lesioni personali lievissime. Qualche graffio o poco più. Pene così alte il codice italiano Rocco di epoca fascista le ha previste nel caso di lesioni consistenti in malattie inguaribili, perdita di un senso o di un arto.&nbsp;</p>



<p>Ilaria Salis è da quasi un anno in custodia cautelare in una delle prigioni di Budapest. Ha finora dovuto sopportare condizioni detentive durissime, sia per la materialità delle stesse che per il regime a lei imposto. Un regime, di parziale isolamento, che a noi si riserva a persone di elevatissimo profilo criminale. In un recente documento presentato dall’Hungarian Helsinky Comittee al Comitato europeo per la prevenzione della tortura, in occasione della visita ispettiva del marzo 2023 nelle prigioni magiare di cui ancora non è pubblicato il relativo rapporto, si denuncia come le organizzazioni della società civile non abbiano più possibilità di accedere ai luoghi di detenzione.&nbsp;</p>



<p>L’amministrazione penitenziaria ungherese ha rescisso unilateralmente gli accordi di cooperazione con l’Hungarian Helsinky Committee. Così le prigioni di quel paese sono tornate all’opacità del regime precedente. Ugualmente sono stati indeboliti tutti i meccanismi istituzionali di controllo delle carceri e delle stazioni di polizia. Di fronte a un caso del genere è obbligo morale e giuridico delle autorità del nostro paese fare tutto il possibile per sottrarre Ilaria Salis a quelle condizioni. Vanno offerte tutte le rassicurazioni utili a riportare Ilaria in Italia in esecuzione di una misura cautelare non detentiva.&nbsp;</p>



<p>Ci dispiace che il ministro Nordio, durante il question time al senato sul caso Salis, abbia affermato che l’Italia non avrebbe una buona reputazione nel campo della cooperazione giudiziaria in quanto, dopo avere ottenuto l’estradizione di Silvia Baraldini (anno 1999), l’avrebbe poi addirittura bene accolta all’aeroporto e le avrebbe fatto scontare una pena solo parziale. Beh, di quella stagione e di quella storia ricordo i dettagli. Anche lì vi era una pena sproporzionata, assurda: quarantatré anni per un delitto senza spargimento di sangue. Una pena eseguita contro una persona che non stava bene.&nbsp;</p>



<p>Fortunatamente in Italia alcuni magistrati sensibili al diritto e ai diritti umani ridussero le afflizioni ingiustamente subite da Silvia Baraldini. Dunque, di quella storia e del comportamento delle autorità politiche e giudiziarie di allora il ministro della giustizia dovrebbe essere fiero, da garantista quale si definisce. Infine, qualche giorno fa il ministro ha negato l’estradizione in Argentina del sacerdote Franco Reverberi accusato di tortura e omicidio durante il regime fascista di Videla. Ha dichiarato che lo ha fatto in quanto attento alle condizioni di salute del presunto torturatore. Ora gli chiediamo di preoccuparsi delle condizioni di salute psico-fisiche di Ilaria Salis, pregiudicate da una carcerazione inumana e sproporzionata.</p>



<p>________________________________________________________________________________________________________________________________________________</p>



<p>Ricordiamo che Ilaria Salis è in carcere da un anno in Ungheria, accusata di aver aggredito alcuni manifestanti di estrema destra. Rischia 24 anni di galera per lesioni che sono passate in pochi giorni. Ieri è stata portata in aula con le mani e i piedi legati: immagini che hanno scosso non solo l&#8217;Italia ma l&#8217;Europa stessa di fronte all&#8217;Ungheria. Come può la democrazia coesistere con queste forme di violenza di Stato e di violazione dei diritti umani?</p>



<p></p>
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		<title>Migranti sulla rotta balcanica: denuncia e solidarietà</title>
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		<pubDate>Thu, 30 May 2019 08:11:06 +0000</pubDate>
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<p>(Da Pressenza.com del 17.05.2019)</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/chiostro-1-davide-720x540.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Migranti sulla rotta balcanica: denuncia e solidarietà"/><figcaption>(Foto di Davide Schmid)</figcaption></figure>



<p>Giornate intense a Milano per gli&nbsp;<a href="https://www.pressenza.com/it/2019/05/milano-due-iniziative-sul-viaggio-dei-migranti-lungo-la-rotta-balcanica/?utm_source=rss&utm_medium=rss">eventi</a>&nbsp;sui migranti lungo la rotta balcanica. Si inizia mercoledì 15 maggio aprendo la mostra&nbsp;<strong>“Refugee journeys through the Balkan route: a crisis no more?</strong>” nel Cortile Farmacia dell’Università degli Studi di via Festa del Perdono. La sera di giovedì 16 oltre 200 persone l’avevano già visitata (arrivando a un totale di 300 venerdì pomeriggio), fermandosi a parlare con le ricercatrici inglesi autrici delle foto e della ricerca collegata all’esposizione, con gli studenti di&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/pg/fuoriluogoSPES/about/?ref=page_internal&utm_source=rss&utm_medium=rss">Fuori Luogo</a>&nbsp;e i volontari di&nbsp;<a href="https://www.pressenza.com/it/2019/01/opet-bosna-solidarieta-verso-i-profughi-bloccati-al-confine-tra-bosnia-e-croazia/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Opet Bosna</a>.&nbsp; Molti lasciano commenti positivi e ringraziamenti per l’iniziativa sulle apposite cartoline. Si crea un ambiente caldo e informale, racchiuso tra lo splendido colonnato del chiostro e lo striscione Refugees Welcome appeso come una sorta di sipario a chiudere la successione di foto e di didascalie esplicative.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/striscione-mostra-rifugiati.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-856064"/></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/gente-chiostro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-856082"/></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/Gemma-Sara-e-altri.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-856073"/></figure></div>



<p>Immagini forti – strade e ferrovie prima percorse da migliaia di profughi e poi deserte per la chiusura dei confini e il muro eretto dall’Ungheria, alloggi precari nei campi in Grecia, spazi occupati e scritte di denuncia e solidarietà ad Atene e tanto altro – che confermano una situazione drammatica e in gran parte dimenticata dai media nostrani, al centro del progetto di ricerca e di lavoro sul campo&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/ACEIRAesthetics/?utm_source=rss&utm_medium=rss">IR_Aesthetics</a>.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/chiostro-Davide.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-856093"/></figure></div>



<p>Nel pomeriggio di giovedì 16, mentre la mostra rimane aperta, si tiene nell’aula 22 di Scienze Politiche di via Conservatorio l’<a href="https://www.facebook.com/events/1072618909602272/?utm_source=rss&utm_medium=rss">incontro</a>&nbsp;<strong>“The game: il viaggio dei migranti lungo la rotta balcanica”</strong>. Aula piena, pubblico attento e interessato. L’introduzione di&nbsp;<strong>Sara Kharboui di Fuori Luogo</strong>&nbsp;entra subito nel vivo della questione ricordando l’enorme divario tra Nord e Sud del mondo e le vergognose disuguaglianze che spingono tanta gente a emigrare verso una “Fortezza Europa” che la respinge e non offre alcun canale di accesso legale. Una politica criminale e inutile, visto che anche militarizzando e chiudendo le frontiere un fenomeno globale come l’immigrazione non si fermerà.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/pubblico-incontro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-856102"/></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/Sara-incontro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-856111"/></figure></div>



<p>Prosegue&nbsp;<strong>Michele Mondolfo di Opet Bosna</strong>&nbsp;spiegando che cos’è il Game che dà il titolo all’incontro. Non è un gioco, ma una sfida impari tra persone inermi – spesso famiglie con bambini – che tentano di attraversare i confini spostandosi da un paese all’altro e poliziotti armati, muri e filo spinato. Una sfida ripetuta più volte, con tentativi falliti e respingimenti, che parte dalla Grecia e arriva fino al confine tra Italia e Francia e si scontra con la violenza e la disumanità in particolare della polizia croata. Oltre ai tanti&nbsp;<a href="https://www.pressenza.com/it/2019/05/il-rapporto-sulla-violenza-della-polizia-europea-contro-i-rifugiati-mostra-come-le-pratiche-della-polizia-croata-seguano-delle-linee-guida/?utm_source=rss&utm_medium=rss">episodi di brutalità</a>&nbsp;denunciati dalle organizzazioni che assistono i migranti, questi devono affrontare condizioni terribili di promiscuità e sovraffollamento nei campi che li “accolgono” e sono spesso costretti a cercare rifugio in case abbandonate, in un’attesa infinita e sfibrante del riconoscimento del loro stato. Una violenza psicologica terribile, che si aggiunge a quella fisica fatta di pestaggi e cellulari rotti o rubati.</p>



<p>Non si tratta solo di una gestione inumana e disastrosa dell’immigrazione, ma anche, più in generale, di una discriminazione sulla base del luogo di nascita: un giovane europeo può viaggiare liberamente e sfruttare possibilità e occasioni negate ai suoi coetanei di altri paesi.</p>



<p><strong>Gemma Bird,&nbsp;</strong>ricercatrice dell’<strong>Università di Liverpool</strong>, illustra il progetto condotto con le colleghe soffermandosi in particolare sulla situazione delle isole greche, che conosce per esperienza diretta. Nel 2014 si restava in media tre giorni in uno dei campi di Samos, Lesbo e Chio, mentre ora l’attesa per conoscere il proprio destino può arrivare a due anni. Anche qui campi sovraffollati, violenze, code di ore per ottenere un pasto, servizi insufficienti e persone per cui la Grecia era solo un paese di transito, che si trovano invece bloccate all’infinito in una situazione di limbo e incertezza sul futuro. Come in Bosnia, anche in Grecia attivisti e Ong assistono i migranti fornendo servizi e aiuti di vario tipo (pasti, vestiario, corsi di lingue eccetera), ma la crisi umanitaria perdura. Ecco il frutto di una politica di esternalizzazione dei confini per cui campi profughi che dovevano essere transitori diventano permanenti. Nonostante le denunce, si è fatto poco o niente per cambiare la situazione.</p>



<p><strong>Jelena Obradovic-Wochnik&nbsp;</strong>dell’<strong>Aston University&nbsp;</strong>aggiunge dati e informazioni sul percorso tortuoso e i costi (fino a 3-4.000 euro a persona) di chi percorre la rotta balcanica ed è costretto ad affidarsi ai trafficanti. Ogni volta che i migranti attraversano una frontiera devono pagare qualcuno e a volte diventano essi stessi trafficanti per pagarsi il viaggio. La recente proposta di espandere Frontex, prevedendo anche l’uso della forza nel controllo delle frontiere, è un indicatore preoccupante e un segno che solo una maggiore pressione politica può cambiare questa direzione disumana.</p>



<p>Le domande del pubblico permettono a&nbsp;<strong>Mirko Rozzi&nbsp;</strong>di Opet Bosna di parlare dell’esperienza accumulata in moltissimi viaggi nei campi profughi di&nbsp;<a href="https://www.pressenza.com/it/2019/01/opet-bosna-solidarieta-verso-i-profughi-bloccati-al-confine-tra-bosnia-e-croazia/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Bihać e di Velika Kladuša</a>, le due cittadine bosniache più vicine al confine con la Croazia e dei servizi offerti anche grazie alla solidarietà della gente del posto: pasti, docce, distribuzione di vestiti e purtroppo anche un posto di pronto soccorso per garantire le prime medicazioni ai migranti picchiati dalla polizia croata e rimandati indietro.</p>



<p>Sollecitata dalla domanda di una studentessa, anche<strong>&nbsp;Jelena Obradovic-Wochnik&nbsp;</strong>parla di solidarietà e auto-organizzazione citando gli spazi occupati in Grecia allestiti da attivisti, gente del posto e migranti stessi come alternativa ai campi. Alcuni hanno una buona reputazione, altri meno. Alcuni sono stati sgomberati, o rischiano lo sgombero, mentre altri vengono lasciati in pace, ma almeno là la gente può muoversi e non è soggetta alle condizioni terribili dei campi nelle isole.</p>



<p><strong>Gemma Bird&nbsp;</strong>elenca le raccomandazioni frutto della ricerca sul campo. Spostamento dalle isole greche alla terraferma, più fondi per alloggi alternativi ai campi, procedure più veloci e trasparenti riguardo alla richiesta d’asilo, maggiore comunicazione con i movimenti di solidarietà con i migranti sono solo alcune delle proposte già presentate a politici e istituzioni di diversi paesi europei.</p>



<p><strong>Michele Mondolfo&nbsp;</strong>aggiunge la necessità di combattere la disinformazione, l’odio e l’egoismo dilaganti e di dare un’altra immagine &nbsp;– positiva – dell’immigrazione, ricordando il timore dell’”invasione” albanese di 25 anni fa, ora assorbita senza problemi e cita alcune notizie incoraggianti: la sentenza della Corte UE secondo cui se la sua vita è a rischio nel paese d’origine un rifugiato non può essere espulso dall’Italia, o l’archiviazione dell’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nei confronti di Open Arms. Lancia quindi un appello a chiunque voglia appoggiare le attività di Opet Bosna, partecipando ai viaggi o trovando altre forme di collaborazione.</p>



<p>Un ultimo intervento di uno studente di Fuori Luogo ricorda il decreto sicurezza bis, con la sua chiara volontà di colpire non solo le Ong che salvano vite in mare, ma anche qualsiasi forma di dissenso e la prevista apertura di un centro per il rimpatrio in via Corelli. La criminalizzazione della solidarietà non si ferma, dunque non può farlo nemmeno chi si oppone a queste scelte disumane.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/Gemma-incontro-MM.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-856120"/></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/gruppo-MM.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-856129"/></figure></div>



<p>Foto di Davide Schmid, Fuori Luogo, Thomas Schmid e Michele Mondolfo</p>
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		<title>&#8220;Attacco globale alle Ong&#8221;. Lo afferma Amnesty</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Feb 2019 07:31:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Per voi, il Rapporto di Amnesty International &#8220;Attacco globale alle ONG&#8221;: una relazione preoccupante che riguarda molti, troppi Paesi nel mondo. Continuiamo, invece, a lavorare alacremente, anche noi piccole associazioni, per tutelare i diritti universali, che poi significa tutelare la Vita.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12132" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="372" height="135" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 372w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-1-300x109.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 372px) 100vw, 372px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In tutto il mondo si stanno intensificando gli attacchi contro le Organizzazioni non governative (Ong). A documentare quest’assalto globale il nostro nuovo report “<em>Obiettivo: silenzio. La repressione globale contro le organizzazioni della società civile</em>”.</p>
<p>In base ai dati raccolti sono<strong> 50 gli stati</strong> che in questi mesi hanno <strong>adottato</strong> o <strong>stanno per adottare leggi anti-Ong</strong>.</p>
<p><em>“Un crescente numero di governi sta ponendo irragionevoli ostacoli e limitazioni alle Ong, impedendo loro di portare avanti un lavoro fondamentale –</em>, ha dichiarato in una <a href="https://www.amnesty.it/rapporto-amnesty-international-lassalto-globale-alle-ong-raggiunto-livelli-crisi/?utm_source=rss&utm_medium=rss">nota ufficiale</a> <strong>Kumi Naidoo</strong>, segretario generale di Amnesty International –<em>. </em><em>In molti stati le organizzazioni che osano parlare di diritti umani vengono ridotte al silenzio e per le persone che si riuniscono per difendere e chiedere diritti è sempre più difficile farlo in condizioni di libertà e sicurezza. Ridurle al silenzio e impedire loro di lavorare ha conseguenze per tutti”</em>.</p>
<p>Questo è il terzo di una serie di rapporti della nostra <a href="https://www.amnesty.it/campagne/coraggio/?utm_source=rss&utm_medium=rss">campagna “Coraggio”</a> che documenta il giro di vite globale nei confronti di coloro che difendono e promuovono i diritti umani e promuove il riconoscimento e la tutela dei difensori dei diritti umani nel mondo.</p>
<p>Nell’ottobre 2019 il ministero dell’Interno del <strong>Pakistan</strong> ha <strong>respinto</strong> <strong>18 domande di registrazione</strong> e i relativi ricorsi da parte di 18 <strong>Ong</strong> internazionali <strong>senza fornire spiegazioni</strong>.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class=" wp-image-12133 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="254" height="135" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 308w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-2-300x160.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 254px) 100vw, 254px" /></a></p>
<p>In <strong>Bielorussia</strong> le <strong>Ong</strong> sono sottoposte a una <strong>rigorosa supervisione dello stato</strong>. Lavorare per le Ong la cui domanda di registrazione è stata – spesso arbitrariamente – respinta è un reato penale.</p>
<p>In <strong>Arabia Saudita</strong> il governo può <strong>negare la registrazione alle nuove Ong</strong> o smantellarle se sono ritenute “<em>dannose per l’unità nazionale</em>”. A subire le conseguenze di questa legislazione repressiva i gruppi per i diritti umani, compresi quelli per i diritti delle donne, che non sono in grado di registrarsi e operare liberamente all’interno del paese.</p>
<p>In <strong>Egitto</strong> le <strong>Ong</strong> che ricevono <strong>fondi dall’estero</strong> devono rispettare <strong>regolamenti stringenti e arbitrari</strong>. Molti <strong>difensori dei diritti umani</strong> sono stati raggiunti da <strong>divieti di viaggio</strong>, hanno subito il <strong>congelamento dei conti bancari</strong> o sono stati portati a processo, col rischio di trascorrere <strong>fino a 25 anni in carcere</strong> solo per aver ricevuto finanziamenti stranieri.</p>
<p>Anche gli <strong>uffici di alcune nostre sezioni</strong> sono finiti sotto attacco: dall’<strong>India</strong> all’<strong>Ungheria</strong>, nell’ambito di un giro di vite sulle organizzazioni locali, le autorità se la sono presa con le nostre strutture, <strong>congelando beni patrimoniali</strong> e compiendo raid negli uffici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a class="btn btn-yellow" href="https://www.amnesty.it/scarica-report/?url=/2019/02/21130849/Obiettivo-silenzio.pdf&utm_source=rss&utm_medium=rss"> Scarica il report</a></p>
<h3>Assalto alle Ong: la situazione in Russia, Cina, Azerbaigian e Ungheria</h3>
<p>Molti stati, tra i quali <strong>Azerbaigian</strong>, <strong>Cina</strong> e <strong>Russia</strong> hanno introdotto <strong>nuove norme in materia di registrazione e reportistica</strong>. In base a queste normative restrittive, le Ong sono sotto il costante controllo delle autorità e il loro mancato rispetto comporta il <strong>carcere</strong>, una sanzione che il difensore dei diritti umani dell’Azerbaigian <strong>Rasul Jafarov</strong>, rilasciato nel 2016 dopo oltre un anno di prigionia, conosce fin troppo bene. <em>“Mi hanno arrestato a causa del mio attivismo e delle manifestazioni svolte col mio Club dei diritti umani </em>– ha raccontato Jafarov –<em>. C’è un’atmosfera orribile. Quelli che non sono stati arrestati o posti sotto inchiesta hanno dovuto chiudere le loro organizzazioni o rinunciare a dei progetti. Molti hanno lasciato l’Azerbaigian per lavorare all’estero”</em>.</p>
<p>In <strong>Cina</strong>, la nuova legge controlla strettamente le attività delle <strong>Ong</strong>, dalla formulazione della domanda di registrazione alla reportistica in materia di movimenti bancari, assunzioni e raccolta fondi.</p>
<p>In <strong>Russia</strong> le <strong>Ong</strong> che ricevono fondi dall’estero sono state etichettate dal governo come “<em>agenti stranieri</em>”, un termine che è sinonimo di “<em>spie</em>”, “<em>traditori</em>” e “<em>nemici dello stato</em>”. Le autorità applicano questa norma così ampiamente che persino un’organizzazione per i malati di diabete ha ricevuto una multa salata, è stata etichettata come “<em>agente straniero</em>” e alla fine, nell’ottobre 2018, ha dovuto chiudere. Sotto il mirino del governo di Mosca sono finiti anche gruppi che si occupano di salute, ambiente e donne.</p>
<p>Le <strong>politiche repressive della Russia</strong> sono state <strong>imitate da altri stati</strong>.</p>
<p>In <strong>Ungheria</strong> diverse Ong sono state costrette a definirsi “<em>finanziate dall’estero</em>” e il <strong>governo</strong> cerca di <strong>screditare il loro lavoro</strong> e scatenare l’opinione pubblica contro di loro. Le organizzazioni che non rispettano questa disposizione rischiano multe elevate e anche la sospensione delle attività. Quelle che si occupano di migranti e rifugiati, così come i loro membri, sono state intenzionalmente prese di mira a seguito dell’entrata in vigore di una legge, nel giugno 2018.</p>
<p><em>“Non sappiamo cosa accadrà a noi e alle altre organizzazioni né quale sarà la prossima legge </em>– ha dichiarato Aron Demeter di Amnesty International Ungheria –<em>. Diversi nostri impiegati sono stati attaccati da troll online e minacciati di violenza. Alcuni locali rifiutano di ospitare nostri eventi e ci sono scuole che rifiutano di accogliere attività di educazione ai diritti umani per timore di ripercussioni”</em>.</p>
<p>In alcuni paesi gli attacchi alle Ong riguardano specificamente i <strong>gruppi che si occupano di diritti delle comunità marginalizzate</strong>. Quelli che promuovono i <strong>diritti delle donne</strong>, soprattutto quelli alla salute sessuale e riproduttiva, i <strong>diritti delle persone Lgbti</strong> e quelli dei <strong>migranti</strong> e dei <strong>rifugiati</strong>, così come le <strong>associazioni ambientaliste</strong> risultano tra i più colpiti.</p>
<p><em>“Nessuno dovrebbe subire conseguenze penali per aver difeso i diritti umani. I leader del mondo dovrebbero garantire l’uguaglianza e assicurare migliori condizioni di lavoro, cure mediche appropriate, alloggi adeguati e accesso all’istruzione anziché accanirsi contro coloro che lottano per questi obiettivi”</em>, ha sottolineato Naidoo.</p>
<p><em>“I difensori dei diritti umani sono dediti a creare un mondo migliore per tutti. Non abbandoneremo questo impegno perché sappiamo quanto è importante. A New York nel dicembre 2018, in occasione del ventesimo anniversario della Dichiarazione Onu sui difensori dei diritti umani, i leader del mondo hanno ribadito il loro impegno a creare un ambiente sicuro per i difensori dei diritti umani. Ora devono tradurre quell’impegno in realtà”</em>, ha concluso Naidoo.</p>
<p><em>“Il rapporto di Amnesty International arriva in un momento cruciale, data la proliferazione di restrizioni al lavoro legittimo delle organizzazioni della società civile. Accendendo i riflettori sulle difficoltà di questo periodo, coloro che sostengono le società civili e i valori dei diritti umani possono cercare di fermare questa marea”</em>, ha dichiarato <strong>Mandeep Tiwana</strong> di Civicus, un’alleanza globale di organizzazioni e attivisti della società civile.</p>
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		<title>Una santa collera!</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jun 2018 08:29:25 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di Alex  Zanotelli</p>
<p>L’onda nera del razzismo e della xenofobia che sta dilagando in Europa, dall’Ungheria all’Austria, dalla Polonia alla Slovenia travolge oggi anche il nostro paese. Il volto più noto di questo razzismo nostrano è certamente Salvini, segretario della Lega e oggi Ministro degli Interni nel nuovo governo giallo-verde. (Non dimentichiamoci che Salvini è consigliato da Bannon, ex-consigliere di Trump e portabandiere dell’ultra destra sovranista mondiale!). E in queste prime settimane di governo giallo-verde, Salvini ha subito rivelato la sua strategia politica con degli slogan che fanno paura. “E’ finita la <u>pacchia</u> dei migranti”, i clandestini devono fare le valigie, se ne <u>devono andare”, “ </u>nessun<u> vice-scafista </u>deve attraccare nei porti italiani”, “<u>siamo sotto attacco</u> e chiediamo alla NATO di difendersi dai <u>migranti </u>e <u>terroristi,”</u> “l’Italia non può essere il <u>campo profughi</u> <u>d’Europa.” </u>Pesante l’attacco contro la Tunisia come paese “ <u>esportatore di galeotti</u>.” La politica leghista vuole creare “più <u>centri di espulsione”</u> per sbarazzarsi di 500.000 irregolari rimandandoli ai loro paesi. Pesanti le parole del Ministro degli Interni contro il sindaco Mimmo Lucano che ha fatto rifiorire il paese di Riace (Calabria) accogliendo migranti: “ <u>E’ lo zero</u>!” Altrettanto dura la politica del Ministro degli Interni contro i Rom :vuole smantellare i loro campi con le ruspe e attuare quanto concordato nel “contratto” di governo : ”l’obbligo della frequenza scolastica, <u>pena la perdita della responsabilità e potestà genitoriale.” </u> Siamo alle Leggi speciali per i Rom? Inoltre egli promette il <u>pugno duro</u> per la sicurezza e il decoro urbano, a spese dei senza fissa dimora, dei poveri, degli ultimi. E il Segretario della Lega è passato subito dalle parole ai fatti con il rifiuto alla nave “Acquarius”, che portava oltre 600 migranti, di attraccare ai porti italiani. Un atto vergognoso giocato sulla pelle dei poveri, ma anche illegale perché viola la nostra Costituzione e i trattati internazionali firmati dall’Italia “sulla ricerca e salvataggio marittimo”.</p>
<p>E’ ormai Salvini che impazza a tutto campo, mentre i Cinque Stelle sono già prigionieri del campo di forza della Lega che ha sempre più consensi alla base e riceve gli elogi di Bannon e di Marine Le Pen e del gruppo di Visegrad. Dobbiamo riconoscerlo: siamo davanti a un “razzismo di Stato” preparato in questo ventennio da leggi come la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini, i decreti Maroni , la <u>realpolitik </u>di Minniti e da un crescente razzismo degli italiani. E’ un fenomeno questo che ci interpella tutti: società civile, cittadinanza attiva, movimenti popolari, chiese, comunità cristiane.</p>
<p>Come missionario mi appello per primo alla Chiesa italiana perché faccia un serio esame di coscienza cercando di capire quanto i cristiani abbiano contribuito a questo disastro. E’ mai possibile che le nostre comunità abbiano dimenticato quelle parole così chiare di Gesù:” Ero affamato….,ero assetato…, ero forestiero….e<u> non</u> mi avete accolto”? Non è forse questo il momento più opportuno per aprire le nostre comunità ad accogliere coloro che sono minacciati di espulsione? A che cosa servono i conventi o le case religiose se non ad accogliere coloro che la società opulenta non vuole? Dovrebbe farci pensare che negli USA tante chiese e comunità cristiane si siano dichiarate “sanctuary”, luoghi di rifugio per coloro che Trump (altro razzista!) ha deciso di deportare ai loro paesi dove rischiano la vita!</p>
<p>Non è forse il momento in cui lanciare il “<i><b>Sanctuary movement</b></i>” anche in Italia per salvare tanti migranti da morte sicura? E’ mai possibile che negli USA lo <u>stato</u> della California si sia dichiarato “santuario” per gli irregolari che Trump vuole espellere e in Italia nessuna <u>comunità cristiana</u> ancora abbia fatto un tale passo? Mi appello alla cittadinanza attiva di questo paese perché in fretta crei gli anticorpi per reagire al fascio-leghismo nostrano.</p>
<p>E’ fondamentale imbroccare seriamente la strada della <u>disobbedienza civile</u> per tutte quelle leggi che disumanizzano i nostri fratelli e disumanizzano anche noi.</p>
<p>“Una legge che degrada la personalità umana è <u>ingiusta”</u>&#8211; così scriveva dal carcere di Birmingham, Martin Luther King. “ I primi cristiani si rallegravano per essere considerati degni di soffrire per quello in cui credevano- scriveva sempre dal carcere Martin Luther King. Allora la chiesa non era un semplice <u>termometro</u> che misurava le idee e i principi dell’opinione pubblica: era un <u>termostato </u> che trasformava il costume della società. Quando i primi cristiani entravano in una città, le autorità si allarmavano e subito cercavano di imprigionare i cristiani perché “disturbavano l’ordine pubblico” ed erano “agitatori venuti da fuori”. Ma i cristiani non cedettero , chiamati ad obbedire a Dio e non agli uomini”. E’ questo lo spirito che deve ritornare ad animare le comunità cristiane per poter sconfiggere, insieme a tanti uomini di buona volontà, l’onda nera del razzismo e xenofobia che ci sta travolgendo. Dobbiamo farlo insieme, credenti e laici, memori di quanto afferma il danese Kaj Munk, pastore luterano anti-nazista, ucciso come un cane nel 1944:”Quello che a noi manca è una <u><b>Santa collera</b></u><b>!</b></p>
<p>Napoli,15 giugno 2018</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La vittoria di Orbán: facile vincere barando al gioco della democrazia</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2018 06:57:58 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di Monica Frassoni (www.monicafrassoni.org)?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>
<p>Il Primo ministro Viktor Orbán, paladino di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, è riuscito a ottenere il risultato al quale mirava: raggiungere la maggioranza sufficiente a dargli la possibilità di cambiare la costituzione a suo piacimento, di smantellare la residua autonomia della Corte Costituzionale (dato che può da adesso nominarne tutti i membri) e di continuare la sua opera di trasformazione dell’Ungheria nella “democrazia illiberale” che persegue da tempo, senza particolari ostacoli o paletti politici e legali.</p>
<p>Questa vittoria è stata costruita nel corso degli ultimi anni, con un lavoro paziente, svoltosi sotto gli occhi consapevoli e indulgenti delle istituzioni comunitarie e in particolare del Consiglio e della Commissione. Una vittoria che viene da lontano, dunque, e che si basa sul noto detto “<em>che bello vincere facile</em>”. Lo spazio di azione della società civile e dei partiti di opposizione sono stati progressivamente limitati. “Fake news” ripetute a iosa li hanno delegittimati e azioni di “giustizia” a comando hanno posto notevoli ostacoli alla loro azione. Una ossessiva propaganda ha convinto gli ungheresi che il loro maggiore problema era il rischio di un’invasione islamica e un cosmopolitismo che ne avrebbe distrutto l’identità. Basta dare un’occhiata ad alcuni dei poster elettorali di Fidesz, come quello che raffigura la candidata del partito verde LMP, Bernadett Szél, coperta da uno chador, per dire che le politiche di apertura ai migranti avrebbero minacciato la libertà delle donne ungheresi.</p>
<p>Anche se Orbán stesso e altri importanti esponenti di Fidesz hanno studiato grazie a borse di studio del famoso speculatore diventato filantropo Soros, la battaglia ingaggiata contro di lui (copiata penosamente a pappagallo in Italia soprattutto da Giorgia Meloni) è solo un’altra di una guerra che ha lasciato sul terreno varie vittime illustri, come il più importante giornale di opposizione “Népszabadság”, costretto a chiudere nel 2016 dopo aver dichiarato bancarotta.</p>
<p>Le regole elettorali, che hanno ritagliato le circoscrizioni a profitto di Fidesz, permettono l’uso di database che segnalano le preferenze degli elettori (le cosiddette “liste Kubatov”), impediscono ai partiti di opposizione di essere presenti come rappresentanti di lista in tutti i seggi elettorali, non pongono alcuna regola per i finanziamenti, impediscono la formazione di coalizioni di partiti diversi,  e via elencando i 36 errori nel sistema elettorale segnalati già nel 2014 dall’OSCE. Per non parlare dei media, vittime di un lungo processo di normalizzazione iniziato da anni e che ha portato l’Ungheria a un poco lusinghiero 70° posto su 180 nella classifica della libertà di stampa: tutto è permesso, dall’uso di “pubblicità progresso” per fare pubblicità a Fidesz, al controllo progressivo da parte di amici e sodali di Orbán della stampa locale e regionale; dall’istituzione &#8211; molto criticata a suo tempo a Bruxelles già nel 2010/2011 &#8211; di un consiglio per i media con poteri di supervisione dei contenuti e soprattutto di concessione delle licenze, alla proibizione ad alcuni media di fare domande durante le conferenze stampa, ecc… Risultato? Oggi l’Ungheria è il paese contro il quale si moltiplicano i casi di violazione inviati alla Corte europea dei diritti umani a Strasburgo, casi che il governo spesso perde, infischiandosene allegramente.</p>
<p>In questo disastroso contesto, fortemente favorito da regole del gioco completamente truccate e da una propaganda martellante e xenofoba, non sono riusciti a essere portati all’attenzione dell’opinione pubblica, e soprattutto a pesare nella decisione degli elettori, i casi di corruzione dell’entourage di Orbán, soprattutto a danno del bilancio e dei contribuenti europei. Né è emersa la grave contraddizione tra il discorso anti-europeo e nazionalista (ci dobbiamo difendere, ha dichiarato Orbán appena rieletto, ma chissà da chi!) e il fatto che l’economia ungherese stia a galla grazie alla sua appartenenza all’Unione europea, proprio quella che Orbán vorrebbe smantellare nella sua dimensione di spazio di diritto comune, per ridurla a una specie bancomat a suo profitto e senza controlli. È molto chiaro che la sua larga vittoria non potrà che avere delle conseguenze negative sul dibattito in corso sul futuro del processo di integrazione europea e rafforzerà non poco il prestigio del Gruppo di Visegrad e la sua determinazione a portare avanti quella che Orbán stesso ha definito una “contro-rivoluzione”.</p>
<p>Che fare allora? Innanzitutto, notare che in Ungheria esiste una opposizione e una società civile che combatte e che ha bisogno di sentire che non sono da soli di fronte a Orbán e i suoi. Non è un caso che nelle città più importanti Fidesz rappresenti una minoranza. Voglio qui rendere omaggio ai Verdi di Lehet Más a Politika (“<em>La politica può essere diversa</em>” &#8211; LMP), membro ungherese del Partito Verde europeo, che ha conquistato il 7% dei voti e 8 seggi dopo una campagna estremamente meritoria e difficile.</p>
<p>Ma soprattutto bisogna smettere di pensare che la “contro-rivoluzione” del Gruppo di Visegrad (o di Salvini e Meloni) si possa sconfiggere rincorrendone gli argomenti, senza ingaggiare una battaglia che è politica, culturale, legale, sociale e che si pone in frontale contrasto con i dis-valori che Orban rappresenta. “Inutile fidarsi delle imitazioni, scegliete l’originale” diceva Jean-Marie Le Pen: ha ragione, come abbiamo ben visto in Italia con il disastroso risultato del PD di Renzi-Minniti e la vittoria non solo politica, ma anche culturale, di Salvini.</p>
<p>In questo senso, emerge con evidenza la gravissima responsabilità del Partito Popolare Europeo di Antonio Tajani e Manfred Weber, che in questi anni (e anche in occasione di questa campagna elettorale) ha legittimato un operato del suo membro ungherese che si è rivelato sempre più autoritario e xenofobo, contrario ai valori democratici europei che il PPE dice di rappresentare. Un importante e prezioso sostegno, che dimostra la dannosa ambivalenza e il doppiopesismo irresponsabile di questa potente (ahinoi) famiglia politica europea. È stridente, infatti, il contrasto con la Polonia, governata da un partito che non fa parte del PPE e che si è trovata (giustamente) minacciata di sanzioni e ha dovuto aprire un negoziato con la UE su riforme non poi così diverse da quelle di Orbán. Insomma, viene invertito il ruolo dei partiti europei come elemento di rafforzamento e “armonizzazione” di standard di libertà e democrazia: il PPE, e in alcuni casi quali Romania o Slovacchia anche il PSE, hanno coperto e legittimato in maniera acritica membri che sfidano apertamente non solo valori come stato di diritto, non discriminazione, pluralismo e l’obbligo di elezioni libere ed eque, ma anche il progetto europeo. Un atteggiamento incomprensibile e totalmente controproducente!</p>
<p>Questo è il vero rischio per l’Europa oggi: che venga interrotta e spezzata qualsiasi dinamica di ripresa del processo di integrazione europea e di cambio radicale delle politiche economiche fin qui perseguite verso politiche più eque e solidali e soprattutto più efficaci a riassorbire ineguaglianze e fare ripartire l’economia in modo sostenibile; il rafforzamento di Orbán e dei suoi alleati, la “contaminazione” di una parte crescente della sinistra con le tesi anti-europee e sovraniste alla Mélenchon, la prospettiva di un governo guidato da forze politiche  anti-europee e xenofobe come la Lega e la sua coalizione di destra, o ambigue sui valori di convivenza e democrazia come i 5 Stelle in Italia, non promettono nulla di buono né per l’imminente battaglia sul bilancio europeo, né per la riforma delle regole di Dublino, né per la riforma dell’Eurozona, né per le prossime elezioni europee.</p>
<p>Sicuramente, questo è un trend che, viste anche le loro difficoltà interne e le loro ambiguità, Merkel e Macron, non potranno certo invertire da soli.</p>
<p>Oggi più che mai la UE appare indebolita non solo a causa degli errori madornali di politica economica che hanno favorito in questi anni una inutile austerità senza risanamento e senza solidarietà, ma anche a causa dell’insipienza e della disattenzione dei suoi leader nei confronti di pratiche illiberali ed autoritarie, che hanno portato nel corso di questi anni alla conquista di sempre maggiore consenso da parte di forze politiche che negano i suoi stessi fondamenti, anche attraverso la manipolazione delle regole del gioco e il controllo dei media.</p>
<p>Questo, è bene ricordarlo, non è “solo” un problema di diritti e libertà, ma ha o avrà anche delle ripercussioni economiche e sociali devastanti: tanto per fare un esempio, l’economia ungherese soffre di una corruzione endemica, di una progressiva “invasione” dello stato nell’economia come ai bei tempi del “socialismo reale”, di una forte crisi del sistema educativo e sanitario;  è, a detta di molti economisti, “insostenibile”, anche perché l’unica fonte di una qualche crescita è costituita dai fondi europei che riceve e che sono destinati a ridursi drasticamente nei prossimi anni. Le ricette di Orbán, a partire dalla mano dura sui migranti &#8211; praticamente inesistenti in terra magiara &#8211; , non porteranno alla soluzione dei problemi degli ungheresi, esattamente come le ricette di Salvini non porteranno alcun giovamento all’Italia, perché anche qui il nostro problema principale non sono né i migranti né la Legge Fornero. Rimane da capire se l’opposizione politica e sociale, ma anche le istituzioni UE attraverso un cambio visibile del loro atteggiamento su molti temi, saprà nei prossimi mesi favorire rapidamente l’ascesa di un‘alternativa convincente, sia in campo economico che dei diritti e delle libertà, in tempo utile per le elezioni europee del maggio 2019. In Ungheria. Ma anche in Italia.</p>
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		<title>Nella geografia del dissenso</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Apr 2017 10:04:12 +0000</pubDate>
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<p>Per Gabriele Del Grande che è stato liberato !!!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ieri, domenica 23 aprile 2017, a Tempo di libri si è tenuto un incontro dal titolo &#8220;Nelle geografie del dissenso. Voci e luoghi di una resistenza civile&#8221;, un viaggio in Egitto, Turchia, Ungheria e Cina con testimonianze e appelli per la libertà di espressione.</p>
<p>La conferenza si è aperta con lo scrittore ʿAlāʾ al-Aswānī che ha dichiarato che Mubarak, nonostante la rivoluzione, ha passato il testimone ad Al Sisi e che in Egitto vige un vero e proprio regime che colpisce anche gli intellettuali; lui stesso non può più scrivere nel suo Paese, ma scrive per giornali e case editrici straniere. Lo scrittore egiziano afferma di avere molta fiducia nel futuro perché i sostenitori del regime sono anziani mentre il 70% della società è composto da giovani sui quali ripone la speranza per il cambiamento.</p>
<p>Associazione per i Diritti umani ha seguito l&#8217;incontro e ha realizzato il seguente video. Hanno partecipato: Lorenzo Fazio di Chiarelletere, Yonca Cingoz dell&#8217;associazione degli editori turca che racconta della chiusura forzata delle case editrici operata dal regime di Erdogan; Ildikó Török responsabile di una casa editrice che oppone resistenza alle pressioni censorie sull&#8217;editoria scolastica in Ungheria; Angela Gui, che racconta e combatte per la liberazione di suo padre, Gui Minhai, rapito con altri quattro librai a Hong Kong e ancora in carcere in Cina.</p>
<p>Gli ospiti parlano in italiano e in inglese: vi consigliamo di ascoltare le loro parole perché sono molto, molto importanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/a4jpi37NgoU?feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p>&nbsp;</p>
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<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/untitled-916.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-7" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8548" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/untitled-916.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1142" height="641" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/untitled-916.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1142w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/untitled-916-300x168.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/untitled-916-768x431.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/untitled-916-1024x575.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1142px) 100vw, 1142px" /></a></p>
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		<title>Razzisti, ma soprattutto ignoranti</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2015 07:19:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Davide Rossi Segretario generale SISA Migliaia di profughi delle guerre scatenate dall’Occidente, dalla Siria alla Libia, cercano scampo in Europa. Come sempre l’egoismo razzista si contrappone alla solidarietà umana e a una analisi&#46;&#46;&#46;</p>
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<strong>Migliaia<br />
di profughi delle guerre scatenate dall’Occidente, dalla Siria alla<br />
Libia, cercano scampo in Europa. Come sempre l’egoismo razzista si<br />
contrappone alla solidarietà umana e a una analisi seria delle<br />
vicende, capace di riconoscere le gravi responsabilità dei governi<br />
europei nella caduta di Gheddafi e nel contrasto del governo<br />
legittimo siriano di Assad, da sempre volto al rispetto di tutti i<br />
gruppi linguistici e religiosi della Repubblica Araba Socialista di<br />
Siria.</strong></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Tuttavia,<br />
i razzisti, certamente in mala fede, ma soprattutto ignoranti,<br />
agitano due temi, quello dell’impossibilità dell’accoglimento<br />
dei migranti in Europa, in cui secondo loro non ci sarebbe posto e<br />
quello, con il quale cercano di camuffare il loro razzismo, di<br />
aiutare i migranti a casa loro. Occorre invece capire perché milioni<br />
di donne e di uomini di Africa, Asia, America Latina e soprattutto<br />
giovani dei paesi arabi del Mediterraneo, nel giro di pochi anni<br />
verranno – per fortuna &#8211; in Europa, per lavorare, assolvendo in<br />
molti casi alle mansioni rifiutate dagli europei, pagare le tasse e<br />
contribuire in modo fondamentale al sostegno della pensioni degli<br />
europei, le quali gli stranieri stanno già pagando coi loro<br />
contributi. Questi stranieri arriveranno in numero molto più<br />
considerevole dei profughi che con pieni diritti e ragioni<br />
attualmente stanno cercando salvezza oltre i muri abominevoli eretti<br />
qua e là dall’Ungheria a tante altre parti del vecchio continente.<br />
</strong>
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Qui<br />
non c’è posto</strong></div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>In<br />
Europa vive la popolazione più vecchia della terra, più o meno ogni<br />
giorno muoiono due anziani e nasce solo un bambino, che tra l’altro,<br />
si chiama spesso Hu, Carlos, Vladimir e Aisha. A Bruxelles, capitale<br />
europea, da oltre dieci anni il nome più frequente tra i bambini<br />
nati nel corso dell’anno e che risulta essere il primo all’anagrafe<br />
è Mohammed. Senza i figli degli immigrati, che sono i cittadini<br />
europei di domani, l’Europa vivrebbe uno spopolamento di<br />
proporzioni incredibili. Per altro in Europa nelle case è garantito<br />
ciò che lo sfruttamento delle materie prime energetiche e alimentari<br />
compiuto dall’Occidente nel resto del pianeta è negato alla<br />
popolazione mondiale, ovvero letti confortevoli e non giacigli<br />
malsani, tetti veri che proteggano dal freddo e dalla pioggia e<br />
rubinetti che garantiscano acqua corrente, quasi sempre potabile e<br />
spesso non solo fredda, ma anche calda. Tali elementari diritti umani<br />
sono negati a larga parte dell’umanità e chiunque si trovi a<br />
vivere là dove si devono fare chilometri a piedi per garantirsi a<br />
mala pena un secchio d’acqua al giorno ambisce come naturale a<br />
migliorare le proprie condizioni di vita, quindi migra là dove<br />
letti, tetti e rubinetti sono garantiti. Per di più in Europa la<br />
densità demografica è scarsa, qui di posto ce n’è molto. Mentre<br />
nel mondo si vive in dieci in sessanta metri quadrati, in Europa in<br />
molti casi in cento metri quadrati vivono solo una o due persone. Il<br />
Bangladesh ad esempio ha una superficie di 150mila chilometri<br />
quadrati, l’Italia ha esattamente una superficie doppia, 300mila,<br />
in Italia vivono 60 milioni di persone, in Bangladesh 180 milioni,<br />
ovvero il triplo. È come se in Italia ci fossero 360 milioni di<br />
cittadini. L’Egitto ha 100 milioni di abitanti, in stragrande<br />
maggioranza giovani, come il Bangladesh, con poche prospettive di<br />
lavoro e di futuro, in Egitto teoricamente il territorio nazionale è<br />
di un milione di chilometri quadrati, ma escluse le zone aride e<br />
desertiche, una popolazione quasi doppia di quella italiana vive di<br />
fatto in un territorio che è un terzo di quello italiano, in<br />
famiglie numerose e in case in cui l’acqua è portata per le scale<br />
nei secchi e la luce elettrica, quando c’è, entra attraverso un<br />
filo volante che giunge direttamente dalla strada e passa per la<br />
finestra. Ai ragazzi somali va anche peggio, l’Italia ha messo<br />
sotto il loro terreno e nel mare prospiciente le loro coste le poche<br />
scorie radioattive delle centrali nucleari italiane e parte delle<br />
abbondanti scorie radioattive delle centrali francesi, per questo è<br />
stata uccisa Ilaria Alpi, i somali quindi non possono coltivare,<br />
allevare bestiame, pescare, possono solo fare i pirati, bloccando e<br />
rivendendo i prodotti delle navi che transitano davanti alle loro<br />
coste, o emigrare. Si potrebbero proporre altre centinaia di casi in<br />
tutto il mondo. Quello che deve essere chiaro è che chiunque, avendo<br />
quindici o sedici anni e trovandosi in queste realtà drammatiche e<br />
disastrate, vorrebbe vivere in un altro posto, dove acqua e luce sono<br />
garantiti e magari anche un letto e un tetto. Per questo milioni di<br />
ragazzi del Mediterraneo e del resto del mondo nei prossimi anni<br />
verranno a vivere in Europa. </strong>
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Aiutiamoli<br />
a casa loro</strong>
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>I<br />
primi che vorrebbero essere aiutati a casa loro sono le donne e gli<br />
uomini, le ragazze e i ragazzi di tutti i paesi della terra, che<br />
ambirebbero a crescere in pace nei loro paesi, vedendosi garantiti<br />
non solo casa, scuola, lavoro, salute, ma anche come detto, un letto<br />
decoroso, un tetto solido e un rubinetto d’acqua corrente. Le<br />
pessime condizioni di vita di larga parte dell’umanità tuttavia<br />
sono determinate dallo sfruttamento occidentale. La ricchezza<br />
costruita e accumulata dall’Occidente dal 1945 a oggi è il<br />
risultato in minima parte del lavoro degli europei e in massima parte<br />
dello sfruttamento e della rapina delle materie prime energetiche e<br />
alimentari del resto del mondo. Tale rapina a prezzi di furto, seppur<br />
camuffata da scambio commerciale, è oggi sempre più difficile per<br />
l’Occidente, essendoci paesi come la Cina e la Russia ben disposti<br />
a pagare cifre dieci volte più alte quelle materie prime<br />
precedentemente depredate dall’Occidente, che infatti vive, come<br />
scrivo spesso, un declino non reversibile.</strong></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Si<br />
potrebbero fare centinaia di esempi, ne faccio alcuni. Quando gli<br />
algerini hanno votato per chiedere che gli europei pagassero il<br />
doppio il metano e il petrolio esportato dal loro paese, in modo da<br />
garantirsi un più degno stato sociale, Francia e Italia hanno<br />
organizzato un colpo di stato per negare agli algerini i loro<br />
diritti. Quando Thomas Sankara ha creato il Burkina Faso esigendo<br />
relazioni commerciali rispettose, il presidente francese Mitterand ne<br />
ha organizzato l’omicidio e la sostituzione con politici piegati<br />
agli interessi occidentali, come un quarto di secolo prima sempre gli<br />
occidentali hanno eliminato Patrice Lumumba in Congo, che chiedeva<br />
rispetto per il suo popolo e un pagamento corretto per l’esportazione<br />
delle ricchezze nazionali. In Congo oggi gli europei organizzano una<br />
guerra in Kivu, perché non vogliono pagare il coltan, la<br />
columbotantalite, che serve per le batterie dei cellulari, più di<br />
quello che oggi pagano i cinesi. Insomma a parole gli occidentali<br />
sono per il libero mercato, ma poi, quando non possono rapinare le<br />
ricchezze, il libro mercato non lo gradiscono più e come nel caso<br />
del coltan, lo rubano e lo esportano attraverso l’Uganda, che non<br />
ha una miniera di coltan, ma è il secondo esportatore mondiale.</strong></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Aiutare<br />
a casa loro le donne e gli uomini del mondo significherebbe allora<br />
improntare gli scambi commerciali a regole di giustizia, al pagamento<br />
di salari equi, non mezzo dollaro per dodici ore al giorno in una<br />
piantagione di caffè del Gabon, o in una piantagione di cacao in<br />
Costa d’Avorio.</strong></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>I<br />
governi occidentali e le multinazionali orchestrano tra loro una<br />
bestiale connivenza che ha come finalità quella di preservare queste<br />
pratiche di sfruttamento planetario generalizzato, arricchendo le<br />
multinazionali e garantendo un tenore mediamente alto di vita ai<br />
cittadini occidentali, che possono permettersi un livello di consumi<br />
inimmaginabile in qualsiasi altra parte della terra. Occorrerebbe<br />
scardinare questo sistema, dimezzare, come minimo, gli utili delle<br />
multinazionali e chiedere che tali utili vengano corrisposti ai paesi<br />
produttori, in cui l’Occidente dovrebbe smettere di imporre al<br />
potere politici le cui sole qualità sono la connivenza con gli<br />
interessi occidentali a danno dei loro popoli. Non a caso quella<br />
manciata di nazioni del mondo che si oppone a questa bestiale pratica<br />
di rapina, dai paesi bolivariani dell’America Latina, all’Iran,<br />
alla Corea Popolare, sono sistematicamente criminalizzati dalla<br />
stampa occidentale, mentre dei paesi in cui si muore di fame per<br />
garantire all’Occidente il furto delle materie prime non si parla<br />
mai. I cinesi, in Africa e nel resto del mondo, non solo pagano cifre<br />
infinitamente più alte le materie prime, ma anche collaborano<br />
all’edificazione di pozzi, strade, case, scuole e ospedali, la<br />
simpatia che suscita la Cina nei paesi del Sud del mondo nasce da<br />
gesti concreti di rispetto e di solidarietà praticati dal governo di<br />
Pechino e mai praticati dagli occidentali.</strong></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Occorrerebbe<br />
anche mettere in conto che, per aiutare a casa loro il resto dei<br />
cittadini del mondo, gli occidentali, anche contrastando e mutando le<br />
politiche criminali dei governi occidentali e delle multinazionali,<br />
dovrebbero pagare le materie prime di più, dal cacao al caffè,<br />
dalla benzina alla bolletta della luce. Certo è difficile proporlo<br />
per famiglie già impoverite dalla crisi, ma non vi è alternativa e<br />
sarebbe allora necessario rivedere radicalmente il piano di priorità<br />
e di investimenti nazionali, stabilendo chiaramente che aiuti e<br />
sovvenzioni ai cittadini europei di ciascuna nazione dovrebbero<br />
essere erogati e garantiti. </strong>
</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Chi<br />
dunque propone di aiutare le donne e gli uomini della terra a casa<br />
loro, o ha in mente una miserevole e inutile attività caritatevole,<br />
o agita demagogicamente una frase priva di sostanza solo e soltanto<br />
per alimentare la guerra tra poveri, europei e del mondo, senza<br />
focalizzare i problemi e la realtà nella loro essenza. </strong>
</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Ci<br />
troviamo quindi, di fronte a mutamenti epocali, che hanno ragioni<br />
storiche e sociali profonde. Per costruire il futuro occorre capire<br />
tali mutamenti, non nasconderli per agitare pratiche stupidamente<br />
razziste. Solo la consapevolezza di tali mutamenti ci permetterà di<br />
costruire una società solidale e aperta, ma prima di tutto capace di<br />
essere parte dei cambiamenti stessi senza subirli passivamente o<br />
peggio contrastarli con astio e paura e comunque inutilmente.</strong></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Solo<br />
promuovendo il rispetto reciproco e una convivenza rispettosa di<br />
ciascuna cultura sarà possibile costruire l’Europa di domani,<br />
l’alternativa è la bestiale barbarie dello scontro di civiltà, un<br />
progetto criminale, ma anche assurdo, perché vedrebbe comunque &#8211; e<br />
per fortuna &#8211; alla fine soccombere i razzisti, ma dopo una<br />
frantumazione sociale spaventosa in cui gli stranieri, autentici<br />
rappresentanti delle nuove forme del proletariato, si troverebbero a<br />
fronteggiare con pochi europei al loro fianco, una campagna d’odio<br />
di enormi proporzioni, in cui la violenza diventerebbe quotidiana. È<br />
tempo invece di costruire gli spazi di convivenza democratica del<br />
futuro, partendo dalla cultura e magari dal senso della storia. I<br />
lombardi ad esempio sono lombardi perché quindici secoli fa dalla<br />
Pannonia sono arrivati i longobardi. I flussi migratori, generati<br />
dalle realtà economiche e demografiche sopra esposte, sono<br />
incontenibili e saranno sempre più numerosi, nessuna forma di<br />
repressione, stupida, sbagliata e inutilmente violenta, potrà<br />
ridurli.</strong></div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Contrastare<br />
il futuro è stupido e velleitario, costruirlo in forma solidale è<br />
infinitamente più utile, ragionevole e intelligente.</strong></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Gli infetti. Nel giro di un’estate gli europei hanno assestato alla loro presunta casa comune una sequenza di colpi micidiali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2015 06:26:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Lucio Caracciolo&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; (da La Repubblica) Nel giro di un’estate gli europei hanno assestato alla loro presunta casa comune una sequenza di colpi micidiali. Prima con la crisi greca, quando ci siamo divisi lungo&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i><br /></i>di Lucio Caracciolo&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; (da La Repubblica)</p>
<p>Nel giro di un’estate gli europei hanno assestato alla loro presunta casa comune una sequenza di colpi micidiali.<br /> Prima con la crisi greca, quando ci siamo divisi lungo la faglia Nord-Sud, ovvero “formiche” contro “cicale”, spingendoci a evocare per la prima volta l’espulsione di un inquilino per morosità. Poi, medicata ma non curata tanta ferita, ecco lo tsunami dei migranti. Stavolta la partizione distingue, zigzagando, l’Est dall’Ovest, ossia alcuni paesi in paranoia xenofoba da altri che cercano di non farsene contagiare, aggrappandosi ai valori fondativi della moderna civiltà europea.<br /> I muri portanti dell’architettura comunitaria si stanno sbriciolando. Al loro posto proliferano arcigni tramezzi o loro surrogati in lamiera e filo spinato. A disegnare sinistre enclave protette, che si vorrebbero impenetrabili ai migranti d’ogni sorta, profughi inclusi. Neanche fossero portatori d’infezione culturale. Forse però gli infetti siamo noi.<br /> Come possiamo considerarci associati in una comunità di destino con un paese come l’Ungheria, che nel 1956, invasa dai carri sovietici, suscitò in Europa occidentale (Italia compresa) una gara di solidarietà con i suoi profughi, e che oggi si trincera dietro un muro, dichiara criminali coloro che vorrebbero passarlo e mobilita polizia ed esercito contro chi s’azzarda a bucarlo? Quando nel 2000 i “liberali” austriaci di Jorg Haider furono ammessi al governo dell’Austria, gli altri quattordici Stati membri (l’Ungheria e gli altri ex satelliti di Mosca erano ancora in lista d’attesa) imposero blande sanzioni politiche a Vienna. Oggi a Budapest domina, legittimato dal voto popolare, un carismatico leader xenofobo, Viktor Orbán, appetto del quale Haider si staglia campione di tolleranza. Per Orbán i migranti sono animali pericolosi e per tali vanno trattati.<br /> Esasperati, i tedeschi minacciano di colpire l’Ungheria e gli altri paesi che equiparano i migranti ai criminali con sanzioni economiche, tagliando i fondi strutturali loro dedicati. È notevole che, nel penoso annaspare della Commissione e nella decadenza della Francia, Berlino si muova per conto del resto d’Europa, avendo constatato che persino i vertici intergovernativi non servono più a nulla, se non a riconoscersi diversi. Certo non è con le multe, per quanto onerose, che si può spaventare chi si considera in lotta per la sopravvivenza contro un’invasione nemica. L’unica coerente misura sarebbe di separarci con un taglio netto da chi viola apertamente e ripetutamente le regole di base della convivenza umana, prima che lettera e spirito dei trattati europei. Se questa è la sua Europa, se la tenga.<br /> Sulla questione migratoria sta riaffiorando un antico spartiacque geoculturale che la retorica europeista voleva sepolto. Al Centro-Est del continente, tra Balcani e Baltico, persiste una radicata concezione etnica dello Stato: l’Ungheria è degli ungheresi (naturalmente anche di quelli in provvisoria diaspora, specie fra Slovacchia, Serbia e Ucraina), la Slovacchia degli slovacchi, la Romania dei romeni (inclusi quelli di Moldavia) eccetera. All’Ovest resiste a stento l’idea di cittadinanza, che fonda la nazione su valori e regole condivise al di là del sangue. Modello inaugurato dalla Francia rivoluzionaria, che oggi trova nella Germania multietnica l’esempio migliore. Geograficamente siamo tutti europei. Culturalmente e politicamente apparteniamo a continenti diversi. Ancora per poco, forse. Da questo sabba xenofobo potremmo essere travolti anche noi euroccidentali, italiani non esclusi. Il mito della comunità monoetnica, votata a proteggersi dalle impure razze che bussano alle porte, ha rivelato nella storia la sua potenza di fascinazione. Partita nel 1957 come Europa occidentale, avanguardia veterocontinentale dello schieramento atlantico, questa Unione Europea può scadere nel suo perfetto opposto: un caotico subbuglio di nazionalismi etnici. Arcipelago di reciproci apartheid. Ciascuno arroccato dietro le sue fortificazioni. Con le eurocrazie elitiste a salmodiare nei palazzi blu di Bruxelles e Strasburgo, mimando riti cui esse stesse hanno rinunciato a credere.<br /> Nelle emergenze storiche le democrazie europee hanno saputo talvolta ispirarsi a leader decisi a difenderle. Vorremmo sbagliarci, ma oggi non ne vediamo traccia.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Centri di raccolta, docce e wifi. Belgrado si apre ai profughi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2015 06:45:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Leo Lancari&#160;&#160;&#160;&#160; (da Il Manifesto) Serbia.&#160;7 mila solo la scorsa notte. Il premier Vucic: «Sbagliato costruire muri» Un altro passo impor­tante lungo la rotta bal­ca­nica l’hanno fatto. Un altro paese è&#160;stato attra­ver­sato da&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2015/09/13/centri-di-raccolta-docce-e-wifi/">Centri di raccolta, docce e wifi. Belgrado si apre ai profughi</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="border: currentColor; margin-bottom: 0.5cm; margin-left: 0.79cm; padding: 0cm;">
di Leo Lancari&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; (da Il<br />
Manifesto)</div>
<p></p>
<div style="border: currentColor; margin-left: 0.79cm; padding: 0cm;">
Serbia.&nbsp;7<br />
mila solo la scorsa notte. Il premier Vucic: «Sbagliato costruire<br />
muri»</div>
<p></p>
<div style="border: currentColor; margin-left: 0.79cm; padding: 0cm;">
Un<br />
altro passo impor­tante lungo la rotta bal­ca­nica<br />
l’hanno fatto. Un altro paese è&nbsp;stato attra­ver­sato<br />
da sud a&nbsp;nord nel lungo cam­mino verso l’Europa. Alle<br />
spalle si sono lasciati la Mace­do­nia, che dopo averli<br />
chiusi in gab­bia sigil­lando la sua fron­tiera con la<br />
Gre­cia, sabato notte ha final­mente fatto mar­cia<br />
indie­tro per­met­ten­do­gli di arri­vare in<br />
Ser­bia, nuova tappa di que­sto assurdo rea­lity della<br />
dispe­ra­zione.<br />Del resto non li ferma nes­suno.<br />
E&nbsp;loro arri­vano a&nbsp;migliaia: le auto­rità di<br />
Bel­grado hanno con­tato 23 mila rifu­giati nelle ultime<br />
due set­ti­mane. 7&nbsp;mila solo nella notte tra sabato<br />
e&nbsp;dome­nica scorsi, quando Sko­pje ha final­mente<br />
ria­perto il con­fine. Arri­vano in treno, in auto­bus<br />
(il governo mace­done ne ha messi 70 a&nbsp;dispo­si­zione)<br />
e&nbsp;in taxi. Chi può noleg­gia una mac­china, la carica<br />
all’inverosimile di donne, vec­chi e&nbsp;bam­bini e&nbsp;corre<br />
verso la nuova fron­tiera: l’obiettivo adesso è&nbsp;l’Ungheria,<br />
la porta dell’Europa, ma è&nbsp;quello più dif­fi­cile.<br />In<br />
vista della nuova ondata di pro­fu­ghi Buda­pest sta<br />
infatti acce­le­rando la costru­zione del muro di 175<br />
chi­lo­me­tri lungo il con­fine serbo e&nbsp;nei<br />
giorni scorsi ha ordi­nato il tra­sfe­ri­mento a&nbsp;sud<br />
di alcune migliaia di agenti di poli­zia. I&nbsp;rifu­giati<br />
si tro­ve­ranno così di fronte un muro fatto di acciaio,<br />
filo spi­nato e&nbsp;per­fino lamette insieme a&nbsp;un<br />
eser­cito di poli­ziotti in tenuta anti­som­mossa. Il<br />
Paese è «sotto un attacco orga­niz­zato», ha detto nei<br />
giorni scorsi Janos Lazar, vice­pre­mier del governo di<br />
Vik­tor Orbàn. E, come se non bastasse, per far capire ancora<br />
meglio che aria tira per que­sti dispe­rati in fuga da guerra<br />
e&nbsp;dai taglia­gole dell’Is ha aggiunto che gli agenti sono<br />
stati adde­strati per fron­teg­giare «migranti sem­pre<br />
più aggres­sivi che arri­vano con richie­ste sem­pre<br />
più decise».<br />«Europa sve­gliati!», tito­lava l’altro<br />
giorno un suo edi­to­riale il fran­cese Le Monde<br />
ricor­dando come quella dell’immigrazione sia una crisi che si<br />
dipana alle nostre fron­tiere da più di due anni .«Sotto<br />
i&nbsp;nostri occhi ma senza che abbiamo voluto vedere che si<br />
aggra­vava di mese in mese». Chi non fa più finta di non vedere<br />
(almeno per ora), e (sem­pre per ora) sem­bra muo­versi<br />
in con­tro­cor­rente rispetto alle iste­ria xeno­fobe<br />
di altri Paesi, è&nbsp;pro­pria la Ser­bia. Anzi­ché<br />
chiu­dersi Bel­grado ha aperto le sue porte alle migliaia<br />
e&nbsp;migliaia di dispe­rati che in que­ste ore stanno<br />
entrando nel Paese alle­stendo quat­tro nuovi cen­tri di<br />
acco­glienza (due a&nbsp;Pre­sevo e&nbsp;Miro­to­vac,<br />
a&nbsp;sud e&nbsp;due a&nbsp;Kani­jia e&nbsp;Subo­tic, a&nbsp;nord<br />
vicino al con­fine con l’Ungheria). Un altro cen­tro verrà<br />
invece aperto nei pros­simi giorni nella capi­tale, lungo<br />
l’autostrada per l’aeroporto. Come in Mace­do­nia anche<br />
qui a&nbsp;tutti i&nbsp;rifu­giati verrà con­cesso un<br />
per­messo di sog­giorno di 72 ore, rin­no­va­bile,<br />
per lasciare il Paese. Nel frat­tempo sem­pre nella capi­tale<br />
sono stati aperti dieci punti di assi­stenza igie­nica dove<br />
i&nbsp;pro­fu­ghi pos­sono tro­vare toi­lette<br />
e&nbsp;docce per lavarsi, insieme a&nbsp;una cen­tro<br />
infor­ma­zione for­nito di rete WiFi dove i&nbsp;pro­fu­ghi<br />
pos­sono richie­dere noti­zie su come pre­sen­tare<br />
domanda di asilo e&nbsp;rice­vere assi­stenza legale<br />
e&nbsp;psi­co­lo­gica. «La nostra rispo­sta alla<br />
crisi migra­to­ria non sono i&nbsp;man­ga­nelli o&nbsp;gli<br />
ordi­gni assor­danti, né l’erezione di muri», ha<br />
com­men­tato il vice­mi­ni­stro del lavoro<br />
e&nbsp;degli affari sociali Nenad Iva­ni­se­vic<br />
annun­ciando per i&nbsp;pros­simi giorni un nuovo piano del<br />
governo per i&nbsp;migranti. Iva­ni­se­vic ha ripe­tuto<br />
un con­cetto espresso nei giorni scorsi dal pre­mier serbo<br />
Alek­san­dar Vucic, anche lui cri­tico nei con­fronti<br />
di Buda­pest per la scelta di costruire il muro.<br />Scelte,<br />
quelle serbe, che hanno per­messo a&nbsp;Bel­grado di<br />
incas­sare i&nbsp;rin­gra­zia­menti dell’Unione<br />
euro­pea per il modo in cui affronta la crisi migranti, oltre<br />
alla pro­messa di nuovi aiuti eco­no­mici.<br />Ieri la<br />
que­stione pro­fu­ghi è&nbsp;stata affron­tata anche<br />
da un ver­tice a&nbsp;tre che si è&nbsp;tenuto a&nbsp;Sko­pje<br />
tra i&nbsp;mini­stri degli esteri di Mace­do­nia,<br />
Alba­nia e&nbsp;Bul­ga­ria, che hanno chie­sto<br />
all’Unione euro­pea una rispo­sta rapida a&nbsp;quanto sta<br />
acca­dendo lungo la rotta balcanica.</div>
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		<title>Contro la candidatura di Tibor Navracsics</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2014 04:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[affari interni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cari amici, abbiamo ricevuto questa lettera della parlamentare europea Barbara Spinelli ai suoi colleghi europei perché non approvino la nomina del commissario ungherese alla cultura e ai diritti, Tibor Navracsics e abbiamo deciso di&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Cari amici, abbiamo ricevuto questa lettera della parlamentare europea Barbara Spinelli ai suoi colleghi europei perché non approvino la nomina del commissario ungherese alla cultura e ai diritti, Tibor Navracsics e abbiamo deciso di pubblicarla anche noi perchè la riteniamo utile e importante. </p>
<p> 14 settembre 2014</p>
<p> Cari colleghi,</p>
<p> ritengo necessario respingere la nomina di Tibor Navracsics – attuale ministro ungherese degli Affari esteri e del commercio – a membro della Commissione europea. La sua designazione come responsabile per Educazione, cultura, politiche giovanili e cittadinanza è particolarmente allarmante, e costituisce un vero e proprio ossimoro per chi consideri una inderogabile necessità democratica la tutela dell’informazione, dell’istruzione, della partecipazione attiva dei giovani e della società civile – ambiti che hanno nella libertà d’espressione il proprio nucleo più profondo, e al tempo stesso più fragile.</p>
<p> Più in generale, non può lasciarci indifferenti il fatto che Tibor Navracsics – il cui documento strategico Our Future (Jövőnk) ha costituito, nel 2007, la base per il Manifesto del partito conservatore Fidesz – sia consigliere e uomo di fiducia di Viktor Orbán, il premier nazionalista che nemmeno due mesi fa ha dichiarato il proprio rigetto delle democrazie liberali, <a href="http://barbara-spinelli.it/2014/09/15/lettera-ai-parlamentari-europeisulla-nomina-di-tibor-navracsics/#nota1?utm_source=rss&utm_medium=rss">[1]</a> né che sia l’ispiratore della riforma dei media ungheresi che nel 2011 pose i mezzi di comunicazione, pubblici o privati che fossero, sotto il controllo dello stato, riducendo pressoché al silenzio le voci dell’opposizione. <a href="http://barbara-spinelli.it/2014/09/15/lettera-ai-parlamentari-europeisulla-nomina-di-tibor-navracsics/#nota2?utm_source=rss&utm_medium=rss">[2]</a></p>
<p> Allo stesso modo, dobbiamo ricordare che Tibor Navracsis era ministro della Giustizia e vice Premier del secondo governo Orbán quando, nel 2011, una riforma costituzionale delegittimò la magistratura ungherese, relegando il Consiglio nazionale dei Magistrati a un ruolo meramente consultivo, destituendo la Corte costituzionale di buona parte del suo potere e lasciando piena libertà al governo di far approvare le proprie leggi quadro senza un’adeguata discussione parlamentare.<a href="http://barbara-spinelli.it/2014/09/15/lettera-ai-parlamentari-europeisulla-nomina-di-tibor-navracsics/#nota3?utm_source=rss&utm_medium=rss">[3]</a></p>
<p> Infine è opportuno considerare che, in qualità di Commissario – avendo tra le proprie competenze il programma per la cittadinanza – Tibor Navracsis avrebbe facoltà di limitare o bloccare tanto le future iniziative legislative europee quanto i finanziamenti alle Organizzazioni non governative, per progetti intesi a promuovere e rafforzare la cittadinanza europea. La preoccupazione non è fuori luogo, se consideriamo la politica aggressiva attualmente condotta nei confronti delle Ong operanti in Ungheria, denunciata da Amnesty International Ungheria <a href="http://barbara-spinelli.it/2014/09/15/lettera-ai-parlamentari-europeisulla-nomina-di-tibor-navracsics/#nota4?utm_source=rss&utm_medium=rss">[4]</a>dallo stesso Consiglio d’Europa, che ha indirizzato in proposito una lettera al primo ministro Orbán. <a href="http://barbara-spinelli.it/2014/09/15/lettera-ai-parlamentari-europeisulla-nomina-di-tibor-navracsics/#nota5?utm_source=rss&utm_medium=rss">[5]</a> Ong che si sono attivate, nel caso ungherese, nelle regioni più povere o a tutela delle popolazioni Rom.</p>
<p> Come sappiamo, il sostegno delle associazioni, dei comitati, delle organizzazioni di cooperazione e di tutela dei diritti umani – che rientra nello spirito dell’articolo 11 del Trattato sull’Unione europea – concerne il Parlamento come istituzione. La libertà d’espressione è un elemento essenziale in un sistema democratico, ed è un diritto fondamentale riconosciuto dalla Carta europea. In quanto principio fondante dell’Unione, deve essere non solo protetta, ma “promossa” dai suoi stati membri (art. 49 del Trattato sull’Unione europea). Limitare l’attività degli organismi a tutela dei diritti umani, o intimidirne i dirigenti e gli attivisti, viola norme che sono vincolanti, e il principio di cooperazione leale che deve caratterizzare le relazioni tra l’Unione e i suoi stati membri (art. 4.3 Teu).</p>
<p> È per questi motivi che vi chiedo, cari colleghi, di esprimervi contro la nomina di Tibor Navracsics a Commissario dell’Unione europea, e in maniera più specifica a Commissario per Educazione, cultura, politiche giovanili e cittadinanza. [6]</p>
<p> Barbara Spinelli<br />vice-presidente della Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo,<br />membro supplente della Commissione per le Libertà civili, giustizia e affari interni</p>
<p>[5] Il 9 luglio 2014, il Commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks, ha indirizzato una lettera a János Lázár, Segretario di Stato per l’Ufficio del Primo Ministro, esprimendo il proprio disappunto per le intimidazioni e la sottrazione di fondi destinati alle Ong ungheresi da parte del Norwegian Civil Fund.<a href="https://wcd.coe.int/com.instranet.InstraServlet?command=com.instranet.CmdBlobGet&amp;InstranetImage=2564455&amp;SecMode=1&amp;DocId=2164762&amp;Usage=2&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://wcd.coe.int/com.instranet.InstraServlet?command=com.instranet.CmdBlobGet&amp;InstranetImage=2564455&amp;SecMode=1&amp;DocId=2164762&amp;Usage=2&utm_source=rss&utm_medium=rss</a><a href="http://barbara-spinelli.it/2014/09/15/lettera-ai-parlamentari-europeisulla-nomina-di-tibor-navracsics/#testo5?utm_source=rss&utm_medium=rss">⇑</a></p>
<p>[6] Parla da sé, che nella Lettera di missione indirizzata da Jean-Claude Juncker a Tibor Navracsics, il 10 settembre 2014, si legga: «Pur essendo radicate a livello locale e nazionale, l’istruzione, la cultura e la partecipazione civica sono percepite dai cittadini dell’Unione Europea come una componente cruciale dei nostri valori e della nostra identità condivisi. Esse contribuiscono alle risorse di libera espressione, creatività e imprenditorialità di ciascun individuo, nonché al dinamismo e alla coesione della nostra società». E, più avanti: «Rafforzare la comprensione dell’opinione pubblica su come oggi siano elaborate le politiche dell’Unione Europea e aiutare i cittadini a conoscere meglio l’Unione Europea e a partecipare alle sue discussioni. Bisogna in particolare adoperarsi per raggiungere i beneficiari delle attività organizzate attraverso il programma “Europe for Citizens” ed ERASMUS+, nonché nell’ambito del programma di tirocini organizzato dalla Commissione».<a href="http://barbara-spinelli.it/2014/09/15/lettera-ai-parlamentari-europeisulla-nomina-di-tibor-navracsics/#testo6?utm_source=rss&utm_medium=rss">⇑</a></p>
<p>NOTE</p>
<p>[1] «Il nuovo stato che stiamo costruendo è uno stato illiberale, uno stato non liberale» ha detto Viktor Orbán il 26 luglio 2014, davanti a una platea di ungheresi “etnici” in Romania. «Dobbiamo abbandonare i metodi liberali e i principi liberali di organizzazione sociale, così come il modo liberale di guardare al mondo». (<a href="http://www.kormany.hu/en/the-prime-minister/the-prime-minister-s-speeches/prime-minister-viktor-orban-s-speech-at-the-25th-balvanyos-summer-free-university-and-student-camp?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.kormany.hu/en/the-prime-minister/the-prime-minister-s-speeches/prime-minister-viktor-orban-s-speech-at-the-25th-balvanyos-summer-free-university-and-student-camp?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>) <a href="http://barbara-spinelli.it/2014/09/15/lettera-ai-parlamentari-europeisulla-nomina-di-tibor-navracsics/#testo1?utm_source=rss&utm_medium=rss">⇑</a></p>
<p>[2] Un recente rapporto dell’Osce analizza l’impatto delle politiche governative sui media ungheresi, mostrando la convergenza dell’informazione sul partito governativo Fidesz. (<a href="http://www.osce.org/odihr/elections/hungary/116077?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.osce.org/odihr/elections/hungary/116077?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>). Unica eccezione, l’emittente dell’opposizione RTL, posta più volte in condizione di fallire, tanto che Neelie Kroes, vicepresidente della Commissione europea, ha recentemente ritenuto di intervenire in sua difesa: «RTL è uno dei pochi canali in Ungheria che non si limiti a promuovere una linea pro-Fidesz; è difficile pensare che l’obiettivo non sia cacciarla dall’Ungheria. Il governo ungherese non vuole in Ungheria un’emittente neutrale di proprietà straniera. [Tutto questo] è parte di un percorso profondamente preoccupante: un percorso contrario ai valori dell’Unione europea». (<a href="http://ec.europa.eu/commission_2010-2014/kroes/en/blog/media-freedom-remains-under-threat-hungary?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://ec.europa.eu/commission_2010-2014/kroes/en/blog/media-freedom-remains-under-threat-hungary?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>) <a href="http://barbara-spinelli.it/2014/09/15/lettera-ai-parlamentari-europeisulla-nomina-di-tibor-navracsics/#testo2?utm_source=rss&utm_medium=rss">⇑</a></p>
<p>[3]In un parere giuridico adottato il 16-17 marzo 2012, la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa si è pronunciata contro la riforma, ritenuta una minaccia per l’indipendenza del sistema giudiziario ungherese e un rischio patente di violazione del diritto all’equo processo garantito dall’art. 6 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo. A tal fine, la Commissione raccomandò la revisione delle leggi in questione e della stessa Costituzione ungherese. (CDL-AD(2011)016-e. Opinion on the new Constitution of Hungary adopted by the Venice Commission at its 87th Plenary Session, Venezia, 17-18 giugno 2011.<a href="http://www.venice.coe.int/webforms/documents/cdl-ad(2011)016-e.aspx?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.venice.coe.int/webforms/documents/cdl-ad%282011%29016-e.aspx?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>). <a href="http://barbara-spinelli.it/2014/09/15/lettera-ai-parlamentari-europeisulla-nomina-di-tibor-navracsics/#testo3?utm_source=rss&utm_medium=rss">⇑</a></p>
<p>[4] Amnesty International Ungheria ha chiesto al governo Orbán di «smettere di ostacolare» le Ong e i gruppi della società civile, e garantire «l’esercizio del loro diritto alla libertà di associazione e alla libertà di espressione, senza subire intimidazioni». (Hungarian government must end its intimidation of NGOs, 10 settembre 2014,<a href="http://www.amnesty.eu/content/assets/Doc2014/eur270042014en.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.amnesty.eu/content/assets/Doc2014/eur270042014en.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>).<a href="http://barbara-spinelli.it/2014/09/15/lettera-ai-parlamentari-europeisulla-nomina-di-tibor-navracsics/#testo4?utm_source=rss&utm_medium=rss">⇑</a></p>
<p>[5] Il 9 luglio 2014, il Commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks, ha indirizzato una lettera a János Lázár, Segretario di Stato per l’Ufficio del Primo Ministro, esprimendo il proprio disappunto per le intimidazioni e la sottrazione di fondi destinati alle Ong ungheresi da parte del Norwegian Civil Fund.<a href="https://wcd.coe.int/com.instranet.InstraServlet?command=com.instranet.CmdBlobGet&amp;InstranetImage=2564455&amp;SecMode=1&amp;DocId=2164762&amp;Usage=2&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://wcd.coe.int/com.instranet.InstraServlet?command=com.instranet.CmdBlobGet&amp;InstranetImage=2564455&amp;SecMode=1&amp;DocId=2164762&amp;Usage=2&utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p>[6] Parla da sé, che nella Lettera di missione indirizzata da Jean-Claude Juncker a Tibor Navracsics, il 10 settembre 2014, si legga: «Pur essendo radicate a livello locale e nazionale, l’istruzione, la cultura e la partecipazione civica sono percepite dai cittadini dell’Unione Europea come una componente cruciale dei nostri valori e della nostra identità condivisi. Esse contribuiscono alle risorse di libera espressione, creatività e imprenditorialità di ciascun individuo, nonché al dinamismo e alla coesione della nostra società». E, più avanti: «Rafforzare la comprensione dell’opinione pubblica su come oggi siano elaborate le politiche dell’Unione Europea e aiutare i cittadini a conoscere meglio l’Unione Europea e a partecipare alle sue discussioni. Bisogna in particolare adoperarsi per raggiungere i beneficiari delle attività organizzate attraverso il programma “Europe for Citizens” ed ERASMUS+, nonché nell’ambito del programma di tirocini organizzato dalla Commissione».<br /></p>
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