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	<title>whatsapp Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Il lato oscuro di Whatsapp tra libertà d’espressione e violazioni della privacy</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 May 2019 10:22:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Fabiana Brigante L’avvento degli smartphone ha completamente trasformato il nostro modo di comunicare. Le app di messaggistica istantanea, in particolare, consentono di metterci in contatto con altri utenti sfidando distanze e fusi orari,&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
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<p>
di
Fabiana Brigante 
</p>



<p>
L’avvento
degli <em>smartphone</em>
ha completamente trasformato il nostro modo di comunicare. Le app di
messaggistica istantanea, in particolare, consentono di metterci in
contatto con altri utenti sfidando distanze e fusi orari, talvolta
anche barriere linguistiche. Tuttavia, sebbene le possibilità
offerte dai mezzi di telecomunicazione siano una grande conquista, il
prezzo da pagare può essere a volte troppo alto. Se da un lato per
gli individui comunicare e scambiare informazioni è diventato
semplice – con tutte le implicazioni del caso in termini di libertà
d’espressione e di informazione – dall’altro lato lo è anche
per i governi sottoporre a sorveglianza le conversazioni dei propri
cittadini. 
</p>



<p>
Era
il 2013 quando il <em>The Guardian
</em>pubblicò le rivelazioni di un ex
dipendente della <em>National Security
Agency</em> degli Stati Uniti Edward
Snowden circa l’esistenza di un programma di sorveglianza di massa
che monitorava l’attività di Internet e telefonica di centinaia di
milioni di persone in tutto il mondo. 
</p>



<p>
Come
è noto, in alcune circostanze è legittima l’interferenza dei
governi con il diritto alla libertà d’espressione dei propri
cittadini; l’Articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti Umani
dispone, al suo secondo comma, che una autorità pubblica possa
intervenire a comprimere il diritto, tra gli altri, al rispetto della
segretezza della corrispondenza quando “[…]tale ingerenza sia
prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società
democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica
sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine
e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della
morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui”.
Esistono dunque certamente legittimi motivi per interferire con
questo diritto e mettere sotto sorveglianza determinate
conversazioni, allo scopo per esempio di punire la commissione di
certi reati o tutelare la sicurezza pubblica. Tuttavia, allo scopo di
evitare interferenze illegittime è parso opportuno tracciare una
linea di confine, indicando criteri rigorosi da seguire per gli
Stati: la sorveglianza deve infatti essere mirata, ossia &nbsp;rivolta
ad una persona o a persone specifiche sulla base di un ragionevole
sospetto, deve essere effettuata in modo conforme al dettato
normativo, necessaria per raggiungere uno scopo legittimo ed infine
deve essere condotta in modo proporzionato a tale scopo e non deve
mai essere discriminatoria. 
</p>



<p>
La
sorveglianza di massa, vale a dire la raccolta indiscriminata da
parte delle autorità di un’enorme quantità di informazioni
reperibili su telefoni, computer o altri dispositivi senza il
consenso né la consapevolezza degli utenti, mette senz’altro a
repentaglio sia il diritto alla privacy che alla libertà di
espressione. Invero, molte delle attività che svolgiamo nel
quotidiano comprendono l’utilizzo di
Internet: dallo shopping allo online banking, dalle ricerche su
Google alla comunicazione con amici o colleghi, ed infine spesso
anche il nostro lavoro si svolge prettamente online. Non solo:
persino i nostri elettrodomestici e le nostre auto sono diventati
dispositivi “intelligenti”, capaci di connettersi a Internet e di
memorizzare informazioni su di noi. 
</p>



<p>
Ma
in cosa consistono, nella pratica, queste operazioni di sorveglianza
su larga scala? Attraverso le rivelazioni di Snowden sono stati
scoperti alcuni dei programmi gestiti dalla NSA statunitense e dal
<em>Government Communications
Headquarters</em> del Regno Unito e i
metodi utilizzati per accedere ai dati degli individui. Tra questi
figurano:</p>



<p>
&#8211;
metodi di intercettazione dei dati “trasportati” dai cavi
Internet sottomarini;</p>



<p>
&#8211;
accesso ai dati in possesso delle grandi aziende, appartenenti ai
propri clienti;</p>



<p>
&#8211;
monitoraggio delle posizioni dei telefoni cellulari;</p>



<p>
&#8211;
intercettazione di telefonate, messaggi e mail;</p>



<p>
&#8211;
sabotaggio della crittografia;</p>



<p>
&#8211;
hackeraggio di telefoni e app;</p>



<p>
&#8211;
controllo delle principali aziende di telecomunicazione.</p>



<p>
In
questo contesto il ruolo svolto dalle imprese è di non poco momento.
Sebbene la responsabilità per le violazioni dei diritti umani ricada
in primo luogo sugli Stati, le società &#8211; in particolare i fornitori
di servizi Internet (<em>Internet Service
Providers</em>, ISPs) -, svolgono
senz’altro un ruolo centrale nel fornire agli Stati i mezzi
necessari per perpetrare gli abusi sopra citati. Non solo gli ISPs
possono filtrare o censurare le informazioni, ma alcuni di essi sono
anche, direttamente o meno, informatori dei governi, fornendo loro i
dati raccolti dai propri utenti online o rivelando le loro identità;
in alcuni casi le aziende vendono direttamente tecnologie di
sorveglianza, le quali consentono ai governi di infiltrarsi nei
dispositivi digitali e di monitorarli. È di queste ultime che ci
occuperemo nel presente articolo. 
</p>



<p>
Oggi,
un’industria globale composta da centinaia di aziende sviluppa e
vende tecnologia di sorveglianza ad agenzie governative in tutto il
mondo. Insieme, queste aziende vendono una vasta gamma di sistemi
utilizzati per identificare, tracciare e monitorare le persone e le
loro comunicazioni per scopi di spionaggio e polizia. 
</p>



<p>
Nel
1995, <em>Privacy International</em>
ha pubblicato il report <em>Big Brother
Incorporated</em>, il primo studio sul
ruolo crescente dell’industria bellica nel commercio internazionale
delle tecnologie di sorveglianza e del loro ruolo nell’esportazione
di sofisticate capacità di sorveglianza dai paesi occidentali ai
regimi non democratici. 
</p>



<p>
La
moderna “industria della sorveglianza” delle comunicazioni
elettroniche si è evoluta dalla commercializzazione di Internet e
delle reti di telecomunicazioni digitali negli anni Novanta, quando i
governi hanno iniziato a approvare nuove leggi che richiedevano nuovi
poteri di sorveglianza elettronica e protocolli tecnici per garantire
l’accesso governativo alle reti. In risposta, si è sviluppata
un’industria globale composta da produttori di armi, società di
telecomunicazioni, aziende IT e società di sorveglianza
specializzate.</p>



<p>
L’architettura
di sorveglianza è composta da vari tipi di società:</p>



<p>
&#8211;
Provider di servizi Internet (ISPs) e operatori di telecomunicazioni,
che gestiscono le reti e forniscono ai propri clienti determinati
servizi, quali servizi Internet, telefonia mobile e telefonia fissa,
i quali potrebbero essere tenuti a garantire che le proprie reti
siano accessibili alle agenzie governative.</p>



<p>
&#8211;
I fornitori di apparecchiature per le telecomunicazioni, aziende che
sviluppano hardware su cui girano le reti. Poiché sono sviluppate
con funzionalità di intercettazione legale, quando vengono esportate
alcune apparecchiature eseguono di default la sorveglianza o sono
progettate in modo da essere facilmente accessibili a fini di
sorveglianza. 
</p>



<p>
Gran
parte di questa tecnologia, lungi dall’essere impiegata al fine di
contrastare il compimento di reati, viene utilizzata per monitorare
le attività di dissidenti, attivisti per i diritti umani,
giornalisti, leader studenteschi, minoranze, leader sindacali e
oppositori politici. Questa tecnologia è anche utile per monitorare
settori più vasti della popolazione; con essa le transazioni
finanziarie, le attività di comunicazione e i movimenti geografici
di milioni di persone possono essere catturati, analizzati e
trasmessi in modo economico ed efficiente. 
</p>



<p>
La
tecnologia di sorveglianza fornisce un supporto inestimabile alle
autorità militari e ed ai regimi totalitari in tutto il mondo.
Privacy International (PI) ha riportato che la società britannica
<em>International Computers Limited</em>
(ICL) fornì l’infrastruttura tecnologica per stabilire il sistema
di <em>Passbook</em>
sudafricani, da cui dipendeva gran parte del funzionamento del regime
di apartheid. Ancora, nel suo rapporto PI ha dimostrato che alla fine
degli anni ‘70 la <em>Security Systems
International</em> fornì la tecnologia
di sicurezza al brutale regime di Idi Amin in Uganda. Allo stesso
modo, la compagnia israeliana Tadiram è stata accusata di aver
sviluppato ed esportato negli anni ‘80 la tecnologia per la lista
di morte computerizzata usata dalla polizia guatemalteca. 
</p>



<p>
Questi
sono solo alcuni degli esempi che dimostrano che il sostegno delle
società in alcuni casi è imprescindibile nella perpetrazione di
abusi dei diritti umani da parte dei governi. La giustificazione
avanzata dalle società coinvolte in questo commercio è identica
alla giustificazione avanzata da quelle che si occupano di commercio
di armi, e cioè che il business è neutrale e lo scopo perseguito di
realizzazione di utili è senz’altro lecito. 
</p>



<p>
Tuttavia,
in assenza di un adeguato sistema di protezione si ritiene che
nemmeno lo strumento <em>sic et
simpliciter</em> della tecnologia possa
essere considerato uno strumento ‘neutrale’. A supporto di questa
tesi, di recente l’organizzazione Amnesty International ha accusato
una società di <em>intelligence</em>
israeliana, appartenente al gruppo NSO di aver sviluppato un malware<em>,
</em>chiamato Pegasus, in grado di essere
installato sugli smartphone tramite una semplice chiamata via
WhatsApp, e di conseguenza di accedere a qualsiasi informazione
presente sul dispositivo mobile, e controllare da remoto telecamere e
microfoni. Un software capace di tracciare le comunicazioni di
oppositori dissidenti e difensori dei diritti umani, che si presume
fu utilizzato anche per spiare il giornalista dissidente saudita
Jamal Kashoggi, brutalmente assassinato lo scorso ottobre in Turchia.

</p>



<p>
Amnesty
International sta sostenendo un’azione legale contro il Ministero
della Difesa israeliano, chiedendo che la licenza di esportazione di
NSO Group venga revocata. In una petizione presentata alla Corte
distrettuale di Tel Aviv, circa 30 membri e sostenitori di Amnesty
International Israel e altri della comunità dei diritti umani hanno
spiegato come il Ministero della Difesa abbia esposto i propri
cittadini al pericolo di subire abusi permettendo a NSO di continuare
ad esportare i suoi prodotti. 
</p>



<p>
Amnesty
accusa NSO di vendere i propri prodotti a governi che sono noti per
le violazioni dei diritti umani, dando loro gli strumenti per
rintracciare attivisti e oppositori politici. Secondo i membri
dell’Organizzazione, il Ministero della difesa israeliano ha voluto
ignorare le crescenti prove che collegano il Gruppo NSO agli attacchi
contro i difensori dei diritti umani. L’azione legale è supportata
da Amnesty International nell’ambito di un progetto congiunto con
l’Istituto per i Diritti Umani e la Giustizia Globale della <em>New
York University</em> <em>School
of Law</em> (NYU). La ricerca condotta ha
documentato l’uso dello spyware Pegasus di NSO Group per colpire
un’ampia fetta della società civile, inclusi almeno 24 difensori
dei diritti umani, giornalisti e parlamentari in Messico; un
dipendente di Amnesty International; gli attivisti sauditi Omar
Abdulaziz, Yahya Assiri, Ghanem Al-Masarir; il premiato attivista per
i diritti umani degli Emirati Ahmed Mansoor, oltre al già citato
dissidente saudita Jamal Khashoggi.</p>



<p>
Sebbene
il gruppo NSO affermi di aiutare i governi a combattere il terrorismo
e la criminalità, pare non sia stato in grado di confutare le prove
crescenti che collegano i suoi prodotti agli attacchi ai difensori
dei diritti umani. Il gruppo NSO ha ripetutamente negato, ma non ha
risposto in modo convincente ai resoconti secondo cui la sua
piattaforma spyware Pegasus è stata usata impropriamente per colpire
i difensori dei diritti umani. Né ha fornito alcun rimedio per i
molteplici casi segnalati di uso improprio delle sue tecnologie di
sorveglianza. La società non ha rivelato il proprio processo di <em>due
diligence</em>, ad eccezione di
riferimenti circa l’esistenza di un comitato etico. Dunque, non è
chiaro quali fattori vengano presi in considerazione prima che
l’azienda venda un prodotto intrinsecamente invasivo come Pegasus.</p>



<p>
Senza
un&#8217;efficace supervisione basata su un’adeguata regolamentazione
della vendita di spyware commerciale e senza un’azione adeguata da
parte del Gruppo NSO per prevenire, mitigare e porre rimedio
all’abuso della sua tecnologia, gli attori della società civile
restano vulnerabili alla sorveglianza illegale semplicemente per
esercitare i loro diritti umani. Dal canto suo, la società ha
affermato di sviluppare la tecnologia informatica al solo scopo di
investigare e prevenire la commissione di reati e di contrastare il
fenomeno del terrorismo.&nbsp; 
</p>
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