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	<title>zombie Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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	<title>zombie Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<item>
		<title>Un saggio in forma di film per parlare ancora di colonialismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jan 2014 06:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[africani]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[colonialismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Simone Brioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il seguente saggio è di Simone Brioni &#8211; ed è già apparso su www.wumingfoudation/giap &#8211; e ringraziamo molto l&#8217;autore per averci dato il permesso di pubblicarlo anche per voi. Simone Brioni è Visiting Fellow&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on">
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<br />Il<br />
seguente saggio è di Simone Brioni &#8211; ed è già apparso su<br />
www.wumingfoudation/giap?utm_source=rss&utm_medium=rss &#8211; e ringraziamo molto l&#8217;autore per averci<br />
dato il permesso di pubblicarlo anche per voi.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<a href="https://www.blogger.com/null?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="content"></a>Simone<br />
Brioni è Visiting Fellow presso l’institute of Germanic and<br />
Romance Studies, Univeristy of London. Si occupa della<br />
rappresentazione letteraria e cinematografica del colonialismo e<br />
delle migrazioni in Italia.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p>Un&nbsp;film&nbsp;saggio<br />
 che parla dell’eredità del colonialismo, di resistenza, di Lega<br />
 Nord, di <b>zombi</b>,<br />
 e della coincidenza per cui&nbsp;<em><b>Zombi</b></em><em><br />
 </em><strong>2</strong>&nbsp;(1979)<br />
 di Lucio Fulci è uscito proprio quando sono iniziati i primi studi<br />
 critici sul colonialismo e l’Italia è diventata una delle<br />
 destinazioni dell’immigrazione africana.</p>
<div dir="LTR" id="Sezione1">
<div align="JUSTIFY">
<a href="https://www.blogger.com/null?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="more-13499"></a>Regia,<br />
 sceneggiatura e montaggio: <strong>Simone<br />
 Brion</strong>i. Soggetto:<br />
 Fabio Camilletti. Correzione colore: Jennifer Burns, Fabio<br />
 Camilletti e Giulio Giusti. Assistente al montaggio: James Graham<br />
 Ballard. Fotografia: Ermanno Guida. Suono: Katherine Louise Clyne.<br />
 Assistenti di post-produzione: Lidia Mangiavini e Cecilia Brioni.<br />
 Produzione: Wu Ming 2 e Institute of Advanced Studies, University of<br />
 Warwick.</div>
<p><strong>Scena 1</strong></p>
<div align="CENTER">
<img loading="lazy" align="BOTTOM" border="0" height="248" name="immagini1" src="http://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2012/12/Immagine-121.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="380" />
  </div>
<div align="JUSTIFY">
Una fotografia,<br />
 scattata in Etiopia negli anni Trenta, tenuta in una mano. Ritrae<br />
 alcune donne che salutano romanamente la camera. I loro volti non si<br />
 distinguono con precisione, ma è certo che hanno la pelle nera.<br />
 Nell’altra mano il telecomando. Premo il tasto ‘play’ del<br />
 lettore DVD. <em>Apocalypse<br />
 Now</em>. Menù. Seleziona<br />
 scena. Play. Marlon Brando, in chiaroscuro. Parla sottovoce, con la<br />
 voce spezzata. “L’orrore. L’orrore”.</div>
<div align="JUSTIFY">
Come il saggio <em>The<br />
 Gothic,</em> <em>Postcolonialism<br />
 and Otherness: Ghosts from Elsewhere</em><br />
 di Tabish Khair dimostra brillantemente, buona parte<br />
 dell’immaginario gotico della letteratura occidentale è abbinato,<br />
 sin dalle origini, alle colonie e ai loro abitanti. I mostri avevano<br />
 una pelle diversa e provenivano da posti sconosciuti e ostili.<br />
 Questa rappresentazione serviva a “giustificare” la conquista di<br />
 mezzo mondo da parte delle potenze occidentali, con la scusa di<br />
 civilizzare i barbari, di redimerli dalla loro condizione di mostri<br />
 per restituirli al genere umano. In altri termini, potremmo dire che<br />
 l’orrore di cui Kurtz parla al termine di <em>Cuore<br />
 di tenebra</em> di Joseph<br />
 Conrad, non si riferisce solamente alle atrocità del colonialismo<br />
 occidentale in Africa, ma evoca un intero immaginario, costruito<br />
 sulla paura di un’alterità minacciosa, che ha caratterizzato la<br />
 conquista europea del resto del mondo e la cui eredità è ancora<br />
 percepibile. Questo aspetto lo esprime bene Frantz Fanon nelle prime<br />
 pagine de <em>I dannati della<br />
 terra</em>, quando afferma che<br />
 non è tanto la dominazione e lo sfruttamento dei colonizzatori,<br />
 quanto l’interiorizzazione di stereotipi discriminatori a rendere<br />
 i colonizzati simili a <b>zombi</b>.</div>
<p><strong>Scena 2</strong></p>
<div align="CENTER">
<img loading="lazy" align="BOTTOM" border="0" height="246" name="immagini2" src="http://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2012/12/pelizza.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="495" />
  </div>
<div align="JUSTIFY">
Si sente<br />
 <em>l’Internazionale</em><br />
 in sottofondo. Gli <b>zombi</b><br />
 sono tanti, hanno fame. Vederli tutti insieme fa pensare a <em>Il<br />
 quarto stato</em> di <strong>Pellizza<br />
 da Volpedo</strong>, se non<br />
 fosse per la loro pelle scura. Ma non siamo in Italia, siamo ad<br />
 Haiti. Fa parte delle convenzioni del genere.</div>
<div align="JUSTIFY">
Il riferimento di<br />
 Fanon agli <b>zombi</b><br />
 merita di essere approfondito. Nella tradizione cinematografica gli<br />
 <b>zombi</b><br />
 sono, com’è noto, cadaveri che resuscitano, hanno poteri<br />
 soprannaturali e un’attitudine ostile nei confronti dei vivi.<br />
 Hanno fame, non parlano, si muovono in massa, e come ne <em>La<br />
 lunga notte dell’orrore&nbsp;</em>di<br />
 John Gilling (1966) si rivoltano contro un padrone malvagio. Non è<br />
 quindi un caso che spesso essi siano stati identificati con la<br />
 classe operaia.</div>
<div align="JUSTIFY">
Ma per capire come<br />
 mai Fanon si riferisca agli <b>zombi</b><br />
 per parlare dei soggetti colonizzati, occorre risalire alle origini<br />
 haitiane di questo mostro, riferendosi al primo film del genere:<em><br />
 </em><em><b>Zombi</b></em><em><br />
 </em><strong>bianco</strong><br />
 di Victor Halperin (1932). Perchè gli <b>zombi</b><br />
 in questo film risorgono proprio su quest’isola caraibica? Una<br />
 prima risposta a questa domanda è certamente che Haiti fu<br />
 destinazione della tratta degli schiavi africani verso il nuovo<br />
 continente. Le carni scure degli <b>zombi</b><br />
 e il loro incedere lento, non possono che ricordare la condizione di<br />
 questi schiavi. Una seconda risposta, è legata alle relazioni<br />
 coloniali tra Haiti e gli Stati Uniti, protrattesi dal 1915 al 1934.<em><br />
 </em><em><b>Zombi</b></em><em><br />
 </em><strong>bianco</strong><br />
 fa irrompere ad Hollywood mostri che provengono da Haiti, dà voce<br />
 alla paura che i colonizzati si possano ribellare contro i<br />
 colonizzatori statunitensi.</div>
<p><strong>Scena 3</strong></p>
<div align="CENTER">
<img loading="lazy" align="BOTTOM" border="0" height="298" name="immagini3" src="http://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2012/12/The-Walking-Dead.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="500" />
  </div>
<div align="JUSTIFY">
<em>Walking Dead</em>.<br />
 Serie 1. Episodio 1. Siamo negli Stati Uniti. Arriva uno sceriffo a<br />
 cavallo in città. Potrebbe essere un film western. Ma non lo è. Lo<br />
 sceriffo viene attaccato dagli <b>zombi</b>.<br />
 Si rifugia all’interno di un carro armato. Sembra non avere<br />
 scampo. Poi viene salvato da un ragazzo asiatico, che assomiglia a<br />
 Data dei <em>Goonies</em>.</div>
<div align="JUSTIFY">
La paura che i<br />
 colonizzati si ribellino contro i colonizzatori è rintracciabile a<br />
 tutt’oggi nel genere statunitense dello <em><b>zombi</b></em><em><br />
 </em><strong>movie</strong>.<br />
 L’esempio più recente è forse il primo episodio della prima<br />
 serie di <em>Walking Dead </em>di<br />
 Frank Darabont. Dopo essersi risvegliato dal coma ed aver scoperto<br />
 che è esplosa una misteriosa epidemia negli Stati Uniti, lo<br />
 sceriffo Rick Grimes si muove verso Atlanta a cavallo a in cerca<br />
 della sua famiglia. Una volta raggiunta la città Rick viene<br />
 attaccato da un nugolo di <b>zombi</b>,<br />
 che lo costringe a trovare rifugio in un carroarmato. Questa scena<br />
 unisce a mio parere due immagini strettamente legate all’immaginario<br />
 “coloniale” statunitense. In primo luogo, la cavalleria<br />
 utilizzata durante le guerre per la conquista del West contro gli<br />
 indiani-americani, che in questo caso non esce vittoriosa dal<br />
 confronto ma sconfitta. In secondo luogo, il carro armato assediato<br />
 dagli <b>zombi</b><br />
 evoca le operazioni militari condotte dagli Stati Uniti in Iraq e in<br />
 Afghanistan. La rappresentazione degli <b>zombi</b>,<br />
 del resto, non differisce di molto dall’immagine dei musulmani<br />
 offerta dai media internazionali dopo l’undici settembre: una<br />
 torma di soggetti sub-umani, senza volto né voce, animati da<br />
 istinti violenti e irrazionali.</div>
<div align="JUSTIFY">
Questo non è il<br />
 solo riferimento alla “rivolta dei colonizzati” o alla<br />
 resurrezione del colonialismo nella serie. Nel quarto e nel quinto<br />
 episodio della seconda serie, Daryl Dixon evoca il massacro degli<br />
 indiani-americani prima che gli <b>zombi</b><br />
 confinino gli umani all’interno di una vera e propria riserva. Nel<br />
 quinto episodio della seconda serie Shawn Green dice che i<br />
 bombardamenti dell’esercito americano su Atlanta per eliminare gli<br />
 <b>zombi</b><br />
 ricordano le esplosioni di napalm in Vietnam.</div>
<p><strong>Scena 4</strong></p>
<div align="JUSTIFY">
<img loading="lazy" align="BOTTOM" border="0" height="247" name="immagini4" src="http://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2012/12/Immagine-18.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="368" />
  </div>
<div align="JUSTIFY">
Riassunto di <b>Zombi</b><br />
 <strong>2</strong>.<br />
 Una nave arriva nel porto di New York. A bordo c’è uno <b>zombi</b>,<br />
 il cui arrivo propagherà l’apocalisse. Ma non lo sappiamo ancora.<br />
 Un giornalista, Peter West, e la figlia del proprietario della<br />
 barca, Anne Bowles, decidono – o meglio, lui decide, lei lo segue<br />
 – di investigare sul caso e ritrovare il padre della ragazza.<br />
 Vengono aiutati a raggiungere l’isola da due turisti statunitensi,<br />
 Brian e Susan. A Matul scoprono che i morti si rianimano e attaccano<br />
 i vivi. Un dottore, David Menard, cerca di fermare l’epidemia. Non<br />
 ci riesce, sua moglie Paula viene uccisa, e la situazione precipita<br />
 rapidamente. Non ci sono superstiti. New York è invasa dagli <b>zombi</b>.</div>
<div align="JUSTIFY">
Ricapitoliamo. Gli<br />
 <b>zombi</b><br />
 si muovono da una periferia colonizzata verso un centro (spesso gli<br />
 Stati Uniti), sono neri, hanno fame, si muovono in gruppo, e<br />
 resuscitano la memoria di eventi violenti accaduti nel passato. Sono<br />
 esseri liminali, divisi tra la vita e la morte, tra il passato (un<br />
 passato coloniale, o comunque in cui la discriminazione razziale<br />
 sembra occupare un ruolo importante) e il presente. Queste sono, a<br />
 grandi linee e non senza generalizzazioni, alcune delle<br />
 caratteristiche del genere.</div>
<div align="JUSTIFY">
Seguendo queste<br />
 coordinate, proviamo ora ad analizzare un film italiano del 1979,<br />
 <em><b>Zombi</b></em><strong><br />
 2</strong> di Lucio Fulci.<br />
 Questo film riporta in luce alcuni stereotipi legati alla<br />
 rappresentazione dell’altro come mostro che ha caratterizzato il<br />
 colonialismo occidentale. In primo luogo, gli <b>zombi</b><br />
 hanno la pelle scura e provengono da un’isola caraibica chiamata<br />
 Matul, mentre i vivi sono bianchi, borghesi, statunitensi. Fulci<br />
 sottolinea le caratteristiche raccapriccianti degli <b>zombi</b>,<br />
 per esempio facendo soffermare la telecamera sui vermi che escono<br />
 dai loro corpi. In una scena significativa uno <b>zombi</b><br />
 lotta contro uno squalo e lo uccide, mettendo in luce un’altra<br />
 caratteristica spesso associata ai colonizzati, vale a dire la loro<br />
 forza bruta, animalesca. In un’altra scena gli <b>zombi</b><br />
 sono rappresentati come cannibali che banchettano sul corpo di un<br />
 personaggio femminile. Il riferimento al colonialismo è inoltre<br />
 evidente nell’attacco finale degli <b>zombi</b>,<br />
 quando i vivi si rifugiano in una chiesa missionaria, uno dei<br />
 simboli della colonizzazione occidentale del resto del mondo.</div>
<div align="JUSTIFY">
Sarebbe però<br />
 ingeneroso ridurre l’intero film alla rappresentazione dicotomica<br />
 tra <b>zombi</b>/colonizzati/neri<br />
 e vivi/bianchi. Per esempio, una delle vittime degli <b>zombi</b>,<br />
 Susan, è meticcia, e risorgono anche i corpi dei conquistadores nel<br />
 cimitero spagnolo. Il riferimento ad un immaginario coloniale va<br />
 inteso a mio parere in senso più ampio, come la paura di un passato<br />
 con cui non si è fatto i conti e che incombe sul presente.</div>
<p><strong>Scena 5</strong></p>
<div align="JUSTIFY">
<img loading="lazy" align="BOTTOM" border="0" height="354" name="immagini5" src="http://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2012/12/Immagine-19.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="256" />
  </div>
<div align="JUSTIFY">
Un soldato italiano<br />
 che stringe a sé una ragazza etiope, nuda. Voce di sottofondo.<br />
 Discorso di Benito Mussolini a Trieste il 19 Settembre 1938: “Nei<br />
 riguardi della politica interna il problema di scottante attualità<br />
 è quello razziale. È in relazione con la conquista dell’Impero,<br />
 poiché la storia ci insegna che gli Imperi si conquistano con le<br />
 armi, ma si tengono col prestigio. E per il prestigio occorre una<br />
 chiara, severa coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle<br />
 differenze, ma delle superiorità nettissime.”</div>
<div align="JUSTIFY">
Alcuni riferimenti<br />
 al passato coloniale in <em><b>Zombi</b></em><em><br />
 </em><strong>2</strong><br />
 risultano più chiari in relazione alle leggi fasciste contro le<br />
 unioni interrazziali del 1937 e le leggi razziali del 1938, che<br />
 portarono, com’è ormai noto, all’apartheid tra bianchi e neri<br />
 nelle colonie. Per esempio, l’idea che i colonizzati siano<br />
 contagiosi, la si ritrova già in <em>Tempo<br />
 di Uccidere</em> di <strong>Ennio<br />
 Flaiano</strong> (1948), uno<br />
 dei pochi testi a denunciare i crimini italiani in Africa, benché<br />
 sia influenzato da una retorica e da un immaginario appartenenti ad<br />
 un periodo precedente. In questo romanzo è presente una donna<br />
 etiope, spesso descritta come più simile ad un animale che ad un<br />
 essere umano. Come Giovanna Tomasello nota in <em>L’Africa<br />
 tra mito e realtà. Storia della letteratura coloniale italiana</em><br />
 (2004), questa donna porta un turbante bianco, a significare il<br />
 fatto che fosse affetta da una malattia. La frequente<br />
 rappresentazione delle donne africane come contagiose è un lascito<br />
 delle politiche sulla purezza della razza promosse durante il<br />
 fascismo.</div>
<div align="JUSTIFY">
La paura delle<br />
 unioni interraziali è inoltre evidente in una scena del film, in<br />
 cui viene descritta l’aggressione di uno <b>zombi</b><br />
 ad una donna bianca, Paula. La camera segue lo <b>zombi</b><br />
 alle spalle, mentre guarda la donna, nuda sotto la doccia. Lo <b>zombi</b><br />
 cerca quindi di entrare nel bagno e uccide Paula perforandole<br />
 l’occhio con un’enorme scheggia. La scena è una metafora non<br />
 troppo sottile di uno stupro ed evoca la minaccia sessuale dei<br />
 soggetti colonizzati e la paura delle unioni interraziali. Questa<br />
 paura è inoltre evidende nella causa della resurrezione degli<br />
 <b>zombi</b>,<br />
 i riti vudù, che il dottor Menard definisce come il risultato di<br />
 una mescolanza tra animismo e cristianesimo. Questi elementi<br />
 sembrano sottolineare un preciso sottotesto del film: la<br />
 combinazione tra culture e razze diverse può essere pericolosa,<br />
 perchè può distruggere l’ordine costituito.</div>
<p><strong>Scena 6</strong></p>
<div align="CENTER">
<img loading="lazy" align="BOTTOM" border="0" height="212" name="immagini6" src="http://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2012/12/Immagine-20.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="500" />
  </div>
<div align="JUSTIFY">
Nemesi. L’Africa<br />
 nella letteratura coloniale è spesso identificata con una donna. La<br />
 penetrazione dell’occhio della donna in <b>Zombi</b><br />
 <strong>2</strong><br />
 rappresenta la vendetta dei colonizzati verso i loro antichi<br />
 padroni, che sono penetrati nella selvaggia Africa, possedendola.</div>
<div align="JUSTIFY">
Da dove nasce la<br />
 paura di <em><b>Zombi</b></em><em><br />
 </em><strong>2</strong>?<br />
 Nasce dalla perdita di un privilegio che esiste nella società che<br />
 gli <b>zombi</b><br />
 verrebbero a distruggere, per portare ad uno stato di caos<br />
 ulteriore. Un privilegio di genere, anzitutto. Le donne sono<br />
 rappresentate nel film come oggetto di uno sguardo voyeristico, o<br />
 come vittime di violenza. Anne segue le istruzioni di Peter ed è<br />
 “naturalmente” attratta da lui. Paula è schiaffeggiata<br />
 violentemente dal marito, che cerca di trovare una soluzione alla<br />
 resurrezione dei morti. Il ruolo delle donne nel film è secondario<br />
 e riflette i valori dei loro compagni maschi.</div>
<div align="JUSTIFY">
Il privilegio è<br />
 inoltre esercitato in termini di razza. A Matul, il dottor Menard ha<br />
 un servitore, Lucas, che non fa altro che obbedire ai suoi ordini.<br />
 Lucas è superstizioso ed il suo ruolo non è altro che quello di<br />
 esistere in opposizione a Menard, paladino sconfitto della ragione<br />
 occidentale. A New York, la situazione non è affatto diversa. In<br />
 una delle prime scene del film un medico rimprovera con veemenza il<br />
 lavoro del proprio aiutante africano-americano. Anche la scelta di<br />
 uomini bianchi come ultimi superstiti del genere umano è<br />
 problematica (rimando, per uleriori approfondimenti a riguardo, a un<br />
 bel saggio di Franco Moretti intitolato “La dialettica della<br />
 paura”), in quanto esclude le minoranze dalla possibilità di<br />
 poter rappresentare la specie nella lotta contro il mostro. Infine,<br />
 il privilegio è esercitato grazie alla scelta di utilizzare la<br />
 nudità e la violenza – il film di Fulci è uno dei primi film<br />
 splatter – non per far riflettere il proprio pubblico ma per<br />
 stimolarne gli istinti più immediati come, per l’appunto, la<br />
 paura. Questa paura in realtà sembra voler mantenere l’ordine<br />
 costituito così com’è, benché sia (o forse proprio perché lo<br />
 è?) sessista e razzista.</div>
<p><strong>Scena 7</strong></p>
<div align="CENTER">
<img loading="lazy" align="BOTTOM" border="0" height="272" name="immagini7" src="http://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2012/12/Immagine-21.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="393" />
  </div>
<div align="JUSTIFY">
Estratto da Cabiria.<br />
 Maciste, l’imbattibile gigante, è incatenato e costretto a girare<br />
 una macina come animale da soma. Maciste è africano, ma usa la sua<br />
 forza a servizio dei romani contro i cartaginesi, come gli ascari<br />
 nelle campagne di Libia e d’Etiopia.</div>
<div align="JUSTIFY">
Per continuare<br />
 questa analisi è importante specificare una cosa. <em><b>Zombi</b></em><em><br />
 </em><strong>2</strong><br />
 è un film di genere, e come tale risponde a precisi stilemi e<br />
 regole. L’ambientazione americana è senz’altro una di queste.<br />
 Tuttavia se prendiamo seriamente i punti sollevati nella quinta<br />
 scena del nostro film saggio, non possiamo che interrogarci sul<br />
 perché il film di Fulci sia stato prodotto ed abbia avuto insperato<br />
 successo in Italia, e se esista un legame con le circostanze<br />
 storiche e sociali in cui è stato realizzato.</div>
<div align="JUSTIFY">
Verso la fine degli<br />
 anni settanta avvengono due fatti in Italia che scuotono<br />
 l’intorpidita coscienza collettiva, e la sua amnesia sul periodo<br />
 coloniale. In primo luogo, iniziano a diffondersi i primi studi<br />
 critici sul colonialismo italiano per opera di Angelo Del Boca e<br />
 altri storici. Questi studi portano in luce una storia di crimini<br />
 efferati, di sterminio di civili con gas tossici, di campi di<br />
 concentramento (rimando a un interessante sito a proposito:<br />
 <u><a href="http://www.campifascisti.it/mappe.php?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">http://www.campifascisti.it/mappe.php?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></u>).<br />
 Il risultato di questi studi non ha finora permeato la società<br />
 italiana (e sembra confermarlo il mausoleo di Affile in provincia di<br />
 Roma a Rodolfo Graziani, uno dei peggiori criminali della seconda<br />
 guerra mondiale, <u><a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=9360&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">a<br />
 cui Wu Ming 1 ha dedicato un prezioso articolo</a></u>),<br />
 eppure è innegabile che abbia riportato alla luce la memoria di un<br />
 periodo cruciale nella costruzione dell’identità nazionale<br />
 italiana.</div>
<div align="JUSTIFY">
Il colonialismo<br />
 infatti va di pari passo con l’unificazione del paese, dato che la<br />
 prima acquisizione commerciale da parte della compagnia Rubattino<br />
 sul porto di Massaua in Eritrea, risale al 1869, solo otto anni dopo<br />
 l’unificazione. Il colonialismo fu fondamentale per unire una<br />
 giovane nazione contro un nemico comune, e a trasformare gli<br />
 italiani in un popolo di “bianchi”, cosa che fino ad allora non<br />
 era affatto scontata. Sono molti gli esempi che si potrebbero<br />
 portare per dimostrare l’importanza del colonialismo nella<br />
 costruzione del carattere nazionale (da dove viene il caffè che<br />
 beviamo, uno dei simboli dell’“Italianità”?). Mi limito solo<br />
 a segnalare che il primo lungometraggio italiano, <em>Cabiria</em><br />
 (1914) di Giovanni Pastrone, fu realizzato per celebrare la vittoria<br />
 italiana durante la guerra italo-turca del 1911 che diede inizio<br />
 all’avventura coloniale italiana in Libia.</div>
<div align="JUSTIFY">
Non sorprende quindi<br />
 che sia proprio un film a riportare in vita questo rimosso storico.<br />
 E non uso la parola “rimosso” senza una ragione, evocando<br />
 un’analisi psicoanalitica: il colonialismo è stato rimosso in<br />
 seguito ad un trauma, vale a dire le sconfitte italiane di Adua<br />
 (1896) e Dogali (1887). Secondo Fabio Camilletti, è anche alla luce<br />
 di queste sconfitte, che è possibile spiegare la nevrosi,<br />
 tipicamente italiana, a voler “far vedere” ciò di cui si è<br />
 capaci, a voler dimostrare di essere una grande potenza europea, di<br />
 non essere secondi a nessuno, <u><a href="http://blog.futbologia.org/2012/07/13/zambrotta-il-bel-gesto-e-il-terrore-del-crollo-calcio-e-identita-nazionale/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">e<br />
 al tempo stesso difendersi con il catenaccio quando si gioca a<br />
 calcio</a></u>.</div>
<div align="JUSTIFY">
In un articolo di<br />
 tutt’altra natura (intitolato <em>Il<br />
 passo di Nerina. Memoria, storia e formule di&nbsp;pathos<br />
 nelle&nbsp;Ricordanze</em>),<br />
 Camilletti offre invece un’indicazione importante per comprendere<br />
 il motivo per cui quel trauma e quel rimosso si siano esplicitati<br />
 proprio in un film dell’orrore. Lo studioso sostiene che il<br />
 proliferare di storie dell’orrore anticipò e diede una forma<br />
 fittizia alle ansie che in quel momento serpeggiavano in Europa e<br />
 sarebbero state portate alla luce qualche anno più tardi dalla<br />
 psicoanalisi. Similmente, si protrebbe dire che <em><b>Zombi</b></em><em><br />
 </em><strong>2 </strong>è<br />
 uno degli espedienti attraverso il quale si esplicita la relazione<br />
 perturbante dell’Italia rispetto al suo passato coloniale, un<br />
 trauma ancora insanato, che gli studi storici coevi riportano in<br />
 luce proprio negli stessi anni.</div>
<p><strong>Scena 8</strong></p>
<div align="CENTER">
<img loading="lazy" align="BOTTOM" border="0" height="337" name="immagini8" src="http://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2012/12/Immagine-22.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="239" />
  </div>
<div align="JUSTIFY">
Immagini che si<br />
 susseguono velocemente, una dopo l’altra. La nave all’ inizio di<br />
 <b>Zombi</b><strong><br />
 2</strong>, che porta<br />
 l’apocalisse a New York. L’arrivo della nave fantasma nel porto<br />
 di Wisborg, con a bordo topi pestiferi in Nosferatu, eine Symphonie<br />
 des Grauens (1922) di Wilhelm Murnau. Le immagini di navi e barconi<br />
 cariche di immigrati, sui manifesti della Lega Nord.</div>
<div align="JUSTIFY">
C’è un altro<br />
 fatto che riporta alla luce la memoria coloniale italiana e un<br />
 precedente incontro con l’“altro africano”, vale a dire<br />
 l’inizio dell’immigrazione africana in Italia che raggiunge<br />
 numeri significativi proprio dalla fine degli anni settanta. Siamo<br />
 in un periodo che precede l’arrivo dei barconi che verranno<br />
 utilizzati nei manifesti della Lega Nord per seminare la paura<br />
 dell’invasione degli immigrati. Eppure è significativo che <em><b>Zombi</b></em><em><br />
 2</em> si apra proprio con una<br />
 nave che entra nel porto di New York. Questa scena sembra essere un<br />
 riferimento al capolavoro di Wilhelm Murnau, <em>Nosferatu,<br />
 eine Symphonie des Grauens</em><br />
 (1922). Siegfried Kracauer, autore di un testo fondamentale<br />
 sull’espressionismo tedesco <em>Da<br />
 Caligari a Hitler. Una storia psicologica del cinema tedesco</em>,<br />
 parla di questa scena come di una rappresentazione metaforica dei<br />
 sentimenti anti-semiti della Germania degli anni ’30. In<br />
 <em>Nosferatu</em>,<br />
 lo “spirito tedesco” è assediato da “presenze minacciose”<br />
 che arrivano dall’esterno, su una nave fantasma. Kracauer sostiene<br />
 che non sia un caso se un anno dopo sarebbe avvenuto il putsch di<br />
 Monaco. Similmente, la nave che porta l’infezione <b>zombi</b><br />
 a New York potrebbe essere vista come il barometro delle<br />
 inquietudini dell’Italia di quegli anni verso l’immigrazione.</div>
<p><strong>Scena 9</strong></p>
<div align="CENTER">
<img loading="lazy" align="BOTTOM" border="0" height="386" name="immagini9" src="http://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2012/12/Immagine-23.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="521" />
  </div>
<div align="JUSTIFY">
Di nuovo, si<br />
 sovrappongono due immagini. Da un lato il poster di <b>Zombi</b><br />
 <strong>2</strong>,<br />
 con i mostri che invadono New York. Dall’altro gli immigrati<br />
 invadono l’Italia. Li vediamo procedere lentamente alle loro<br />
 spalle. Non hanno volto, né identità. L’apocalisse è<br />
 inevitabile.</div>
<div align="JUSTIFY">
<em><b>Zombi</b></em><em><br />
 </em><strong>2 </strong>attinge<br />
 da un immaginario coloniale per rappresentare la paura che i<br />
 colonizzati si ribellino ai loro padroni di un tempo, invadendoli.<br />
 La paura di questa invasione è chiaramente rappresentata in uno dei<br />
 poster del film, che assomiglia in maniera impressionante a uno dei<br />
 manifesti della Lega Lombarda della fine degli anni ottanta. Non so<br />
 se chi abbia realizzato questo poster si sia ispirato ai film<br />
 dell’orrore, come sembrerebbe, né m’interessa saperlo. È<br />
 importante tuttavia sottolineare che entrambi i manifesti invitano a<br />
 ricercare le cause dell’inquietudine all’esterno<br />
 (nell’immigrazione) e non all’interno (nella storia coloniale)<br />
 dell’Italia.</div>
<p><strong>Scena 10</strong></p>
<div align="JUSTIFY">
<img loading="lazy" align="BOTTOM" border="0" height="308" name="immagini10" src="http://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2012/12/Immagine-24.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="411" />
  </div>
<div align="JUSTIFY">
Una massa di uomini<br />
 e donne affamati, con i vestiti strappati e le carni scure si<br />
 avvicina lentamente. La protagonista assomiglia a Renata Polverini,<br />
 e guarda terrorizzata il sindaco di Affile, che sta al suo fianco.<br />
 Entrambi se la danno a gambe, ma non hanno scampo. Gli <b>zombi</b><br />
 li divorano, lacerandogli le carni.</div>
<div align="JUSTIFY">
Varrebbe invece la<br />
 pena ritrovare le cause di questa inquietudine nell’inconscio<br />
 nazionale, nel fatto che l’Italia non abbia fatto i conti con il<br />
 suo passato. L’esempio più recente (e forse il più<br />
 agghiacciante) di mancata decolonizzazione della memoria è il<br />
 mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani, il macellaio di Fezzan, ad<br />
 Affile. Penso che in Germania non si potrebbe erigere oggi un<br />
 monumento a Goebbels, solo perché (<u><a href="http://www.affile.org/?s=storia-cultura&amp;p=personaggi-illustri&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">e<br />
 cito dal sito del comune di Affile</a></u>)<br />
 “figura tra le più amate e più criticate, a torto o a ragione,<br />
 fu tra i maggiori protagonisti dei burrascosi eventi che<br />
 caratterizzarono quasi mezzo secolo della storia [tedesca]”. In<br />
 Italia invece è stato possibile (lo ammetto, ho scelto il paragone<br />
 con la Germania per dare ulteriore esempio di quella nevrosi tutta<br />
 italiana di voler dimostrare di essere come le altre nazioni<br />
 europee, a cui accennavo prima). Un altro modo per non fare i conti<br />
 con il passato è invece quello di rimuoverne i simboli, senza<br />
 alcuna discussione pubblica. Nel 2010 il governo Berlusconi restituì<br />
 tra le polemiche la stele di Axum all’Etiopia riuscendo a vendere<br />
 l’operazione come un’opera di valorizzazione dell’identità di<br />
 quel paese invece di una restituzione dovuta di un bottino di<br />
 guerra. Come sostiene Antonio Morone, il fatto che l’Italia abbia<br />
 preso parte attiva alla guerra in Libia nel 2011 bombardando una sua<br />
 ex-colonia senza che questo intervento militare fosse “oggetto di<br />
 discussione nelle diverse sedi istituzionale né tanto meno nelle<br />
 piazze italiane”, mostra ancora una volta come il risultato degli<br />
 studi storici realizzati finora riguardo alla storia coloniale<br />
 italiana “non si sia riversato in un comune sentire degli<br />
 italiani”<br />
 (http://www.linkiesta.it/bombe-italiane-sulla-libia-ritorno-al-colonialismo).?utm_source=rss&utm_medium=rss</div>
<div align="JUSTIFY">
Un film saggio però<br />
 deve indicare anche strade per il futuro, possibili modi per fare i<br />
 conti con la memoria. Crogiolarsi nella denuncia dei modi in cui non<br />
 si sono fatti i conti con il passato coloniale è un interessante<br />
 quanto inutile autocompiacimento. Come ricorda Wu Ming 2, negli<br />
 ultimi vent’anni sono state prodotte una serie di opere scritte<br />
 sia da italiani sia da immigrati provenienti dalle ex-colonie, che<br />
 hanno contestato la visione unilaterale della storia che ci è stata<br />
 presentata finora, mettendo in discussione il mito degli “italiani<br />
 brava gente”<br />
 (http://www.dinamopress.it/news/la-guerra-razziale-tra-affile-e-il-colonialismo-rimosso).?utm_source=rss&utm_medium=rss<br />
 Queste opere sono cruciali per rendere partecipe la società<br />
 italiana di una pagina di storia colpevolmente dimenticata.</div>
<div align="JUSTIFY">
Per quanto mi<br />
 riguarda, negli scorsi tre anni ho coordinato un gruppo di lavoro<br />
 che ha cercato di squarciare un velo di silenzio sul nostro<br />
 colonialismo realizzando due documentari, intitolati <em>La<br />
 quarta via. Mogadiscio, Pavia </em>e<br />
 <em>Aulò. Roma post-coloniale</em><br />
 (entrambi distribuiti da un editore indipendente di Roma, la<br />
 Kimerafilm). Queste due opere, che hanno per protagoniste le<br />
 scrittrici Kaha Mohamed Aden e Ribka Sibhatu, parlano del<br />
 colonialismo italiano rispettivamente in Somalia e in Eritrea<br />
 all’interno dello spazio urbano di Pavia e di Roma, cercando di<br />
 de-zombificare queste città, di de-colonizzarne finalmente la<br />
 memoria.</div>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L&#8217;Associazione per i Diritti Umani ha<br />
realizzato due interviste alle protagoniste/scrittrici che, se<br />
volete, potete cercare in questo sito&#8230;</div>
</div>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2014/01/17/un-saggio-in-forma-di-film-per-parlare/">Un saggio in forma di film per parlare ancora di colonialismo</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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