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	<title>abusi Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Al di là di quella porta</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Nov 2024 09:53:08 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17777" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/1-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/1-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Osservare un Centro di Permanenza per il Rimpatrio equivale a guardare un oggetto&nbsp;<strong>oscuro</strong>&nbsp;e allo stesso tempo&nbsp;<strong>invisibile</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>nascosto</strong>&nbsp;da alte mura impenetrabili. Più che un luogo il CPR è un&nbsp;<strong>non-luogo</strong>, progettato per essere nascosto e nascondere gli&nbsp;<strong>orrori</strong>&nbsp;che contiene. L’osservazione del CPR, complicata da&nbsp;<strong>opacità</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>ostracismo</strong>, ha imposto l’utilizzo di un&nbsp;<strong>metodo flessibile</strong>&nbsp;e di&nbsp;<strong>fonti e interventi diversissimi</strong>. La classica raccolta dati da analizzare si è rivelata impossibile a fronte della sostanziale inesistenza di dati ufficiali disponibili, e del rifiuto delle autorità a fornire quanto richiesto. Analizzare un CPR significa quindi&nbsp;<strong>aggirare ostacoli, ipotizzare, strappare prove&nbsp;</strong>lottando in tribunale e&nbsp;<strong>raccogliendo informazioni&nbsp;</strong>da trattenuti, parenti e loro legali,&nbsp;<strong>diversificare le fonti e metterle a confronto</strong>. È così che abbiamo proceduto.</p>



<p>“<strong>Dati, testimonianze, ricerche, cartelle&nbsp;</strong><strong>cliniche, accessi agli atti, accessi civici generalizzati, sopralluoghi, verifiche&nbsp;</strong>ci hanno permesso di intravedere ciò che avviene in un CPR e che rendiamo oggi pubblico. Abbiamo rilevato&nbsp;<strong>abusi, violenze e discriminazioni&nbsp;</strong>in tutti gli ambiti che abbiamo investigato” affermano le attiviste e gli attivisti del Naga e della Rete Mai più Lager – No ai CPR. “<strong>Le persone che vengono portate in un CPR non hanno commesso reati</strong>, ma solo un&nbsp;<strong>illecito amministrativo</strong>, ovvero essere irregolari sul territorio. Già di per sé il trattenimento,&nbsp;<strong>la limitazione della libertà personale, risulta essere una misura sproporzionata</strong>, ma tutto ciò che ne consegue rende questa misura&nbsp;<strong>intollerabile, inaccettabile e disumana</strong>”.</p>



<p>“Abbiamo raccolto testimonianze che attestano una sistematica&nbsp;<strong>violaz</strong><strong>ione del diritto alle cure</strong>; la visita di idoneità al trattenimento o non è svolta o è svolta senza strumenti diagnostici adeguati; la ‘visita medica’ di formale presa in carico da parte dell’Ente Gestore comprende&nbsp;<strong>umiliazioni e abusi</strong>&nbsp;quali, per esempio, la denudazione delle persone appena arrivate alla presenza del personale medico e di agenti di polizia e l’obbligo di fare flessioni per espellere eventuali oggetti nascosti nell’ano; abbiamo verificato il&nbsp;<strong>trattenimento di persone con malattie gravi e croniche</strong>, come un tumore cerebrale e gravi problemi di salute mentale; frequente è la&nbsp;<strong>mancanza di&nbsp;</strong><strong>personale medico&nbsp;</strong>e la&nbsp;<strong>sommarietà della gestione delle cartelle cliniche</strong>&nbsp;costituisce la regola, come pure costante è una&nbsp;<strong>sovrabbondante elargizione di psicofarmaci senza alcuna prescrizione specialistica</strong>” proseguono dal Naga e dalla Rete Mai più Lager – No ai CPR.</p>



<p>“Abbiamo ricevuto video che attestano la presenza di<strong>&nbsp;vermi nel cibo</strong>. Inoltre, evanescenti sono le figure<strong>&nbsp;che si occupano di mediazione linguistica, interpretariato e assistenza psicologica,</strong>&nbsp;che pure dovrebbero essere presentie, per contro, è&nbsp;<strong>debordante la presenza di agenti</strong>&nbsp;delle forze dell’ordine. Numerosissime sono le testimonianze di diffusi<strong>&nbsp;episodi di autolesionismo</strong>, labbra cucite, lamette ingoiate, tentativi di suicidio – soprattutto per impiccagione – &nbsp;e di percosse.&nbsp;<strong>14 sono i morti, dal 2018 al 2022,</strong>&nbsp;<strong>nei CPR d’Italia, con un</strong><strong>’età media di 33 anni</strong>. Persone nelle mani dello Stato che sono state dichiarate in condizioni di salute compatibili con il trattenimento.&nbsp;<strong>A queste morti abbiamo provato a dare un</strong><strong>’identità, ma 5 deceduti su 14, sono morti senza nome.</strong>&nbsp;Per 4 di loro non si sa nulla, né della loro identità né delle cause e circostanze del decesso.<strong>&nbsp;Inoltre i rimpatri vengono spesso effettuati con modalità violente</strong>&nbsp;(ammanettamento, persone legate alle sedie e spesso stordite dai farmaci) e avvengono anche verso Paesi dove il rimpatriato, nato e sempre vissuto in Italia, non aveva mai messo piede prima” affermano le attiviste e gli attivisti.</p>



<p>“Il tutto accade in un contesto di sostanziale&nbsp;<strong>impraticabilità di una tutela legale effettiva.</strong>&nbsp;Infine, anche all’uscita dal CPR, che si venga rimpatriati o rilasciati sul territorio, continuano gli abusi, considerata la frequentissima<strong>&nbsp;mancata riconsegna, alla fine del trattenimento, di soldi&nbsp;</strong>mandati dai familiari ai trattenuti. Siamo drammaticamente consapevoli che&nbsp;<strong>tutto ciò è solo la punta dell’iceberg</strong>. Sotto si nasconde molto di più. Quello che succede nei CPR non è frutto di una&nbsp;<em>malagestione</em>&nbsp;dei Centri, ma di&nbsp;<strong>chiare scelte politiche</strong>&nbsp;che si traducono in&nbsp;<strong>prassi e pratiche amministrative e di gestione illecite</strong><strong>&nbsp;e disumane, finanziate dai soldi pubblici</strong>. Con questo report abbiamo fatto la nostra parte, abbiamo cercato di far luce su ciò che si vuole nascondere. Facciamo ora appello a tutte e tutti&nbsp;<strong>per un’attivazione volta a reclamare l’abolizione dei CPR e contemporaneamente chiediamo al Governo, al Ministero dell’Interno, alla Prefettura e all’Amministrazione Comunale di contribuire, ciascuno per quanto di competenza, ad attuare l’unica soluzione possibile, realistica e necessaria: chiudere tutti i CPR d’Italia</strong>” concludono le attiviste e gli attivisti del Naga e dalla Rete Mai più Lager – No ai CPR.</p>



<p><strong><a href="https://naga.it/wp-content/uploads/2023/10/AL-DI-LA-DI-QUELLA-PORTA_Digitale.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">SCARICA IL REPORT COMPLETO</a> – <a href="https://naga.it/wp-content/uploads/2023/10/SINTESI_AL-DI-LA-DI-QUELLA-PORTA_DEF.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">SCARICA LA SINTESI</a> – <a href="https://naga.it/wp-content/uploads/2023/11/BEYOND-THAT-DOOR-summary-EN.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">SCARICA LA SINTESI IN INGLESE</a></strong></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/2-1024x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17776" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/2-1024x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/2-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/2-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/2-768x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/2-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/2-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>
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		<title>In netto aumento il numero dei lavoratori irregolari di origine straniera</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Aug 2024 09:21:06 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/imm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="620" height="340" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/imm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17668" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/imm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 620w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/imm-300x165.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></a></figure></div>



<p><strong>Indagine Amsi-Uniti per Unire: in netto aumento negli ultimi 5 anni i numeri dei lavoratori irregolari di origine straniera. Il 50,4% nel settore agricolo, il 49,5% nell’edilizia il 30,6% nell’industria, nel settore terziario il 29,3% e nella sanità il 28,2%. La metà di essi vive situazioni di sfruttamento e schiavitù.</strong></p>



<p><strong>Foad Aodi: l’85% dei cittadini di origine straniera, pur di sopravvivere e di non perdere un lavoro, anche se irregolare e clandestino, decidono loro malgrado di non denunciare. Basta ad una politica capace solo di dare vita a promesse vane, che finiscono con il trasformarsi in boomerang sulla pelle di centinaia e centinaia di esseri umani.</strong></p>



<p>Accanto alla delicata e sempre attuale questione della Salute e alla necessità, da parte delle politiche, di dare finalmente una svolta ai sistemi sanitari mondiali, incentrando prima di tutto la tanto attesa ricostruzione sulla valorizzazione dei professionisti, è da sempre, il tema dell’immigrazione, a caratterizzare le lotte e le battaglie di Amsi, Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, accanto a Umem, Unione Medica Euromediterranea e Co- mai, Comunità del Mondo Arabo in Italia, nell’ambito del Movimento Internazionale Trans Culturale Uniti per Unire.</p>



<p>Integrazione, discriminazione, lavoro nero, sfruttamento degli esseri umani: sono tante le questioni di cui queste associazioni, incentrate sulla delicata realtà degli uomini e donne di origine straniera, sui loro diritti, sulle loro necessità quotidiane, si occupano sin dalla loro nascita.</p>



<p>Portavoce e promotore di convegno, campagne stampa, denunce, indagini con statistiche costantemente aggiornate, è il Prof. Foad Aodi, la cui attività, dal lontano anno 2000, ha condotto ad una media di 25 interventi giornalieri tra interviste e citazioni, con la “buona comunicazione”, costruita sui fatti e sulle ricerche attendibili, che diventa lo strumento per informare i cittadini e per provare a scuotere la politica.</p>



<p>Ecco allora il nuovo reportage incentrato su immigrazione, sanità e lavoro, costruito da Amsi, che purtroppo, almeno per quanto riguarda l’Italia, ma sappiamo che la realtà in Europa non è assai diversa, apre la strada ad un quadro davvero desolante.</p>



<p>«Da 20 anni, ormai, assistiamo, esordisce Foad Aodi, a strumentalizzazioni intollerabili sulla pelle dei migranti, dove la causa dei soggetti più fragili diventa, ahimè, oggetto di interesse della politica solo durante le campagne elettorali, per poi finire di nuovo, sistematicamente, nel buio tunnel del dimenticatoio.</p>



<p>Lo dimostrano del resto le cifre delle discriminazioni, degli abusi, i numeri dei lavoratori irregolari, la povertà, la mancata integrazione e soprattutto l’elevata percentuale di incidenti sul lavoro e decessi.</p>



<p>La politica italiana ed europea non fanno abbastanza per l’integrazione, non si mostrano capaci di combattere fino in fondo quelle piaghe, i cui effetti sono davanti ai nostri occhi ogni giorno.</p>



<p>Si può ancora consentire ad un essere umano di essere sfruttato con viaggi della disperazione, che durano mesi, su imbarcazioni fatiscenti, dove il più delle volte uomini, donne e bambini perdono la vita?</p>



<p>Per raggiungere poi quale obiettivo? Rimanere a vivere in Italia come clandestini e essere sfruttati nell’agricoltura e nell’edilizia con paghe disumani, per poi non avere diritto nemmeno a un contratto di lavoro e a una morte drammatica in caso di incidente?</p>



<p>Certo nessun genitore italiano, nessun padre, nessuna madre, nessuna sorella o fratello, si augurerebbe mai che il proprio caro, in partenza per l’estero allo scopo di coltivare il proprio sogno di vita, finisse in un incubo del genere e dovesse subire questo trattamento disumano.</p>



<p>Dove sono le regole? Dove sono le risposte concrete che attendiamo da tempo?».</p>



<p>Ecco allora, fa notare Aodi, che la luce sulle tragedie nei luoghi di lavoro dove dominano irregolarità e abusi ai danni dei cittadini stranieri, come in un film già visto, si accendono solo per pochi giorni, flebili, fioche, per poi spegnersi dopo pochissimo tempo, lasciando che tutto si aggravi e peggiori.</p>



<p>Dichiarazioni di facciata, frasi commosse che dovrebbero colpire la nostra attenzione, accuse reciproche che non mancano mai: ecco cosa fa la nostra politica ogni volta!</p>



<p>Ma quell’uomo con gli arti tranciati, sanguinante, abbandonato morente davanti ad una baracca di 5 metri quadrati in cui viveva, non tornerà indietro, mentre chi siede nei posti di potere dal giorno successivo alla sua tragica fine si concentrerà su ben altri argomenti, mentre domani avverranno, nel silenzio assoluto, altri incidenti e altri decessi.</p>



<p>Sia chiaro che la piaga dei decessi sul luogo di lavoro coinvolge anche gli operai regolarizzati, i cittadini italiani, ma merita un discorso a parte chi è costretto a lavorare con paghe disumane, ore e ore, sotto il sole, minato nel fisico e nella serenità, per un tozzo di pane.</p>



<p>Per arrivare a cosa poi? A finire i suoi giorni in un tritaerba, che mette fine per sempre alla sua esistenza.</p>



<p>«A quanti, fa notare Aodi, piace una Italia così? A noi di certo no!</p>



<p>Da parte nostra, alla luce delle tragedie che ogni giorno sono davanti ai nostri occhi, abbiamo il dovere di continuare le nostre battaglie su due binari.</p>



<p>Da una parte continueremo a sostenere che occorre arginare l’esodo indiscriminato di esseri umani che giungono in Europa da irregolari, ad esempio da continenti Africa, senza un titolo di studio, senza un percorso regolare, incentivando invece l’economia, la sanità, l’istruzione, nel loro paese di origine, con la cooperazione internazionale.</p>



<p>Dall’altra parte abbiamo bisogno di nuove leve, di professionisti stranieri qualificati forti di un solido titolo di studio, dal momento che rappresentano sempre una risorsa da valorizzare, così come occorre combattere la discriminazione nei confronti dei professionisti che, vivendo già da anni in Italia, si sono integrati e rappresentano competenze e qualità umane, in particolar modo nel settore sanitario». &nbsp;</p>



<p>Ed eccole allora le allarmanti indagini di Amsi sui numeri dei lavoratori irregolari di origine straniera, sulla base degli ultimi 5 anni.</p>



<p>Il 50,4% nel settore agricolo, il 49,5% nell’edilizia il 30,6% nell’industria, nel settore terziario il 29,3%.</p>



<p>I casi di vero e proprio sfruttamento sono all’ordine del giorno, com abusi, incidenti, paghe disumane: ecco allora il 20,2% nell’agricoltura, nell’edilizia il 19,8%, nell’industria il 16%, nel terziario il 19,7%.</p>



<p>Non viene risparmiato dalla piaga del lavoro irregolare il mondo della sanità, al quinto posto assoluto, con professionisti costretti a impieghi senza contratto soprattutto nella fase in cui arrivano nel nostro Paese, anche forti di un titolo di studio, ma sono in attesa del riconoscimento della loro qualifica. Le percentuali in questo caso sono 28,2% di irregolari e 17% di sfruttamento, in particolar modo per neolaureati e neospecializzati, sotto la minaccia di togliere loro il lavoro visto che non sono iscritti agli ordini.&nbsp;</p>



<p>Non dimentichiamo che l’85% dei cittadini di origine straniera, pur di sopravvivere e di non perdere un lavoro, anche se irregolare e clandestino, decidono loro malgrado di non denunciare.&nbsp;</p>



<p>Aodi, con queste percentuali allarmanti, mette davanti agli occhi della collettività l’inefficacia delle leggi e soprattutto l’inefficienza dei tanti Governi che si sono succeduti in questi anni, tutti rivelatesi fallimentari, al di là del colore politico, fallendo clamorosamente in termini di formazione, prevenzione e attività legislativa, con norme che alla fine si sono rivelate deboli o addirittura controproducenti. Abusi e discriminazioni, umani ed economici, sono all’ordine del giorno, senza dimenticare gli abusi sessuali ai danni delle donne.&nbsp;</p>



<p>Nel settore sanitario ai primi posti tra le professioniste più sfruttate ci sono i settori di fisioterapia e ortopedia.</p>



<p>«La Bossi Fini, fa notare Aodi, è ormai una norma superata. Si deve lavorare su un alveo di leggi costruite su diritti e doveri, senza però trascurare mai l’aspetto della solidarietà e della tutela degli esseri umani, in particolar modo dei soggetti più deboli come donne e bambini.</p>



<p>Dove è la Ius Soli ovvero diritto alla cittadinanza acquisita per chi nasce da noi, dove sono i pediatri per i bambini irregolari, dove è l’abolizione dell’obbligo della cittadinanza per i professionisti sanitari che vogliono prendere parte ai nostri concorsi?».</p>



<p>E allora Amsi e Uniti per Unire, attraverso la voce del Prof. Aodi, una volta per tutte dicono basta ad una politica capace solo di dare vita a promesse vane, che finiscono con il trasformarsi in boomerang sulla pelle di centinaia e centinaia di esseri umani.</p>



<p>Così il Prof. Foad Aodi è Esperto in Salute Globale, Presidente di Amsi, Co-Mai e del Movimento Uniti per Unire, nonché Docente di Tor Vergata, membro del Registro Esperti della Fnomceo dal 2002, già 4 volte Consigliere dell’Ordine dei medici di Roma, nonché Direttore Sanitario del Centro Medico Iris Italia e Membro del Comitato Direttivo AISI.</p>
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		<title>L’Italia non è un paese per i difensori dei diritti umani</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Aug 2024 14:13:35 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image"><img src="https://i0.wp.com/www.normativa.largemovements.it/wp-content/uploads/2024/08/LITALIA-NON-E-UN-PAESE.jpg?fit=800%2C800&amp;ssl=1&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1749"/></figure>



<p><em>Il rapporto sullo stato di diritto della Commissione UE evidenzia il restringimento dello spazio civico: continuano gli abusi e le violenze contro attiviste e attivisti.</em></p>



<p><strong>Il 9 luglio, a seguito di una mobilitazione di Extinction Rebellion Bologna</strong>, un’ attivista è stata costretta a togliersi le scarpe, i vestiti e la biancheria intima per poi piegarsi sotto gli occhi dell’agente che la stava perquisendo in questura. Un nuovo episodio di violenza che ricorda i fatti del G8 di Genova, le cui&nbsp;<a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2021/07/10/g8-di-genova-20-anni-dopo-le-violenze-furono-torture_a8508e6a-33d6-4227-8a25-b20d2d35fe97.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">violenze sono state qualificate dalla Cassazione e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo come tortura</a>.</p>



<p><strong>L’ennesimo episodio dopo i fatti di Pisa del 23 febbraio 2024</strong>&nbsp;dove la polizia, munita di manganello, ha pestato gli studenti che si sono mobilitati per la Palestina. E ancora,&nbsp;<strong>dopo gli eventi di Roma del 22 dicembre 2023</strong>&nbsp;in cui si sono verificati gravi cariche scontri contro gli studenti che manifestavano a causa del silenzio delle istituzioni sulle problematiche degli studenti.&nbsp;<strong>Trattamenti degradanti, abusi e violenze</strong>&nbsp;<strong>volti a reprimere difensori dei diritti umani</strong>&nbsp;che si mobilitano affinché i governi ascoltino le istanze della società civile e agiscano contro guerre, crisi umanitarie, problemi sociali e la crisi eco-climatica.&nbsp;</p>



<p>Lo scorso 24 luglio anche la<strong>&nbsp;Commissione europea</strong>, attraverso la pubblicazione del&nbsp;<a href="https://commission.europa.eu/publications/2024-rule-law-report-communication-and-country-chapters_en?utm_source=rss&utm_medium=rss">rapporto annuale sullo stato di diritto</a>,&nbsp;<strong>ha evidenziato le criticità che riguardano lo spazio civico in Italia</strong>, ponendo l’accento sui casi di&nbsp; aggressività verbale nei confronti di organizzazioni impegnate in attività umanitarie e dei casi di violenza segnalati e perpetrati contro chi partecipa a manifestazioni per esprimere il proprio dissenso verso le linee politiche del governo. Come si legge nel rapporto, queste violenze sono spesso perpetrate da polizia nonché da alcuni media ed esponenti politici.&nbsp;</p>



<p>In altre parole,<strong>&nbsp;l’Italia non è un Paese per i difensori dei diritti umani</strong>: non è un sistema democratico in grado di accogliere le istanze del dissenso e di includerle all’interno di un dibattito politico costruttivo e propositivo.&nbsp;</p>



<h2><strong>Difensori dei diritti umani e non vandali, terroristi o criminali</strong>.&nbsp;</h2>



<p>Si tratta di persone che, individualmente o con altri, agiscono per promuovere e/o proteggere i diritti umani in modo pacifico e non violento sui diversi problemi relativi ai diritti sociali e civili fondamentali come il diritto alla vita, a un alloggio adeguato, alla libertà di movimento, alla non discriminazione e ad un ambiente pulito, sano e sostenibile libero dai rischi dei cambiamenti climatici.</p>



<p>Si tratta di persone che continuano a lottare nonostante nel Paese&nbsp;<strong>non si registrano progressi nell’adozione di norme sulla disciplina dell’attività delle lobby&nbsp;</strong>e la rappresentanza dei loro interessi nell’elaborazione delle politiche pubbliche e dove&nbsp;<strong>non vengono previsti adeguati meccanismi di coinvolgimento della popolazione</strong>.&nbsp;</p>



<p>In un Paese dove&nbsp;<strong>suscita molteplici preoccupazioni il deterioramento delle condizioni di lavoro dei giornalisti</strong>&nbsp;– soggetti spesso a diverse forme di intimidazione – e della crisi generale che sta investendo il settore dei media in Italia, la quale di fatto rende&nbsp;<strong>difficile creare un’opinione pubblica informata in modo libero ed indipendente</strong>.&nbsp;</p>



<p>In un Paese dove<strong>&nbsp;manca un’istituzione nazionale che garantisca una tutela completa, efficace ed indipendente dei diritti umani</strong>.&nbsp;</p>



<p>In questo tipo di Paese è sempre più che mai necessario tutelare le diverse espressioni della società civile.&nbsp;</p>



<p><strong>Le realtà firmatarie di questo documento&nbsp;</strong>si uniscono per chiedere di contrastare le narrazioni che dipingono i difensori dei diritti umani ed i loro movimenti come criminali e promuovere la tutela delle loro libertà di espressione, riunione pacifica ed associazione astenendosi da qualsiasi forma di stigmatizzazione, delegittimazione, denigrazione o criminalizzazione verso gli stessi.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>L’uso ricorrente di pratiche di disobbedienza civile non deve costituire il pretesto per limitare lo spazio civico e l’esercizio delle libertà fondamentali.</p>



<h2><strong><em>Cosa si intende per “difensori dei diritti umani”?</em></strong></h2>



<p><a href="https://www.ohchr.org/en/special-procedures/sr-human-rights-defenders/about-human-rights-defenders?utm_source=rss&utm_medium=rss">Difensore dei diritti umani (in inglese “<em>Human Rights Defender</em>”)&nbsp;</a>è un termine, riconosciuto nella risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni unite&nbsp;<a href="https://documents.un.org/doc/undoc/gen/n99/770/89/pdf/n9977089.pdf?token=a60z6amazJPpUDeIF9&amp;fe=true&utm_source=rss&utm_medium=rss">A/RES/53/144</a>, che descrive le persone che agiscono in difesa dei diritti umani in modo pacifico. I difensori dei diritti umani, attraverso differenti tipologie di azioni (ad esempio indagando, raccogliendo informazioni o attraverso attività di denuncia), operano per la promozione, la tutela e la realizzazione dei diritti civili e politici, dei diritti economici, sociali e culturali, nonché dei diritti riconosciuti dalle convenzioni internazionali. Per questo&nbsp; motivo si tratta di persone che manifestano bisogni sociali che lo stato non dovrebbe reprimere istituzionalmente.&nbsp;</p>



<p><em>Per informazioni e adesioni al documento si prega di contattare la mail&nbsp;<strong>vicepresidente[@]largemovements.it</strong></em></p>
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		<title>Il carcere non è donna</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Apr 2023 09:13:18 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="800" height="532" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16929" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere-768x511.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></figure>



<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>



<p>Riportiamo alcune parti del convegno online che si è tenuto il 18 aprile scorso sul tema della condizione femminile nelle carceri italiane, organizzato dalla Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia nell&#8217;ambito del progetto “A scuola di libertà”.</p>



<p>Moderatrice: Ornella Favero, Direttrice della rivista Ristretti orizzonti e Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia.</p>



<p>Susanna Marietti di Antigone: grazie Ornella e grazie anche alle amiche di Sbarre di zucchero che poi sono state con noi lo scorso 8 Marzo, quando in una aula del Senato della Repubblica, Antigone ha presentato questo suo rapporto dal titolo “Dalla parte di Antigone”. Questo rapporto nasce da un viaggio collettivo dei mesi scorsi in cui abbiamo visitato tutti i luoghi della detenzione femminile in Italia che, come sapete, sono solamente quattro sulle 190 che ci sono in Italia, tra cui c&#8217;è Rebibbia a Roma che è il più grande carcere femminile d&#8217;Europa. E poi Venezia (La Giudecca), Pozzuoli e Trani. E poi abbiamo visitato le 44 sezioni femminili che sono invece ospitate all&#8217;interno di carceri a prevalenza maschile. Abbiamo visitato i quattro ICAM, istituti a custodia attenuata per madri. Siamo stati, inoltre, in tre istituti che recludono minorenni e donne che sono l&#8217;Istituto di Pontremoli, che è l&#8217;unico istituto penale per minorenni interamente femminile in Italia.</p>



<p>È stato un viaggio collettivo con attraverso l&#8217;Osservatorio di Antigone che da 25 anni è autorizzata dal ministero della Giustizia a visitare tutte le carceri italiane e che coinvolge oltre 80 persone.</p>



<p>La prima cosa che salta agli occhi è che le donne in carcere sono poche e sono poco criminali perché anche quando ci sono, hanno tendenzialmente pene brevi. Sono poche, significa che nelle carceri italiane costituiscono il 4,2% del totale e questa percentuale è più o meno stabile. Oscillando fra i 4,1 e il 4,3 trentini, ultimi vent&#8217;anni. Anomalia italiana, perché? No, sono una netta minoranza in ogni parte del mondo. Il sistema penitenziario è più clemente con le donne; in parte è vero. Perchè? Perchè, da fine &#8216;800, si è ipotizzato che il ruolo che tradizionalmente la società assegna alla donna sia più riservato rispetto a quello in prima linea dell&#8217;uomo. Però se poi andiamo a vedere, sia dal punto di vista diacronico, cioè nel tempo, quando si sono emancipati i costumi legati al ruolo femminile, ma anche nello spazio, cioè in Paesi dove pensiamo che le donne abbiano una rappresentanza assolutamente paritetica (ad esempio in Scandinavia), comunque molto più avanzata nel mondo del lavoro, nel mondo della politica eccetera notiamo che non ci sono tassi di detenzione superiori rispetto alla detenzione femminile in Italia quindi questa è una domanda che lascio aperte a tutti voi.</p>



<p>Torniamo all&#8217;Italia, appunto. La stragrande maggioranza delle donne detenute è ospitata nelle sezioni femminili all&#8217;interno di carceri maschili che sono molto differenti tra di loro, sia quantitativamente e di conseguenza anche qualitativamente perché vanno da sezioni che arrivano ad avere 120 donne detenute. Penso ad esempio a Milano, Bollate, Torino &#8230;fino a sezioni che hanno soltanto 2 3 4 come per esempio Mantova oppure Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia. Non sarebbe utile chiudere queste sezioni con pochissime detenute in base al principio di territorializzazione della pena che dice che la persona detenuta debba rimanere nel luogo vicino al proprio centro di riferimento sociale, dice la Legge, ma il problema è che se un direttore ha un carcere di 300 persone, di cui 293 sono uomini, verrà del tutto spontaneo convogliare le proprie risorse, spesso scarse (risorse di personale, del volontariato, lavorative) verso la parte maschile dell&#8217;Istituto. Non è possibile che ci si senta dire: Ebbene, per quelle poche donne come si fa a organizzare una classe scolastica che faccia venire i professori, pagati solo per 2,3,4 detenute? Ecco perchè noi di Antigone abbiamo chiesto aule &#8211; o luoghi di lvaoro in carcere &#8211; miste: per uomini e donne insieme, superando una mentalità e un pregiudizio anacronistico di “pericolosità” , se è vero che il carcere deve garantire una vita del tutto simile a quella che si potrebbe condurre all&#8217;esterno, salvo la limitazione della libertà per via della pena commissionata.</p>



<p>Un altro argomento importante: i figli. Le donne lo vanno a subire in maniera maggiore rispetto agli uomini, soprattutto per il fatto di essere madri, nella maggior parte dei casi, sono infatti il 70%. Chiunque sia entrato in un carcere femminile sa che l&#8217;allontanamento dai figli è un tema forte ed è anche una forma di stigmatizzazione della donna perchè viene considerata una cattiva madre. La donna è vittima di una stigmatizzazione in generale decisamente maggiore di quella dell&#8217;uomo perché la donna detenuta non ha risposto al suo ruolo sociale, al suo ruolo di brava madre e al suo ruolo di moglie. Il periodo di detenzione và a rompere o a indebolire i legami sociali o familiari, le detenute e i detenuti spesso interrompono le relazioni con i loro partner o anche con la famiglia di origine e via dicendo. In carcere ci stanno i grandi delinquenti, ma non sono loro che fanno la massa delle persone della massa personale, dove sono i poveracci che fuori non hanno voluto, non hanno saputo gestire diversamente la propria vita, ma è anche vero che si tratta di un problema politico: con diverse politiche sanitarie o politiche dell&#8217;housing sociale o politiche del lavoro, forse, le carceri non sarebbero così affollate a causa di situazioni di emarginazione sociale. E poi periodo di detenzione, non fa altro che approfondire proprio circolo vizioso che porta le persone che hanno commesso qualche reato minore a subire di nuovo lo stigma sociale.</p>



<p>Torniamo al tema dei figli. Negli scorsi decenni erano di più di quanto sono adesso i bambini in carcere. erano intorno alle 50, 60 unità e hanno oscillato per trent&#8217;anni attorno a questa cifra. Possiamo parlare di due leggi: nel 2001 la legge Finocchiaro sulla tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori e dieci anni dopo, nel 2011, una seconda legge che è tornata sul tema, ma nessuna delle due norme ha risolto il problema dei figli nelle carceri. Quand&#8217;è che è venuto a dimezzarsi il numero dei bambini in carcere? Quando è arrivata la pandemia. Quindi non è stato un evento di tipo normativo, ma è stato un evento fattuale, perché i magistrati di sorveglianza sono stati messi davanti a questo grande pericolo e hanno dovuto capire che temere dei bambini chiusi in un posto come il carcere di fronte al rischio che arrivasse la malattia era una follia e quindi li hanno messi fuori insieme alle mamme: quelle donne messe fuori fino al giorno prima erano pericolose criminali o potevano stare fuori anche prima che arrivasse la pandemia? Potevano stare fuori anche prima. Mi sembra ovvio. Io sono certa che se mi prendessi stanotte i 28 fascicoli delle 28 donne con figli che ora stanno in carcere passo la nottata a studiarmelo tutti e per 26, 27 di loro troverei una soluzione di una misura alternativa, una comunità, un qualcosa mi inventerei per ognuna di loro, e questo allora lo può fare anche la magistratura di sorveglianza. Non si tratta più di fare la legge perfetta, ma si tratta di cambiare la cultura del magistrato di sorveglianza. La strada da perseguire è quella di metterci i soldi e la volontà.</p>



<p>Altro tema affrontato nel rapporto di Antigone: le detenute trans. Sarebbe utile che il carcere adottasse personale esperto in politiche di genere e uno staff formato appositamente per loro anche perchè, spesso, sono inserite in sezioni maschili.</p>



<p>Così come ci sarebbe bisogno di uno sguardo più attento per le donne vittime di abusi e di violenze che, prima di tutto, necessitano di uno screening sanitario e psicologico e che poi vengano prese in carico a livello giudiziario e anche dopo l&#8217;uscita dal carcere perchè questo è un&#8217;altro grande probema in quanto tutte le detenute (e i detenuti) vivono nella paura di venire abbandonate e di non avere un dialogo con i servizi sociali del territorio. In effetti, ad oggi, non c&#8217;è una continuità di presa in carico. Una donna si trova spesso peggio di prima e frequentissimi sono gli episodi di depressione seria al momento dell&#8217;uscita dal carcere.</p>



<p>Testimonianza di un avvocato di Sbarre di Zucchero, Carlotta Toschi</p>



<p>Sbarre di Zucchero non è ancora un&#8217;associazione, ma un folto gruppo di persone, nato nel 2022, che si occupa di persone dentro e fuori dal carcere. Vogliamo essere un microfono che riporti al centro il tema del carcere. Soprattutto quello femminile, quando il carcere di donne è in un mondo di uomini, come recita e sottolinea, il nostro sottotitolo. Il gruppo è nato fisicamente a Verona e in pochissimo tempo ha raccolto partecipanti da tutta Italia. Abbiamo membri che sono ex detenuti, familiari di detenuti, attivisti, avvocati, volontari, garanti, giornalisti, una buona quota di polizia penitenziaria che ci affianca. Siamo diventati anche gruppi fisici, di pochi volontari e volontarie che all&#8217;inizio si sono aggregati, hanno dato via a un&#8217;organizzazione di eventi e convegni a Roma, Milano, Verona. Abbiamo raccolto abiti per tutte le carceri di Italia, abbiamo raccolto i generi di prima necessità anche per l&#8217;igiene personale a favore di detenuti e delle detenute in difficoltà. Abbiamo raccolto una storia di strette collaborazioni coi media, che ovviamente hanno interesse a coinvolgerci da tutta Italia, con realtà associative già presenti sul territorio, realtà storiche, ne cito solo alcune, a titolo meramente esemplificativo, per esempio, guardando poi a Roma la Fraternità Verona e da tante altre abbiamo ottenuto anche l&#8217;appoggio e la collaborazione concreta come Elemosiniere del Santo Padre, il Cardinale for. Cacciari e ovviamente moltissimi garanti delle persone private della libertà personale che teniamo a ringraziare in modo particolare per il lavoro capillare che fanno all&#8217;interno di tutte le carceri.</p>



<p>Sbarre di zucchero nasce per fare rete e parlare di carcere, di tutto quello che non va all&#8217;interno delle carceri e anche delle buone pratiche di cui farci promotori, mettiamo insieme tutte le nostre forze per dare un supporto ai detenuti, alle loro famiglie che troppo spesso soffrono ancora per le condizioni disumane in cui vivono i loro familiari. Noi siamo attivi quasi una volta a settimana. Ci piace metterci la faccia e testimoniare che si fa tanta fatica nel volontariato, ma io credo che ci sia un “Dopo il carcere”. È questo l&#8217;obiettivo di Sbarre: di andarselo a prendere. Vorrei leggere con voi le ultime parole d&#8217;amore scritte a penna su un foglietto a quadretti da Donatella Odo, che è morta suicida l&#8217;anno scorso. Un biglietto scritto al suo fidanzato: “Leo, Amore mio, mi dispiace, sei la cosa più bella che mi poteva accadere per la prima volta in vita mia; penso e so cosa vuol dire amare qualcuno, ma ho paura di tutto, di perderti e non lo sopporterei. Perdonami, sii forte, ti amo. E scusami”. Ecco noi ci focalizziamo su questo affinché nessuno abbia più paura di tutto, come è successo a Donatella.Vogliamo far conoscere la verità, che cosa significhi la detenzione, di modo che nessuno si senta abbandonato e che il carcere possa essere davvero quello strumento, assolvere a quella funzione di cui discutiamo tanto nell&#8217;articolo 27, comma tre della Costituzione: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità; affinché quelle celle sovraffollate, inadeguate totalmente alla vita, non diventino più bare. Dobbiamo riportare al centro del dibattito italiano un tema che troppo spesso è legato ai margini della società, non viene preso assolutamente in considerazione dalla politica perché lo sappiamo, il carcere non porta voti. Mettiamo insieme le forze.</p>



<p>E&#8217; in programma, come dicevamo prima, la costituzione di un&#8217;associazione, cerchiamo persone appassionate, non cerchiamo soci, semplici soci ma persone innamorate della giustizia, delle seconde possibilità, perché tutti abbiamo diritto a una seconda opportunità. E perché quelle parole d&#8217;amore che sono state scritte da Donatella non rimangano nel buio. Non solo l&#8217;8 Marzo, dunque, la festa della donna ma ogni giorno deve essere un&#8217;occasione importante, a mio avviso, per ricordare che non siamo solo donne, ma siamo donne, madri, fidanzate, mogli&#8230; Dentro le sbarre, ma anche fuori. Un augurio a tutte le donne che sono qui con noi, che so che sono donne di cuore, donne forti che ogni giorno combattono con le difficoltà della vita, ma anche a tutte le donne deboli, perché noi possiamo essere la voce di tutte queste persone, che ciascuno possa trovare la forza in sè, forza che è anche dentro di noi per percorrere insieme un bellissimo cammino verso una riabilitazione e la restituzione in società.</p>



<p>Ornella Favero: ultimamente hanno tolto le cosiddette “telefonate in più”, cioè la telefonata quotidiana a casa, la possibilità di telefonare a casa ogni giorno, 10 minuti che già è una inezia rispetto alle effettive necessità, un diritto inserito durante la pandemia e che, oggi, appunto è stato eliminato. Le persone si sono , quindi, si sono trovate con la tessera telefonica che diceva che il numero di telefonate era già stato e che si è tornati a poter fare soltanto una telefonata a settimana e vi assicuro che questa è una cosa senza senso, una crudeltà inaudita quando l&#8217;unica forma di prevenzione dei suicidi è proprio quella di rafforzare i legami con il mondo esterno, gli affetti, con le persone care. Una rabbia terribile. Quindi vi chiedo, siccome c&#8217;è da far ripartire una campagna su questo, di essere solidali perché è veramente un tema fondamentale.</p>



<p>Testimonianza di Micaela di Sbarre di Zucchero: io sono stata in carcere per un periodo e la telefonata, magari a un genitore o a un figlio è importantissima, ma se c&#8217;è a casa un problema e io òosso telefonare solo 1 volta alla settimana, resto con la preoccupazione per tutti quei giorni. Esiste la possibilità di fare telefonate straordinarie che sono due al mese, quindi una settimana +1, 2 al mese. Fanno sei telefonate in un mese che tu ti devi gestire con tutta la famiglia, quindi è veramente difficile mantenere un rapporto, anche se questi rapporti dovrebbero essere tutelati.</p>



<p>Per quanto riguarda le donne trans: nelle sezioni maschili non vengono messi con gli uomini, ma hanno delle sezioni apposite; in particolare, nella sezione femminile vengono inserite le donne omosessuali che a volte sono anche dei veri e propri uomini e questo spessissimo crea disagio perché tu, donna, ti trovi in cella assieme a un&#8217;altra donna che si comporta da uomo, ti fa delle avance, ti guarda in un certo modo etc. Credo, perciò, che anche per le donne omosessuali ci sarebbe biosgno di una sezione particolare.</p>



<p>Nella sezione femminile ci sono stata spesso le e donne fanno diventare la cella la casa loro perché, ad esempio, la tossicodipendente che vive per strada o la rom che vive in roulotte non hanno mai avuto mura attorno e l&#8217;arredamento con le tendine, le ciotole, o altro sono importanti per rendere la cella accogliente anche se, a volte, l&#8217;abbellimento può risultare eccessivo.</p>



<p>Non direi che gli uomini sono più “cattivi” delle donne, anche le donne sanno esserlo, soprattutto verso i sex-offender. A Verona c&#8217;era una mamma che aveva permesso al compagno di molestare il figlio è stata brutalmente picchiata; così come una rom che vaeva rubato un bambino e acui altre detenute hanno fatto saltare i denti, mentre la guardia diceva: “Stanno SOLO litigando”. Quindi non pensate che nel femminile sia più tranquillo. Per scrivere un buon report, bisognerebbe starci una settimana, 15 giorni, in un carcere e non qualche ora, per vivere realmente quello che succede in carcere e per capire. Cosa se ne fa una donna quando va fuori di avere imparato a farsi le unghie o a cucire un abito? Al maschile, per esempio a Verona, i detenuti imparano a fare gli odontotecnici oppure frequentano l&#8217;alberghiero, vanno all&#8217;università; al femminile non c&#8217;è tutto questo. Quindi credo che i diritti che hanno i maschi dovrebbero averli anche le donne.</p>



<p>Conoscevamo Donatella Odo: era tossicodipendente e aveva altri problemi, per cui le hanno portato via il figlio. Avrebbe avuto biosgno di sostegno, di aiuto psicologico, di amore. Invece è stata lasciata sola. Adesso siamo già a 15 suicidi quest&#8217;anno e non mi sembra che abbiano fatto qualcosa per prevenirli, anzi se ne parla sempre meno. Casino ne facciamo tanto e non smetteremo di farlo Donatella aveva persino scritto a Maria De Filippi: perché non si è fatta aiutare da chi era lì, da una casa famiglia, da un operatore, da qualcuno delle istituzioni? Lei era incinta di sette mesi e, una volta messa fuori dal carcere, nessuno l&#8217;ha presa in carico. Ora voi che siete tutti operatori del settore, dovreste darmi una risposta. Non c&#8217;era qualcuno che poteva accogliere una ragazza incinta di sette mesi? Ha dovuto andar per strada. Per strada? E dopo un mese dalla nascita c&#8217;era bisogno di portarle via il bambino? Non si poteva prenderli entrambi e metterli in una casa famiglia, non si poteva almeno provare a farla stare col suo bambino? Ci battiamo, quindi, proprio perché queste cose non accadano più!</p>



<p>Ornella Favero: vedo anche un sacco di ragazzi giovani in carcere e credo che ci sia che sia un momento particolarmente difficile. Per questo faccio un appello rispetto a una cosa così piccola come sembra quella delle telefonate, perché secondo me l&#8217;isolamento è la cosa più deleteria per le donne e per i giovani.</p>



<p>Mettiamo insieme tutte le nostre forze per dare un supporto ai detenuti e alle loro famiglie che troppo spesso soffrono ancora per le condizioni particolari di chi hanno in carcere.</p>



<p>Ridiamo la speranza, superando la paura.</p>
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		<title>Reporter senza frontiere, il 2022 è l’anno dei record: giornalisti in carcere, uccisi, rapiti e dispersi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Dec 2022 12:32:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il report annuale di Reporter senza frontiere fa il punto della situazione dei giornalisti nel mondo. Nel 2022 si sono registrati 533 giornalisti in carcere, 57 uccisi, 65 rapiti e 49 risultano ancora dispersi.&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="750" height="430" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16787" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 750w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1-300x172.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></a></figure>



<h2>Il report annuale di Reporter senza frontiere fa il punto della situazione dei giornalisti nel mondo. Nel 2022 si sono registrati 533 giornalisti in carcere, 57 uccisi, 65 rapiti e 49 risultano ancora dispersi. Ecco cosa sta succedendo e quali i paesi più pericolosi per chi si occupa di informazione</h2>



<p><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/author/diego-battistessa/?utm_source=rss&utm_medium=rss">di <strong>Diego Battistessa</strong></a> (da osservatoriodiritti.it)<a href="https://telegram.me/share/url?url=https%3A%2F%2Fwww.osservatoriodiritti.it%2F2022%2F12%2F19%2Freporter-senza-frontiere-2022%2F&amp;text=Reporter%20senza%20frontiere,%20il%202022%20%C3%A8%20l%E2%80%99anno%20dei%20record:%20giornalisti%20in%20carcere,%20uccisi,%20rapiti%20e%20dispersi&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>



<p>Il 2022 è l’<strong>anno dei record</strong>&nbsp;per il nuovo studio di&nbsp;<strong>Reporter senza frontiere</strong>&nbsp;(Rsf) sullo stato di salute della<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/liberta-dinformazione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&nbsp;libertà d’informazione</a>&nbsp;nel mondo: 533 giornalisti in carcere, 57 uccisi, 65 rapiti e 49 dispersi.</p>



<p><strong>La&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/conflitti/guerra/?utm_source=rss&utm_medium=rss">guerra</a>&nbsp;in&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/ucraina/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Ucraina</a></strong>&nbsp;spiega in grande misura questo&nbsp;<strong>importante aumento delle morti</strong>&nbsp;di&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/giornalisti/?utm_source=rss&utm_medium=rss">giornalisti</a>&nbsp;e giornaliste in questo 2022 (18,8% in più del 2021), ma la tendenza degli attacchi, minacce e ritorsioni verso la stampa è in&nbsp;<strong>aumento in tutto il mondo</strong>.</p>



<p>Nel paese europeo che ha sofferto l’invasione russa lo scorso febbraio, solo nei primi sei mesi di conflitto sono stati&nbsp;<strong>uccisi 8 giornalisti</strong>, ma i dati peggiori arrivano da paesi che non vivono una guerra nel senso stretto della parola.</p>



<p>Tra questi troviamo il&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/messico/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Messico</strong></a>, il&nbsp;<strong>paese più mortale</strong>&nbsp;per chi esercita la professione di giornalista, con 11 casi di omicidio dal 1° gennaio al 1° dicembre 2022.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image" id="attachment_39751"><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="reporter senza frontiere classifica" class="wp-image-39751"/></a><figcaption>Non si uccide la verità uccidendo i giornalisti (Messico 2013) – Foto: Eneas De Troya (via&nbsp;<a href="https://www.flickr.com/photos/eneas/9442739530/in/photolist-foqvtY-owSmHc-pEjJXY-q4kaXE-bX8raH-cetuno-2mGgWV3-dxL4dJ-bWimDC-Cim31w-Zpvk2r-Zpvmc2-Cim5j9-YjJx4C-Cim25U-Cim7ch-ppardi-NepJVx-2hwsZ22-2mGkobF-2mGi8qS-WR34zm-mqZhhg-2nQTJA8-PueTnW-xpNS2W-WR3hwU-HYDQF3-2hwqgYG-2hwqgDy-2hwsYeW-6r2phF-VCwqvY-WDAKxb-VF8tYM-MgJLdQ-WGTD5i-WjiXy1-MgJHBY-NbiRkN-MgGeLR-MgJLS5-2hwsXNW-Cj1J1L-ZkRMVq-YkqT3A-YoTNTk-Cj1HKf-YoTNNv-Cj1Jbf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flickr</a>)</figcaption></figure>



<h2>Per Reporter senza frontiere, nel 2022 l’America Latina è la regione più pericolosa per i giornalisti</h2>



<p>Agli 11 casi di assassinio di giornalisti e giornaliste in Messico, paese che da solo copre il 20% del totale, si sommano i&nbsp;<strong>6 omicidi</strong>&nbsp;avvenuti ad&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/10/10/haiti/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Haiti</strong></a>, i&nbsp;<strong>3 avvenuti in&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/brasile/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Brasile</a></strong>&nbsp;e uno in&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/colombia/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Colombia</strong></a>.</p>



<p>Questi omicidi fanno diventare l’<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/america-latina/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>America Latina</strong></a>&nbsp;la&nbsp;<strong>regione del mondo più pericolosa&nbsp;</strong>al mondo per la stampa, con quasi la metà di tutti i giornalisti uccisi a livello globale nel 2022.</p>



<p><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><em>Osservatorio Diritti</em></a>&nbsp;ha già raccontato la grave situazione in&nbsp;<strong>Messico</strong>&nbsp;riguardo all’attacco costante alla stampa (leggi anche&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/09/20/giornalisti-uccisi-in-messico/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Giornalisti uccisi in Messico: la mattanza continua nell’impunità</a>), dove oltre l’<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/difensori-dei-diritti/ong/?utm_source=rss&utm_medium=rss">ong</a>&nbsp;Article 19 fornisce dati ancora più gravi rispetto a quelli di Rsf.</p>



<p>Sul&nbsp;<strong>Brasile&nbsp;</strong>la nostra testata ha raccontato il caso di&nbsp;<strong><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/06/17/brasile-amazzonia-assassinati-dom-philips-bruno-pereira-araujo/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Dom Philips</a></strong>, ucciso insieme a&nbsp;<strong>Bruno Pereira Araújo</strong>&nbsp;in Amazzonia mentre indagavano sull’ecocidio del polmone verde e sul genocidio indigeno.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image" id="attachment_39750"><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="reporter senza frontiere classifica annuale" class="wp-image-39750"/></a><figcaption>Le Farc liberano il giornalista francese Romeo Langlois – Foto: AFP PHOTO/Luis Acosta (via Globovisión,&nbsp;<a href="https://www.flickr.com/photos/globovision/7303972326/in/photolist-c8qLvm-21FbkF-aa7xmr-5YZzcK-VsByeq-5Z4Luw-9y9gcQ-9y6hTZ-5YZy1a-9y6gJD-9y9fQC-9y9fB9-ucVSUC-9y9f49-mqtyZn-uuJope-9y9ftf-ud4WBH-9y9gvA-9y9eMq-aNrfmn-aNrfFD-aNrf6v-7Ga8cf-9y9fYL-5X4oqQ-22ZrGsm-9y6gTZ-txFeKZ-c8qM2m-bb2otp-txv89y-brfA8n-9y6hFg-9y6hZP-aNrewP-aNreoB-aNrhfR-aNrhoX-aNriir-aNrhUK-aNric2-aNri4p-c8qMWG-r9JHZZ-rr6rry-brAbQ6-brxvhc-2mGgWzU-2mGmkRu?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flickr</a>)</figcaption></figure>



<h2>Carceri piene di giornalisti: la classifica 2022</h2>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>«I regimi dittatoriali e autoritari stanno rapidamente riempiendo le loro prigioni, detenendo giornalisti. Questo nuovo record di giornalisti in carcere conferma la necessità imperiosa e urgente di resistere a questi poteri senza scrupoli e di esercitare la nostra fattiva solidarietà con tutti coloro che difendono l’ideale di libertà, indipendenza e pluralismo dell’informazione», ha detto&nbsp;<strong>Christophe Deloire</strong>, segretario generale de RSF.</p></blockquote>



<p>Riguardo alla detenzione di giornalisti la&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/cina/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Cina</strong></a>&nbsp;si conferma la&nbsp;<strong>più grande prigione del mondo</strong>. Il paese asiatico ha raggiunto livelli estremi di&nbsp;<strong>censura e sorveglianza</strong>&nbsp;e ad oggi conta almeno&nbsp;<strong>110 giornalisti incarcerati</strong>. Rsf segnala, per esempio, il caso del giornalista indipendente&nbsp;<strong>Huang Xueqin</strong>, che si è occupato di questioni legate alla corruzione, all’inquinamento industriale e alle molestie nei confronti delle&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/discriminazione/donne/?utm_source=rss&utm_medium=rss">donne</a>.</p>



<p>Come seconda carcere più grande del mondo per i giornalisti troviamo il&nbsp;<strong><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/myanmar/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Myanmar</a></strong>&nbsp;(ex Birmania), dove – sottolinea Rsf –&nbsp;<strong>«la pratica del giornalismo</strong>&nbsp;è semplicemente&nbsp;<strong>fuorilegge</strong>, come dimostrano i numerosi media messi al bando dopo il&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/06/23/myanmar-oggi-situazione-cosa-succede/?utm_source=rss&utm_medium=rss">colpo di stato militare</a>&nbsp;nel febbraio 2021». In questo paese sono almeno&nbsp;<strong>62 i giornalisti attualmente in carcere.</strong></p>



<p>Al terzo posto si trova la&nbsp;<strong>Repubblica islamica dell’<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/iran/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Iran</a></strong>, dove con &nbsp;l’aumento &nbsp;della repressione dopo il&nbsp;<strong>caso Mahsa Amini</strong>&nbsp;troviamo ben&nbsp;<strong>47 casi di detenzione</strong>&nbsp;di membri della stampa. Se a questi tre stati aggiungiamo&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/bielorussia/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Bielorussia&nbsp;</strong></a>e&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/vietnam/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Vietnam</strong></a>, otteniamo il 54% del totale dei 533 giornalisti incarcerati.</p>



<p>Un altro dato importante e significativo rispetto alla repressione verso la stampa riguarda il fatto che solo poco più di un terzo dei giornalisti in carcere ha ricevuto una condanna:&nbsp;<strong>il 63,6% de detenuti si trova in prigione senza essere stato processato</strong>.</p>



<h2>Reporter senza frontiere denuncia l’aumento delle giornaliste detenute</h2>



<p>Uno dei dati che vengono sottolineati dall’ong francese riguarda l’<strong>aumento delle detenzioni di donne</strong>&nbsp;che lavorano nel settore giornalistico.</p>



<p>Il 2022 è stato particolarmente duro per le giornaliste che sommano un&nbsp;<strong>totale di 78 casi di incarceramento</strong>&nbsp;sui 533 registrati: un&nbsp;<strong>aumento del 27,9%&nbsp;</strong>rispetto allo scorso anno.</p>



<p>Secondo il&nbsp;<a href="https://rsf.org/sites/default/files/medias/file/2022/12/RSF_Bilan2022_EN.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">report</a>&nbsp;questo nuovo aumento riflette la crescente&nbsp;<strong>femminilizzazione della professione</strong>, ma conferma anche che le donne non sono esenti dalla repressione.</p>



<p>Come esempio basti pensare a&nbsp;<strong>Cina, Iran, Myanmar e Bielorussia,</strong>&nbsp;quattro paesi che si trovano tra le posizioni più basse nel ranking mondiale della libertà di stampa e dove nel 2022 sono state incarcerate rispettivamente 19, 18, 10 e 9 giornaliste (il 70% del totale).</p>



<p>Particolarmente grave la situazione in Iran, dove la repressione verso la stampa si è accentuata dopo le proteste per l’uccisione di &nbsp;Mahsa Amini. Rsf sottolinea che tra questi casi preoccupano particolarmente quelli di&nbsp;<strong>Nilufar Hamedi</strong>&nbsp;ed&nbsp;<strong>Elahe Mohammad</strong>, giornaliste ora in carcere e&nbsp;<strong>punibili con la&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/05/24/pena-di-morte-nel-mondo-oggi-paesi-amnesty-international/?utm_source=rss&utm_medium=rss">pena di morte</a></strong>&nbsp;per essere state le prime a denunciare il caso Amini, e perciò accusate di “propaganda contro il sistema e associazione per delinquere finalizzata ad agire contro la sicurezza nazionale” (leggi anche&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/10/27/iran-proteste-donne-oggi/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Proteste in Iran, Babak Monazzami: «La mia battaglia per un Paese libero e forte»</a>).</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image" id="attachment_39749"><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="reporter senza frontiere 2022" class="wp-image-39749"/></a><figcaption>Proteste per la morte di Mahsa Amini&nbsp; a Londra – Foto: Alisdare Hickson (via&nbsp;<a href="https://www.flickr.com/photos/alisdare/52417414501/in/photolist-2nRWX8T-2nRWSvg-2nRZvj4-2nT151U-2nRZx7n-2nRZcQt-2nQBF2h-2nQ9vJF-2nQBJMx-2nNcB9y-2o4bvku-2nRYpFt-2nNcBbN-2nR6m1q-2nUuo2m-2nRZfVQ-2nUvL6T-2nQAW7J-2nQ8ez7-2nVk2a3-2nRA8jR-2nNYyRc-2nNTLPw-2nVnjcp-2nYP6Qw-2nNTLPg-2nQRJGt-2nPEX5h-2o1csmV-2nT4M4Q-2nUymMw-2nPFPfu-2nPyXPV-2nYLCYW-2nRJx5H-2nQPb1i-2nNZMyB-2nYRXo7-2nYQyMi-2nT77j3-2nP1KLD-2nX89BN-2nNZjXw-2nXJ436-2nYLCYa-2nNYyFY-2nQRpbG-2o5ah22-2nQRovZ-2nNUo2K?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flickr</a>)</figcaption></figure>



<h2>Rapimenti e sparizioni forzate tra gli operatori dell’informazione</h2>



<p>Anche la&nbsp;<strong>pratica dei rapimenti</strong>&nbsp;continua ad essere una costante nel settore. Ad oggi, puntualizza Reporter senza frontiere, sono&nbsp;<strong>almeno 65 i giornalisti sequestrati</strong>&nbsp;e altri&nbsp;<strong>49 risultano ancora dispersi</strong>.</p>



<p>I sequestri si concentrano in tre paesi del&nbsp;<strong><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/medio-oriente/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Medio Oriente</a>:&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/iraq/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Iraq</a>,&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/siria/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Siria</a>&nbsp;e&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/yemen/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Yemen</a>,</strong>&nbsp;ai quali si aggiunge il&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/mali/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Mali</strong></a>, dove un gruppo jihadista ha rapito il&nbsp; giornalista francese&nbsp;<strong>Oliver Dubois.</strong></p>



<p>Per quanto riguarda i giornalisti scomparsi, nel 2022 si sono aggiunti i casi di&nbsp;<strong>Dmytro Khiliuk</strong>&nbsp;(scomparso il 4 marzo nella città ucraina di Dymer, a nord di Kiev, occupata dalle forze russe) e&nbsp;<strong>Roberto Carlos Flores Mendoza</strong>&nbsp;(fondatore del portale di notizie&nbsp;<em>Chiapas Denuncia Ya</em>, scomparso il 20 settembre).</p>



<p>Questi due nuovi casi portano a&nbsp;<strong>49 il numero totale di giornalisti scomparsi dal 2003</strong>&nbsp;e tre di loro sono donne (due giornaliste messicane e una peruviana).</p>



<h2>Reporter senza frontiere: la classifica annuale</h2>



<p><strong>Reporter senza frontiere</strong>&nbsp;elabora questo report ogni anno dal 1995 da RSF, su&nbsp;<strong>dati raccolti tra il 1° gennaio e il 1° dicembre</strong>&nbsp;dell’anno della pubblicazione. Il conteggio totale del bilancio 2022 include giornalisti professionisti e non professionisti, nonché altri operatori dei media.</p>



<p>Rsf raccoglie meticolosamente informazioni per poter affermare che l’incarcerazione, il rapimento, la scomparsa o la morte di un giornalista è una&nbsp;<strong>diretta conseguenza dell’esercizio della professione</strong>.</p>
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		<title>Violenza di genere: solo il 27% delle donne ha intrapreso un percorso giudiziale, civile o penale</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2022 10:29:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(Da La27esimaora.corriere.it) di Francesca Visentin Denunce per abusi e violenza che si trasformano in processi contro le donne che hanno denunciato. Sentenze che penalizzano le donne, finiscono con allontanare i figli dalla madre o addirittura per&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>(Da La27esimaora.corriere.it)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/donne.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="593" height="443" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/donne.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16753" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/donne.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 593w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/donne-300x224.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 593px) 100vw, 593px" /></a></figure></div>



<p></p>



<p>di Francesca Visentin</p>



<p></p>



<p>Denunce per abusi e violenza che si trasformano in processi contro le donne che hanno denunciato. Sentenze che penalizzano le donne, finiscono con <a href="https://27esimaora.corriere.it/22_maggio_18/vittimizzazione-secondaria-violenza-donne-ricade-figli-1ef99b3e-d6ad-11ec-a70e-c4b6ac55d57f.shtml?utm_source=rss&utm_medium=rss">allontanare i figli dalla madre</a> o addirittura per affidarli al padre violento. Ctu farlocche utilizzate dai violenti come strumento per vendicarsi e sottrarre i figli alle donne che li hanno denunciati.</p>



<p>Una storia che si ripete. Al punto che le donne sopravvissute alla violenza dichiarano di <strong>non avere fiducia </strong>nei tribunali, nelle forze dell’ordine e nei servizi sociali. Il quadro è chiaro, emerge dall’indagine presentata a Verona nell’evento La parola delle donne da 37 centri antiviolenza del circuito nazionale D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza (82 organizzazioni in Italia tra Centri e Case rifugio, che sostengono ogni anno 20mila donne). L’indagine ha analizzato i casi di 5.740 donne, <strong>solo il 27% di loro</strong>, proprio per la sfiducia nei tribunali, <strong>ha intrapreso un percorso giudiziale, civile o penale</strong>. E tra le istituzioni segnalate come più vittimizzanti e meno tutelanti nelle varie fasi del percorso di uscita delle donne dalla violenza, ci sono i servizi socio-sanitari, i consulenti tecnici d’ufficio, le forze dell’ordine e i tribunali.  </p>



<p>Per questo Donne in Rete avvierà un&nbsp;<strong>Osservatorio sulla vittimizzazione secondaria&nbsp;</strong>e sta portando avanti una ricerca statistica proprio sul tema, che sarà ultimata nel 2024. Intanto, un gruppo di lavoro controllerà e evidenzierà le buone pratiche che aiutano a contrastare la vittimizzazione istituzionale e secondaria. E agirà in modo tempestivo per un cambiamento culturale concreto sia del linguaggio, che dell’approccio delle istituzioni alla violenza maschile sulle donne.</p>



<p>A Verona D.i.Re &nbsp;Donne in Rete contro la violenza, &nbsp;ha approfondito il tema della vittimizzazione istituzionale e secondaria partendo proprio dalla sfiducia delle donne nelle istituzioni.&nbsp; La città non è stata scelta a caso, &nbsp;Verona è diventata simbolo dell’immensa manifestazione (tre anni fa) che i movimenti delle donne avevano fortemente voluto per&nbsp;<strong>rispondere al patriarcato del Family Day</strong>. &nbsp;</p>



<p>«Il quadro che emerge dalla nostra indagine, non è per nulla rassicurante: siamo ancora molto&nbsp;<strong>lontane dal considerare le istituzioni come alleate&nbsp;</strong>nel contrasto alla violenza maschile sulle donne – sottolinea Antonella Veltri, presidente D.i.Re Donne in Rete contro la violenza &#8211; .&nbsp; Sono pochi i casi affrontati con la correttezza adeguata e con la giusta consapevolezza, approfondendo la conoscenza di un fenomeno su cui ormai esiste moltissima letteratura e per il quale l’ignoranza e la superficialità non sono più consentite». &nbsp;</p>



<p>Raffaele Sdino, presidente della sezione famiglia del Tribunale di Napoli ha fatto notare: «Perché una donna che subisce violenza&nbsp;<strong>non deve essere libera&nbsp;</strong><strong>di esprimere la sua rabbia?</strong>&nbsp;Perché dovrebbe essere collaborativa con le istituzioni che non la ascoltano? Dobbiamo imparare a conoscere la violenza e le sue conseguenze». &nbsp;</p>



<p>La responsabilità di stereotipi nei tribunali, ignoranza e impreparazione di giudici, avvocati e magistrati è stata più volte denunciata dalla giudice Paola Di Nicola Travaglini, consigliera di Cassazione, che continua a chiedere a gran voce «<strong>formazione obbligatoria per&nbsp;</strong>magistratura, forze di polizia e corsi continuativi dall’asilo per bambine e bambine, in modo da sradicare gli stereotipi culturali che sono alla base della violenza».</p>



<p>Anche recentemente a Bookcity a Milano la giudice Di Nicola Travaglini ha messo in guardia: «Attenzione&nbsp;<strong>alle narrazioni stereotipate e deformanti&nbsp;</strong>che tirano in ballo i sentimenti. Un uomo&nbsp;<a href="https://27esimaora.corriere.it/22_novembre_23/Violenza%20di%20genere:solo%20il%2027%%20delle%20donne%20ha%20intrapreso%20un%20percorso%20giudiziale,%20civile%20o%20penale?utm_source=rss&utm_medium=rss">che uccide una donna</a>&nbsp;non la uccide perché è innamorato, ma perché non tollera la libertà di quella donna, l’espressione dei suoi talenti e del suo potere decisionale. Una libertà che&nbsp;<strong>mette in crisi un sistema patriarcale globale millenario</strong>. I femminicidi sono paragonabili ai delitti per mafia e vanno letti con le lenti di genere: solo riconoscendo il&nbsp;<strong>carattere sistemico</strong>&nbsp;della violenza contro le donne possiamo comprendere e giudicare correttamente questo tragico fenomeno».</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Il profilo del Mozambico sul versante dei diritti umani e della situazione umanitaria</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Sep 2022 07:17:19 +0000</pubDate>
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<p>di Nicole Fraccaroli </p>



<p></p>



<p>La situazione dei diritti umani in Mozambico è peggiorata nel 2021, in gran parte a causa delle continue violenze nella provincia settentrionale di Cabo Delgado.<br>Anche la crisi umanitaria della provincia è peggiorata a causa dell&#8217;insicurezza e della violenza, provocando lo sfollamento di oltre 800.000 persone. Il gruppo armato localmente noto come Al- Shabab o Al-Sunna wa Jama&#8217;a (ASWJ), che è legato allo Stato Islamico (ISIS), ha continuato ad attaccare villaggi, uccidere civili, rapire donne e bambini, nonché ad utilizzare ragazzi come soldati<br>nella loro lotta contro le forze governative del Mozambico. Le forze di sicurezza dello Stato sono state coinvolte in violazioni dei diritti umani, comprese intimidazioni, sfruttamento sessuale delle donne sfollate e uso illegale della forza contro i civili.<br>Nel marzo 2021 il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP) ha avvertito che la crisi degli sfollati nel nord del Mozambico rischiava di trasformarsi in un&#8217;emergenza fame poiché sempre più famiglie continuavano a fuggire dalla violenza. Come l&#8217;anno precedente, i gruppi umanitari non sono riusciti a raggiungere le comunità più colpite dalle violenze. Il WFP ha sospeso<br>la distribuzione di cibo al distretto di Palma a causa di severi e concreti rischi per la sicurezza.<br>L&#8217;assistenza agli sfollati nelle aree isolate dei distretti di Palma, Macomia, Mocimboa da Praia, Muidumbe e Quissanga è ripresa solo a settembre 2021, quando l&#8217;accesso alla regione è migliorato.<br>Le forze di sicurezza dello Stato sono state anch’esse coinvolte in violazioni dei diritti umani durante operazioni antiterrorismo nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, comprese intimidazioni, maltrattamenti di sfollati e uso illegale della forza contro i civili. I soldati del governo hanno proibito alle persone fuggite dall&#8217;attacco dell&#8217;ASWJ Palma a Quitunda di lasciare il villaggio e hanno aggredito fisicamente coloro che cercavano di lasciare la zona. Un certo numero di sfollati ha anche accusato le forze governative dispiegate a Palma di aver costretto i residenti in difficoltà a pagare tangenti per ottenere spazio sui voli di soccorso. A ottobre 2021, il governo non aveva adottato alcuna misura pubblicamente nota per indagare su tali abusi o punire le persone implicate.<br>Il gruppo islamico ASWJ ha continuato ad attaccare villaggi, uccidere civili, rapire donne e bambini<br>e addestrare ragazzi a combattere le forze governative. Il 24 marzo 2021, il gruppo ha fatto irruzione nella città di Palma, uccidendo e ferendo un numero imprecisato di civili, alcuni nelle loro case, e migliaia di sfollati. Il gruppo è stato anche implicato nel rapimento di ragazzi e successivamente nel loro utilizzo per combattere le forze governative, dunque in violazione del divieto internazionale sull&#8217;uso dei bambini soldato. Il 5 ottobre dello stesso anno, il Fondo delle Nazioni Unite per l&#8217;Infanzia, l&#8217;UNICEF, ha espresso preoccupazione per il fatto che gli insorti stessero addestrando e indottrinando i ragazzi a combattere a Cabo Delgado.<br>Human Rights Watch ha trovato prove che i combattenti dell&#8217;ASWJ stanno usando centinaia di donne e ragazze rapite, in matrimoni infantili e forzati e come schiave sessuali. Il gruppo ha rilasciato altri individui dopo che le loro famiglie hanno pagato ingenti somme di denaro a titolo di riscatto. A ottobre, la British Broadcasting Corporation ha riferito che le forze congiunte mozambicane e ruandesi avevano liberato un numero imprecisato di donne salvate dalla prigionia.<br>Il governo mozambicano ha annunciato che la Tanzania non avrebbe creato un campo profughi per accogliere i mozambicani in fuga dalle violenze a Cabo Delgado. Il portavoce del governo ha affermato che i due governi hanno concordato che i cittadini in fuga sarebbero stati rimpatriati in Mozambico. Queste persone hanno continuato a essere rimpatriate con la forza dalle autorità tanzaniane. A settembre 2021, secondo l&#8217;UNHCR, dall&#8217;inizio dell&#8217;anno oltre 10.300 richiedenti asilo erano stati rimandati in Mozambico. Le azioni della Tanzania hanno violato il principio di non respingimento, un principio cardine del diritto internazionale, che vieta il rimpatrio forzato di persone che vedono seriamente minacciate la loro vita o la loro libertà.</p>



<p>Il numero di casi irrisolti di rapimenti, inclusi uomini d&#8217;affari o loro parenti, ha continuato ad aumentare nel 2021 e gli agenti di polizia sono stati coinvolti in almeno un caso. A giugno, secondo i media, il National Criminal Investigation Service (SERNIC) ha annunciato la detenzione di cinque persone, tra cui un agente SERNIC e un poliziotto, in relazione al rapimento di un uomo d&#8217;affari,<br>Kapil Rajas.<br>Vari partner internazionali hanno risposto alla richiesta del governo mozambicano di supporto nelle sue operazioni militari contro l&#8217;ASWJ a Cabo Delgado. Per esempio, il Portogallo ha firmato un accordo quinquennale di cooperazione militare con il Mozambico che prevede una missione di addestramento di 60 soldati.<br>Il Consiglio Europeo ha adottato una decisione che istituisce una missione di addestramento militare dell&#8217;Unione Europea in Mozambico per sostenere le forze governative nella protezione dei civili e nel ripristino di stabilità nella provincia di Cabo Delgado.</p>



<p>Ad oggi la situazione non ha registrato particolari progressi e miglioramenti.<br>Uno dei paesi più poveri e sottosviluppati del mondo, il Mozambico ospita quasi 30 milioni di persone nel sud-est dell&#8217;Africa, di cui oltre il 70% vive in aree non rurali. Il paese detiene uno degli indici di sviluppo umano più bassi al mondo, classificandosi 180 su 189 paesi. Più del 62% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà internazionale e oltre l&#8217;83% dei posti di lavoro è vulnerabile.<br>Le Nazioni Unite raccomandano prudenza sul miglioramento della sicurezza a Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, considerando che non è ancora chiaro cosa stia succedendo dalla parte dei ribelli.<br>Il documento del &#8216;cluster di protezione&#8217;, un gruppo di agenzie delle Nazioni Unite che operano nell&#8217;area di protezione della popolazione in Mozambico, definisce il quadro della situazione con l’obiettivo di stabilire i principi che considera fondamentali affinché gli sfollati dal conflitto possano tornare a casa. Tra questi principi c&#8217;è la natura volontaria e civile del rimpatrio, cioè la volontà di farlo volontariamente e senza essere integrati nei convogli militari, che possono fare della popolazione (e degli agenti umanitari) un bersaglio.<br>Al momento non è stato ancora definito il coinvolgimento dell&#8217;ONU in questi piani, tuttavia è probabile che sarà chiamata a sostenere il ripristino dei servizi e fornire assistenza per facilitare un graduale rientro degli sfollati interni.</p>



<p>In una tale situazione ove il governo del Mozambico, con la responsabilità primaria di proteggere la propria popolazione e prevenire violazioni di diritti umani, non è in grado di adempiere al suo dovere, l’assistenza, la cooperazione e la solidarietà del mondo internazionale non sono mai stati così importanti.</p>
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		<title>Papa Francesco in Canada (24-30 luglio)</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jul 2022 07:42:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Canada, richieste di risarcimento per i bambini indigeni costretti neicollegi &#8211; &#8220;La Chiesa cattolica ha pesanti colpe&#8221; Papa Francesco deve garantire che le famiglie indigene in Canada siano risarcite per le sofferenze inflitte ai&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><br>Canada, richieste di risarcimento per i bambini indigeni costretti nei<br>collegi &#8211; &#8220;La Chiesa cattolica ha pesanti colpe&#8221;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/papa.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="806" height="460" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/papa.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16497" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/papa.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 806w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/papa-300x171.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/papa-768x438.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 806px) 100vw, 806px" /></a></figure>



<p>Papa Francesco deve garantire che le famiglie indigene in Canada siano risarcite per le sofferenze inflitte ai loro figli nei collegi. È quanto<br>chiede l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) al Pontefice, che domenica inizierà un “viaggio di penitenza” di sei giorni in Canada. Le scuse personali ai sopravvissuti delle cosiddette scuole residenziali sono benvenute, ma non sono affatto sufficienti a compensare la grave colpa della Chiesa cattolica per la morte e la traumatizzazione di tanti bambini indigeni. È necessario anche un risarcimento finanziario concreto, come già avviene per le vittime di abusi da parte della Chiesa cattolica in Europa.</p>



<p>Tra la metà del XIX secolo e il 1996, in Canada più di 150.000 bambini sono stati strappati alle loro famiglie e mandati in collegi. Più di<br>3.200 alunni non sono sopravvissuti agli abusi e alle violenze sessuali.<br>Il 70% delle 130 scuole era gestito dalla Chiesa cattolica.</p>



<p>Quello che è successo allora è orribile: i bambini piccoli sono stati sistematicamente separati dai loro genitori, sono cresciuti in case<br>senza amore, sono stati picchiati, abusati e torturati psicologicamente con la motivazione che dovevano essere assimilati. I bambini che non sopravvivevano a questa situazione venivano di solito sepolti in tombe senza nome, senza che i loro genitori ne fossero informati. La Chiesa cattolica deve essere accusata per aver giocato un ruolo di primo piano in tutto questo e di aver sostenuto il sistema statale di oppressione delle First Nations, dei Metis e degli Inuit. Ora ci deve essere un risarcimento anche da parte della Chiesa.</p>



<p>Le popolazioni indigene soffrono ancora oggi per il trauma inflitto loro nelle scuole residenziali. Non c’è ancora un accesso libero ai documenti della chiesa su queste scuole residenziali per i sopravvissuti, i genitori e i parenti. È quasi impossibile per loro saperne di più sulla sorte dei loro figli morti o anche sui nomi dei responsabili. E infine i responsabili ancora in vita di questi crimini devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni!</p>
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		<title>&#8220;America latina: diritti negati&#8221;. El Salvador e le gang: il Presidente semina il terrore</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Apr 2022 07:52:21 +0000</pubDate>
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<p>di Tini Codazzi </p>



<p>Le gang <em>Mara Salvatrucha MS-13</em> e <em>Barrio 18</em> hanno più di 70.000 membri in tutto El Salvador. Combattono da più di trent&#8217;anni con sangue e violenza per ottenere il controllo di colonie e quartieri nelle zone più degradate del piccolo paese centroamericano. Estorsione, traffico di droga e altre attività criminali sono il loro “lavoro” quotidiano. I muri di queste aree sono coperti da graffiti che servono a identificare e marcare il territorio e i corpi dei membri della gang sono coperti da tatuaggi con lo stesso obiettivo, cioè rivelare la loro appartenenza. Un problema sociale che è sempre stato lì, latente, presente e minaccioso. I governi di turno hanno sempre chiuso un occhio ma adesso, cos’è successo?</p>



<p>Alla fine di marzo, in quattro giorni, ci sono stati 64 morti a causa della rivalità tra queste bande. E cosa fa il governo centrale, guidato da Nayib Bukele? Decreta uno stato di emergenza di trenta giorni che permette alla polizia di arrestare chiunque passi davanti a loro, senza spiegazioni e senza accuse, di mettere sotto controllo i cellulari e di interrompere le riunioni pubbliche. Secondo i rapporti, i soldati con fucili M-16 hanno eretto barricate in alcune strade e controllano l&#8217;entrata e l&#8217;uscita delle persone, che sono sottoposte a una perquisizione approfondita. Diverse fotografie di bambini e donne perquisiti dalla polizia sono diventate virali sui social media. Per il governo, questi sono gruppi terroristici che devono essere smantellati con il pugno di ferro. Il Congresso approva la riforma della legge penale che cambia la pena da 9 a 45 anni per l&#8217;appartenenza a una gang. Come risultato, più di diecimila persone vengono arrestate, tra cui alcune che non hanno legami con le gang. Gente comune. Il governo dichiara che 466 terroristi sono stati catturati il 15 aprile. Tabula rasa. Mano dura nei <em>barrios</em> e mano dura nelle prigioni, dove si dice che siano detenute la maggior parte dei mandanti degli innumerevoli omicidi.</p>



<p>Tuttavia, questo stato di emergenza è una scusa per una pulizia brutale, cambiare le regole all&#8217;interno delle prigioni e prendere misure che sono state fortemente criticate dalle organizzazioni per i diritti umani. Misure come sigillare le sbarre delle celle con piastre d&#8217;acciaio in modo che i prigionieri non possano comunicare attraverso di esse, nemmeno con il linguaggio dei segni. Stipati in piccoli spazi, senza materassi per dormire e senza cibo, tagliati fuori dal mondo esterno e soprattutto insieme. I membri delle due più famose gang rivali sono insieme, uno sopra l&#8217;altro, costretti a convivere in un modo che non avrebbero mai potuto immaginare. Non preoccupiamoci, il Covid non esiste in El Salvador, questo assembramento non è un problema per nessuno. E che altro fa il presidente? Ordina di registrare le immagini delle incursioni nelle prigioni e di pubblicarle sui social network, molto orgoglioso delle sue misure e di cosa la polizia stia facendo. Immagini molto pesanti in cui si vede la polizia penitenziaria inveire duramente contro i prigionieri. Un caos dove non si sa chi sia delle gang e chi no. I parenti denunciano la mancanza di informazioni e temono che ci sia impunità all&#8217;interno delle prigioni. È senza dubbio un aumento dell&#8217;autoritarismo nel paese.</p>



<p>Si scopre che durante il governo di Bukele, il tasso annuale di omicidi è stato notevolmente ridotto. Nel 2015 sono 6.656 e nel 2021 (dopo 4 anni dell’attuale governo) sono 1.140. Nel 2020, il giornale &#8220;El Faro&#8221; ha pubblicato un&#8217;indagine esaustiva in cui sostiene che Bukele aveva negoziato con le più importanti gang benefici in carcere e riduzione delle pene in cambio di sostegno alle urne. Nel 2021 Bukele vince di nuovo le elezioni. Ma allora, se questo &#8220;accordo&#8221; esiste, perché questa escalation di violenza attuale? Stanno mandando un messaggio al presidente?</p>



<p>I social network si sono riempiti di messaggi che criticano le decisioni improvvise del Presidente.</p>



<p>CIDH (Commissione Interamericana dei Diritti Umani): &#8220;Le misure attuate nelle prigioni costituiscono politiche repressive che possono risultare in gravi violazioni dei diritti umani delle persone private della loro libertà&#8221;.</p>



<p>Bukele risponde così: &#8220;Queste ONG internazionali pretendono di vigilare sui diritti umani, ma non sono interessate alle vittime, difendono solo gli assassini, come se si divertissero a guardare i bagni di sangue&#8221;.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/04/el-salvador_gettyimages-1239592171.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="800" height="450" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/04/el-salvador_gettyimages-1239592171.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16330" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/04/el-salvador_gettyimages-1239592171.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/04/el-salvador_gettyimages-1239592171-300x169.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/04/el-salvador_gettyimages-1239592171-768x432.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></figure>



<p>&#8220;I temuti gangster&#8230; il braccio armato dell&#8217;opposizione, le ONG e la comunità internazionale. Cadono come mosche davanti alla nostra polizia e alle nostre forze armate&#8221;.</p>



<p>“L&#8217;uso della forza letale è autorizzato per autodifesa o per la difesa della vita dei salvadoregni. Esortiamo l&#8217;opposizione a schierarsi con le persone oneste, e le istituzioni che controllano a smettere di proteggere coloro che uccidono il nostro popolo”.</p>



<p>Celia Medrano, artivista dei diritti umani: &#8220;Giustificare le violazioni dei diritti umani per alimentare l&#8217;illusione che questo renderà noi buoni salvadoregni più sicuri, purtroppo finché i loro diritti non saranno violati, si renderà conto del grave errore che stanno facendo in questo momento&#8221;.</p>



<p>“Il governo dovrebbe affrontare la violenza delle gang in El Salvador, ma dovrebbe farlo nel rispetto dei diritti e invece di proteggere le persone attraverso lo stato di emergenza, che è estremamente ampio, sta solo mettendo a rischio i loro diritti e ne vediamo le conseguenze con queste incursioni&#8221;, ha detto HRW.</p>



<p>Il fenomeno delle gang è una realtà inaccettabile, seminare il terrore tra gli abitanti di una città o di un paese è qualcosa che deve essere combattuto. Dovrebbe essere una priorità per chi è al potere, intervenire contro questo fenomeno e andare nel cuore di questa realtà con politiche diverse da quelle tiranne, studiare il fenomeno e estirparlo in modo civile. L&#8217;abuso di potere è una realtà inaccettabile che deve essere combattuta perché rischia di diventare un meccanismo di tirannia difficile da fermare. El Salvador si trova tra l&#8217;incudine e il martello, dove, come sempre, quelli che pagano il prezzo più alto sono i più vulnerabili: la povera gente che non ha mezzi per difendersi o per denunciare gli abusi da una parte o dall&#8217;altra. Ecco come stanno le cose in El Salvador.</p>
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		<title>Maria Ressa e Dmitry Muratov hanno vinto il Nobel per la Pace</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Oct 2021 07:08:00 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/premio-nobel-pace-2021-1-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15684" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/premio-nobel-pace-2021-1-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/premio-nobel-pace-2021-1-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/premio-nobel-pace-2021-1-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/premio-nobel-pace-2021-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>(da ilpost.it)</p>



<h1></h1>



<h2>Il premio ai due giornalisti dissidenti impegnati nel raccontare rispettivamente abusi e corruzione nel governo filippino e in quello della Russia</h2>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2021/10/nobelpace.jpg.webp?x73756&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://abbonati.ilpost.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img src="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2021/09/morning_banner_abboWHITE-copy.jpg.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></a></figure>



<p>Il Premio Nobel per la Pace 2021 è stato assegnato a Maria Ressa e Dmitry Muratov “per i loro sforzi nel proteggere la libertà di espressione, condizione necessaria per la democrazia e una pace duratura”.</p>



<p>Maria Ressa è una giornalista di origini filippine ed è stata tra i fondatori del sito giornalistico&nbsp;<em>Rappler</em>, negli ultimi anni è stata molto critica nei confronti del presidente filippino Rodrigo Duterte e dei suoi metodi autoritari.</p>



<p>Dmitry Andreyevich Muratov è un giornalista russo e direttore del giornale&nbsp;<em>Novaya Gazeta</em>, noto per avere in più occasioni criticato il presidente russo Vladimir Putin e per le numerose inchieste sui casi di corruzione nel paese.</p>



<p>Il Nobel per la Pace fu assegnato per la prima volta nel 1901 e, a differenza degli altri Nobel, viene assegnato in Norvegia e non in Svezia.</p>



<p><em>L’annuncio</em></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://i.ytimg.com/vi/7xRsj4oBixs/hqdefault.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>
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