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	<title>Amazzonia Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Elezioni insanguinate in Ecuador, l&#8217;appello della Rete NoBavaglio ai media: &#8220;Tenete accesi i riflettori sul voto, non abbandonate il popolo ecuadoriano&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Aug 2023 14:00:47 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>Associazione Per i Diritti umani, che fa parte della rete #NOBAVAGLIO, pubblica e condivide il seguente appello:</p>



<p><strong>di MARINO MURATORE</strong></p>



<p><strong>La RETE NOBAVAGLIO esprime solidarietà al popolo ecuadoriano nei giorni delle elezioni presidenziali. E lancia un appello ai media: “Tenete accesi i riflettori sul voto, non abbandonate il popolo ecuadoriano”</strong></p>



<p>Domenica 26 agosto 2023 si vota in Ecuador per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica dell’Ecuador, consultazione che è stata unita a un referendum sulle esplorazioni petrolifere in una importante regione dell’Amazzonia. Un periodo elettorale funestato il 10 agosto dalla uccisione del candidato presidente Fernando Villavicencio, durante un comizio pubblico. Villavicencio era un giornalista molto stimato dal popolo ecuadoriano per le sue denunce della corruzione pubblica, della criminalità legata al narcotraffico, in quanto grandi quantitativi di droga provenienti dalla Colombia transitano per il paese per essere imbarcati a Guayaquil, Esmeraldas, Manta e altri porti ecuadoriani. Una seconda pista del traffico della droga attraversa il paese, utilizzando la via fluviale dall’Amazzonia ai confini con il Perù e la Colombia.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://pressingweb.altervista.org/wp-content/uploads/2023/08/votoEC.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://pressingweb.altervista.org/wp-content/uploads/2023/08/votoEC.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-5251"/></a></figure>



<p><br>Villavicencio aveva più volte segnalato la complicità di molti politici, funzionari delle dogane, dirigenti di polizia con i diversi cartelli del narcotraffico, spesso in guerra tra loro. Il candidato presidente aveva denunciato la corruzione in una intervista televisiva anche lo stesso giorno nel quale è stato ucciso. Lui e il suo partito Construye, hanno portato all’attenzione internazionale la condizione terribile nelle quale sono confinati popoli amazzonici, come ad esempio gli Shuar e i Kofan che hanno la sfortuna di vivere in terre ricche di risorse petrolifere, controllate da un Governo che ha svenduto i giacimenti alle multinazionali e alla Cina.<br>In tale clima politico non deve stupire le moltitudini di omicidi quotidiani per regolamento di conti, gli assassini di sindaci e sindacalisti che lavorano per la giustizia,<br>La polizia nazionale ecuadoriana ha registrato 3.568 morti violente nei primi sei mesi di quest’anno, molto più delle 2.042 segnalate nello stesso periodo del 2022.<br>Lo scorso anno si è concluso con 4.600 morti violente, la cifra più alta nella storia del Paese e il doppio del totale nel 2021.<br>Solo in questi ultimi giorni è stato assassinato anche Pedro Briones, un altro candidato alla Presidenza della Repubblica dell’Ecuador. Inoltre la candidata all’Assemblea nazionale, Estefany Puente, ha subito un attacco armato, per fortuna è rimasta illesa.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://pressingweb.altervista.org/wp-content/uploads/2023/08/votoEC2.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://pressingweb.altervista.org/wp-content/uploads/2023/08/votoEC2.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-5255"/></a></figure>



<p><br>La RETE NOBAVAGLIO manifesta quindi solidarietà verso il popolo ecuadoriano, un popolo amico da decenni dell’Italia. Un popolo che ha visto partire verso l’Europa, in seguito ad una grave crisi economica avvenuta negli ottanta nel paese sudamericano, molte donne e uomini emigrati in Spagna e Italia per cercare lavoro e nuove opportunità. Le mete preferite nel nostro paese sono state Genova (per il suo rapporto secolare con il porto di Guayaquil) e successivamente Roma e Milano. In questi decenni così tantissimi cittadini italiani hanno usufruito della competenza, professionalità delle badanti, baby-sitter, lavoratrici in imprese di pulizie, operatrici socio sanitarie, operai provenienti dall’Ecuador. Uomini e donne spesso sfruttati, sottopagati che hanno però contribuito senza nessun riconoscimento al nostro benessere. Solo recentemente si stanno costituendo per cooperative sociali gestite direttamente da lavoratori e lavoratrici ecuadoriani.<br>La RETE NOBAVAGLIO quindi auspica che le elezioni in Ecuador possano volgersi in maniera democratica e manifesta il suo appoggio al nuovo candidato Presidente della Repubblica per il partito Construye, il giornalista Christian Zurita, amico di Villavicencio e che ha dichiarato che continuerà nello stesso spirito la lotta per la giustizia e contro la corruzione.<br>LA RETE NOBAVAGLIO si rende disponibile a fornire informazioni a tutti ii cittadini ecuadoriani che vorranno esprimere il loro voto attraverso il voto telematico, segnalando i luoghi di assistenza al voto on line nelle città di Roma; Genova e Milano</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Giornata della resistenza indigena (12 ottobre)</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Oct 2021 08:22:21 +0000</pubDate>
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<p><br>Resistenza più visibile, più internazionale e più forte che mai</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="470" height="380" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/Brazilian-Indians.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15712" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/Brazilian-Indians.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 470w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/Brazilian-Indians-300x243.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 470px) 100vw, 470px" /></figure>



<p></p>



<p>Il 12 ottobre è la &#8220;Giornata della Resistenza Indigena&#8221; &#8211; poiché con l&#8217;arrivo di Cristoforo Colombo sulle coste delle Americhe in questo giorno del 1492, iniziò l&#8217;oppressione dei popoli indigeni delle<br>Americhe, la colonizzazione e lo sfruttamento sistematico del loro mondo. Oggi, gli effetti dell&#8217;imperialismo europeo si fanno ancora sentire. I popoli indigeni devono continuare a resistere alle corporazioni e ai governi che non rispettano i loro diritti, invadono i loro territori e addirittura li uccidono. Il razzismo è un problema<br>quotidiano. Allo stesso tempo, la resistenza indigena sta crescendo. A gran voce e a livello internazionale, le organizzazioni indigene e i loro delegati stanno portando avanti la lotta contro il cambiamento climatico e lo sfruttamento capitalista &#8211; e per uno sviluppo più giusto.</p>



<p>I popoli indigeni di tutto il mondo sono uniti dall&#8217;esperienza di privazione di diritti, oppressione e discriminazione. Questo è aggravato dalla crescente criminalizzazione dei movimenti indigeni che lottano per preservare il loro habitat e i loro mezzi di sussistenza. Il Columbus Day è ancora celebrato nelle Americhe. Con la crescente consapevolezza della colonizzazione violenta e delle grandi sofferenze, la giornata ha cambiato finalità in sempre più stati a partire dagli anni &#8217;90. La Bolivia celebra il &#8220;Giorno della decolonizzazione&#8221;, il Cile il &#8220;Giorno dell&#8217;incontro dei due mondi&#8221; e l&#8217;Argentina il &#8220;Giorno del rispetto della<br>diversità culturale&#8221;. Negli Stati Uniti si sta tentando di contrapporre al Columbus Day un &#8220;Indigenous Peoples&#8217;s Day&#8221; l&#8217;11 ottobre. Questa non deve rimanere una politica di sola facciata.</p>



<p>La resistenza indigena è in rete a livello internazionale, come dimostra l&#8217;attuale &#8220;Gira Zapatista&#8221;. Questa delegazione dell&#8217;esercito di liberazione zapatista del sud del Messico è attualmente in giro per<br>l&#8217;Europa. I delegati, tra le altre cose, in Germania hanno sostenuto lo sciopero del clima e hanno protestato contro le forniture di armi di Heckler &amp; Koch. Per loro, è il 25° anniversario della resistenza.</p>



<p>In Bolivia, più di 500 indigeni hanno marciato per 37 giorni per affermare i loro diritti fondamentali. Le marce sono una delle più importanti espressioni di resistenza dei popoli indigeni della Bolivia.<br>Esigono dallo stato e dalla società boliviana il riconoscimento dei loro territori, il diritto all&#8217;autodeterminazione, all&#8217;autogoverno, alla partecipazione politica e all&#8217;identità culturale. Le marce non hanno sempre portato alla meta. Ma hanno reso più visibile la popolazione indigena del paese.</p>



<p>Una settimana fa, 200 indigeni Awajún hanno occupato la stazione cinque dell&#8217;oleodotto peruviano (ONP) nell&#8217;Amazzonia peruviana a nord del paese. Protestano contro la distruzione ambientale causata dall&#8217;oleodotto e dalle sue perdite, così come per una maggiore educazione e partecipazione sociale. Nell&#8217;est del paese, gli indigeni stanno lottando contro la costruzione di una strada illegale costruita dai taglialegna in mezzo alla foresta pluviale, che colpirà oltre duemila indigeni di cinque diverse tribù.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. La crisi climatica e le minacce agli attivisti ambientali</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Aug 2020 06:55:36 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="300" height="168" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/environment.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14545"/></figure>



<p>di Fabiana Brigante</p>



<p>Gli attivisti ambientali hanno svolto negli ultimi anni un ruolo cruciale per far luce sui pericoli derivanti dal cambiamento climatico. Allo stesso tempo, però, sono stati oggetto di minacce, sparizioni forzate ed uccisioni. In un rapporto pubblicato pochi giorni fa, <em>Global Witness</em> ha reso noto uno studio che ha preso come orizzonte temporale il periodo tra il 1 gennaio ed il 31 dicembre 2019.</p>



<p>È il 2019 infatti l’anno in cui si è registrato il numero più elevato di omicidi; secondo quanto riportato dall<em>’</em>organizzazione, quattro assassinii si sono verificati in media ogni settimana da dicembre 2015, anno in cui veniva firmato l’Accordo di Parigi e si aprivano nuove speranze per il clima globale. Innumerevoli gli attivisti che sono stati messi a tacere da attacchi violenti, arresti, minacce di morte o cause legali: il rapporto fornisce con una mappa il quadro degli eventi riportati.</p>



<p>Oltre la metà degli omicidi segnalati lo scorso anno sono avvenuti in soli due paesi: Colombia e Filippine. In Colombia, il numero di omicidi degli attivisti è aumentato drammaticamente negli ultimi anni. I difensori dei diritti umani delle popolazioni indigene hanno subito attacchi sempre crescenti da quando un accordo di pace del 2016 tra governo e Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) ha lasciato le regioni precedentemente controllate dalle FARC aperte alla concorrenza tra criminali armati e gruppi paramilitari.</p>



<p>Nelle Filippine, un paese costantemente identificato come tra i più pericolosi in Asia per questo tipo di attacchi, il bilancio delle uccisioni è salito da 30 a 43 nello scorso anno. L’industria mineraria è quella più colpevole, presumibilmente collegata agli omicidi di 50 attivisti nel 2019. Le comunità che si sono opposte ai progetti ad alta intensità di carbonio, gas e carbone hanno dovuto affrontare continue minacce e ritorsioni.</p>



<p>Sebbene quella dovuta ai cambiamenti climatici sia certamente da considerarsi una crisi globale, è pur vero che alcune comunità sono particolarmente esposte alle sue conseguenze; tra queste si annoverano senz’altro le popolazioni indigene. Privati delle loro terre e costretti a spostarsi a causa della deforestazione, innalzamento dei mari, costruzione di infrastrutture e conflitti derivanti dalla scarsità di risorse, i popoli indigeni sono di certo i più vulnerabili al cambiamento climatico, senza tuttavia averne responsabilità, data la loro gestione equa e non eccessiva delle risorse. Si registra che le violenze sono particolarmente elevate contro gli esponenti di queste comunità; le popolazioni indigene rappresentano il 40% dei difensori della terra uccisi nel 2019. Le loro terre comprendono meno del 20% della Terra e l’80% della sua biodiversità, secondo il Forum permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene, ma le comunità indigene possiedono legalmente solo un decimo delle terre che rivendicano. Anche laddove vengano loro riconosciuti diritti fondiari, le strade, le dighe, le condutture vengono spesso espropriate, con conseguente trasferimento forzato di tali comunità.</p>



<p>Tra gli altri,<em> Global Witness</em> conta circa 33 attivisti uccisi in Amazzonia. Una <em>escalation</em> di deforestazione da disboscamento, miniere, incendi (naturali e artificiali) e agricoltura &#8211; azioni sostenute e incoraggiate dal presidente del Brasile, Jair Bolsonaro &#8211; minacciano la foresta, le popolazioni indigene che la abitano ed il clima globale.</p>



<p>Anche la coltivazione industriale di prodotti come l’olio di palma, soia, zucchero, caffè e frutti tropicali costituisce una minaccia crescente. Le morti associate all’agricoltura sono infatti aumentate di oltre il 60% nell’ultimo anno. La maggior parte di questi omicidi sono avvenuti in Asia e concentrati principalmente nelle Filippine, dove sostenitori dei diritti umani sono identificati come terroristi dal governo.</p>



<p>Pare opportuno tuttavia sottolineare, a riprova del ruolo fondamentale che essi svolgono, che nel 2019 vi sono stati anche numerosi successi raggiunti dai difensori dei diritti ambientali, nonostante i potenziali contraccolpi, che testimoniano la loro capacità di resistenza, forza e determinazione nella lotta per la difesa della terra.</p>



<p>In Ecuador, il governo ha cercato di sfruttare la foresta pluviale amazzonica per l’estrazione di petrolio e gas; ad aprile, la tribù indigena Waorani presente al sud dell’Ecuador ha ottenuto una sentenza che impedisse al governo di affidare in concessione il proprio territorio alle imprese estrattive per la ricerca ed estrazione del petrolio. I giudici hanno stabilito che il processo di consultazione avviato nel 2012 non era sufficiente a garantire il consenso preventivo, libero ed informato della comunità.</p>



<p>Nel novembre 2019, in Indonesia, alla comunità indigena dei Dayak del Borneo centrale è assicurata la proprietà legale di 10.000 ettari di terra, a seguito di una lotta decennale.</p>



<p>Negli Stati Uniti, la riserva indiana di Standing Rock ha vinto una causa importante nella sua protesta in corso contro l’oleodotto Dakota Access. Dopo essere entrato in carica nel 2017, il presidente Donald Trump ha ordinato che il processo di approvazione fosse eseguito, ma la nuova sentenza afferma che il governo non ha valutato adeguatamente i rischi di fuoriuscite dalla conduttura. I giudici hanno ordinato all’organismo federale che ha supervisionato il processo di approvazione ambientale di condurre una revisione completa.</p>



<p>Anche in Cambogia si è registrata una memorabile vittoria in quanto il governatore di Ratanakiri si è impegnato a restituire alle comunità indigene le loro terre sacre, le quali erano state precedentemente assegnate alla società&nbsp;<em>Hoang Anh Gia Lai</em>&nbsp;(HAGL) per stabilirvi piantagioni di gomma naturale.</p>



<p>Il rapporto di <em>Global Witness</em> ha messo in luce il fallimento di governi e imprese nel rispettare e proteggere i diritti fondamentali degli attivisti. Eppure, oggi più che mai abbiamo gli strumenti per comprendere quanto il loro lavoro sia essenziale per la salvaguardia del nostro pianeta. È necessario uno sforzo congiunto di tutti gli attori in gioco per garantire la loro protezione e garantire meccanismi di responsabilità efficaci a tutti i livelli che producano risultati tangibili, in linea con le leggi e gli standard internazionali. Ciò non significa solo portare dinanzi alla giustizia i soggetti esecutori di qualsiasi minaccia o attacco, ma anche prevenire, indagare, punire e porre rimedio alla corruzione, alle violazioni dei diritti umani e ai danni ambientali attraverso politiche, leggi, regolamenti e riparazioni efficaci, comprese le società di partecipazione e gli investitori, per tenere conto dei propri obblighi durante la gestione di progetti sia in patria che all’estero.</p>



<p>È inoltre necessario garantire che nessun progetto commerciale prosegua senza il consenso libero, preventivo e informato delle comunità indigene potenzialmente e interessate in ogni sua fase; per fare ciò, occorre richiedere una valutazione preventiva completa dei possibili impatti ambientali e sociali delle operazioni e politiche aziendali proposte. I risultati di qualsiasi valutazione dovrebbero essere resi pubblici e usati per mitigare gli impatti negativi delle comunità.</p>



<p>Per consultare il testo completo del rapporto di <em>Global Witness </em>“<em>Defending Tomorrow: The climate crisis and threats against land and environmental defenders</em>” (luglio 2020) si veda: <a href="https://www.globalwitness.org/en/campaigns/environmental-activists/defending-tomorrow/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.globalwitness.org/en/campaigns/environmental-activists/defending-tomorrow/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Covid-19 tra gli Indigeni dell&#8217;Amazzonia. I contagi tra le tribù mostrano un crescente pericolo</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2020 16:18:39 +0000</pubDate>
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<p>Marcia delle donne indigene in Brasile come resistenza alla politica repressiva di Bolsonaro. Foto: Eliane Fernandes / GfbV</p>



<p>Sei indigeni del popolo Nahua, tribù recentemente contattata, sono stati trovati infettati dal coronavirus. Vivevano in isolamento volontario nella parte peruviana del bacino amazzonico. Il contatto con le comunità più isolate è sempre associato a un alto rischio per loro. Già durante il loro ultimo contatto con il mondo esterno, più di 30 anni fa, sono state trasmesse malattie convenzionali, motivo per cui sono morti molti Nahua. Durante l&#8217;attuale pandemia, è più che irresponsabile cercare il contatto con i popoli isolati o addirittura forzarlo.</p>



<p>Purtroppo i popoli in isolamento e autosufficienti sono ripetutamente &#8220;visitati&#8221; contro la loro volontà. Gli invasori illegali entrano nei loro territori per tagliare legno o cercare l&#8217;oro. Gli evangelici che vengono a fare missione portano anche il Covid-19 e altre malattie. E poi ci sono sempre trasmissioni di malattie da parte di personale medico infetto che dovrebbe essere lì per aiutare. Ma la cosa più utile per questi indigeni è lasciarli decidere da soli sui loro contatti e proteggere la loro terra dagli invasori.</p>



<p>Un gruppo di lavoro per la protezione delle tribù isolate e recentemente contattate nella pandemia si riunisce per la prima volta in Brasile questo venerdì per discutere sul da farsi. È probabile che verrà presa la decisione di fornire l&#8217;accesso alle aree indigene con punti di controllo dove si possa essere testati per l&#8217;infezione. Molte comunità indigene hanno preso questa misura mesi fa. Il governo li ha duramente criticati per questo e sta cercando di fermare le misure di protezione. Almeno 20 indigeni, che in realtà sono isolati, hanno finora contratto il Covid-19 in Brasile.</p>



<p>Ci sono almeno 110 popolazioni indigene volontariamente isolate in tutto il mondo. La maggior parte di loro vive nel bacino amazzonico, tra Bolivia, Brasile e Perù. Hanno scelto l&#8217;isolamento soprattutto a causa di brutte esperienze di violenza e malattie infettive. I furti di terreni, il sovrasfruttamento delle materie prime nei loro territori e la distruzione ambientale ad essi associata ne minacciano l&#8217;esistenza.</p>
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		<title>Amazzonia: il polmone del mondo e i diritti umani</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2020 07:48:07 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>Care e cari, pubblichiamo anche qui per voi il webinar di <strong>ANGELO FERRACUTI</strong>, scrittore e attivista per i popoli <strong>dell&#8217;Amazzonia</strong>. Ci ha parlato di <em>resistenza, di nuovi progetti, di responsabilit</em>à. Ma anche di <em>spiritualità</em>, quella che ci insegnano i popoli indigeni e gli sciamani. </p>



<p><strong>Tra Antropologia, Diritti, Giornalismo</strong>.</p>



<p>Trovate tutti i nostri relatori sul canale YOUTUBE di ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI e vi invitiamo ad iscrivervi!</p>



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		<title>Amazzonia. Polmone del mondo e diritti umani, con Angelo Ferracuti</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2020 09:47:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Domani, 15 giugno, alle ore 18.30 sul canale Youtube dell&#8217; Associazione Per i Diritti umani avremo il piacere di ospitare lo scrittore ANGELO FERRACUTI . Vi aspettiamo!</p>
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<p><strong>Domani, 15 giugno, alle ore 18.30</strong> sul canale <strong>Youtube dell&#8217; Associazione Per i Diritti umani</strong> avremo il piacere di ospitare lo scrittore <strong>ANGELO FERRACUTI</strong> . Vi aspettiamo! </p>



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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Amazzonia SOS</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2020 09:23:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi “Toda esta destrucción no es nuestra marca, es la huella de los blancos, el rastro de ustedes en la tierra&#8221; (“Tutta questa distruzione non è un nostro marchio, è l’impronta dei&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2020/05/05/america-latina-diritti-negati-amazzonia-sos/">&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Amazzonia SOS</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Tini Codazzi</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="750" height="422" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/indigenas1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13974" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/indigenas1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 750w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/indigenas1-300x169.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></figure></div>



<p>
“<em>Toda
esta destrucción no es nuestra marca, es la huella de los blancos,
el rastro de ustedes en la tierra</em>&#8221;
(“Tutta questa distruzione non è un nostro marchio, è l’impronta
dei bianchi, la vostra tracci sulla terra”)</p>



<p>
Davi
Kopenawa Yanomami</p>



<p>
Queste
parole dette da un capo della tribù dei Yanomani fanno male ma
purtroppo sono vere. Fin dall’incontro tra i due mondi e la
posteriore colonizzazione da parte degli spagnoli e portoghesi nei
territori che adesso conformano l’America latina, “il bianco”
ha lasciato sì il progresso, ha insegnato la vita moderna, ha
sviluppato l’economia e la società, è vero, ma ha anche lasciato
dietro il suo passaggio una scia di soprusi enorme e un’impronta di
progresso macchiata di sangue, violenza e malattie. 
</p>



<p>
Nel
1995, allo scoccare dell’anniversario numero 500 della scoperta del
continente americano, proprio nelle nostre terre, tra gli
intellettuali, ricercatori e storici, nacque il dubbio sulla
correttezza della parola “scoperta”; così iniziarono a sorgere
concetti come: conquista, scontro culturale, incontro tra due mondi,
carneficina, genocidio. A proposito così scriveva Valentina Di
Prisco in un saggio intitolato <em>Jerico
o en busca de la verdad</em> e
pubblicato in una rivista letteraria venezuelana: “La verità su
tutta questa polemica è che non importa il concetto che si dia,
l’importante è che questo episodio, improvviso e selvaggio com’è
stato, cambiò completamente la vita e il destino delle due culture”.

</p>



<p>
Condivido
queste parole ed è inevitabile parlare di come dall’epoca della
conquista ed evangelizzazione da parte degli europei, la cultura, le
tradizioni, le lingue degli abitanti del posto e i loro diritti non
siano quasi mai stati rispettati. Violenze sessuali, omicidi,
schiavitù, furti di ogni genere sono alcuni degli episodi bui che
macchiano la presenza del “bianco” nel continente. 
</p>



<p>
Negli
anni Ottanta, i <em>Garimpeiros</em>,
cioè i ricercatori d’oro e minatori illegali commisero un
genocidio non da poco. 40.000 minatori invasero le terre dei Yanomani
e commisero innumerevoli crimini. Parlando di salute: malattie di
trasmissione sessuale ed epidemie di malaria, tubercolosi, influenza
suina, morbillo, ecc., sono state epidemie sviluppate in queste terre
soltanto grazie alla presenza irrispettosa del forestiero che con la
sua arroganza, ha mancato di rispetto a queste popolazioni.</p>



<p>
Torniamo
a parlare del tema perché il Covid19, è già arrivato in territori
indigeni, è l’ultima malattia della lista. L’Amazzonia e altri
territori indigeni dell’America latina sono già macchiati di
virus. Nella fattispecie vorrei raccontarvi la situazione attuale in
alcune popolazioni dell’Amazzonia, tra il Venezuela, il Brasile e
la Colombia.</p>



<p> Tra marzo e i primi di aprile si è alzata la voce dell’informazione a favore di questi popoli, ormai non esenti di virus. L’ong francese Planète Amazone ha lanciato una campagna di donazione per proteggere i guardiani dell’Amazzonia; il 1° aprile è apparsa la notizia che nel distretto di Santo Antônio do Içá, a nord del Amazzonia brasiliana, vicino al fiume Alto Rio Solimões c’era il primo caso di contagio: un’operatrice sanitaria di 20 anni che aveva avuto contatti con un medico della zona, anche lui risultato positivo e che a sua volta aveva viaggiato verso le grandi città del paese. Conosciamo i movimenti rapidi e aggressivi del virus. Le cifre in questa zona non sono chiare, ovviamente, essendo delle popolazioni molto precarie dal punto di vista dell’acceso all’assistenza sanitaria, all’informazione ed essendo delle etnie fisicamente fragili dal punto di vista immunologico; per cui si può ipotizzare che i numeri siano alti e realmente non coincidano con quelli ufficiali. In tutta l’Amazzonia il numero è salito a poco più di tre mila casi confermati e più di 250 decessi. La regione di Alto Rio Solimões, a pochi km dal fiume Amazzonia ha 12 casi e 2 decessi. Il 9 aprile il governo identificò il primo indigena deceduto nello stato dell’Amazzonia: un uomo dell’etnia Kokama di 44 anni e due giorni dopo un anziano di 78 anni.  </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="720" height="405" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/indigenas2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13975" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/indigenas2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/indigenas2-300x169.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure></div>



<p>
In
Italia abbiamo già letto sulla situazione nella città di Manaus. Il
caos sanitario, i contagi, i morti, le fosse comuni. È proprio così.
Ovviamente il virus è già arrivato nelle riserve indigene della
zona come nel Parque das Tribos, una riserva in cui abitano 2.500
indigeni di 35 etnie differenti. In tutta la provincia di Manaus ci
sono quasi 3.000 contagiati e 259 deceduti al 26 di aprile. Una delle
zone rosse del paese. Di questi giorni l’annuncio del presidente
della regione Wilson Lima che metteranno su un ospedale da campo
dedicato esclusivamente agli indigeni della zona per far fronte al
Covid19. 
</p>



<p>
Un&#8217;altra
popolazione che adesso sta soffrendo molto è quella dei Yanomami,
tra il Venezuela e il Brasile. L’area dove i Yanomani sono
stanziati è il territorio forestale indigeno più vasto del mondo,
sono 38.000 individui e 8,2 milioni di ettari. Questo, come altri
popoli della zona, è un popolo abbandonato dai governi, che deve
sopravvivere con le proprie forze, per cui c’è un alto tasso di
bambini deboli per denutrizione o con debolezze all’apparato
respiratorio a causa degli innumerevoli incendi succeduti negli anni.
Così, il 9 aprile, il virus si è preso un ragazzo di 15 anni
proveniente dai villaggi intorno al fiume Uraricoera nello stato di
Roraima al confine con il Venezuela. Il ragazzo aveva un fisico
debole, era denutrito e anemico. Queste le dichiarazioni in
conferenza stampa del Ministro della Salute Luiz Henrique Mandetta:
“Oggi abbiamo avuto il primo caso confermato tra i Yanomami, il che
ci preoccupa molto (…) conosciamo la storia dei cattivi risultati
quando gli indigeni vengono affetti da virus che non appartengono al
loro ecosistema”. Una delle cause di pericolo più forte in questo
territorio dalla parte del Venezuela è la mobilità indiscriminata
di minatori illegali che sfruttano i Parchi Nazionali della zona e
partecipano in attività illegali e di contrabbando. Un numero reale
di contagi in terre venezuelane non c’è, lo sappiamo già, quindi
è difficile dire com’è la situazione in queste aree remote. Le
cifre ufficiali del governo dicono che ci sono soltanto tre contagi
nell’Amazzonia venezuelana. Difficile da credere. 
</p>



<p>
Anche
l’Amazzonia colombiana è vasta, ci abitano 64 popoli indigeni e
secondo le denunce di OPIAC (Organizzazione Nazionale dei Popoli
Indigeni dell’Amazzonia Colombiana) è stata completamente
dimenticata dal governo centrale fin dall’inizio della pandemia. I
diversi popoli si stanno organizzando da soli per contenere,
informare e regolare la situazione. Due giorni fa la notizia di
quaranta casi confermati e due deceduti. Il Ministero della Salute
Colombiano pubblica la cifra di 104 casi. 
</p>



<p> L’allerta nelle zone così vulnerabili dovrebbe essere rossa. La conclusione è che c’è una costante tra i tre governi centrali dei paesi coinvolti in questo articolo e cioè una quasi totale noncuranza. Come sempre sono le organizzazioni private, le ong, le fondazioni e i governi regionali a dare l’allarme, ad allertare i governi e l’opinione pubblica internazionale sulle precarie situazioni sanitarie e sulle caratteristiche generali di questi popoli che fanno sì che questo tipo di virus si propaghi in modo esponenziale in pochissimo tempo. La sensazione è che la bomba sta per esplodere, la realtà è che sicuramente è già esplosa. Confidiamo nella forza e nella determinazione che gli stessi indigeni hanno sviluppato nei secoli per sopravvivere a tutte le tragedie e nell’aiuto delle innumerevoli organizzazioni in difesa dell’Amazzonia. Forse questo virus è molto aggressivo anche per loro.  Staremo a vedere con le mani legate ma non con la bocca chiusa perché non bisogna mai dimenticarsi di questa meravigliosa parte del mondo.  </p>
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		<title>Massacro contro i Mayangna in Nicaragua</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Feb 2020 07:50:43 +0000</pubDate>
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<p> <br>Le popolazioni indigene hanno bisogno di maggiore protezione. I crimini contro gli indigeni non devono restare impuniti.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="600" height="400" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/el_icaco_residents.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13595" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/el_icaco_residents.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/el_icaco_residents-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure></div>



<p>In seguito al massacro di indigeni Mayangna avvenuto lo scorso 28 gennaio nella biosfera di Bosawás in Nicaragua, l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede maggiore tutela per la popolazione indigena del Nicaragua e la fine dell&#8217;impunità per i crimini commessi contro gli indigeni del paese. Il 28 gennaio un gruppo di circa 80<br>persone armate ha assalito un villaggio di indigeni Mayangna nella biosfera di Bosawás. Dopo aver bruciato alcune case, gli assalitori hanno sparato agli abitanti del villaggio uccidendo almeno sei persone.<br>Altre dieci persone risultano scomparse dopo l&#8217;aggressione.</p>



<p>La riserva di Bosawás è un&#8217;area protetta grande circa 2,2 milioni di ettari, situata vicino alla frontiera con l&#8217;Honduras e riconosciuta nel 1997 come biosfera e patrimonio biologico globale dall&#8217;UNESCO. Di fatto è la più grande foresta vergine a nord dell&#8217;Amazzonia.</p>



<p>Da anni le popolazioni indigene che abitano l&#8217;area lamentano l&#8217;aumento drammatico del disboscamento illegale e delle aggressioni da parte dei taglialegna illegali. Le immagini satellitari documentano infatti l&#8217;incremento delle aree disboscate e sfruttate per l&#8217;agricoltura all&#8217;interno della riserva e che oggi coprono il 31% del territorio. Nel 2000 l&#8217;area disboscata illegalmente copriva il 15% della riserva. In 20 anni il Nicaragua ha perso il 19% delle sue foreste. I disboscamenti illegali stanno mettendo a rischio l&#8217;intero ecosistema dell&#8217;area e distruggono la base vitale delle popolazioni indigene che nei boschi e dei boschi vivono. Le aggressioni armate contro le popolazioni indigene<br>per appropriarsi illegalmente della terra purtroppo non sono un&#8217;eccezione e solitamente restano impunite. L&#8217;APM chiede al governo del Nicaragua di porre finalmente fine a questa guerra non dichiarata contro le popolazioni indigene e contro l&#8217;ambiente.</p>



<p>In Nicaragua vivono circa 30.000 nativi Mayangna. L&#8217;assassinio di indigeni è diffuso e nei pochi casi in cui gli aggressori vengono arrestati, questi solitamente vengono assolti in giudizio per mancanza di prove. Secondo l&#8217;APM, il problema reale è che al Nicaragua manca la volontà politica per perseguire i crimini commessi contro la sua popolazione nativa. La scorsa settimana tre cittadini nicaraguensi sono stati arrestati in Costa Rica con l&#8217;accusa di aver assassinato un&#8217;intera<br>famiglia nella riserva indigena Maio nell&#8217;ottobre 2019. L&#8217;APM seguirà attentamente la vicenda giudiziaria. </p>
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		<title>Promozione teatrale. Nostra madre Terra</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Dec 2019 08:17:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>PROMO teatrale per i lettori di Peridirittiumani.com: se si partecipa in 2 persone (o a numeri pari), una paga il biglietto di 12 euro e l&#8217;altra persona entra gratuitamente (quindi, 6 euro a testa)&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>PROMO teatrale per i lettori di Peridirittiumani.com: se si partecipa in 2 persone (o a numeri pari), una paga il biglietto di 12 euro e l&#8217;altra persona entra gratuitamente (quindi, 6 euro a testa) . 6-7-8 dicembre 2019</strong></p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Nostra-Madre-Terra-2_web-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13324" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Nostra-Madre-Terra-2_web-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Nostra-Madre-Terra-2_web-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Nostra-Madre-Terra-2_web-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Nostra-Madre-Terra-2_web.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1701w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>TEATRO
OFFICINA presenta </strong>
</p>



<p><strong>NOSTRA MADRE TERRA</strong></p>



<p><strong>Venerdì
6 e sabato 7 dicembre ore 21</strong></p>



<p><strong>Domenica
8 dicembre 2019 ore 16</strong></p>



<p>
<strong>NOSTRA
MADRE TERRA					           nuova produzione</strong></p>



<p><strong>Con
</strong>Daniela
Airoldi Bianchi, Eleonora Caracciolo, Roberto Cuda, Pierluigi Durin,
Antonello Garofalo, Martina Mozzillo, Lorena Salvini, Stefania
Strianese,  Armando Toscano e un gruppo di cittadini del quartiere.</p>



<p><strong>Collaborazione
alla drammaturgia</strong>
Roberto Cuda ed Elisa Gianni 
</p>



<p><strong>Ricerca
musicale </strong>Alessandro
Arbuzzi e Margherita Roverselli</p>



<p><strong>Assistente
alla regia</strong>
Martina Mozzillo</p>



<p><strong>Regia
di</strong>
Massimo de Vita</p>



<p><strong>Produzione</strong>
Teatro Officina</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Nostra-Madre-Terra-1_web-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13325" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Nostra-Madre-Terra-1_web-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Nostra-Madre-Terra-1_web-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Nostra-Madre-Terra-1_web-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Nostra-Madre-Terra-1_web.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1701w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p>Il
TeatroOfficina
&#8211; che da quarantacinque anni opera a Milano con una vocazione al
lavoro sui quartieri &#8211; dopo lo spettacolo <em>E
sia pace nel mondo</em>
realizzato coinvolgendo alcuni giovanissimi abitanti del quartiere
intorno alla cultura spirituale della non- violenza, approda ora a
una nuova produzione sul tema della sensibilità ecologica.</p>



<p><em>Nostra Madre Terra</em>, così Francesco d’Assisi chiama il pianeta nel suo cantico  <em>Laudato sì,</em> cui si è ispirato Papa Francesco nell’omonima enciclica. <br>Il richiamo a <em>coltivare e custodire </em>la Terra chiede a tutti noi di vivere in modo equilibrato nella casa comune, e si pone di fatto come un impegno radicale per il futuro.  </p>



<p>Tutto
è in relazione: la cura della nostra vita è legata a quella delle
vite altrui, alla condizione dei poveri del mondo e di ogni creatura
esistente. Le parole di Alex Langer, di Papa Francesco, di Maria
Galindo e dei capi tribù dell’Amazzonia, attraversano e 
sostanziano lo spettacolo che si fa orazione civile, riflessione di
un gruppo di lavoro del quartiere che diviene ora “responsabilità
del dire” attraverso il teatro. 
</p>



<p>“<em>Cominciate
con il fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E
all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile</em>”
(Francesco d’Assisi)</p>



<p><strong>Ingresso
(con tessera associativa</strong><em><strong>
gratuita)  €</strong></em><strong>12,00</strong>
<br><strong>Prenotazione:
</strong>
necessaria e gratuita su <a href="http://www.teatroofficina.it?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.teatroofficina.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>
| 02.2553200<br><br>
</p>



<p><strong>TEATRO
OFFICINA</strong>
via Sant’Elembardo, 2 Milano | MM1 Gorla | <a href="mailto:info@teatroofficina.it">info@teatroofficina.it</a>
| <a href="http://www.teatroofficina.it?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.teatroofficina.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>  |
02.2553200</p>
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		<title>Il futuro al rogo</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Sep 2019 08:27:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Stop TTIP Italia denuncia l&#8217;accordo UE-Mercosur che minaccia l&#8217;Amazzonia (da http://atlanteguerre.it) Si intitola “Il futuro al rogo” la prima analisi dettagliata degli impatti ambientali, sociali ed economici di un trattato di liberalizzazione che incendia l’Amazzonia&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p> Stop TTIP Italia denuncia l&#8217;accordo UE-Mercosur che minaccia l&#8217;Amazzonia </p>



<p>(da <a href="http://atlanteguerre.it?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://atlanteguerre.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="275" height="183" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/image-7.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13053"/></figure></div>



<p><strong>Si intitola “Il futuro al rogo” la prima analisi dettagliata degli impatti ambientali, sociali ed economici di un trattato di liberalizzazione che incendia l’Amazzonia e distrugge l’agricoltura di qualità</strong>,ed è frutto del lavoro di&nbsp;<strong>Stop TTIP Italia</strong>&nbsp; un gruppo di oltre 270 associazioni, sindacati, consumatori, produttori, docenti, movimenti, coordinamenti esperti e comitati locali che insieme informano, studiano, comunicano, si mobilitano in tutta Italia per fermare l’approvazione del Trattato di Partenariato Transatlantico su commercio e Investimenti (TTIP).</p>



<p><strong>“Nel giorno in cui milioni di giovani scendono in piazza in tutto il mondo con Fridays For Future per chiedere azioni concrete contro il cambiamento climatico”&nbsp; la Campagna Stop TTIP Italia lancia “Futuro al rogo”</strong>,&nbsp; rapporto di analisi su uno dei principali motivi della protesta internazionale: l’accordo UE-Mercosur, un trattato di liberalizzazione commerciale che mette a repentaglio l’ambiente, il clima, l’economia, l’agricoltura e i diritti di intere comunità dalle Americhe all’Europa. E’&nbsp;un esame dal quale emergono segnali preoccupanti, colti anche da organizzazioni di produttori e della società civile internazionale.</p>



<p><strong><em>Serve una bocciatura storica</em></strong></p>



<p>“Nonostante la Commissione Europea sia stata rinnovata e la neopresidente Ursula Von Der Leyen abbia posto tra gli obiettivi cardine del suo mandato un Green Deal per l’Europa – scrive&nbsp;la Campagna Stop TTIP – il suo Commissario al Commercio Phil Hogan ha difeso strenuamente la positività dell’accordo con i paesi del Mercosur. Il tutto, nonostante il governo del suo paese d’origine, l’Irlanda, abbia minacciato la bocciatura della ratifica per gli impatti ambientali e sull’agricoltura nazionale. L’Austria si è spinta oltre, votando un atto parlamentare di indirizzo vincolante per il governo, che lo obbliga a mettere il veto al tavolo del Consiglio dell’UE quando, nella seconda metà del 2020, dovrà dare un parere sulla ratifica”. Per quel che riguarda il Belpaese:&nbsp; «L’Italia dovrebbe agire nella stessa direzione – dichiara Monica Di Sisto, autrice del rapporto e portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – Governo e Parlamento riempiano di contenuto i tanti annunci fatti sull’ambiente e il clima, bocciando subito l’accordo già concluso con il Canada (CETA) e mettendo un veto in Europa sul trattato con il Mercosur».</p>



<p><strong>Cosa dicono i numeri? Al negoziato con il Mercosur (il mercato unico sudamericano composto da Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay)</strong>&nbsp;l’Europa ha ottenuto l’azzeramento dei dazi su auto e parti di auto (che si attestavano in precedenza al 35% del valore), macchinari (che pesavano fra il 14 e il 20%), prodotti chimici (18%) e farmaceutici (14%). Felice anche il settore delle calzature, che vedrà ridursi le barriere (attualmente al 35%) e il tessile a maglia (26%).</p>



<p><strong>“Per il Mercosur – dice il rapporto – il vero vincitore è il settore agricolo: se infatti nel complesso la bilancia commerciale è leggermente a favore dell’Unione Europea, in ambito agricolo lo squilibrio è molto forte</strong>&nbsp;e aumenterà con il trattato. I paesi del Mercosur esportano nel mercato UE prodotti agroalimentari per circa 21 miliardi di euro annui, mentre importano da noi appena 2 miliardi all’anno. L’accordo agevole le importazioni di zucchero e pollame: entrambi i settori beneficeranno di una quota pari a 180 mila tonnellate a dazio zero. Altro comparto che subirà gli impatti del trattato è quello agrumicolo. Spagna e Italia vedranno inasprirsi la competizione con il Brasile, primo produttore mondiale di succo d’arancia, e con l’Argentina, principale produttore di limoni. Non solo: le recenti importazioni di riso da Myanmar e Cambogia hanno indebolito la produzione europea, che ora rischia un altro colpo dall’Uruguay, pronto a beneficiare di una quota di 60 mila tonnellate senza dazi offerta dal trattato. Ma la preoccupazione più grande sembra essere quella di una crescita delle importazioni di carne di manzo, con l’istituzione di una nuova quota di 99 mila tonnellate a tariffa agevolata del 7,5%. Pochi i prodotti a indicazione geografica italiani (55 su oltre 290) tutelati nell’accordo: saranno comunque obbligati a convivere con le loro&nbsp;<em>copie storiche</em>, libere di circolare anche nel mercato europeo sugli scaffali dei supermercati”.</p>



<p><em><strong>Tutti i pericoli del trattato</strong></em></p>



<p><strong>Secondo Monica Di Sisto, «a fronte di un’emergenza climatica dichiarata da sempre più paesi e città e dell’impegno solenne europeo di rispettare e far rispettare l’Accordo di Parigi, il trattato UE-Mercosur alimenta la deforestazione</strong>&nbsp;dell’Amazzonia e non pone alcun vincolo ambientale agli scambi tra Europa, Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, indebolendo anzi quelli esistenti. In cambio di un aumento dell’export di automobili – del quale beneficeranno i produttori tedeschi – l’Europa spalanca le porte ai grandi esportatori del Mercosur, forti competitori delle imprese europee e italiane, senza alcuna valutazione complessiva e vincolante dell’impatto di questa scelta sull’occupazione, l’ambiente, la produzione e il mercato interno».</p>



<p><strong>Il trattato con il Mercosur non promuove adeguatamente il rispetto del principio europeo di precauzione, ma indebolisce i controlli su prodotti provenienti da Paesi in cui sono legali centinaia di pesticidi da noi proibiti</strong>, circolano liberamente OGM e cibo putrefatto, come accertato dai recenti scandali che hanno coinvolto grandi gruppi dell’agrobusiness brasiliani. Resta inevasa la questione delle crescenti violazioni dei diritti umani in Brasile e in altri paesi del blocco, che non sembrano turbare le istituzioni europee.</p>



<p><strong>Se ratificato, l’accordo darà vita a una ventina di comitati tecnici che, con l’obiettivo di “facilitare” il commercio tra Mercosur e Unione Europea, passeranno al setaccio le normative considerate “irritanti”</strong>&nbsp;con l’obiettivo di ammorbidirle, anche se per ottenerle sono state necessarie importanti battaglie sociali o ambientali.</p>



<p><strong>Le organizzazioni ambientaliste e della società civile, compreso il movimento Fridays For Future, hanno protestato inoltre contro il rischio concreto che l’aumento dell’export di carne di manzo dal Brasile aumenti la deforestazione e gli incendi in Amazzonia,</strong>&nbsp;esponendo i piccoli produttori agricoli italiani ed europei a una insopportabile competizione con i colossi multinazionali che fanno grandi affari con le monocolture argentine e brasiliane. In cambio, l’industria latinoamericana a più alto contenuto tecnologico verrà schiacciata sotto un’ondata di esportazioni europee, dalle automobili alle macchine utensili.</p>
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