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	<title>Canada Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Inuit: la magia della vita</title>
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					<description><![CDATA[<p>di Barbara Raccuglia Con Spiralkampagnen: Forced Contraception and Unintended Sterilisation of Greenlandic Women di Juliette Pavy, vincitrice del Sony World Photography Awards 2024, scopriamo che tra il 1966 e il 1975, quasi 4500 donne&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>di Barbara Raccuglia </p>



<p></p>



<p>Con <strong><em>Spiralkampagnen: Forced Contraception and Unintended Sterilisation of Greenlandic Women</em></strong> di Juliette Pavy, vincitrice del Sony World Photography Awards 2024, scopriamo che tra il 1966 e il 1975, quasi 4500 donne e ragazze indigene furono sottoposte a trattamenti di contraccezione forzata, senza consenso, attraverso l’impianto di spirali intrauterine. </p>



<p>Le autorità danesi decisero di attuare un programma di manipolazione eugenetica, al fine di portare la popolazione Inuit ad una drastica riduzione del tasso di natalità. Un caso ennesimo di razzismo, dove un gruppo di persone (come nella maggior parte dei casi europei), sceglie le sorti di un popolo altro,  considerato non civile, pena le loro usanze lontane, da abitudini bene adattate alle società del capitale.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://lh7-us.googleusercontent.com/EQajg4hclEpbQYW-Gdzker-E2Ovqxsl94JiEuno-tUBh8aSlBPDZcqRHED1OR3xBbq0v1SyaB_GhiKwCAa_J0nvN6pGsD_s2qBBMzJxlms4n8qeRBN82bd7ruklVOpa1pqOpa0KiVV_V36Mln8Qcxg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>La prima donna, ad aver raccontato la sua esperienza, è <strong>Naja Lyberth</strong>, oggi psicologa ed attivista. Quando aveva 13 anni, nei primi anni &#8217;70, un medico disse a Naja di recarsi all’ospedale locale per un piccolo intervento, in seguito a una visita medica scolastica di routine. “Non sapevo bene di cosa si trattasse perché non mi ha mai spiegato né chiesto il permesso”, racconta Naja, che all&#8217;epoca viveva a Maniitsoq, una piccola città sulla costa occidentale della Groenlandia. “Avevo paura. Non potevo dirlo ai miei genitori”, racconta alla BBC. “Ricordo i dottori in camice bianco, e forse c&#8217;era un&#8217;infermiera. Ho visto le cose metalliche, dove si dovevano aprire le gambe. Era molto spaventoso. L&#8217;attrezzatura usata dai medici era così grande per il mio corpo di bambina: era come avere dei coltelli dentro di me”.</p>



<p>Naja ed altre 66 donne inuit,&nbsp;hanno deciso di fare causa al governo danese, per la contraccezione forzata chiedendo un grosso risarcimento economico, al momento non quantificabile.</p>



<p>Il governo di Copenaghen, e quello autonomo della Groenlandia&nbsp;hanno aperto un’inchiesta, grazie a un podcast prodotto dalla tv danese nel 2022.</p>



<p>Quest’ultima è riuscita a trovare documenti relativi al programma del governo danese volto a limitare le nascite della popolazione inuit per risparmiare sul welfare.&nbsp;La campagna, definita&nbsp;<em>Danish Coil Campaign</em>, portò al dimezzamento del tasso di natalità in Groenlandia.&nbsp;In seguito al clamore suscitato dalla presa di coscienza di questi eventi, il governo danese ha istituito una commissione d’inchiesta per far luce sulle vicende che avvennero tra il 1960 e il 1991, anno in cui il sistema sanitario dell’isola divenne autonomo. La promessa di Copenaghen è quella di pubblicare l’esito delle indagini nel 2025. Molte vittime della campagna hanno però già espresso la loro contrarietà sui tempi di attesa.</p>



<p>Oggi al posto di eschimesi, termine dal significato dispregiativo in quanto significa “coloro che mangiano carne cruda”, viene utilizzato il termine inuit, nella lingua&nbsp;<strong>inuktitut “il popolo”</strong>. Gli inuit rappresentano oggi l’89% della popolazione totale della Groenlandia, che si aggira intorno alle 57mila persone. L’isola, la più grande, nonché l’area più a nord del mondo, è divenuta parte del regno danese tramite formula dell’unione personale nel 1953. Grazie a quest’ultima, Groenlandia e Danimarca condividono il capo di Stato mantenendo però autonomia di istituzioni e di governo. La lontananza ha sempre permesso a questo popolo di vivere in un isolamento quasi totale fino all’arrivo delle flotte baleniere nel secolo scorso.&nbsp;Da allora la Danimarca ha cercato di “<em>portare la civilizzazione</em>&nbsp;al popolo inuit, in modo che permettesse loro di sopravvivere come popolo”&nbsp;spiegava il Dipartimento per l’amministrazione della Groenlandia nel 1952.</p>



<p>&nbsp;I dispositivi impiantati, in molti casi, risultarono troppo grandi per i corpi delle ragazze, spesso bambine, andando a causare seri problemi di salute, da dolori acuti, a emorragie interne e infezioni addominali, e in alcuni casi, anche all’infertilità. Molte donne rimasero per decenni all’oscuro di aver subito questa pratica, finché i dispositivi non vennero trovati da altri ginecologi.</p>



<p>Il governo dovette inoltre, di recente, scusarsi e pagare un compenso a 6 inuit che erano stati portati via dalle loro famiglie negli anni 50 come parte di un piano per la costruzione di una élite di lingua danese in Groenlandia. Il progetto allora prevedeva la separazione di 22 bambini tra i sei e i dieci anni dalle loro famiglie inuit per essere educati in Europa. L’obiettivo finale era quello di poter facilitare da adulti una modernizzazione della società groenlandese. Dei 22 bambini, solo 16 fecero ritorno in Groenlandia l’anno successivo, gli altri vennero adottati da famiglie danesi. Al rientro, vennero obbligati a vivere in un orfanotrofio per preservare le abitudini e la lingua imparate in Danimarca. Questo portò a un forte allontanamento dei bambini non solo dalla loro cultura, ma dalle famiglie e dalla comunità.&nbsp;Anche in questo caso i bambini, parte dell’esperimento, rimasero spesso all’oscuro del reale motivo per cui da piccoli erano stati separati dalla famiglia. Fatti che emersero grazie a ricerche eseguite nell’archivio nazionale.</p>



<p>Similmente, l’anno scorso, il governo canadese è stato costretto a sborsare 2,8 miliardi di dollari di risarcimento a causa di un processo di assimilazione forzata avvenuto tra il 1884 e il 1998. Un processo in cui i&nbsp;bambini delle popolazioni Inuit e Métis venivano strappati alle loro famiglie&nbsp;per ricevere un’assimilazione culturale forzata all’interno di scuole residenziali governative. L’obiettivo del progetto era quello di compiere un vero e proprio genocidio culturale, sradicando definitivamente lo stile di vita degli aborigeni nel territorio canadese, e utilizzando anche metodi particolarmente violenti nel farlo. Dei 150mila bambini che fecero parte del progetto,&nbsp;buona parte morì a causa di malattie&nbsp;e malnutrizione, e chi sopravvisse raccontò storie di&nbsp;violenza fisica, sessuale e psicologica.<br></p>
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		<title>“LibriLiberi”. Chiedi perdono</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Aug 2022 08:39:09 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/Chiedi-perdono.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="650" height="1013" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/Chiedi-perdono.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16526" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/Chiedi-perdono.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 650w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/Chiedi-perdono-192x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 192w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></figure>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Molti lo avranno letto, un romanzo pubblicato prima da Adelphi (e per me è garanzia di qualità) e poi da Mondadori, negli Oscar, proprio per il successo ottenuto: si tratta di “Chiedi perdono” di Ann-Marie MacDonald, autrice/attrice anche di pièce che ambienta la storia nella Nuova Scozia, sull&#8217;isola brulla e algida di Cape Breton, di fronte al Canada, terra di origine della stessa scrittrice. </p>



<p>Sul finire dell&#8217;Ottocento, un giovane bianco (James, l&#8217; “enclese”, l&#8217;inglese) e una bambina nera (Materia, libanese) vivono una passione proibita e fugace che avrà terribili conseguenze per le generazioni future, in particolare per le tre figlie &#8211; Kathleeen, Mercedes, Frances &#8211; e per una nipote, Lily.</p>



<p>Una trama complessa che accompagna il lettore nella foschia dell&#8217;animo umano, in cui ogni personaggio avrà, per colpa diretta o suo malgrado, qualcosa da farsi perdonare; molte le voci delle figure femminili, spesso sacrificali per salvare un mondo alla deriva, intriso di vanità, valori distorti, di ingiustizie gratuite; una realtà poco distante dai nostri tempi dove la banalità del Male cresce giorno dopo giorno fino a diventare, in alcuni casi, estrema e dove l&#8217;humus da cui nasce l&#8217;odio è quello del razzismo, della guerra, del narcisismo, ieri come oggi, appunto. E allora, nel racconto, si susseguono incesti, morti, suicidi e può sembrare troppo. Ma la struttura e lo stile narrativo &#8211; che fanno parlare i protagonisti così come chi scrive, con l&#8217;aggiunta di parti in esergo che rimandano ad altri testi poetici e non solo &#8211; preparano un percorso spirituale grazie all&#8217;identificazione e alla proiezione &#8211; come al Cinema, come a Teatro &#8211; che tiene legati alla lettura, coinvolgendo la mente e le emozioni, anche di fronte alle situazioni descritte più abiette.</p>



<p>Le parti del romanzo sono divise in “libri” come se si trattasse di una Bibbia laica e contemporanea, di un Vecchio testamento dove, dicevamo, le colpe sono punite con la stessa crudeltà del contappasso, ma dove al termine &#8211; e punteggiato da celati segnali tutti da cogliere &#8211; si fa strada la luce di una metànoia, individuale e collettiva.</p>



<p>Vi è chi accorda il perdono agli altri e chi, per prima cosa, farà di tutto per guarire se stesso.</p>



<p>“<em>A Lily i veterani non fanno ribrezzo. Le dispiace per loro, hanno subìto delle ferite orribili, ma la pietà è un balsamo velenoso. Lily ha vissuto in prima persona la pietà, ma non sapeva come definirla, sapeva soltanto che le metteva una paura tremenda. Era come scomparire e diventare un fantasma. Avendo vissuto la propria sparizione, sa benissimo quant&#8217;è importante per le persone essere viste, perciò con gli occhi  non si limita a guardarle – neanche quelle cieche –, ma le cerca, casomai si fossero perse e avessero bisogno di essere ritrovate”.</em></p>
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		<title>Papa Francesco in Canada (24-30 luglio)</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jul 2022 07:42:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Canada, richieste di risarcimento per i bambini indigeni costretti neicollegi &#8211; &#8220;La Chiesa cattolica ha pesanti colpe&#8221; Papa Francesco deve garantire che le famiglie indigene in Canada siano risarcite per le sofferenze inflitte ai&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><br>Canada, richieste di risarcimento per i bambini indigeni costretti nei<br>collegi &#8211; &#8220;La Chiesa cattolica ha pesanti colpe&#8221;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/papa.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="806" height="460" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/papa.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16497" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/papa.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 806w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/papa-300x171.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/07/papa-768x438.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 806px) 100vw, 806px" /></a></figure>



<p>Papa Francesco deve garantire che le famiglie indigene in Canada siano risarcite per le sofferenze inflitte ai loro figli nei collegi. È quanto<br>chiede l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) al Pontefice, che domenica inizierà un “viaggio di penitenza” di sei giorni in Canada. Le scuse personali ai sopravvissuti delle cosiddette scuole residenziali sono benvenute, ma non sono affatto sufficienti a compensare la grave colpa della Chiesa cattolica per la morte e la traumatizzazione di tanti bambini indigeni. È necessario anche un risarcimento finanziario concreto, come già avviene per le vittime di abusi da parte della Chiesa cattolica in Europa.</p>



<p>Tra la metà del XIX secolo e il 1996, in Canada più di 150.000 bambini sono stati strappati alle loro famiglie e mandati in collegi. Più di<br>3.200 alunni non sono sopravvissuti agli abusi e alle violenze sessuali.<br>Il 70% delle 130 scuole era gestito dalla Chiesa cattolica.</p>



<p>Quello che è successo allora è orribile: i bambini piccoli sono stati sistematicamente separati dai loro genitori, sono cresciuti in case<br>senza amore, sono stati picchiati, abusati e torturati psicologicamente con la motivazione che dovevano essere assimilati. I bambini che non sopravvivevano a questa situazione venivano di solito sepolti in tombe senza nome, senza che i loro genitori ne fossero informati. La Chiesa cattolica deve essere accusata per aver giocato un ruolo di primo piano in tutto questo e di aver sostenuto il sistema statale di oppressione delle First Nations, dei Metis e degli Inuit. Ora ci deve essere un risarcimento anche da parte della Chiesa.</p>



<p>Le popolazioni indigene soffrono ancora oggi per il trauma inflitto loro nelle scuole residenziali. Non c’è ancora un accesso libero ai documenti della chiesa su queste scuole residenziali per i sopravvissuti, i genitori e i parenti. È quasi impossibile per loro saperne di più sulla sorte dei loro figli morti o anche sui nomi dei responsabili. E infine i responsabili ancora in vita di questi crimini devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni!</p>
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		<title>Messico. Forum Sociale mondiale sulle MIGRAZIONI</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Dec 2018 09:55:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Mayra Landaverde Il giorno è arrivato e, nonostante la iniziale confusione al bancone informazioni e anche sul programma del forum, sono riuscita a trovare la sala . Il laboratorio che Associazione per i Diritti&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/Screenshot_2018-10-18-18-17-25.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11821" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/Screenshot_2018-10-18-18-17-25.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="720" height="425" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/Screenshot_2018-10-18-18-17-25.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/Screenshot_2018-10-18-18-17-25-300x177.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">di Mayra Landaverde</p>
<p align="JUSTIFY">Il giorno è arrivato e, nonostante la iniziale confusione al bancone informazioni e anche sul programma del forum, sono riuscita a trovare la sala .</p>
<p align="JUSTIFY">Il laboratorio che <em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> ha proposto in questo evento si è rivelato utilissimo e interessante.</p>
<p align="JUSTIFY">Hanno partecipato attivisti haitiani, messicani, francesi e statunitensi.</p>
<p align="JUSTIFY">Abbiamo discusso a lungo sulle somiglianze delle proprie frontiere.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli attivisti francesi ci hanno raccontato dei migranti  vittime del trattato di Dublino che, una volta arrivati in Francia dall&#8217;Italia, vengono respinti più e più volte.</p>
<p align="JUSTIFY">Una delle loro attività principali per far conoscere le persone straniere alle persone francesi e viceversa è quella di invitare le famiglie a trascorrere alcuni giorni nelle case degli immigrati per fa vedere che non siamo poi così diversi. Dalla condivisione di questa loro esperienza gli attivisti statunitensi hanno deciso di fare lo stesso nelle loro città.</p>
<p align="JUSTIFY">Il nostro laboratorio è stato un ponte fra persone che vivono lontanissimo e che dedicano la propria vita al nostro stesso scopo. Due giovani compagni di un’organizzazione canadese ci dicono come anche in Canada sia importantissima la giusta e degna accoglienza.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/logo.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-11820 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/logo.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="228" height="301" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/logo.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 228w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/logo-227x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 227w" sizes="(max-width: 228px) 100vw, 228px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">La loro associazione si chiama <em>La Maison d’Haiti</em>, fondata nel 1972, che da sempre si è concentrata su quattro aspetti: l’istruzione, i nuovi arrivati, i giovani e le donne.</p>
<p align="JUSTIFY">Per sapere di più sulla loro organizzazione qui il loro sito: <a href="http://www.mhaiti.org?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.mhaiti.org?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">Abbiamo conosciuto anche due donne coraggiose che portano avanti un bel progetto nelle scuole, niente meno che in una delle città più pericolose al mondo, Ciudad Juarez. Lucero de Alva, autrice del libro “Pita y los girasoles” e la maestra Graciela Codina portano la storia di Pita protagonista del libro che ha come “missione” riempire di girasoli la città per addolcire le sue pericolose strade.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/index.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11819" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/index.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="207" height="243" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Si presentano nelle scuole dello stato di Chihuahua nel nord del Messico regalando libri ai bambini e offrendo semi di girasole, che per ogni buona azione dei ragazzi dovrebbero poi sbocciare in fiori. E’ un’azione che può sembrare banale ma non lo è per niente, bisogna offrire dolcezza a tutti questi bambini che purtroppo sono circondati da violenza.</p>
<p align="JUSTIFY">Se volete conoscere da vicino tutto il tragitto che fa Pita potete trovare la sua pagina fb:<span style="font-size: x-large;"><a href="https://www.facebook.com/PitaylosGirasoles/?utm_source=rss&utm_medium=rss"> https://www.facebook.com/PitaylosGirasoles/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></span></p>
<p align="JUSTIFY">Come conclusione abbiamo parlato su cosa fare per lottare in modo concreto ed efficace contro il clima di razzismo che dilaga nel mondo.</p>
<p align="JUSTIFY">Crediamo che l’unico modo di combattere l’odio sia principalmente quello di lavorare su due settori: la scuola e i mezzi di comunicazione. I bambini passano gran parte del giorno nelle aule scolastiche, gli adulti s’informano attraverso i media.</p>
<p align="JUSTIFY">Un’educazione e un&#8217; informazione responsabili, umana e veritiera produrrebbero sicuramente cittadini consapevoli e sensibili.</p>
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		<title>Le alternative al liberismo si discutono nella tana del lupo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Aug 2016 15:59:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Riflessioni a 360° sul Forum Sociale Mondiale che si sta svolgendo a Montreal.  di Vittorio Agnoletto (www.vittorioagnoletto.it) “Queste sarebbero le nazioni che pretendono di darci lezioni di democrazia? In verità  l’occidente ha paura del&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><span dir="LTR"><i>Riflessioni a 360° sul Forum Sociale Mondiale che si sta svolgendo a Montreal. </i></span></p>
<p><span dir="LTR">di Vittorio Agnoletto (www.vittorioagnoletto.it)?utm_source=rss&utm_medium=rss</span></p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR">“Queste sarebbero le nazioni che pretendono di darci lezioni di democrazia? In verità  l’occidente ha paura del confronto sulle idee e sulle nostre proposte. Noi siamo portatori di idee non di bombe” Questa la dura reazione di Aminata Traore’, attivista dei diritti umani, già  ministra della cultura del Mali</span><span dir="LTR">. Sono oltre 250 gli attivisti e i dirigenti sindacali e dei movimenti sociali ai quali è stato rifiutato il visto per entrare in Canada per partecipare a Montreal al 12° Forum Sociale Mondiale. Nonostante una dichiarazione di protesta firmata da centinaia di associazioni di tutto il mondo non è pervenuta alcuna reazione da parte del governo canadese che mostra assoluta indifferenza alle critiche ampiamente riprese dai media. </span></p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR">Il numero esiguo di rappresentanti del sud del mondo sta modificando sensibilmente l’andamento del Forum; non c’è  dubbio che il tentativo di costruire, attraverso il primo Forum realizzato nel nord del mondo, un ponte tra le emergenze sociali dei due emisferi abbia subito un arresto. Tuttavia questo non significa il fallimento del Forum che si sarebbe trasformato in una “scommessa persa” come viene sostenuto ad esempio da Sara Gandolfi sul Corriere, uno dei pochi media </span><span dir="LTR"><i>mainstream </i></span><span dir="LTR">di casa nostra che ha scritto sull’argomento. Anzi, paradossalmente questa obbligata e imposta pausa di riflessione, può aiutarci a riprendere il cammino con maggior forza.</span><span id="more-1596"></span></p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR"><b><i><u>Il Forum si  trasforma</u></i></b></span></p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR">Il Forum nato a Poro Allegre 15 anni fa, nel 2001, pur dentro un approccio globale, leggeva il mondo attraverso uno sguardo al cui centro c’era il rapporto nord/sud con i temi della solidarietà  e della cooperazione internazionale, la denuncia delle politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale in Africa, tutto questo letto con una forte sensibilità terzomondista. Sullo sfondo la discussione e l’analisi si ampliava al crescente dominio della finanza e al ruolo delle nuove istituzioni internazionali quali il WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio.</span></p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR">Oggi la drammatica crisi sociale ed economica che investe tutto il mondo e in particolare modo l’emisfero nord-occidentale ci obbliga, se vogliamo essere realisti e credibili anche per i nostri concittadini, a puntare lo sguardo innanzitutto sui nostri territori, a sforzarci di trovare soluzioni idonee ad affrontare la pesante realtà del nostro quotidiano con proposte capaci di porre al centro anche nelle nostre nazioni i temi della redistribuzione della ricchezza, della giustizia sociale, della democrazia reale e quindi dell’accesso libero e generalizzato al sapere e alle nuove tecnologie. </span></p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR">Nel 2001 il 20% della popolazione possedeva l’80% della ricchezza, oggi l’8,7% possiede, secondo Credite Suisse l’85% della ricchezza globale. Questa concentrazione del potere economico sempre più  nelle mani di pochi testimonia certamente un ulteriore impoverimento dei Paesi del sud del mondo, ma anche i tanti &amp;sud&amp; che si sono sviluppati nel ricco nord del pianeta.</span></p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR">Questo non significa assolutamente ignorare la catastrofe economica, sociale ed umanitaria che travolge intere regioni del mondo, ed infatti i temi dell’emigrazione, dei rifugiati, dell’accaparramento delle risorse, delle terre e dell’acqua hanno grande spazio nelle discussioni che si sviluppano qui a Montreal. Significa avere uno sguardo globale ma partendo dalla consapevolezza della propria situazione.E questo oggi è l’unico modo serio per poter contribuire a modificare la situazione anche nel sud del mondo. Il Forum che si sta svolgendo a Montreal ci può,  seppure con i suoi limiti, aiutare a compiere questo percorso.</span></p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR"><b><i><u>Da “Occupy Wall Street” al Forum</u></i></b></span></p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR">I soggetti che oggi hanno organizzato il Forum sono molto diversi da quelli che lo hanno fondato nel 2001: allora i protagonisti indiscussi erano la CUT, il grande sindacato brasiliano, i Sem Terra e via Campesina, le grandi organizzazioni contadine diffuse in America Latina, in Africa e in Asia; in collaborazione, ma in seconda fila, con Attac, l’organizzazione nata nel nord del mondo, in Francia, con l’obiettivo di tassare le speculazioni finanziarie. Era la fotografia di due attraversamenti, quello a cavallo dell’Equatore e quello tra i due millenni.</span></p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR">Questa complessità permane tutta ed infatti  qui nel Forum vi sono importanti incontri sugli accordi commerciali internazionali tra via Campesina, e le organizzazioni dei coltivatori del Quebec e perfino le associazioni dei nativi di queste terre; ma gli organizzatori di questo Forum hanno alle spalle un’altra storia: provengono da “Occupy Wall Street”, dalle lotte studentesche contro la privatizzazione del sapere e per un web libero, dalla lotta contro i grandi oleodotti, contro le pipeline, dall’impegno per un’energia pulita, contro un modello di sviluppo energivoro fondato sui combustibili fossili. </span></p>
<p class="normal" align="justify"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/FSM-2016.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6618" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-6618 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/FSM-2016.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="FSM-2016" width="191" height="200" /></a></p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR"><b><i><u>Cambiare il pianeta partendo dalla nostra condizione </u></i></b></span></p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR">Sono giovani tra i 20 e i trent’anni, frequentano assiduamente il mondo del web, non portano sulle loro spalle il ‘900 ma conoscono, hanno sperimentato da sempre, il dominio della finanza e dei mercati sulle loro vite e hanno piena consapevolezza dell’assenza di una qualunque tutela sul loro futuro. Conoscono forse meno la storia coloniale, ma sanno tutto del WTO, del TTIP, degli accordi TRIPs sulla proprietà intellettuale e sui medicinali, organizzano campagne per la chiusura dei paradisi fiscali e per la messa al bando nella finanza dei &amp;derivati&amp;. </span></p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR">Frequentano le università ed hanno trascinato centinaia di loro professori al Forum dove li troviamo impegnati in dibattiti complessi. Cresciuti in un mondo dominato dalle multinazionali, hanno chiuso rigidamente la porta a qualunque offerta di sponsorizzazione avanzata da compagnie telefoniche, da catene distributive ecc.; consapevoli dell’importanza del ruolo delle istituzioni – sia da un punto di vista democratico che nella redistribuzione della ricchezza e nella gestione del welfare, il sistema di sicurezza sociale – hanno fatto di tutto per coinvolgerle nella preparazione e nella partecipazione ai dibattiti</span>.</p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR">Ecco perché  pur con tutti i limiti, il Forum che si sta svolgendo a Montreal, rappresenta comunque un’opportunità per chi, anche nel nord del mondo, non rinuncia a cercare delle alternative al dominio del sistema liberista.</span></p>
<p class="normal" align="justify"><span dir="LTR">Una pausa di riflessione con un profondo lavoro su noi stessi, per riprendere, con maggior forza un percorso condiviso con tutti coloro ai quali, qui a Montreal, è  stata chiusa la porta in faccia.</span></p>
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