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		<title>Mai più. La vergogna italiana dei lager per immigrati</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Nov 2019 03:41:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Con il settimanale Left è da poco uscito il libro &#8220;Mai più. La vergogna italiana dei lager per immigrati&#8221;  avente come tema la detenzione amministrativa dei migranti &#8220;irregolari&#8221; in Italia, dai CPTA ai CPR. Si tratta di un tentativo di raccontare oltre 20 anni di abusi, di fallimenti, di vicende che poco sono state raccontate e che poco, ad avviso di chi lo ha realizzato, rendono onore alla storia democratica di questo paese.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/c0eeab20-c50d-4a7d-a7e0-b69aaf363d4a-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13250" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/c0eeab20-c50d-4a7d-a7e0-b69aaf363d4a-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/c0eeab20-c50d-4a7d-a7e0-b69aaf363d4a-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/c0eeab20-c50d-4a7d-a7e0-b69aaf363d4a.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></div>



<p> A cura di Yasmine Accardo (Campagna LaciateCI entrare) e Stefano Galieni (Adif, Assoicazione Diritti e Frontiere)</p>



<p>Ecco l&#8217;introduzione al testo: </p>



<p>“Centri
di Permanenza Temporanea e Assistenza” fu il nome che venne dato
alle prime strutture di detenzione amministrativa per migranti sorte
in Italia dopo l’approvazione della legge Turco-Napolitano. Correva
l’anno 1998 e già da allora si diceva nel centro sinistra, che
bisognava coniugare “accoglienza e sicurezza”, ponendo l’accento
sempre più sul secondo termine. I CPTA, acronimo delle strutture (ma
la A di assistenza venne dimenticata), vennero realizzati in maniera
improvvisata prima ancora di dare loro un quadro normativo.</p>



<p>Per la prima volta nel nostro paese, nel resto d’Europa era già prassi, si poteva privare le persone della libertà personale in virtù del fatto che la loro presenza non era considerata regolare. La finalità dei centri riguardava gli “stranieri destinatari di un provvedimento di espulsione con accompagnamento coattivo alla frontiera non immediatamente eseguibile”. Persone che non avevano commesso reati ma rinchiuse per ciò che erano. Per facilitare i rimpatri delle persone non gradite, l’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano si affrettò a siglare i primi accordi bilaterali di riammissione con alcuni paesi del Nord Africa che raramente produssero i risultati sperati.</p>



<p>I centri, in cui si poteva restare rinchiusi fino ad un mese in attesa dell’espulsione, nacquero da un giorno all’altro e senza organicità. A Lampedusa, non c’era ancora la struttura di Contrada Imbriacola quindi le persone venivano tenute nei pressi dell’aeroporto e poi di un’ex base militare. Non risultava inquadrato come CPTA ma di fatto la sua funzione era quella. A Trapani venne preso in affitto un ospizio in disuso, il Serraino Vulpitta, e ci si realizzarono delle celle, a Roma si utilizzò parte di una caserma nei pressi dell’aeroporto di Fiumicino, a Ponte Galeria, e poi Agrigento, Bari, Brindisi. Già da allora i servizi di “assistenza” (sanità, pasti ecc.) vennero dati in gestione a imprese o cooperative che a volte partecipavano a gare pubbliche, più spesso ottenevano un affidamento diretto, con un business enorme. La sorveglianza esterna e la repressione interna in caso di emergenze era (come ancora oggi) gestita dalla locale prefettura e quindi attraverso personale dei diversi corpi dello Stato. Anche per questo furono in molti a “offrirsi” per fornire strutture adeguate, da Don Cesare Lo Deserto che fece rapidamente trasformare il suo centro Regina Pacis, prima adibito all’accoglienza, in un CPT, alle città di Milano (Via Corelli), Torino, (Corso Brunelleschi), Bologna (Via Mattei). A Modena ne sorse uno gestito dalle Misericordie il cui presidente, Daniele Giovanardi, fratello gemello del più noto uomo politico, non nascondeva pubblicamente di usare gli introiti ricavati per acquistare le ambulanze dell’ospedale di cui era primario. E poi Foggia, Crotone (Isola Capo Rizzuto) accanto a un immenso campo di accoglienza, Lamezia Terme, (gestito da un responsabile della protezione civile al posto di una comunità di accoglienza per tossicodipendenti). Nel 2006 si aprì il CPT di Gradisca D’Isonzo, ribattezzata la “Guantanamo italiana” per l’uso di tecnologia avanzata atta a impedire fughe, rivolte, socialità eccessiva fra gli “ospiti”. Sì perché chi vi era trattenuto non era considerato detenuto ma “ospite” al punto che se riusciva a fuggire, nonostante si scatenassero le caccie all’uomo, i responsabili per negligenza non potevano essere perseguiti. A Ragusa ne aprì uno solo per donne in pieno centro della città con telecamere interne alle stanze delle “ospiti” e con personale quasi esclusivamente maschile, chiuse quello di Agrigento per difficoltà di gestione e ne venne aperto uno a Caltanissetta (località Pian Del Lago), si spostò quello di Bari, per pochi mesi ne restò aperto uno a Trieste mentre nelle altre città si rese difficile la loro realizzazione sia per l’opposizione degli enti locali più spesso perché popolazione, movimenti sociali (insieme a difficoltà di reperire strutture idonee), ne impedirono la realizzazione, come nel caso di Corridonia, nel maceratese. Nel frattempo era entrata in vigore la Bossi–Fini, che raddoppiava i tempi massimi di trattenimento (da 30 a 60 giorni) ma si andava rapidamente dimostrando il fallimento di tale approccio all’immigrazione. I centri sin dalla loro apertura si erano dimostrati luoghi da cui si tentava di fuggire e in cui si moriva. La notte di Natale del 1999 veniva trovato morto, nel CPT di Ponte Galeria, Mohamed Ben Said, mascella rotta e forse imbottito di psicofarmaci. Pochi giorni dopo, il 28 dicembre, alcuni “ospiti” tentarono la fuga dal “Serraino Vulpitta” di Trapani, vennero ripresi, rimessi in cella e, sembra, uno di loro riuscì a dar fuoco al materasso. Non si trovarono le chiavi per aprire e in 6 trovarono una morte atroce (uno di loro dopo 3 mesi di agonia), non funzionavano gli estintori, insomma una strage annunciata in una struttura anche inadeguata al trattenimento.</p>



<p>C’è
un calcolo macabro scomparso dalla storia ufficiale, quello di coloro
che hanno perso la vita a causa della detenzione in questi spazi in
cui non valevano e non valgono nemmeno le garanzie dei regolamenti
penitenziari. Fra tentativi di fuga, mai chiariti malori, suicidi
parliamo, per difetto, di una trentina di morti. Senza contare gli
innumerevoli atti di autolesionismo, gli equilibri psicofisici
spezzati da mesi di privazione della libertà, la repressione sempre
seguita a rivolte e sommosse per la qualità del cibo, per avere
colloqui con parenti e avvocati, per difficoltà strutturali
derivanti da spazi pensati esclusivamente come zoo temporanei per
persone.</p>



<p>Per
parecchi anni, soprattutto fino al 2007, si sono realizzate
mobilitazioni per chiedere la chiusura dei centri, giudicati dai più
irriformabili, la più grande a Torino nell’inverno 2002, ma tante
e in tutte le città in cui c’erano CPT o in cui si minacciava di
aprirli. Mobilitazioni a volte creative e che riuscivano a parlare
alla popolazione e alle persone rinchiuse, in altri casi aspramente e
duramente conflittuali, spesso represse dalle forze dell’ordine.</p>



<p>Ma
anche nei palazzi della politica, per alcuni anni, ci si interrogò
sul senso di queste strutture che non sono state “imposte
dall’Europa” come ha lasciato passare una vulgato pseudo
progressista (l’Europa con Schengen ha solo chiesto a ogni Stato di
vigilare sui propri confini), ma create più per soddisfare esigenze
propagandistico securitarie che già da allora venivano utilizzate da
buona parte del parlamento. Ci furono però parlamentari, senatori ed
europarlamentari che cominciarono, essendo gli unici ad avere il
mandato ispettivo, a visitare quei luoghi, a denunciarne le carenze e
le condizioni di vita che vi venivano imposte, a provare a scardinare
questo sistema. Certo, di centri ce ne erano in tutta Europa, nel
2005 (fonte Migreurop) 174, in Italia si arrivò a un massimo di 14
strutture che costarono milioni di euro l’anno e che, anche in base
agli scopi per cui erano stati aperti si dimostrarono fallimentari. I
dati di 14 anni fa indicano come al massimo il 48% delle persone
trattenute veniva poi effettivamente rimpatriato con costi che si
aggiravano attorno agli 8000/12000 euro per ogni espulsione. Il tutto
per detenere 2000/3000 persone l’anno, rispetto ai dichiarati “500
mila clandestini”, in parte rinchiusi nei centri dopo periodi di
detenzione in cui non erano stati identificati, i cui provvedimenti
di convalida del trattenimento erano affidati a giudici di pace (mai
utilizzati finora per autorizzare la limitazione della libertà
personale) e che, una volta non rimpatriati, tornavano fuori in
condizioni di irregolarità con l’obbligo di lasciare entro pochi
giorni il territorio nazionale ma senza alcun paese intenzionato ad
accoglierli.</p>



<p>Solo
propaganda insomma e costruzione della fortezza escludente per
rinchiudere il “nemico interno” e dimostrare che lo Stato si
prende cura della sicurezza dei cittadini. Oltre che gli ex detenuti
sono finiti nei centri persone che avevano perso il lavoro e quindi
il diritto di restare in Italia, richiedenti asilo a cui non era
stata riconosciuta la protezione internazionale o umanitaria,
lavoratori e lavoratrici al nero (in particolar modo nel lavoro di
cura), vittime di tratta per sfruttamento sessuale che non
usufruivano delle normative atte a tutelarle, a volte persino minori.</p>



<p>Nel
2006 venne istituita una Commissione indipendente per analizzare il
funzionamento dei CPT, presieduta dal diplomatico Staffan De Mistura,
che presentò un suo rapporto il 1 febbraio del 2007. La conclusione
era pilatesca: i CPT non dovevano essere chiusi ma “superati”,
riducendo al minimo il numero delle persone da trattenere, il tutto
proprio mentre si riconosceva il fallimento di tali strutture. Nel
2009 col cambio di governo, il nuovo ministro dell’Interno, Roberto
Maroni, incentivò invece l’utilizzo dei trattenimenti. I CPT
cambiarono acronimo diventando CIE (Centri per l’Identificazione e
l’Espulsione) rompendo almeno una ipocrisia di fondo e si portò a
6 mesi il tempo massimo di trattenimento, trasformandoli di fatto in
carceri senza neanche gli elementi propri di un sistema penitenziario
e dando via così a un ciclo di rivolte e sommosse. Non solo non
aumentò il numero dei rimpatriati (per gli stessi funzionari di
polizia chi non è identificato nei primi 15 giorni raramente riesce
a rientrare nei programmi di rimpatrio coattivo), ma aumentarono le
rivolte e le sommosse, ancora monitorate da società civile e meno
dalla politica. Uno degli aspetti poco considerati di quel periodo
riguarda il cospicuo business dei CPTA. In ogni città in cui se ne
creava uno era la locale prefettura a definire l’ente gestore,
raramente con gara pubblica d’appalto, col risultato che c’erano
centri in cui il costo di un trattenuto al giorno era di 72 euro
(Modena, Misericordie di Daniele Giovanardi) e altri in cui si scese
a 26 euro (Malgrado Tutto, Lamezia Terme). Si aggiunga il costo della
vigilanza, affidato ai vari corpi militari e di polizia dello Stato e
l’indennità percepita da ogni prefetto della città in cui nasceva
un centro. In molte strutture poi, per garantire i servizi, si giunse
a definire una clausola per cui, anche in caso di centro poco
affollato, l’ente preposto percepiva giornalmente la somma
spettante qualora i presenti fossero il 50% +1 dei posti stabiliti.
Impossibile rimetterci insomma.</p>



<p>Nel
2011 il governo arrivò a vietare a giornalisti, operatori di
organizzazioni umanitarie non accreditati, amministratori locali e a
tutte le altre figure esterne, l’accesso ai CIE. Da un appello di
alcuni operatori dell’informazione raccolto dalla Federazione
Nazionale della Stampa e dalla mobilitazione di settori sensibili di
società nacque la campagna “LasciateCIEntrare” che tentò di
riportare l’attenzione su questo buco nero in cui non debbono
affacciarsi scomodi testimoni.</p>



<p>Il
governo successivo, con la ministra Cancellieri, sospese l’efficacia
della circolare che vietava l’accesso ai centri ma il potere di
limitare le visite restò nelle mani dei prefetti. Nel frattempo
furono tante le rivolte che scoppiarono e portarono a dover chiudere
sezioni dei centri quando non le intere strutture. In poco tempo i
CIE aperti si ridussero a 4, ma intanto si stava entrando già nel
periodo vicino ai giorni nostri.</p>



<p>Il
ministro Minniti rinominò i centri che diventarono CPR (Centri
Permanenti per il Rimpatrio). Ci sono in tutti questi cambiamenti di
acronimi modifiche normative che illustreremo in seguito ma il
tentativo, da anni perseguito, è quello di aprirne almeno uno in
ogni regione. A oggi (settembre 2019) le strutture aperte sono 7:
Torino, Roma, Bari, Brindisi, Potenza (Palazzo S. Gervasio),
Caltanissetta e Trapani (Contrada Milo), a cui vanno aggiunti gli
hotspot, Lampedusa, Taranto, Pozzallo, che pur non avendo
ufficialmente scopi di trattenimento finiscono con svolgere tale
funzione.</p>



<p>Prima
della crisi di governo si stava lavorando alacremente per riaprire i
centri di Milano e di Gradisca D’Isonzo (Gorizia), quello rimasto
aperto per pochissimi mesi di Santa Maria Capua Vetere nel Casertano,
uno nuovo a Macomer in Sardegna e un altro nel bresciano. Progetti
che potrebbero realizzarsi presto anche se chi tenta di aggiudicarsi
gli appalti per la gestione si ritrova a fare i conti col fatto che i
loro predecessori sono spesso finiti sotto inchiesta per reati vari,
tanto dal punto di vista amministrativo (distrazione di fondi) quanto
penale per il trattamento riservato agli “ospiti”.</p>



<p>Infine,
menzioniamo due capitoli che meriterebbero da soli ulteriori e molto
attenti approfondimenti. In autunno sono previste mobilitazioni per
impedire la riapertura o la apertura di CPR, per denunciare quanto
sta avvenendo dopo che, se si esclude un periodo in cui i termini
massimi di trattenimento erano stati riportati a 3 mesi, sono
attualmente a 180 giorni con alcune forze politiche che hanno chiesto
di arrivare a 18 mesi di detenzione.</p>



<p>Il
futuro dei CPR è incerto. Tutti i tentativi di dichiararli
incostituzionali sono falliti seppure la stessa sovraordinante
Direttiva Europea 115/2008 considera il trattenimento come una
estrema ratio e non la norma. Il primo decreto sicurezza permette a
oggi di trattenere chi risulta essere privo dei requisiti per restare
in Italia anche in luoghi diversi dai “CPR” ritenuti idonei.
Quali sono? Zone aeroportuali, camere di sicurezza, sezioni riservate
di penitenziari? Tutto è oggi possibile salvo, per chi ne fa
richiesta, potersi regolarizzare e uscire dall’invisibilità.</p>



<p>Le
strutture di detenzione amministrativa sono state pensate e
potenziate come adeguate a garantire i confini europei e la
“sicurezza interna”, ma si sono rivelati enormi voragini in cui
sparivano persone, soldi pubblici e moriva lo Stato di diritto. Una
ragione in più per parlarne con maggior cognizione di causa e per
tornare a chiederne a gran voce la definitiva abolizione anche in
quanto istituzioni totali dove neanche i più elementari diritti
delle persone possono essere rispettate.</p>



<p>Stefano
Galieni</p>



<p><em>P.S.
Il testo che segue e che proponiamo è un lavoro collettivo che non
può esaurire quanto accaduto in 21 anni. Non troverete storie molto
importanti e mancheremo di citare tante e tanti che nel corso degli
anni si sono impegnati in lavori di ricerca, di informazione, di
ascolto delle vicende qui narrate o che hanno dato vita a
mobilitazioni di ogni tipo. Soggettività variegate che hanno provato
a far sì che questo angolo nero di Storia italiana non venisse
rimosso o dimenticato. Ma questa è soprattutto una storia di donne e
uomini incontrati, anche per un solo momento nei Centri, in fuga, in
ospedale, che in prima persona hanno pagato le conseguenze di un
sistema ingiusto e non da ultimo, coloro che per queste ingiuste
detenzioni hanno perso la vita. A loro è dedicato questo lavoro,
perché nessuno possa più dire domani “io non sapevo”</em></p>



<p> l&#8217;introduzione al testo:</p>



<p></p>
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		<title>Mediazione interculturale e accoglienza dei profughi: oltre la prima accoglienza</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2018 07:43:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Lahcen Aalla. &#160; Il tema della migrazione é molto complesso e implica settori diversi e molteplici attori. Una seria riflessione su questo tema impone di pensare alla fase prima della partenza, quella durante&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="post-info"><span class="thecomment"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/23658720_1548443038568126_592972825410800011_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10315" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/23658720_1548443038568126_592972825410800011_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="390" height="293" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/23658720_1548443038568126_592972825410800011_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 390w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/23658720_1548443038568126_592972825410800011_n-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 390px) 100vw, 390px" /></a></span></div>
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<p>Di Lahcen Aalla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il tema della migrazione é molto complesso e implica settori diversi e molteplici attori. Una seria riflessione su questo tema impone di pensare alla fase prima della partenza, quella durante il tragitto, quella dell’arrivo in Europa e anche la fase di ritorno o di proseguimento del cammino verso un’altra destinazione. Anche il lavoro del Mediatore Interculturale varia secondo la fase in cui viene a intervenire. Pubblichiamo qui una riflessione di Lahcen AALLA (Mediatore e formatore in Mediazione Interculturale). Il dossier è pubblicato, per intero, su www.mediatoreculturale.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Pur con livelli diversi tra le regioni, l’Italia, ha maturato una significativa esperienza di gestione della migrazione e di costruzione di sistemi di accoglienza dei profughi. Alcuni servizi pubblici e del privato sociale, sono diventati dei veri dispositivi di mediazione interculturale operativi con personale multietnico e multidisciplinare che assistono direttamente i migranti e i rifugiati e che offrono consulenza ad altri Enti.<br />
L’esperienza di sostegno psicologico, ai rifugiati vittime della tortura, dimostra che certe persone portano con sé sofferenze maturate durante il primo impatto con l’Italia a causa dei problemi comunicativi, degli incomprensioni o dei conflitti legati all’impossibilità di comunicare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Hotspot e prima accoglienza</h3>
<p>Il sistema di accoglienza dei profughi in Italia è diviso in diverse fasi, di cui possiamo citare:</p>
<p>– La prima <strong>fase è quella detta “del Hotspot”</strong>, nei CPSA (Centri di primo soccorso e accoglienza). Fase nella quale si effettua il foto-segnalamento e lo screening sanitario;</p>
<p>– In secondo luogo viene <strong>l’accoglienza di emergenza</strong> nei Centri di accoglienza (CDA) o Centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA), al fine dell’espletamento della domanda di protezione internazionale.</p>
<p>– E poi viene <strong>la fase di protezione e integrazion</strong>e per i richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), gestito attraverso gli enti locali con l’essenziale supporto e ausilio del terzo settore, che offre soprattutto servizi per l’accoglienza e l’integrazione dei soggetti beneficiari.</p>
<p>L’opera interpretariato nella prima fase è molto delicata e complessa, perché si attiva in un contesto di emergenza e di “controllo”. Dopo il breve passaggio al CPSA, il trasferimento ad un CARA; CDA o CIE determina già  il passo seguente sarà di accoglienza o di rimpatrio.</p>
<p>Alcuni rifugiati che hanno vissuto l’esperienza di rimpatrio attribuiscono spesso la causa all’interprete che non avrebbe tradotto bene secondo loro o non avrebbe usato “il suo privilegio” di essere ascoltato dagli ufficiali per favorire il richiedente asilo. La stessa origine etnica dell’interprete potrebbe essere vissuta come fattore di beneficio o di sfavore.</p>
<p>Il continuo cambio della provenienza dei rifugiati pone anche un problema di reperimento di personale qualificato in grado di comunicare nella lingua o nel dialetto degli utenti. Inoltre, il lavoro di interpretariato con operatori che hanno mansioni di controllo, lascia poco spazio alla mediazione interculturale. Ma questo non vuol dire che quest’ultima sia inutile i quei contesti, ma significa che bisogna rafforzare la qualifica di questa figura con particolare attenzione alle competenze relazionale e alla gestione dei rapporti interpersonali nei contesti di emergenza. Da un’altra parte occorre razionalizzare e autonomizzare il coordinamento di queste figure professionali operanti in questi contesti.</p>
<p>Nel Sistema di protezione e integrazione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), sono già previsti dei mediatori interculturali, ma l’assenza di un albo professionale e di un profilo formativo e professionale nazionale, permettono di aggirare la legge e di introdurre sotto questo profilo persone che riescono a provare la conoscenza di una o due lingue straniere, spesso quelle insegnate nel sistema scolastico italiano come il francese, lo spagnolo e l’inglese, anche con livelli di conoscenza scritta e parlata basici o elementari. Il mediatore interculturale nel sistema di accoglienza è chiamato a facilitare la comunicazione, mediare i conflitti e informare sui contesti sociali e culturali del contesto di arrivo dell’utente e decodificare linguaggi, chiarificare contesti e situazioni a suo favore.</p>
<p>Ma oltre a queste mansioni che si svolgono generalmente in situazioni di colloquio, il mediatore interculturale è chiamato a operare nella gestione della vita quotidiana del gruppo e degli individui. Questo gli impone di aggiungere alle sue competenze di comunicazione e di relazione anche competenze di lavoro in un equipe educativa.</p>
<h3>Mediare “tra una cultura minoritaria e una dominante”</h3>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/untitled-1169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class=" wp-image-10316 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/untitled-1169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="262" height="165" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/untitled-1169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 386w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/untitled-1169-300x189.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 262px) 100vw, 262px" /></a></p>
<p>La psicologa Margalit COHEN-EMERIQUE considera che la mediazione interculturale permette di far comunicare culture minoritarie con una cultura dominante al fine di favorire un dialogo equo. Quando, in Italia, un servizio, impone ad un utente “un mediatore interculturale” italiano che parlerebbe la sua stessa lingua o una lingua veicolo, gli si impongono delle interpretazioni fatte dallo stesso servizio o sistema e gli si nega la sua alterità.</p>
<p>La condivisione dello status di immigrato (anche se non più attuale nel caso di acquisizione della cittadinanza italiana), della stessa origine straniera, sono già dei fattori che permettono all’utente di sentirsi rappresentato nel servizio e di potersi esprimere senza bisogno di mimetizzarsi o di non comunicare tutto di sé. La mediazione è una negoziazione che si attiva attorno alla lingua e alla cultura e interroga delle identità.</p>
<p>Il progetto di vita e di immigrazione nella sua coerenza o mancata coerenza, esercita un’importante influenza sul percorso migratorio e anche sulla vita dei figli nati o cresciuti durante il soggiorno in un paese terzo. Ma anche uno strumento normativo come il “trattato di Dublino”, potrebbe determinare lo stato di blocco o di essere “da nessuna parte”: essere sospeso nel nulla.</p>
<p>Spesso, non è solamente il desiderio di andare in un paese, dove si pensa di stare meglio, che determina la difficoltà di obbedire alle regole della comunità Europea e di fermarsi nel paese che si considera di transito, ma ci sono sempre legami famigliari da connettere e altri fattori storici da prendere in considerazione. Certamente, la mediazione interculturale non è l’advocacy (testimonianza a favore) e non può pretendere di togliere completamente tutte le barriere.</p>
<h3>Vivere tra due mondi</h3>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/th-209.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class=" wp-image-10317 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/th-209.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="156" height="153" /></a></p>
<p>Quando parte un/a migrante o rifugiato/a, porta con sé dei legami, degli alleati morali ed emotivi, che lo sostengono, lo aiutano, li danno la forza per sopportare le difficoltà e acquisire la forza per continuare. Deve anche imparare a gestire questi legami e adattarli al mondo che cambia attorno a lui/lei. Deve costruire degli equilibri per far convivere il proprio mondo interno che sta lontano con il modo attuale, quello esterno, che spesso rimane irraggiungibile.</p>
<p>Questa sua fatica più o meno grande a costruire gli equilibri tra due mondi diversi determina il suo percorso di integrazione, nel quale interagiscono tutti quegli operatori che compongono il dispositivo di mediazione interculturale.</p>
<p>Chi parte, lascia anche delle persone con cui aveva dei legami, famigliari e parenti, che spesso hanno avuto un ruolo nella costruzione del suo progetto di partenza o sono stati, proprio loro, ad averlo prescelto per partire e ad avere partecipato a predisporre i mezzi per l’attuazione del progetto migratorio. Le attese di queste persone e le loro interazioni con il migrante influenzano molto il suo percorso e determinano anche il suo stare bene o la sua sofferenza.</p>
<p>Nei casi dei minori non accompagnati è ormai radicata, nei servizi di accoglienza, la pratica di comunicare con i genitori tramite i mediatori interculturali o di effettuare delle missioni nel paese di origine degli utenti.</p>
<p>Questa attenzione a chi rimane, si estende anche ai parenti di coloro che hanno perso i loro cari nel tentativo di raggiungere la riva nord del Mediterraneo. Da una prima constatazione si nota che l’annegamento nel mare dei primi non frena la partenza di altri, anzi spesso determina la partenza e la stessa sorte di gruppi successivi proveniente dalla stessa zona o parenti dei primi.</p>
<h3>Mediazione e sostegno psico-sociale</h3>
<p>Oltre alle azioni di sostegno economico e sociale, si propongono anche azioni di sostegno di tipo psico-sociale. Ma in un contesto rurale non occidentale, la nozione di benessere psico-fisico hanno connotati diversi da quelli conosciuti in Italia e la psicologia è spesso vista come una cura legata a delle patologie e gestita dai servizi di igiene mentale e dai manicomi.</p>
<p>In un caso (2), in seguito ad un primo monitoraggio realizzato da personale locale, gli esperti italiani hanno scelto di co-costruire insieme alle operatrici locali e alle donne beneficiare dell’iniziativa un percorso di sostegno psico-sociale. L’introduzione del mediatore interculturale proveniente dall’Italia, ha permesso di mediare le resistenze di una concezione della psicologia troppo attaccata agli insegnamenti della psicologia europea coloniale, ancora diffusa in Marocco e a ascoltare il sapere culturale delle donne parenti delle vittime e a valorizzarlo e utilizzarlo come leva terapeutica che interviene durante il percorso di sostegno tra pari.  In tale modo dei valori culturali come i rituali tradizionali, dei detti e proverbi locali, delle espressioni artistiche espresse nei tappeti e nel ricamo, hanno trovato la loro valorizzazione e una loro utilità nel percorso.</p>
<p>Quando si parte, ci si arricchisce con esperienze nuove. Nel caso della mediazione la ricchezza è doppia, perché l’esperienza è un continuo negoziare esistenze, identità, saperi e credenze e anche un continuo riflettere e far riflettere su significati e sensi di parole, atteggiamenti e azioni. Tutto questo con la presenza di un altro curioso e bisognoso di sapere: l’operatore “autoctono” (italiano nel nostro caso).</p>
<p>Quando si ritorna a “casa” per lavorare nel campo sociale e culturale, si porta con sé una conoscenza maggiore quella di chi si è allontanato dal quadro per osservarlo meglio….</p>
<h2></h2>
<h2>Note:</h2>
<p>(1)- <strong>Margalit COHEN-EMERIQUE</strong>,  psicologa esperta in relazioni e comunicazione interculturali <a href="http://www.cohen-emerique.fr/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener"> (vedere il suo sito qui)</a>.</p>
<p>(2). Un <span id="cch_fa08eab855566" class="_mh6 _wsc"><span class="_3oh- _58nk">Progetto promosso da Mondo Mlal</span></span>: <span id="cch_fa08eab855566" class="_mh6 _wsc"><span class="_3oh- _58nk">«Tous en réseau», tutti in rete. </span></span><span id="cch_fa08eab855566" class="_mh6 _wsc"><span class="_3oh- _58nk">progetto di lotta all’immigrazione irregolare e contro il  trafico di esseri umani atraverso la partecipazione delle famiglie delle vittime dell’immigrazione irregolare, delle associazioni della società civile e delle istituzioni locali . dal 01/03/2007 al 31/08/2010.  Programma cofinanziato dalla Comunità Europea. </span></span><span id="cch_fa08eab855566" class="_mh6 _wsc"><span class="_3oh- _58nk">Typologie: Cofinancé par l’Union européenne. Programme Aeneas Ligne budgétaire: 19.02.03. Référence: EuropeAid/ /122511/C/ACT/MULTI. Regioni obiettivo:  Chaouia-Ouardigha  eTadla-Azilal, Province di Béni Mellal e Khouribga. </span></span></p>
<h2></h2>
<h2><strong>Riferimenti bibliografici</strong></h2>
<p><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">– </span><span id="m_7111773139635155422yui_3_16_0_ym19_1_1516925305817_34880" style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">Gruppo di studio sul sistema di accoglienza costituito presso il Ministero dell’Interno, </span><strong>Rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia</strong><i id="m_7111773139635155422yui_3_16_0_ym19_1_1516925305817_34881" style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">. Aspetti, procedure, problemi</i><span id="m_7111773139635155422yui_3_16_0_ym19_1_1516925305817_34882" style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">, Roma, ottobre 2015</span></p>
<p>– <span id="m_7111773139635155422yui_3_16_0_ym19_1_1516925305817_35003">Servizio Centrale – SPRAR, </span><strong>Manuale operativo per l’attivazione e la gestione dei servizi di accoglienza integrata in favore dei richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale e umanitaria</strong><span id="m_7111773139635155422yui_3_16_0_ym19_1_1516925305817_35005">, settembre 2015</span></p>
<p>– <span id="m_7111773139635155422yui_3_16_0_ym19_1_1516925305817_35119">ASGI, </span><strong>Il diritto alla protezione. Studio sullo stato del sistema di asilo in Italia e proposte per una sua evoluzione</strong><span id="m_7111773139635155422yui_3_16_0_ym19_1_1516925305817_35121">, Giugno 2011</span></p>
<p>– Margalit COHEN-EMERIQUE,   “<strong>Per un approccio interculturale nelle professioni sociali e educative</strong>” (Dagli inquadramenti teorici alle modalità operative)  Erickson, 2017.</p>
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		<title>Il Consiglio europeo e l&#8217;agenda in tema di migrazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jun 2017 07:40:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/unione_europea1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8734" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/unione_europea1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="603" height="483" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/unione_europea1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 603w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/unione_europea1-300x240.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 603px) 100vw, 603px" /></a></p>
<p>Il 22 e 23 giugno si è tenuto il Consiglio europeo e le reti delle organizzazioni della società civile italiana lanciano un appello congiunto alle istituzioni italiane ed europee indicando in una <a href="https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2017/06/Agenda-migrazione-BP_21_6_2017.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2017/06/Agenda-migrazione-BP_21_6_2017.pdf&amp;source=gmail&amp;ust=1498634876331000&amp;usg=AFQjCNH9YZKYey2emHtinJGnn8To_mNphQ&utm_source=rss&utm_medium=rss">road map</a>,  le misure indispensabili e urgenti per un cambio di rotta nella gestione dei flussi migratori in Italia e una nuova e più efficace Agenda Europea.  Di seguito e in allegato il comunicato stampa congiunto e  una proposta in 13 punti per la nuova Agenda sulle migrazioni.</p>
<p>Per leggere il report del Consiglio: <a href="https://www.bing.com/search?q=Consiglio+Ue+giugno+2017&amp;qs=n&amp;form=QBRE&amp;sp=-1&amp;pq=consiglio+ue+giug&amp;sc=0-17&amp;sk=&amp;cvid=AA9B7B529090440887A69243CB4FC02E&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.bing.com/search?q=Consiglio+Ue+giugno+2017&amp;qs=n&amp;form=QBRE&amp;sp=-1&amp;pq=consiglio+ue+giug&amp;sc=0-17&amp;sk=&amp;cvid=AA9B7B529090440887A69243CB4FC02E&utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>MIGRAZIONI, L’EUROPA DEVE FARE DI PIÙ </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Urgente una nuova Agenda europea e italiana sulla politica migratoria</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Dei 65,6 milioni di rifugiati e sfollati del mondo, l’Europa ne accoglie solo 3,5 milioni, lo 0,68% della popolazione europea</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em>#AgendaMigrazione</em></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Roma, 20/6/2017_<strong>Una lettera aperta inviata ieri al Governo, al Parlamento e agli Europarlamentari italiani per chiedere un cambio di rotta nella gestione europea e italiana della crisi migratoria.</strong></p>
<p>Alla vigilia del Consiglio Ue del 22 e 23 giugno, <strong>le reti delle organizzazioni della società civile italiana</strong> &#8211; al lavoro ogni giorno al fianco delle decine di migliaia di migranti arrivati nel nostro paese &#8211; lanciano un appello congiunto alle istituzioni italiane ed europee indicando in<strong> una </strong><a href="https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2017/06/Agenda-migrazione-BP_21_6_2017.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2017/06/Agenda-migrazione-BP_21_6_2017.pdf&amp;source=gmail&amp;ust=1498634876331000&amp;usg=AFQjCNH9YZKYey2emHtinJGnn8To_mNphQ&utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong><em>road map</em></strong></a><strong><em>, </em></strong><strong> </strong>le misure indispensabili e urgenti per un cambio di rotta <strong>nella gestione dei flussi migratori in Italia e una nuova e più efficace Agenda Europea.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>“Sono passati due anni dall’adozione dell’Agenda Europea sulla Migrazione (<a href="https://ec.europa.eu/home-affairs/what-we-do/policies/european-agenda-migration_en?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://ec.europa.eu/home-affairs/what-we-do/policies/european-agenda-migration_en&amp;source=gmail&amp;ust=1498634876331000&amp;usg=AFQjCNHBNj8DE_dRtVecbqlMJ3zN1c_8QQ&utm_source=rss&utm_medium=rss">European Agenda on Migration</a>) &#8211; </em>scrivono le organizzazioni firmatarie<em> &#8211;  vale a dire l’insieme di misure per la gestione delle migrazioni sia all&#8217;interno che all&#8217;esterno delle frontiere dell&#8217;UE. Ebbene in questo tempo abbiamo assistito all’attuazione delle principali misure di cooperazione con i paesi di origine e transito <strong>mediante il Migration Partnership Framework</strong>, <strong>all&#8217;apertura degli “hot spot”</strong> in Grecia e in Italia e all&#8217;adozione del meccanismo di ricollocamento (relocation). Ma non possiamo affermare che la condizione delle persone <strong>migranti che arrivano in Europa sia migliorata, né quella dei paesi europei che sono in prima linea come Italia e Grecia”.</strong></em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Diversi i punti a destare perplessità nelle politiche adottate</strong> per affrontare una crisi in cui si conta il più alto numero di sfollati e rifugiati dalla Seconda Guerra Mondiale, con 65,6 milioni di persone costrette a lasciare la propria casa a causa di conflitti, disastri naturali, persecuzioni o violazioni dei diritti umani. Basti guardare all’impegno europeo nell’accoglienza, che appare del tutto insufficiente: a fine 2016, secondo i dati dell’UNHCR <strong>in Europa erano presenti 3,5 milioni tra richiedenti asilo e rifugiati, ossia lo 0,68% della popolazione </strong><strong>europea.</strong> Uno sforzo in termini di ospitalità di rifugiati in cui i paesi dell’UE hanno accolto solo circa 5% dei rifugiati del mondo.</p>
<p><u> </u></p>
<p><strong>L’approccio securitario dell’Agenda Europea e italiana</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>“L’Agenda si è rivelata sostenuta da logiche securitarie, tendenti ad escludere dal territorio europeo i migranti, delegandone la gestione a paesi terzi già sovraccaricati di responsabilità</em>”, continuano le organizzazioni firmatarie nella lettera inviata ieri. Su tutti a destare maggior preoccupazione sono <strong>le conseguenze dell’accordo tra Ue e Turchia ad oltre un anno dalla sua adozione</strong>. Un provvedimento che senza fermare davvero i flussi verso la Grecia, ha avuto come effetto diretto di <strong>intrappolare nel paese ellenico decine di migliaia di persone costrette a sopravvivere in condizioni disumane</strong>, costringendone molte altre ad intraprendere rotte sempre più pericolose – ad esempio attraverso la Bulgaria &#8211; ed esponendole quindi a trattamenti inumani e degradanti. <strong>Sorte uguale toccherebbe ai migranti </strong><strong>nei paesi di transito e origine africani</strong>, se l’accordo tra <strong>Italia e Libia</strong> &#8211; avvallato dall’Unione europea &#8211;  trovasse piena applicazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>“La chiusura della rotta centrale del Mediterraneo non servirà a bloccare i flussi</em></strong><em>, <strong>ma</strong> <strong>solo a fargli prendere altre strade, più pericolose e infestate di trafficanti di esseri umani</strong>. facendo crescere in maniera rilevante il numero dei morti in mare </em>– aggiungono i firmatari dell’appello &#8211; <em>E’ indispensabile regolarizzare i flussi offrendo misure di reinsediamento, canali umanitari, ricongiungimenti familiari, e disponibilità all’entrata nel mercato del lavoro, con una responsabilità realmente condivisa”.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Un quadro a cui si aggiunge l’applicazione in modo illegittimo del sistema <em>hot spot</em> in Italia</strong> &#8211;  in quanto non supportato da alcuna norma &#8211; per di più a fronte del non rispetto degli impegni sulla <em>relocation</em> dei migranti a livello europeo: <strong>su 160.000 richiedenti asilo da ricollocare da Grecia e Italia verso altri stati membri, ne sono stati ricollocati solo 21.313 al 15 giugno 2017.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il rischio rappresentato dai nuovi CIE in Italia: fondamentale andare oltre l’emergenza</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/th-134.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9081" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/th-134.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="285" height="186" /></a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Veniamo infine alle conseguenze delle misure introdotte dai cosiddetti decreti Minniti-Orlando, che presentano gravi rischi di retrocedere rispetto alla tutela dei diritti dei migranti.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tra i punti che destano maggiore contrarietà da parte delle organizzazioni firmatarie dell’appello, <strong>il ruolo dei Centri permanenti per il rimpatrio (CPR), nuova denominazione per gli attuali CIE, </strong>che saranno creati in ogni regione senza, ad oggi, avere certezze sulle modalità<strong> con cui sarà garantito il pieno rispetto dei diritti delle persone trattenute</strong>. Già perché assieme viene prevista <strong>l’abolizione del secondo grado di giudizio per il riconoscimento del diritto di asilo</strong> e la limitazione del contraddittorio nell’unico grado rimasto; oltre alla previsione di un’unica procedura per le espulsioni, che sarà valida tanto per chi ha commesso reati e viene da periodi di detenzione, che per il lavoratore straniero privo del permesso di soggiorno, magari perché costretto a lavorare in nero o a lavori stagionali di breve durata.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Basta guardare i dat</strong>i. In Italia nel 2016 abbiamo avuto circa 180 mila arrivi via mare e circa 174.000 persone sono state inserite nel sistema di accoglienza, <strong>pari allo 0,2% della popolazione italiana</strong>.  Allo stesso tempo i minori stranieri non accompagnati censiti ad aprile di quest’anno erano 15.939 mentre quelli semplicemente scomparsi dal sistema di accoglienza nel 2016 sono stati 27.995 (un +27,94% rispetto al 2015).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Le richieste per un cambio di rotta</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Per correggere l’attuale approccio definito dall’Agenda Europea per le Migrazioni e i provvedimenti assunti dal Governo italiano, le organizzazioni firmatarie chiedono quindi che:</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<ol>
<li>I cosiddetti <em>compacts, </em>definiti con i paesi terzi, siano finalizzati a favorire politiche di sviluppo umano sostenibile nei paesi di origine e di transito dei flussi migratori e non al mero controllo delle frontiere;</li>
<li>L&#8217;UE e gli Stati membri effettuino operazioni di ricerca e salvataggio (SAR) con il solo scopo di salvare vite umane</li>
<li>L&#8217;UE e i suoi Stati membri garantiscano alle persone che si trovano ai loro confini l&#8217;accesso ad un equo ed effettivo diritto di richiedere asilo</li>
<li>I richiedenti protezione internazionale in Europa abbiano il diritto a una procedura giusta ed efficace</li>
<li>Chiunque richieda la protezione internazionale in Europa, inclusi tutti quelli in attesa di pronunciamento o già respinti e in attesa di rimpatrio, abbia diritto a ad un’accoglienza dignitosa ad accedere a servizi adeguati</li>
<li>Gli stati membri rivolgano particolare attenzione alle esigenze specifiche delle donne, dei bambini e delle persone vulnerabili, indipendentemente dalla nazionalità o dalla concessione del diritto asilo</li>
<li>I migranti non vengano considerati come detenuti in centri di accoglienza al solo fine di essere identificati</li>
<li>Gli Stati Membri contribuiscano per la loro parte alla risposta globale sul <em>forced displacement</em></li>
<li>Gli Stati membri sviluppino canali sicuri e regolari per rifugiati e migranti</li>
<li>Il reinsediamento, i visti umanitari e altri programmi di condivisione delle responsabilità, tra gli Stati membri dell&#8217;UE, vengano gestiti in modo trasparente. Dando la priorità alle persone più vulnerabili e non discriminando sulla base della nazionalità, della religione, del genere o dell&#8217;etnia</li>
<li>L’UE e gli stati membri facciano ritornare le persone nei loro paesi di origine solo attraverso procedure fondate sul rispetto dei diritti umani, e mai a condizioni che li possano mettere in pericolo</li>
<li>Gli schemi e le procedure di ricongiungimento familiare per rifugiati e richiedenti asilo siano facili da praticare e garantiscano che le famiglie siano in grado di riunirsi nel minor tempo possibile</li>
</ol>
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		<title>Nuovi CIE e rimpatrio stranieri: il comunicato dell’ASGI sulla circolare del Capo della Polizia</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2017 10:08:07 +0000</pubDate>
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<div class="entry-content">
<p>ASGI esprime sconcerto e forte preoccupazione per la circolare diffusa dal Ministero dell’Interno il 30.12.2016 relativa alle attività di rimpatrio degli stranieri irregolari e al programma di riapertura dei CIE, oltre che la volontà del Governo di stipulare nuovi accordi bilaterali di riammissione e di riformare in senso restrittivo le norme sul diritto di asilo.<span id="more-26438"></span><br />
<strong>La volontà espressa dal Governo</strong> di utilizzare gli strumenti di controllo ed allontanamento degli stranieri irregolari per favorire <em>“l’azione di prevenzione e contrasto nell’attuale contesto di crisi a fronte di una crescente pressione migratoria e di uno scenario internazionale connotato da instabilità e minacce”</em> di per sé sembra dare applicazione alle norme legislative già in vigore, ma in realtà sottintende il perdurare di un <strong>indirizzo politico-amministrativo miope</strong>.<br />
ASGI esprime piena <strong>contrarietà all’apertura di nuovi Centri di identificazione ed espulsione o all’ampliamento</strong> delle strutture già esistenti, così come ogni tipo di azione o provvedimento che determini l’incremento di provvedimenti amministrativi di espulsione caratterizzati da automatismo e dall’assenza di un’adeguata valutazione delle situazioni individuali.</p>
<p>E’ stata proprio la presa d’atto di un <strong>gigantesco fallimento</strong> (per gli elevati costi, per le condizioni degradanti, per il numero limitato di stranieri effettivamente rimpatriati), evidenziato anche da tutti gli studi indipendenti, oltre che dalla Corte dei conti e dalle relazioni delle Commissioni parlamentari d’inchiesta che si sono alternate negli ultimi anni, che ha indotto i Governi precedenti a diminuire drasticamente il numero dei CIE.</p>
<p>Proporre la semplice riapertura dei CIE senza attuare una profonda riforma della parte del TU immigrazione emanato con d.lgs. 286/98 (come modificato dalla L. 189/02 – la cd Bossi-Fini, che è inefficace, iniqua, in più aspetti contrastante con la Costituzione e con le norme internazionali e dell’UE), rappresenta una scelta <strong>totalmente irragionevole .</strong></p>
<p><strong>Per regolare in modo efficace e legittimo il fenomeno migratorio</strong>, invece di limitarsi ad un’azione di identificazione di massa di eventuali stranieri in situazione di soggiorno irregolare e di implementare ancor più l’applicazione amministrativa di quelle vigenti norme legislative che sono inefficaci e di dubbia legittimità, <strong>occorre che si modifichino le norme legislative in vigore che sono incostituzionali</strong> <strong>o che producono irregolarità</strong> negli ingressi e nei soggiorni.<br />
Anzitutto le tipologie espulsive vanno drasticamente ridotte e razionalizzate limitandole alle violazioni più gravi con identificazione delle persone socialmente pericolose durante la detenzione, mentre vanno resi efficaci e concreti i programmi di rimpatrio volontario assistito senza divieto di reingresso degli stranieri e rimpatriati, prevedendo che eventuali respingimenti o espulsioni o accompagnamenti alla frontiera o trattenimenti – in quanto provvedimenti restrittivi della libertà personale – siano sempre previamente decisi dalla sola autorità giudiziaria in conformità con la riserva di giurisdizione prevista dall’art. 13 Cost., che è invece violata dalle vigenti norme legislative.<br />
Parimenti ASGI ritiene che le azioni di controllo e di contrasto ai fenomeni di sfruttamento debbano essere svolte in un’ottica di tutela dei soggetti sfruttati, attraverso la corretta applicazione delle disposizioni normative vigenti ed in particolare degli strumenti previsti dagli artt. 18 e 22 D. Lgs. 286/98, al fine di evitare l’allontanamento dal territorio nazionale di persone soggette, in caso di ritorno in patria, a ritorsioni o persecuzioni di vario tipo.<br />
ASGI esprime altresì preoccupazione rispetto alla proposta di attribuire funzioni di pianificazione delle attività di controllo ai Comitati provinciali per l’Ordine e la sicurezza pubblica presieduti dai Prefetti e composto anche da Questori e Sindaci dei capoluoghi provinciali. In ogni caso ciò non può certo fare attribuire maggiori poteri ai Sindaci in materia di ordine pubblico, il che peraltro ha portato, già in passato, a condotte fortemente repressive, caratterizzate da una restrizione delle libertà soprattutto dei cittadini stranieri.</p>
<p><strong>E’ da contrastare anche ogni forma possibile di attribuzione ai Corpi di Polizia municipale</strong> di competenze in materia espulsiva, che accentuerebbe le funzioni di repressione a discapito del ruolo di prossimità che dovrebbe caratterizzare la polizia locale, i cui appartenenti mancano di specifica preparazione in materia di immigrazione e asilo.</p>
<p>Nel contesto di crisi richiamato dal Governo <strong>è necessario evidenziare la strumentalità delle risposte che il Governo sta approntando</strong>, finalizzate esclusivamente a rassicurare superficialmente l’opinione pubblica anziché individuare soluzioni alla questione migratoria improntate ad un effettivo inserimento dei nuovi cittadini.<br />
<strong>Nell’attuale sistema è necessario modificare profondamente la normativa sui titoli di soggiorno</strong>, evitando i sempre più numerosi ostacoli al mantenimento della regolarità della presenza sul territorio nazionale, <strong>promuovendo percorsi di integrazione</strong> e di sostegno utili a prevenire il ritorno a condizioni di irregolarità, promuovendo una regolarizzazione permanente a fronte della dimostrazione di chiari indici di integrazione (lavoro, rete familiare, anzianità di presenza in Italia, percorsi di studio, ecc.), promuovendo politiche di integrazione tra i cittadini stranieri e gli italiani, attraverso una condivisione del territorio e delle politiche locali.</p>
<p><strong>Solo così si possono evitare le tensioni sociali</strong>, troppo spesso strumentalizzate dagli attori politici ed istituzionali, e cominciare davvero a gestire la realtà migratoria.<br />
<strong>Non ha invece futuro</strong> né la strategia degli <strong>accordi bilaterali di riammissione</strong> (come quello che il Ministro vorrebbe rinegoziare con la Tunisia) che sono stipulati in forma semplificata e segreta senza preventiva legge parlamentare di autorizzazione alla ratifica in violazione dell’art. 80 della Costituzione, né l’ipotesi di un <strong>provvedimento legislativo che riformi in senso restrittivo le norme sull’asilo</strong>, eliminando il doppio grado di giurisdizione (il che discriminerebbe gli stranieri rispetto ai cittadini che nell’ordinamento italiano ne fruiscono) o istituendo sezioni specializzate dei tribunali che, in realtà, per la loro composizione affidata soprattutto a magistrati onorari e inesperti sarebbero nuovi giudici speciali, la cui costituzione è vietata dalla Legge costituzionale (senza eliminare la vera causa dei ritardi che sta nelle decisioni tardive e spesso malfatte delle Commissioni territoriali che dovrebbero essere aumentate e composte di persone più indipendenti e competenti).<br />
ASGI chiede, pertanto, al Governo di <strong>ripensare profondamente alla propria strategia</strong> in materia di immigrazione e asilo e di approntare un Piano nazionale per la gestione della realtà migratoria, con il coinvolgimento delle associazioni dei cittadini stranieri e delle associazioni che promuovono la tutela dei diritti degli stranieri.</p>
</div>
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		<title>COMPACT MIGRATORI EUROPEI: in vista del Vertice europeo dei 28 e 29 giugno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jun 2016 07:38:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un articolato documento di LINK 2007 dal titolo “L’UE e i nuovi partenariati in tema di migrazioni: opportunità o mutazione genetica?” ripercorre, con commenti critici e propositivi, la proposta europea sui compacts migratori. I&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2016/06/28/compact-migratori-europei-in-vista-del-vertice-europeo-dei-28-e-29-giugno/">COMPACT MIGRATORI EUROPEI: in vista del Vertice europeo dei 28 e 29 giugno</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un articolato documento di LINK 2007 dal titolo <a href="http://customer467.musvc3.net/e/t?q=3%3d4aG%26B%3d6%26I%3dHV7%26J%3dFR7dJT%26u%3dC4Jp_MasP_Xk_HQxZ_Rf_MasP_WpMwR.v9nFBZ0b.yHg_MasP_Wp1sNoJs_MasP_Wp6iGoI_rvcp_2AV9nFBZ0b_2q1a6kSu_BU2eXeW_MasP_WER0je_HQxZ_R5WJpAwdnEwchIu_2qSu_BU2ePrArOwOwU.FdA%26n%3dCuN633.IoJ&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://customer467.musvc3.net/e/t?q%3D3%253d4aG%2526B%253d6%2526I%253dHV7%2526J%253dFR7dJT%2526u%253dC4Jp_MasP_Xk_HQxZ_Rf_MasP_WpMwR.v9nFBZ0b.yHg_MasP_Wp1sNoJs_MasP_Wp6iGoI_rvcp_2AV9nFBZ0b_2q1a6kSu_BU2eXeW_MasP_WER0je_HQxZ_R5WJpAwdnEwchIu_2qSu_BU2ePrArOwOwU.FdA%2526n%253dCuN633.IoJ&amp;source=gmail&amp;ust=1467185410048000&amp;usg=AFQjCNGQISrHbxea8DW10H9MDrsHDeQqQg&utm_source=rss&utm_medium=rss">“L’UE e i nuovi partenariati in tema di migrazioni: opportunità o mutazione genetica?”</a> ripercorre, con commenti critici e propositivi, la proposta europea sui compacts migratori. I capi di Sato e di Governo ne discuteranno la prossima settimana a Bruxelles. LINK 2007 suggerisce modifiche nella concezione e nei provvedimenti individuati, ritenendo che così com’è la proposta dei compacts è destinata al fallimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal Migration Compact italiano ai Compacts UE &#8211; Paesi Terzi. La comunicazione della CE del 7 giugno si rifà alla proposta di Migration Compact del presidente Renzi. La proposta italiana, nota LINK 2007, “è strettamente legata all&#8217;idea di un ampio programma di sviluppo con l’Africa, indirizzato agli investimenti in infrastrutture, all&#8217;educazione, all&#8217;occupazione, all&#8217;inclusione economica, sociale e culturale delle fasce e regioni più bisognose”. Mentre “la nuova partnership europea con i paesi terzi rimane incentrata sul contenimento dell’immigrazione”, stravolgendo quindi l’impianto della proposta italiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I <em>Compacts</em> e le politiche UE di sviluppo e di vicinato</strong>. LINK 2007 ricorda che la CE prevede da un lato un approccio “coordinato, sistemico e strutturale” tra l’Unione e gli stati membri e dall’altro una serie di accordi, compacts, con paesi particolarmente toccati dal fenomeno migratorio al fine di cooperare strettamente alla sua gestione. <strong>A breve termine</strong> si punta alla salvezza e tutela delle persone, la lotta al traffico e sfruttamento di esseri umani, i ritorni volontari, le riammissioni, la permanenza in paesi vicini alle aree di conflitto. Il <strong>lungo termine</strong> si concentra sulle cause delle migrazioni con interventi in campo sociale, politico, economico, ambientale. LINK 2007 evidenzia come, in realtà, la CE delinea “un radicale cambiamento delle politiche di cooperazione allo sviluppo e di vicinato per <strong>renderle subalterne ai <em>compacts</em></strong>” e rimprovera l’assenza di riferimenti “<strong>all’azione politica per la pace e alla vendita delle armi</strong> che dovrebbe vedere un maggiore ruolo dell’UE per prevenire e mettere fine ai conflitti che provocano fughe di intere popolazioni”. Si tratta per LINK 2007 di “errori politici che evidenzierebbero <strong>la gravità della crisi dell’UE</strong> e la sua limitata capacità di analisi, strategia, visione di lungo periodo del suo ruolo nel mondo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/th-65.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6212" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6212" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/th-65.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="th (65)" width="300" height="165" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le risorse finanziarie. “La CE propone un rimaneggiamento e una razionalizzazione degli stanziamenti e strumenti finanziari programmati nel bilancio 2014-2020 e introduce condizionamenti incentivanti o disincentivanti i rapporti con i paesi partner sulla base dell’adesione ai compact migratori: nelle relazioni economico-commerciali, nelle politiche di sviluppo e in quelle relative all&#8217;educazione, i cambiamenti climatici, l’energia, l’ambiente”. Vengono così introdotte, a parere di LINK 2007, forti ambiguità. “Che cooperazione sarà quella disincentivata? Che reazioni potranno esserci da parte dei paesi disincentivati” data anche la disponibilità di vari altri paesi donatori più interessanti e meno condizionanti? Limitate sono comunque le risorse nuove, solo 500 milioni di euro. La CE sollecita quindi ampi investimenti privati per moltiplicare gli interventi. Saranno costituiti un fondo e un piano per gli investimenti esterni sia pubblici (governi e banche di sviluppo degli stati membri, Bei, Bers) che privati (imprese, banche, fondi di investimento) accompagnati da garanzie e incentivi quali la copertura del rischio e i fondi concessionali. Un piano che secondo LINK 2007 può funzionare solo in una logica di sviluppo e di partenariato vero, uscendo decisamente dalla visione miope e introversa della Commissione europea.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Osservazioni e proposte</strong>. Le Ong di LINK 2007 avanzano <strong>10 osservazioni e proposte</strong>, auspicando che il Consiglio cambi decisamente l’approccio della CE. In sintesi:</p>
<p>1. La vita, la dignità delle persone e il rispetto dei diritti fondamentali, compresa l’accoglienza di chi corre gravi pericoli, devono guidare ogni politica migratoria.</p>
<p>2. Il principio “aiutiamoli a casa loro” richiede una consistente e illuminata strategia di sviluppo e di stabilizzazione politica, non barriere e campi di internamento.</p>
<p>3. L’Europa propone un mutamento genetico delle politiche di sviluppo e di partenariato dell’UE con i paesi terzi, riducendole a un do ut des subordinato agli immediati interessi europei. Esso va contrastato.</p>
<p>4. La leadership strategica dei partenariati dovrà fare capo alla CE con riferimento alle politiche di sviluppo e di vicinato, e non alle politiche di sicurezza o alle istituzioni finanziarie degli investimenti.</p>
<p>5. I temi dei diritti umani e della protezione internazionale rimangono troppo sfuocati. L’accordo UE-Turchia non può essere il modello a cui riferirsi; devono invece esserlo le convenzioni europee e internazionali sui diritti umani e la protezione internazionale.</p>
<p>6. Se l&#8217;esternalizzazione della gestione dell’asilo può essere una misura di tamponamento in un’UE confusa e divisa, l’Europa dovrà in ogni caso e quanto prima assumere le proprie responsabilità se non vuole tradire se stessa e ridursi ad entità marginale nel contesto mondiale.</p>
<p>7. Si deve chiaramente distinguere tra la cooperazione per lo sviluppo e le altre cooperazioni sulla sicurezza e il contenimento dei migranti, senza ingannare le pubbliche opinioni.</p>
<p>8. La politica di cooperazione per lo sviluppo va chiaramente e concretamente indirizzata al contrasto alle disuguaglianze, anche nei paesi ad alto tasso di crescita economica i cui benefici non sono però minimamente percepiti da milioni di persone, rimanendo a vantaggio di pochi.</p>
<p>9. La coerenza delle politiche dovrà guidare la strategia europea, verificando che ogni attività sia coerente con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 e che i programmi di sviluppo, l’impegno per la fine dei conflitti e la loro prevenzione, i provvedimenti per l’accoglienza e integrazione degli immigrati e rifugiati procedano in modo parallelo e coerente.</p>
<p>10. Una più forte integrazione tra le politiche di accoglienza e integrazione e la politica di cooperazione internazionale allo sviluppo si impone, anche in coerenza con quanto delineato in anni di dialogo politico in Europa e all’ONU sul rapporto migrazioni-sviluppo.</p>
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		<title>I dannati della metropoli: D(i)RITTI al CENTRO!</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Apr 2016 07:40:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ecco a voi, care e cari, il secondo appuntamento della prossima settimana per la manifestazione &#8220;D(i)RITTI al CENTRO!&#8221;. Un incontro in cui si parlerà, con ANDREA STAID, delle persone vulnerabili che abitano le nostre&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco a voi, care e cari, il secondo appuntamento della prossima settimana per la manifestazione &#8220;D(i)RITTI al CENTRO!&#8221;. Un incontro in cui si parlerà, con ANDREA STAID, delle persone vulnerabili che abitano le nostre città, in particolare poveri e migranti, ma non solo. Con riferimenti all&#8217;architettura sociale.</p>
<p>Vi aspettiamo in tanti !!!</p>
<p>E vi aspettiamo anche martedì 12 &#8211; ore 19 &#8211;  al Bistrot del tempo ritrovato (Via Foppa 4 MM Sant&#8217;Agostino, MI) per l&#8217;incontro con il giornalista Daniele Biella e il suo &#8220;Nawal, l&#8217;angelo dei profughi&#8221; !</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/10/programma-14-aprile1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5548" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-5548" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/10/programma-14-aprile1-724x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="programma 14 aprile1" width="720" height="1018" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/10/programma-14-aprile1-724x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 724w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/10/programma-14-aprile1-212x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 212w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/10/programma-14-aprile1-768x1087.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
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		<title>Danilo Currò: un regista giovane e il suo cinema sociale</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Apr 2016 08:50:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000080;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-247.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5584" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-5584" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-247-1024x228.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (247)" width="720" height="160" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-247-1024x228.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-247-300x67.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-247-768x171.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-247.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1327w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando è nato in te l&#8217;interesse per le questioni sociali?</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">E’ stato un caso, ho partecipato a un laboratorio di cinema a scuola e ho realizzato insieme ad altri ragazzi un lavoro sulla sensibilizzazione alle droghe. Crescendo e affinando la passione per il cinema, mi sono capitate davanti sempre più questioni sociali che trovavano un risvolto all’interno dei miei lavori. L’ho trovato un modo per esprimersi più facilmente all’inizio, per comunicare con il pubblico in maniera più diretta. Ma ancora la strada da fare è tanta e sto iniziando a sperimentare altre tematiche, a ricercare uno stile più personale. Ma non escludo il fatto di lasciar fuori il sociale, capiterà e sarà interessante raccontarlo con occhi diversi, con occhi più grandi.</span></p>
<p>Parlaci dei tre scatti del progetto “Black lips”: dove li hai realizzati e come si è sviluppato il lavoro? Cosa ti è rimasto di quella esperienza?</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il progetto Black Lips è nato dall’incontro con i ragazzi sbarcati in Sicilia e residenti all’interno del Centro Ahmed di Messina. Ho avuto modo di conoscerli all’interno dei vari laboratori d’integrazione che si sono svolti, a stringere amicizia con alcuni di loro e successivamente a pensare di poter raccontare la loro storia attraverso i loro visi. Le foto sono state scattate non includendo gli occhi e per questo motivo credo che donino sicuramente più forza alla foto. E’ come se non fossero nessuno, come se questo gesto cancellasse la loro anima. Così è nato Black Lips, un progetto fotografico che raccoglie 20 foto ritraenti alcuni dei ragazzi che vivono al Centro Ahmed e che ha vinto il premio per il pubblico dei lettori del quotidiano “La Stampa” di Torino. Sono molto fiero del progetto perché ha riscosso tanta sensibilizzazione e spero che ancora continui a farlo, grazie a una mostra che si terrà a breve, accompagnata da poesie che racconteranno del loro viaggio, dei loro sogni o semplicemente dei loro pensieri, scritte da Andrea Cafarella. Per questo ci tengo anche a ringraziare la Gran Mirci Film di Giuseppe Ministeri che sta credendo nel progetto e che ha già creduto in “ Sunday”, documentario che ho realizzato in seguito alle foto.  <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-248.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5586" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5586" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-248.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (248)" width="892" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-248.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 892w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-248-300x169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-248-768x432.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 892px) 100vw, 892px" /></a></span></p>
<p>Un altro lavoro interessante si intitola “The Elephant”: un cortometraggio sulla violenza. In che modo l&#8217;hai declinata?</p>
<p align="JUSTIFY">“<span lang="it-IT">The Elephant” parla della violenza che non cessa neanche di fronte alla quiete. Può nascere e spuntare dal nulla, in qualsiasi contesto ci si trovi. Parla anche della vendetta, che non è un modo per stare meglio e lasciarsi il passato alle spalle ma per generare altra violenza. E’ un circolo vizioso e l’ho raccontato attraverso un uomo che appunto cerca vendetta nei confronti di chi gli ha ucciso la moglie. Il cortometraggio è rimasto in streaming per sei mesi su Infinity di Mediaset, purtroppo adesso non si trova più online ma spero di rimediare. Tra gli attori Angelo Campolo, Maurizio Marchetti, Giada Vadalà e Francesco Coglitore.</span></p>
<p>La fotografia e il Cinema: quanto le immagini sono importanti per approfondire temi di attualità?</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-250.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5585" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-5585 alignnone" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-250.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (250)" width="753" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-250.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 753w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-250-300x200.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 753px) 100vw, 753px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Fin da che ne abbiamo memoria, con il realismo nella pittura o con le prime fotografie, l’uomo ha sempre avuto il bisogno di raccontare qualcosa. Così man mano che il cinema assumeva un ruolo sempre più importante con il passare degli anni, l’uomo ha capito di poter trattare qualunque cosa volesse e in qualunque modo volesse. Credo che le immagini siano fondamentali, oggi veniamo bombardati di immagini su internet e l’eccesso a volte non è neanche corretto. Ma chi attraverso qualunque forma d’arte, che sia la fotografia o il cinema, riesca a comunicare qualcosa, penso abbia risposto all’esigenza che queste due forme di linguaggio hanno.</span></p>
<p>Quale sarà l&#8217;argomento di cui ti occuperai prossimamente?</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Come accennavo prima, ho appena finito di lavorare a un documentario che racconta la storia di Sunday, un ragazzo di 17 anni sbarcato in Sicilia. Penso sia una di quelle storie che la gente debba sentire, e spero che ciò accadrà col maggior numero di persone possibili. Stiamo lavorando alla distribuzione nei festival, ci credo molto.</span></p>
<p>Secondo te, quanto interesse c&#8217;è – da parte dei giovani – nei confronti di certe tematiche?</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Credo che una sensibilizzazione mirata la facciano le scuole con alcuni laboratori che prevedono la realizzazione di spot o cortometraggi al fine di affrontare temi sociali. E’ bello anche perchè molti dei ragazzi che partecipano, dopo magari scelgono di proseguire con l’audiovisivo sperimentando altro. Io ho iniziato in questo modo, magari ne parlo così per questo motivo. Penso che questa sia una cosa che in parte fa capire l’interesse che c’è per questo tipo di tematiche, ed è bello che nasca dalla scuola.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-249.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5587" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5587" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-249.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (249)" width="753" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-249.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 753w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/untitled-249-300x200.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 753px) 100vw, 753px" /></a></p>
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		<title>Nawal, l&#8217;angelo dei profughi: incontro con Daniele Biella</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Apr 2016 09:21:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;Associazione per i Diritti umani è lieta di invitarvi all&#8217;incontro con il giornalista DANIELE BIELLA per parlare di migrazioni, di accoglienza, richiedenti asilo e di tanti altri argomenti di stretta attualità, a partire dal suo&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2016/04/02/nawal-langelo-dei-profughi-incontro-con-daniele-biella/">Nawal, l&#8217;angelo dei profughi: incontro con Daniele Biella</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L&#8217;Associazione per i Diritti umani</em> è lieta di invitarvi all&#8217;incontro con il giornalista DANIELE BIELLA per parlare di migrazioni, di accoglienza, richiedenti asilo e di tanti altri argomenti di stretta attualità, a partire dal suo libro intitolato &#8220;NAWAL, L&#8217;ANGELO DEI PROFUGHI&#8221;.</p>
<p>Aspettiamo molte persone, studenti e insegnanti, operatori del sociale, pubblico curioso e partecipante! <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.1.0/72x72/1f642.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="🙂" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<p>MARTEDI 12 aprile, ore 19</p>
<p>Presso Bistrot del tempo ritrovato (Via Foppa, 4 &#8211; MM Sant&#8217;Agostino, MILANO)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/admin-ajax1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5580" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5580" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/admin-ajax1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="admin-ajax[1]" width="283" height="400" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/admin-ajax1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 283w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/admin-ajax1-212x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 212w" sizes="(max-width: 283px) 100vw, 283px" /></a></p>
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		<title>Hate crimes in Europe!: Le Barriere Invisibili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2016 07:33:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Hate Crimes in Europe!]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">di Cinzia D&#8217;Ambrosi</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Le barriere geografiche e fisiche da un Paese all&#8217;altro e il respingimento dei rifugiati sono immagini ed esperienze che purtroppo non finiscono ai confini. Ci sono altre barriere che sono invisibili e hanno come obbiettivo comune quello di limitare il movimento di coloro che non sono voluti e che sono considerati pericolosi.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Le barriere invisibili sono meccanismi che progettano l&#8217;impenetribilita&#8217; di un Paese e che purtroppo danno accesso ad un uso draconiano delle procedure di richiesta d&#8217;asilo: lasciano fuori dalla societa&#8217; coloro che non sono voluti e che si ritrovano a vagare in un limbo, senza tetto, lavoro, provvedimenti per la loro salute e privi anche di una propria registrazione ed identificazione che potrebbe dare loro la possibilita&#8217; di prendere in mano la propria vita. Aspettare di registrarsi come richiedenti asilo puo&#8217; essere un processo che dura da un anno a quindici anni. I richiedenti asilo sono anche tenuti a dover rinnovare la loro carta rosa ogni tre mesi, ma questo processo puo&#8217; anche prendere circa tre settimane di tempo, lasciandoli senza documenti e rendendoli, quindi, vulnerabili alla detenzione.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Coloro che possiedono la carta rosa non possono lavorare, quindi non possono affittare un posto per vivere, quindi non hanno un indirizzo a cui il governo puo&#8217; mandare la lettera che invita ad un appuntamento per il registro della loro richiesta d&#8217;asilo.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-230.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5457" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5457" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-230.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (230)" width="335" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-230.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 335w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/untitled-230-200x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 200w" sizes="(max-width: 335px) 100vw, 335px" /></a></p>
<p>Caption:</p>
<p>Many legislations introduced to &#8216;combat terrorism&#8217; have suppressed legitimate seekers, leaving the majority to spend months and even years at the fringe of societies.</p>
<p>Didascalia:</p>
<p>Molte leggi introdotte per &#8216;combattere il terrorismo&#8217; hanno colpito richiendenti d&#8217;asilo leggittimi lasciandoli ai margini della societa&#8217; per mesi ed anche anni.</p>
<p>Foto di Cinzia D&#8217;Ambrosi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Hate crimes in Europe: invisible Barriers</p>
<p>We see the physical barriers from one country to another and the struggle of asylum seekers and refugees seeking security and safety to pass through these barriers, being pushed away. Yet, their struggle does not end there. Unfortunately, there are also invisible borders within the physical borders which have as a common objective that of limiting the movement of those unwanted, and considered dangerous through a process of containment. Invisible barriers are built in mechanism which overall project the impenetrability of a country but also would keep those unwanted away from entering the system of that country. Therefore, many are left roaming within this limbo without housing, work, health provision and a registration that would allow them to move forward in their lives. Typically, waiting for registration an putting through as an asylum seeker can take from one year to fifteen years. Asylum seekers are also required to renew their pink card every three months at a police station but the waiting time can often take up to two weeks leaving them without a documentation and vulnerable to possible detention. Pink card holders are not allowed to work, thus they cannot afford rent, which hinders the possibility for receiving the letter that would give them a chance to register their claim.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Hate crimes in Europe! Gli effetti negativi di una vita in un limbo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2016 08:58:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>di Cinzia D&#8217;Ambrosi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il centro d&#8217;accoglienza gestito dai Samaritani vicino la piazza Ameriki in Atene e&#8217; solitamente pieno. Il centro fornisce uno spazio giornaliero dove i profughi, per la maggior parte provenienti dall&#8217; Afghanistan, imparano la lingua inglese, ricevono cibo e altri supporti. La maggior parte dei profughi sopravvive attraverso la carita&#8217; degli amici, membri della comunita&#8217;, chiese, associazioni caritatevoli e ONG. Alcuni di loro lavorano nel centro e cercano di dare aiuto e sollievo in qualsiasi modo agli altri: spesso sentono parlare di discriminazione e talvolta di attacchi brutali. Discriminazione e razzismo prendono forma e non si valutano gli effetti negativi di una vita trascorsa in un situazione di limbo per mesi o anche anni. La salute mentale e&#8217; spesso sottovalutata ma incide su molti profughi, i suicidi sono frequenti. Anche il razzismo ha varie forme, inclusa la marginalizzazione dei profughi per lunghi periodi di tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>The negative effects of a life in limbo</b></p>
<p>The refugee centre run by Samaritans near Ameriki square in Athens is always a busy place. They provide a space for refugees, mainly from Afghanistan where they can learn English, have some food, receive support including signposting for services. Most refugees survive through charity of friends, community members, churchs, charitable organisations and NGOs like this one. Most of the staff works on voluntary basis trying to provide relief in whatever way they can. They frequently hear of discrimination, and at times of brutal attacks. Discrimination and racist takes many forms, nevertheless that of being forced to live in a limbo conditions, depending on others for food, shelter and thus survival. Mental health is often undervalued and under exposed but it is one of the biggest negative effects of their forced situation. The number of suicides among this group is high.<b> </b>Racism can take many forms including the more silent but still very brutal exclusion of a refugee for a prolonged and unacceptable length of time.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/untitled-137.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-4961" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-4961" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/untitled-137.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (137)" width="752" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/untitled-137.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 752w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/untitled-137-300x200.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 752px) 100vw, 752px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Didascalia:</p>
<p>Donne Afghane in un centro per profughi in Atene.</p>
<p>Captions:</p>
<p>Afghani women in a refugee centre in Athens</p>
<p>&nbsp;</p>
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