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	<title>condanna Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Perché #sapevamotutte che Giulia Tramontano è stata uccisa dal suo compagno: il senso dell’hashtag sul femminicidio di Senago</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jun 2023 08:39:12 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giulia-tramontano-2-2-2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="640" height="360" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giulia-tramontano-2-2-2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17001" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giulia-tramontano-2-2-2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 640w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giulia-tramontano-2-2-2-300x169.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></figure>



<p><a href="javascript:void(0)"></a><a href="javascript:void(0);"></a><a href="javascript:void(0);"></a><a href="javascript:void(0);"></a></p>



<p>Chiara Severgnini (da 27esimaora.corriere.it)</p>



<p></p>



<p>Quando una donna scompare, non si lanciano accuse infondate: la legge, e il senso civico, insegnano che non ci sono colpevoli finché non c’è una confessione, oppure una sentenza. Quando una donna scompare, si indaga sempre in più direzioni: è la cosa giusta da fare, e le forze dell’ordine lo sanno.&nbsp;<strong>Ma, accanto alla legge, al senso civico e alle buone prassi investigative, c’è il sentire comune. E quello, evidentemente, ci ha spinto a guardare in una direzione ben precisa.&nbsp;</strong>«Lo sapevamo, che era stato lui». Lo stanno scrivendo in centinaia, su Twitter, su Instagram, su Facebook. Uomini e donne, ma soprattutto donne, come rivela l’hashtag: «Lo sapevamo tutte, che era stato lui».</p>



<p>Certo, si sperava in un finale diverso. Si sperava che Tramontano, che era incinta al settimo mese, se ne fosse andata volontariamente. Ma,<strong>&nbsp;purtroppo, quando una donna scompare, la possibilità che sia morta, e che a ucciderla sia stata una persona cara, è alta.</strong>&nbsp;In Italia, nel 2022, sono state assassinate 125 donne, di cui 103 in ambito familiare. Tra il 1° gennaio e il 28 maggio di quest’anno, i femminicidi sono stati 45: in ventidue casi, a uccidere è stato il partner o l’ex partner. Sono dati in linea con quelli degli anni passati. E mettono a fuoco un fenomeno che non si limita solo al nostro Paese: nel 2021, in tutto il mondo, ogni ora ci sono stati cinque femminicidi commessi da familiari delle vittime (lo hanno calcolato due agenzie delle Nazioni Unite, UN Women e UN Office on Drugs and Crime, nel 2022).</p>



<p>«Lo sapevamo tutte» è un hashtag, non un’analisi sociologica. Non ha pretesa di completezza. È solo la frase su cui si sta coagulando un sentimento popolare che mescola rabbia, amarezza e frustrazione, ma purtroppo anche rassegnazione.&nbsp;<strong>«Lo sapevamo» tutte e tutti perché, purtroppo, ci siamo ormai abituati a un copione che sembra ripetersi di continuo, con variazioni minime. Cambiano le circostanze, le armi del delitto, i luoghi. Non cambia, però, il problema di fondo.</strong>&nbsp;Chiamarlo movente sarebbe allo stesso tempo impreciso e riduttivo, perché il «motivo» per cui&nbsp;<a href="https://27esimaora.corriere.it/la-strage-delle-donne/?utm_source=rss&utm_medium=rss">gli uomini uccidono le donne&nbsp;</a>che fanno parte della loro vita non è sempre lo stesso, ma oscilla lungo uno spettro che comprende possesso, incapacità di accettare la fine di una relazione, desiderio di controllo, rigetto della libertà altrui. C’è, però, una radice comune. E quella è sempre la stessa, come indica con chiarezza in un report del Servizio analisi criminale del ministero dell’Interno, realizzato nel 2022 in occasione della Giornata della donna: lo «storico squilibrio nei rapporti di potere tra i sessi in ambito familiare e sociale».</p>



<p>Lo dice a chiare lettere anche la&nbsp;<a href="https://27esimaora.corriere.it/23_maggio_18/perche-adesione-ue-convenzione-istanbul-buona-notizia-a2e79280-f4ab-11ed-b7d9-7d259dd28bda.shtml?utm_source=rss&utm_medium=rss">Convenzione di Istanbul, cui l’Ue ha aderito</a>&nbsp;— dopo anni di attesa — poche settimane fa:&nbsp;<strong>sono le disuguaglianze di genere che pervadono la nostra società a generare molestie, abusi, aggressioni sessuali, femminicidi. Fuori casa, ma soprattutto dentro.</strong>&nbsp;È anche per questo che «lo sapevamo tutte»: perché la violenza è figlia di una cultura in cui siamo immersi e immerse ogni giorno. E se ora c’è chi invita a “insegnare alle donne a proteggersi”, anziché a “educare gli uomini a rispettare i diritti umani delle donne” — perché di questo si tratta: di diritti umani — è sempre per via della stessa cultura. Quella che sovra-responsabilizza le donne e giustifica gli uomini, quella che rinforza gli stereotipi anziché smontarli, quella che predica la “protezione” del genere femminile postulandone — implicitamente — l’inferiorità. La cultura della disuguaglianza, insomma. «Lo sapevamo tutte», perché sappiamo con cosa abbiamo a che fare. Ora, però, si tratta di creare le condizioni perché questa frase non ci serva più.</p>
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		<title>Torna ad essere libero il regista iraniano Jafar Panahi</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2023 10:13:16 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/jafar.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="656" height="492" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/jafar.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16841" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/jafar.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 656w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/jafar-300x225.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 656px) 100vw, 656px" /></a></figure>



<p>Dopo quasi sette mesi di detenzione arbitraria, il regista iraniano<strong> Jafar Panahi</strong> è stato rilasciato su cauzione due giorni dopo aver iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione. (Sua moglie Tahereh Saeedi ha postato su Instagram una foto di Panahi che lasciava la prigione su un veicolo).  </p>



<p> &#8220;<strong>È straordinario, un sollievo, una gioia totale</strong>. Esprimiamo la nostra gratitudine a tutti coloro che si sono mobilitati ieri&#8221;, ha detto  il suo distributore francese, il <strong>produttore Michele Halberstadt</strong>. &#8220;La sua prossima battaglia è far riconoscere ufficialmente l&#8217;annullamento della sua condanna. È fuori, è libero, e questo è già fantastico&#8221;.</p>



<p>Jafar Panahi, 62 anni, <strong>era stato arrestato l&#8217;11 luglio</strong> e avrebbe dovuto scontare una condanna a sei anni comminatagli nel 2010 dopo la sua condanna per <strong>&#8220;propaganda contro il sistema</strong>&#8220;. Il 15 ottobre, la Corte Suprema ha annullato la condanna e ha ordinato un nuovo processo, alimentando le speranze del suo team legale che potesse essere rilasciato, ma è rimasto in prigione.  </p>



<p><br>L&#8217;arresto di Panahi a luglio è avvenuto dopo che aveva partecipato a un&#8217;udienza in tribunale dove era imputato il collega regista Mohammad Rasoulof, che era stato arrestato pochi giorni prima. Rasoulof è stato scarcerato il 7 gennaio dopo aver ottenuto una licenza di due settimane per motivi di salute e si ritiene che sia ancora fuori dal carcere. </p>



<p>Il regista era stato arrestato mesi prima che scoppiassero le attuali proteste contro il regime, ma la sua prigionia è diventata un simbolo della difficile situazione degli artisti che si sono opposti alle autorità. Panahi è stato rilasciato dalla prigione di Evin a Teheran &#8220;due giorni dopo aver iniziato il suo sciopero della fame per la libertà&#8221;, ha scritto su Twitter il Centro per i diritti umani in Iran (CHRI) con sede negli Stati Uniti, mentre il quotidiano riformista iraniano Shargh ha pubblicato un&#8217;immagine di Panahi che abbraccia giubilante un sostenitore.<br>  </p>



<p>&#8220;Jafar Panahi è stato temporaneamente rilasciato dalla prigione di Evin grazie agli sforzi della sua famiglia, di rispettati avvocati e rappresentanti del cinema&#8221;, si legge in una nota della Casa del cinema iraniana, che raggruppa professionisti del settore. L&#8217;annuncio che Panahi avrebbe intrapreso uno sciopero della fame secca ha suscitato un&#8217;ondata di preoccupazione in tutto il mondo per il regista, che ha vinto premi in tutti i tre festival cinematografici più importanti d&#8217;Europa.<br>  &#8220;Oggi, come molte persone intrappolate in Iran, non ho altra scelta che protestare contro questo comportamento disumano con il mio bene più caro: la mia vita&#8221;, aveva detto Panahi nella dichiarazione pubblicata dalla moglie. &#8220;Rimarrò in questo stato fino a quando forse il mio corpo senza vita non sarà liberato dalla prigione&#8221;, ha detto.</p>



<p>  <br>Personaggi del cinema sono stati tra le migliaia di persone arrestate dall&#8217;Iran nella sua repressione delle proteste scatenate dalla morte il 16 settembre in custodia di Mahsa Amini, 22 anni, che era stata arrestata per presunta violazione del suo rigoroso codice di abbigliamento per le donne.<br><br>L&#8217;attrice Taraneh Alidoosti, che aveva pubblicato proprie immagini di se stessa senza il velo islamico, era tra le persone arrestate, anche se è stata rilasciata all&#8217;inizio di gennaio dopo essere stata trattenuta per quasi tre settimane.  </p>



<p> <br>Panahi ha vinto il Leone d&#8217;Oro alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2000 per il suo film &#8220;The Circle&#8221;. Nel 2015 ha vinto l&#8217;Orso d&#8217;oro a Berlino per &#8220;Taxi Tehran&#8221;, e nel 2018 ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura a Cannes per &#8220;Tre facce&#8221;.<br>L&#8217;ultimo film di Panahi, &#8220;No Bears&#8221;, che come gran parte dei suoi lavori recenti ha come protagonista lo stesso regista, è stato proiettato alla Mostra del cinema di Venezia del 2022 quando il regista era già dietro le sbarre. Ha vinto il Premio Speciale della Giuria.<br>   </p>



<p><br><br> <br></p>



<p></p>
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		<title>Sostenere Riace e la solidarietà in mare e in terra. Intervista a Giovanna Procacci</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Nov 2021 14:37:39 +0000</pubDate>
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<p>(da pressenza.com. A cura di Anna Polo)</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2021/09/siamo-tutti-con-Riace-rit.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption>(Foto di https://www.facebook.com/comitatoundicigiugnomilano)?utm_source=rss&utm_medium=rss</figcaption></figure>



<p><em>La neonata “Rete Sostenere Riace”, composta da moltissime realtà milanesi e lombarde, organizza il 30 novembre&nbsp;<strong>una serata spettacolo alla Camera del Lavoro di Milano</strong>&nbsp;dal titolo “<a href="https://www.facebook.com/events/912454959701165/?source=6&amp;ref_notif_type=plan_user_invited&amp;action_history=null&utm_source=rss&utm_medium=rss">Sostenere Riace. L’abuso di umanità non è reato</a>”. Questa è solo una tappa di un lungo cammino iniziato l’11 giugno 2019, data di apertura del processo a Mimmo Lucano, con la formazione del&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/comitatoundicigiugnomilano?utm_source=rss&utm_medium=rss">Comitato Undici Giugno Milano</a>. Un cammino che continuerà con nuove iniziative, con una campagna di largo respiro per tenere viva l’attenzione non solo sull’esperienza di Riace, ma anche sulla più ampia criminalizzazione della solidarietà in mare e in terra. Ripercorriamo il percorso fatto e le prospettive per il futuro con Giovanna Procacci, tra i fondatori del comitato e dell’attuale rete e autrice di numerosi articoli sul processo di Locri.</em></p>



<p><strong>Come è nato il Comitato Undici Giugno Milano e quali sono state le sue principali iniziative?</strong></p>



<p>Il&nbsp;<strong>Comitato Undici Giugno Milano</strong>&nbsp;è nato alla vigilia dell’inizio del processo penale che si è aperto in quella data a Locri contro Lucano e altri 26 collaboratori del sistema di accoglienza a Riace. In vista del processo, si è costituito un Comitato Undici Giugno nella Locride, replicato in varie città con il compito di organizzare quel giorno presìdi di protesta in tutta Italia. Il nostro comitato ha raccolto una settantina di associazioni, organizzazioni, comitati, oltre a molti cittadini e ha organizzato in città un presidio molto partecipato nei pressi della Prefettura, che ha poi sfilato nelle vie del centro.</p>



<p>In seguito, a processo avviato, l’impegno a difendere l’azione umanitaria svolta a Riace dalla criminalizzazione è continuato in vari modi, sia di presenza a Riace in momenti topici per quella comunità, sia di promozione e partecipazione a momenti di dibattito a Milano, spesso con la presenza di Mimmo Lucano. Io in particolare ho interpretato da subito quel processo, che pretendeva trattare come gravi reati penali un’azione pubblica di accoglienza e integrazione, come un processo politico; per questo la mia protesta si è espressa attraverso un’azione di monitoraggio di quello che vi succedeva, anche nella convinzione che un processo come quello chiuso in un tribunale di provincia della Calabria non avesse i requisiti di trasparenza e pubblicità che in particolare in un processo politico sono indispensabili. Ho seguito le udienze e ne ho scritto, grazie a Pressenza, nel tentativo di far circolare le informazioni su quanto vi si affermava. Questo mio lavoro è stato fatto a nome del Comitato Undici Giugno Milano.</p>



<p><strong>Hai seguito da vicino il processo a Mimmo Lucano, fino alla condanna di due mesi fa. Quali sono a tuo parere le caratteristiche fondamentali di quello che è stato definito un processo politico, che ha voluto colpire il modello di accoglienza e integrazione rappresentato da Riace?</strong></p>



<p>La prima caratteristica di questo processo è la confusione del piano amministrativo con quello penale. Come l’indagine investigativa della GdF che lo ha preceduto, il processo ha preso le mosse da una serie di irregolarità amministrative: disordine contabile, carenze della rendicontazione, scorciatoie rispetto a iter burocratici disegnati dalle Linee guida dei servizi di accoglienza, ecc. Molte di queste irregolarità erano in realtà caratteristiche ben note dell’accoglienza a Riace, come i cosiddetti lungo-permanenti; erano state tollerate per anni, i progetti riapprovati e rifinanziati. Il processo segue il filo delle irregolarità amministrative e le trasforma in gravi reati penali, pur dovendo ammettere che non c’è stato nessun vantaggio economico personale. Questo adeguarsi del penale alle ragioni dell’amministrativo sembra una costante dei processi politici intentati contro l’attivismo solidale, dalle navi del soccorso in mare alle accuse di favoreggiamento di chi soccorre ai confini.</p>



<p>La seconda caratteristica è che rovescia il senso comune: una persona nota per il suo attivismo solidale, per la dedizione alla causa degli ultimi, per le battaglie contro la criminalità organizzata, per la condizione di povertà in cui vive, viene presentata come un criminale e il sistema di accoglienza a Riace come un’associazione a delinquere. Questo rovesciamento è tipico di un processo politico, dove il vero reato non sta tanto nel contenuto dell’azione, quanto nell’idea che quell’azione incorpora. Per questo va cancellata la finalità d’integrazione delle varie pratiche messe in campo a Riace, che ne era l’idea trainante; eliminata l’idea, l’azione resta nuda e se ne può fare ciò che si vuole, anche una truffa che stranamente non produce nessun arricchimento.</p>



<p>La terza caratteristica è che si è trattato di un processo gestito dagli inquirenti a mezzo stampa. L’uso abbondante di intercettazioni telefoniche prima ancora della loro trascrizione ufficiale, indispensabile per sostenere prove documentali prive di consistenza, è servito anche a fornire alla stampa materiale per una campagna mediatica diffamatoria di Lucano e di Riace. Senza contare la grande anomalia di un procuratore capo che rilascia interviste alla stampa nei momenti topici (l’arresto, la sentenza) con giudizi pesantissimi e del tutto arbitrari sul principale imputato (chiamato “monarca”, “bandito” e simili).</p>



<p>Citerei ancora una caratteristica che considero importante: la presenza delle istituzioni (Viminale e Prefettura) come parti civili, cosa rarissima perfino in processi di ‘ndrangheta. Quelle stesse istituzioni che avevano approvato, finanziato e rifinanziato i progetti di accoglienza di Riace, che nell’emergenza avevano fatto pressioni di ogni genere perché Riace accogliesse numeri sempre più elevati di rifugiati, che l’avevano costretta a svolgere un ruolo di supplenza della loro incapacità nel far fronte all’accoglienza, nel processo accusano Riace di essersi mossa in modo emergenziale. E’ uno Stato che chiede di accogliere e poi abbandona chi accoglie. E’ lo stesso meccanismo per cui, dopo aver chiesto per anni aiuto alle ONG per soccorrere i naufraghi, si è cominciato ad incriminarle per aver continuato a farlo; lo stesso per cui, dopo aver abbandonato i profughi alle frontiere nelle sole mani delle persone solidali, poi le si persegue per reati di solidarietà.</p>



<p><strong>La rete “Sostenere Riace” è frutto di un lavoro di coinvolgimento di molte realtà. Puoi raccontarci brevemente come si è arrivati a questo risultato?</strong></p>



<p>La sentenza di primo grado emessa il 30 settembre dal tribunale di Locri ha sorpreso e scandalizzato molte persone; le reazioni sono state forti, da parte di giuristi, avvocati, giornalisti, associazioni, semplici cittadini e hanno dato vita a presidi in tutta l’Italia. L’idea di una Riace criminale e di un Lucano capo di un’associazione a delinquere è apparsa profondamente ingiusta. Di fronte ad una sentenza ingiusta, bisogna reagire. Per questo il Comitato Undici Giugno di Milano ha chiamato tutte le associazioni, organizzazioni, comitati ecc., coinvolti nell’azione solidale e di difesa dei diritti umani ad un’assemblea pubblica, che si è tenuta alla Camera del Lavoro il 27 ottobre ed è stata molto partecipata. Qui si è deciso di dar vita ad una Rete il più ampia possibile, che portasse avanti anche a Milano una campagna di sostegno a Riace. Ad oggi, le realtà che aderiscono alla&nbsp;<strong>Rete Sostenere Riace</strong>&nbsp;sono più di 70 e rappresentano uno spaccato significativo di società civile organizzata intorno ai temi della solidarietà, dell’accoglienza e dei diritti umani.</p>



<p>Da quell’assemblea è nata l’idea di questo primo evento della campagna, una serata spettacolo che si terrà il 30 novembre, a due mesi esatti dalla sentenza di primo grado, nella sala Di Vittorio della Camera del lavoro, dove parleremo di Riace, ma anche del soccorso in mare, perché l’attacco politico giudiziario investe tutta l’azione di solidarietà. E raccoglieremo fondi per contribuire anche da Milano alla raccolta avviata da A Buon Diritto Onlus, che mira a coprire le spese giudiziarie e le multe milionarie comminate dalla sentenza.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2021/11/sostenere-Riace-FB-def.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1477908"/></figure></div>



<p><strong>Quali sono le prossime tappe della campagna di sensibilizzazione e sostegno a chi viene criminalizzato per le sue attività solidali a favore dei migranti?</strong></p>



<p>Nella Rete abbiamo concordato che questa sarà necessariamente una campagna di lungo periodo, in considerazione dei tempi lunghi dell’appello e della Cassazione, e che dunque dovremo mettere in campo iniziative periodiche, anche diverse fra loro, per mantenere il più possibile viva l’attenzione pubblica su questo caso giudiziario e più in generale sulla criminalizzazione della solidarietà. Pensiamo di proporre iniziative di tipo culturale, come spettacoli, presentazioni di film, libri, ecc., o di tipo sociale, come cene solidali. Organizzeremo anche momenti di approfondimento politico del processo e della sentenza, dopo la pubblicazione delle motivazioni che è attesa per la fine dell’anno e realizzeremo anche viaggi a Riace e campi per ragazzi. Tutto quello che potremo inventarci per restare vigili su un terreno, quello della criminalizzazione della solidarietà, di cui Riace è ormai un simbolo – e per questo è stata colpita con particolare durezza – ma non è purtroppo l’unico caso.</p>
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		<title>Ingiustizia è fatta: Mimmo Lucano condannato a 13 anni e 2 mesi di carcere</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Oct 2021 06:55:54 +0000</pubDate>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/08/Incontro-Caulonia-Mimmo-Lucano-0418web-720x477.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption>(Foto di archivio Pressenza)</figcaption></figure>



<p>(da pressenza.it)</p>



<p>Il tribunale di Locri ha condannato l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano a ben 13 anni e 2 mesi di carcere, una pena addirittura superiore a quella di 7 anni e 11 mesi chiesta dal procuratore capo Luigi D’Alessio e dal pm Michele Permunian. A questo si aggiungono 5 anni di interdizione dai pubblici uffici e il sequestro dei beni.</p>



<p>La durissima sentenza conferma quando abbiamo sempre affermato sul carattere politico del processo contro Mimmo Lucano: ideali e pratiche di solidarietà trattati come reati, il rifiuto di una visione dell’integrazione tesa a risolvere i problemi senza conflitti, la criminalizzazione di un pensiero che mette al centro i diritti delle persone e va oltre le carenze del sistema di accoglienza in Italia, sfidando anche il potere della legge in nome di un principio superiore di giustizia.</p>



<p>Ripercorriamo brevemente le vicende che hanno portato al verdetto odierno.</p>



<p>Il processo contro Mimmo Lucano e altre 26 persone si è aperto l’11 giugno 2019 e chiuso il 27 settembre 2021. Ha visto 34 udienze. Presidente del Collegio giudicante il dottor Fulvio Accurso, PM dottor Michele Permunian.</p>



<p>Il processo è nato da un’Informativa della Guardia di Finanza a conclusione di un’indagine investigativa durata un anno e mezzo circa e che ha riguardato il periodo 2014-2017.</p>



<p>La richiesta di rinvio a giudizio è stata respinta dal GIP Domenico Di Croce per la gran parte dei capi di imputazione, giudicati vaghi e generici. Ne aveva convalidato solo: un tentativo di falso matrimonio e l’affidamento diretto della raccolta differenziata dei rifiuti a due cooperative sociali di tipo B di Riace. Sulla base di queste due accuse rimaste in piedi, il GIP disponeva anche misure cautelari (il 2 ottobre Lucano veniva messo agli arresti domiciliari, annullati due settimane dopo e tramutati in divieto di residenza nel proprio paese, annullato dopo 11 mesi, il 5 settembre 2019).</p>



<p>Nonostante le decisioni del GIP, ad aprile 2019 il GUP Amelia Monteleone autorizzava il rinvio a giudizio su tutti i capi di imputazione, che sono stati dunque tutti oggetto di dibattimento e di richiesta di condanna da parte del PM.</p>



<p>Mimmo Lucano ha avuto 17 capi di imputazione, che vanno da associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a truffa aggravata, peculato, concussione, favoreggiamento personale, malversazione ai danni dello Stato, falsità ideologica, turbata libertà d’incanto, abuso d’ufficio, mancato rispetto del Testo Unico Immigrazione e del Codice dell’Ambiente.</p>



<p>Nella requisitoria presentata il 17 maggio 2021, il PM ha chiesto per Lucano una condanna a 7 anni e 11 mesi, incluso il capo 1 associazione a delinquere, di cui sarebbe il capo. Ha invece chiesto l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” per 4 capi d’imputazione in riferimento alle carte d’identità rilasciate in mancanza di permesso di soggiorno; il PM riconosce che si poteva fare sulla base della normativa vigente.</p>



<p>Nell’udienza del 25 settembre 2021 la difesa ha insistito sulla personalità di Lucano, sul carattere ideale dei suoi obiettivi riconosciuto da tutti, inclusa l’accusa e sulla mancanza di qualsiasi prova del dolo, sia in termini di vantaggio personale economico, che in quelli di vantaggio personale politico-elettorale. Evidentemente non è bastato a convincere il tribunale di Locri.</p>
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		<title>Derek Chauvin è stato dichiarato colpevole per la morte di George Floyd</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2021 10:08:04 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>(da ilpost.it)</p>



<h2>Per tutti i capi di imputazione, compreso il più grave omicidio involontario di secondo grado</h2>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cdn.ilpost.it/wp-content/uploads/2021/04/floyd-1.jpg?x72029&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>L’ex agente di polizia Derek Chauvin è stato dichiarato colpevole per la morte di George Floyd, l’uomo afroamericano ucciso il 25 maggio del 2020 durante un arresto a Minneapolis, in Minnesota. Chauvin è stato dichiarato colpevole di omicidio involontario di secondo grado, che prevede una pena massima di 40 anni di carcere, di omicidio di terzo grado (pena massima 25 anni) e di omicidio colposo (pena massima 10 anni). Il verdetto è stato comunicato dalla giuria martedì pomeriggio (martedì sera, in Italia), il giorno successivo alla fine del dibattimento: la pena a cui sarà condannato Chauvin sarà però decisa tra otto settimane dal giudice che ha presieduto il processo.</p>





<p>L’esito del processo era molto atteso perché la morte di Floyd aveva generato manifestazioni in tutti gli Stati Uniti, <a href="https://www.ilpost.it/2020/06/01/proteste-stati-uniti-george-floyd/?utm_source=rss&utm_medium=rss">che erano diventate in breve tempo proteste sempre più ampie</a> contro le violenze, gli abusi e le discriminazioni nei confronti delle persone nere. In vista del verdetto e di possibili nuove manifestazioni, in tutta la città di Minneapolis era stata molto aumentata la presenza di polizia e forze dell’ordine. Dopo la lettura del verdetto, Chauvin è stato ammanettato: il giudice ha deciso che resterà in carcere fino all’udienza che stabilirà la sua condanna.</p>





<p>Il processo contro Derek Chauvin era iniziato il 29 marzo e durante il procedimento sono stati sentiti 45 testimoni. Floyd era stato arrestato con violenza il 25 maggio del 2020,&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2020/06/01/ricostruzione-george-floyd/?utm_source=rss&utm_medium=rss">benché fosse disarmato</a>. Nei video dell’arresto girati dalle telecamere di sorveglianza e dai passanti si vedeva Chauvin premere con il ginocchio sul collo di Floyd per più di nove minuti: anche dopo che Floyd aveva perso coscienza, Chauvin e gli altri agenti che erano con lui non lo avevano soccorso. Floyd era morto poco dopo essere stato portato in ospedale.</p>



<p>L’autopsia aveva stabilito che la morte di Floyd era stata un omicidio e che il cuore e i polmoni dell’uomo avevano smesso di funzionare mentre veniva «tenuto fermo» dalla polizia. Il rapporto sull’autopsia aveva segnalato che Floyd aveva pregressi problemi cardiaci e aveva assunto metanfetamine e fentanyl prima della morte, e aveva indicato come causa della morte un «arresto cardiopolmonare avvenuto come complicazione del blocco, della sottomissione e della compressione del collo da parte delle forze dell’ordine».</p>



<p>Nella sua arringa finale, durata quasi tre ore, Eric J. Nelson, l’avvocato di Chauvin,&nbsp;<a href="https://www.washingtonpost.com/nation/2021/04/19/derek-chauvin-trial-2/?utm_source=rss&utm_medium=rss">aveva cercato di contestare</a>&nbsp;il risultato dell’autopsia dei medici legali sostenendo che alla morte di Floyd avrebbero contribuito i farmaci oppiacei che l’uomo aveva assunto in precedenza, oltre che i suoi problemi di salute. Aveva cercato poi di convincere i giurati che il video della morte di Floyd non racconterebbe l’intera storia e che dovrebbe essere inserito nel contesto: Nelson aveva chiesto ai giurati di non concentrarsi soltanto sui nove minuti e 29 secondi in cui Chauvin ha premuto il ginocchio sul collo di Floyd, ma anche sui 16 minuti e 59 secondi precedenti, in cui Floyd, secondo l’avvocato, avrebbe mostrato una “resistenza attiva” nei confronti della polizia.</p>



<p>Nelson aveva sostenuto inoltre che Chauvin era stato correttamente istruito per intervenire in casi del genere e che non aveva premuto il suo ginocchio esattamente sul collo di Floyd.</p>



<p>Nel ricostruire la dinamica dei fatti, Nelson ha cercato di mostrare che, dal punto di vista di Chauvin, il suo comportamento poteva essere definito come «ragionevole»: Chauvin non era stato il primo poliziotto a rispondere alla richiesta d’intervento e, aveva detto Nelson, quando era arrivato sulla scena si era trovato con due agenti alle prime armi – Alexander Kueng e Thomas K. Lane – che cercavano di immobilizzare senza successo un uomo di grossa corporatura e potenzialmente sotto effetto di stupefacenti. In una situazione del genere, «un agente di polizia ragionevole dovrebbe fare affidamento sul proprio addestramento e sulla propria esperienza».</p>



<p><strong>– Leggi anche:</strong>&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2020/06/01/ricostruzione-george-floyd/?utm_source=rss&utm_medium=rss">La ricostruzione dell’uccisione di George Floyd</a></p>



<p>Nel suo discorso finale, il procuratore Steve Schleicher aveva invece detto che Floyd «non era una minaccia». «Non stava cercando di far del male a nessuno. Tutto ciò che chiedeva era un po’ di compassione. E non ne è stata mostrata alcuna, quel giorno». Schleicher aveva detto che Floyd aveva chiesto aiuto «con il suo ultimo respiro», ma il poliziotto non lo aveva aiutato e non aveva seguito le procedure. Schleicher aveva inoltre ricordato che Chauvin aveva mantenuto il ginocchio sul collo di Floyd anche dopo che i suoi colleghi gli avevano detto che non sentivano più il polso. «Agli scettici tra voi, come potete giustificare la continua applicazione della forza su quest’uomo anche quando non aveva più polso?», aveva detto Schleicher rivolgendosi alla giuria. «[Chauvin] ha continuato a bloccarlo, ha continuato a calcare e torcere e spingere giù [Floyd] finché non ha schiacciato via la vita dal suo corpo».</p>



<p>Gli altri agenti incriminati per la morte di Floyd sono Thomas Lane, J. Alexander Kueng, e Tou Thao. Sono accusati di aver facilitato l’omicidio di Floyd. Lane e Kueng avevano aiutato Chauvin a tenere Floyd a terra per un certo periodo di tempo, mentre Thao aveva assistito senza fare niente. Il loro processo inizierà ad agosto.</p>
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		<title>Bambini stranieri senza pediatra: Regione Veneto condannata per discriminazione</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2020 09:04:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da Asgi.it) La Regione Veneto e l’ULSS3 devono riconoscere il diritto al servizio ambulatoriale pediatrico pubblico gratuito anche ai minori stranieri comunitari ed extracomunitari non regolarmente soggiornanti. E’ quanto ha stabilito il Tribunale di&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2020/10/31/bambini-stranieri-senza-pediatra-regione-veneto-condannata-per-discriminazione/">Bambini stranieri senza pediatra: Regione Veneto condannata per discriminazione</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2020/10/door-349807_640-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-41896"/></figure>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>(da Asgi.it)</p><p>La Regione Veneto e l’ULSS3 devono riconoscere il diritto al servizio ambulatoriale pediatrico pubblico gratuito anche ai minori stranieri comunitari ed extracomunitari non regolarmente soggiornanti.</p></blockquote>



<p><br>E’ quanto ha stabilito il Tribunale di Venezia&nbsp;<a href="https://www.asgi.it/banca-dati/tribunale-di-venezia-ordinanza-19-ottobre-2020/?utm_source=rss&utm_medium=rss">con l’ordinanza del 19 ottobre 2020</a>, riconoscendo come&nbsp;<strong>discriminatoria la mancata possibilità di accesso</strong>&nbsp;da parte dei minori in questione&nbsp;<strong>ad un servizio pubblico di pediatria.</strong></p>



<p>Secondo le attuali direttive inserite anche nelle linee guida regionali, infatti,&nbsp;<strong>i minori stranieri non regolarmente soggiornanti possono accedere alle prestazioni sanitarie unicamente tramite il Pronto Soccorso, senza poter fruire della disponibilità di un pediatra.</strong>Questa previsione di fatto li esclude dall’accesso al &nbsp;servizio pediatrico a libera scelta,&nbsp;<strong>di cui usufruiscono, invece, i minori italiani e soggiornanti regolari&nbsp;</strong>e nega loro l’assistenza di base come cura ordinaria e di monitoraggio della crescita in ottica &nbsp;preventiva.</p>



<p>Il caso è stata portato all’attenzione del Tribunale dall’ASGI anche presentando&nbsp;<strong>un report di Emergency sulle attività del suo Ambulatorio Pediatrico</strong>&nbsp;in cui si conferma il deficit assistenziale quale circostanza storica.</p>



<p><strong>Inoltre,&nbsp;</strong>come si legge nella medesima Ordinanza,&nbsp;<strong>la stessa difesa della Regione Veneto ha riconosciuto</strong>&nbsp;“&nbsp;<em>che effettivamente all’interno del Consultorio della Ulss 3 non esiste un servizio stabile (ufficio apposito) di pediatria di base per i soggetti &nbsp;in questione</em>”.</p>



<p><br>Il Tribunale ha verificato che” <em>è certo che il possesso della tessera STP per gli  extracomunitari (stranieri temporaneamente presenti) e della tessera ENI per i comunitari (europei  non iscritti) non consente l’accesso all’intera gamma, e alle stesse condizioni, delle prestazioni  sanitarie previste per la generalità della popolazione minorile. In particolare tali tessere consentono sì l’accesso alle cure indifferibili e urgenti, ma non anche la possibilità di scelta di un medico di famiglia, ovvero, trattandosi di minori, di un pediatra di libera  scelta, abilitato a prescrivere il normale accesso alle prestazioni specialistiche, agli esami di  laboratorio, ai trattamenti di terapia, ai ricoveri c.d. “programmati”. Ciò nonostante la parità di trattamento di tutti i minori sotto il profilo sanitario, a prescindere da qualsiasi altra condizione, sia garantita dalla Convenzione di New York del 20 Novembre 1989 sui diritti del fanciullo ed ancora più puntualmente dall’art. 63 del DPCM 12.01.2017 sui livelli essenziali di assistenza sanitaria, ove testualmente si sancisce che “i minori stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all’ingresso ed al soggiorno sono iscritti al Servizio sanitario nazionale ed usufruiscono dell’assistenza sanitaria <strong>in condizioni di parità con i cittadini italiani</strong></em>”.<br><br>Il giudice ha così accertato<strong> il carattere discriminatorio del mancato riconoscimento a favore dei cittadini stranieri minori di età irregolarmente soggiornanti, sia comunitari che extracomunitari</strong>, di un servizio ambulatoriale pediatrico pubblico accessibile gratuitamente equiparabile al pediatra di libera scelta cui dà diritto l’iscrizione al SSN (rectius della DGR 753/2019) e ha condannato Regione Veneto e ULSS 3 a rimuovere la discriminazione riconoscendo tale servizio, quanto alla Regione Veneto nell’ambito delle linee guida in sede di programmazione dei servizi sanitari, e quanto all’ULSS 3 Serenissima in sede di approntamento dei medesimi servizi.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="https://www.asgi.it/banca-dati/tribunale-di-venezia-ordinanza-19-ottobre-2020/?utm_source=rss&utm_medium=rss">L’ordinanza</a></p>



<p>Dalla stampa:&nbsp;<a href="https://www.rainews.it/tgr/veneto/video/2020/10/ven-Pediatra-di-base-bambini-stranieri-irregolari-Emergency-Marghera-sentenza-tribunale-Venezia-0cbc38c0-348d-4c5a-82f4-e81209f882b0.html?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Minori stranieri, garantita l’assistenza. Lo dice il tribunale di Venezia</a>&nbsp;TGR Veneto, 29 ottobre 2020</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2020/10/31/bambini-stranieri-senza-pediatra-regione-veneto-condannata-per-discriminazione/">Bambini stranieri senza pediatra: Regione Veneto condannata per discriminazione</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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		<title>Diritti negati. Zara Alvarez, Navid Afkari e Erick Echegaray.</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2020 08:15:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi Mi allontano un po’ dall’America Latina per parlare di Zara e Navid, tutti e due assassinati dai governi dei loro paesi di origine. Zara Alvarez era una donna e mamma filippina&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Tini Codazzi</p>



<p></p>



<p>Mi allontano un po’ dall’America Latina per parlare di Zara e Navid, tutti e due assassinati dai governi dei loro paesi di origine.</p>



<p>Zara Alvarez era una donna e mamma filippina di 39 anni. Attivista per i diritti umani, collaborava per diverse associazioni (<a href="https://www.arcores.org?utm_source=rss&utm_medium=rss">Arcores</a>, ONG <a href="https://www.karapatan.org?utm_source=rss&utm_medium=rss">Karapatan</a>), era assistente legale, appunto per l’Alleanza dei Diritti Umani di Karapatan. È stata uccisa da 6 colpi di pistola mentre tornava a casa sua la sera del 17 agosto, nella città di Bacalod, provincia di Negros. Il copione è più o meno lo stesso quando si vuole confondere l’opinione pubblica e la popolazione locale: un uomo ha sparato e poi è scappato su una moto, aiutato da un complice. Per far sembrare tutto un furto? È purtroppo un altro nome che si aggiunge alla lista di vittime uccise a causa dell’aumento di impunità grazie alla legislazione antiterrorismo firmata dal presidente delle Filippine Rodrigo Duterte. Un nome in più che possiamo aggiungere alla “guerra del dissenso”, di cui si è parlato e letto negli ultimi quattro anni da quando Duterte è al potere. È morta il giorno in cui c’erano i funerali di Randall Echanis, di 72 anni, attivista e veterano leader contadino e presidente del partito di sinistra Anakpawis. Ucciso nella sua casa. In sostanza, per il governo erano degli “sporchi rossi comunisti” ed erano nella loro lista nera, anzi rossa, già macchiata di sangue.</p>



<p>Navid Afkari era un uomo iraniano di 27 anni. Wrestler. È stato condannato a morte per aver ucciso presuntamente un funzionario pubblico durante le manifestazioni di piazza nel 2018. La condanna si era basata su una confessione da parte di Navid, ma sotto tortura, c’erano come evidenze contro di lui anche delle immagini prese da un video durante le manifestazioni e altre evidenze mai confermate, poco chiare e manipolate. Si è compiuta la condanna ed è stato impiccato a Shiraz il 12 settembre. Anche i suoi fratelli, Vahid e Habid, sono stati condannati per lo stesso motivo a 54 e 27 anni rispettivamente. Non sono serviti a nulla tutti gli appelli per salvare la sua vita: dal governo americano a tutte le associazioni sportive mondiali, passando dal Comitato Olimpico Internazionale ad Anmesty. Niente.</p>



<p>Mi avvicino ancora una volta ad America Latina per parlarvi di Erick, ucciso indirettamente dal regime venezuelano.</p>



<p>Erick Echegaray era un uomo venezuelano di 70 anni rinchiuso nel famoso “Helicoide”, sede del Sebin (Servizio d’Intelligence Bolivariano), era stato condannato a 14 anni per corruzione e riciclo di denaro sporco. Non ci sono informazioni se Erick è stato torturato, ma la sua famiglia, gli avvocati, i parlamentari di opposizione e le associazioni per i diritti umani in Venezuela avevano denunciato che Erick probabilmente aveva preso il Covid19 in carcere. Così è stato, è morto il 7 agosto a Caracas. Gli ufficiali del Sebin hanno ignorato la situazione e quando è stato trasferito in ospedale per insufficienza respiratoria, era troppo tardi. Questa malattia è la grande scusa per fare pulizia, i governi totalitari alzano le mani davanti al virus e no si macchiano di sangue perché il lavoro che dovrebbero fare lo fa alla grande questo virus fantasma.</p>



<p>Filippine, Iran e Venezuela. Zara, Navid ed Erick. Tre simboli, tre persone uccise senza capire il perché. Perché aiuti le persone? Perché hai una ideologia diversa? Perché non sei d’accordo con le politiche del tuo paese? Perché manifesti la tua opinione? Perché sei un prigioniero e allora non hai nessun diritto? Perché hai sbagliato qualcosa nella tua vita?.</p>



<p>“<a href="https://www.diritto.it/diritti-umani-nellera-della-globalizzazione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">…dire «diritti umani» equivale semplicemente a contestare&nbsp;regimi dispotici&nbsp;e violenti che operano nel più assoluto disprezzo della vita, della libertà e della dignità degli individui. Qui, i diritti umani vanno a premere come fattore di indebolimento di quei regimi. In ultimo, l’ideale dei diritti umani «lavora» incessantemente all’interno di ogni sistema democratico</a>”. Sistema democratico che in Filippine, Iran e Venezuela non c’è.</p>



<p>O come un giorno ha detto Immanuel Kant: “La violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti”.</p>



<p>Ecco perché anche qui in Italia abbiamo avvertito queste tre ennesime violenze.</p>
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		<title>Processo d&#8217;appello per genocidio contro Ratko Mladic</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Aug 2020 07:24:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il tribunale blocca la tattica temporeggiatrice della difesa   Due donne davanti alle bare delle vittime di Srebrenica. Foto: archivio GfbV. Martedì prossimo 25 agosto, inizierà all&#8217;Aia il processo di appello per Ratko Mladic.&#46;&#46;&#46;</p>
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<h1>Il tribunale blocca la tattica temporeggiatrice della difesa</h1>



<p></p>



<p><img loading="lazy" width="425" height="319" src="https://ci6.googleusercontent.com/proxy/_8Yejs_KJf782Dmwo8aQTp0I46yrLCdSimu5zdtL5xWHPUxhefgnBd3KCpaCqKnlc71eWBwiSzsCn-H1ovkxmYu6sCAlt7Jqxw=s0-d-e1-ft#http://www.gfbv.it/2c-stampa/2020/200824srebrenica.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Due donne davanti alle bare delle vittime di Srebrenica. Foto: archivio GfbV."> </p>



<p>Due donne davanti alle bare delle vittime di Srebrenica. Foto: archivio GfbV.</p>



<p>Martedì prossimo 25 agosto, inizierà all&#8217;Aia il processo di appello per Ratko Mladic. Il tribunale dell&#8217;ONU aveva condannato il comandante in capo dei serbi bosniaci all&#8217;ergastolo nel 2017 per genocidio, crimini contro l&#8217;umanità e violazioni delle leggi o degli usi di guerra. Le udienze di appello sono già state rinviate tre volte. La difesa del carnefice di Bosnia ha ovviamente tentato una tattica dilatoria affinché il settantasettenne possa non vivere abbastanza per vedere la sentenza finale. Tuttavia, il tribunale responsabile del procedimento ha smascherato la tattica e ha annunciato la sua intenzione di iniziare definitivamente le udienze il 25 agosto. Nove anni dopo l&#8217;inizio delle trattative e 25 anni dopo il genocidio di Srebrenica, i parenti delle vittime meritano finalmente giustizia.<br><br>Dopo 16 anni di fuga, Mladic è stato arrestato nel marzo 2011. Nel 2018 ha presentato ricorso contro la sentenza del Tribunale dell&#8217;Aia. Già prima della prima udienza, la difesa di Mladic aveva chiesto la ricusazione di tre giudici per presunta mancanza d&#8217;imparzialità e terzietà. Una seconda udienza ha dovuto essere rinviata a causa di un intervento medico. Al terzo tentativo, le restrizioni di viaggio dovute alla pandemia hanno impedito ad alcuni giudici di partecipare. Mladic stesso se lo desidera potrà partecipare al processo in video dalla sua cella.<br><br>La comunità internazionale continua a fallire nella prevenzione del genocidio e nella coerente attuazione della sua responsabilità nella protezione delle vittime. Ma anche l&#8217;azione penale dopo tali atrocità deve diventare più efficace. Perché se i colpevoli la fanno franca per anni di impunità, altri sono incoraggiati a commettere atti simili. Mladic è anche responsabile di genocidio in sei comunità bosniache vicine a Srebrenica, e deve essere condannato anche per questo. Tuttavia, poiché inizialmente è stato assolto per i crimini commessi a Kljuc, Kotor Varoš, Sanski Most, Prijedor, Vlasenica e Foca, l&#8217;accusa ha fatto ricorso anche in appello. Ci aspettiamo che il tribunale confermi il verdetto di prima istanza e riconosca la responsabilità di Mladic per i crimini commessi anche nelle altre sei comunità bosniache. Per l&#8217;Associazione per i popoli minacciati (APM) si spera che la glorificazione di questo brutale massacratore termini con questo processo e la narrazione della negazione del genocidio sia così messa a tacere per sempre.<br><br>Il Meccanismo internazionale per le funzioni residue dei tribunali penali ad hoc (IRMCT) è responsabile del caso Mladic. Questo tribunale è il successore legale del Tribunale penale internazionale per l&#8217;ex Jugoslavia e del Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Sono previste due giornate, il 25 e il 26 agosto, per le udienze d&#8217;appello. Il pubblico non avrà accesso all&#8217;aula, ma il procedimento sarà trasmesso sul sito web dell&#8217;IRMCT (<a href="https://www.irmct.org/en/cases/mict-courtroom-broadcast?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.irmct.org/en/cases/mict-courtroom-broadcast?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>) con un differimento di 30 minuti.</p>
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		<title>Notizie dal mondo &#8211; flash</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jul 2020 08:05:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(dall&#8217;agenzia stampa Anbamed a cura di Farid Adly) Rassegna Anbamed di Mercoledì 15 Luglio 2020 I titoli: Nilo: nessun accordo tra Egitto-Etiopia e Sudan Tunisia: crisi di Governo, Ennahda ritira i suoi ministri Iran:&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="480" height="360" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/hqdefault.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14415" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/hqdefault.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 480w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/hqdefault-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></figure>



<p>(dall&#8217;agenzia stampa Anbamed a cura di Farid Adly)</p>



<p>Rassegna Anbamed di Mercoledì 15 Luglio 2020</p>



<p>I titoli:</p>



<p>Nilo: nessun accordo tra Egitto-Etiopia e Sudan</p>



<p>Tunisia: crisi di Governo, Ennahda ritira i suoi ministri</p>



<p>Iran: L&#8217;attivista Nirgis Mohamadi colpita dal Covid19 in carcere</p>



<p>Tunisia: sei mesi di carcere alla media-attivista Amna Sharqi, per i versetti apocrifi sul Coronavirus</p>



<p>Egitto: appello alle autorità del Cairo per la liberazione dei giornalisti detenuti di opinione</p>



<p>Siria: bombardamenti in seguito allo scoppio di una bomba contro soldati russi</p>



<p>Le notizie:</p>



<p><strong>Nilo</strong>: Le trattative per le acque del Nilo sono finite senza un accordo. Lo ha detto il ministro delle risorse idriche di Addis Abeba, Seleshi Bekele. “Ci sono stati passi in avanti, ma non è stato raggiunto un accordo”, ha detto, sottolineando che le richieste di Egitto e Sudan sono eccessive. Il ministro degli esteri del Cairo, Shukri, ha replicato che si andrà di nuovo al Consiglio di Sicurezza e che non è ammissibile qualsiasi atto unilaterale senza un accordo. Il ministro sudanese ha auspicato che ci sia un altro round di trattative, sotto l&#8217;egida dell&#8217;Unione Africana, per risolvere la questione con il negoziato.</p>



<p><strong>Tunisia</strong>: E&#8217; crisi di governo. Il partito islamista Ennahda ha deciso di ritirare i suoi ministri e di avviare la procedura di sfiducia in Parlamento. La decisione arriva a 24 ore dalle dichiarazioni del primo ministro, l&#8217;imprenditore Fakhfakh di procedere ad un rimpasto di governo. In Parlamento è stata avviata anche la procedura di sfiducia nei confronti del presidente del Parlamento,Ghannouchi, leader di Ennahda.</p>



<p><strong>Iran</strong>: L&#8217;attivista Nirgis Mohannadi è colpita da Covid19 in carcere. In una lettera fatta trapelare scrive: “Non mi fanno sentire i miei figli da un anno”. Mohannadi, 47 anni, è una attivista per i diritti umani e sconta una condanna a 16 anni per “reati politici compiuti tramite un&#8217;associazione non autorizzata”. L&#8217;associazione si chiama Centro di difesa dei diritti umani e il reato politico è quello di aver incontrato, nel 2014, la rappresentante dell&#8217;UE per la politica estera, Catherine Ashton.</p>



<p>La magistratura iraniana ha informato che è stata eseguita la condanna a morte contro un impiegato del ministero della difesa in pensione, per spionaggio a favore degli Stati Uniti. Un Tribunale di Teheran ha condannato a morte 3 giovani manifestanti che hanno guidato il movimento di protesta dello scorso Novembre.</p>



<p><strong>Tunisia</strong> 2: Il Tribunale di Tunisi ha condannato a 6 mesi di carcere la media-attivista Amna Sharqi, 27 anni, con l&#8217;accusa di diffusione di messaggi che incitano all&#8217;odio e mancato rispetto alla fede. Sharqi ha condiviso sui social una poesia sul Coronavirus, che imita i versetti coranici. In molte città tunisine sono stati organizzati sit-in a sostegno della libertà di opinione. Nei loro cartelli, i manifestanti chiedevano la liberazione della giovane.</p>



<p><strong>Siria</strong>: Bombardamenti russi su postazioni jihadiste nella provincia di Idlib, in seguito allo scoppio di una bomba durante il passaggio di mezzi militari russi e turchi sulla M4, l&#8217;autostrada che collega Aleppo con Latakia. Nello scoppio è stato distrutto un mezzo militare e feriti 3 soldati di Mosca.</p>



<p>Lo scorso Marzo, tra russi e turchi è stato raggiunto un accordi di tregua, che ha messo fine all&#8217;offensiva dei governativi contro la provincia di Idlib. Secondo l&#8217;accordo ci sarebbero state ronde miste di monitoraggio sulla tregua. Il movimento qaedista Tahrir Sham, protetto dalla Turchia, non ha mai accettato questo accordo ed ha attaccato diverse volte in passato le ronde russo-turche oppure ha organizzato proteste della popolazione per impedire il passaggio dei soldati russi.</p>



<p><strong>Egitto</strong>: Appello alle autorità del Cairo per il rilascio di tutti i giornalisti detenuti per reati di opinione. Lo ha chiesto il Comitato internazionale per la protezione dei giornalisti (CPJ) con sede a New York. L&#8217;appello arriva il giorno dopo la morte del giornalista Mohammed Mounir, per aver contratto il Covid19 in carcere. Per il CPJ, “tenere le persone in carcere per reati di opinione , in questa fase di pandemia Coronavirus, equivale ad una sentenza di morte”.  </p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;.  Un processo per Omar al-Bashir﻿</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Feb 2020 08:41:21 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Per il Sudan, il 2019 è stato un anno complicato, segnato da mesi di proteste e uccisioni, conclusesi solo con la cacciata e l’arresto del presidente Omar al- Bashir nel mese di aprile. Questo personaggio controverso, accusato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra per il conflitto in Darfur, ricevette un&#8217;incriminazione da parte della Corte penale internazionale (CPI).</p>



<p>La figura dell’ormai ex presidente in questa guerra fu strategica e di responsabilità e fu la causa della morte di circa 300.000 persone. </p>



<p> Oggi, a 76 anni, è di fatto a piede libero nonostante la condanna per corruzione, perché in base alla legge sudanese nessuno sopra i 70 anni può restare in prigione . La sua consegna alla Corte dell’Aja è però anche un altro segno di avvicinamento di Khartoum all’Europa e agli Stati Uniti. Il leader del Consiglio esecutivo supremo, generale Abdel Fattah al-Burhan, ha anche incontrato la scorsa settimana il premier israeliano Benjamin Netanyahu e sarà presto negli Stati Uniti per normalizzare i rapporti diplomatici e ottenere la fine delle sanzioni.</p>



<p>Le ultime notizie sono che il governo di Khartun ha ufficialmente deciso che Omar al-Bashir dovrà rispondere del reato di genocidio e che sarà estradato dal paese.</p>



<p>Non si sa  quando l’ordine diventerà effettivo e finora CPI non ha rilasciato commenti in merito. Questo è un risultato importante per tutti i cittadini sudanesi che per mesi hanno protestato contro di lui e le sue violenze, fino ad ottenere (in aprile 2019) la sua sostituzione con Abdel fattah Abdelrahman Burhan (che ha succeduto l’ex Ministro della Difesa, Ahmed Awad Ibn Auf, durato al governo solo 24 ore) che da subito si pose alla popolazione in maniera più conciliante e di dialogo.</p>



<p>
“In
futuro non potremo parlare di giustizia se le ferite inferte non
saranno guarite” ha dichiarato al-Taishi, portavoce del governo.
L’avvio di tale procedimento può sembrare non rilevante a livello
internazionale ma dimostra la volontà di un governo africano di
ascoltare la popolazione
in difficoltà. 
</p>



<p>
“Stiamo
facendo ciò che il popolo sudanese ci ha chiesto di fare”.

</p>
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