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	<title>confine Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. La Pista. La situazione nel confine tra Colombia e Venezuela</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jun 2023 08:42:28 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Tini Codazzi</p>



<p>Cartone, latta, fango, oggetti riciclati, rifiuti, macerie; sono i materiali con cui cittadini colombiani e venezuelani hanno costruito le loro case in “La Pista”, una striscia di terra lunga due chilometri dove un tempo atterravano e decollavano gli aerei da e per la città di Maicao, al confine con il Venezuela. L’invasione è iniziata sette anni fa, quando diverse famiglie colombiano-venezuelane si sono stabilite in quest&#8217;area abbandonata, per necessità, perché non avevano un altro posto dove andare. Si stima che ora ci siano quasi 13.000 persone. Sopravvivono di commercio informale, riciclando e realizzando oggetti di artigianato che poi vendono come meglio possono, il tutto per comprarsi il pane quotidiano. Un uomo passa per le strade fangose con un asino che funge da cisterna, vendendo acqua in piccole bottiglie. Gli anni sono passati e “La Pista” è ora grande, occupa diversi isolati, circa 12.</p>



<p>Chi abita qui? Una consistente emigrazione venezuelana, la maggioranza forma parte della comunità Wayuu, un&#8217;etnia indigena che si trova in gran parte nello stato di Zulia (Venezuela) e La Guajira (Colombia).</p>



<p>È a tutti gli effetti un campo profughi. Il più grande dell&#8217;America Latina.</p>



<p>L&#8217;UNHCR ha un ufficio a Maicao e fa il possibile per aiutarli, facendo pressione al governo locale affinché possano avere per lo meno i due servizi di base: acqua ed elettricità.</p>



<p>Uno dei maggiori problemi è la popolazione infantile. I bambini non possono andare a scuola, passano le giornate come cani randagi in cerca di qualche gioco da fare, passeggiando e curiosando per il campo, sono costantemente minacciati dalla criminalità, dalla guerriglia e dalle bande che potrebbero reclutarli o avvicinarli al consumo di droga, nonché prede facili per le malattie infettive.</p>



<p>Come in tutti gli insediamenti abusivi, emergono dei leader, uomini e donne che prendono il comando e gestiscono le situazioni difficili per conto dei loro vicini. Uno di loro è Yusmelina Avila. In un articolo apparso su <a href="https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-65501349?utm_source=rss&utm_medium=rss">BBC Mundo</a> lo scorso giugno, si legge che Yusmelina gestisce un centro di formazione per bambini chiamato <em>Aldeas</em>. Infermiera in Venezuela, &#8220;Nessuno&#8221; in Colombia. Sopravvive facendo e vendendo dolci insieme al marito. Dice: &#8220;Le famiglie numerose sono una parte essenziale della cultura Wayuu. Qui a “La Pista” ci sono madri single di 23 anni che hanno fino a dieci figli. Si stima che un terzo della popolazione sia minorenne. Si presume che la gente sia venuta qui perché ci sono servizi di assistenza migliori, e sì, la Colombia ha fornito protezione, ci sono metodi contraccettivi, ma la gente non lo fa (…) E non ci sono abbastanza scuole per così tanti bambini, e quelle che ci sono non sono abbastanza buone.<br>La maggior parte di loro è costretta a frequentare le scuole nelle <em>rancherías</em>, un formato unico nella zona, dove gli insegnanti danno priorità al numero di bambini accolti piuttosto che alla qualità dell&#8217;istruzione. Vengono pagati per ogni alunno registrato”.</p>



<p>Agghiacciante pensare al futuro di questi bambini, tanti non sanno nemmeno leggere, pensare a quando piove in una zona fangosa come quella, alle malattie, alla denutrizione, agli anziani, alla rete fognaria che non esiste, all’insicurezza durante la notte buia, alle ragazze che non hanno una famiglia che le protegga…</p>



<p>I governi colombiani hanno fatto molte promesse per aiutare la popolazione di “La Pista”, ma non è stato fatto nulla di concreto. Nulla di nuovo. Guardiamo a nord, a sud, a est e a ovest del mondo, siamo circondati da campi profughi. Sono l&#8217;unica a porsi delle domande?<br><br></p>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Cosa sta succedendo a Ciudad Juarez?</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Mar 2023 08:15:32 +0000</pubDate>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/03/el-paso.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="960" height="400" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/03/el-paso.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16895" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/03/el-paso.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/03/el-paso-300x125.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/03/el-paso-768x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></figure>



<p>di Tini Codazzi</p>



<p>Cosa sta succedendo a Ciudad Juarez in questi giorni? Centinaia di latinoamericani, tra cui moltissimi venezuelani, sono accampati nel confine tra Messico e Stati Uniti. Vogliono attraversare il confine tra Ciudad Juarez e la città americana de El Paso. Hanno attraversato con la forza e la violenza un ponte di confine a El Paso. La polizia di frontiera è riuscita a trattenerli e dopo cinque ore di proteste e manifestazioni, tutto è tornato all&#8217;apparente normalità.</p>



<p>Le autorità messicane affermano che questi eventi continueranno a verificarsi perché gli immigrati si sono stancati del processo anti burocratico messo in atto dall&#8217;amministrazione Biden per procedere alle richieste di asilo. Attraverso una app messa a disposizione dello Stato, gli immigranti potevano riempire i moduli e fare domanda per richiedere asilo politico. Questa app, chiamata CBP One, doveva snellire il processo, ma in realtà sembra sia piena di difetti tecnici, le domande sono centinaia e non funziona. Non ci sono uffici in cui richiedere la domanda e nemmeno in cui si possa chiedere informazioni. Questi immigranti esigono asilo politico, dichiarano di voler iniziare una nuova vita nel paese americano. Vero o non vero, se non altro, dopo mesi e mesi di attesa potrebbero ricevere delle risposte. Hanno trovato le porte chiuse dopo che gli Stati Uniti avevano aperto una finestra di speranza. Nel bene o nel male, queste persone sono in balia a se stesse.</p>



<p>Nel frattempo, a Ciudad Juarez, nota per essere una città pericolosissima e violenta, molti immigrati si trovano in situazioni di grande vulnerabilità, dormono per strada, le malattie sono proliferate, le donne hanno subito violenze, uomini e donne sono stati derubati e maltrattati.</p>



<p>Quest’ultima manifestazione dovrebbe essere un campanellino d’allarme per gli Stati Uniti.</p>



<p>Il problema dell&#8217;immigrazione non è solo un problema europeo, è un problema mondiale. Tutti i giorni leggiamo e vediamo avvenimenti agghiaccianti tra Stati e problematiche di immigrati. Tra potere e persone.</p>



<p>Come diceva Franco Battiato: “Come è misera la vita negli abusi di potere”</p>
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		<title>Trace the face. Restoring family link</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2022 09:33:12 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>Riprende l&#8217;attività di ricerca di persone scomparse durante i viaggi migratori. Il progetto è a cura della Croce Rossa Internazionale e noi cerchiamo di divulgare le notizie che ci vengono fornite di volta in volta. </p>



<p>Al momento si stanno cercando le due persone indicate di seguito di cui, purtroppo, non c&#8217;è fotografia del richiedente. Nel poster, però, trovate immagini di molte altre per le quali chiediamo il vostro aiuto. Grazie.</p>



<p></p>



<p><strong>Farhiya Yusuf,</strong> femmina, nata nel 1996 ad Abore in Somalia. La signora Yusuf è fuggita dalla Somalia dopo aver perso il marito ucciso da El Shabaab. Ha passato del tempo in Libia e dopo qualche tempo, intorno al 2010, si è diretta verso l&#8217;Europa. Purtroppo il cugino che la sta cercando, Sid Ali Jama Mohamed, non ha altre informazioni per il momento. Egli vive in Belgio e pensa che anche la signora Yusuf abbia cercato di raggiungere lo stesso paese e potrebbe essere passata per l&#8217;Italia.</p>



<p></p>



<p><strong>Najid Ali Sarwari</strong>, uomo di 35-40, Afghano di origine Hazara, nato in un villaggio chiamato Loman, nel distretto di Jaghori, nella provincia di Ghazni, sposato con Fatima Sarwari. Nei primi mesi del 2021 è fuggito da Kabul nell&#8217;agosto 2021 con i 2 figli (gemelli). Sono passati per Ghazni prima di dirigersi verso il confine con l&#8217;Iran. Al confine sono stati aggrediti dalla polizia iraniana e si sono separati. Il figlio che lo cerca, Farhad Sarwari, ora vive in Belgio e pensa che anche il padre, Najid, abbia cercato di seguire lo stesso percorso per raggiungere l&#8217;Europa: Afghanista-Iran- Turchia-Italia (per mare).</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Restoring Family Link: ricerca di una persona</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Aug 2022 08:56:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chiediamo una vostra collaborazione per una ricerca di 1 persona. La persona da cercare è Jahanzeb Jabarkhel, maschio, nato il 01-01-2001 a Nangharar, Hessarak district. Fratello maggiore del richiedente (foto allegata), è fuggito dall&#8217;Afganistan&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Chiediamo una vostra collaborazione per una ricerca di 1 persona.</p>



<p>La persona da cercare è <strong>Jahanzeb Jabarkhel,</strong> maschio, nato il 01-01-2001 a Nangharar, Hessarak district. Fratello maggiore del richiedente (foto allegata), è fuggito dall&#8217;Afganistan nel 2018 insieme al richiedente. Lo zio materno ha organizzato il loro viaggio in Francia. Nel 2019 sono arrivati in Turchia e hanno soggiornato a Istanbul per un anno e qualche mese; poi in Bosnia per circa 6 mesi. Il richiedente e Jahanzeb Jabarkhel hanno perso i contatti durante un tentativo di attraversare il confine verso l&#8217;Austria, intorno a giugno-luglio 2020.</p>



<p>La fotografia di seguito è della persona richiedente aiuto per la ricerca</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/Caso-jpg.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="724" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/Caso-jpg-724x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16538" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/Caso-jpg-724x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 724w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/Caso-jpg-212x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 212w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/Caso-jpg-768x1087.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/Caso-jpg-1085x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1085w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/08/Caso-jpg.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1240w" sizes="(max-width: 724px) 100vw, 724px" /></a></figure>



<p></p>



<p>Ogni anno migliaia di famiglie vengono separate a causa di conflitti armati, situazioni di violenza, disastri, migrazioni o altre circostanze che richiedono una risposta umanitaria. La Croce Rossa Italiana e le altre Società Nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, insieme al Comitato Internazionale di Croce Rossa, operano in tutto il mondo per rintracciare i familiari e ristabilire il legame con i loro cari. Questo impegno si traduce nella ricerca dei congiunti scomparsi, nel ristabilimento e mantenimento dei loro contatti, nel supporto alla riunificazione e nel tentativo di chiarire la sorte dei dispersi, anche attraverso attività volte a facilitare l’identificazione dei corpi senza nome.</p>



<p>Per la ricerca di familiari in Europa e nel caso di contatti interrotti con i propri congiunti durante il percorso migratorio verso l’Europa, è possibile consultare il sito web Trace the Face al link <a href="http://www.tracetheface.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.tracetheface.org?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>. Il sito contiene le foto di familiari alla ricerca dei loro cari. Coloro che desiderano rintracciare i loro congiunti possono farlo attraverso la pubblicazione delle loro foto online o su poster della Croce Rossa diffusi pubblicamente. Il familiare scomparso che visualizza la foto potrà contattarci e ristabilire il legame con il parente che lo sta cercando.</p>
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		<title>Guerra Russia-Ucraina: l&#8217;appello delle Ong italiane</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2022 13:35:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le Organizzazioni non governative che compongono la rete LINK2007, riaffermano con un comunicato congiunto la necessità di mettere in atto ogni sforzo per il ritorno al dialogo politico necessario per risolvere la crisi in Ucraina. Il comunicato di LINK2007 Di fronte&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/03/bandiera-ucraina-aspect-ratio-720-687.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1007" height="960" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/03/bandiera-ucraina-aspect-ratio-720-687.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16163" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/03/bandiera-ucraina-aspect-ratio-720-687.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1007w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/03/bandiera-ucraina-aspect-ratio-720-687-300x286.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/03/bandiera-ucraina-aspect-ratio-720-687-768x732.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1007px) 100vw, 1007px" /></a></figure>



<p>Le <strong>Organizzazioni non governative</strong> che compongono la rete <em><a href="http://www.link2007.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss">LINK2007</a></em>, riaffermano con un comunicato congiunto la necessità di <strong>mettere in atto ogni sforzo</strong> per il <strong>ritorno al dialogo politico</strong> necessario per risolvere la crisi in Ucraina.</p>



<h3>Il comunicato di LINK2007</h3>



<p>Di fronte alla decisione di puntare tutto sulle alleanze militari e sulla minaccia dell’uso delle armi lasciando all’azione diplomatica e politica un ruolo marginale e tardivo, fino all’indebita occupazione armata di territori appartenenti ad uno stato indipendente, la rete di Ong&nbsp;<strong>LINK 2007 riafferma la necessità di mettere in atto ogni sforzo per il ritorno al dialogo politico</strong>, anche di fronte ad una realtà che sembra renderlo ormai impossibile.</p>



<p>La guerra colpisce soprattutto le popolazioni ed in particolare le persone più deboli, con distruzioni, morti, ferite, sopraffazioni, sfollamenti, alimentando al contempo odi e rancori che rimangono a lungo indelebili.</p>



<p>L’abbiamo visto e vissuto direttamente in questi ultimi decenni in tante aree di conflitto armato e di guerra dove milioni di persone sono stati colpite e dove nulla è stato risolto, abbandonando intere popolazioni al loro triste destino.</p>



<p><strong>Le Ong di LINK 2007 e tante altre Ong sono state e continuano ad essere al loro fianco</strong>, portando continuamente quel messaggio di pace che è stato loro negato.</p>



<p>La guerra, possiamo affermarlo con la certezza di quanto abbiamo vissuto, non risolve mai nulla.</p>



<p>È stata impressionante la cecità dei decisori politici che, pur sapendolo, vi hanno ricorso negli anni passati, come foglia di fico che nascondeva in realtà l’incapacità di affrontare i problemi con il dialogo e la costante e tenace azione diplomatica, nella comprensione reciproca delle ragioni altrui.</p>



<p>Da tempo&nbsp;<strong>Ong di LINK sono operative in Ucraina e continueranno la loro azione di presenza solidale e umanitaria anche in questo difficile contesto</strong>, a fianco di organizzazioni della società civile e delle popolazioni più bisognose.</p>
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		<title>Sopralluogo in Albania: le peculiari dinamiche migratorie di un paese chiave nella rotta balcanica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Oct 2021 08:19:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da asgi.it) Articolo di presentazione del sopralluogo giuridico in Albania condotto da soci ASGI coinvolti nel progetto Medea insieme a operatori ed avvocati appartenenti alla rete Network dei Porti Adriatici. Si tratta di una&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>(da asgi.it)</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://medea.asgi.it/wp-content/uploads/2021/09/IMG-20210831-WA0044-01-1-1024x540.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-34038"/></figure>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>Articolo di presentazione del sopralluogo giuridico in Albania condotto da soci ASGI coinvolti nel progetto Medea insieme a operatori ed avvocati appartenenti alla rete Network dei Porti Adriatici. Si tratta di una prima analisi descrittiva di quanto emerso in attesa della produzione di un report contenente il resoconto dettagliato dell’esperienza e specifici approfondimenti.</p></blockquote>



<p>Dal 19 al 27 giugno 2021 un gruppo di operatori legali e avvocati hanno effettuato un sopralluogo in Albania. Oltre a soci ASGI erano presenti componenti dell’associazione&nbsp;<a href="https://lungolarottabalcanica.wordpress.com/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Lungo la Rotta Balcanica</a>&nbsp;e &nbsp;dell’associazione&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/SOSDiritti.Venezia/?utm_source=rss&utm_medium=rss">S.O.S. Diritti di Venezia</a>&nbsp;che, insieme ad ASGI, fanno parte del&nbsp;<a href="https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/network-porti-adriatici-respingimenti-e-riammissioni/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Network Porti Adriatici</a>. L’idea di effettuare un sopralluogo in Albania è nata, infatti, da un confronto iniziato all’interno del Progetto Medea di ASGI e proseguito con le altre realtà facenti parte del Network, oltre che con attivisti di altre organizzazioni. I monitoraggi svolti nelle aree di confine e nei Paesi attraversati da flussi migratori costituiscono importanti occasioni di comprensione della realtà.</p>



<p>Se la Bosnia ed Erzegovina è una delle tappe della c.d. Rotta Balcanica che ha avuto, almeno nel corso degli ultimi anni, un importante rilievo mediatico anche&nbsp; a causa delle condizioni di degrado che i migranti si trovano ad affrontare, l’Albania è stata in questo senso molto meno attenzionata. Sebbene il contesto albanese sia molto differente da quello bosniaco o serbo, l’osservazione di quanto accade in Albania assume, per varie ragioni, una notevole importanza. Come dimostra lo stesso l’interesse di EASO che è prossima all’apertura di un ufficio nel Paese, l’Albania, è infatti diventata negli ultimi anni uno dei paesi di transito per i migranti provenienti dalla Grecia e diretti nei Paesi dell’area balcanica prima e nell’Europa Occidentale dopo, nonchè un paese da cui un numero significativo di migranti cerca di raggiunge le coste italiane sia attraverso i traghetti di linea sia con piccole imbarcazioni, rivestendo dunque un ruolo di crescente interesse nelle dinamiche migratorie nei Balcani Occidentali. Non solo. L’Albania è stato il primo paese terzo a dare ufficialmente&nbsp; il via, dopo un accordo siglato nell’ottobre 2018 con l’Agenzia europea per la guardia di frontiera e costiera, ad un’operazione congiunta che prevede la presenza di personale dell’Agenzia con poteri esecutivi sul proprio territorio. Al tempo stesso l’Albania, nonostante i rilevanti cambiamenti intervenuti negli ultimi anni e il processo di avvicinamento all’UE, resta una terra di emigrazione, ancora legata a doppio filo a dinamiche migratorie che interessano molti Paesi dell’Unione Europea. In particolare, gli aspetti che si è ritenuto approfondire durante il sopralluogo hanno riguardato:</p>



<ol><li>La costante ascesa dei numeri legati ai flussi migratori&nbsp; in transito nel paese (che&nbsp; risultano comunque inferiori rispetto ad altri paesi quali la Macedonia del Nord, Serbia e Bosnia);&nbsp;</li><li>La presenza e il consolidamento&nbsp; delle operazioni di Frontex nelle aree di frontiera con la Grecia e il Montenegro;</li><li>La conoscenza che la società civile ha del ruolo del paese nelle dinamiche migratorie in ingresso, transito ed uscita;</li><li>La normativa vigente, il sistema di accoglienza e la conoscenza degli enti e delle ong attive ed operanti nel Paese a tutela dei diritti dei migranti e richiedenti protezione internazionale.</li></ol>



<p>Il sopralluogo ha consentito al gruppo di lavoro di esplorare buona parte del paese, soffermandosi in particolare sui luoghi più sensibili in riferimento agli ingressi e alle partenze delle persone in movimento. Oltre, alla capitale Tirana, dove sono stati svolti incontri istituzionali (UNHCR, Caritas Albania, l’Ufficio dell’Avvocato del Popolo e RMSA&nbsp; –Refugee and Migrant Service in Albania), la missione si è concentrata sulle aree di confine con la Grecia (Gjirokaster e Korca) e il Montenegro (Scutari) – dove sono attive le squadre di Frontex – e sui porti di Durazzo e Valona.</p>



<p>Se la visita della capitale è stata interessante, oltre che per gli incontri istituzionali, anche per la visita del centro di accoglienza dei richiedenti asilo nel quartiere di Babbru, il sopralluogo ai porti di Durazzo e Valona ci ha permesso di entrare in contatto con alcuni cittadini stranieri in transito. In generale, le interviste condotte sono state preziose per avere un riscontro diretto non solo delle difficoltà che le persone in movimento incontrano nel tentare di raggiungere le coste italiane, ma anche per cominciare a comprendere le dinamiche di attraversamento in ingresso delle frontiere. Estremamente interessante&nbsp; si è rivelato&nbsp; l’incontro avuto con un funzionario della polizia di frontiera di Durazzo che ha illustrato in concreto l’operatività della polizia di frontiera, confermando il respingimento di cittadini stranieri ai porti adriatici italiani e offrendo importante informazioni riguardo all’attuazione degli accordi di riammissione e di polizia. I cittadini stranieri fermati in posizione irregolare in prossimità di zone di frontiera che, soggetti alle procedure di identificazione risultano essere stati già fotosegnalati al confine greco-albanese, vengono infatti ricondotti dalla polizia a tale punto di confine ed invitati a rientrare in territorio greco.</p>



<p>La tappa a Korca e al relativo valico di frontiera di Kapstiche ha permesso di osservare il centro di transito edificato da OIM nel 2017, una struttura composta da una serie di container e caratterizzata da una massiccia presenza sia di forze di polizia e sicurezza albanesi sia di autovetture di Frontex. L’area di Korca e i piccoli paesi situati in prossimità della frontiera greca, tra cui la piccola località di&nbsp; Trestenik che abbiamo raggiunto proprio per avvicinarci il più possibile alla linea di confine, sono da sempre caratterizzati da flussi afferenti a quella che viene definita da&nbsp;<a href="https://frontex.europa.eu/we-know/migratory-map/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Frontex la&nbsp; rotta circolare dall’Albania alla Grecia</a>.</p>



<p>La città di Gjirokaster, seconda tappa del nostro viaggio, ed in particolare il valico di Kakavia (distante circa 30 km dalla città) costituisce la principale via di accesso all’Albania dalla Grecia e ospita un ufficio dell’agenzia Frontex. A differenza di quanto riscontrato a Kapshtice, dove il centro di transito è collocato nelle immediate vicinanze della frontiera,&nbsp; qui il centro di identificazione e accoglienza è collocato nella località di Gerhot piuttosto distante dalla frontiera e posto alla periferia opposta del centro abitato. Il centro, molto simile a quello presente al valico di Kapstiche e costituito da una serie di container in un’area delimitata da una rete molto alta e filo spinato, è ubicato all’interno di una discarica di auto in rottamazione.&nbsp;</p>



<p>Le tappe a Korce e Gjirokaster, si sono rivelate molto interessanti anche per gli incontri tenuti con i presidi di Caritas Albania, operativi nelle due aree.&nbsp;</p>



<p>La città di Valona è stata interessata da una brevissima visita; l’accesso all’area portuale, possibile con qualche accorgimento a Durazzo, è praticamente impossibile a Valona in ragione di rigidi controlli all’ingresso e aree delimitate da alte barriere. Dai primi riscontri avuti i flussi in partenza da Valona e dall’area più a sud, sono caratterizzati da un maggiore controllo da parte della criminalità organizzata che rende difficile reperire informazioni dalla popolazione locale.</p>



<p>Sulla base delle informazioni raccolte, si è infine deciso di proseguire il sopralluogo con una visita del confine settentrionale raggiungendo la città di Scutari situata nel nord dell’Albania al confine con il Montenegro. A differenza che negli altri luoghi visitati, nel caso di Scutari, le persone respinte o intercettate nei pressi delle frontiere di Hani Hotit e Muriqan (al confine con il Montenegro) e Kukes (al confine col Kosovo) vengono temporaneamente collocate in una struttura, nata per accogliere i profughi della guerra in Kosovo, attualmente e parzialmente convertita in a centro di accoglienza e di identificazione gestito da Caritas Albania. Oltre alla città di Scutari e al centro di accoglienza, è stato possibile recarsi a Lezhe, luogo di transito per raggiungere i confini settentrionali, e nelle zone di confine Muriqan e Hani Hotit, interessate da flussi migratori in uscita, da conseguenti respingimenti da parte delle guardie di confine montenegrine e di agenti di Frontex e da un controllo del territorio da parte delle forze di polizia albanesi alle quali la nostra presenza non è sfuggita.</p>



<p>Il sopralluogo ha consentito anche la raccolta di numerose e significative informazioni attraverso una serie di incontri formali ed informali con diversi attori coinvolti a diverso titolo nel sistema di gestione delle frontiere e della migrazione in Albania. Gli incontri con le associazioni e rappresentanti&nbsp; della società civile (Caritas Italiana, Caritas Albania Fondazione Emmanuel, medici e altri) sono stati estremamente funzionali per comprendere sia le dinamiche che&nbsp; le modalità e i ruoli&nbsp; con le quali le operazioni di pre-screening alle frontiere vengono effettuate&nbsp; e per trovare conferma a numerose criticità legate alla tutela di diritti fondamentali delle persone in transito. Abbiamo potuto inoltre constatare un atteggiamento di grande soggezione nei confronti delle organizzazioni e dei soggetti istituzionali che sono ai vertici apicali del sistema amministrativo. Questo è soprattutto emerso durante i colloqui con i diversi uffici territoriali di Caritas Albania che operano presso i valichi di frontiera, i quali hanno fornito spesso informazioni parziali e contraddittorie, evitando di evidenziare criticità relative all’operato di altri attori coinvolti.&nbsp;</p>



<p>Lungi dall’essere una esperienza conclusa, il sopralluogo ci ha consentito di acquisire primi elementi di conoscenza essenziali per comprendere alcune dinamiche, l’evoluzione delle rotte, il ruolo di Frontex nell’area e soprattutto ha suscitato l’interesse a sviluppare successivi approfondimenti sia di carattere giuridico che, più in generale, di analisi del fenomeno migratorio importanti per future azioni del progetto.</p>
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		<title>Perquisita la sede di Linea D&#8217;Ombra: la parola a Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2021 08:28:12 +0000</pubDate>
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<p>Lo scorso 23 febbraio il Pm Massimo De Bortoli ha aperto una fascicolo per concorso in favoreggiamento all&#8217;immigrazione clandestina a carico di circa trenta persone, ma tra queste sono sotto osservazione anche i volontari di Linea D&#8217;Ombra, nota associazione che fornisce solidarietà ai migranti.</p>



<p>La Polizia ha fatto irruzione nell&#8217;abitazione di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi – l&#8217;abitazione è anche sede dell&#8217;associazione – e ha perquisito cellulari e computer.</p>



<p><em><strong>Associazione Per i Diritti umani </strong></em>ha chiesto un commento a Lorena Fornasir e a Gian Andrea Franchi ai quali dà pieno sostegno, preoccupata di un ritorno al “reato di solidarietà” e si impegna a monitorare la situazione.</p>



<p>Ecco le parole di Lorena e di Gian Andrea:</p>



<p>Siamo stati trascinati in una macchina del fango perchè sono supposizioni infami che non hanno uno straccio di prove e spero che riusciremo a smontarle. Ad Andrea hanno sequestrato, chissà per quanto tempo, computer e cellulare per cui dobbbiamo rifarci a questo mio telefono (Lorena)</p>



<p>Quello che sta accadendo è un tentativo di colpire l&#8217;attività che Lorena, io e un altro gruppo di persone stiamo facendo ormai da diverso tempo. Usano, per questo scopo, una vicenda che risale al luglio del 2019, ovvero l&#8217;intervento che Lorena ed io abbiamo fatto nei confronti di una famiglia iraniana che abbiamo ospitato ed aiutato a prendere un treno. Siccome questa famiglia, secondo la Procura, è stata aiutata anche da una rete di passeur vogliono collegare in particolare il mio nome a questa rete di trafficanti, insinuando (perchè prove non ne hanno) che io possa averne tratto dei vantaggi sul piano economico. Ripeto: il tentativo è essenzialmente quello di colpire un&#8217;attività che, per me e Lorena, risale al 2015 e che per l&#8217;associazione Linea D&#8217;Ombra inizia nel settembre del 2019. Non capisco altrimenti perchè tirino fuori tutta questa macchina di fango pur conoscendo la linearità del nostro comportamento che conoscono benissimo perchè ci controllano, ci seguono, etc. E&#8217; in atto un attacco ad un intervento di solidarietà che è in atto da tempo a Trieste e che ha creato una rete solidale che va ben oltre la città e che quindi inizia a diventare in qualche modo disturbante nei confronti della politica istituzionale verso i migranti (Gian Andrea).</p>
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		<title>“No Borders. Flusso di coscienza”</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2020 08:16:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani è lieta di collaborare con Vox Produzioni al seguente progetto sulla rotta balcanica. COMUNICATO STAMPA “No Borders. Flusso di coscienza” Un film sulla tratta balcanica per riflettere, inviato agli&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> è lieta di collaborare con Vox Produzioni al seguente progetto sulla rotta balcanica.</p>



<p><strong>COMUNICATO STAMPA</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="654" height="319" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/12/image.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14862" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/12/image.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 654w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/12/image-300x146.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 654px) 100vw, 654px" /></figure>



<h1>“No Borders. Flusso di coscienza”</h1>



<p><strong>Un film sulla tratta balcanica per riflettere, inviato agli eurodeputati del gruppo Socialisti e Democratici</strong></p>



<p>I boschi tra Italia e Slovenia sono il teatro di “No Borders. Flusso di coscienza” un interessante docu-film realizzato dal regista Mauro Caputo che ha vissuto il Carso a ridosso del confine tra Italia e Slovenia, in cui il fenomeno migratorio è di gran lunga più presente rispetto a quanto viene riportato dalle cronache.</p>



<p>Il documentario, dedicato al regista e scrittore Giorgio Pressburger, ungherese di nascita e triestino d’adozione, è prodotto da VOX Produzioni e A-Lab e pone l’attenzione sulle storie dei migranti che cercando di cambiare vita in Paesi europei quali Francia, Germania e Spagna, vera meta dei loro viaggi. Non ci sono testimonianze o interviste, ma la narrazione è affidata alla voce fuori campo dell&#8217;attore Adriano Giraldi che segue le tracce nei boschi lasciate da questo esercito di invisibili formato da maschi adulti, ma anche da tante donne, bambini e perfino neonati, tutti pronti a distruggere ogni cosa del proprio passato pur di iniziare una nuova vita in Europa.</p>



<p>“Il tema immigrazione viene spesso declinato esclusivamente o quasi concentrandosi sull’approdo dal mar Mediterraneo, con particolare attenzione agli sbarchi sulle coste siciliane, ma la rotta balcanica, passata maggiormente sotto traccia, è un percorso cruciale per l’approdo in Europa di molte persone, su cui dobbiamo accendere maggiormente i riflettori” dichiara Gualmini, che ha inviato il film ai 145 colleghi eurodeputati del gruppo dei Sociali e Democratici, provenienti dai 26 paesi europei. “Allargare lo sguardo e riflettere da tutti gli angoli dell’Europa su cosa voglia dire lasciare la propria casa, le proprie origini, i propri familiari è un’esperienza che questo meraviglioso docu-film ci offre e che aiuta tutti a capire quanto ancora dobbiamo lavorare sulle politiche di accoglienza”.</p>



<p>Per il regista Mauro Caputo “No borders è un film unico nel suo genere perché racconta la Rotta balcanica concentrandosi esclusivamente sulla parte italiana, un passaggio che mancava nella descrizione del fenomeno che tocca il territorio del Friuli Venezia Giulia e che non arriva mai alla ribalta del grande pubblico”. Un flusso molto più vasto di quello descritto dai media ed in costante aumento con il passaggio di persone provenienti da Paesi come Afghanistan, Algeria, Azad Kashmir, Bangladesh, India, Iraq, Iran, Libia, Malesia, Marocco, Nepal, Pakistan, Siria, Somalia, Tunisia, che deve far riflettere sulla reale entità ed evoluzione, anche in termini di emergenza umanitaria.</p>



<p>SINOSSI</p>



<p>Mentre l&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica e dei media nazionali è focalizzata unicamente sugli sbarchi dei migranti a Lampedusa e nel sud Italia, all&#8217;estremo opposto del Paese, migliaia di &#8220;invisibili&#8221; della Rotta balcanica attraversano il confine dai boschi di Trieste, per poi raggiungere nel &#8220;silenzio&#8221; altre destinazioni europee. Un flusso in costante aumento testimoniato in questo film da immagini, documenti ed informazioni inedite. Un viaggio tra disperate storie senza nome e delicati retroscena internazionali. Perché non dobbiamo dimenticare che nel mondo una persona su 97 è in fuga.</p>



<p>NOTE DI REGIA</p>



<p>&#8220;Sono arrivato in Italia da profugo e senza una lira in tasca&#8221;. Queste parole, pronunciate così spesso dal caro amico Giorgio Pressburger e la curiosità, quell&#8217;istinto indispensabile che nasce dal desiderio e dal piacere di accrescere il proprio sapere, sono stati il primo passo di questo lungo viaggio. Lontano dal clamore mediatico, migliaia di persone disperate attraversano il confine con l&#8217;Italia a pochi passi da dove vivo, liberandosi di ogni cosa anche della propria identità. Comprendere e poi raccontare questo fenomeno è stata una necessità, un dovere morale ed umano al quale non potevo sottrarmi. La speranza ora è che questo racconto sincero possa contribuire concretamente alla comprensione di uno degli avvenimenti più importanti del nostro tempo, mettendo fine alle tante fake news che certa propaganda non risparmia di diffondere.</p>
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		<title>Trump e il muro di confine in Arizona</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2020 07:28:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Azione di protesta indigena sciolta con l&#8217;uso della violenza  Nella riserva di Pine Ridge il 65% della popolazione è rifornito da pozzi privati. Foto: Christina Voormann. Costruire un muro di confine tra gli Stati&#46;&#46;&#46;</p>
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<h1>Azione di protesta indigena sciolta con l&#8217;uso della violenza</h1>



<p></p>



<p><img loading="lazy" width="425" height="319" src="https://ci5.googleusercontent.com/proxy/FLXL1Zw1Bzu_PDFS0n3G_6nQpQM-SdtVPl87lkvRIaoZFW3IgrgpY9aU69A-ufqhFlEHfyqnIw0wQ0sg_A69yYqg=s0-d-e1-ft#http://www.gfbv.it/2c-stampa/2020/200514usa.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Nella riserva di Pine Ridge il 65% della popolazione è rifornito da pozzi privati. Foto: Christina Voormann."> Nella riserva di Pine Ridge il 65% della popolazione è rifornito da pozzi privati. Foto: Christina Voormann.</p>



<p>Costruire un muro di confine tra gli Stati Uniti e il Messico cinque anni fa è stata una delle promesse elettorali centrali del presidente americano Donald Trump, ed è stata più volte un mezzo per fomentare l&#8217;odio contro gli immigrati. Lungo il suo percorso previsto nel sud degli Stati Uniti vivono diverse comunità indigene, i cui storici insediamenti sono ora tagliati a pezzi dal confine di stato. Nei loro territori gli indigeni attraversano regolarmente i confini per visitare cimiteri, parenti o muoversi verso terreni agricoli. L&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha ripetutamente criticato il fatto che un muro renderebbe questo libero movimento molto difficile o impossibile. I lavori di costruzione hanno già violato i diritti territoriali indigeni e distrutto i loro santuari.<br><br>Per anni ci sono state aspre proteste indigene contro il muro, soprattutto da parte dei Tohono O&#8217;odham in Arizona. Il 12 ottobre, giorno della resistenza indigena, circa 30 O&#8217;odham hanno pregato la mattina presto in un valico di frontiera sul loro territorio per i luoghi sacri e i cimiteri che sarebbero stati distrutti dalla costruzione del Muro e dalla militarizzazione del confine. Questi luoghi sacri sono in realtà protetti dalla legge sulla libertà religiosa. Tuttavia questo non ha impedito alle truppe federali di frontiera e agli ufficiali di sicurezza dello stato dell&#8217;Arizona di interrompere violentemente la celebrazione religiosa pacifica. Per sciogliere la manifestazione sono stati utilizzati proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Almeno otto indigeni sono stati arrestati e i giornalisti sono stati ostacolati nel loro lavoro.<br><br>Qualche giorno prima, una Corte d&#8217;appello federale aveva fermato la costruzione del muro in Arizona, Texas, New Mexico e California. Gruppi della società civile e alcuni stati avevano fatto causa perché il governo Trump voleva dirottare 3,6 miliardi di dollari dal bilancio della difesa. Questo è contro la Costituzione. Anche quest&#8217;anno lo Stato dell&#8217;Arizona svolge un ruolo speciale nella campagna elettorale: per la prima volta in 72 anni, c&#8217;è la possibilità che il Partito Democratico venga eletto a maggioranza in Arizona. Durante la loro visita durante la campagna elettorale nella capitale Phoenix, Joe Biden e Kamala Harris si sono presentati con cinque leader indigeni per discutere dei loro problemi e per chiedere il voto. A loro si sono uniti i leader della Nazione Navajo, della Comunità Indiana del fiume Gila, della Tribù Apache San Carlos e della Tribù Hopi, così come il presidente della Nazione Tohono O&#8217;odham Ned Norris Jr.<br><br>Inoltre, la coppia di candidati democratici Biden-Harris, ha pubblicato un documento programmatico di 15 pagine sulla loro politica indigena. Uno dei punti più importanti è la reintroduzione della Conferenza annuale delle Nazioni Tribali alla Casa Bianca. Questo incontro dei leader delle nazioni native ufficialmente riconosciute con i rappresentanti del governo degli Stati Uniti è stato organizzato da Barack Obama. Il documento si occupa anche della violenza contro le donne indigene negli Stati Uniti, dell&#8217;energia rinnovabile e di una task force per garantire il diritto di voto agli indigeni. Il Partito democratico dimostra di essere consapevole dei problemi delle popolazioni indigene del Paese e sembra disposto a lavorarci.</p>
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		<title>Turchia/Siria: Abu-Bakr Al-Baghdadi morto ad Idlib. Il leader dell&#8217;IS viveva al confine con la Turchia</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2019/10/29/turchia-siria-abu-bakr-al-baghdadi-morto-ad-idlib-il-leader-dellis-viveva-al-confine-con-la-turchia/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Oct 2019 08:49:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la morte del leader del cosiddetto Stato Islamico (IS) Abu-Bakr al-Baghdadi, l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) non può fare a meno di chiedersi come sia stato possibile che il terrorista più cercato&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Dopo la morte del leader del cosiddetto Stato Islamico (IS) Abu-Bakr al-Baghdadi, l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) non può fare a meno di chiedersi come sia stato possibile che il terrorista più cercato al mondo abbia vissuto per mesi indisturbato nella regione siriana di Idlib, in una zona controllata da anni dall&#8217;esercito turco e dalle milizie islamiche sue alleate, nonché nelle dirette vicinanze della frontiera con la Turchia. Già lo scorso 25 marzo 2019 un portavoce delle Unità di Autodifesa YPG aveva dichiarato che Al-Baghdadi si trovava con<br>molta probabilità ad Idlib.</p>



<p>L&#8217;esercito di Erdogan mantiene almeno dodici postazioni militari nella regione, i servizi di telefonia mobile e di internet vengono forniti perlopiù da fornitori turchi e ciò nonostante Ankara non sembra essere a conoscenza del fatto che le regioni siriane occupate e controllate dall&#8217;esercito turco si siano trasformate in luoghi sicuri per gli adepti<br>dei formazioni estremiste di stampo islamico. Per molti siriani, in particolare per le persone appartenenti alle minoranze di Kurdi, Yezidi, Cristiani, Aleviti e Armeni, principali vittime della barbarie dell&#8217;IS nella regione, resta un mistero come un paese appartenente alla NATO possa sostenere o anche solo tollerare indisturbatamente i peggiori<br>criminali.</p>



<p>Durante l&#8217;annuncio della morte di Al-Baghdadi, il presidente statunitense Donald Trump ha ringraziato le Forze democratiche siriane (SDF) a conduzione kurda per il sostegno fornito durante l&#8217;operazione.<br>Dall&#8217;inizio dell&#8217;anno le YAT (forze speciali delle SDF) e le HAT (Forze speciali della polizia delle regioni auto-amministrate) hanno condotto 347 operazioni contro cellule dell&#8217;IS nella Siria del Nord. Durante queste operazioni sono stati arrestati 476 sospettati di appartenere all&#8217;IS, tra cui alcuni membri di alto livello dell&#8217;IS come Anwar Mohammed Hadoushi, sospettato di aver co-organizzato gli attentati a Parigi e Bruxelles. In seguito all&#8217;aggressione militare turca in Siria del Nord i combattenti kurdi e i loro alleati sono però concentrati sulla difesa del proprio territorio e hanno abbandonato la ricerca dei terroristi dell&#8217;IS. Gli attacchi mirati dell&#8217;esercito turco a prigioni e campi in cui si trovavano seguaci dell&#8217;IS ha fatto sì che centinaia di prigionieri potessero fuggire. Per le vittime dell&#8217;IS, è morto un terrorista ma centinaia di altri sono tornati liberi, come diretta conseguenza del tradimento di Trump nei confronti dei Kurdi. </p>
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