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	<title>detenzione Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>“Senza respiro”, Presentato il XXI rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jun 2025 09:00:55 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/antigone_senza_respiro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/antigone_senza_respiro-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18036" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/antigone_senza_respiro-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/antigone_senza_respiro-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/antigone_senza_respiro-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/antigone_senza_respiro-1536x1152.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/antigone_senza_respiro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p>È stato presentato a Roma il XXI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia, intitolato “Senza respiro”. Un titolo che non è una metafora, ma una fotografia lucida di un sistema penitenziario al collasso, dove detenuti, operatori e istituzioni sono sempre più in affanno.</p>



<p>Nel 2024 l’Osservatorio di Antigone ha visitato 95 istituti penitenziari per adulti e la maggior parte degli istituti penali per minorenni in tutta Italia, da Bolzano ad Agrigento. Il quadro emerso è drammatico: sovraffollamento record, carenza di personale, diritti compressi e una deriva punitiva che mette a rischio la tenuta costituzionale del sistema.</p>



<p>Al 30 aprile 2025 i detenuti in Italia erano 62.445, a fronte di una capienza regolamentare di 51.280 posti. Ma considerando i posti non disponibili (oltre 4.000), il tasso reale di affollamento è del 133%, con circa 16.000 persone che non hanno un posto regolamentare. 58 carceri su 189 hanno un tasso di sovraffollamento superiore al 150%. Gli istituti più affollati al momento sono Milano San Vittore (220%), seguito da Foggia (212%) e Lucca (205%). In tutti e tre i casi ci sono più del doppio delle persone che quelle carceri potrebbero e dovrebbero contenere.&nbsp;</p>



<p>Negli ultimi due anni la popolazione detenuta è cresciuta di oltre 5.000 unità, mentre la capienza effettiva è diminuita di 900 posti. Negli ultimi mesi ogni sessanta giorni sono entrate in carcere 300 persone in più. Dinanzi a quanto sta accadendo l’unica risposta dell’Esecutivo passa da un piano per l’edilizia penitenziaria che, proprio per i numeri e per la loro crescita, non può essere in alcun modo la soluzione. Considerando che mediamente un istituto in Italia ospita 300 persone, ogni due mesi dovremmo aggiungere un nuovo carcere al piano di edilizia.&nbsp;</p>



<p>Questo anche a fronte di un attivismo penale del governo che ha un impatto diretto e drammatico sul carcere. Con il decreto sicurezza, approvato ad aprile 2025 e in discussione in Parlamento per la sua conversione in legge, è stato introdotto tra gli altri un nuovo reato che punisce anche le proteste pacifiche e non violente con pene più alte di quelle previste per i maltrattamenti in famiglia, escludendo le persone detenute anche dal possibile accesso alle misure alternative, come avviene per i reati di mafia e terrorismo. Se si considera che dal nel 2024 si sono contati 1.500 episodi di protesta, coinvolgendo almeno 6.000 persone detenute, se ognuna di loro fosse stata condannata in media a 4 anni di carcere, si rischierebbero 24.000 anni di carcere in più per chi sta già scontando una pena.</p>



<p>Proteste che generalmente riguardano le persone detenute più fragili, quelle con più problematiche e che si sanno fare meno la galera: tossicodipendenti, senza dimora, stranieri senza difesa legale, persone con problemi psichiatrici. Categorie che rappresentano anche la maggior parte di chi ha pene brevi. Al momento il 51,2% dei detenuti con condanna definitiva ha meno di tre anni da scontare, soglia che consente – almeno teoricamente – l’accesso a misure alternative. Più di 1.370 persone sono in carcere per pene inferiori a un anno.</p>



<p>Ma il sovraffollamento non colpisce solo le carceri per adulti. Per la prima volta nella storia interessa anche gli istituti penali per minorenni dove sono 611 i ragazzi detenuti (di cui 27 ragazze). Un record storico che ha caratteri preoccupanti se si pensa al fatto che alla fine del 2022 negli Ipm c’erano 381 persone. Frutto del decreto Caivano che ha fatto crescere enormemente i numeri, soprattutto dei ragazzi in custodia cautelare (il 65% dei minorenni è infatti recluso senza una condanna definitiva).</p>



<p>Di fronte a questa situazione Antigone ha avanzato tre proposte che si possono rendere immediatamente operative: Un atto di clemenza per i detenuti con residuo pena inferiore ai 2 anni; provvedimenti collettivi di misura alternativa decisi dai Consigli di disciplina da riunirsi in forma straordinaria per discutere grazie e altri provvedimenti per detenuti che abbiano meno di un anno di pena; divieto di nuove carcerazioni, se non in casi eccezionali, se non vi è un posto regolamentare disponibile.</p>



<p>Durante la presentazione Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha chiamato ad una grande alleanza costituzionale.&nbsp;“Di fronte a tutto questo &#8211; ha detto &#8211; dobbiamo costruire una grande alleanza di tutti coloro che intendano muoversi nel solco dell&#8217;articolo 27 della Costituzione, a partire dalle Università, dalle associazioni, dal mondo delle professioni e dai sindacati. Il carcere non va trasformato in una trincea di guerra. Chi usa toni militareschi o guerrafondai per orientare e gestire la vita carceraria commette un gravissimo atto di insubordinazione costituzionale che renderà durissima la vita degli stessi poliziotti. É necessario che a partire dal linguaggio si ridefinisca un senso comune della pena e quanto meno non si metta mai in discussione la necessità di tutelare sempre la dignità di tutte le persone private della libertà. Le parole forti di Papa Francesco per una pena mite e mai disumana, nonché il suo discorso contro i mercanti della paura, speriamo restino un monito per tutti. Non è stato ascoltato in vita. Speriamo lo sia dopo la sua morte”.&nbsp;</p>



<p>Il rapporto completo è disponibile su&nbsp;<a href="http://www.rapportoantigone.it./?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.rapportoantigone.it.?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Cosa affrontano i cristiani cinesi fuggiti in Italia in caso di rimpatrio in Cina</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Aug 2024 11:13:30 +0000</pubDate>
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<p><br>Nel luglio 2024, durante una giornata soleggiata e calda, HH si è recata di buon’ora all’Ufficio Immigrazione per verificare l&#8217;esito della propria richiesta di protezione speciale, ma da quel momento non ha più fatto ritorno.<br>Nel pomeriggio, verso le cinque, HH ha inviato un messaggio a un amico: “Aiutami, sono all’Ufficio Immigrazione”. Dopodiché, non è stato più possibile mettersi in contatto con lei. Il giorno successivo, HH è stata rimpatriata in Cina dalle autorità italiane. Cosa significa per i cristiani della Chiesa di Dio Onnipotente fuggiti in Italia a causa della persecuzione religiosa, tornare in Cina?<br>È noto che, dal 2018, anno dell&#8217;entrata in vigore della Nuova Normativa sugli affari religiosi, la persecuzione della fede religiosa da parte del governo cinese è aumentata progressivamente. Milioni di musulmani sono stati imprigionati nei famigerati campi di rieducazione nello Xinjiang, molte chiese sono state demolite e molte chiese domestiche sono state chiuse. I predicatori sono stati pesantemente condannati, e la Chiesa di Dio Onnipotente ha subito le repressioni e le persecuzioni più gravi. Il deputato del Parlamento Europeo Thomas Doss, durante una tavola rotonda del Parlamento Europeo nel 2018, ha dichiarato che la situazione dei cristiani della Chiesa di Dio Onnipotente in Cina è peggiore di quella dei musulmani uiguri.<br>La pandemia di COVID-19, che è durata quattro anni, non ha fermato la repressione della Chiesa di Dio Onnipotente da parte del governo cinese. Il rapporto annuale del 2023 sulle persecuzioni della Chiesa da parte del governo cinese mostra che la persecuzione è aumentata drasticamente negli ultimi anni, con un numero di arresti e condanne che ha raggiunto nel 2023 i massimi livelli dalla<br>scoperta della pandemia.<br>Il rapporto indica che, secondo stime incomplete, nel 2023 almeno 12.463 cristiani della Chiesa di Dio Onnipotente sono stati arrestati, tra quest 5.832 hanno subito torture o sono stati sottoposti a lavaggi del cervello forzati, e almeno 20 cristiani sono stati perseguitati fino alla morte.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="700" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/2-1024x700.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17677" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/2-1024x700.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/2-300x205.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/2-768x525.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/2-1536x1049.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/2-2048x1399.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p><br>Un altro dato inquietante è che solo il 15 giugno 2023, nella provincia di Zhejiang in Cina, sono state arrestate 1.043 persone. Alcuni cristiani liberati hanno rivelato che durante gli interrogatori la polizia ha affermato che il sistema di sorveglianza onnipresente, chiamato &#8220;SkyNet&#8221;, ha notevolmente facilitato gli arresti.<br>Molti casi dimostrano che in Cina il sistema di sorveglianza &#8220;SkyNet&#8221;, il monitoraggio dei telefoni, dei droni, e dei localizzatori per biciclette elettriche sono ampiamente utilizzati per monitorare e arrestare i cristiani della Chiesa di Dio Onnipotente, fornendo così &#8220;prove&#8221; per arrestare i cristiani.<br>Per costringere i cristiani a fornire informazioni sulla chiesa e a firmare dichiarazioni in cui abiurano la propria fede, gli agenti di polizia li sottopongono a lavaggio del cervello e a vari tipi di tortura, li privano del sonno per lunghi periodi, li appendono con le manette alle sbarre di metallo di una finestra senza che i piedi tocchino il pavimento, gli infliggono scariche elettriche, pestaggi violenti, e in alcuni casi, somministrano forzatamente farmaci sconosciuti o addirittura li obbligano ad ingerire feci e così via. Molti cristiani sono stati anche costretti a girare video in cui dovevano forzatamente rinnegare la propria fede in Dio.</p>



<p>La gravità delle condanne inflitte ai cristiani di questa Chiesa è sorprendente. Dal 2020 al 2023, il numero dei membri della Chiesa di Dio Onnipotente condannati è aumentato in media del 26% all&#8217;anno per quattro anni consecutivi. Nel 2023 sono state condannate 2.207 persone e ben 1.094 sono state condannate a tre o più anni, pari al 49% del numero totale di condanne. Tra questi, 124 sono stati condannati a sette anni o più, con la pena più lunga che ha raggiunto i 12 anni e sei mesi.<br>La persona più giovane condannata aveva solo 16 anni, mentre la più anziana aveva 84 anni. Molti credenti comuni sono stati condannati a pene pesanti solo per aver posseduto un certo numero di libri elettronici e altro materiale riguardante la fede in Dio.<br>Un cristiano, incapace di sopportare ulteriormente le torture, si è gettato da un edificio, rimanendo invalido. Un altro cristiano con un&#8217;ernia del disco lombare, è stato costretto a stare in piedi per lunghi periodi, finendo per non essere più in grado di prendersi cura di sé. Un cristiano di 63 anni è morto mentre era detenuto in un centro d’indottrinamento forzato, e la polizia ha dichiarato che la sua morte fosse un suicidio. Molti cristiani sono stati privati del sonno: alcuni per 8 giorni, altri fino a 10 giorni e notti consecutive, e in alcuni casi anche per 40 giorni, senza poter dormire su un letto.<br>A causa di questa deprivazione, alcuni cristiani si sono rotti le mani quando si sono assopiti e sono caduti a terra.<br>A causa di un contesto così ostile per vivere e credere, i cristiani della Chiesa di Dio Onnipotente sono stati costretti a fuggire all&#8217;estero, abbandonando tutto. Alcuni di loro sono riusciti a rifugiarsi in Italia. Purtroppo, si trovano nella stessa situazione di HH dopo che la loro richiesta di asilo è stata respinta: in qualsiasi momento potrebbero improvvisamente essere deportati nel Paese d&#8217;origine che<br>vuole condannare a morte i cristiani.<br>Una delle principali norme del diritto internazionale sui rifugiati è il principio di non respingimento.<br>Questo principio afferma che i rifugiati non devono essere rimpatriati in Paesi dove rischiano persecuzioni, prigionia o torture, indipendentemente dal fatto che abbiano ottenuto o meno l&#8217;asilo.<br>Nel 2021, la Svizzera ha respinto una richiesta di asilo di un cristiano della Chiesa di Dio Onnipotente, e il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha emesso una sentenza al riguardo.<br>Ha dichiarato che i membri della Chiesa di Dio Onnipotente in Cina, o coloro che vengono rimpatriati dopo che la loro richiesta di asilo è stata respinta all&#8217;estero, &#8220;rischiano la tortura o altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti&#8221;.<br>Facciamo un appello urgente al governo italiano affinché, in conformità con il principio fondamentale di non respingimento dei rifugiati,e con lo spirito di tutela dei diritti umani, non rimpatri i cristiani della Chiesa di Dio Onnipotente nel loro Paese d&#8217;origine, la Cina, dove sono perseguitati, e garantisca loro la più elementare sicurezza personale.</p>



<p><br>Per maggiori dettagli sul rapporto annuale 2023 sulla persecuzione della Chiesa di Dio Onnipotente da parte del governo comunista cinese, clicca sul link:<br><a href="https://www.hidden-advent.org/persecution/annual-report-2023.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.hidden-advent.org/persecution/annual-report-2023.html?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="700" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/1-1024x700.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17678" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/1-1024x700.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/1-300x205.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/1-768x525.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/1-1536x1049.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/1-2048x1399.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>
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		<title>Riportare Ilaria Salis in Italia. Subito.</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Jan 2024 12:50:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Patrizio Gonnella (da antigone.it) L’arretramento dello Stato di diritto ungherese è da ieri sotto gli occhi di tutti. E a tutti è sbattuto in faccia con quelle immagini di Ilaria Salis ammanettata mani&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>di Patrizio Gonnella (da antigone.it)</p>



<p></p>



<p>L’arretramento dello Stato di diritto ungherese è da ieri sotto gli occhi di tutti. E a tutti è sbattuto in faccia con quelle immagini di Ilaria Salis ammanettata mani e piedi tra due poliziotti incappucciati e in tuta mimetica. È la più esplicita rappresentazione di sé che potesse fare la giustizia penale ai tempi di Viktor Orbàn. È una iconografia poliziesca da regime. Una fotografia che le autorità ungheresi, per nulla preoccupate della presenza di osservatori esterni e di telecamere, hanno voluto ostentare al mondo per raccontare ciò che a loro dire dovrebbe incutere la giustizia penale: terrore, sfiducia, umiliazione, vergogna.&nbsp;</p>



<p>Ciò accade in un paese dove il potere politico ha cercato negli ultimi anni di minare l’indipendenza della magistratura e dove si è aperta la possibilità per il procuratore generale di interferire nell’autonomia decisionale dei procuratori territoriali. Il rapporto dell’Unione europea sullo stato di diritto in Ungheria del 2022 aveva evidenziato come fosse cambiata l’architettura della magistratura inquirente prevedendo tra magistrati vincoli di subordinazione che odorano di controllo, influenza, ingerenza. Nella vicenda giudiziaria di Ilaria Salis si percepisce qualcosa di così sproporzionato rispetto ai fatti realmente accaduti da evocare l’assenza di un giudizio equilibrato e indipendente.&nbsp;</p>



<p>La procura ha formalizzato una richiesta a undici anni di carcere di fronte a lesioni personali lievissime. Qualche graffio o poco più. Pene così alte il codice italiano Rocco di epoca fascista le ha previste nel caso di lesioni consistenti in malattie inguaribili, perdita di un senso o di un arto.&nbsp;</p>



<p>Ilaria Salis è da quasi un anno in custodia cautelare in una delle prigioni di Budapest. Ha finora dovuto sopportare condizioni detentive durissime, sia per la materialità delle stesse che per il regime a lei imposto. Un regime, di parziale isolamento, che a noi si riserva a persone di elevatissimo profilo criminale. In un recente documento presentato dall’Hungarian Helsinky Comittee al Comitato europeo per la prevenzione della tortura, in occasione della visita ispettiva del marzo 2023 nelle prigioni magiare di cui ancora non è pubblicato il relativo rapporto, si denuncia come le organizzazioni della società civile non abbiano più possibilità di accedere ai luoghi di detenzione.&nbsp;</p>



<p>L’amministrazione penitenziaria ungherese ha rescisso unilateralmente gli accordi di cooperazione con l’Hungarian Helsinky Committee. Così le prigioni di quel paese sono tornate all’opacità del regime precedente. Ugualmente sono stati indeboliti tutti i meccanismi istituzionali di controllo delle carceri e delle stazioni di polizia. Di fronte a un caso del genere è obbligo morale e giuridico delle autorità del nostro paese fare tutto il possibile per sottrarre Ilaria Salis a quelle condizioni. Vanno offerte tutte le rassicurazioni utili a riportare Ilaria in Italia in esecuzione di una misura cautelare non detentiva.&nbsp;</p>



<p>Ci dispiace che il ministro Nordio, durante il question time al senato sul caso Salis, abbia affermato che l’Italia non avrebbe una buona reputazione nel campo della cooperazione giudiziaria in quanto, dopo avere ottenuto l’estradizione di Silvia Baraldini (anno 1999), l’avrebbe poi addirittura bene accolta all’aeroporto e le avrebbe fatto scontare una pena solo parziale. Beh, di quella stagione e di quella storia ricordo i dettagli. Anche lì vi era una pena sproporzionata, assurda: quarantatré anni per un delitto senza spargimento di sangue. Una pena eseguita contro una persona che non stava bene.&nbsp;</p>



<p>Fortunatamente in Italia alcuni magistrati sensibili al diritto e ai diritti umani ridussero le afflizioni ingiustamente subite da Silvia Baraldini. Dunque, di quella storia e del comportamento delle autorità politiche e giudiziarie di allora il ministro della giustizia dovrebbe essere fiero, da garantista quale si definisce. Infine, qualche giorno fa il ministro ha negato l’estradizione in Argentina del sacerdote Franco Reverberi accusato di tortura e omicidio durante il regime fascista di Videla. Ha dichiarato che lo ha fatto in quanto attento alle condizioni di salute del presunto torturatore. Ora gli chiediamo di preoccuparsi delle condizioni di salute psico-fisiche di Ilaria Salis, pregiudicate da una carcerazione inumana e sproporzionata.</p>



<p>________________________________________________________________________________________________________________________________________________</p>



<p>Ricordiamo che Ilaria Salis è in carcere da un anno in Ungheria, accusata di aver aggredito alcuni manifestanti di estrema destra. Rischia 24 anni di galera per lesioni che sono passate in pochi giorni. Ieri è stata portata in aula con le mani e i piedi legati: immagini che hanno scosso non solo l&#8217;Italia ma l&#8217;Europa stessa di fronte all&#8217;Ungheria. Come può la democrazia coesistere con queste forme di violenza di Stato e di violazione dei diritti umani?</p>



<p></p>
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		<title>Al di là di quella porta</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Dec 2023 10:28:05 +0000</pubDate>
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<p>Oggi è la giornata mondiale dei diritti umani. Per l&#8217;occasione pubblichiamo una rassegna, non esaustiva, degli articoli e dei servizi, radiofonici e televisivi, usciti in questi giorni che rilanciano la notizia dell’inchiesta aperta dalla Procura di Milano sul CPR di Corelli.</p>



<p>Un’inchiesta fondata su molti elementi già descritti nel dossier&nbsp;<a href="https://tsmtpgaze.com/tracking/qaR9ZGt0Zwt5ZmZjBGx4ZmDkAwZlZPM5qzS4qaR9ZQbkIj?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">‘Al di là di quella porta’&nbsp;</a>realizzato dal Naga&nbsp;in collaborazione con la rete&nbsp;<a href="https://tsmtpgaze.com/tracking/qaR9ZGt0Zwt5ZmZjBGx4ZmDkAwZlZPM5qzS4qaR9ZQblIt?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Mai più lager – NO ai CPR</a>&nbsp;.</p>



<p>Esprimiamo&nbsp;la nostra soddisfazione per quanto accaduto e aggiungiamo l’auspicio che la luce che ha squarciato l’opacità del centro milanese contribuisca, innanzitutto, alla sua chiusura e, subito dopo, a quella di tutti gli altri CPR italiani.</p>



<p>Luoghi che andrebbero chiusi a prescindere da episodi di malagestione perché è lo stesso istituto della detenzione amministrativa che andrebbe abolito.</p>



<p>A maggior ragione quando viene attuato su base discriminatoria perché destinato ai soli cittadini stranieri.</p>



<p>*L’articolo di Fanpage:&nbsp;<a href="https://tsmtpgaze.com/tracking/qaR9ZGt0Zwt5ZmZjBGx4ZmDkAwZlZPM5qzS4qaR9ZQbmID?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">clicca qui&nbsp;</a></p>



<p>*Il servizio video di Fanpage:&nbsp;<a href="https://tsmtpgaze.com/tracking/qaR9ZGt0Zwt5ZmZjBGx4ZmDkAwZlZPM5qzS4qaR9ZQb0Dt?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">clicca qui</a></p>



<p>*L’articolo di Il Giorno:&nbsp;<a href="https://tsmtpgaze.com/tracking/qaR9ZGt0Zwt5ZmZjBGx4ZmDkAwZlZPM5qzS4qaR9ZQb1DD?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">clicca qui&nbsp;&nbsp;</a></p>



<p>*L’articolo di Il Fatto Quotidiano:&nbsp;<a href="https://tsmtpgaze.com/tracking/qaR9ZGt0Zwt5ZmZjBGx4ZmDkAwZlZPM5qzS4qaR9ZQb2Jt?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">clicca qui</a>&nbsp;</p>



<p>* L’articolo di&nbsp;Altreconomia:&nbsp;<a href="https://tsmtpgaze.com/tracking/qaR9ZGt0Zwt5ZmZjBGx4ZmDkAwZlZPM5qzS4qaR9ZQb3JD?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">clicca qui&nbsp;</a></p>



<p>* L’articolo di&nbsp;Sky tg24:&nbsp;<a href="https://tsmtpgaze.com/tracking/qaR9ZGt0Zwt5ZmZjBGx4ZmDkAwZlZPM5qzS4qaR9ZQb4HN?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">clicca qui</a>&nbsp;</p>



<p>* Gli articoli di&nbsp;Corriere della Sera:&nbsp;<a href="https://tsmtpgaze.com/tracking/qaR9ZGt0Zwt5ZmZjBGx4ZmDkAwZlZPM5qzS4qaR9ZQb5Gj?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">clicca qui</a>&nbsp;e&nbsp;<a href="https://tsmtpgaze.com/tracking/qaR9ZGt0Zwt5ZmZjBGx4ZmDkAwZlZPM5qzS4qaR9ZQbkZQb?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a></p>



<p>* L’articolo di&nbsp;la Repubblica:&nbsp;<a href="https://tsmtpgaze.com/tracking/qaR9ZGt0Zwt5ZmZjBGx4ZmDkAwZlZPM5qzS4qaR9ZQbkZGf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">clicca qui</a></p>



<p>* Il servizio del GR di&nbsp;Radio Popolare&nbsp;dal minuto 19:01:&nbsp;<a href="https://tsmtpgaze.com/tracking/qaR9ZGt0Zwt5ZmZjBGx4ZmDkAwZlZPM5qzS4qaR9ZQbkZwt?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">clicca qui</a>&nbsp;</p>



<p>* Il servizio del&nbsp;TG LA7&nbsp;dal minuto 19:30:&nbsp;<a href="https://tsmtpgaze.com/tracking/qaR9ZGt0Zwt5ZmZjBGx4ZmDkAwZlZPM5qzS4qaR9ZQbkZmx?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">clicca qui</a></p>



<p>* Il servizio del&nbsp;Tg3&nbsp;dal minuto 25:30:&nbsp;<a href="https://tsmtpgaze.com/tracking/qaR9ZGt0Zwt5ZmZjBGx4ZmDkAwZlZPM5qzS4qaR9ZQbkAQ4?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">clicca qui</a></p>
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		<title>Narges Mohammadi, Nobel per la Pace 2023. Un appello per la sua libertà e per quella delle donne iraniane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Nov 2023 08:55:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Barbara Raccuglia Inutili i tentativi del regime teocratico di Ebrahim Raisi (presidente della Repubblica islamica d’Iran in carica dal 2021) e di Ali Khamenei (capo delle forze armate e guida suprema dell’Iran, dal&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/11/nar.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="291" height="290" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/11/nar.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17258" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/11/nar.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 291w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/11/nar-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/11/nar-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w" sizes="(max-width: 291px) 100vw, 291px" /></a></figure></div>



<p><br>di Barbara Raccuglia</p>



<p>Inutili i tentativi del regime teocratico di Ebrahim Raisi (presidente della Repubblica islamica d’Iran in carica dal 2021) e di Ali Khamenei (capo delle forze armate e guida suprema dell’Iran, dal 1989), di soffocare le rivolte e il diffondersi di notizie in tutto il mondo, sugli ultimi episodi di violenza emersi a danno del popolo iraniano.</p>



<p>A noi le notizie arrivano, e sono forti.</p>



<p>Forti, come lo sguardo fermo di <strong><em>Narges Mohammadi</em></strong>, che in questa foto appare in una cornice di semplicità e fierezza. Un’immagine che purtroppo, oggi, rischia di tramutarsi in ricordo, per le torture a cui è sottoposta Narges, da diversi anni di prigionia.</p>



<p>Ma la rivoluzione canta versi d’Amore per la Libertà,e non si ferma davanti a niente.</p>



<p>In carne e ossa, una donna che dentro di sé ha dovuto trovare la forza e il coraggio di perseverare nella lotta, nonostante le torture fisiche, i periodi di prigionia iniziati nel 1998, la separazione dai suoi adorati gemelli.</p>



<p><strong>Narges Mohammadi</strong> è una nota <strong>attivista per i diritti umani </strong>in Iran. È conosciuta per il suo impegno costante nella difesa dei diritti delle donne, dei prigionieri politici e dei detenuti.</p>



<p>E’ stata membro attivo del Centro per i Diritti Umani di Teheran insieme a Shirin Ebadi  e per questo è stata più volte al centro di persecuzioni da parte del regime.</p>



<p>E’ divenuta simbolo di resistenza e ha ricevuto numerosi premi internazionali, tra cui il Premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 2018, e il&nbsp;<strong>PREMIO NOBEL PER LA PACE</strong>&nbsp;nel 2023.</p>



<p>E’ stata condannata ad un totale di<strong> 11 anni e 11 mesi di carcere, 154 frustate e altre sanzioni</strong> in due casi separati derivanti esclusivamente dal suo attivismo. Alla fine di aprile 2022 le autorità inquirenti hanno aperto un nuovo caso.</p>



<p>Secondo Amnesty International, Narges è sottoposta a torture e maltrattamenti.</p>



<p>Le sono state negate le cure sanitarie adeguate ai suoi problemi di cuore e per le sue ripetute difficoltà respiratorie.</p>



<p>In questi giorni scopriamo che la sua salute si è aggravata, a causa delle torture subite. Le viene negato il ricovero ospedaliero poiché, secondo le autorità iraniane, rifiuta di indossare il velo.</p>



<p>La sua storia continua ad essere d’ispirazione, nella lotta per i diritti umani e la giustizia, in tutto il mondo. Narges resiste, e resta al fianco delle ribelle e dei ribelli. Riesce a scrivere dei comunicati, di cui in seguito ne riportiamo alcuni, che per noi sono stati particolarmente toccanti.</p>



<p>Estate 2023</p>



<p><em>“Negli ultimi mesi, abbiamo visto arrivare in carcere donne e ragazze con il volto e il corpo segnati da percosse e ferite. Quando sono arrivate, ognuna di loro sembrava scossa e molto preoccupata. Ci siamo lamentati, ma la violenza fisica contro le donne è diventata così frequente che documentarla e protestare è diventato inutile.&nbsp;</em></p>



<p><em>Più di tre mesi fa, una giovane donna di vent’anni è venuta nella nostra sezione. Da tempo lamentava dolori alle costole. La notte in cui era stata arrestata, era stata picchiata dagli agenti di polizia per la strada. Il medico di Evin ha confermato che le sue costole erano rotte.</em></p>



<p><em>Un mese fa, una ragazza giovane è entrata in prigione. Le sue guance erano gonfie e rosse; le sue braccia e le sue mani erano coperte di lividi. Un giorno, mentre mangiava, ha iniziato a gemere per il dolore. Una guardia l’ha colpita in faccia, poi un’altra le ha afferrato la mascella e l’ha schiacciata tra le sue mani, tanto che l’abbiamo potuta sentire rompersi.</em></p>



<p><em>Qualche settimana fa, una giovane ragazza è entrata in carcere con lividi sulle gambe, sulle spalle e sulle mani. Le altre persone le stavano intorno, guardandola mentre mostrava i suoi lividi. Ha spiegato che era stata picchiata e che pensava di avere una gamba rotta.</em></p>



<p><em>Un’altra donna ci ha raggiunti. La mia prima domanda, come sempre, è chiederle se proveniva dall’esterno o da un altro carcere. Mi risponde: «Ero in un luogo dove la polizia mi ha colpito in faccia e mi ha dato un calcio nello stomaco, minacciandomi. In seguito, sono stata trasferita nella sezione 209 di Evin per essere interrogata».</em></p>



<p><em>Innumerevoli detenute non raccontano nulla delle violenze patite ai giornalisti, a causa delle minacce subite. Le loro famiglie non ne parlano perché temono rappresaglie da parte delle forze di sicurezza.&nbsp;</em></p>



<p><em>Come testimone dell’atroce violenza che il governo sta infliggendo alle donne in lotta, dichiaro che tale brutalità nei luoghi di detenzione illegali è un sistema diffuso di tortura volto a terrorizzare la popolazione, che può portare a disastri irreparabili, come abbiamo visto sempre più spesso negli ultimi mesi.</em></p>



<p><em>Invito i miei coraggiosi compatrioti, le organizzazioni internazionali, le femministe di tutto il mondo, i giornalisti e gli scrittori, e il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, a lottare contro l’escalation e la continuazione della violenza del Governo contro le donne iraniane in difficoltà.&nbsp;</em></p>



<p><em>Il governo sa che l’intensificarsi della violenza e della repressione non distrarrà il popolo dal suo desiderio di lasciarsi alle spalle un sistema autoritario e religioso. Al contrario, non lascerà loro altra scelta.</em></p>



<p>(da <a href="https://legrandcontinent.eu/it/2023/10/09/narges-mohammadi-premio-nobel-per-la-pace-2023-una-lettera-inedita-dalla-prigione-delle-donne/#:~:text=Narges%20Mohammadi%20ha%20appena%20ricevuto,e%20la%20libert%C3%A0%20per%20tutti%C2%BB?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://legrandcontinent.eu/it/2023/10/09/narges-mohammadi-premio-nobel-per-la-pace-2023-una-lettera-inedita-dalla-prigione-delle-donne/#:~:text=Narges%20Mohammadi%20ha%20appena%20ricevuto,e%20la%20libert%C3%A0%20per%20tutti%C2%BB?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>)</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-il-grand-continent-it wp-block-embed-il-grand-continent-it"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="tpo74XLmev"><a href="https://legrandcontinent.eu/it/2023/10/09/narges-mohammadi-premio-nobel-per-la-pace-2023-una-lettera-inedita-dalla-prigione-delle-donne/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace 2023: una lettera inedita dalla prigione delle donne</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace 2023: una lettera inedita dalla prigione delle donne&#8221; &#8212; Il grand Continent - IT" src="https://legrandcontinent.eu/it/2023/10/09/narges-mohammadi-premio-nobel-per-la-pace-2023-una-lettera-inedita-dalla-prigione-delle-donne/embed/#?secret=XGoEJMUW16#?secret=tpo74XLmev&utm_source=rss&utm_medium=rss" data-secret="tpo74XLmev" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p>Dal carcere di Ervin &#8211; Teheran, giugno 2023</p>



<p><em>“ Lo scopo delle mie parole è dare un volto agli esseri umani che, ovunque nel mondo, subiscono una prigionia, tra le mura di un carcere o di un paese oppressivo, e che nonostante tutto aspirano a far cadere questi e altri muri: quelli dell’ignoranza, dello sfruttamento, della povertà, della privazione e dell’isolamento.</em></p>



<p><em>Sentite in Iran il rumore sordo del muro della paura che s’incrina? Presto lo sentiremo crollare grazie alla volontà implacabile, alla forza e alla determinazione incrollabile degli iraniani.</em></p>



<p><em>In quanto donna, e come milioni di altre donne iraniane, mi sono sempre dovuta confrontare con la prigionia imposta dalla cultura patriarcale, dal potere religioso e autoritario, dalle leggi discriminatorie e repressive, e da ogni tipo di restrizione in qualsiasi ambito della mia vita.</em></p>



<p><em>La nostra infanzia non è sfuggita a questa prigionia culturale. “Loro” non ci hanno permesso di vivere la nostra giovinezza, e in una parola, la nostra vita. La triste verità, in fondo, è il gopverno autoritario, misogino e religioso della Repubblica islamica ci ha rubato la vita. Da una parte e dall’altra delle mura del carcere di Evin, dove siamo state imprigionate, non siamo rimaste immobili. In quanto donne, a volte sole e senza sostegno, spesso travolte da accuse e umiliazioni, abbiamo spezzato a una a una le nostre catene fino a quando è nato il movimento rivoluzionario Donna, vita, libertà. Allora abbiamo mostrato la nostra forza al mondo.</em></p>



<p><em>Al liceo ho studiato matematica e fisica, poi ho proseguito all’università gli studi di fisica applicata. Sono diventata ingegnere. Tuttavia, a causa del mio impegno per i diritti umani, la mia formazione e la mia carriera si sono scontrate con “il muro dell’ostruzione”. Ho fatto la giornalista ma, per ordine della guida suprema della Repubblica islamica e dopo la chiusura dei mezzi di informazione indipendenti, i nostri giornali e le nostre riviste sono finite sotto “ il muro della censura” e la nostra libertà di espressione è stata imbavaglaita. Sono diventata portavoce del Centro per la difesa dei diritti umani, per partecipare alla formazione in Iran di un grande movimento associativo e tentare di dare corpo a una società civile organizzata, reale e forte.</em></p>



<p><em>Ahimè, queste organizzazioni si sono scontrate con la barriera innalzata dalle autorità, dopo attacchi ripetuti dalle forze di sicurezza, sostenute dai servizi segreti e dai guardiani delal rivoluzione. Ho protestato e lottato contro le politiche distruttive e repressive, al fianco di migliaia di manifestanti e oppositori che sono stati anch’essi accerchiati dalle mura della prigione, dell’isolamento e della tortura.</em></p>



<p><em>Infine, sono diventata “madre”, ma da molto tempo tra me e i miei figli si è levato il “muro dell’emigrazione e dell’esilio forzato”, coem per centinaia di migliaia di altre madri che soffrono l’allontanamento dei propri figli. Mi mancano le parole per descrivere questa maternità rimasta dietro “ il muro della crudeltà e della violenza”.</em></p>



<p><em>Nonostante questa prigione in cui ci troviamo non abbiamo mai smesso di batterci. Siamo diventate madri e padri universali, abbiamo conservato i nostri valori, il nostro entusiasmo, il nostro amore, la nostra forza e la nostra vitalità, abbiamo ricreato la vita vera. Anche se ostacolate da tutte queste serrature, siamo state capaci di far emergere il potere di chi si oppone e la forza della contestazione. Il nostro impeto ci ha portato più in alto dei muri che ci opprimono e ora siamo più forti e solide di loro. Se le nostre sbarre sono l’immobilità, il silenzio e la morte, noi siamo movimento, eco e vitalità, ed è qui che si disegna la promessa della nostra vittoria.</em></p>



<p><em>Il governo della Repubblica islamica nega i diritti fondamentali alla vita, alla libertà di opinione, d’espressione e di religione; il diritto a praticare la danza e la musica, e perfino il diritto all’amore. Se guardate con attenzione la società iraniana vedrete che ciascun individuo, in ogni momento della sua vita e in ogni luogo, è&nbsp;<strong>colpevole del desiderio di vivere.&nbsp;</strong>Rischia per questo reato le sanzioni peggiori, di essere puntio, umiliato, arrestato, tenuto in carcere e perfino di essere condannato a morte.</em></p>



<p><em>Ognuno di noi è diventato oppositore al regime. Il mondo è testimone delle proteste in Iran e della creatività del movimento, che ogni giorno inventa nuove forme di mobilitazione. Questo movimento conduce a una transizione che passo dopo passo allontana la Repubblica islamica e ci porta verso la democrazia, l’uguaglianza e la libertà. Il ruolo dei mezzi di informazione indipendenti, delal società civile, delel organizzazioni per i diritti umani, in tutto il mondo, è cruciale in questa lotta.</em></p>



<p><em>Care lettrici, cari lettori, la pubblicazione di questa lettera dimostra che la nostra voce è stata abbastanza potente da raggiungervi. Siate anche voi la nostra voce, trasmettete il nostro messaggio di speranza, site al mondo che noi non siamo dietro queste mura per nulla e che ora siamo più forti dei nostri aguzzini che usano tutti i mezzi possibili per mettere a tacere la nostra società. Questa voce risuonerà nel mondo. Questo orizzonte ci motiva e ci rallegra. Trionferemo insieme. Sperando di veder arrivare molto presto quel giorno</em>&#8220;.</p>



<p>(da Internazionale n. 1533 13/19 ottobre 2023)</p>



<p>Nel 2015, ha scritto questa lettera personale dal carcere per esprimere cosa significasse per lei la separazione dai suoi due figli:</p>



<p><em>“I miei gemelli sono nati il ​​28 novembre 2006. Non mi è stato permesso di tenere in braccio mio figlio Ali e mia figlia Kiana quando sono nati perché la mia salute non era buona. Potevo vederli semplicemente attraverso la porta dell&#8217;ospedale. Sembra che il loro destino sia quello di separarsi da me fin dalla nascita. Quando li ho presi tra le mani per la prima volta, ho dimenticato tutte le ferite del taglio cesareo, le difficoltà che avevo a respirare, la paura della morte e tutto il dolore. Sono diventata madre. Quando Kiana e Ali avevano tre anni e mezzo, Kiana era malata e io tornai a casa dall&#8217;ospedale con lei.</em></p>



<p><em>Proprio in quel momento i servizi vennero ad arrestarmi. Ali stava piangendo. L&#8217;ho messo sulle mie ginocchia e gli ho cantato una ninna nanna finché non si è addormentato. Kiana era sconvolta. L&#8217;ho tenuta. L&#8217;ho baciata. Le ho chiesto &#8220;Kiana, perché non dormi Gold?&#8221;. Lei rispose &#8220;Non ho voglia di dormire, voglio stare tra le tue braccia&#8221;.</em></p>



<p><em>I poliziotti mi hanno detto che dovevamo andare. Ho provato ad allontanare Kiana da me. Si teneva al mio collo con tutte le sue forze e piangeva a squarciagola. Scesi lentamente le scale. L&#8217;ho sentita dire &#8220;Madre Narges, vieni a baciarmi&#8221;. Sono tornato e l&#8217;ho baciata. Questo è successo tre volte. Ho ascoltato il grido del bambino che mi è più caro della vita. Mi ha spezzato il cuore separarmi da lei. Sono stato messo in isolamento nel reparto 209 della prigione di Evin a Teheran. Era la stanza delle torture di una madre separata dal figlio malato.</em></p>



<p><em>Una notte ho dormito in cella. Era prima dell&#8217;alba. La mia dolce figlia, mi ha baciato sulla guancia. Ho sentito il suo corpo caldo e le sue piccole labbra sulla mia guancia. Era Kiana. Allargo le braccia per abbracciarla. Ho aperto gli occhi. Non era Kiana. Ho pianto per molte, molte ore, finché non ho avuto più lacrime.</em></p>



<p><em>Quando Kiana e Ali avevano quattro anni e due mesi, le forze di sicurezza hanno sfondato la porta ed sono entrate in casa mia. Kiana era seduta sulle mie ginocchia con le sue braccine attorno al mio collo. Aveva paura e mi teneva stretto. Ali era molto turbato. Ha seguito la polizia e li ha avvertiti di &#8220;non toccare le mie cose&#8221;. Hanno portato mio marito Tagi giù per le scale. Chiusero la porta e lo sguardo di Kiana era fisso sul pavimento. Si sdraiò e continuò a piangere.</em></p>



<p><em>Quando Kiana e Ali avevano 5 anni e 5 mesi, le forze di sicurezza vennero a portarmi al Ministero dell&#8217;Intelligence. Ali correva in giro con la sua pistola giocattolo gialla urlando che voleva venire con me. La mia cara Kiana mi ha tenuto il vestito e ha detto: &#8220;Madre Narges, non andare!&#8221;. Con difficoltà mi sono separato dai bambini e sono uscito di casa mentre piangevano e sono salito in macchina con i poliziotti.</em></p>



<p><em>Quando Kiana e Ali avevano 8 anni e 6 mesi, il 5 maggio 2015, andarono a scuola alle 7 del mattino. Alle 8:30 i servizi di sicurezza mi aspettavano già alla porta. Hanno detto che dovevo venire con loro e mi hanno portato nella prigione di Evin.</em></p>



<p><em>Ali e Kiana hanno lasciato l&#8217;Iran il 17 luglio 2015. Durante l&#8217;ultima visita di Kiana in prigione mi ha detto:</em></p>



<p><em>Mamma, mentre non sarai qui, andremo a stare con papà, finché non ti unirai a noi. Ali mi ha chiesto se sarei stato triste e si è concentrato per vedere la mia reazione. Ho cercato di sembrare felice in modo che non si preoccupassero per me. Stavo annegando nei miei pensieri. La mia cara Kiana e Ali presto se ne andranno e si separeranno da me. Caro Dio, non vedevo l&#8217;ora che arrivassero le settimane e i giorni di visita. La domenica mattina correvo per la prigione mentre li aspettavo. Ero pieno di energia dopo averli ascoltati e sentito la loro presenza. Nella mia mente ho cominciato a parlare ai bambini:</em></p>



<p><em>Cari Ali e Kiana, avete tutto il diritto di lasciare un Paese il cui leader non riconosce e riconosce il vostro diritto e il vostro mondo. Quante volte feriranno i vostri cuori piccoli e innocenti e vi guarderanno piangere mentre vi separate da me? I miei cari Kiana e Ali. Entrambi avete sopportato più sofferenze nella vostra vita di quanto non siate consapevoli e di quanto potreste mai immaginare. Non lo so, forse sarebbe più facile per te vivere in una società in cui l&#8217;amore e il legame tra una madre e i suoi figli sono apprezzati e compresi, anche se non sono accanto a te. So che questa separazione sarà dura, ma non posso sopportare di vedere le tue lacrime, le tue paure e le tue insicurezze. Farei tutto ciò che è in mio potere per proteggerti dal dolore. Mio caro, per favore perdonami. Le punizioni che le autorità mi hanno rivolto hanno colpito anche te. In soli 8 anni e mezzo hai sopportato più sofferenze di quanto potresti mai immaginare. Il mio petto sta bruciando. Guardo l&#8217;orologio e vedo Ali e Kiana prendere l&#8217;aereo. E io, madre sofferente e stanca di soffrire, sono rimasta in Iran. Il mio cuore si è spezzato in cento pezzi. Le mani, senza alcuno sforzo, si alzano al cielo. Caro Dio, prendi le mie mani e dammi la pazienza di cui ho bisogno. Non vedrò i loro volti innocenti per molto tempo. Non sentirò le loro voci. Non ne sentirò l&#8217;odore mentre li tengo tra le mani. Oh Dio, le mie mani sono così fredde e vuote senza i miei figli dentro. Il mio petto sta bruciando. Le mie guance bruciano per le lacrime che mi rigano il viso. La lava che esce dai miei occhi è come il fuoco che esce dal profondo del mio cuore.”</em></p>



<p>(<a href="https://www.slobodenpecat.mk/it/pismo-na-nobelovkata-narges-mohamadi-shto-go-kine-srceto-racete-mi-se-ladni-i-prazni-bez-moite-deca-vo-niv/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.slobodenpecat.mk/it/pismo-na-nobelovkata-narges-mohamadi-shto-go-kine-srceto-racete-mi-se-ladni-i-prazni-bez-moite-deca-vo-niv/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>)</p>



<p></p>



<p>Lettera aperta che scrisse al Presidente della Repubblica islamica Mahmud Ahmadinejad, gennaio 2010</p>



<p><em>“Egr. Dott. Ahmadinejad,</em></p>



<p><em>sono Narges Mohammadi, giornalista, laureata in fisica, moglie di Taghi Rahmani e madre di due gemelli di soli tre anni. Sono un’attivista del Centro dei Difensori dei Diritti Umani in Iran, che è stato recentemente chiuso illegalmente, nonché del Consiglio Nazionale della Pace. Da quando è stata messa al bando la stampa democratica iraniana, il 22 settembre 2001, fino a 19 novembre 2009, sono stata impiegata, con un contratto regolare, presso la Società per le Ispezioni Ingegneristiche facendo parte del gruppo specialistico per ispezione industriale e mineraria. Il 19 novembre 2009 sono stata licenziata. Questo è un breve curriculum di una donna 36 enne iraniana. E’ bene che lei sappia che il mio ordine di licenziamento, prima di essere notificato a me, ha seguito un iter attraverso le forze di sicurezza. Nel mese di khordad 1387 (maggio-giugno 2008), tornando da una riunione dei difensori dei diritti umani e degli esperti delle Nazioni Unite, tenutasi a Vienna, sono stata convocata e interrogata dagli agenti del Ministero dell’Intelligence del Suo Governo. L’8 maggio 2009, quando stavo per recarmi in Guatemala per partecipare ad un convegno internazionale delle donne, mi è stato illegalmente impedito di lasciare il Paese, e non ero stata accusata di alcun reato, e infatti non sono mai stata chiamata in giudizio come imputata. Il mio passaporto è stato sequestrato all’aeroporto e da allora non ho un passaporto. Per questo motivo ho dovuto un’altra volta presentarmi agli agenti dell’intelligence i quali mi hanno chiesto apertamente di abbandonare le mie attività nel Consiglio Nazionale della Pace e nel Centro dei Difensori dei Diritti Umani; in caso contrario la minaccia era di ricevere restrizioni ancora più severe.</em></p>



<p><em>Il 18 giugno scorso, cioè sei giorni dopo le recenti elezioni, sono stata nuovamente minacciata per telefono da un agente dell’intelligence: se avessi proseguito con la minima attività e non avessi lasciato Teheran, sarei stata arrestata insieme ai miei piccoli bambini. Più tardi, in un’altra convocazione gli</em>&nbsp;<em>agenti, come ultimo avvertimento, mi hanno riferito che se non avessi lasciato il Centro dei Difensori dei Diritti Umani e il Consiglio Nazionale della Pace e non avessi interrotto tutti i rapporti con il Premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi, sarei stata licenziata e arrestata.</em></p>



<p><em>In Settembre, dopo essere stata accettata per un corso di specializzazione, ho chiesto al Ministero dell’Intelligence di restituirmi il mio passaporto, mi è stato detto che il Ministero aveva un parere negativo su di me e che non avrei potuto partecipare al corso se non avessi cambiato idea sulle loro proposte.</em></p>



<p><em>E alla fine, in data del 19.11.2009, l’amministratore delegato dell’azienda dove lavoravo mi ha informata di aver avuto richiesta di licenziarmi; quando ho chiesto una lecita spiegazione, mi sono sentita dire che era una decisione dettata dall’alto. Mi consigliò di approfittare dell’ultima occasione e parlare con gli agenti per non farmi licenziare; anche lui a sua volta mi aveva chiesto di porre fine alle mie attività. Quando ho spiegato i miei punti di vista egli mi confermò che doveva licenziarmi.</em></p>



<p><em>Sono stata licenziata lo stesso giorno, in meno di un’ora.</em></p>



<p><em>Ora vorrei dirle quello che penso.</em></p>



<p><em>Mi ricordo quando, dopo una stagione di riforme, Lei è diventato il Presidente della Repubblica, ha fatto tante promesse di “amore” e di generosità e ha detto che portava al tavolo degli iraniani gli utili del petrolio. Mentre quello che testimoniano questi tempi amari è una espressione opposta, cioè la vendetta, la violenza nella sua forma più nuda e cruda.</em></p>



<p><em>Sicuramente non sono poche le persone alle quali da anni è stata negata la possibilità di studiare ed io sono una goccia in questo mare tempestato di ingiustizia e oppressione. Parlo di donne e di uomini che per le loro idee diverse da quelle del regime hanno subito privazioni pesanti e le loro famiglie sono state vittime di gravi e illimitate violenze. Allora, forse dovevo tacere e vergognarmi di parlare di cose che erano accadute a me.</em></p>



<p><em>Però, dobbiamo parlare e scrivere dei nostri diritti costituzionali e non tacere, fino al giorno in cui nel nostro paese il diritto allo studio e il diritto al lavoro vengano considerati come diritti di persone e non come uno strumento di minaccia nelle mani di un regime.</em></p>



<p><em>Quindi, mi sono permessa di chiedere: per quale colpa i miei piccoli bambini devono essere vittime delle vendette del regime.</em></p>



<p><em>Il padre di questi bambini è stato 15 anni nelle carceri di questo regime ma continua ad essere un attivista civile, politico e rispettoso delle leggi. Per essere stato incarcerato diverse volte dai primi anni della Repubblica Islamica, egli non ha potuto portare a termine i suoi studi di storia presso l’Università di Tabriz, e a causa dei lunghissimi periodi di detenzione non ha mai potuto avere un impiego. Forse è facile parlarne, ma vivere così ed essere privati di ogni diritto in questo dissestato paese è davvero difficile.</em></p>



<p><em>Ed io, che non sono stata riconosciuta colpevole da nessun tribunale e sono soltanto un’attivista di diritti umani e una pacifista, ora devo subire vari generi di privazioni volute dal Ministero dell’Intelligence, che invece dovrebbe salvaguardare la sicurezza dei cittadini.</em></p>



<p><em>Essere attivisti di diritti umani e dedicarsi alla pace può essere considerata una tale colpa imperdonabile da privarci del diritto di avere un pezzo di pane?</em></p>



<p><em>Se un regime aspira al governo di Imam Ali, sa che Imam Ali non ha mai privato un oppositore dei mezzi di sostentamento. Mentre le mie attività sono nell’ambito dei diritti umani, e il nostro scopo nel Centro per i Diritti Umani è di migliorare la situazione di diritti umani in Iran. E Lei ben sa che in tutte le società i pacifisti sono rispettati e ammirati e non oggetto di umiliazioni e minacce.</em></p>



<p><em>Sono le nostre attività per alleviare un po’ il dolore delle famiglie dei detenuti a provocare una tale ira del regime o le nostre attività pacifiche nell’ambito del Consiglio Nazionale della pace, contro ogni forma di violenza, pesano tanto ai signori del potere?</em></p>



<p><em>La vera domanda è: il suo “amore” promesso più di quattro anni fa riguarda solo la limitata cerchia di persone che La circondano?</em></p>



<p><em>Non crede che questo suo modo di trattare i propri connazionali, appartenenti a qualsiasi gruppo o ideologia, sarà considerata dal popolo iraniano e dalla storia come una grande e imperdonabile ingiustizia? Togliere il pane dalla bocca dei nostri bambini innocenti è una dimostrazione di generosità (“amore”) di questo regime e un segno di governare secondo i principi di Imam Ali?</em></p>



<p><em>Io ho lavorato 8 anni in un campo di ispezioni ingegneristiche dell’industria in Iran, anche su progetti nazionali importanti; lettere elogiative conservate nella mia pratica lavorativa testimoniano un ottimo svolgimento del lavoro che mi è stato affidato. Nonostante i responsabili dei progetti per i quali ho lavorato fossero soddisfatti della mia attività lavorativa svolta, sono stata licenziata nel giro di un’ora solo perché non ho accettato le proposte del Ministero dell’Intelligence del Suo Governo.</em></p>



<p><em>Non crede che trattare così un connazionale non è soltanto illegale ma è anche vile, immorale e disumano, mentre gli iraniani sono famosi per essere magnanimi e gagliardi?</em></p>



<p><em>In conclusione, mentre posso pensare, scrivere ed esprimere il mio pensiero liberamente e lontano dalle torture, che è ciò che conta, sono convinta: che il Centro dei Difensori dei Diritti Umani e il Consiglio Nazionale della Pace sono associazioni sociali e legali in Iran, che hanno avuto l’approvazione del fiero popolo iraniano; che per me è un grande onore collaborarci e servirle; e anche che il Premio Nobel per la Pace Signora Ebadi è una donna molto coraggiosa che ha dedicato la propria vita alle attività per la pace e per i diritti umani; che collaborare con i pacifisti del mondo non è criticabile e condannabile ma, al contrario, è di grande pregio. La pace e la difesa dei diritti umani contro le guerre e le violenze fanno parte dei grandi obiettivi della storia dell’umanità, al raggiungimento dei quali io mi dedicherò sempre di più.”</em></p>



<p>(da azionenonviolenta.it)</p>
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		<title>Un anno di osservazione dal buco della serratura del Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Milano</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Nov 2023 09:41:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Osservare un Centro di Permanenza per il Rimpatrio equivale a guardare un oggetto&#160;oscuro&#160;e allo stesso tempo&#160;invisibile&#160;e&#160;nascosto&#160;da alte mura impenetrabili. Più che un luogo il CPR è un&#160;non-luogo, progettato per essere nascosto e nascondere gli&#160;orrori&#160;che&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Osservare un Centro di Permanenza per il Rimpatrio equivale a guardare un oggetto&nbsp;<strong>oscuro</strong>&nbsp;e allo stesso tempo&nbsp;<strong>invisibile</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>nascosto</strong>&nbsp;da alte mura impenetrabili. Più che un luogo il CPR è un&nbsp;<strong>non-luogo</strong>, progettato per essere nascosto e nascondere gli&nbsp;<strong>orrori</strong>&nbsp;che contiene. L’osservazione del CPR, complicata da&nbsp;<strong>opacità</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>ostracismo</strong>, ha imposto l’utilizzo di un&nbsp;<strong>metodo flessibile</strong>&nbsp;e di&nbsp;<strong>fonti e interventi diversissimi</strong>. La classica raccolta dati da analizzare si è rivelata impossibile a fronte della sostanziale inesistenza di dati ufficiali disponibili, e del rifiuto delle autorità a fornire quanto richiesto. Analizzare un CPR significa quindi&nbsp;<strong>aggirare ostacoli, ipotizzare, strappare prove&nbsp;</strong>lottando in tribunale e&nbsp;<strong>raccogliendo informazioni&nbsp;</strong>da trattenuti, parenti e loro legali,&nbsp;<strong>diversificare le fonti e metterle a confronto</strong>. È così che abbiamo proceduto.</p>



<p>“<strong>Dati, testimonianze, ricerche, cartelle&nbsp;</strong><strong>cliniche, accessi agli atti, accessi civici generalizzati, sopralluoghi, verifiche&nbsp;</strong>ci hanno permesso di intravedere ciò che avviene in un CPR e che rendiamo oggi pubblico. Abbiamo rilevato&nbsp;<strong>abusi, violenze e discriminazioni&nbsp;</strong>in tutti gli ambiti che abbiamo investigato” affermano le attiviste e gli attivisti del Naga e della Rete Mai più Lager – No ai CPR. “<strong>Le persone che vengono portate in un CPR non hanno commesso reati</strong>, ma solo un&nbsp;<strong>illecito amministrativo</strong>, ovvero essere irregolari sul territorio. Già di per sé il trattenimento,&nbsp;<strong>la limitazione della libertà personale, risulta essere una misura sproporzionata</strong>, ma tutto ciò che ne consegue rende questa misura&nbsp;<strong>intollerabile, inaccettabile e disumana</strong>”.</p>



<p>“Abbiamo raccolto testimonianze che attestano una sistematica&nbsp;<strong>violaz</strong><strong>ione del diritto alle cure</strong>; la visita di idoneità al trattenimento o non è svolta o è svolta senza strumenti diagnostici adeguati; la ‘visita medica’ di formale presa in carico da parte dell’Ente Gestore comprende&nbsp;<strong>umiliazioni e abusi</strong>&nbsp;quali, per esempio, la denudazione delle persone appena arrivate alla presenza del personale medico e di agenti di polizia e l’obbligo di fare flessioni per espellere eventuali oggetti nascosti nell’ano; abbiamo verificato il&nbsp;<strong>trattenimento di persone con malattie gravi e croniche</strong>, come un tumore cerebrale e gravi problemi di salute mentale; frequente è la&nbsp;<strong>mancanza di&nbsp;</strong><strong>personale medico&nbsp;</strong>e la&nbsp;<strong>sommarietà della gestione delle cartelle cliniche</strong>&nbsp;costituisce la regola, come pure costante è una&nbsp;<strong>sovrabbondante elargizione di psicofarmaci senza alcuna prescrizione specialistica</strong>” proseguono dal Naga e dalla Rete Mai più Lager – No ai CPR.</p>



<p>“Abbiamo ricevuto video che attestano la presenza di<strong>&nbsp;vermi nel cibo</strong>. Inoltre, evanescenti sono le figure<strong>&nbsp;che si occupano di mediazione linguistica, interpretariato e assistenza psicologica,</strong>&nbsp;che pure dovrebbero essere presentie, per contro, è&nbsp;<strong>debordante la presenza di agenti</strong>&nbsp;delle forze dell’ordine. Numerosissime sono le testimonianze di diffusi<strong>&nbsp;episodi di autolesionismo</strong>, labbra cucite, lamette ingoiate, tentativi di suicidio – soprattutto per impiccagione – &nbsp;e di percosse.&nbsp;<strong>14 sono i morti, dal 2018 al 2022,</strong>&nbsp;<strong>nei CPR d’Italia, con un</strong><strong>’età media di 33 anni</strong>. Persone nelle mani dello Stato che sono state dichiarate in condizioni di salute compatibili con il trattenimento.&nbsp;<strong>A queste morti abbiamo provato a dare un</strong><strong>’identità, ma 5 deceduti su 14, sono morti senza nome.</strong>&nbsp;Per 4 di loro non si sa nulla, né della loro identità né delle cause e circostanze del decesso.<strong>&nbsp;Inoltre i rimpatri vengono spesso effettuati con modalità violente</strong>&nbsp;(ammanettamento, persone legate alle sedie e spesso stordite dai farmaci) e avvengono anche verso Paesi dove il rimpatriato, nato e sempre vissuto in Italia, non aveva mai messo piede prima” affermano le attiviste e gli attivisti.</p>



<p>“Il tutto accade in un contesto di sostanziale&nbsp;<strong>impraticabilità di una tutela legale effettiva.</strong>&nbsp;Infine, anche all’uscita dal CPR, che si venga rimpatriati o rilasciati sul territorio, continuano gli abusi, considerata la frequentissima<strong>&nbsp;mancata riconsegna, alla fine del trattenimento, di soldi&nbsp;</strong>mandati dai familiari ai trattenuti. Siamo drammaticamente consapevoli che&nbsp;<strong>tutto ciò è solo la punta dell’iceberg</strong>. Sotto si nasconde molto di più. Quello che succede nei CPR non è frutto di una&nbsp;<em>malagestione</em>&nbsp;dei Centri, ma di&nbsp;<strong>chiare scelte politiche</strong>&nbsp;che si traducono in&nbsp;<strong>prassi e pratiche amministrative e di gestione illecite</strong><strong>&nbsp;e disumane, finanziate dai soldi pubblici</strong>. Con questo report abbiamo fatto la nostra parte, abbiamo cercato di far luce su ciò che si vuole nascondere. Facciamo ora appello a tutte e tutti&nbsp;<strong>per un’attivazione volta a reclamare l’abolizione dei CPR e contemporaneamente chiediamo al Governo, al Ministero dell’Interno, alla Prefettura e all’Amministrazione Comunale di contribuire, ciascuno per quanto di competenza, ad attuare l’unica soluzione possibile, realistica e necessaria: chiudere tutti i CPR d’Italia</strong>” concludono le attiviste e gli attivisti del Naga e dalla Rete Mai più Lager – No ai CPR.</p>



<p><strong><a href="https://emcgaze.com/tracking/qaR9ZGtlBQDjBGx0AGH2ZGt0BGt1AvM5qzS4qaR9ZQb2DN?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="noreferrer noopener" target="_blank">SCARICA IL REPORT COMPLETO</a>&nbsp;<a href="https://emcgaze.com/tracking/qaR9ZGtlBQDjBGx0AGH2ZGt0BGt1AvM5qzS4qaR9ZQb3Gt?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="noreferrer noopener" target="_blank">–&nbsp;SCARICA LA SINTESI</a></strong></p>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Non voltarti&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Aug 2023 10:29:22 +0000</pubDate>
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<p>di Tini Codazzi</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/08/Venezuela-768x488-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="488" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/08/Venezuela-768x488-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17125" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/08/Venezuela-768x488-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/08/Venezuela-768x488-1-300x191.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p>Vorrei condividere questa importante testimonianza scritta da un mio carissimo amico, un fratello. Una storia che ha avuto un finale felice per fortuna per HB e per tutti quelli che lo conoscono. Non è stato così per migliaia di persone che hanno subito delle persecuzioni, detenzioni illegali e torture in questi 20 anni di regime in Venezuela. Per motivi di sicurezza ho lasciato le iniziali dei nomi di tutti i protagonisti.</p>



<p><strong>Non voltarti&#8230;</strong></p>



<p>di HB<br><br>Dieci anni fa, il 6 agosto del 2013, atterravo a Miami su un volo della Santa Barbara Airlines, proveniente dal Venezuela, arrivavo con un bagaglio a mano e senza sapere cosa ne sarebbe stato della vita di mia madre e di mio figlio, tanto meno della mia. All&#8217;aeroporto mi aspettava O, che mi ha aperto le porte della sua casa e mi ha offerto una sistemazione in un momento così difficile e complicato. Ma questa è solo una parte della storia. Torniamo al giorno prima.<br><br>Il 5 agosto facevo una visita medica di routine di mio figlio JH, mentre il dottore lo visitava, ho ricevuto una telefonata dall&#8217;ufficio del governatore dello stato di Miranda (Caracas fa parte dello stato di Miranda) che mi diceva che il SEBIN (Servizio Bolivariano di Intelligence Nazionale) era arrivato nel mio ufficio, chiedendo di me. Questi agenti erano armati e i miei collaboratori gli dissero che non c&#8217;ero. Ho contattato immediatamente l&#8217;ispettore A e mi ha detto che ero indagato per riciclaggio di denaro e che avevano bisogno di sapere se appartenevo davvero a una banda internazionale che operava a Malta. Confesso di essere rimasto scioccato da questa notizia. Non avevo davvero idea di cosa stesse parlando. Gli dissi che ero con mio figlio in una visita medica.<br>In quel momento non sapevo cosa fare, chiamai subito OL, mi disse &#8220;ti richiamo io&#8221;; poi ricevei una telefonata da una persona che lavorava nel SEBIN e mi disse: &#8220;Devi andare a trovare J ora&#8221; e riattaccò il telefono. J è mio fratello, che a quel tempo viveva già a Porto Rico. In quel momento capii che dovevo lasciare il Paese e che si trattava di una caccia alle streghe e di una persecuzione politica, ma questo lo affronteremo un altro giorno.<br><br>O. mi richiamò immediatamente e mi disse &#8220;devi lasciare il Paese ORA, vai in quell&#8217;ufficio&#8221; e quando arrivai lì una persona aveva in mano un biglietto aereo per partire per gli Stati Uniti, nelle prime ore del mattino. Mi chiesero: &#8220;Rischia di uscire dall&#8217;aeroporto?&#8221; e io ho risposto &#8220;Sì&#8221;. Mi hanno dato alcune istruzioni su cosa dovevo fare per depistare il SEBIN. Ad esempio, appena tornato a casa dovevo spegnere il cellulare togliendo la batteria e la sim e così ho fatto, dovevano credere che stessi dormendo.<br><br>Quando sono tornato a casa, c&#8217;era mia madre con mio figlio e le ho spiegato tutto quello che stava accadendo e le ho chiesto: &#8220;Cosa devo fare? E mia madre, sempre con un carattere saggio e sagace mi dice: &#8220;esci dal Paese, perché non faccio nulla con un figlio in prigione, un bambino di 5 mesi e io con l&#8217;Alzheimer (diagnosticato di recente), ti prometto che se non puoi tornare, non appena avrò il visto di JH, il giorno dopo saremo insieme&#8221;.<br><br>In quel momento andai nella stanza dove mio figlio dormiva nella sua culla e mi inginocchiai per chiedergli perdono per abbandonarlo. Avere un figlio era ciò che desideravo di più e abbandonarlo all&#8217;improvviso mi faceva sentire la persona più vile e schifosa del pianeta. Non mi sono mosso dalla sua culla fino a quando non sono dovuto partire per l&#8217;aeroporto, grazie a due persone che saranno sempre nel mio cuore e che mi aspettavano alle due di notte all&#8217;ingresso del mio palazzo per portarmi all&#8217;aeroporto. Hanno messo a rischio la loro vita per me e per questo gliene sarò sempre grato.<br><br>Al momento di salutare mio figlio gli ho detto: &#8221; &#8220;Ti giuro che presto sarai con me, prenditi cura della nonna&#8221; (cosa che sembra essergli rimasta impressa nella mente, perché quando cresceva si occupava sempre di lei). Ho abbracciato mia madre e le ho detto &#8220;rimango e vediamo cosa succede&#8221; e lei mi ha detto &#8220;non si può negoziare con i delinquenti&#8221;. Ho iniziato a camminare verso l&#8217;ascensore e quando sono arrivato alla porta stavo per girarmi per vedere gli occhi di mia madre, e lei, che aveva visto tutto, mi ha detto &#8220;Non girarti, continua ad andare, arriveremo, te lo prometto&#8221;.<br><br>Una volta in aeroporto ricordo che sono stato il primo a fare il check-in e al desk di Santa Barbara, prende il mio passaporto e mi guarda, io sono spaventata a morte e lei mi dice &#8220;Solo un momento&#8221;, poi torna e mi dà la carta d&#8217;imbarco, da lì vado subito all&#8217;immigrazione e di nuovo consegno il passaporto e la carta d&#8217;imbarco e l&#8217;addetto all&#8217;immigrazione mi guarda e guarda di nuovo il computer e dice &#8220;Aspetti un attimo&#8221;, torna con un altro addetto all&#8217;immigrazione che segna qualcosa sulla tastiera e se ne va e lei dice &#8220;il sistema si era bloccato&#8221;, timbra il mio passaporto e decido di entrare nell&#8217;Admiral Club, per aspettare la partenza dell&#8217;aereo. In quel momento vedo un computer e decido di creare un account Gmail per avvisare le mie zie (le sorelle di mia madre) e racconto loro quello che sta succedendo, confidando che mia zia M., che era mattiniera, lo leggesse e accompagnasse mia madre (cosa che fece).<br><br>Mi imbarco sul volo piena di paura e di dolore per aver lasciato mio figlio, mia madre, la mia famiglia e il mio Paese. Mi siedo e decido di guardare dal finestrino, in modo che se ci fosse qualcuno che mi conosceva, non mi avrebbe salutato in un momento in cui dovevo cercare di essere il più invisibile possibile. Quando la porta si chiuse e l&#8217;aereo iniziò a prepararsi per il decollo, ho inserito la sim nel mio BlackBerry, la batteria e quando stavo per decollare ho mandato una manina con il pollice alzato come segno che tutto era andato bene a tutti quelli che aspettavano la mia partenza. Ho guardato fuori dal finestrino e le mie lacrime scorrevano incontrollate perché sapevo che non sapevo quando sarei tornato nel mio Paese.<br><br>Quando sono atterrato a Miami, ho iniziato a ricevere messaggi che mi informavano che il SEBIN era arrivato a casa mia 15 minuti dopo che l&#8217;aereo era decollato, hanno cercato di intimidire mia madre, che è sempre rimasta forte, almeno in loro presenza.<br><br>Già a Miami, con soli 500 dollari in mano, iniziai un periodo di sopravvivenza, di cui scriverò un altro giorno. Grazie a O, V, S, M, I, a mio fratello J, R, O, C, D, F, MA e naturalmente a mia madre LB, che senza il suo sostegno non avrei ottenuto nulla. Tutti loro sono stati presenti fin dall&#8217;inizio e grazie a loro sono riuscito a sfuggire in tempo a un futuro incerto.<br><br></p>
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		<title>Piccola storia di B.</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jun 2023 09:17:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>/// TW &#8211; IMMAGINI FORTI ! Piccola storia di B .>>> GUARDA QUI IL VIDEO &#60;&#60;&#60;&#60; (da mai più lager &#8211; no ai cpr) Ora ve la possiamo raccontare, la storia di B., 26 anni, algerino,&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Milano-NoCPR-16febb-MR14.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Milano-NoCPR-16febb-MR14-1024x683.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17019" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Milano-NoCPR-16febb-MR14-1024x683.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Milano-NoCPR-16febb-MR14-300x200.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Milano-NoCPR-16febb-MR14-768x512.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Milano-NoCPR-16febb-MR14.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 1500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p><strong>/// TW &#8211; IMMAGINI FORTI ! Piccola storia di B .</strong><br>>>> <a href="https://www.facebook.com/NoaiCPR/videos/963555504990199?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>GUARDA QUI IL VIDEO</strong></a> &lt;&lt;&lt;&lt;</p>



<p>(da mai più lager &#8211; no ai cpr)</p>



<p>Ora ve la possiamo raccontare, la storia di B., 26 anni, algerino, in Italia dal 2016.Perchè purtroppo non rischia più ritorsioni, essendo stato rimpatriato dal CPR di Milano qualche settimana fa. Fino alla fine ha cercato di evitarlo in tutti i modi, anche inghiottendo le batterie del telecomando dalla TV della sala mensa. Ma nulla da fare. L&#8217;hanno rimpatriato con ancora una pila nello stomaco. B. aveva perso molti chili nel corso del trattenimento. </p>



<p>Un giorno, dopo una perquisizione piuttosto &#8220;burrascosa&#8221;, nel corso della quale ha riferito di essere stato aggredito dagli agenti in tenuta antisommossa, era rimasto molto scosso dalla cosa. Per protesta, si è praticato un taglio sulla gamba e uno sul collo in corrispondenza della gola, perdendo molto sangue. Un altro trattenuto ce l&#8217;aveva segnalato, come persona con disagio, trasmettendoci il video che pubblichiamo, che lo ritrae così, sanguinante, mentre vaga lento in sala mensa, in mezzo al cibo gettato a terra dopo una protesta, per l&#8217;ennesima volta in cui il cibo era stato servito avariato.</p>



<p>B. aveva cercato di far valere i propri diritti e denunciare la sua compromessa situazione psicofisica, nominando un avvocato di fiducia; ma il gestore ha fatto di tutto per ostacolarlo, trattenendo per più di due giorni il foglio della nomina da firmare, che gli aveva inviato il suo avvocato.</p>



<p>Questo inaccettabile comportamento ostruzionistico del gestore del CPR di Milano, Martinina S.r.l. è sempre più frequente, e sempre più praticato &#8211; non solo a Milano &#8211; a danno di chi non conviene venga in contatto con legali o attivist* e racconti quanto accadutogli.</p>



<p>Nei giorni successivi gli era toccato assistere al tentativo di suicidio di un ragazzo marocchino, che aveva fatto la &#8220;corda&#8221; in bagno ed era stato salvato per tempo dai compagni. E aveva dovuto accudire H., che portato all&#8217;aeroporto per un tentativo di rimpatrio, si era ribellato, e per questo era stato aggredito dagli agenti, riempito di manganellate sul collo diventato viola e livido e riportato in cella dolorante.B. non accettava che potesse accadere tutto questo, gli sembrava tutto senza senso.&#8221;<em>Preferisco morire che stare qua</em>&#8220;.Un giorno ci ha ha fatto una timida richiesta. &#8220;Devo chiederti una cosa. Ho solo un pantalone e una felpa e fa caldo, vorrei una maglietta e un pantaloncino. Grazie per tutto&#8221;.: sei fortunato se il gestore rispetta il capitolato di appalto e ti consegna il kit di ingresso: un cambio, per il quale il gestore è remunerato profumatamente, e con il quale puoi restare anche per più mesi: è risparmiando anche su queste cose che si fa profitto sulla pelle degli altri.</p>



<p></p>



<p>Il tempo di trovare un volontario, disposto alla trafila della preparazione, del pacco, della perquisizione, e della verifica dei documenti, non è stato sufficiente.<em>&#8220;Ciao, sono in Algeria. Mamma mia non so che fare, è tutto cambiato qua&#8221;</em>In bocca al lupo, B.</p>
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		<title>E&#8217; vietata la tortura: nuovo report dell&#8217;associazione Antigone</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jun 2023 08:44:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi pubblichiamo un approfondimento tratto dal nuovo report di associazione Antigone dal titolo: &#8220;E&#8217; vietata la tortura&#8221;. In calce, potrete leggere molto altro del rapporto uscito nei giorni scorsi. La rigida separazione tra donne&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>Oggi pubblichiamo un approfondimento tratto dal nuovo report di associazione Antigone dal titolo: &#8220;E&#8217; vietata la tortura&#8221;.</p>



<p>In calce, potrete leggere molto altro del rapporto uscito nei giorni scorsi. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="538" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-1024x538.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17005" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-1024x538.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-300x158.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-768x404.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-1536x807.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2000w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h4></h4>



<h4>La rigida separazione tra donne e uomini in carcere. “Cose di un altro mondo”</h4>



<p> di Valeria Polimeni </p>



<p></p>



<p>Che il carcere costituisca una sorta di “mondo a sé” non è certo una novità: in quanto istituzione totale, esso è infatti caratterizzato da precise e peculiari regole che scandiscono minuziosamente la vita dei detenuti, intente, almeno in teoria, ad assicurare l’ordine e la sicurezza interna. Ma se la particolare durezza di tali norme e pratiche può trovare giustificazione nelle specifiche caratteristiche che differenziano il contesto penitenziario dalla comunità libera, non sempre la diversa regolazione della vita delle persone ristrette rispetto a quelle libere appare a priori ragionevole.</p>



<p>Solo nel 10% degli istituti penitenziari a “composizione mista” si registrano attività in comune di tipo formativo, professionalizzante, culturale o sportivo</p>



<p>È il caso, per esempio, di quella prassi, riscontrata nella maggior parte degli istituti penitenziari lombardi ospitanti donne e uomini, di mantenere una rigida separazione tra detenuti di sesso opposto nella gestione della vita penitenziaria quotidiana. Guardando, infatti, ai dati relativi alle visite svolte durante l’attività dell’Osservatorio di Antigone effettuate su tutto il territorio nazionale nel corso dell’anno 2022 emerge come i momenti trattamentali intramurari comuni tra donne e uomini ristretti siano molto scarsi: solo nel 10% degli istituti penitenziari a “composizione mista” si registrano attività in comune di tipo formativo, professionalizzante, culturale o sportivo (seppure in miglioramento in confronto all’anno precedente, rispetto al quale il tasso di istituti visitati con sezioni femminili in cui erano previste attività “miste” si attestava al 4,3%).</p>



<p>Questi dati nazionali risultano confermati anche nella più circoscritta realtà lombarda: nelle case circondariali di Milano San Vittore e Como e nella casa di reclusione di Vigevano, ad esempio, non si rilevano momenti di “socialità mista” tra detenuti di sesso opposto. Circostanza che vale anche per gli istituti di Bergamo e Brescia-Verziano, fatta eccezione per le rare occasioni di incontro che riguardano solamente le attività teatrali nel primo caso e quelle scolastiche nel secondo. Anche se è interessante notare come nella casa di reclusione di Brescia sia prevista la possibilità per donne e uomini di prestare attività lavorativa presso una cooperativa per il confezionamento di cialde di caffè, ma su turni rigorosamente separati. Singolare risulta poi l’esperienza della casa di reclusione di Bollate, in cui, rispetto al passato, si riscontra oggi una maggiore chiusura all’integrazione tra donne e uomini nelle attività trattamentali miste. Le uniche opportunità che si muovono in tal senso sono attualmente costituite dal progetto “Commissione cultura”, formato da una persona detenuta per ogni reparto (compreso quello femminile) e deputato ad organizzare la realizzazione di progetti e attività culturali da svolgersi in istituto, nonché dal progetto “Redazione Carte Bollate”, che vede impegnati settimanalmente donne e uomini detenuti insieme. Dal punto di vista professionale e lavorativo poi solo nell’attività di call center è prevista una partecipazione mista di (tre) donne e uomini detenuti. Inoltre, nella seconda casa di reclusione di Milano la possibilità di svolgere colloqui privati tra detenuti di sesso opposto richiede, secondo una curiosa prassi ormai consolidata nel tempo, che tra i medesimi vi sia stato un precedente periodo di scambio epistolare di almeno quattro mesi (di cui due con bollo affrancato e due senza).</p>



<p>Questi sporadici progetti costituiscono però una vera e propria eccezione. Nelle strutture penitenziarie promiscue la regola di fondo rimane, infatti, quella della ferrea separazione tra donne e uomini.</p>



<p>Questi sporadici progetti costituiscono però una vera e propria eccezione. Nelle strutture penitenziarie promiscue la regola di fondo rimane, infatti, quella della ferrea separazione tra donne e uomini, a fronte di quanto previsto dall’art. 14, co. 6, ordin. penit., secondo cui, com’è noto, le donne devono essere ospitate in istituti separati da quelli maschili oppure in apposite sezioni di questi ultimi.</p>



<p>«Uomo in sezione!»</p>



<p>A conferma della permanenza di questa tradizionale prassi, fanno riflettere lo stupore e l’imbarazzo del personale penitenziario – spesso percepiti durante le suddette visite sul territorio lombardo – di fronte alla richiesta di informazioni circa le possibilità di socialità intramurarie tra donne e uomini detenuti nel medesimo istituto, quasi come se si trattasse di domande dal contenuto scandaloso. Non solo, in alcuni casi questa angoscia tra gli operatori penitenziari nel gestire la popolazione detenuta nel rapporto con l’altro sesso non sembra rivolta solo alla parte maschile della popolazione ristretta, ma anche nei confronti delle persone di sesso maschile provenienti dalla comunità esterna. Invero, in occasione di alcune visite condotte insieme ad altri volontari di Antigone di entrambi i sessi, si è avvertito un certo senso di ansia tra gli educatori e il personale di polizia penitenziaria che ci ha accompagnato durante l’attività di osservazione quando ad entrare in contatto con le detenute della sezione femminile dell’istituto fossero volontari uomini. Ciò si è reso evidente dal “grido di allarme” che in quella circostanza ha preceduto l’entrata in reparto della componente maschile del gruppo: «Uomo in sezione!».</p>



<p>Questa prassi, se può costituire ordinaria amministrazione per gli addetti al mestiere, appare però inconsueta a chi, da esterno, osserva i meccanismi propri delle istituzioni totali, soprattutto perché, in quelle occasioni, un medesimo segnale non è stato rilasciato quando lo stesso gruppo di volontari (donne e uomini) si è recato nelle sezioni maschili dell’istituto; né tale pratica è stata osservata in altri istituti lombardi con sezioni femminili quando a svolgere la visita era una delegazione di volontarie formata interamente da donne.</p>



<p>Ebbene, queste non rare reazioni dimostrano quanto nel mondo penitenziario sia ancora inimmaginabile garantire alcuni diritti e libertà, che sono invece pienamente affermati al di fuori delle mura del carcere. Ci si riferisce, ovviamente, a quella sfera di «diritti sommersi», tra cui, anzitutto, il diritto all’affettività e sessualità in carcere, il quale, dopo la nota sentenza costituzionale n. 301/2012, è oggi nuovamente tornato in auge a seguito della recente questione di legittimità costituzionale, sollevata dal magistrato di sorveglianza di Spoleto, dell’art. 18 ordin. penit. nella parte in cui non prevede che al detenuto sia consentito, quando non vi siano ragioni di sicurezza, lo svolgimento di colloqui intimi (anche a carattere sessuale) con la persona convivente non detenuta, stante il controllo a vista da parte del personale di custodia. Antigone è peraltro entrata nel giudizio presentando un proprio atto di intervento.</p>



<p>È chiaro che quella resistenza del nostro legislatore e dell’Amministrazione penitenziaria a riconoscere momenti e spazi di socialità tra donne e uomini ristretti nel medesimo istituto penitenziario è riscontrabile ancora di più nell’assenza di luoghi e istituti giuridici che garantiscano alla popolazione penitenziaria (maschile e femminile) il diritto all’affettività con i propri cari. Da questo punto di vista, peraltro, l’ordinamento penitenziario per adulti sembra discostarsi da quello minorile, per il quale è invece oggi prevista, grazie alla riforma Orlando, la possibilità di usufruire, ai sensi dell’art. 19 d.lgs. n. 121/2018, di «visite prolungate» all’interno di apposite unità abitative con i propri familiari o con altre persone con le quali sussista un legame affettivo. Eppure, nemmeno ciò varrebbe ad affermare che almeno per i detenuti minorenni sia avvenuto un superamento della logica di separazione sottesa al rapporto con l’altro sesso, considerato il caso del carcere di Pontremoli, unico istituto penale minorile italiano interamente costituito da popolazione femminile.</p>



<p>La forzata separazione tra i due sessi in carcere appare, quindi, espressione di quel perdurante e dannoso approccio infantilizzante alla popolazione detenuta, secondo cui quest’ultima viene concepita come oggetto del trattamento, piuttosto che come insieme di persone titolari di diritti</p>



<p>La forzata separazione tra i due sessi in carcere appare, quindi, espressione di quel perdurante e dannoso approccio infantilizzante alla popolazione detenuta, secondo cui quest’ultima viene concepita come oggetto del trattamento, piuttosto che come insieme di persone titolari di diritti. Tale prassi risulta poi pericolosa anche perché ha senza dubbio favorito il radicarsi nel tempo dell’idea del carcere come istituzione pensata anzitutto a forma d’uomo, alle cui regole le donne detenute devono, in via residuale, adeguarsi.</p>



<p>Guardando, infatti, alle disposizioni contenute nella legge o nel regolamento penitenziario ci si accorge di come, nonostante le Regole di Bangkok per il trattamento delle donne detenute<a><sup>1)</sup></a>, nel nostro ordinamento non vi sia alcuna attenzione alle specifiche condizioni e ai peculiari bisogni delle donne ristrette e ciò probabilmente anche a causa dell’esiguo numero che esse rappresentano rispetto al totale della popolazione detenuta (il solo 4,2 %). Una situazione, questa, che permane malgrado la citata riforma dell’ordinamento penitenziario del 2018, la quale è intervenuta sul menzionato art. 14, co. 6, ordin. penit., prevedendo che nelle sezioni femminili di istituti maschili vi sia una dimensione minima di donne detenute «in numero tale da non compromettere le attività trattamentali», e ha introdotto, all’art. 31, co. 2, ordin. penit., la possibilità anche per la popolazione femminile di far parte delle rappresentanze dei detenuti e degli internati.</p>



<p>Costituendo, le donne detenute una minoranza e non essendo consentito loro di partecipare alle attività pensate principalmente per gli uomini, si determinano evidenti disparità trattamentali tra i due sessi</p>



<p>Costituendo, quindi, le donne detenute una minoranza e non essendo consentito loro di partecipare alle attività pensate principalmente per gli uomini, si determinano evidenti disparità trattamentali tra i due sessi, come evidenziato, in particolare riferimento al carcere di San Vittore, anche nel rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti in occasione delle visite effettuate in alcuni istituti penitenziari italiani nel 2022. Differenziazioni in tal senso sono rinvenibili altresì nella casa circondariale di Como, in cui la maggior parte delle offerte di trattamento sono destinate ai detenuti di sesso maschile, non essendo prevista alcuna attività lavorativa, ricreativa, sportiva o culturale specifica per le sezioni femminili. Del resto, ciò è confermato dal&nbsp;<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">primo rapporto di Antigone sulle donne detenute in Italia</a>, secondo cui risulta davvero difficile enucleare dai dati sulle offerte trattamentali intramurarie quelli specificamente destinati alla popolazione femminile, a riprova della scarsità di attività di questo tipo.</p>



<p>Importanti differenze di possibilità risocializzative si riscontrano poi soprattutto rispetto alle attività scolastiche, a cui generalmente le detenute possono accedere per i soli gradi inferiori di istruzione.</p>



<p>Nonostante la previsione di cui all’art. 19, co. 3, ordin. penit., che assicura la parità di accesso alla formazione culturale e professionale per le donne detenute e internate, importanti differenze di possibilità risocializzative si riscontrano poi soprattutto rispetto alle attività scolastiche, a cui generalmente le detenute possono accedere per i soli gradi inferiori di istruzione (come i corsi di alfabetizzazione), mancando nella maggior parte dei casi spazi e numeri sufficienti a consentire l’attivazione di corsi di istruzione di secondo livello o di corsi di studi universitari.</p>



<p>Per evitare allora che il carattere minoritario della popolazione detenuta femminile venga utilizzato come pretesto per giustificare la penalizzazione di fatto di un’intera categoria di persone che spesso si traduce in una carenza di risorse e attività risocializzative, sarebbe forse opportuno che, nel ripensare un diverso modello di amministrazione detentiva, ci si spogli di regole eccessivamente anacronistiche e afflittive, le quali, richiedendo una gestione separata della popolazione mista, implicano anche una differenziazione delle opportunità di reinserimento sociale, con il risultato di renderle poi nettamente sbilanciate a favore della componente maschile. Peraltro, una differente gestione della popolazione penitenziaria all’interno delle strutture promiscue consentirebbe anche il definitivo superamento di quelle logiche che spesso portano alla genderizzazione delle poche attività presenti nelle sezioni femminili, secondo cui alle detenute vengono generalmente offerte solo quelle attività ritenute più confacenti al genere femminile (quali, per esempio, attività di sartoria, ricamo, lavanderia, pasticceria, giardinaggio, estetista o parrucchiera).</p>



<p>Pertanto, laddove le fondamentali esigenze di sicurezza lo consentano, sarebbe davvero utile, sotto diversi punti di vista, sostenere una normalizzazione delle attività c.d. “miste”, nonché della socialità tra donne e uomini del medesimo istituto, al pari di quanto accade, d’altronde, nel mondo libero: non potendo ravvisarsi nulla di scandaloso o immorale nel garantire alle persone private della libertà personale quei diritti la cui restrizione o negazione non trova alcuna giustificazione plausibile se non quella di un’ulteriore afflizione. Il principio di separazione espresso dal citato art. 14, co. 6, ordin. penit. non dovrebbe, dunque, intendersi in senso assoluto: per evitare che alcuni gruppi rimangano privi di opportunità risocializzative sarebbe comunque possibile (se non doveroso) ipotizzare attività che coinvolgano insieme categorie disomogenee tra loro. In questo senso, proprio per attenuare il forte divario che rende il carcere una sorta di universo a parte rispetto al resto della società, negli istituti a prevalenza maschile che ospitano sezioni femminili si potrebbe favorire l’organizzazione di attività diurne comuni, partendo, ad esempio, dal campo educativo e formativo attraverso l’istituzione generalizzata di classi miste, oppure nell’ambito delle manifestazioni religiose. Ciò implicherebbe certamente anche un ripensamento degli spazi – già insufficienti – da destinare alle attività trattamentali, nonché delle tipologie di queste ultime: affinché, nella regolamentazione della gestione della vita quotidiana detentiva così come nell’offerta di opportunità di reinserimento sociale, possa finalmente rivolgersi la dovuta attenzione anche alla componente femminile della popolazione penitenziaria ed evitarne così la sua progressiva marginalizzazione.</p>



<p>L’auspicio, allora, è che il tema del rapporto con l’altro sesso riceva una maggiore attenzione all’interno delle politiche di management penitenziario, non fosse altro che per le evidenti e concrete ripercussioni che esso ha sulle condizioni di vita intramuraria delle persone ristrette.</p>



<p>L’auspicio, allora, è che il tema del rapporto con l’altro sesso riceva una maggiore attenzione all’interno delle politiche di management penitenziario, non fosse altro che per le evidenti e concrete ripercussioni che esso ha sulle condizioni di vita intramuraria delle persone ristrette.</p>



<p><strong>Breve bibliografia</strong></p>



<p>Dalla parte di Antigone. Primo rapporto sulle donne detenute in Italia, pubblicato in&nbsp;<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>F. Brioschi,&nbsp;<em>Donne ai margini di un carcere che parla al maschile</em>, 10 marzo 2023, in&nbsp;<a href="https://ristretti.org/donne-ai-margini-di-un-carcere-che-parla-al-maschile?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://ristretti.org/donne-ai-margini-di-un-carcere-che-parla-al-maschile?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>G. Masullo, V. Fidolini,&nbsp;<em>Sessualità negate? L’eros negli istituti penitenziari</em>, in Salute e Società, n. 1/2018, pp. 27 ss.</p>



<p>Report to the Italian Government on the periodic visit to Italy carried out by the European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (CPT) from 28 March to 8 April 2022, pubblicato in&nbsp;<a href="https://www.coe.int/it/web/portal/-/il-comitato-anti-tortura-pubblica-il-rapporto-sull-italia?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.coe.int/it/web/portal/-/il-comitato-anti-tortura-pubblica-il-rapporto-sull-italia?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>S. Ronconi, G. Zuffa,&nbsp;<em>La prigione delle donne. Idee e pratiche per i diritti</em>, Roma, 2020</p>



<p>S. Talini,&nbsp;<em>L’affettività ristretta</em>, in M. Rutolo, S. Talini (a cura di), I diritti dei detenuti nel sistema costituzionale, Napoli, 2017, pp. 198 ss.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><th scope="row"><a>↑1</a></th><td>La Regola 1 delle Regole delle Nazioni Unite per il trattamento delle donne detenute stabilisce che: «Affinché sia messo in pratica il principio di non discriminazione, sancito dalla regola 6 delle Regole Minime per il trattamento dei detenuti, bisogna tener conto delle esigenze peculiari delle donne detenute per l’attuazione delle presenti regole. Le misure adottate per soddisfare tali necessità nella prospettiva della parità di genere non devono essere considerate discriminatorie».</td></tr></tbody></table></figure>



<p>PER LEGGERE IL REPORT: https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Torna ad essere libero il regista iraniano Jafar Panahi</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2023 10:13:16 +0000</pubDate>
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<p>Dopo quasi sette mesi di detenzione arbitraria, il regista iraniano<strong> Jafar Panahi</strong> è stato rilasciato su cauzione due giorni dopo aver iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione. (Sua moglie Tahereh Saeedi ha postato su Instagram una foto di Panahi che lasciava la prigione su un veicolo).  </p>



<p> &#8220;<strong>È straordinario, un sollievo, una gioia totale</strong>. Esprimiamo la nostra gratitudine a tutti coloro che si sono mobilitati ieri&#8221;, ha detto  il suo distributore francese, il <strong>produttore Michele Halberstadt</strong>. &#8220;La sua prossima battaglia è far riconoscere ufficialmente l&#8217;annullamento della sua condanna. È fuori, è libero, e questo è già fantastico&#8221;.</p>



<p>Jafar Panahi, 62 anni, <strong>era stato arrestato l&#8217;11 luglio</strong> e avrebbe dovuto scontare una condanna a sei anni comminatagli nel 2010 dopo la sua condanna per <strong>&#8220;propaganda contro il sistema</strong>&#8220;. Il 15 ottobre, la Corte Suprema ha annullato la condanna e ha ordinato un nuovo processo, alimentando le speranze del suo team legale che potesse essere rilasciato, ma è rimasto in prigione.  </p>



<p><br>L&#8217;arresto di Panahi a luglio è avvenuto dopo che aveva partecipato a un&#8217;udienza in tribunale dove era imputato il collega regista Mohammad Rasoulof, che era stato arrestato pochi giorni prima. Rasoulof è stato scarcerato il 7 gennaio dopo aver ottenuto una licenza di due settimane per motivi di salute e si ritiene che sia ancora fuori dal carcere. </p>



<p>Il regista era stato arrestato mesi prima che scoppiassero le attuali proteste contro il regime, ma la sua prigionia è diventata un simbolo della difficile situazione degli artisti che si sono opposti alle autorità. Panahi è stato rilasciato dalla prigione di Evin a Teheran &#8220;due giorni dopo aver iniziato il suo sciopero della fame per la libertà&#8221;, ha scritto su Twitter il Centro per i diritti umani in Iran (CHRI) con sede negli Stati Uniti, mentre il quotidiano riformista iraniano Shargh ha pubblicato un&#8217;immagine di Panahi che abbraccia giubilante un sostenitore.<br>  </p>



<p>&#8220;Jafar Panahi è stato temporaneamente rilasciato dalla prigione di Evin grazie agli sforzi della sua famiglia, di rispettati avvocati e rappresentanti del cinema&#8221;, si legge in una nota della Casa del cinema iraniana, che raggruppa professionisti del settore. L&#8217;annuncio che Panahi avrebbe intrapreso uno sciopero della fame secca ha suscitato un&#8217;ondata di preoccupazione in tutto il mondo per il regista, che ha vinto premi in tutti i tre festival cinematografici più importanti d&#8217;Europa.<br>  &#8220;Oggi, come molte persone intrappolate in Iran, non ho altra scelta che protestare contro questo comportamento disumano con il mio bene più caro: la mia vita&#8221;, aveva detto Panahi nella dichiarazione pubblicata dalla moglie. &#8220;Rimarrò in questo stato fino a quando forse il mio corpo senza vita non sarà liberato dalla prigione&#8221;, ha detto.</p>



<p>  <br>Personaggi del cinema sono stati tra le migliaia di persone arrestate dall&#8217;Iran nella sua repressione delle proteste scatenate dalla morte il 16 settembre in custodia di Mahsa Amini, 22 anni, che era stata arrestata per presunta violazione del suo rigoroso codice di abbigliamento per le donne.<br><br>L&#8217;attrice Taraneh Alidoosti, che aveva pubblicato proprie immagini di se stessa senza il velo islamico, era tra le persone arrestate, anche se è stata rilasciata all&#8217;inizio di gennaio dopo essere stata trattenuta per quasi tre settimane.  </p>



<p> <br>Panahi ha vinto il Leone d&#8217;Oro alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2000 per il suo film &#8220;The Circle&#8221;. Nel 2015 ha vinto l&#8217;Orso d&#8217;oro a Berlino per &#8220;Taxi Tehran&#8221;, e nel 2018 ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura a Cannes per &#8220;Tre facce&#8221;.<br>L&#8217;ultimo film di Panahi, &#8220;No Bears&#8221;, che come gran parte dei suoi lavori recenti ha come protagonista lo stesso regista, è stato proiettato alla Mostra del cinema di Venezia del 2022 quando il regista era già dietro le sbarre. Ha vinto il Premio Speciale della Giuria.<br>   </p>



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