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	<title>ecosistema Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Crimine di Ecocidio</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Dec 2020 08:26:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E se considerassimo la Natura come una persona giuridica? La connessione Natura-Cultura e cosa ci insegnano i Popoli Indigeni per vivere in armonia con l’elemento naturale di Sofia Cavalleri (da echoraffiche.com) Studiare in Thailandia&#46;&#46;&#46;</p>
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<h1></h1>



<h2><em>E se considerassimo la Natura come una persona giuridica? La connessione Natura-Cultura e cosa ci insegnano i Popoli Indigeni per vivere in armonia con l’elemento naturale</em></h2>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="900" height="600" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/12/amnesty-bra-povos.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14927" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/12/amnesty-bra-povos.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 900w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/12/amnesty-bra-povos-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/12/amnesty-bra-povos-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></figure>



<p>di Sofia Cavalleri (da echoraffiche.com)</p>



<p><strong>S</strong>tudiare in Thailandia è per me un continuo esercizio di flessibilità mentale e crescita personale. E non necessariamente in modo costruttivo, ma quasi sempre in modo “distruttivo”. Nel mio primo semestre di dottorato alla <em>Chulalongkorn University</em> a Bangkok, mi sono trovata a dover <strong>sradicare alcuni costrutti ideologici e socio-culturali scomodi </strong>che erano stati fissati in modo saldo nella mia mente nel corso degli anni, tramite un’educazione accademica eccessivamente eurocentrica e, devo ammettere, tendenzialmente neoliberale.</p>



<p>Al momento sto cercando di&nbsp;<strong>esplorare paradigmi alternativi</strong>, di acquisire nuove lenti per comprendere meglio questo mondo complesso e gli specifici fenomeni che mi circondano nel sud-est asiatico. Alcuni mesi fa, stavo sorseggiando un cappuccino decisamente troppo zuccherato per gli standard italiani e studiando con il mio amico indonesiano nel nostro caffè preferito, quando a un certo punto lui mi ha chiesto se avessi intenzione di considerare la Conoscenza Ecologica Tradizionale&nbsp;nel mio dottorato di ricerca, in relazione alle credenze culturali e spirituali delle comunità locali. Più mi parlava di questi concetti a me ignoti e distanti e più sentivo che dovevo fare uno sforzo e vincere la mia iniziale posizione scettica per andare più in profondità a livello ontologico ed epistemologico, mettendo in discussione la mia visione del mondo.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://echoraffiche.com/wp-content/uploads/2020/12/immagine-2-1-1-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption>Splendida vegetazione nella regione di Suphan Buri, Thailandia (© Samuel Castan)</figcaption></figure>



<p>Il concetto di&nbsp;<strong>“Conoscenza Ecologica Tradizionale”</strong>&nbsp;o&nbsp;<em>Traditional Ecological Knowledge (TEK)&nbsp;</em>è emerso come campo di ricerca che ha trovato un forte riscontro in sud America e Canada, e recentemente anche nel sud-est asiatico e in Africa (in particolare con il concetto di&nbsp;<em>Ubuntu</em>). La TEK si focalizza sulla relazione degli esseri viventi (inclusi gli esseri umani) in determinati ecosistemi che comprendono l’elemento naturale.&nbsp;In generale, possiamo definire il sapere indigeno come tutta quella eredità culturale intuitiva basata sul&nbsp;<em>learning by doing</em>; una conoscenza frutto di milioni di esperimenti condotti nel passato e tramandata preziosamente di generazione in generazione,&nbsp; della quale non abbiamo più memoria, ma della quale possiamo godere i frutti.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://echoraffiche.com/wp-content/uploads/2020/12/immagine-3-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption>Pearl attraversa un ruscello nella regione di Suphan Buri, Thailandia (© Samuel Castan)</figcaption></figure>



<p>Questo può essere considerato un paradigma emergente e in linea con il concetto di “<strong>Ecocidio”</strong>&nbsp;in Occidente, in quanto con esso la Natura verrebbe considerata sullo stesso piano degli esseri umani dal punto di vista giuridico. Fu Polly Higgins, avvocatessa scozzese, autrice e lobbista ambientale, a presentare la seguente famosa definizione alla Commissione legislativa ONU:&nbsp;«ecocidio è perdita, danno o distruzione di un ecosistema in un dato territorio causato da un agente umano o da altro, per un’estensione tale da diminuire significativamente il godimento pacifico di quel territorio da parte dei suoi abitanti». Questa definizione non si concentra sugli esseri umani con un approccio antropocentrico, ma al contrario considera una prospettiva più ampia riferendosi agli “abitanti” di un territorio e alla necessità di mantenere il delicato equilibrio ecosistemico.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://echoraffiche.com/wp-content/uploads/2020/12/immagine-4-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption>Ashram a Bangalore, India. La connessione tra spiritualità e Natura in India è presente anche negli antichi testi sacri dei Veda (© Sofia Cavalleri)</figcaption></figure>



<p>Alla luce di ciò, la concezione della Natura come “servizi ecosistemici” destinati ad essere usufruiti o preservati dall’essere umano&nbsp;«per le generazioni future» come viene spesso enfatizzato nei rapporti internazionali, incluso il famoso Rapporto Brundtland delle Nazioni Unite, emerge chiaramente come una visione antropocentrica. Forse, quello di cui avremmo bisogno al giorno d’oggi, è un approccio più rispettoso per l’ecosistema nel quale siamo inseriti, non necessariamente in linea con la narrativa&nbsp;<em>mainstream</em>&nbsp;dell’<strong>Antropocene</strong>.&nbsp;E qui è d’obbligo una breve ma feroce critica dell’Antropocene: questa “narrativa-panacea” che è divenuta sempre più popolare a partire dal 2002. Per quanto ci sia un crescente interesse per questo termine, esso presenta UNA narrativa che aiuta a comprendere i fenomeni di surriscaldamento globale e inquinamento dovuti al fattore umano ma che, allo stesso tempo, rischia di normalizzare una visione del mondo pericolosamente neoliberale in cui l’ambiente viene concepito in termini di risorsa che può essere monetizzata, preservata o sfruttata dagli esseri umani a loro piacimento, tramite politiche economiche sostanzialmente antropocentriche.&nbsp;Citando il buon Nanni Moretti, «le parole sono importanti». Ma soprattutto come scriveva Michel Foucault: «<em>knowledge is power</em>»; e la connessione tra potere e sapere è particolarmente visibile quando si considera il controllo delle risorse naturali e l’accesso alle stesse. Sempre più spesso a livello di ricerca ambientale si parla di&nbsp;<strong>de-colonizzare&nbsp;</strong>la narrativa contemporanea, neoliberale, che presenta un approccio al potere e alla conoscenza tendenzialmente volto a dare maggiore visibilità a determinate pratiche (prettamente sostenute da interessi economici) piuttosto che ad altre prevalentemente ecologiche e sociali.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://echoraffiche.com/wp-content/uploads/2020/12/immagine-5-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption>P’Kwai, leader della comunità Huai Hin Dam nella regione di Suphan Buri, si riposa nella foresta (© Samuel Castan)</figcaption></figure>



<p><strong>Ma come possiamo integrare di fatto questa conoscenza indigena</strong>&nbsp;(anche nota in italiano come “sapere indigeno”)&nbsp;<strong>a livello strutturale, nei nostri sistemi politici democratici?</strong>&nbsp;La settimana scorsa, ho avuto il piacere di parlare in un webinar organizzato dall’associazione&nbsp;<a href="https://www.peridirittiumani.com/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Per I Diritti Umani</a>&nbsp;con due avvocati, Avv. Federico Peres e Avv. Luciano Butti, che hanno menzionato la bellezza dell’interpretazione dinamico-evolutiva della Costituzione italiana, il diritto vivente e le misure di cautela proporzionate al rischio relative alla protezione dell’ambiente. Durante il webinar, un collega che al momento studia Giurisprudenza all’Università di Trento, Emanuele Zoller, ha inoltre presentato un nuovo paradigma che considera la Natura come persona giuridica, soggetto di diritto. Nonostante questo paradigma abbia attirato numerose critiche dal mondo accademico, giuridico e politico, che vi hanno opposto&nbsp; ostacoli strutturali soprattutto in relazione alla comparabilità tra diversi soggetti di diritto, esso presenta un’opportunità innovativa per considerare l’ambiente in modo olistico e non semplicemente come una risorsa esterna da sfruttare o preservare. In conclusione, citando ancora una volta Michel Foucault,&nbsp;<strong>«forse oggi l’obiettivo principale non è di scoprire che cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare»</strong>. Per farlo, abbiamo bisogno di ampliare le categorie e i paradigmi con i quali attualmente consideriamo la Natura.</p>
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		<title>Amazzonia. Polmone del mondo e diritti umani, con Angelo Ferracuti</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2020 09:47:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Domani, 15 giugno, alle ore 18.30 sul canale Youtube dell&#8217; Associazione Per i Diritti umani avremo il piacere di ospitare lo scrittore ANGELO FERRACUTI . Vi aspettiamo!</p>
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<p><strong>Domani, 15 giugno, alle ore 18.30</strong> sul canale <strong>Youtube dell&#8217; Associazione Per i Diritti umani</strong> avremo il piacere di ospitare lo scrittore <strong>ANGELO FERRACUTI</strong> . Vi aspettiamo! </p>



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<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Amazzonia: il polmone del mondo e i diritti umani." width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/By1T39sr1iA?feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Amazzonia SOS</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2020 09:23:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi “Toda esta destrucción no es nuestra marca, es la huella de los blancos, el rastro de ustedes en la tierra&#8221; (“Tutta questa distruzione non è un nostro marchio, è l’impronta dei&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Tini Codazzi</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="750" height="422" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/indigenas1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13974" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/indigenas1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 750w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/indigenas1-300x169.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></figure></div>



<p>
“<em>Toda
esta destrucción no es nuestra marca, es la huella de los blancos,
el rastro de ustedes en la tierra</em>&#8221;
(“Tutta questa distruzione non è un nostro marchio, è l’impronta
dei bianchi, la vostra tracci sulla terra”)</p>



<p>
Davi
Kopenawa Yanomami</p>



<p>
Queste
parole dette da un capo della tribù dei Yanomani fanno male ma
purtroppo sono vere. Fin dall’incontro tra i due mondi e la
posteriore colonizzazione da parte degli spagnoli e portoghesi nei
territori che adesso conformano l’America latina, “il bianco”
ha lasciato sì il progresso, ha insegnato la vita moderna, ha
sviluppato l’economia e la società, è vero, ma ha anche lasciato
dietro il suo passaggio una scia di soprusi enorme e un’impronta di
progresso macchiata di sangue, violenza e malattie. 
</p>



<p>
Nel
1995, allo scoccare dell’anniversario numero 500 della scoperta del
continente americano, proprio nelle nostre terre, tra gli
intellettuali, ricercatori e storici, nacque il dubbio sulla
correttezza della parola “scoperta”; così iniziarono a sorgere
concetti come: conquista, scontro culturale, incontro tra due mondi,
carneficina, genocidio. A proposito così scriveva Valentina Di
Prisco in un saggio intitolato <em>Jerico
o en busca de la verdad</em> e
pubblicato in una rivista letteraria venezuelana: “La verità su
tutta questa polemica è che non importa il concetto che si dia,
l’importante è che questo episodio, improvviso e selvaggio com’è
stato, cambiò completamente la vita e il destino delle due culture”.

</p>



<p>
Condivido
queste parole ed è inevitabile parlare di come dall’epoca della
conquista ed evangelizzazione da parte degli europei, la cultura, le
tradizioni, le lingue degli abitanti del posto e i loro diritti non
siano quasi mai stati rispettati. Violenze sessuali, omicidi,
schiavitù, furti di ogni genere sono alcuni degli episodi bui che
macchiano la presenza del “bianco” nel continente. 
</p>



<p>
Negli
anni Ottanta, i <em>Garimpeiros</em>,
cioè i ricercatori d’oro e minatori illegali commisero un
genocidio non da poco. 40.000 minatori invasero le terre dei Yanomani
e commisero innumerevoli crimini. Parlando di salute: malattie di
trasmissione sessuale ed epidemie di malaria, tubercolosi, influenza
suina, morbillo, ecc., sono state epidemie sviluppate in queste terre
soltanto grazie alla presenza irrispettosa del forestiero che con la
sua arroganza, ha mancato di rispetto a queste popolazioni.</p>



<p>
Torniamo
a parlare del tema perché il Covid19, è già arrivato in territori
indigeni, è l’ultima malattia della lista. L’Amazzonia e altri
territori indigeni dell’America latina sono già macchiati di
virus. Nella fattispecie vorrei raccontarvi la situazione attuale in
alcune popolazioni dell’Amazzonia, tra il Venezuela, il Brasile e
la Colombia.</p>



<p> Tra marzo e i primi di aprile si è alzata la voce dell’informazione a favore di questi popoli, ormai non esenti di virus. L’ong francese Planète Amazone ha lanciato una campagna di donazione per proteggere i guardiani dell’Amazzonia; il 1° aprile è apparsa la notizia che nel distretto di Santo Antônio do Içá, a nord del Amazzonia brasiliana, vicino al fiume Alto Rio Solimões c’era il primo caso di contagio: un’operatrice sanitaria di 20 anni che aveva avuto contatti con un medico della zona, anche lui risultato positivo e che a sua volta aveva viaggiato verso le grandi città del paese. Conosciamo i movimenti rapidi e aggressivi del virus. Le cifre in questa zona non sono chiare, ovviamente, essendo delle popolazioni molto precarie dal punto di vista dell’acceso all’assistenza sanitaria, all’informazione ed essendo delle etnie fisicamente fragili dal punto di vista immunologico; per cui si può ipotizzare che i numeri siano alti e realmente non coincidano con quelli ufficiali. In tutta l’Amazzonia il numero è salito a poco più di tre mila casi confermati e più di 250 decessi. La regione di Alto Rio Solimões, a pochi km dal fiume Amazzonia ha 12 casi e 2 decessi. Il 9 aprile il governo identificò il primo indigena deceduto nello stato dell’Amazzonia: un uomo dell’etnia Kokama di 44 anni e due giorni dopo un anziano di 78 anni.  </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="720" height="405" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/indigenas2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13975" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/indigenas2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/indigenas2-300x169.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure></div>



<p>
In
Italia abbiamo già letto sulla situazione nella città di Manaus. Il
caos sanitario, i contagi, i morti, le fosse comuni. È proprio così.
Ovviamente il virus è già arrivato nelle riserve indigene della
zona come nel Parque das Tribos, una riserva in cui abitano 2.500
indigeni di 35 etnie differenti. In tutta la provincia di Manaus ci
sono quasi 3.000 contagiati e 259 deceduti al 26 di aprile. Una delle
zone rosse del paese. Di questi giorni l’annuncio del presidente
della regione Wilson Lima che metteranno su un ospedale da campo
dedicato esclusivamente agli indigeni della zona per far fronte al
Covid19. 
</p>



<p>
Un&#8217;altra
popolazione che adesso sta soffrendo molto è quella dei Yanomami,
tra il Venezuela e il Brasile. L’area dove i Yanomani sono
stanziati è il territorio forestale indigeno più vasto del mondo,
sono 38.000 individui e 8,2 milioni di ettari. Questo, come altri
popoli della zona, è un popolo abbandonato dai governi, che deve
sopravvivere con le proprie forze, per cui c’è un alto tasso di
bambini deboli per denutrizione o con debolezze all’apparato
respiratorio a causa degli innumerevoli incendi succeduti negli anni.
Così, il 9 aprile, il virus si è preso un ragazzo di 15 anni
proveniente dai villaggi intorno al fiume Uraricoera nello stato di
Roraima al confine con il Venezuela. Il ragazzo aveva un fisico
debole, era denutrito e anemico. Queste le dichiarazioni in
conferenza stampa del Ministro della Salute Luiz Henrique Mandetta:
“Oggi abbiamo avuto il primo caso confermato tra i Yanomami, il che
ci preoccupa molto (…) conosciamo la storia dei cattivi risultati
quando gli indigeni vengono affetti da virus che non appartengono al
loro ecosistema”. Una delle cause di pericolo più forte in questo
territorio dalla parte del Venezuela è la mobilità indiscriminata
di minatori illegali che sfruttano i Parchi Nazionali della zona e
partecipano in attività illegali e di contrabbando. Un numero reale
di contagi in terre venezuelane non c’è, lo sappiamo già, quindi
è difficile dire com’è la situazione in queste aree remote. Le
cifre ufficiali del governo dicono che ci sono soltanto tre contagi
nell’Amazzonia venezuelana. Difficile da credere. 
</p>



<p>
Anche
l’Amazzonia colombiana è vasta, ci abitano 64 popoli indigeni e
secondo le denunce di OPIAC (Organizzazione Nazionale dei Popoli
Indigeni dell’Amazzonia Colombiana) è stata completamente
dimenticata dal governo centrale fin dall’inizio della pandemia. I
diversi popoli si stanno organizzando da soli per contenere,
informare e regolare la situazione. Due giorni fa la notizia di
quaranta casi confermati e due deceduti. Il Ministero della Salute
Colombiano pubblica la cifra di 104 casi. 
</p>



<p> L’allerta nelle zone così vulnerabili dovrebbe essere rossa. La conclusione è che c’è una costante tra i tre governi centrali dei paesi coinvolti in questo articolo e cioè una quasi totale noncuranza. Come sempre sono le organizzazioni private, le ong, le fondazioni e i governi regionali a dare l’allarme, ad allertare i governi e l’opinione pubblica internazionale sulle precarie situazioni sanitarie e sulle caratteristiche generali di questi popoli che fanno sì che questo tipo di virus si propaghi in modo esponenziale in pochissimo tempo. La sensazione è che la bomba sta per esplodere, la realtà è che sicuramente è già esplosa. Confidiamo nella forza e nella determinazione che gli stessi indigeni hanno sviluppato nei secoli per sopravvivere a tutte le tragedie e nell’aiuto delle innumerevoli organizzazioni in difesa dell’Amazzonia. Forse questo virus è molto aggressivo anche per loro.  Staremo a vedere con le mani legate ma non con la bocca chiusa perché non bisogna mai dimenticarsi di questa meravigliosa parte del mondo.  </p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. ﻿Il “Green Deal” europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2020 08:31:27 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>I</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="266" height="189" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/eu-green-dal.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13713"/></figure></div>



<p>di
Fabiana Brigante</p>



<p>Nel
luglio dello scorso anno Ursula von del Leyen veniva eletta
presidentessa della Commissione Europea. Nelle ventiquattro ambiziose
pagine della sua “agenda per l’Europa”, scritta per ottenere i
voi dei membri del Parlamento Europeo, la allora candidata aveva
parlato di “una Europa che guidi le principali sfide del nostro
tempo”. In cima al suo programma si stagliava la proposta di un
<em>Green
Deal</em>
europeo, raccogliendo la sfida e l’opportunità di una Europa a
impatto climatico zero, sulla scia di quanto stabilito dall’Accordo
di Parigi e dai traguardi fissati per il 2030. 
</p>



<p>Lo
scorso dicembre il <em>Green
Deal</em>
è stato dunque presentato dalla Commissione Europea<sup><a href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></sup>;
è stato definito un percorso da seguire al fine di “rendere
sostenibile l’economia dell’Unione Europea trasformando le sfide
climatiche e ambientali in opportunità in tutti i settori politici e
rendendo la transizione giusta e inclusiva per tutti”.</p>



<p>Il
<em>Green
Deal</em>
fornisce una tabella di marcia con azioni volte a potenziare un
utilizzo efficiente delle risorse, con un passaggio ad una economia
pulita e circolare, ambendo ad arrestare i cambiamenti climatici e la
perdita di biodiversità, e ovviamente a ridurre l’inquinamento. 
</p>



<p>Tutti
i settori dell’economia sono inclusi in questo processo di
cambiamento, in particolare i trasporti, l’energia, l’agricoltura,
il settore edilizio e quello industriale.<sup><a href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></sup>
Un ruolo decisivo nel sostenere la transizione verde lo giocano anche
le tecnologie digitali. La digitalizzazione offre, tra le altre cose,
nuove opportunità per il monitoraggio a distanza dell’inquinamento
atmosferico e idrico o per il monitoraggio e l’ottimizzazione
dell’utilizzo dell’energia e delle risorse naturali. Allo stesso
tempo, la Commissione valuterà la necessità di maggiore trasparenza
sull’impatto ambientale dei servizi di comunicazione elettronica.</p>



<p>Per
quanto riguarda i trasporti, si sostiene che tutti i settori dovranno
contribuire pienamente alla de-carbonizzazione, in linea con
l’obiettivo di conseguire un’economia ‘climaticamente neutra’,
tentando di applicare il principio de “chi inquina paga”. La
proposta, tra le altre, è quella dunque di investire sulla
connettività delle reti ferroviarie dell’UE, al fine di consentire
pari accesso su tutto il territorio al trasporto ferroviario
pubblico.
</p>



<p>Ulteriore
obiettivo del <em>Green
Deal</em>&nbsp;è
di realizzare una politica alimentare più sostenibile, “che
riunisca gli sforzi per  […]preservare e ripristinare la
biodiversità con l’ambizione di garantire che i cittadini europei
ricevano alimenti accessibili, di alta qualità e sostenibili,
garantendo al contempo un tenore di vita dignitoso per gli
agricoltori e i pescatori e la competitività del settore agricolo”.
La strategia che si vuole attuare viene denominata “dal produttore
al consumatore”.</p>



<p>In
concreto, la Commissione si propone di “rafforzare la posizione
degli agricoltori nella filiera agroalimentare, premiando i
produttori che forniscono alimenti di elevata qualità quali norme
tutelando il benessere degli animali”. È ribadito inoltre che “la
riduzione del utilizzo dei pesticidi è uno degli obiettivi
prioritari per una agricoltura sostenibile”.</p>



<p>Riguardo
la preoccupazione per la perdita di biodiversità terrestre e marina
causate da agricoltura, pesca e produzione alimentare, oltre che per
i rischi connessi alla estinzione delle api, la Commissione sollecita
gli Stati membri a potenziare le azioni volte a ridurre gli sprechi e
combattere le frodi alimentari.</p>



<p>Non
manca nel documento l’attenzione alla protezione delle foreste,
indispensabili per il nostro pianeta eppure martoriate negli ultimi
anni dai numerosi incendi in tutto il mondo. Sul punto, il <em>Green
Deal</em>
accoglie
con favore l’intenzione di contrastare la deforestazione mondiale e
le chiede di intensificare le sue azioni in tal senso. 
</p>



<p>Il
raggiungimento degli obiettivi del <em>Green
Deal</em>
europeo richiederà ovviamente investimenti significativi. Il
compimento di quelli posti per il 2030 in materia di clima ed energia
richiede circa 260 miliardi di euro di investimenti annuali
aggiuntivi, pari a circa l’1,5% del PIL del 2018. Questo
investimento necessiterà della mobilitazione dei settori sia
pubblico che privato. È stato sostenuto che almeno il 25% del
bilancio a lungo termine dell’UE dovrebbe essere dedicato
all’azione per il clima, richiedendo ulteriore sostegno alla Banca
Europea per gli Investimenti (BEI). 
</p>



<p>Sebbene
la lotta al cambiamento climatico e al degrado ambientale sia uno
sforzo comune, è necessario considerare che non tutti gli Stati
membri partono dallo stesso punto. Si auspica dunque un meccanismo di
transizione equo che sia in grado di supportare quegli stati la cui
economia sia in gran parte retta da attività ad alta intensità di
carbonio. Sarà inoltre importante supportare i cittadini più
vulnerabili alla transizione, fornendo accesso ad opportunità di
lavoro in nuovi settori economici. Dovrà essere dedicata la dovuta
considerazione alla riqualificazione e allo sviluppo delle competenze
dei lavoratori nei nuovi settori economici che emergeranno.</p>



<p>Nel
mese di marzo la Commissione si propone di lanciare un “Patto
climatico” per dare voce e ruolo ai cittadini nella progettazione
di nuove azioni, condivisione di informazioni, avvio di attività di
base e soluzioni di presentazione che altri possano seguire.</p>



<p>Le
sfide globali del cambiamento climatico e del degrado ambientale
richiedono una risposta globale. L’Unione Europea si è ripromessa
di promuovere gli obiettivi già posti nelle convenzioni delle
Nazioni Unite sulla biodiversità e il clima. Il G7, il G20 e le
relazioni bilaterali costituiranno un’arena dove si concentreranno
gli sforzi per spronare gli altri paesi ad intensificare i loro
sforzi in tal senso. 
</p>



<p><a href="#sdfootnote1anc">1</a><br>
	</p>



<p>
	<sup>	</sup>
	Il testo ufficiale del Green Deal è consultabile al sito:
	<a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?qid=1576150542719&amp;uri=COM%3A2019%3A640%3AFIN&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?qid=1576150542719&amp;uri=COM%3A2019%3A640%3AFIN&utm_source=rss&utm_medium=rss</a>
	 
	</p>



<p><a href="#sdfootnote2anc">2</a><br>
	</p>



<p>
	<sup>	</sup>
	“Cos’è il Green Deal Europeo?”, disponibile al seguente link:
	<a href="file:///C:/Users/Alessandra/Desktop//C:/Users/Fabiana%20Brigante/Downloads/What_is_the_European_Green_Deal_en.pdf%20(1).pdf">file:///C:/Users/Fabiana%20Brigante/Downloads/What_is_the_European_Green_Deal_en.pdf%20(1).pdf</a>
	
	</p>
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		<title>Massacro contro i Mayangna in Nicaragua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Feb 2020 07:50:43 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p> <br>Le popolazioni indigene hanno bisogno di maggiore protezione. I crimini contro gli indigeni non devono restare impuniti.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="600" height="400" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/el_icaco_residents.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13595" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/el_icaco_residents.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/el_icaco_residents-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure></div>



<p>In seguito al massacro di indigeni Mayangna avvenuto lo scorso 28 gennaio nella biosfera di Bosawás in Nicaragua, l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede maggiore tutela per la popolazione indigena del Nicaragua e la fine dell&#8217;impunità per i crimini commessi contro gli indigeni del paese. Il 28 gennaio un gruppo di circa 80<br>persone armate ha assalito un villaggio di indigeni Mayangna nella biosfera di Bosawás. Dopo aver bruciato alcune case, gli assalitori hanno sparato agli abitanti del villaggio uccidendo almeno sei persone.<br>Altre dieci persone risultano scomparse dopo l&#8217;aggressione.</p>



<p>La riserva di Bosawás è un&#8217;area protetta grande circa 2,2 milioni di ettari, situata vicino alla frontiera con l&#8217;Honduras e riconosciuta nel 1997 come biosfera e patrimonio biologico globale dall&#8217;UNESCO. Di fatto è la più grande foresta vergine a nord dell&#8217;Amazzonia.</p>



<p>Da anni le popolazioni indigene che abitano l&#8217;area lamentano l&#8217;aumento drammatico del disboscamento illegale e delle aggressioni da parte dei taglialegna illegali. Le immagini satellitari documentano infatti l&#8217;incremento delle aree disboscate e sfruttate per l&#8217;agricoltura all&#8217;interno della riserva e che oggi coprono il 31% del territorio. Nel 2000 l&#8217;area disboscata illegalmente copriva il 15% della riserva. In 20 anni il Nicaragua ha perso il 19% delle sue foreste. I disboscamenti illegali stanno mettendo a rischio l&#8217;intero ecosistema dell&#8217;area e distruggono la base vitale delle popolazioni indigene che nei boschi e dei boschi vivono. Le aggressioni armate contro le popolazioni indigene<br>per appropriarsi illegalmente della terra purtroppo non sono un&#8217;eccezione e solitamente restano impunite. L&#8217;APM chiede al governo del Nicaragua di porre finalmente fine a questa guerra non dichiarata contro le popolazioni indigene e contro l&#8217;ambiente.</p>



<p>In Nicaragua vivono circa 30.000 nativi Mayangna. L&#8217;assassinio di indigeni è diffuso e nei pochi casi in cui gli aggressori vengono arrestati, questi solitamente vengono assolti in giudizio per mancanza di prove. Secondo l&#8217;APM, il problema reale è che al Nicaragua manca la volontà politica per perseguire i crimini commessi contro la sua popolazione nativa. La scorsa settimana tre cittadini nicaraguensi sono stati arrestati in Costa Rica con l&#8217;accusa di aver assassinato un&#8217;intera<br>famiglia nella riserva indigena Maio nell&#8217;ottobre 2019. L&#8217;APM seguirà attentamente la vicenda giudiziaria. </p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Ricordando Chernobyl</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 May 2019 07:06:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cecilia Grillo Nonostante si tratti di una delle più drammatiche tragedie di cui la storia sia stata spettatrice, insieme a Fukushima, ben pochi si sono ricordati del 33esimo anniversario del disastro di Cernobyl&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/05/08/imprese-e-diritti-umani-ricordando-chernobyl/">&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Ricordando Chernobyl</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="696" height="392" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/Chernobyl-696x392.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12482" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/Chernobyl-696x392.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 696w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/Chernobyl-696x392-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></figure>



<p>di Cecilia Grillo</p>



<p>Nonostante
si tratti di una delle più drammatiche tragedie di cui la storia sia
stata spettatrice, insieme a Fukushima, ben pochi si sono ricordati
del 33esimo anniversario del disastro di Cernobyl che cadeva proprio
qualche giorno fa, il 26 aprile.</p>



<p>La
catastrofe di Chernobyl è stata definita come una delle più gravi
calamità per il popolo ucraino nel XX secolo, insieme al Terrore
della Guerra Civile, l’Holodomor &#8211; la carestia del 1932-1933 -, le
due guerre mondiali e la guerra in Afghanistan. 
</p>



<p>Allo
stesso tempo, sarebbe impossibile non notare la differenza tra questo
disastro e qualsiasi altro evento catastrofico: il pericolo di
Chernobyl è impercettibile, le sue manifestazioni e i suoi rischi
praticamente illimitati e persistenti. Lo scrittore britannico Mario
Petrucci, autore di “Hard Water: a Poem for Chernobyl” ha
affermato: “Chernobyl ha introdotto il concetto di disastro del
futuro”.</p>



<p>Alle
ore 1:23 del 26 aprile 1986, il quarto reattore della centrale
nucleare di Chernobyl esplose.</p>



<p>Secondo
rapporti delle Nazioni Unite, gli operatori della centrale di
Chernobyl, nell’odierna Ucraina, in violazione delle norme di
sicurezza, hanno disattivato importanti sistemi di controllo nel
reattore n. 4 dell’impianto. Un’ondata di corrente ha provocato
una serie di esplosioni, a partire dalle ore 1:23 del mattino, che
sono state in grado di far crollare il pesante coperchio del reattore
e di generare una nube di polvere radioattiva che si è estesa su
tutta l’Europa settentrionale e occidentale, raggiungendo la costa
orientale degli Stati Uniti.</p>



<p>Il
disastro è stato un incidente industriale unico dovuto alla scala
dei suoi effetti sociali, economici e ambientali e uno dei più gravi
nella storia dell’industria nucleare. Si stima che solo in Ucraina,
Bielorussia e Russia siano state colpite direttamente circa 9 milioni
di persone, sottoposte a radionuclidi per un lungo periodo di tempo
rilasciati a un’intensità più di 200 volte superiore rispetto a
quella delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Quasi 404.000
persone sono state reinsediate, ma milioni hanno continuato e
continuano a vivere in un ambiente in cui l’esposizione a
radiazioni genera una serie di conseguenze negative per le condizioni
di vita degli esseri umani, dell’ecosistema e delle generazioni
future.</p>



<p>Nel
territorio dell’ex Unione Sovietica la contaminazione ha provocato
l’evacuazione di circa 400.000 persone. Circa 200.000 km2 di terra
era, ed è, contaminata da atomi di cesio-137 radioattivo a livelli
superiori a 37.000 Bq / m2. In termini di superficie, circa 3.900.000
km2 del suolo europeo (40% della superficie dell’Europa) sono stati
contaminati dal cesio 137 (a livelli superiori a 4.000 Bq / m2).
Fatto peculiare, questi dati non sembrano essere stati pubblicati e,
certamente, la popolazione europea non ne è mai stata resa edotta.</p>



<p>La
contaminazione di Chernobyl persisterà per secoli, e in molti paesi,
oltre a Bielorussia, Ucraina e Russia, permarranno per i decenni a
venire gli ordini di restrizione al commercio alimentare disposti a
livello comunitario. Le conseguenze economiche dell’incidente
restano un onere gravoso per i paesi più colpiti: Ucraina e
Bielorussia continuano a spendere una ingente percentuale del loro
prodotto nazionale lordo nel tentativo di affrontare gli impatti
economici provocati dal disastro.</p>



<p>Sono
state condotte innumerevoli ricerche e sono state scritte centinaia
di relazioni circa l’impatto della tragedia di Chernobyl sulle
condizioni di salute delle popolazioni locali, ma persistono tuttavia
innumerevoli incertezze dovute ai dati poco attendibili a riguardo. 
</p>



<p>Un
rapporto delle Nazioni Unite del 2005 stima che l’incidente abbia
causato circa 4.000 morti, la maggior parte dei quali manifestatisi
con patologie cancerogene. Sebbene molti dei resoconti ufficiali
facciano riferimento a circa 4.000 decessi per cancro causati dal
disastro di Chernobyl in Bielorussia, Ucraina e Russia, la previsione
nelle relazioni AIEA / OMS è di oltre 9.000 decessi. Molti altri
studi prospettano un multiplo di quel numero, ad esempio il rapporto
di Green Peace “The Chernobyl Catastrophe &#8211; Conseguenze sulla
salute umana” del 2006 stimava che 200.000 decessi correlati alle
radiazioni abbiano avuto luogo tra il 1990 e il 2000 in Russia,
Ucraina e Bielorussia.  Una pubblicazione del 2009 che teneva in
considerazione i rapporti in lingua russa e ucraina, esclusi dagli
studi ufficiali, calcolava un numero di circa 900.000 vittime. 
</p>



<p>Nonostante
non si abbiano informazioni certe rispetto a statistiche accurate che
accertino il numero effettivo delle vittime del disastro, è certo
che vi siano stati migliaia di decessi negli ultimi decenni nella
zona radioattiva come conseguenza diretta dell’incidente. 
</p>



<p>Negli
ultimi trent’anni, la consapevolezza pubblica dell’impatto
ambientale di Chernobyl sui diritti umani si è sempre maggiormente
sviluppata a seguito del crescente numero di decessi e casi di cancro
alla tiroide che sono emersi in Ucraina, Bielorussia e Russia.
Secondo il rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia
atomica, le conseguenze dell’incidente di Chernobyl si sono
tradotte in un sostanziale trasferimento atmosferico transfrontaliero
degli agenti radioattivi e nel successivo inquinamento di molti paesi
occidentali.</p>



<p>Gli
effetti a lungo termine della radioattività incontrollata provocata
dal disastro di Chernobyl, inclusi inquinamento dell’aria e
dell’acqua, numero crescente di patologie tumorali e decessi
correlati, radioattività di cibo e acqua, hanno minacciato i diritti
umani fondamentali, in particolare il diritto alla vita e alla
salute: i diritti umani essenziali non possono essere tutelati in
assenza di un ambiente ecologicamente pulito e salubre.</p>



<p>Iniziando,
in<em>
primis</em>,
con l’analisi del fondamentale diritto alla vita, primario fra i
diritti umani, secondo anche quanto affermato dal diplomatico
Franciszek Przetacznick: il godimento del diritto alla vita è un
prerequisito del godimento di tutti gli altri diritti umani. Ogni
essere umano ha un diritto intrinseco alla vita, e questo diritto è
quello che deve essere protetto dagli abusi da parte dello Stato in
conformità con le leggi e gli accordi internazionali. La
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, all’articolo 3 afferma
che: “<em>Ogni
individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della
propria persona</em>”.
La domanda sorge quindi spontanea: come può essere protetto il
diritto alla vita di esseri umani che vivono in un territorio
radioattivo? La contaminazione radioattiva dell’ambiente è mortale
per gli esseri umani e il diritto alla vita, come del resto tutti i
diritti umani (compresi quelli civili, culturali ed economici), è
chiaramente privo di significato in assenza di un ecosistema pulito e
sicuro. 
</p>



<p>Se
il Principio n.5 della Dichiarazione di Stoccolma del 1972 proclama
che le risorse non rinnovabili della terra devono essere impiegate in
modo tale da prevenire il pericolo del loro futuro esaurimento e
garantire che i benefici derivanti da tale impiego siano condivisi da
tutta l’umanità, così ispirando e guidando i popoli del mondo
nella conservazione e nella valorizzazione dell’ambiente umano,
invece il Principio 1 della Dichiarazione ha gettato le basi per
collegare i diritti umani e la protezione ambientale, dichiarando che
“<em>L’uomo
ha il diritto fondamentale alla libertà, all’eguaglianza e a
condizioni di vita soddisfacenti, in un ambiente che consenta di
vivere nella dignità e nel benessere ed è altamente responsabile
della protezione e del miglioramento dell’ambiente davanti alle
generazioni future</em>”.

</p>



<p>Così
anche l’articolo 24 della Carta Africana dei diritti dell’uomo e
dei popoli del 1981 dispone che ‘‘<em>tutti
i popoli hanno diritto a un ambiente soddisfacente e globale,
favorevole al loro sviluppo</em>’’.</p>



<p>E
ancora il Protocollo di San Salvador del 1988, Protocollo alla
Convenzione americana sui diritti dell’uomo in materia di diritti
economici, sociali e culturali, all’articolo 11, dispone che
‘‘<em>Ognuno
ha diritto a vivere in un ambiente sano e di avere accesso ai servizi
pubblici di base</em>”:
in condizioni ambientali malsane (come quelle di chi vive in una
regione radioattiva) i diritti umani fondamentali sono a rischio.</p>



<p>Volgendo
poi lo sguardo al diritto alla salute, strettamente correlato al
diritto alla vita, l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo
definisce quale diritto fondamentale di ogni essere umano. Il cancro
della tiroide, causato dallo iodio radioattivo, è stata una delle
principali manifestazioni dell’impatto sulla salute dell’incidente
di Chernobyl, in particolare tra i giovani. Il reattore rilasciava
nell’aria enormi quantità di sostanze radioattive incontrollate. I
bambini sono generalmente più a rischio di cancro alla tiroide
rispetto agli adulti e le statistiche indicano che l’incidenza del
cancro alla tiroide tra i bambini nelle zone limitrofe è aumentata
rapidamente a seguito del disastro di Chernobyl. Nella Convenzione
sui diritti dell’infanzia, all’articolo 24, si afferma che “<em>Gli
Stati parti riconoscono il diritto del minore di godere del miglior
stato di salute possibile</em>”.

</p>



<p>Strettamente
connessi al diritto a una vita salubre l’accesso all’acqua e il
diritto al cibo sono stati riconosciuti dalle Nazioni Unite quali
diritti umani universali fondamentali.</p>



<p>Kofi
Annan, Segretario
generale delle Nazioni Unite nel 2013, durante la giornata mondiale
dell’acqua di qualche anno fa, ha affermato “<em>access
to safe water is a fundamental human need and, therefore, a basic
human rights</em>”.
<em>Contaminated
water jeopardizes both the physical and social health of all people.
</em><em>It
is an affront to human dignity</em>”.

</p>



<p>Il
diritto degli esseri umani a cibo ed acqua rappresenta un diritto
umano fondamentale, così come definito dal Patto internazionale sui
diritti economici, sociali e culturali (ICESCR), adottato
dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 16 dicembre 1966 e
in vigore dal 3 gennaio 1976, secondo cui deve essere riconosciuto il
diritto di ognuno a un livello di vita adeguato per sé e la sua
famiglia, compreso un nutrimento adeguato. Il diritto al cibo
rappresenta un diritto fondamentale di tutti gli esseri umani, così
come il diritto all’acqua potabile. Il secondo principio della
Dichiarazione di Stoccolma afferma che “<em>Le
risorse naturali della terra, ivi incluse l’aria, l’acqua, la
terra, la flora e la fauna e particolarmente il sistema ecologico
naturale, devono essere salvaguardate a beneficio delle generazioni
presenti e future, mediante una programmazione accurata o una
appropriata amministrazione</em>”.</p>



<p>In
un’area contaminata dalla radioattività non vi è accesso a cibo e
acqua salubri provocando così una serie di violazioni dei diritti
umani fondamentali. Negli anni precedenti all’incidente di
Chernobyl, l’area ora in analisi era circondata da foreste, fiumi e
centri urbani e circa il 40% del territorio veniva utilizzato per
scopi agricoli. A seguito del disastro, le forniture di acqua
potabile e i prodotti agricoli nella zona sono stati contaminati dai
più alti livelli di radiazioni e da quel momento l’accesso
all’acqua potabile e al cibo è diventato un problema pregnante per
coloro che hanno continuato a vivere nella regione.</p>



<p>In
conclusione, ho voluto analizzare la relazione tra violazioni dei
diritti umani e le problematiche ambientali provocate dal disastro
nucleare di Chernobyl in considerazione del diritto alla vita, a un
ambiente sano, del diritto all’acqua pulita e al cibo, tutti
identificati quali diritti umani fondamentali sia dalla Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani (UDHR) che dalla Carta Africana dei
diritti dell’uomo e dei popoli del 1981. 
</p>



<p>In
primo luogo, l’incidente di Chernobyl ha causato il più vasto
rilascio radioattivo incontrollato nell’ambiente mai sperimentato,
comportando gravi conseguenze ambientali, in particolare inquinamento
atmosferico e contaminazione delle acque. Il diritto alla vita
richiede un ambiente salubre e sicuro, e la contaminazione legata al
disastro di Chernobyl ha causato migliaia di decessi per cancro in
Russia, Ucraina e Bielorussia tra il 1990 e il 2000 ed effetti
deleteri per le condizioni di salute della maggioranza della
popolazione in Ucraina.</p>



<p>Secondariamente
un altro effetto ambientale causato dal disastro di Chernobyl ha
riguardato il diritto ad acqua pulita e cibo, identificabili quali
bisogni indispensabili per la protezione dei diritti degli esseri
umani a una nutrizione dignitosa. 
</p>



<p>L’impatto
ambientale provocato dall’incidente nucleare di Chernobyl ha
causato gravi violazioni dei diritti umani, principalmente in
Ucraina, Russia e Bielorussia. Le popolazioni della zona radioattiva
soffrono da un quarto di secolo della continua minaccia al proprio
diritto di vivere, al diritto ad un ambiente sano, alla salute,
all’acqua potabile e al cibo, situazione chiaramente in violazione
dei loro diritti umani fondamentali. L’incidente nucleare ha
trasformato le aree abitabili in aree inabitabili e innumerevoli vite
umane sono andate perdute; inoltre, la maggior parte dei territori
“contaminati” nella regione rimane insicura sia per gli
insediamenti umani che per lo svolgimento di attività economica.</p>
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		<title>Perù: le multinazionali e l&#8217;espropriazione dei diritti umani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Oct 2016 06:58:16 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/01a1c3f7-2308-458c-bed3-b9696f4976e0.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-7073" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7073" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/01a1c3f7-2308-458c-bed3-b9696f4976e0.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="01a1c3f7-2308-458c-bed3-b9696f4976e0" width="960" height="640" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/01a1c3f7-2308-458c-bed3-b9696f4976e0.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/01a1c3f7-2308-458c-bed3-b9696f4976e0-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/01a1c3f7-2308-458c-bed3-b9696f4976e0-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<div id="u_0_1o" dir="LTR">
<p>di Veronica Silva</p>
<div id="u_0_1n" dir="LTR">
<div id="js_e" dir="LTR">
<table border="0" width="643" cellspacing="0" cellpadding="0">
<colgroup>
<col width="643" /></colgroup>
<tbody>
<tr>
<td width="643">Nella provincia di Celendin, a 77 chilometri da Cajamarca, a nord del Perù, la libertà di movimento è stata ridotta ai minimi termini, da quando la multinazionale Yanacocha, di proprietà della Newmont Corporation, ha acquistato i terreni della zona per ampliare la miniera d’oro omonima e sviluppare il progetto estrattivo Conga. Ha comprato anche la strada pubblica che conduce a casa di Máxima e alla comunità di Santa Rosa, dove vivono circa 200 famiglie. Yanacocha possiede tutto, tranne una terra. Da 24 anni, Máxima Acuña Chaupe, 44 anni e meno di un metro e cinquanta di altezza, vive a Tragadero Grande, nei suoi 24,8 ettari farciti d’oro, e non intende andarsene. Mentre le sue mani laboriose scorrono tra il coltello e la buccia delle patate che affetta fini per il minestrone, inizia a raccontare e le parole si mischiano allo scroscio della pioggia che si abbatte sul tetto di lamiera. Ricorda il 9 agosto del 2011, quando Yanacocha, con le ruspe e il consenso della polizia, ha tentato di sgomberarla per conquistarsi a forza il pezzo mancante al suo piano. Eppure Máxima ha ottenuto legittimamente il suo campo nel 1994. Così dicono i documenti. Nelle zone alto-andine le terre sono proprietà delle comunità che le danno in concessione ai contadini. Si può vendere unicamente se i 2/3 della collettività firmano il consenso, insieme a chi detiene il possesso della singola parcella. Nel 1996 Yanacocha ha comprato centinaia di ettari direttamente dalla comunità di Sorochuco, tra cui, a suo dire, anche il terreno di Máxima. Lei però non è stata interpellata e, ignara della compravendita, non solo ha rischiato di essere cacciata a forza, ma è stata denunciata per aver invaso illegalmente il suo stesso terreno. Dopo quasi 4 anni di processo penale, il 17 dicembre 2014 Máxima è stata riconosciuta innocente dal tribunale di Cajamarca. Ma Yanacocha non si arrende. Incuranti di un processo in corso, convinti che Máxima sia nel torto, gli uomini della vigilanza privata dell’azienda intervengono fisicamente nel terreno per rimuovere ogni attività vitale della donna. A luglio 2015 la casa di Máxima era un campo bombardato di macerie. Terra smossa al posto del recinto per i porcellini d’india. Un rettangolo di pietre grigie a ricordo di una casa in costruzione e zolle bruciate dove prima c’era un campo di patate. «A volte, di notte, qualcuno in cavallo gira intorno alla nostra casa. Li sento sempre più vicini. Si fermano e poi se ne vanno». dice con la voce un po’ rotta Máxima. E così nel tentativo di difendere un diritto amministrativo, una proprietà che suppone sia sua, la Corporation lede i diritti umani di un’intera famiglia. Mentre Yanacocha pensa che il conflitto giri intorno a una terra, Máxima parla di Terra. La sua resistenza non è solo difesa legittima di un possesso. Máxima, come gran parte della popolazione della regione, è in pié de lucha contro il progetto Conga nel suo insieme. Si sente investita della responsabilità di difendere il territorio dall’attacco della multinazionale che al posto di cinque laghi sorgivi e del paramo alto-andino vorrebbe una miniera d’oro a cielo aperto. Se Máxima non lascia la sua casa, Conga no va e la Newmont rischia di perdere il corrispettivo economico di 11.3 milioni di once d’oro e 3.1 miliardi di libbre di rame, la quantità di minerali che si stima estrarre nei prossimi 19 anni. Chi rappresenta la multinazionale crede che la resistenza ambientalista della contadina sia verde come i dollari che spera di ottenere per abbandonare le sue terre. Questo anno è stato assegnato il “Nobel per l’ambiente”, il premio Goldman 2016, il massimo riconoscimento per coloro che nel mondo si battono a difesa dell’ecosistema, anche mettendo ad alto rischio la propria vita. Il premio, nel 2015, venne assegnato a berta Cáceres, la militante honduregna uccisa il 3 marzo scorso. è per questo che noi siamo oggi in piazza per dire nessuna (donna) protettrice della Pachamama (madre-terra) in meno, questa settima è stata acredita fisicamente, ancora un&#8217;altra volta la nostra protettrice dei laghi.</p>
<p>Sabato scorso, a Milano, il collettivo <i>Alfombra Roja</i> ha organizzato un presidio per denunciare l&#8217;abbandono del percorso di uguaglianza e ri-articoliamo la resistenza attraverso la esperienza artistica-femminista dove il corpo libero colpisce lo spazio politico. Tradizionalmente, un tappeto rosso è usato per indicare il percorso intrapreso dai capi di Stato in occasioni cerimoniali e formali. Nel contesto attuale, in cui i nostri diritti fondamentali sono calpestati, l&#8217;uso del rosso nelle donne sdraiate, ha come significato il &#8220;tappeto rosso&#8221; (Alfombra Roja) che coinvolge lo spazio pubblico, mostrando in particolare lo Stato e l&#8217;urgenza di una nuova via sui diritti sessuali e riproduttivi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A breve <em>l&#8217;Associazione per i Diritti umani</em> e <em>Alfombra Roja</em> annunceranno un&#8217;importante iniziativa&#8230;seguiteci!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/4af3baf0-4ebb-436f-8839-71c26e762d78.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-7074" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7074" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/4af3baf0-4ebb-436f-8839-71c26e762d78.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="4af3baf0-4ebb-436f-8839-71c26e762d78" width="960" height="640" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/4af3baf0-4ebb-436f-8839-71c26e762d78.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/4af3baf0-4ebb-436f-8839-71c26e762d78-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/4af3baf0-4ebb-436f-8839-71c26e762d78-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/1b5ad981-8726-4e53-9234-9b4ad6e0a96c.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-7075" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7075" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/1b5ad981-8726-4e53-9234-9b4ad6e0a96c.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="1b5ad981-8726-4e53-9234-9b4ad6e0a96c" width="960" height="640" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/1b5ad981-8726-4e53-9234-9b4ad6e0a96c.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/1b5ad981-8726-4e53-9234-9b4ad6e0a96c-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/1b5ad981-8726-4e53-9234-9b4ad6e0a96c-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
</div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2016/10/05/peru-le-multinazionali-e-lespropriazione-dei-diritti-umani/">Perù: le multinazionali e l&#8217;espropriazione dei diritti umani</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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