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	<title>esportazioni Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Il futuro al rogo</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Sep 2019 08:27:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Stop TTIP Italia denuncia l&#8217;accordo UE-Mercosur che minaccia l&#8217;Amazzonia (da http://atlanteguerre.it) Si intitola “Il futuro al rogo” la prima analisi dettagliata degli impatti ambientali, sociali ed economici di un trattato di liberalizzazione che incendia l’Amazzonia&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p> Stop TTIP Italia denuncia l&#8217;accordo UE-Mercosur che minaccia l&#8217;Amazzonia </p>



<p>(da <a href="http://atlanteguerre.it?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://atlanteguerre.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="275" height="183" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/image-7.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13053"/></figure></div>



<p><strong>Si intitola “Il futuro al rogo” la prima analisi dettagliata degli impatti ambientali, sociali ed economici di un trattato di liberalizzazione che incendia l’Amazzonia e distrugge l’agricoltura di qualità</strong>,ed è frutto del lavoro di&nbsp;<strong>Stop TTIP Italia</strong>&nbsp; un gruppo di oltre 270 associazioni, sindacati, consumatori, produttori, docenti, movimenti, coordinamenti esperti e comitati locali che insieme informano, studiano, comunicano, si mobilitano in tutta Italia per fermare l’approvazione del Trattato di Partenariato Transatlantico su commercio e Investimenti (TTIP).</p>



<p><strong>“Nel giorno in cui milioni di giovani scendono in piazza in tutto il mondo con Fridays For Future per chiedere azioni concrete contro il cambiamento climatico”&nbsp; la Campagna Stop TTIP Italia lancia “Futuro al rogo”</strong>,&nbsp; rapporto di analisi su uno dei principali motivi della protesta internazionale: l’accordo UE-Mercosur, un trattato di liberalizzazione commerciale che mette a repentaglio l’ambiente, il clima, l’economia, l’agricoltura e i diritti di intere comunità dalle Americhe all’Europa. E’&nbsp;un esame dal quale emergono segnali preoccupanti, colti anche da organizzazioni di produttori e della società civile internazionale.</p>



<p><strong><em>Serve una bocciatura storica</em></strong></p>



<p>“Nonostante la Commissione Europea sia stata rinnovata e la neopresidente Ursula Von Der Leyen abbia posto tra gli obiettivi cardine del suo mandato un Green Deal per l’Europa – scrive&nbsp;la Campagna Stop TTIP – il suo Commissario al Commercio Phil Hogan ha difeso strenuamente la positività dell’accordo con i paesi del Mercosur. Il tutto, nonostante il governo del suo paese d’origine, l’Irlanda, abbia minacciato la bocciatura della ratifica per gli impatti ambientali e sull’agricoltura nazionale. L’Austria si è spinta oltre, votando un atto parlamentare di indirizzo vincolante per il governo, che lo obbliga a mettere il veto al tavolo del Consiglio dell’UE quando, nella seconda metà del 2020, dovrà dare un parere sulla ratifica”. Per quel che riguarda il Belpaese:&nbsp; «L’Italia dovrebbe agire nella stessa direzione – dichiara Monica Di Sisto, autrice del rapporto e portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – Governo e Parlamento riempiano di contenuto i tanti annunci fatti sull’ambiente e il clima, bocciando subito l’accordo già concluso con il Canada (CETA) e mettendo un veto in Europa sul trattato con il Mercosur».</p>



<p><strong>Cosa dicono i numeri? Al negoziato con il Mercosur (il mercato unico sudamericano composto da Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay)</strong>&nbsp;l’Europa ha ottenuto l’azzeramento dei dazi su auto e parti di auto (che si attestavano in precedenza al 35% del valore), macchinari (che pesavano fra il 14 e il 20%), prodotti chimici (18%) e farmaceutici (14%). Felice anche il settore delle calzature, che vedrà ridursi le barriere (attualmente al 35%) e il tessile a maglia (26%).</p>



<p><strong>“Per il Mercosur – dice il rapporto – il vero vincitore è il settore agricolo: se infatti nel complesso la bilancia commerciale è leggermente a favore dell’Unione Europea, in ambito agricolo lo squilibrio è molto forte</strong>&nbsp;e aumenterà con il trattato. I paesi del Mercosur esportano nel mercato UE prodotti agroalimentari per circa 21 miliardi di euro annui, mentre importano da noi appena 2 miliardi all’anno. L’accordo agevole le importazioni di zucchero e pollame: entrambi i settori beneficeranno di una quota pari a 180 mila tonnellate a dazio zero. Altro comparto che subirà gli impatti del trattato è quello agrumicolo. Spagna e Italia vedranno inasprirsi la competizione con il Brasile, primo produttore mondiale di succo d’arancia, e con l’Argentina, principale produttore di limoni. Non solo: le recenti importazioni di riso da Myanmar e Cambogia hanno indebolito la produzione europea, che ora rischia un altro colpo dall’Uruguay, pronto a beneficiare di una quota di 60 mila tonnellate senza dazi offerta dal trattato. Ma la preoccupazione più grande sembra essere quella di una crescita delle importazioni di carne di manzo, con l’istituzione di una nuova quota di 99 mila tonnellate a tariffa agevolata del 7,5%. Pochi i prodotti a indicazione geografica italiani (55 su oltre 290) tutelati nell’accordo: saranno comunque obbligati a convivere con le loro&nbsp;<em>copie storiche</em>, libere di circolare anche nel mercato europeo sugli scaffali dei supermercati”.</p>



<p><em><strong>Tutti i pericoli del trattato</strong></em></p>



<p><strong>Secondo Monica Di Sisto, «a fronte di un’emergenza climatica dichiarata da sempre più paesi e città e dell’impegno solenne europeo di rispettare e far rispettare l’Accordo di Parigi, il trattato UE-Mercosur alimenta la deforestazione</strong>&nbsp;dell’Amazzonia e non pone alcun vincolo ambientale agli scambi tra Europa, Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, indebolendo anzi quelli esistenti. In cambio di un aumento dell’export di automobili – del quale beneficeranno i produttori tedeschi – l’Europa spalanca le porte ai grandi esportatori del Mercosur, forti competitori delle imprese europee e italiane, senza alcuna valutazione complessiva e vincolante dell’impatto di questa scelta sull’occupazione, l’ambiente, la produzione e il mercato interno».</p>



<p><strong>Il trattato con il Mercosur non promuove adeguatamente il rispetto del principio europeo di precauzione, ma indebolisce i controlli su prodotti provenienti da Paesi in cui sono legali centinaia di pesticidi da noi proibiti</strong>, circolano liberamente OGM e cibo putrefatto, come accertato dai recenti scandali che hanno coinvolto grandi gruppi dell’agrobusiness brasiliani. Resta inevasa la questione delle crescenti violazioni dei diritti umani in Brasile e in altri paesi del blocco, che non sembrano turbare le istituzioni europee.</p>



<p><strong>Se ratificato, l’accordo darà vita a una ventina di comitati tecnici che, con l’obiettivo di “facilitare” il commercio tra Mercosur e Unione Europea, passeranno al setaccio le normative considerate “irritanti”</strong>&nbsp;con l’obiettivo di ammorbidirle, anche se per ottenerle sono state necessarie importanti battaglie sociali o ambientali.</p>



<p><strong>Le organizzazioni ambientaliste e della società civile, compreso il movimento Fridays For Future, hanno protestato inoltre contro il rischio concreto che l’aumento dell’export di carne di manzo dal Brasile aumenti la deforestazione e gli incendi in Amazzonia,</strong>&nbsp;esponendo i piccoli produttori agricoli italiani ed europei a una insopportabile competizione con i colossi multinazionali che fanno grandi affari con le monocolture argentine e brasiliane. In cambio, l’industria latinoamericana a più alto contenuto tecnologico verrà schiacciata sotto un’ondata di esportazioni europee, dalle automobili alle macchine utensili.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Franco CFA, economia colonialista o moneta libera</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2019 07:48:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/franco-fca.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11988" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/franco-fca.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="716" height="393" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/franco-fca.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 716w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/franco-fca-300x165.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 716px) 100vw, 716px" /></a></b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY">Dopo le ultime dichiarazioni sul Franco CFA di diversi politici italiani, è bene fare chiarezza su alcuni punti e sulle caratteristiche di questa moneta.</p>
<p align="JUSTIFY">Cominciamo con il dire che il Franco CFA occidentale (Franc Communautè Financière Africaine) è la moneta utilizzata da 8 stati indipendenti africani: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo e si collega anche al Franco CFA centrale che viene utilizzato da altri 6 paesi. 14 stati in tutto che condividono, quindi, la stessa moneta che ha un tasso di cambio fisso che fa discutere diversi economisti.</p>
<p align="JUSTIFY">I paesi della zona Franco CFA sono “costretti” a lasciare in deposito in Francia il 65% dei proventi delle loro esportazioni, chiamate “riserve in valuta estera”. Per chiarire meglio, facciamo un esempio reale con il Burkina-Faso che, in questo momento di forte crisi, non è in grado di pagare i propri funzionari; a fronte di un’esportazione di prodotti per il valore di 1 miliardo di euro (per esempio nel caso di esportazioni di materie prime), automaticamente dovrà lasciare in Francia un deposito di 650 milioni di euro.</p>
<p align="JUSTIFY">Perché? Per il motivo già citato: il 65% delle riserve valutarie di tali paesi sono depositate in un conto di transazione della Banque de France a Parigi. Secondo l’ex ministro della Prospettiva e della Valutazione delle politiche pubbliche in Togo, gli africani dovrebbero, in cambio, poter attingere dalle eccedenze delle riserve di cambio depositate al Tesoro pubblico francese per finanziare la crescita economica della regione. I politici degli Stati africani coinvolti in questa situazione, però, non agiscono per una sorta di “sudditanza volontaria” dei dirigenti che accettano ancora soldi fisicamente fabbricati in Francia, che produce l’ultima moneta coloniale ancora presente al mondo.</p>
<p align="JUSTIFY">Negli anni 90 il Franco CFA subì una grossa svalutazione di circa il 50%, richiesta dagli stati parte per cercare di ristabilire la competività internazionale delle esportazioni africane. Tale svalutazione causò, però, anche il crollo del 40% del potere d’acquisto della popolazione e, ancora una volta, inutile ribadirlo, quelli che maggiormente pagarono le conseguenze di questa situazione furono gli Stati più poveri.</p>
<p align="JUSTIFY">Considerato, inoltre, che il grosso export di queste regioni è sicuramente la produzione agricola, una costante diminuzione del prezzo di prodotti quali cotone, caffè o cacao rese sempre più necessaria la stipula di convenzioni per garantire il valore d’acquisto dei produttori locali. Inutile dire che questo tipo di economia non sia la più conveniente per paesi come quelli citati, che nascono già con alte problematiche di povertà e disagio sociale.</p>
<p align="JUSTIFY">Moltissime proteste si sono sviluppate negli ultimi anni in tutti questi paesi e, in parallelo, anche in molte capitali europee per richiedere alla Francia la restituzione all’Africa subsahariana di autonomia economica.</p>
<p align="JUSTIFY">A queste proteste si aggiungono le voci di studiosi ed economisti, come Nicolas Agbohou, economista e docente universitario che nel suo libro <em>Il Franco Cfa e l’Euro contro l’Africa</em> accusa duramente la Francia e la sua economia coloniale. Secondo Nicolas “gli africani sono esseri umani a pieno titolo come tutti gli altri. In quanto tali, è importante che gli africani siano liberi di condurre la politica monetaria che soddisfi meglio le proprie aspettative” e ancora, “Nessun paese può svilupparsi senza l’indipendenza monetaria. Abbiamo bisogno di una nuova moneta comune che non sia guidata dall’estero. Bisogna buttare nell’immondizia i principi che reggono il Franco CFA”.</p>
<p align="JUSTIFY">Siamo davanti ad una delicata questione di sovranità monetaria che riaccende intere popolazioni ad un “patriottismo economico”. Una lotta politica e cittadina che si sta sviluppando attraverso manifestazioni sempre più grandi.</p>
<p align="JUSTIFY">Il Franco CFA non rimane l’unica causa dell’immigrazione dall’Africa “nera” ma, sicuramente, è necessaria un’economia libera e autonoma che, vista l’abbondanza di materie prime presenti su tutto il territorio, condurrebbe l’Africa subsahariana verso una crescita immediata e un grande sviluppo economico.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Esportazione di armi: quando il “Made in Italy” non è motivo di orgoglio</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Nov 2018 08:55:41 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/yemen-guerra.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11716" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/yemen-guerra.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="980" height="551" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/yemen-guerra.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 980w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/yemen-guerra-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/yemen-guerra-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></a></b></span></span></p>
<p align="RIGHT">
<p style="text-align: left;" align="RIGHT">di Fabiana Brigante</p>
<p align="JUSTIFY">“Italia nel mirino per bombe sganciate sullo Yemen”, o ancora: “I produttori di armi e le autorità italiane sono responsabili per le violazioni di diritti umani in Yemen?” recitavano alcune testate giornalistiche nel 2016, all’alba di un attacco aereo che aveva colpito il villaggio di Deir Al-Hajari nel nord-ovest dello Yemen.</p>
<p align="JUSTIFY">La guerra civile è scoppiata nel paese nel marzo del 2015, quando una coalizione militare a guida saudita intervenne in supporto al presidente Abd Rabbih Mansur Hadi, deposto dai ribelli Houthi, alleati dalla fine dell’anno precedente con l’ex presidente Ali Abd Allah Saleh.</p>
<p align="JUSTIFY">I riflettori si sono accesi sull’Italia quando un membro della ONG Human Rights Watch, ha catturato con la sua macchina fotografica la prova della bomba da 460 libbre sganciata alle 3:00 dell’8 ottobre 2016 uccidendo una famiglia di sei persone. L’ordigno riportava un numero di serie che lo identificava come parte di un lotto prodotto nel giugno 2014 da RWM Italia S.p.A., azienda italiana controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall AG.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo scorso aprile diverse organizzazioni tra cui lo European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), insieme con l’organizzazione yemenita Mwatana e la Rete Italiana per il Disarmo in collaborazione con l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (O.P.A.L.), hanno presentato una denuncia penale contro i dirigenti di RWM Italia S.p.A. e gli alti funzionari dell’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d&#8217;Armamento &#8211; UAMA &#8211; alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma. Attraverso la denuncia si chiedeva al pubblico ministero di indagare, tra le altre cose, circa la responsabilità penale dei soggetti menzionati per la loro complicità quanto meno a titolo di colpa cosciente per i reati di omicidio e lesioni personali, ai sensi degli Artt. 589 e 590 e 61 n.3 del codice penale italiano. A seconda di quanto riscontrato durante il corso delle indagini del pubblico ministero, tali condotte potrebbero anche configurare ipotesi di concorso nei reati di omicidio e lesioni a titolo di dolo, ai sensi degli Artt. 110, 575 e 582 del codice penale italiano.</p>
<p align="JUSTIFY">Nonostante le denunce delle violazioni dei diritti umani e circa l’impatto devastante del conflitto armato in corso sulla popolazione, l’Italia non ha negato la fornitura di armi ai membri della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita; non solo in pieno contrasto con quanto previsto dalla Legge n. 185/1990, che vieta l’esportazione di armi “verso paesi in conflitto armato”, ma anche contro gli obblighi comuni derivanti dalle norme UE sul controllo delle esportazioni e in violazione a quanto prescritto nel Trattato internazionale sul Commercio di Armi ratificato dall’Italia.</p>
<p align="JUSTIFY">La L. 185/90, al suo Articolo 6 lett. d), specifica il divieto di esportare materiali di armamento “[…]verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell&#8217;UE o del Consiglio d&#8217;Europa[…]”. Tra gli aspetti più rilevanti della legge vi è l’onere per il Presidente del Consiglio dei Ministri di presentare ogni anno al Parlamento una relazione sulle operazioni autorizzate e svolte – entro il 31 dicembre dell’anno precedente – riguardo import-export e transito dei materiali d’armamento. La Legge impone un obbligo di trasparenza nel prevedere che le informazioni contenute nella relazione debbano essere “indicazioni analitiche – per tipi, quantità e valori monetari – degli oggetti concernenti le operazioni contrattualmente definite indicandone gli stati di avanzamento annuali sulle esportazioni, importazioni e transiti”, nonché una “lista dei Paesi indicati nelle autorizzazioni definitive”.</p>
<p align="JUSTIFY">Inoltre, l’Italia è stato il primo paese europeo a ratificare il Trattato delle Nazioni Unite sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty – ATT), entrato in vigore il 24 dicembre 2014 con l’obiettivo di migliorare la regolamentazione del commercio di armi e prevenire (o eliminare) il traffico illecito delle stesse. Al suo articolo 7, il Trattato specifica che &#8211; a prescindere dai casi previsti nell’articolo 6 dello stesso Trattato in cui l’esportazione di armi è proibita &#8211; ciascuno degli Stati Parti deve valutare, “in maniera obiettiva e non discriminatoria e prendendo in considerazione ogni elemento utile”, se le armi che si intendono esportare possano essere utilizzate per: “Possono essere utilizzati per: “(i) Commettere o agevolare una grave violazione del diritto internazionale umanitario; (ii) Commettere o agevolare una grave violazione del diritto internazionale dei diritti umani; (iii) Commettere o agevolare un atto che costituisca un illecito ai sensi delle convenzioni internazionali o dei protocolli relativi al terrorismo di cui lo Stato è parte; oppure (iv) Commettere o agevolare un atto che costituisca un illecito ai sensi delle convenzioni internazionali o dei protocolli relativi alla criminalità organizzata transnazionale di cui lo Stato è parte”. In conseguenza, e nel caso in cui si configuri una delle ipotesi appena menzionate, lo Stato è tenuto a negare l’esportazione.</p>
<p align="JUSTIFY">L’articolo 13 dello stesso trattato, rubricato “Presentazione dei rapporti”, prevede che ogni Stato Parte del Trattato presenti annualmente al Segretariato un rapporto sulle autorizzazioni o effettive esportazioni ed importazioni di armi convenzionali.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma di rapporti non parla solo il Trattato sul commercio delle armi. Anche l’Ufficio delle Nazioni Unite per il disarmo (UNODA), istituito nel 1998 con l’obiettivo di promuovere il disarmo nucleare e la non proliferazione e il rafforzamento dei regimi di disarmo rispetto ad altre armi di distruzione di massa, armi chimiche e biologiche, vede nel suo Registro delle Nazioni Unite sulle Armi Convenzionali (UN ROCA) il meccanismo chiave a garanzia della trasparenza nel trasferimento di armi.</p>
<p align="JUSTIFY">Tuttavia, nonostante le disposizioni di legge, pare che la trasparenza sia rimasta per molti anni solo illusoria; infatti, è stato denunciato che dal 2009 l’Italia non invia informazioni circa le esportazioni di armi all’UNROCA. Anche per quanto riguarda l’incoraggiamento da parte dell’ATT di riportare annualmente al Segretariato di Ginevra informazioni circa il commercio di armi, è stato evidenziato che, ad esempio, nel rapporto dell’Italia del 2015 manchi l’elenco dei paesi destinatari dell’export di armi.</p>
<p align="JUSTIFY">Il Ministro della Difesa Elisabetta Trenta si è pronunciata sul tema, comunicando di aver inviato pochi mesi fa una richiesta di chiarimenti alla Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento, aggiungendo che laddove dovesse emergere una violazione della Legge 185 del 1990 si interromperà subito l’export di armi.</p>
<p align="JUSTIFY">Il Parlamento Europeo è intervenuto sulla questione con una Risoluzione del 4 ottobre (2018/2853(RSP)) sulla situazione nello Yemen, esortando “tutti gli Stati membri dell&#8217;UE ad astenersi dal vendere armi e attrezzature militari all&#8217;Arabia Saudita, agli Emirati arabi uniti e a qualsiasi membro della coalizione internazionale, nonché al governo yemenita e ad altre parti del conflitto”.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel frattempo, nel Comune di Iglesias, in Sardegna,– dove si trova una delle sedi di RWM Italia S.p.A. –si discute sull’autorizzazione di due nuove linee produttive della società del gruppo Rheinmetall Defence. Esse consentirebbero la triplicazione della produzione di armi e quindi forse anche di sostenere ulteriormente il conflitto in corso. Nei mesi scorsi il Comitato Riconversione RWM e Italia Nostra Sardegna si sono costituiti nella Conferenza dei Servizi convocata per il procedimento autorizzativo in qualità di portatori d’interesse diffuso e hanno fatto presente all’amministrazione comunale di Iglesias numerose perplessità rispetto alla compatibilità ambientale del progetto ed alla correttezza dell’operazione dal punto di vista giuridico.</p>
<p align="JUSTIFY">La questione resta aperta. Ma se è pur vero che, come recita l’articolo 11 della nostra Carta Costituzionale, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali[…]”, bisogna far sì che questo principio non resti lettera morta.</p>
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		<title>Il secolo dei rifugiati ambientali – Report del convegno</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2016 08:21:07 +0000</pubDate>
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<p>Sabato 24 settembre 2016 si è tenuto, presso la sala conferenze di Palazzo Reale a Milano, il convegno intitolato “Il secolo dei rifugiati ambientali”, organizzato dall&#8217;europarlamentare Barbara Spinelli con il gruppo GUE/NGL della Sinistra Europea e curato da Daniela Padoan.</p>
<p><i>L&#8217;Associazione per i Diritti umani </i>ha partecipato e riporta per voi stralci di alcuni interventi:</p>
<p><b>VITTORIO AGNOLETTO, Medico. Membro del Consiglio Internazionale del Forum Sociale Mondiale</b></p>
<p>Gli accordi comemrciali tra la Ue, l&#8217;Africa, Caraibi e Pacifico prevedono che nessun Paese africano possa mettere dazi doganali sui prodotti agricoli fondamentali con il risultato che gli accordi di paternariato economico con l&#8217;Africa rendano ancora più poveri i Paesi del continente e di quelle aree del mondo.</p>
<p>L&#8217;Unione europea sta cercando di ottenere spropositati vantaggi da una delle zone più povere del mondo: i lavoratori che raccoglievano pomodori in Africa hanno perso il lavoro a causa del landgrabing quindi partono, arrivano in Italia e si ritrovano a raccogliere pomodori al Sud come schiavi. (Ricorda la campagna intitolata: L&#8217;AFRICA NON E&#8217; IN VENDITA, <a href="http://www.timeforafrica.it/campagna-l-africa-non-e-in-vendita/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><b>http://www.timeforafrica.it/campagna-l-africa-non-e-in-vendita/?utm_source=rss&utm_medium=rss</b></a>).</p>
<p>Dalla fine del 2006, con la crisi del mercato azionario, si è verificata una crescita dei prezzi sui prodotti di base (cibo e derivati) e questo ha fatto aumentare anche il numero delle multinazionali presenti in Africa, ma anche in Ucraina , ad esempio, quindi sempre nei Paesi più poveri (dall&#8217;Etiopia, per fare un altro esempio, il grano viene esportato in Arabia Saudita).</p>
<p>Dal 2000 ad oggi le terre sono state acquistate per le esportazioni e sono oltre 44 milioni gli ettari di terre espropriate, per 1270 accordi commerciali e questi dati indicno solo una parte degli accordi conclusi. Tra le nazioni coinvolte c&#8217;è anche l&#8217;Italia con l&#8217;espropriazione di 1 milione di ettari in Africa; il landgrabbing è una delle cause principali di migrazioni interne e all&#8217;estero; chi rimane in patria, resta con un terreno a monocoltura per cui tutti gli altri prodotti agricoli di base devono essere acquistati dai paesi esteri a prezzi maggiorati. Ad esempio, la presenza italiana in Mozambico per la produzione di combustibili è massiccia, la Carta di Milano in occasione di Expo è stata un fallimento: tutto questo è una vergogna.</p>
<p><b>BARBARA SPINELLI, Europarlamentare</b></p>
<p>Le politiche commerciali sono affidate alla Commissione europea e questo ha reso tutto poco trasparente e staccato dagli studi che si stanno facendo in merito, per cui la Commissione ha perso credibilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-551.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-7000" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-7000" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-551-1024x615.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (551)" width="720" height="432" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-551-1024x615.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-551-300x180.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-551-768x461.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-551.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1068w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>FRANCESCA CASELLA, Survival, Movimento di tutela dei diritti dei Popoli indigeni</b></p>
<p>Quella dei rifugiati ambientali è una delle emergenze umanitarie più gravi e una delle più difficili da contrastare perchè esiste una morale plasmata da avidità e razzismo che ci induce a non impegnarci per evitare lo sradicamento, la privazione della libertà e la colonizzazione a danno dei popoli indigeni, attraverso il furto della terra e dei mezzi di sussistenza, ma anche della loro identitàOggi ci sono decine di leggi sui diritti umani che restano a livello di princìpi, ma non diventano pratiche attive.</p>
<p>Chi perde i mezzi di sostentamento in maniera diretta o indiretta? Dobbiamo parlare, infatti anche dei rifugiati della conservazione: sono coloro che restano nei propri Paesi d&#8217;origine. Sono sottoposti al maggior impatto del cambiamento climatico, ma l&#8217;impatto più significativo riguarda le nostre misure come, ad esempio, la produzione dei biocarburanti o la conservazione delle foreste, la creazione di aree protette. Molte zone, abitate da popoli indigeni e tribali, devono cambiare vita oppure trasferirsi altrove e, quando invece resistono, le conseguenze sono drammatiche: subiscono pestaggi, torture e persecuzioni. (In India si spara a vista contro gli indigeni per salvare dal bracconaggio tigri ed elefanti, ma gli indigeni stessi li hanno protetti per millenni perchè quelle sono le loro terre ancestrali).</p>
<p>Il consenso libero, previo e informato per un progetto di conservazione: questa potrebbe essere una soluzione, anche perchè è il diritto dei popoli indigeni che viene maggiormente disatteso, anche se sarebbe necessario e risulta essere obbligatorio secondo le direttive dell&#8217;ONU.</p>
<p>(Riporta il caso della Valle dell&#8217;OMO, in Etiopia, poi approfondito da Luca Manes. <a href="http://www.recommon.org/cosa-ce-da-nascondere-nella-valle-dellomo/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><b>http://www.recommon.org/cosa-ce-da-nascondere-nella-valle-dellomo/?utm_source=rss&utm_medium=rss</b></a>)</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-553.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6997" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-6997" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-553-1024x615.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (553)" width="720" height="432" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-553-1024x615.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-553-300x180.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-553-768x461.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-553.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1068w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>MARICA DI PIERRI, Giornalista, Portavoce dell&#8217;Associazione A SUD e pres. CDCA, Centro Documentazione sui Conflitti Ambientali</b></p>
<p>L&#8217;etichetta “emergenza emigratoria” in senso figurato è appropriata, ma gli sfollati ambientali sono molti di più rispetto a coloro che fuggono a causa dei conflitti: 6 milioni di persone OGNI ANNO di persone e questo non si può chiamare “emergenza”, ma vero e proprio fenomeno storico.</p>
<p>I rifugiati ambientali appartengono a ceti poveri e spesso non possono migrare, restano nei propri Paesi d&#8217;origine subendo l&#8217;impatto gravissimo del cambiamento climatico e, comunque, le migrazioni sono per lo più interne, causate da calamità ambientali.</p>
<p>Bisogna distinguere il campo delle calamità dai progetti di sviluppo. Questi ultimi impattano maggiormente sulle popolazioni locali e sono l&#8217;insieme dei progetti e delle politiche voluti da noi europei/occidentali: le grandi dighe, le reti infrastrutturali, l&#8217;accaparramento delle terre, la gestione dei rifiuti e dei fossili.</p>
<p>La Banca Mondiale sostiene che, dalla metà del 2000 ad oggi, ci sono stati 15 milioni di profughi interni a causa di questi grandi progetti (in Cina e in India, ad esempio), invece secondo il Consorzio Internazionale del Giornalismo Investigativo, solo dal 2004 al 2014 i profughi sono stati più di 3 milioni. I grandi eventi – come le Olimpiadi, Miss Universo, il 500 anniversario della scoperta dell&#8217;America, per citarne alcuni – contribuiscono al traffico migratorio interno e questo fenomeno può essere un utile paradigma per una riflessione sull&#8217;ingiustizia economica e sociale.(E-book: <a href="http://sbilanciamoci.info/crisi-ambientali-migrazioni-forzate/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><b>http://sbilanciamoci.info/crisi-ambientali-migrazioni-forzate/?utm_source=rss&utm_medium=rss</b></a>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-550.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6998" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-6998" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-550-1024x615.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (550)" width="720" height="432" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-550-1024x615.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-550-300x180.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-550-768x461.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/untitled-550.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1068w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
<p><b>Padre MUSSIE ZERAI, Attivista della diaspora eritrea, Pres. dell&#8217;Agenzia Habeshia e candidato al Premio Nobel per la Pace</b></p>
<p>L&#8217;Eritrea vive ancora sotto dittatura, è un Paese senza Costituzione per cui tutti i diritti dei cittadini sono sospesi; la scusa del governo è la guerra con l&#8217;Etiopia. I giovani eritrei sono sotto servizio militare permanente, sono stati chiusi i giornali indipendenti, c&#8217;è solo la tv di Stato, sono stati arrestati obiettori di coscienza, attivisti e intellettuali.</p>
<p>L&#8217;Europa – anche con iniziativa italiana e il processo di Khartoum – procede con il dialogo e i finanziamenti usati, in teoria, per lo sviluppo quando, in realtà, i giovani scappano per il conflitto iniziato nel &#8217;97 e per la crisi dei diritti fondamentali e non a causa della crisi economica. L&#8217;Ue deve competere sul mercato con la Cina, in Eritrea e in tutta l&#8217;Africa, pur sapendo che la situazione dei diritti umani è grave: l&#8217;Italia, in particolare, ha un passato storico recente nel Corno d&#8217;Africa e deve tenere aperta un finestra tra l&#8217;Occidente e questi Paesi africani per motivi e interessi geopolitici.</p>
<p>I dittatori (in Eritrea, Ciad, Sudan, etc.) fanno gli interessi delle multinazionali estere e italiane e la Ue smentisce se stessa proprio facendo accordi con questi Paesi e questi regimi. Anche la Cooperazione internazionale è uno strumento per accaparrarsi le risorse africane: tutto per il business.</p>
<p>Le conseguenze sono: tratta di esseri umani, traffico di organi, oltre a quello che già sappiamo.</p>
<p>Inoltre: in Europa, per ottenere la cittadinanza, bisogna pagare e questo aumenta la guerra verso i poveri; si parla di fare una selezione dei migranti, accogliendo solo quelli più istruiti (l&#8217;operaio morto a Piacenza era un professore nel suo Paese), ma l&#8217;Europa ha bisogno di questi nuovi schiavi perchè fanno bene al mercato europeo. Basta prenderci in giro!</p>
<p><b>M.C. VERGIAT, Europarlamentare </b></p>
<p>Io grido contro il cinismo assoluto delle politiche europee.</p>
<p>Bisogna vedere la migrazione nel suo complesso, nello spazio e nel tempo. Il mondo è sempre più mobile, circolano persone e merci, ma questo non ha nulla a che vedere con la mobilità forzata. Gli Stati membri dell&#8217;Ue chiudono le porte, ma noi abbiamo bisogno di queste persone. Infatti, dietro alle parole dei politici e dei trattati, ci sono molta confusione efalsità; l&#8217;opnione pubblica viene spaventata, si gioca sulla paura e questa è una responsabilità del Parlamento europeo.</p>
<p><b>BENOIT MAYER, Professore associato Facoltà di Legge Università Cinese di Hong Kong</b></p>
<p>Parto dalla parola “scetticismo”: non esiste un rifugiato solo per questioni ambientali perchè ci sono diversi fenomeni concorrenti che rimandano a fattori economici, sociali e politici. Le persone vivono spesso in situazioni disagiate e il fattore ambientale si va ad aggiungere agli altri problemi già esistenti.</p>
<p>I rifugiati non sono protetti del tutto a livello internazionale: ad esempio, India e Cina non fanno parte della Convenzione oppure in Australia non vengono rispettate le norme. Invece dovremmo proteggere, senza distinzioni, tutti coloro che hanno bisogno di protezione e sono costretti, per diversi motivi, a migrare. Tutti hanno diritti in quanto esseri umani, anche i cosiddetti “clandestini”. Gli allarmismi sono inutili perchè la migrazione è solo una parte del problema in quanto molti non si possono nemmeno permettere di migrare e restano bloccati in loco, in una situazione difficile e pericolosa.</p>
<p>Ogni Paese ha la propria definizione di “rifugiato” e oggi parliamo dei rifugiati ambientali, ma forse alla fine del secolo arriveremo a capire tutti i migranti forzati vanno protetti.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><b>GIUSEPPE DE MARZO, Coordinatore nazionale delle campagne sociali Miseria Ladra, Reddito di Dignità e (im)Patto Sociale per Libera-Gruppo Abele</b></p>
<p>I Diritti umani e il Diritto della Natura sono due facce della stessa medaglia: viviamo in stretta relazione con la Natura, ma in nome della civiltà si sottende che la terra sia inerme. Il sistema economico neoliberista si è espanso in maniera mostruosa e, all&#8217;interno dei conflitti ecologici distributivi, molte persone sono sfollate e molte sono rimaste senza desistere, lottando per il diritto alla terra. Ecco la relazione tra giustizia e sviluppo/sostenibilità.</p>
<p>Oggi è in atto un attacco fortissimo ai diritti umani perchè non c&#8217;è né equità e né giustizia; non esiste neanche l&#8217;economia sostenibile, per cui alcune politiche sono sbagliate come, ad esempio, quello che si chiama “razzismo istituzionale” che prevede di spostare i rischi e i costi sui lavortori deboli, sui neri, sui popoli indigeni. Tra distruzione ambientale e povertà/disuguaglianza c&#8217;è una relazione netta: noi mangiamo più di quello che la terra produce e il prezzo è oagato dai più poveri.</p>
<p>Una soluzione potrebbe essere la sostenibilità ecologica, modificando lo sviluppo a livello istituzionale e giuridico per arrivare ad una giustizia distributiva. La Natura stessa deve diventare un soggetto di diritto che pretende giustizia: non sfruttare la terra, non rovinare gli ecosistemi. Questi sono i princìpi da tutelare giuridicamente – come è stato fatto in America latina – per garantire i diritti umani. Bisogna partire da un&#8217;etica nuova, inserendo la giustizia ecologica nella Costituzione per il Bene comune.</p>
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