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	<title>igiene Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>#Iorestoacasa e loro restano nel campo. Appello per una città solidale</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2021 08:58:02 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> aderisce all&#8217;appello di Associazione 21 luglio e lo divulga.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="682" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/rom.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15508" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/rom.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/rom-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/rom-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>“<strong>Io resto a casa</strong>”, il decreto emanato lo scorso 9 marzo dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per fronteggiare l’emergenza da contagio Covid-19, ha giustamente imposto regole ferree all’intero Paese obbligando tutti, tra i vari provvedimenti, ad assumere atteggiamenti di responsabilità e ad uscire di casa solo per situazioni emergenziali o motivi di lavoro. A distanza di qualche giorno dall’entrata in vigore delle nuove norme,&nbsp;<strong>Associazione 21 luglio ha svolto un’indagine all’interno delle baraccopoli istituzionali della città di Roma</strong>&nbsp;riservate a famiglie di etnia rom, per capire come le norme contenute nel decreto possono impattare sulla vita di chi abita in emergenza abitativa. Nel rispetto delle restrizioni imposte dal Governo, i dati e le testimonianze sono state raccolte mediante interviste telefoniche svolte tra il 14 e il 17 marzo dai nostri operatori.</p>



<p>In alcune baraccopoli, dopo la pubblicazione del decreto del 9 marzo 2020 si sono intensificati i controlli della Polizia Locale già presente in maniera stabile all’ingresso degli insediamenti.&nbsp;<strong>In alcuni casi gli abitanti avvertono il peso di restrizioni</strong>&nbsp;che impongono l’uscita solo a piedi e dilazionata nel tempo o rispettosa della norma che impone il metro di distanza anche all’interno delle autovetture. In relazione al contagio sono in molti a sentirsi più protetti all’interno dell’insediamento che fuori, durante le uscite si equipaggiano di dispositivi autoprodotti poiché nulla è stato consegnato loro per contrastare il contagio. Non solo,&nbsp;<strong>in nessuna baraccopoli è stata segnalata la presenza di operatori sanitari</strong>&nbsp;disponibili per la distribuzione del materiale o fornire informazioni. Restano quindi le azioni raccomandate attraverso la tv e che sono praticabili, però, laddove le condizioni igieniche lo permettono o dove almeno c’è disponibilità di acqua corrente.</p>



<p>Le famiglie presenti nelle baraccopoli della Capitale non hanno più la possibilità di svolgere l’attività lavorativa e, con le risorse disponibili ad oggi, non potranno far fronte ai giorni che verranno: un aspetto se possibile ancora più tragico che ghettizza chi vive ai margini. Anche&nbsp;<strong>la solidarietà in tempi di contagio è relegata ad eccezioni sporadiche</strong>&nbsp;per paura del contatto fisico e bambini e anziani rischiano di non avere la sussistenza quotidiana. Ad aggravare un quadro già drammatico anche la sospensione dell’attività scolastica e l’impossibilità di utilizzare strumenti tecnologici indispensabili a seguire un’eventuale didattica a distanza pone i minori in età scolare in uno stato di grave isolamento in rapporto ai coetanei e agli insegnanti.</p>



<p>A dispetto di “Io resto a casa”, per chi vive in emergenza abitativa lo slogan giusto potrebbe essere&nbsp;<strong>“Io resto nel campo” ad indicare le conseguenze prodotte dal decreto di una maggiore emarginazione e segregazione</strong>&nbsp;rispetto a quella già vissuta quotidianamente. Ma cosa accadrebbe se in uno degli insediamenti venisse riscontrata anche una sola positività?</p>



<p><strong>Tutti gli abitanti sarebbero posti in quarantena?</strong> L’appello di Associazione 21 luglio alla sindaca di Roma Virginia Raggi e al prefetto di Roma Gerarda Pantalone affinchè: si individuino nelle baraccopoli romane situazioni di fragilità e si provveda a fornire beni di prima necessità <strong>garantendo condizioni igienico-sanitarie</strong> e accesso all’acqua potabile; si provveda a incrementare la rete di volontariato sociale all’interno delle baraccopoli; si disponga la presenza di personale sanitario che illustri strumentazioni e misure da adottare. Nell’appello viene infine chiesto di predisporre per tempo <strong>adeguati piani sanitari da adottare in caso di positività</strong> all’interno di una delle baraccopoli romane.</p>



<p><strong><em>Egregia Sindaca Virginia Raggi,</em></strong><br><strong><em>Egregio Prefetto Gerarda Pantalone,</em></strong></p>



<p><em>Vi scrivo per esprimervi profonda preoccupazione circa la condizione di salute di oltre 6000 persone che vivono in emergenza abitativa presso le&nbsp;baraccopoli monoetniche della Capitale in un momento di emergenza sanitaria che l’OMS ha dichiarato pandemia.</em></p>



<p><em>Vi chiedo di mappare all’interno degli insediamenti formali e informali le condizioni di maggiore fragilità con l’obiettivo di garantire, in particolare ai minori e agli anziani, la distribuzione beni di prima necessità; di garantire all’interno di ogni singolo insediamento condizioni igienico-sanitarie adeguate assicurando in primis l’accesso all’acqua potabile; di assicurare all’interno degli insediamenti la presenza di operatori sanitari e di mediatori culturali che possano provvedere ad illustrare le misure di prevenzione raccomandate dal decreto del 9 marzo 2020 e distribuire agli abitanti dispositivi di protezione individuali; di rinforzare e coordinare una rete di volontariato sociale al fine di monitorare in maniera capillare le condizioni igienico-sanitarie e la salute di quanti vivono nelle baraccopoli della Capitale; di predisporre per tempo, in caso di riscontro di una o più positività al Covid-19 all’interno degli insediamenti formali, un adeguato e tempestivo piano di intervento sanitario, al fine di evitare che la città arrivi impreparata a tale evento</em>.</p>



<p></p>



<p>Per firmare l&#8217;appello: <a href="https://www.21luglio.org/iorestoacasa-e-loro-restano-nel-campo/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.21luglio.org/iorestoacasa-e-loro-restano-nel-campo/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>La pandemia Covid-19 minaccia i bambini nei conflitti armati</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2020 07:47:04 +0000</pubDate>
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<p>Di Nicole Fraccaroli</p>



<p>“I bambini continuano a essere colpiti in modo sproporzionato da gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. La pandemia COVID-19 ha ulteriormente accresciuto la necessità di proteggerli in situazioni di emergenza”, ha dichiarato il 23 giugno 2020 il Rappresentante permanente italiano presso le Nazioni Unite, l&#8217;Ambasciatore Mariangela Zappia, durante un dibattito aperto del Consiglio di Sicurezza sui bambini nei conflitti armati.</p>



<p>IL QUADRO INTERNAZIONALE DEI DIRITTI UMANI</p>



<p>Le Nazioni Unite hanno stabilito uno standard comune sui diritti umani con l&#8217;adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. Sebbene la Dichiarazione non sia legalmente vincolante, la sua accettazione a livello mondiale conferisce un grande peso morale al principio saliente che tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla nazionalità, dal luogo di residenza, dal sesso, dall&#8217;origine nazionale o etnica, dal colore, dalla religione, dalla lingua o da qualsiasi altro status, devono essere trattati allo stesso modo, con rispetto e dignità. Da allora, le Nazioni Unite hanno adottato molti trattati e accordi internazionali sui diritti umani in forma legalmente vincolante, inclusa la Convenzione sui Diritti dell&#8217;Infanzia e Adolescenza.</p>



<p>Quest&#8217;ultima Convenzione offre una visione del bambino come individuo e come membro di una famiglia e di una comunità, con diritti e responsabilità adeguati alla sua età e al suo stadio di sviluppo. Il Protocollo Opzionale alla Convenzione sui Diritti dell&#8217;Infanzia sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati mira a proteggere i bambini dal reclutamento e dall&#8217;uso nelle ostilità, e attualmente 170 paesi lo hanno ratificato.</p>



<p>Oltre a questi strumenti specifici, ulteriori mezzi legali sono rilevanti per garantire, proteggere e attuare i diritti dei bambini, come il patto internazionale sui diritti civili e politici; il patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali; la convenzione contro la tortura e altri crudeli, disumani trattamenti o pene degradanti; la convenzione internazionale sull&#8217;eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale e la convenzione sull&#8217;eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. Questo quadro è importante per promuovere e realizzare i diritti dei bambini perché la Convenzione sui Diritti dell&#8217;Infanzia, insieme ai suoi diritti e doveri, ne fa parte. Infine, la IV Convenzione di Ginevra del 1949, relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra, e il Primo Protocollo aggiuntivo, relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali, sanciscono disposizioni che riconoscono una protezione speciale ai bambini in tempo di conflitto armato.</p>



<p>CRISI DEI DIRITTI DEI BAMBINI</p>



<p>Le scuole sono sempre più viste come risorse strategiche in situazioni di conflitto plurimo e potrebbero essere strumentalizzate come parte delle ostilità. In particolare, la Rappresentante Speciale del Segretario Generale per i Bambini ed i Conflitti Armati, Virginia Gamba, ci ricorda che garantire la protezione delle scuole e dell&#8217;istruzione mentre il mondo affronta la pandemia COVID-19 è di eccezionale rilevanza. La stessa Rappresentante Speciale incoraggia le parti in conflitto a intraprendere tutte le azioni necessarie e appropriate per salvaguardare le scuole e il diritto all&#8217;istruzione dagli attacchi e per impedire l&#8217;uso militare dei posti di insegnamento. È evidente che gli attacchi contro scuole e ospedali, nonché contro operatori dell&#8217;istruzione e della sanità, rappresentano una grave violazione contro i bambini nei conflitti armati, in linea con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza numero 1998 adottata nel 2011.</p>



<p>In tutto il mondo il 91% dei bambini iscritti a scuola ne è stato gravemente colpito: per oltre 1,5 miliardi di bambini in 182 paesi l&#8217;istruzione si è interrotta parzialmente o completamente durante la pandemia. Da un lato, l&#8217;esclusione dalla scuola indebolisce le aspirazioni future per i bambini; d&#8217;altro canto, i rischi legati alla protezione dei minori colpiti dalla guerra e dalla violenza aumentano con la chiusura delle scuole. È un dato di fatto, i bambini hanno maggiori probabilità di essere soggetti a violenze e abusi; essere trascurati a casa; essere reclutati da gruppi armati; subire matrimoni precoci, gravidanze adolescenziali, lavoro minorile e anche successivo mancato rientro a scuola. Inoltre, le ragazze affrontano ostacoli alla frequenza scolastica superiori rispetto ai ragazzi e affrontano livelli più elevati di violenza domestica e di genere. Di conseguenza, le ragazze hanno una doppia probabilità di finire la scuola e di non tornarci mai più.</p>



<p><br>BAMBINI IN YEMEN E SIRIA IN PERICOLO</p>



<p>&#8220;Una pericolosa combinazione di conflitto, difficoltà economiche, scarsità di cibo e un sistema sanitario fatiscente ha spinto milioni di bambini nello Yemen sull&#8217;orlo del baratro e la crisi del COVID-19 potrebbe peggiorare le cose&#8221;, ha detto Sherin Varkey, Rappresentante in carica dell&#8217;UNICEF in Yemen. Sempre più bambini rischiano di diventare gravemente malnutriti e necessitano di cure urgenti. Il debole sistema sanitario e infrastrutturale dello Yemen sta lottando per affrontare il coronavirus e, di conseguenza, a causa della profonda carenza di fondi per gli aiuti umanitari, milioni di bambini potrebbero finire &#8220;sull&#8217;orlo della fame&#8221;. Il rapporto dell&#8217;UNICEF mostra chiaramente che lo scarso accesso all&#8217;acqua e ai servizi igienico-sanitari sta favorendo la diffusione del COVID-19 e circa 9,58 milioni di bambini non hanno accesso sufficiente ad acqua potabile, servizi igienici o igiene; con le scuole chiuse, 7,8 milioni di bambini non hanno accesso all&#8217;istruzione e la diffusa assenza dalla classe ha portato 3.467 bambini ad essere reclutati e sfruttati dalle forze armate.</p>



<p>L&#8217;UNICEF sta lavorando con l&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità e le autorità dello Yemen per fornire aiuti ai bambini in disperato bisogno, compresa la fornitura di acqua potabile, servizi igienici e sostegno all&#8217;istruzione; la soppressione della trasmissione del Covid-19 con messaggi di prevenzione attraverso TV, radio e social media e il trasporto-distribuzione di provviste per la pandemia. D&#8217;altra parte, gli accordi tra le forze di sicurezza governative e le Nazioni Unite per porre fine al reclutamento e all&#8217;uso dei bambini possono includere, la prevenzione, la criminalizzazione e il perseguimento giuridico dell&#8217;uso dei bambini da parte delle forze armate, e la nomina di specialisti per la protezione dei bambini e il rafforzamento della nascita di sistemi di registrazione.</p>



<p>La recente guerra che ha visto i bambini coinvolti in Siria è stata la più brutale. I risultati di un recente sondaggio condotto da Gallup International / ORB International e diretto a persone in Siria, Giordania e Libano ci informano chiaramente che i bambini pagano il prezzo più alto in questo conflitto. Più della metà delle persone intervistate ha affermato di avere almeno un figlio che non va a scuola, e in effetti l&#8217;istruzione è stata identificata come la sfida più grande per le famiglie in Siria, seguita dalla povertà, dall&#8217;accesso all&#8217;assistenza sanitaria e alla cura degli orfani. Ora, con COVID-19 che impedisce la continuazione dell&#8217;istruzione in alcuni centri supportati dall&#8217;UNICEF e spazi a misura di bambino, sono necessari finanziamenti in larga scala.</p>



<p>L&#8217;UNICEF e i suoi partner sono costantemente presenti in Siria per proteggere i bambini attraverso l&#8217;affidamento, l&#8217;accesso all&#8217;istruzione e al sostegno psicosociale, la fornitura di assistenza umanitaria fondamentale e di un kit per l&#8217;igiene che includa l&#8217;acqua potabile e il trattamento della malnutrizione. In particolare, con l&#8217;obiettivo di ottenere un accesso equo all&#8217;acqua potabile, l&#8217;UNICEF lavora allo sviluppo di un mercato e di un gruppo di perforatori professionisti a basso costo in grado di fornire acqua potabile alle comunità povere ed emarginate. Tale sforzo fa parte di un programma dell&#8217;UNICEF noto come WASH.</p>



<p>António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, suggerisce che il COVID-19 si sta rapidamente trasformando in una &#8220;crisi dei diritti dell&#8217;infanzia più ampia&#8221; dal momento in cui è fortemente in gioco il diritto del bambino alla sicurezza, sancito nella Convenzione sui Diritti dell&#8217;Infanzia.</p>



<p>Per concludere, la pandemia COVID-19 non è solo una crisi sanitaria e socioeconomica globale; si tratta in particolare di una massiccia crisi dell&#8217;istruzione con esiti estremamente gravi, specialmente per i bambini vulnerabili colpiti da conflitti armati, sfollamenti forzati e crisi prolungate.</p>
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		<title>I diritti dei rom. Carlo Stasolla, presidente Associazione 21 luglio</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2020 07:29:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Bisogna abbattere i pregiudizi, anche quando si tratta dell&#8217;etnia rom. Uno Stato di diritto include e non ghettizza. Una società civile lo è se non si basa solo sugli stereotipi. Di questo e di&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Bisogna abbattere i <em>pregiudizi</em>, anche quando si tratta dell&#8217;etnia rom. Uno Stato di diritto <strong>include </strong>e non ghettizza. Una <em>società </em>civile lo è se non si basa solo sugli <em>stereotipi</em>. Di questo e di molto altro ci parla <strong>CARLO STASOLLA</strong>, presidente dell&#8217;<em>Associazione 21 luglio</em> nel suo webinar che trovate anche sul canale Youtube di Associazione Per i Diritti umani insieme a tutti quelli che hanno fatto parte della rassegna &#8220;Perchè occuparsi di <strong>diritti umani</strong>. Oggi più che mai&#8221;.</p>



<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ringrazia tutti i cari ospiti e coloro che ci <strong>seguono </strong>e vorranno iniziare a farlo!</p>



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<p></p>
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		<title>L’accesso all’acqua durante i conflitti armati</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2020 07:39:06 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="667" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/L’accesso-all’acqua-durante-i-conflitti-armati.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14272" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/L’accesso-all’acqua-durante-i-conflitti-armati.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1000w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/L’accesso-all’acqua-durante-i-conflitti-armati-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/L’accesso-all’acqua-durante-i-conflitti-armati-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure></div>



<p>di Nicole Fraccaroli<br></p>



<p>L&#8217;agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata da tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite nel 2015, fornisce un modello condiviso per la pace e la prosperità per le persone e il pianeta, ora e nel futuro. Al centro ci sono i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), che sono un invito urgente all&#8217;azione di tutti i Paesi &#8211; sviluppati e in via di sviluppo &#8211; in un partenariato globale. Riconoscono che porre fine alla povertà e alle altre privazioni devono andare di pari passo con le strategie che migliorano la salute e l&#8217;istruzione, riducendo le disuguaglianze e stimolando la crescita economica, il tutto affrontando i cambiamenti climatici e lavorando per preservare i nostri oceani e foreste. L’obiettivo numero 6 si prefissa di garantire la disponibilità e la gestione sostenibile di acqua e servizi igienici per tutti. Nonostante i progressi, miliardi di persone mancano ancora di acqua potabile, servizi igienici e strutture per il lavaggio delle mani. I dati suggeriscono che il raggiungimento dell&#8217;accesso universale anche al servizio igienico-sanitario di base entro il 2030 richiederebbe il raddoppio dell&#8217;attuale tasso annuale di progresso. L&#8217;uso e la gestione più efficienti delle risorse idriche sono fondamentali per far fronte alla crescente domanda di risorse idriche, alle minacce alla loro sicurezza e alla crescente frequenza e gravità delle siccità e delle inondazioni derivanti dai cambiamenti climatici.</p>



<p>L’autrice dell’articolo si concentrerà dunque su questo obiettivo, ma non nei suoi termini generali, bensì con l’obiettivo di fornire informazioni in merito ad un quadro più specifico: l’accesso all’acqua durante i conflitti armati.</p>



<p>Nei moderni conflitti armati, anche se fosse rispettato il divieto generale previsto dal diritto internazionale sull&#8217;uso del veleno, l&#8217;acqua potrebbe ancora essere contaminata come risultato diretto delle operazioni militari contro installazioni e opere idriche. In effetti, distruggere o rendere inutilizzabile un sistema di produzione idrica è talvolta sufficiente per paralizzare il sistema nel suo insieme. Se i lavori di riparazione vengono sospesi a causa di continue ostilità o per altri motivi, come una carenza di pezzi di ricambio o procedure inadeguate di manutenzione e pulizia, sussiste un rischio evidente e considerevole di contaminazione, carenza o epidemie.</p>



<p>Una potenza occupante può espropriare terreni, inghiottendo così sorgenti e pozzi; può vietare in tutto o in parte alle persone nei territori occupati di irrigare la terra, di utilizzare le risorse idriche e i corsi d&#8217;acqua per coltivare colture o gestire o sviluppare le loro aziende; può impedire alla popolazione occupata di sottrarre la superficie o le acque sotterranee o raggiungere le falde acquifere; e può imporre quote di pompaggio. Questi sono tutti i modi in cui il territorio occupato può essere svuotato dei suoi abitanti originali. Naturalmente, tali spostamenti non riguardano solo la popolazione ma anche i raccolti e il bestiame.</p>



<p>Nelle guerre civili, che oggi rappresentano la maggior parte dei conflitti armati nel mondo, l&#8217;uso dell&#8217;acqua da parte dei partiti belligeranti costituisce una grave minaccia per la popolazione interessata. L&#8217;espressione &#8220;rifugiato ambientale&#8221;, recentemente diventata conosciuta per descrivere le persone sfollate a causa degli effetti dei conflitti armati o di altre catastrofi sul loro ambiente naturale, è sintomatica del grave danno che possono arrecare. Prendendo ad esempio le ostilità condotte in un periodo di conflitto interno, distruggendo o rendendo inutile una fonte di acqua potabile o un approvvigionamento idrico sicuro, in brevissimo tempo si può privare la popolazione locale di un bene essenziale; nel caso di una popolazione &#8220;ostile&#8221; o di una popolazione in una regione arida, è facile immaginare quale sarebbe il risultato.</p>



<p>Mentre la sete può indebolire il morale delle truppe sul campo di battaglia, la mancanza di un approvvigionamento idrico sicuro può costringere una popolazione all&#8217;esilio e condannare raccolti e bestiame alla morte. Attaccare l&#8217;acqua corrisponde ad un attacco nei confronti di un intero stile di vita.</p>



<p>Cosa può fare un contadino di fronte a un soldato armato che blocca il suo accesso all&#8217;acqua per uso personale, per bestiame o per irrigazione? Cosa bisogna dire quando impianti idraulici, impianti idrici, forniture e impianti di irrigazione vengono danneggiati?</p>



<p>Nonostante la neutralità dell&#8217;assistenza umanitaria, il personale di soccorso non viene risparmiato dai maltrattamenti inflitti ai civili. La riparazione e il ripristino di opere e impianti idrici richiedono operazioni complesse che comportano il riunire le competenze tecniche, le attrezzature e la forza lavoro necessarie. Qualsiasi azione contro uno di questi componenti ostacola gli altri e rende quasi o completamente impossibile l&#8217;accesso all&#8217;acqua, aumentando così i rischi per la popolazione civile nonostante la protezione garantita dal diritto internazionale.</p>



<p>Sebbene il diritto internazionale umanitario applicabile nei conflitti armati non contenga norme specifiche sulla protezione delle acque, esso ha una serie di norme relative all&#8217;argomento. Innanzitutto, va ricordato che questo ramo del diritto internazionale cerca principalmente di proteggere qualsiasi individuo che sia nelle mani o nel potere del nemico e che l&#8217;assistenza e il soccorso umanitario sono inconcepibili senza un livello minimo garantito di salute e igiene, in altre parole, senza acqua che è l&#8217;elemento vitale in ogni circostanza.</p>



<p>Il diritto umanitario è anche progettato per proteggere gli oggetti civili, compresi quelli indispensabili per la sopravvivenza della popolazione civile. L&#8217;articolo 29 della Convenzione sulla legge relativa agli usi di non navigazione dei corsi d&#8217;acqua internazionali [disponibile su http://www.un.org],?utm_source=rss&utm_medium=rss adottata dall&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1997, stabilisce che:</p>



<p>&#8220;I corsi d&#8217;acqua internazionali e le relative installazioni, strutture e altre opere godranno della protezione accordata dai principi e dalle norme del diritto internazionale applicabili nei conflitti armati internazionali e non internazionali e non saranno utilizzati in violazione di tali principi e regole&#8221;.</p>



<p>La protezione generale ai sensi della legge applicabile ai conflitti armati si estende oltre ai corsi d&#8217;acqua internazionali e vale la pena notare i quattro principali divieti previsti da tale legge:</p>



<ul><li>il divieto di utilizzare veleni o armi velenose;</li><li>il divieto di distruggere, confiscare o espropriare proprietà nemiche;</li><li>il divieto di distruggere oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile;</li><li>il divieto di attaccare opere o installazioni contenenti forze pericolose.</li></ul>



<p>I quattro divieti, a cui dovrebbero essere aggiunte le disposizioni in materia di protezione ambientale, sono espressamente menzionati negli strumenti relativi ai conflitti armati internazionali e gli ultimi due sono anche previsti dalla legge applicabile ai conflitti armati non internazionali. La fame come metodo di guerra è esplicitamente vietata indipendentemente dalla natura del conflitto, e il concetto di oggetti essenziali per la sopravvivenza della popolazione civile comprende installazioni e forniture di acqua potabile e opere di irrigazione. L&#8217;immunità per gli oggetti indispensabili viene revocata solo quando questi vengono utilizzati esclusivamente per le forze armate o in supporto diretto dell&#8217;azione militare. Anche in questo caso, gli avversari devono astenersi da qualsiasi azione che possa ridurre la popolazione alla fame o privarla di acqua essenziale.</p>



<p>In materia di opere o installazioni contenenti forze pericolose, il diritto umanitario menziona esplicitamente dighe e sezioni di generazione di energia nucleare. Anche laddove si tratti di obiettivi militari, è vietato attaccarli quando tale azione potrebbe liberare forze pericolose e conseguentemente causare gravi perdite tra la popolazione civile.</p>



<p>In caso di violazione di tali divieti si applicano le sanzioni appropriate. Tra gli atti considerati crimini di guerra ai sensi del diritto umanitario vi sono le seguenti &#8220;gravi violazioni&#8221;: ampia distruzione e appropriazione di proprietà non giustificate da necessità militari e condotte illecitamente e ostinatamente, attacchi indiscriminati alla popolazione civile o agli oggetti civili e attacchi contro opere o installazioni contenenti forze pericolose. Inoltre, il diritto penale internazionale ha esteso l&#8217;elenco dei crimini di guerra e li ha applicati anche ai conflitti armati non internazionali.</p>



<p>Tra gli atti commessi in conflitti armati internazionali e classificati come crimini di guerra nello Statuto della Corte Penale Internazionale adottato il 17 luglio 1998, vi sono attacchi che causano danni diffusi, duraturi e gravi all&#8217;ambiente naturale, impiegando armi avvelenate o velenose, usando intenzionalmente la fame dei civili come metodo di guerra privandoli di oggetti indispensabili alla loro sopravvivenza, tra cui l&#8217;impedimento volontario di provviste di soccorso come previsto dalle Convenzioni di Ginevra.</p>



<p><br>L’ acqua non richiede solo attenzione durante i conflitti armati, ma anche in seguito a conflitti e durante le operazioni di costruzione della pace. Oggi le questioni idriche si riflettono più negli accordi di pace. Dal 2005, le disposizioni sulle risorse naturali sono state incluse in tutti i principali accordi di pace e undici di questi accordi hanno persino fatto specifico riferimento alle questioni idriche.</p>



<p>Sebbene a volte questi accordi di pace stabiliscano processi per affrontare i problemi legati all&#8217;acqua, che in alcuni casi sono stati alla base di cause o fattori aggravanti nei conflitti precedenti, di solito non contengono alcun meccanismo di monitoraggio o attuazione. Una serie di fattori aggiuntivi complica il ripristino dei servizi idrici e delle infrastrutture nei contesti di costruzione della pace postbellica. Ad esempio, in molti casi mancano informazioni e dati di base relativi alla quantità e alla qualità dell&#8217;acqua e alle condizioni delle infrastrutture idriche essenziali.</p>



<p>Considerando la gamma di benefici per la costruzione della pace che possono essere derivati ​​dalla cooperazione in materia di risorse idriche, è stato affermato che si dovrebbe concentrare maggiormente l&#8217;attenzione sull&#8217;acqua nei contesti postbellici e di costruzione della pace.</p>



<p>Pertanto, l&#8217;acqua può essere utilizzata come piattaforma per la cooperazione e il rafforzamento della fiducia tra comunità, autorità locali e governi. Inoltre, fornire accesso all&#8217;acqua e ad altre risorse naturali è un prerequisito necessario per il ripristino dei mezzi di sussistenza agricoli e della sicurezza alimentare e una parte cruciale del reinserimento degli ex combattenti.</p>



<p>Ecco che dunque, l’ambizioso obiettivo enunciato dall’SDG numero 6 deve e dovrà includere sviluppi positivi ed una concreta implementazione anche nelle zone caratterizzate da conflitti armati.</p>
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		<title>La discriminazione dei rom in tempo di pandemia (e non solo)</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jun 2020 10:16:47 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per la nostra rassegna &#8220;<em>Perchè occuparsi di diritti umani. Oggi più che mai</em>&#8221; non potevamo lasciare indietro le comunità discriminate, più deboli, tra cui quella dei <strong>rom.</strong></p>



<p>Ne parlerà, per noi, <strong>Carlo STASOLLA</strong>, presidente dell<strong>&#8216;Associazione 21 Luglio</strong> Onlus, un’organizzazione non profit che supporta gruppi e individui in condizione di segregazione estrema e di <em>discriminazione </em>tutelandone i <em>diritti </em>e promuovendo il benessere delle bambine e dei bambini.</p>



<p>L&#8217;appuntamento è per <strong>lunedì 8 giugno, alle ore 18.30</strong> sul <strong>canale Youtube </strong>di <strong>Associazione Per i Diritti umani.</strong></p>



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<p>Vi aspettiamo!</p>



<p></p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Nigeria: la missione di Suor Enza tra Coronavirus e terrorismo</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2020 08:23:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Veronica Tedeschi Suor Enza, a capo della missione dell&#8217;Istituto Emmanuel Family, vive da anni a Igbedor, un villaggio fluviale della Nigeria, dove poverta&#8217;, analfabetizzazione e malattia rischiano di dimezzare la popolazione e favorire&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p></p>



<p>Suor Enza, a capo della missione dell&#8217;Istituto Emmanuel Family, vive da anni a Igbedor, un villaggio fluviale della Nigeria, dove poverta&#8217;, analfabetizzazione e malattia rischiano di dimezzare la popolazione e favorire la migrazione dei più giovani.</p>



<p>Attratta dai sorrisi dei bambini e animata dalle ingiustizie della povertà nella quale è costretta la popolazione di Igbedor, sister Enza decide di lasciare il convento nel quale vive per trasferirsi là, lontano da tutti, in un lembo di terra africana in cui nessun volontario bianco è mai sbarcato.</p>



<p><em>Come lo Stato nigeriano sta affrontando l’epidemia di Coronavirus? Quali sono i numeri attuali di contagi e decessi?</em></p>



<p>Il 29 marzo il Governo nigeriano ha imposto il lockdown in tutti gli Stati della Nigeria per prevenire il contagio e contenere l&#8217;epidemia. Fino ad oggi sono stati allestiti 15 centri epidemiologici sparsi in tutta la Nigeria.</p>



<p>Dalle informazioni emanate dal governo centrale si registrano 7016 contagi, 1907 guariti e 211 morti in un contesto di 200.000.000 di abitanti.</p>



<p><em>In Nigeria il problema sociale è forse più devastante del virus. In che modo problemi come terrorismo, fame e povertà si stanno interfacciando con un’epidemia mondiale?</em></p>



<p>La Nigeria è uno di quei paesi in cui il terrorismo di Boko Haram non ha mai cessato di agire. In questo periodo però, il lock down è più forte ed è la causa principale dell’aumento di povertà e morte. La fame comincia a colpire tutta la popolazione che, per la maggior parte, vive degli spiccioli quotidiani che ricava dalle vendite al mercato.</p>



<p>La protesta contro il prolungarsi del lockdown sta dilagando in molti stati della Nigeria, molte piazze si sono riempite di manifestanti ad opposizione delle chiusure che, purchè necessarie, stanno mettendo in ginocchio la maggior parte delle famiglie. Gli unici che non risentono di questa situazione sono coloro che economicamente possono permettersi di stare in casa, poiché hanno sufficienti riserve di cibo, diesel per i generatori ed un alloggio discreto per contenere le persone in sicurezza, in osservanza delle norme di igiene.</p>



<p>La situazione è sicuramente più critica per quelle famiglie che vedono sei o sette figli vivere in un’unica stanza, con servizi igienici comuni e una cucina condivisa con altre famiglie, senza corrente elettrica né soldi per potersi procurare la benzina necessaria per il generatore che serve per pompare acqua. L’igiene, vien da sé, si riduce al minimo e anche le forze psicologiche per reagire sono pochissime.</p>



<p><em>Come si stanno comportando le persone? Si percepisce senso di responsabilità?</em></p>



<p>Considerato quanto detto è difficile per la popolazione sviluppare senso di responsabilità perché costretta a dover lottare con problemi come mancanza di lavoro e cibo.</p>



<p>Per strada si cerca di mantenere la distanza di sicurezza, vengono utilizzate le mascherine e l’igienizzante. Anche i mezzi di trasporto pubblici hanno ridotto il numero dei passeggeri a bordo ma hanno aumentato il costo del trasporto. Anche il prezzo del cibo è aumentato del doppio; la popolazione ha meno soldi e il costo del cibo aumenta.</p>



<p><em>L’Associazione Emmanuel Family si trova ad Igbedor, un villaggio fluviale della Nigeria. Come si vive nelle periferie così remote? Il Coronavirus è arrivato anche lì?</em></p>



<p>La nostra missione si trova in una zona fluviale, lontano dalle grandi città. Per fortuna, ad oggi, non abbiamo nessun caso di contagio da Coronavirus e la gente, proprio perché lontana, vive serenamente. In linea di massima stiamo vivendo in modo del tutto normale questo periodo di pandemia globale.&nbsp;</p>



<p>A supporto della gente locale, abbiamo organizzato degli incontri formativi con la popolazione e parlato con il collegio degli anziani che qui costituisce l’autorità locale.</p>



<p>In Nigeria, come nel resto del mondo, le scuole e le altre attività di massa sono state sospese anche se qui la cosa che colpisce in modo più pesante è la chiusura dei mercati.</p>



<p>Le popolazioni che abitano zone rurali come Igbedor, dove mi trovo, vivono del mercato giornaliero che nel nostro caso, si trova sulle coste opposte del fiume che circonda il villaggio.&nbsp;Tutti i porti sono stati chiusi e le barche non hanno il permesso di attraccare. Per questo motivo la popolazione di Igbedor è stata colpita a fondo e si trova ora a dover combattere il problema della fame per impossibilità di recarsi al mercato.</p>



<p><em>Quali progetti ha in atto Emmanuel Family in questo momento? Volete lanciare un messaggio o suggerire una campagna?</em></p>



<p>La nostra comunità ha lanciato una raccolta fondi per l’acquisto di riso, pomodoro concentrato, dado e latte proteico (per neonati) da distribuire a circa 400 famiglie.</p>



<p>Siamo riusciti ad acquistare 100 sacchi di riso, 80 scatole di pomodoro concentrato e dado. Abbiamo iniziato la distribuzione e raggiunto circa 1500 persone. Vi è, però, ancora molto da fare perché cominciano ad arrivare anche le persone dai villaggi limitrofi e le richieste aumentano di giorno in giorno.</p>



<p>Se qualcuno avesse voglia di sostenerci ve ne saremmo grati.</p>



<p>Si può usare la Paypal :&nbsp;<a href="mailto:emmanuelfamily@yandex.com"><strong>emmanuelfamily@yandex.com</strong></a></p>



<p>Oppure bonifico bancario:<strong>IBAN : IT 24 Z 03268 04604 05217 8138350</strong></p>



<p><strong>Intestato a: Emmanuel Family Italia Onlus</strong></p>



<p><strong>Causale: Emergenza Covid-19</strong></p>
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		<title>Venezuela e altri Paesi dell&#8217;America latina al tempo del Covid-19</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2020 08:54:47 +0000</pubDate>
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<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani </em></strong>propone lo streaming con l&#8217;attivista Valentina Di Prisco sul Diritto alla salute in Venezuela e in altri Paesi dell&#8217;America latina, in tempo di pandemia (e non solo).</p>



<p>Per seguire la videoconferenza, è sufficiente cliccare sul quadrante che vi interessa. </p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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		<title>Le politiche contro i migranti promosse da molti governi europei negli ultimi decenni stanno giungendo a una resa dei conti con le loro conseguenze.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2020 07:53:02 +0000</pubDate>
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<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani </em></strong>si unisce al seguente appello lanciato da Osservatorio Solidarietà &#8211; Carta di Milano di cui fa parte. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="755" height="491" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/immigrati-in-italia-755x491.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13829" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/immigrati-in-italia-755x491.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 755w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/immigrati-in-italia-755x491-300x195.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 755px) 100vw, 755px" /></figure></div>



<p><em>Le politiche contro i migranti promosse da molti governi europei negli ultimi decenni stanno giungendo a una resa dei conti con le loro conseguenze.</em></p>



<p>Una moltitudine di persone stimata in circa 600mila unità, abbandonate a se stesse, vive oggi in Italia privata di ogni diritto: alcuni con occupazioni insalubri, malpagate e precarie, altri costretti a vivere alla giornata, molti già ridotti alla fame, tutti privati dell’accesso al servizio sanitario nazionale, senza casa, servizi igienici, acqua corrente, in un momento in cui viene giustamente ingiunto a tutti di “restare a casa” e di curare in modo sistematico l’igiene propria e del proprio habitat.</p>



<p>Era prevedibile che la negazione dei diritti umani fondamentali nei confronti dei migranti avrebbe finito per ripercuotersi anche nei confronti dei cittadini degli Stati in cui vivono, comportando una compressione dei diritti fondamentali di tutti. Lo confermano, in Italia, i decreti Salvini che contengono anche misure liberticide nei confronti di cittadini italiani ed, ancor più, è dimostrato&nbsp;&nbsp;dalla parabola dell’Ungheria di Orbàn, il primo ad aver costruito un muro di filo spinato per tenere lontani i migranti e che oggi ha proclamato i suoi pieni poteri,&nbsp;&nbsp;esautorando, di fatto, il Parlamento, senza limiti di tempo, in violazione flagrante del principio&nbsp;&nbsp;della separazione dei poteri, così come enunciato in tutte le Costituzioni dei Paesi democratici e in violazione dei valori fondanti dell’Unione Europea (art. 2TUE).</p>



<p>D’altronde, oltre che una violazione dei più elementari principi di umanità, la condizione esistenziale dei migranti, che riescono a lavorare, comporta una drastica distorsione di tutto il sistema economico, fondato su aziende – e catene commerciali della Grande distribuzione organizzata (GDO) – che si reggono solo grazie a uno sfruttamento estremo della manodopera, e destinate dunque a crollare non appena venga loro meno questo “fattore competitivo”.</p>



<p>Con lo scoppio della pandemia di covid-19 la situazione si è ulteriormente aggravata e tutte le persone che si trovano in quella situazione vengono trasformate automaticamente, sia singolarmente che riunite in aggregati affollati e insalubri, in altrettanti focolai di propalazione dell’epidemia, diventando con ciò stesso un pericolo sia per loro che per tutto il resto della popolazione.</p>



<p>A questi problemi, già di per sé sufficienti a gettare allarme e a richiedere misure di contrasto drastiche ed efficienti, si aggiunge il fatto che la maggioranza dei lavoratori migranti, sia stagionali che stanziali, è impegnata in agricoltura durante il periodo dei raccolti.</p>



<p>Nel nord del paese si tratta prevalentemente di cittadini comunitari provenienti da Romania, Bulgaria e Polonia, a cui i rispettivi governi impediscono di venire in Italia – come pure di raggiungere altri paesi dell’UE – per timore che si trasformino in vettori del contagio.</p>



<p>Nel sud si tratta prevalentemente di cittadini non comunitari, in gran parte irregolari, malamente ammucchiati in tendopoli e rifugi di fortuna &#8211; per lo più tollerati quando non promossi dalle autorità di pubblica sicurezza &#8211; e tradizionalmente abituati a spostarsi da una regione all’altra in coincidenza con la raccolta delle rispettive colture; ma attualmente impossibilitati a muoversi per via delle limitazioni alla mobilità adottate per contenere la diffusione del contagio.</p>



<p>Questa situazione, che va ad aggiungersi ai danni inferti all’agricoltura dai cambiamenti climatici rischia di compromettere in misura drastica i raccolti e con essi l’approvvigionamento alimentare in tutto il paese. Approvvigionamento che difficilmente potrà essere garantito dall’import, dato che quasi tutti i paesi dell’Europa, e ora anche del mondo, sono già o stanno per precipitare in una situazione analoga. Si aggiunga che la chiusura di tutti i mercati del fresco all’aperto, dove tradizionalmente l’agricoltura delle aziende familiari e, in particolare, quella biologica e biodinamica – che produce il cibo del nostro futuro &#8211; trovava il loro sbocco, ne provoca la rovina.</p>



<p>L’allarme per questa situazione ha indotto numerose associazioni, personalità e cariche dello Stato a chiedere che il Governo intervenga con misure che vanno dalla regolarizzazione di tutti gli stranieri che vivono nel paese e, conseguente, la loro ammissione ai diritti e alle tutele sanitarie di cui godono i cittadini italiani, &#8211; secondo il modello fatto proprio con successo dal Governo portoghese &#8211; alla “importazione”, con un adeguato “decreto flussi”, di manodopera non comunitaria per sopperire ai vuoti lasciati dagli stagionali di origine comunitaria: complessivamente si parla di un fabbisogno di non meno di 250-300mila unità.</p>



<p>La filiera agroalimentare, in tutte le sue articolazioni, è di importanza ben più vitale per tutto il Paese di quanto lo siano molte altre produzioni, e soprattutto quella delle armi, a cui il Governo concede invece agevolazioni e la possibilità di non sospendere nemmeno temporaneamente l’attività.</p>



<p>L’unica risposta sensata a questi tre problemi, quello del rispetto dei diritti umani, quello sanitario e quello dell’agricoltura, non può che essere la concessione in tempi stretti a tutti gli stranieri che vivono nel paese del permesso di soggiorno e della regolarizzazione, unitamente alla istituzione di corridoi sicuri per l’ingresso di coloro che intendono venire lavorare in Italia, con la contestuale istituzione di presidi e controlli sanitari in tutti i punti di ingresso e di aggregazione, in modo che i loro indispensabili spostamenti da una regione all’altra per tener dietro alle diverse stagioni agricole avvenga in sicurezza per tutti.</p>



<p>Prendiamo come esempio la strategia politica del Governo portoghese, che ha condotto, con successo, lo Stato fuori da una significativa crisi economica, mantenendo impregiudicato il rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini e dei migranti, a cui, è stata garantito l’accesso alle cure ed una regolarizzazione, quantomeno provvisoria, per i mesi di emergenza, a vantaggio di tutta la collettività.</p>



<p>Ci uniamo pertanto ai molti appelli già lanciati per richiedere i provvedimenti di cui sopra. Osservatorio Solidarietà – Carta di Milano</p>
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		<title>Io resto a casa, loro restano nel campo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2020 09:03:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione 21 luglio lancia un appello per la condizione nei campi rom ai tempi del coronavirus (e non solo). Noi lo abbiamo firmato e vi chiediamo di fare altrettanto. In calce, trovate l&#8217;analisi approfondita&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Associazione 21 luglio lancia un appello per la condizione nei campi rom ai tempi del coronavirus (e non solo). Noi lo abbiamo firmato e vi chiediamo di fare altrettanto. In calce, trovate l&#8217;analisi approfondita della situazione. Grazie.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="670" height="444" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/campi-rom.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13763" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/campi-rom.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 670w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/campi-rom-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 670px) 100vw, 670px" /></figure></div>



<p></p>



<p>“<strong>Io resto a casa</strong>”, il decreto emanato lo scorso 9 marzo dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per fronteggiare l’emergenza da contagio Covid-19, ha giustamente imposto regole ferree all’intero Paese obbligando tutti, tra i vari provvedimenti, ad assumere atteggiamenti di responsabilità e ad uscire di casa solo per situazioni emergenziali o motivi di lavoro. A distanza di qualche giorno dall’entrata in vigore delle nuove norme, <strong>Associazione 21 luglio ha svolto un’indagine all’interno delle baraccopoli istituzionali della città di Roma</strong> riservate a famiglie di etnia rom, per capire come le norme contenute nel decreto possono impattare sulla vita di chi abita in emergenza abitativa. Nel rispetto delle restrizioni imposte dal Governo, i dati e le testimonianze sono state raccolte mediante interviste telefoniche svolte tra il 14 e il 17 marzo dai nostri operatori.</p>



<p>In alcune baraccopoli, dopo la pubblicazione del decreto del 9 marzo 2020 si sono intensificati i controlli della Polizia Locale già presente in maniera stabile all’ingresso degli insediamenti.&nbsp;<strong>In alcuni casi gli abitanti avvertono il peso di restrizioni</strong>&nbsp;che impongono l’uscita solo a piedi e dilazionata nel tempo o rispettosa della norma che impone il metro di distanza anche all’interno delle autovetture. In relazione al contagio sono in molti a sentirsi più protetti all’interno dell’insediamento che fuori, durante le uscite si equipaggiano di dispositivi autoprodotti poiché nulla è stato consegnato loro per contrastare il contagio. Non solo,&nbsp;<strong>in nessuna baraccopoli è stata segnalata la presenza di operatori sanitari</strong>&nbsp;disponibili per la distribuzione del materiale o fornire informazioni. Restano quindi le azioni raccomandate attraverso la tv e che sono praticabili, però, laddove le condizioni igieniche lo permettono o dove almeno c’è disponibilità di acqua corrente.</p>



<p>Le famiglie presenti nelle baraccopoli della Capitale non hanno più la possibilità di svolgere l’attività lavorativa e, con le risorse disponibili ad oggi, non potranno far fronte ai giorni che verranno: un aspetto se possibile ancora più tragico che ghettizza chi vive ai margini. Anche&nbsp;<strong>la solidarietà in tempi di contagio è relegata ad eccezioni sporadiche</strong>&nbsp;per paura del contatto fisico e bambini e anziani rischiano di non avere la sussistenza quotidiana. Ad aggravare un quadro già drammatico anche la sospensione dell’attività scolastica e l’impossibilità di utilizzare strumenti tecnologici indispensabili a seguire un’eventuale didattica a distanza pone i minori in età scolare in uno stato di grave isolamento in rapporto ai coetanei e agli insegnanti.</p>



<p>A dispetto di “Io resto a casa”, per chi vive in emergenza abitativa lo slogan giusto potrebbe essere&nbsp;<strong>“Io resto nel campo” ad indicare le conseguenze prodotte dal decreto di una maggiore emarginazione e segregazione</strong>&nbsp;rispetto a quella già vissuta quotidianamente. Ma cosa accadrebbe se in uno degli insediamenti venisse riscontrata anche una sola positività?</p>



<p><strong>Tutti gli abitanti sarebbero posti in quarantena?</strong>&nbsp;L’appello di Associazione 21 luglio alla sindaca di Roma Virginia Raggi e al prefetto di Roma Gerarda Pantalone affinchè: si individuino nelle baraccopoli romane situazioni di fragilità e si provveda a fornire beni di prima necessità&nbsp;<strong>garantendo condizioni igienico-sanitarie</strong>&nbsp;e accesso all’acqua potabile; si provveda a incrementare la rete di volontariato sociale all’interno delle baraccopoli; si disponga la presenza di personale sanitario che illustri strumentazioni e misure da adottare. Nell’appello viene infine chiesto di predisporre per tempo&nbsp;<strong>adeguati piani sanitari da adottare in caso di positività</strong>&nbsp;all’interno di una delle baraccopoli romane.</p>



<h2><strong>FIRMA L’APPELLO</strong></h2>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="BSVpemFGgJ"><a href="https://www.21luglio.org/iorestoacasa-e-loro-restano-nel-campo/?utm_source=rss&utm_medium=rss">#iorestoacasa e loro restano nel campo</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" src="https://www.21luglio.org/iorestoacasa-e-loro-restano-nel-campo/embed/#?secret=BSVpemFGgJ&utm_source=rss&utm_medium=rss" data-secret="BSVpemFGgJ" width="500" height="282" title="&#8220;#iorestoacasa e loro restano nel campo&#8221; &#8212; Associazione 21 Luglio" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>



<p>Autorizzo Associazione 21 luglio all&#8217;uso dei dati ai sensi degli att. 7 e 13, D.Lgs n.196/2003 e ss.mm. e per le finalità di trattamento come specificate nella Privacy Policy.Grazie per aver firmato l&#8217;appello. È stato inviato.</p>



<p><strong><em>Egregia Sindaca Virginia Raggi,</em></strong><br><strong><em>Egregio Prefetto Gerarda Pantalone,</em></strong></p>



<p><em>Vi scrivo per esprimervi profonda preoccupazione circa la condizione di salute di oltre 6000 persone che vivono in emergenza abitativa presso le&nbsp;baraccopoli monoetniche della Capitale in un momento di emergenza sanitaria che l’OMS ha dichiarato pandemia.</em></p>



<p><em>Vi chiedo di mappare all’interno degli insediamenti formali e informali le condizioni di maggiore fragilità con l’obiettivo di garantire, in particolare ai minori e agli anziani, la distribuzione beni di prima necessità; di garantire all’interno di ogni singolo insediamento condizioni igienico-sanitarie adeguate assicurando in primis l’accesso all’acqua potabile; di assicurare all’interno degli insediamenti la presenza di operatori sanitari e di mediatori culturali che possano provvedere ad illustrare le misure di prevenzione raccomandate dal decreto del 9 marzo 2020 e distribuire agli abitanti dispositivi di protezione individuali; di rinforzare e coordinare una rete di volontariato sociale al fine di monitorare in maniera capillare le condizioni igienico-sanitarie e la salute di quanti vivono nelle baraccopoli della Capitale; di predisporre per tempo, in caso di riscontro di una o più positività al Covid-19 all’interno degli insediamenti formali, un adeguato e tempestivo piano di intervento sanitario, al fine di evitare che la città arrivi impreparata a tale evento.</em></p>



<p><a href="https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2020/03/indagine-io-resto-nel-campo-1.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">I<strong>NDAGINE:</strong> https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2020/03/indagine-io-resto-nel-campo-1.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p></p>
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		<title>Se questa è accoglienza</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jul 2019 07:56:35 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/5-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12753" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/5-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/5-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/5-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/5.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Sono sette, provenienti da realtà e paesi diversi, accomunati da storie e sofferenze indicibili, ridotti in schiavitù, detenuti minacciati e torturati in Libia, sfuggiti a sparatorie, sopravvissuti al mare e quando finalmente sono arrivati in Italia, per un attimo sperano di aver trovato futuro, speranza, diritti umani e umanità.</p>



<p>Ma si sbagliano.</p>



<p><strong>Cibo</strong></p>



<p>Nel loro centro di accoglienza non esiste una cucina. Il cibo arriva già preconfezionato, ma sulle confezioni non vi è nessuna data di scadenza. Il cibo è poco e di pessima qualità e non c’è alcuna possibilità di chiedere il bis. Se viene fame tra un pasto e l’altro bisogna arrangiarsi con piccoli snack comprati con il pocket money (2 euro e mezzo al giorno). Gli orari dei pasti sono rigidissimi. Arrivare in ritardo di pochi minuti significa restare a digiuno e l’unico operatore del centro, Mister Hyde, butta via il cibo dei ritardatari affamati sotto i loro occhi pur di punirli per il ritardo. Nessuna flessibilità. Chi tarda a causa di un treno in ritardo resta a digiuno, anche se avvisa per tempo. Il pasto è anche il momento in cui si firma la presenza nel centro. Mr. Hyde mette in atto piccoli gesti provocatori, come sottrarre il foglio firme per impedire a chi arriva tardi di firmare. Chi non firma risulta assente, e il pocket money quel giorno non viene corrisposto.</p>



<p><strong>Mister Hyde</strong></p>



<p>Mister Hyde è l’unico operatore del centro. Lavora 24 ore al giorno. Riposa su una branda di fortuna posta nel suo ufficio. È sempre stanchissimo, litigioso, nervoso, scortese, irritabile, aggressivo verbalmente, urla e lamenta dolori di varia natura. Gli ospiti si accorgono della sua fatica e cercano di esprimere empatia, ma lui la rifiuta. Mr. Hyde è l’unico interlocutore degli ospiti. A lui ci si deve rivolgere per qualsiasi esigenza e a chi gli chiede qualcosa risponde:&nbsp;<em>animali, tornate in Africa; siete animali e non capite nulla; Africani e animali sono uguali; Voi siete degli animali, la vostra testa non funziona andate in Africa.</em>&nbsp;Ha qualche anno in più degli ospiti e alcuni di loro, in segno di rispetto, osano chiamarlo&nbsp;<em>padre.&nbsp;</em>Lui rifiuta il nomignolo dicendo&nbsp;<em>Non posso essere padre di un animale.&nbsp;</em>I nomignoli si accompagnano a minacce di allontanare dal centro chi osa lamentarsi. In alternativa Mister Hyde offre uno sprezzante silenzio dedicato al bersaglio di turno. Del tutto inutili sono i tentativi di parlare per trovare una convivenza serena. Impossibile sedersi al suo stesso tavolo e chiedere di parlare. Mr. Hyde si sottrae ai tentativi di confronto.</p>



<p><strong>Problemi Quotidiani</strong></p>



<p>Lampadine fulminate, qualche stanza senza luce per 2 mesi, e Mr. Hyde per mesi dice che chiamerà qualcuno a ripristinare la corrente; bagni rotti per mesi e dover andare a fare i propri bisogni nella stanza di altri; porte che non chiudono. La pulizia dei bagni e delle stanze è compito degli ospiti, ma mancano prodotti adeguati. Tubature con perdite; infiltrazioni e muffa in alcune stanze; sapone e dentifricio distribuiti in modo limitato; docce fredde segnalate a Mr. Hyde che risponde:&nbsp;<em>arrangiatevi</em>. Riscaldamento troppo basso, e alcuni ospiti costretti a comprare coperte e stufe elettriche; lenzuola coperte e cuscini mai sostituiti in 2 anni, e quando li lavano gli ospiti restano senza. La coperta ci mette 2 giorni ad asciugare. E poi il sapone che manca, per 2 mesi.</p>



<p><strong>Salute</strong></p>



<p>Il centro di accoglienza non è frequentato da medici né psicologi. Chi chiede di vedere un medico non viene esaudito. Qualcuno va in ospedale di sua iniziativa, per fare esami del sangue. In sostituzione delle visite richieste Mr. Hyde distribuisce a tutti pastiglie di OKI. Sporadicamente (una volta all’anno) qualcuno ricorda di avere fatto nel centro esami del sangue, i cui esiti non sono mai stati comunicati. Un ospite ha un’ernia allo stomaco e un problema a un occhio e a un orecchio. Mr. Hyde lo porta in ospedale per una visita, ma il medico parla solo con Mr. Hyde, che nulla riferisce all’interessato sul suo stato di salute. Il paziente poi viene operato allo stomaco e in seguito deve tornare in ospedale per un drenaggio. Sta malissimo, quel giorno ma anche con lui Mr. Hyde si limita a fornire pastiglie di OKI. Per farsi ascoltare da Mr. Hyde è costretto a chiedere l’intercessione del maestro di Italiano.&nbsp; Solo con insistenze faticosissime chi ne ha bisogno viene portato in ospedale. Ma c’è chi sviene nel Centro e non viene nemmeno chiamata l’ambulanza. Solo Mr. Hyde decide, in modo arbitrario, chi va accompagnato in ospedale. Qualcuno esasperato va in ospedale da solo, e Mr. Hyde si arrabbia, gli urla contro, lo tratta male e non fornisce le medicine prescritte dall’ospedale.&nbsp;<em>Troppo costose,&nbsp;</em>al loro posto il paziente riceve l’OKI. Un ospite ha un problema ai reni, causato da percosse subite in passato. Chiede più volte un consulto specialistico. Mr. Hyde alla fine cede e accompagna il ragazzo a una visita medica ma indica erroneamente un problema alla cervicale, e il referto medico risulta negativo.</p>



<p><strong>Documenti</strong></p>



<p>Gli ospiti del Centro non conoscono i loro diritti. Mr. Hyde ne approfitta. Alcuni ospiti non sono mai stati accompagnati in questura a richiedere il permesso di soggiorno, e a causa di questo non hanno potuto accettare offerte di lavoro. Ad altri Mr. Hyde non ha comunicato per tempo la data dell’audizione alla Commissione Territoriale per Riconoscimento dello Stato di Protezione. Uno addirittura ha “bucato” quell’appuntamento. Mr. Hyde e questura si rimpallano a vicenda la responsabilità dell’accaduto. Un altro ha dovuto scoprire quella data da solo, andando in questura, e ne è venuto a conoscenza solo a ridosso dell’appuntamento.&nbsp; Un altro ha perso l’occasione di lavorare in un ristorante perché non ha la residenza, e Mr. Hyde non gli ha dato alcuna spiegazione.&nbsp; Alcuni però venivano portati in comune a richiedere la residenza in Comune. Insomma, la residenza o il rinnovo del permesso di soggiorno vengono “concessi” da Mr. Hyde come favori personali, secondo criteri meschini. Nel Centro My Hyde non dà informazioni sulla procedura di domanda di asilo. Chi riceve un diniego deve trovarsi da solo l’avvocato per proporre ricorso.</p>



<p><strong>Iniziativa</strong></p>



<p>Stremati e umiliati, gli ospiti del Centro scrivono una lettera per la Prefettura in cui lamentano le carenze del Centro e, soprattutto, il comportamento di Mr. Hyde. Conservano la lettera e sperano di avere l’occasione di consegnarla di persona alla Prefettura. Mandano una mail in prefettura chiedendo di essere ricevuti. Nessuna risposta.&nbsp; Sollecitano. Nessuna risposta. Attendono fiduciosi e sbagliano.</p>



<p><strong>Casus belli</strong></p>



<p>Un giorno qualsiasi una lampadina fulminata e un problema medico trascurato fanno partire una discussione banale con Mr. Hyde. Stavolta però chi si lamenta non accetta supinamente le grida offensive di Mr. Hyde e risponde con pari tono.&nbsp;<em>Come è possibile che ogni volta che ci lamentiamo perché dobbiamo dirti qualcosa tu cominci a fare così?&nbsp;</em>Il tono della voce attira altri ospiti dalle loro stanze, e tutti si uniscono alle lamentele. Non urlano, non c’è un clima intimidatorio o aggressivo. Tutti parlano ed esprimo le ragioni per cui sono lì. Lamentano che vengono offesi e umiliati, chiamati animali, e che non vengono ascoltati, e sono trattati male. Dicono chiaramente che vogliono riferire le loro lamentele ai carabinieri, e uno di loro li chiama. A sua volta Mr. Hyde chiama i carabinieri, dopo essere uscito dal Centro e dopo che gli ospiti lo hanno seguito fuori, desiderosi di incontrare i carabinieri per parlare con loro. Gli ospiti del campo non vogliono più Mr. Hyde. Scrivono frasi ingenue di protesta alla lavagna come&nbsp;<em>Mr. Hyde vai via.&nbsp;</em>Quando i carabinieri arrivano parlano con Mr. Hyde e con due ospiti del centro, quelli che se la cavano meglio con l’italiano. I due fanno da portavoce. Espongono le carenze del centro, e descrivono il comportamento opinabile dell’operatore responsabile, chiedendo che lo stesso venga allontanato e sostituito. Mr. Hyde poi torna nel centro verso le 23:00 a prendere i suoi effetti personali e va via. Al suo posto arriva una operatrice gentile. Un ospite commenta:&nbsp;<em>Fino a quando c’era Mr. Hyde ci sentivamo come in Africa, con la nuova operatrice finalmente sentiamo di essere arrivati in Italia.</em></p>



<p><strong>Pochi giorni dopo</strong></p>



<p>Mr. Hyde ritorna, intorno alle 5:00 del mattino, accompagnato da inquirenti che tirano giù dal letto 9 ospiti del campo e notificano loro 9 provvedimenti di revoca accoglienza, con l’accusa di avere aggredito fisicamente Mr. Hyde e di averlo minacciato di morte. Hanno mezz’ora di tempo per mettere i loro vestiti in sacchi di plastica forniti al momento, e andare in strada. Tutti sono sconvolti e terrorizzati, i 9 con le revoche e gli altri che sanno bene come avrebbero potuto trovarsi al loro posto. Mr. Hyde torna a lavorare nel Centro, più arrogante che mai.</p>



<p><strong>Naga</strong></p>



<p>Perché sono tanti, e bisogna raccogliere bene le loro testimonianze, i volontari del Naga ascoltano i ragazzi separatamente e tutte le versioni raccolte convergono. Uno dei 9 revocati scappa immediatamente e non ne vuole sapere più nulla dell’Italia. Un altro è talmente spaventato che decide di non ricorrere all’assistenza legale che gli viene offerta. Con fatica il Naga riesce anche a raccogliere qualche testimonianza di chi è ancora nel centro. Gli ospiti rimasti non vogliono parlare, sono intimoriti e temono di fare la fine dei loro 9 compagni più sfortunati. I pochi che parlano confermano la versione degli altri. Nessuna aggressione, nessuna minaccia, solo lamentele legittime e pacifiche, già riferite ai carabinieri il giorno dell’intervento. Il Naga manda finalmente la lettera scritta tempo prima per la prefettura. La prefettura risponde ringraziando e rassicurando che la situazione descritta non corrisponde a quanto da loro riscontrato nelle loro visite al Centro. No comment.</p>



<p>Un legale collaboratore del Naga prepara e notifica 7 ricorsi contro le revoche dell’accoglienza. Aspettiamo ora il responso della giustizia, nel frattempo Mr. Hyde è tornato a gestire il Centro con le stesse modalità.&nbsp; Come Naga continueremo a monitorare la situazione e a dare assistenza e accoglienza, la nostra, a chi viene negata.&nbsp;<strong>#siamounportosicuro</strong></p>



<p>Foto: I. Carmassi</p>
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