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	<title>impresa Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. L&#8217;Africa delle donne</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Sep 2020 06:53:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Veronica Tedeschi Le donne insieme a me in questa foto sono donne forti, lavoratrici instancabili e portatrici di diritti e uguaglianza per coloro che, ancora, non credono nella parità dei sessi. In strada.&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG_20180103_173453-1-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14661" width="635" height="476" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG_20180103_173453-1-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG_20180103_173453-1-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG_20180103_173453-1-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG_20180103_173453-1-1536x1152.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG_20180103_173453-1-2048x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /><figcaption>sdr</figcaption></figure></div>



<p><em>Le donne insieme a me in questa foto sono donne forti, lavoratrici instancabili e portatrici di diritti e uguaglianza per coloro che, ancora, non credono nella parità dei sessi.</em></p>



<p><em>In strada.</em> Mia madre usava sempre questo lemma per chiedermi di andare a fare un po’ di spesa. Il centro del paese, l’unica strada asfaltata: l’unico punto del paese in cui si potevano trovare alcuni negozietti con beni di prima necessità, una bottega anni ‘90, un macellaio e una piccola cartoleria.</p>



<p>Anche se ad oggi questa accezione si è un po’ persa &#8211; le strade asfaltate sono praticamente tutte &#8211; viaggiando, torna il senso delle dolci parole di mia madre.</p>



<p>In Senegal, ma non solo, <em>in strada</em> (quindi, dove inizia l’asfalto) puoi trovare macellerie, botteghe, diversi <em>tailleur </em>e molte, moltissime donne che dietro al loro banchettino di legno vendono verdura, frutta, frittelle dolci e altre delizie fritte. Donne bellissime nei loro vestiti colorati che avvolgono frittelle in fogli di giornale, prendono 100 Cfa e proseguono con il cliente successivo.</p>



<p>Questa scena di tipica vita africana più di una volta ha fatto sorgere in me molteplici domande su cosa realmente si nascondesse dietro quel banchetto. Donne contente di lavorare fuori casa friggendo frittelle per tutta la vita o donne che vorrebbero fare di più ma che si sono abituate a questo stile di vita?</p>



<p>Essere donna in Africa può essere faticoso, può significare lottare giornalmente per ottenere gli stessi diritti di un uomo, può significare ingiustizia e sottomissione. Ma può anche significare amore, famiglia e rispetto.</p>



<p>Spostandosi dal Senegal verso altri Paesi africani, magari tra i più radicali, troviamo donne non incluse nella società, che ancora oggi, nel 2019, risulta prettamente maschilista e ostile al cambiamento.</p>



<p>La condizione femminile in Africa non è riassumibile per grandi settori, non si può affermare, come fanno molti, che in Africa subsahariana le donne siano più rispettate rispetto alle donne dell’Africa centrale. L’approccio al mondo femminile è vario e difforme in tutto il continente.</p>



<p>Come abbiamo visto, in Senegal le donne possono lavorare e guadagnare, seppur in maniera discreta, a differenza di altri Paesi in cui questo è vietato. Nella carta costituzionale ghanese, per esempio, si leggono pari diritti per donne e uomini ma, nella realtà, questi diritti si affievoliscono sempre di più uscendo dalle città e addentrandosi nei villaggi, dove possiamo trovare mamme con circa 5 figli a testa e con un’età media di 20 anni, costrette a rimanere a casa con i figli, senza possibilità di crescere e lavorare.</p>



<p>A dispetto della lentezza del cambiamento di mentalità che si sta avendo in quasi tutta l’Africa, non si deve essere pessimisti rispetto alla possibilità di avere in futuro un vero partenariato fra uomini e donne fondato non solo sull’uguaglianza dei diritti ma su quella nei fatti.</p>



<p>Le prime conquiste sono arrivate già nell’anno passato: a partire dalla stessa Dakar che ha visto il primo sindaco donna nella persona di Soham El Wardini.</p>



<p>Dopo Soham il nome di Sahle-Work Zewde imperversò su tutti i giornali internazionali, come la prima donna presidente dell’Etiopia e unico capo di stato donna in carica in tutto il continente Africano. L’elezione di Sahle arrivò in un momento storico molto importante, una settimana dopo che Abiy Ahmad, primo ministro riformista, nominò un gabinetto in cui metà dei posti furono attribuiti a delle donne.</p>



<p>Le donne africane sono, quindi, spesso costrette in un mondo maschilista e ostile, le donne africane sono mamme dolcissime che stanno a capo di tutta la famiglia.<br>Le donne africane sono colorate, aperte e fondamentali per il futuro dell’intero continente.</p>
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		<title>Agromafie e agroreati: approvato il disegno legge sui reati agroalimentari</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jun 2020 08:23:41 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="895" height="500" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14200" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 895w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt-768x429.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 895px) 100vw, 895px" /></figure></div>



<p>di Cecilia Grillo</p>



<p>Il 19 aprile 2020 il Consiglio dei ministri ha approvato, su proposta unanime del ministro della Giustizia Bonafede e del ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali Bellanova, il disegno di legge denominato “<em>Nuove norme in materia di reati agroalimentari</em>”, composto da 14 articoli, che interviene sul Codice penale e sulle leggi complementari in materia.</p>



<p>Come spiega la DNA, la Direzione Nazionale Antimafia, in una sua Relazione, “il legame delle mafie con l’agricoltura ha radici antiche, di natura storico-culturale, legato alla nascita stessa del fenomeno mafioso, per larga parte originatosi proprio nelle campagne. Per questo motivo da sempre tra le altre cause di ritardato sviluppo, l&#8217;agricoltura meridionale sconta anche quello delle infiltrazioni di stampo mafioso. Tale fenomeno oggi interessa l&#8217;intero territorio nazionale, attesa la capacità delle mafie (Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta) operanti ormai in forma di impresa, di espandersi verso il Nord Italia seguendo le direttrici logistiche del trasporto e del commercio dei prodotti agricoli”.</p>



<p>Il Disegno Legge di riforma della disciplina dei reati agroalimentari recepisce quanto elaborato dalla Commissione ministeriale nominata con d.m. 20 aprile 2015 e composta dal Ministro della Giustizia Andrea Orlando e presieduta dall’ex magistrato Giancarlo Caselli.</p>



<p>Nella relazione alla presentazione del Disegno Legge viene sottolineato come “prospettiva ultima della proposta di riforma, come ha evidenziato Caselli, è quella di arrivare a un’etichetta narrante comprensibile e trasparente, che faccia capire ai consumatori cosa c’è davvero dentro quello che ci viene venduto come cibo o come bevanda […] è la creazione di un diritto penale della vita quotidiana capace di accompagnare il consumatore ‘finale’ fino allo scaffale degli alimenti, rafforzandone la fiducia”.</p>



<p>Tra le novità principali previste dal Disegno Legge in primo luogo si deve menzionare l’introduzione del reato di agropirateria che punisce la vendita di prodotti alimentari accompagnati da falsi segni distintivi o contraffatti e che comprende, <em>inter alia</em>, tutte quelle fattispecie di contraffazione di marchi, etichette e procedure di produzione, il reato di “produzione, importazione, esportazione, commercio, trasporto, vendita o distribuzione di alimenti pericolosi o contraffatti”, nonché la “contraffazione di alimenti a denominazione protetta”.</p>



<p>Vengono introdotti dal Disegno Legge anche i reati di “disastro sanitario” (che punisce avvelenamento, contaminazione o corruzione di acque o sostanze) e l’“omesso ritiro di sostanze alimentari pericolose” dal mercato e vengono identificati i profili di responsabilità delle persone giuridiche, definendo le condizioni di esonero delle società dalle ipotesi di responsabilità amministrativa di impresa.</p>



<p>Fra le innovazioni previste dal Disegno Legge è prevista inoltre la revisione del reato di frode &#8211; in passato connesso alla consegna materiale del prodotto &#8211; che ricomprenderà anche le attività realizzate durante le fasi di produzione precedenti, ad esempio il ricorso a segni distintivi con indicazioni false e ingannevoli, saranno così sanzionate le ipotesi di falso prodotto biologico e di falsa indicazione d’origine.</p>



<p>Uno dei casi maggiormente rappresentativi è quello della vendita dell’olio d’oliva: accade spesso che bottiglie con etichette che rimandano all’italianità del prodotto contengano olio di importazione.</p>



<p>Il Disegno Legge interviene principalmente rispetto alla tutela della salute pubblica, delimitando la categoria dei reati di pericolo contro la salute e al contrasto delle frodi in commercio di prodotti alimentari in modo da tutelare la lealtà commerciale.</p>



<p>L’ex ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, Maurizio Martina, aveva dichiarato, in relazione ai fondamentali passi in avanti per la lotta ai reati agroalimentari, che “con l’approvazione del disegno di legge, frutto del lavoro della Commissione guidata dal Presidente Giancarlo Caselli con il ministro Andrea Orlando, l’Italia propone un modello nuovo di contrasto al crimine in questo settore strategico. L’agropirateria diventa reato, le frodi commesse dalle organizzazioni mafiose vengono punite più duramente, la tutela della salute dei consumatori si rafforza. Dopo la legge contro il caporalato, serve una svolta per la massima legalità nella filiera del cibo.”</p>



<p>Secondo quanto riportato dalla Coldiretti, “almeno un prodotto su tre del settore agroalimentare importato in Italia viene trasformato nel nostro Paese e poi venduto sul nostro mercato interno e all’estero con il marchio <em>Made in Italy</em>”.</p>



<p>A tal riguardo, la Ministra Bellanova in una nota diffusa dal Mipaaf specifica come “il falso <em>made in Italy</em> costa al nostro Paese 100 miliardi di euro l’anno, contro i circa 42 di <em>export</em> dei prodotti autentici. Un vero e proprio furto di identità che danneggia i nostri produttori, mina la salute dei consumatori, ingannandoli, rischia di incrinare la reputazione del Paese. Con questo testo, che prende le mosse da una proposta della Commissione Caselli,&nbsp;si garantisce l’effettiva tutela dei prodotti alimentari, si rielabora il sistema delle sanzioni, si amplia la sfera delle tutele”.</p>



<p>Tale disegno legge è di notevole importanza per la tutela della salute pubblica e della qualità del sistema di produzione italiano di una delle filiere produttive più redditizie e rappresentative d’Italia in quanto “le agromafie non solo si appropriano di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocano l’imprenditoria onesta, ma compromettono in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani ed il valore del marchio<em> Made in Italy</em>”.</p>
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		<title>Che fare della (non più ex) ILVA</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Nov 2019 08:00:30 +0000</pubDate>
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<p>di Guido Viale (da <a href="http://pressenza.com?utm_source=rss&utm_medium=rss ">pressenza.com</a>)</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/ilva-taranto-1-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13254" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/ilva-taranto-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/ilva-taranto-1-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/ilva-taranto-1-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>La situazione in cui si ritrova l’ex-Ilva di Taranto non è un conflitto tra salute e occupazione ma una lotta tra operai e padroni (dei padroni contro gli operai); non è un esercizio di compatibilità tra ambiente e “sviluppo” ma l’evidenza di una alternativa ineludibile tra conversione ecologica e catastrofe climatica e ambientale. Situazione che apre una voragine destinata a inghiottire l’esistenza di 20mila lavoratori e di 20mila famiglie, ma porta alla luce anche l’inganno di uno “sviluppo” che non ha più spazio per riprodursi e perpetuarsi. Che fare allora della non più ex-Ilva?</p>



<p>La strada imboccata dal Governo è la peggiore. Inseguire un gruppo industriale perché “si prenda cura” di un impianto di cui ha assunto la proprietà solo per “toglierlo di mezzo” e acquisirne il mercato non è buona politica. Se anche si arrivasse all’accordo, quel gruppo troverà nuove occasioni per sfilarsi; non certo per rilanciarlo. E’ peggio che lasciare tutto in mano ai Riva, che lo spremevano fino a che non fosse andato per sempre in malora.</p>



<p>Smantellare l’impianto, risanare il sito e ricostruirlo altrove? A parte il costo stratosferico, che prospettive potrebbe mai avere un impianto nuovo (magari alimentato a gas: così si giustifica anche il Tap) in un mercato dell’acciaio destinato a contrarsi?</p>



<p>Tenerne in vita solo una parte e cercare soluzioni alternative – il risanamento del sito &#8211; per le maestranze “superflue”? Perderebbe l’unico vantaggio competitivo che ha, il gigantismo, senza promettere né di andare in attivo né di finanziare la bonifica.</p>



<p>Chiuderlo e cercare delle alternative? Sì, ma non possono essere improvvisazioni o espedienti come la “panacea” del turismo: l’industria a maggior impatto ambientale del mondo; che andrà presto in crisi mano a mano che aereo e navi da crociera verranno messi sotto accusa come maggiori emettitori di CO2.</p>



<p>E poi. A chi affidare la riconversione? Ai privati? In Italia, ma anche in quasi tutto il mondo, gli investimenti industriali languono. A maggior ragione su soluzioni dalle scarse prospettive. A incentivi sufficienti a smuoverne gli appetiti? A prescindere dai vincoli sugli aiuti di Stato, si sa che i beneficiari li incassano e poi se ne vanno. Allo Stato, attraverso una nazionalizzazione (totale o al 30 per cento)? Ma, ristrettezze della finanza pubblica a parte, dov’è il management per gestire un impianto del genere? Aggiungi che i Riva avevano smantellato non solo il management Italsider, ma anche tutto il quadro intermedio, affiancandolo con una rete di “fiduciari dell’azienda” che facevano il bello e il cattivo tempo per conto del padrone. Chi è in grado di assumersi un compito titanico del genere senza bluffare, come hanno fatto finora tutti i commissari? Non c’è più l’Iri che, nel bene e nel male, era stata una scuola e un vivaio di manager per tutto il settore pubblico, con una propria “cultura aziendale”. Oggi, a dirigere quello che di pubblico è rimasto nell’economia italiana vengono chiamati solo squali che hanno fatto strada nel settore privato o nella finanza.&nbsp;</p>



<p>Ma l’Italia, si dice, non può fare a meno del “suo” acciaio. Quale Italia? Quella che ha 1,7 auto private per abitante (il tasso più alto dell’Europa)? Non durerà a lungo. E quanto acciaio? Quello per alimentare le catene di FCA che con PSA, si ridimensioneranno, o Fincantieri che fa solo più navi da crociera e da guerra, o Leonardo, totalmente riconvertito alla produzione di armi? Sono tutte aziende senza futuro: la crisi climatica ne metterà fuori uso le produzioni (già lo sta facendo) e l’industria bellica – l’unica che prospera &#8211; va messa in crisi lottando per la pace.</p>



<p>Alla discussione sul futuro dell’Ilva e di Taranto mancano due cose fondamentali: una è la crisi climatica, che imporrà in tempi molto stretti una radicale riconversione dell’apparato produttivo: con la chiusura di tutte gli impianti incompatibili con le esigenze di una economia&nbsp;<em>climate-friendly</em>, pena il loro collasso per mancanza di mercato; ma anche con l’apertura di altrettante iniziative necessarie alla riconversione: in campo energetico, impiantistico, agroalimentare, nella mobilità, nell’edilizia, nel risanamento del territorio, oltre che in tutti gli ambiti del “prendersi cura” delle persone: istruzione, salute, cultura, assistenza). L’altra è la necessità di una nuova&nbsp;<em>governance</em>&nbsp;dell’apparato produttivo e del territorio, considerati insieme; perché fanno parte di uno stesso mondo, che è quello della vita quotidiana di ciascuno. La gestione attuale è inadeguata e incapace di immaginare l’ineludibile transizione che ci attende. Non c’è personale per gestirla né nelle direzioni aziendali o nelle sedi dell’alta finanza, né al governo degli Stati o delle amministrazioni locali; e meno che mai alla Bocconi. Quelle competenze ci sono, ma sono senza voce e disperse; si possono recuperare solo mettendo insieme maestranze, tecnici, associazioni civiche, Università, pezzi sparsi del management e dei governi locali. Innanzitutto, per &nbsp; valutare insieme che cosa si può salvare, che cosa si può riconvertire e che cosa va eliminato dell’apparato produttivo e dell’assetto territoriale esistente. E’ quello che si poteva e doveva fare già sei anni fa, quando i “cittadini e lavoratori liberi e pensanti” avevano preso in mano la questione, riuscendo a convocare in piazza assemblee quotidiane con migliaia di presenze che si è fatto di tutto per soffocare. Oggi si lamenta che la partecipazione langue? Taranto, soprattutto allora, ha dimostrato il contrario. Langue se la si soffoca; fiorisce se si apre uno spiraglio per cambiare le cose.&nbsp;</p>



<p>Presto la crisi climatica e ambientale la rimetterà all’ordine del giorno ovunque. In attesa di una politica industriale che includa questi processi, i lavoratori che sanno che perderanno il posto comunque potrebbero rivelarsi i veri sostenitori della transizione.&nbsp;<br></p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Gli obblighi di rendicontazione non finanziaria per le imprese</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Feb 2019 07:51:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Fabiana Brigante Nel percorso verso un’economia globale sostenibile e che coniughi redditività a lungo termine, giustizia sociale e protezione dell’ambiente, la trasparenza delle imprese circa il proprio operato acquista, come è facilmente intuibile,&#46;&#46;&#46;</p>
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<p style="text-align: left;" align="CENTER">di Fabiana Brigante</p>
<p align="JUSTIFY">Nel percorso verso un’economia globale sostenibile e che coniughi redditività a lungo termine, giustizia sociale e protezione dell’ambiente, la trasparenza delle imprese circa il proprio operato acquista, come è facilmente intuibile, un ruolo fondamentale. Nel 2011 la Commissione Europea poneva l’accento sulla necessità di fissare uno standard uniforme tra gli Stati Membri circa la trasparenza delle informazioni “non finanziarie” fornite dalle imprese nei rispettivi settori. Nel 2014 l’Unione Europea approvava la Direttiva 2014/95/UE, recante alcune modifiche alla precedente Direttiva 2013/34/UE, stabilendo nuovi standard minimi di comunicazione da parte delle imprese con più di 500 dipendenti di informazioni in materia ambientale e sociale, in relazione alla gestione del personale, al rispetto dei diritti umani e alla lotta alla corruzione attiva e passiva, allo scopo di fornire agli investitori e alle altre parti interessate un quadro più completo sullo sviluppo, performance ed impatto della propria attività di produzione.</p>
<p align="JUSTIFY">Secondo quanto previsto dalla Direttiva, le imprese sono tenute ad elaborare una dichiarazione comprendente le politiche attuate, i risultati conseguiti e i rischi connessi alla propria attività, insieme ad altre informazioni circa le procedure in materia di <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>due diligence</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">. </span></span>In materia ambientale, la Direttiva prevede che le dichiarazioni devono contenere “informazioni dettagliate riguardanti l’impatto attuale e prevedibile delle attività dell&#8217;impresa sull’ambiente nonché, ove opportuno, sulla salute e la sicurezza, l’utilizzo delle risorse energetiche rinnovabili e/o non rinnovabili, le emissioni di gas a effetto serra, l’impiego di risorse idriche e l’inquinamento atmosferico”, mentre per quanto concerne gli aspetti sociali e attinenti al personale, le informazioni richieste riguardano “le azioni intraprese per garantire l’uguaglianza di genere, l’attuazione delle convenzioni fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro, le condizioni lavorative, il dialogo sociale, il rispetto del diritto dei lavoratori di essere informati e consultati, il rispetto dei diritti sindacali, la salute e la sicurezza sul lavoro e il dialogo con le comunità locali, e/o le azioni intraprese per garantire la tutela e lo sviluppo di tali comunità”. Non ultimo, la Direttiva prevede l’inclusione di informazioni sulla prevenzione delle violazioni dei diritti umani e sugli strumenti esistenti per combattere la corruzione attiva e passiva.</p>
<p align="JUSTIFY">In Italia, la Direttiva 2014/95/UE è stata attuata dal Decreto Legislativo 30 dicembre 2016, n. 254; il provvedimento è entrato in vigore il 25 gennaio 2017 e le sue disposizioni si applicano agli esercizi finanziari a partire dal 1 gennaio 2017.</p>
<p align="JUSTIFY">Nonostante la Direttiva costituisca senza dubbio un passo importante nel definire obblighi di trasparenza delle imprese circa le misure da adottare per operare nel pieno rispetto dei diritti umani, è stata criticata in quanto la stessa non specifica in modo sufficientemente dettagliato quali informazioni debbano essere divulgate, lasciando dunque uno spiraglio aperto alla inadempienza dei suoi destinatari. Come già detto, garantire una divulgazione di alta qualità su questi temi ha un ruolo fondamentale nel perseguimento di obiettivi di crescita sostenibile e nella gestione dei rischi derivanti dal cambiamento climatico o dal degrado ambientale, per citarne alcuni.</p>
<p align="JUSTIFY">Per affrontare questo problema, alcune organizzazioni ed esperti si sono riuniti nell’ambito di un progetto di ricerca triennale<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> (</span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Alliance for Corporate Transparency</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">) </span></span>con l’obiettivo di analizzare gli <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>step </i></span></span>intrapresi dalle imprese europee al fine di implementare le disposizioni della Direttiva NFR<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> (</span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Non- Financial Reporting</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">) </span></span>e qualisiano le azioni da intraprendere per migliorare il quadro UE sul tema.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 2018, il progetto ha valutato oltre 100 aziende appartenenti ai settori dell’energia ed estrattivo, delle tecnologie dell’informazione, della comunicazione e dell’assistenza sanitaria. Il campione iniziale di società comprendeva gruppi più grandi di oltre 20 società provenienti da Spagna, Francia e Regno Unito e campioni di controllo più piccoli provenienti dalla Germania, dalla penisola scandinava e dall’Europa centrale e orientale (Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia).</p>
<p align="JUSTIFY">L’analisi dei dati raccolti mostra che la maggioranza delle aziende riconosce nei propri rapporti l’importanza delle questioni ambientali e sociali per il proprio business. Tuttavia, solo nel 50% dei casi per le questioni ambientali e in meno del 40% per le questioni sociali e relative alle misure anti-corruzione, le informazioni fornite sono considerate chiare in termini di questioni concrete, obiettivi e principali rischi. Infatti, è stato ritenuto che le informazioni generali fornite dalla maggior parte delle aziende non consentono ai lettori di comprendere il loro impatto e, per estensione, il loro sviluppo, come richiesto dalla Direttiva NFR.</p>
<p align="JUSTIFY">I risultati più rilevanti della ricerca sono i seguenti:</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; </span></span>Per quanto riguarda il cambiamento climatico, il 90% delle aziende riferisce sui cambiamenti climatici, ma solo il 47% specifica chiaramente quali siano gli obiettivi perseguiti dalle proprie politiche ambientali ed in che modo gli stessi siano concretamente perseguiti. È considerato come un dato allarmante il fatto che solo il 26% delle società analizzate appartenenti ai settori dell’energia e a quello estrattivo abbia definito le proprie azioni per diminuire le emissioni di gas a effetto serra in linea con quanto previsto dall’Accordo di Parigi (mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2° rispetto ai livelli preindustriali). Al riguardo, si ritiene che gli interventi legislativi dovrebbero chiarire quali informazioni debbano essere contenute nei piani di transizione a lungo termine delle società verso un’economia a zero emissioni di carbonio e le loro implicazioni economiche.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; </span></span>Circa le problematiche ambientali, le aziende in esame hanno riferito su temi come l’utilizzo di risorse idriche, l’inquinamento, i rifiuti e, in misura minore, la biodiversità, ma alcuni aspetti chiave sono stati trascurati. Questi aspetti includono, ad esempio, l’inquinamento causato dai trasporti, che è menzionato dal 21% delle aziende, o il consumo di acqua e i rischi nelle aree dotate di scarse risorse idriche e di confine, segnalate solo dal 24% delle aziende in esame.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; </span></span>Sul tema delle questioni legate ai lavoratori e alle problematiche sociali, la maggior parte delle aziende riporta indicatori legati ai propri dipendenti diretti, mentre raramente sono fornite informazioni sui lavoratori esternalizzati, che rappresentano la parte più vulnerabile della forza lavoro delle aziende. La selezione di questi indicatori è, tuttavia, lungi dall&#8217;essere standardizzata. La maggior parte delle aziende fornisce informazioni sul numero di dipendenti (92%), equilibrio generale di genere (81%), politiche antidiscriminatorie (79%), salute e sicurezza (80%). Un numero interiore di aziende rivela informazioni più dettagliate sugli effetti delle proprie politiche (il 36% riferisce di miglioramenti conseguenti alle politiche antidiscriminatorie intraprese) e pochissimi forniscono informazioni paese per paese su questioni delicate quali pari opportunità (6%) e libertà di associazione dei lavoratori (10%). Vale anche la pena notare che il 39% delle aziende non ha fornito informazioni sulla capacità dei propri dipendenti di esprimere preoccupazioni senza timori di subire ripercussioni.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; </span></span>Diritti umani: Oltre il 90% delle aziende esprime il proprio impegno a rispettare i diritti umani e il 70% si impegna a garantire la protezione dei diritti umani anche nelle proprie catene di approvvigionamento. <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia, solo il 36% descrive il proprio sistema di </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>due diligence</i></span></span> dei diritti umani e il 10% descrive esempi o indicatori di una gestione efficace di tali questioni. Le aziende segnalano comunemente informazioni sugli audit sui diritti umani (58%), ma la divulgazione dei risultati è molto meno comune (25%), così come la divulgazione delle azioni conseguentemente adottate (16%). Analogamente, solo l’8% delle aziende discute i limiti degli audit nel valutare l’impatto della propria attività sui diritti umani, nonostante gli stessi siano universalmente riconosciuti, come dimostrato dal crollo del Rana Plaza nel 2013 e da innumerevoli altri incidenti che nel corso del tempo sono stati registrati nelle fabbriche delle società controllate.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; </span></span>Lotta alla corruzione: Come mostrato in tutta la ricerca, vi è una notevole attenzione alla divulgazione dei programmi anti-corruzione; i risultati delle valutazioni mostrano un alto livello di rendicontazione dell’impegno contro la corruzione (91%), disciplina del whistleblowing (76%), programmi di formazione (75%) e regole su regali e ospitalità (73%). Nonostante ciò, un numero relativamente basso di aziende spiega effettivamente i principali elementi propri programmi anticorruzione (62%). Per quanto riguarda le informazioni sull’influenza politica, va notato che il 54% delle aziende rivela le proprie politiche in merito al divieto o alla divulgazione di contributi politici. Tuttavia, pochissime aziende divulgano informazioni sui propri sforzi per influenzare le politiche pubbliche (solo il 10% rivela le proprie spese di lobby).</p>
<p align="JUSTIFY">Come dimostrato dalla ricerca, allo stato attuale il reporting di sostenibilità aziendale non consente agli investitori e agli altri <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>stakeholders</i></span></span> di comprendere gli impatti e i rischi delle società e le loro strategie per affrontarli; tale pratica è alimentata dal fatto che né la direttiva NFR né le linee guida includano requisiti chiari per la forma della dichiarazione non finanziaria.</p>
<p align="JUSTIFY">La soluzione a questa situazione sarebbe quella di migliorare la specificità della direttiva NFR in relazione alle informazioni che le società dovrebbero divulgare. I risultati della menzionata ricerca suggeriscono ulteriori modifiche che migliorerebbero l’attuazione della direttiva NFR e che dovrebbero essere prese in considerazione. Esse comprendono:</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; </span></span>un maggiore controllo da parte dei governi nazionali;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; </span></span>la pubblicazione di un elenco di società destinatarie della direttiva con indicazione delle loro supply chains per consentire il monitoraggio di terze parti;</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; fornire alla società civile strumenti per richiedere il rispetto della normativa.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Per consultare il testo integrale del report (in lingua inglese), si veda: <a href="http://allianceforcorporatetransparency.org/assets/2018_Research_Report_Alliance_Corporate_Transparency-66d0af6a05f153119e7cffe6df2f11b094affe9aaf4b13ae14db04e395c54a84.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://allianceforcorporatetransparency.org/assets/2018_Research_Report_Alliance_Corporate_Transparency-66d0af6a05f153119e7cffe6df2f11b094affe9aaf4b13ae14db04e395c54a84.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a> </span></span></p>
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		<title>Povertà in attesa: il rapporto della Caritas</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Oct 2018 06:31:56 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/img800-caritas-in-italia-un-esercito-di-poveri-in-attesa-139250.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11509" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/img800-caritas-in-italia-un-esercito-di-poveri-in-attesa-139250.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="800" height="464" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/img800-caritas-in-italia-un-esercito-di-poveri-in-attesa-139250.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/img800-caritas-in-italia-un-esercito-di-poveri-in-attesa-139250-300x174.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/img800-caritas-in-italia-un-esercito-di-poveri-in-attesa-139250-768x445.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><i>Povertà in attesa, </i>questo il titolo dell&#8217;ultimo rapporto della Caritas sul tema della povertà in Italia.<i> </i>Secondo l&#8217;indagine, il numero dei poveri assoluti supera i 5 milioni e continua ad aumentare. La causa principale è la crisi economico-lavorativa che porta, come cosenguenze, all&#8217;isolamento sociale, alla fragilità e alla paura per il Futuro. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Il titolo del rapporto deriva dal fatto che esiste un numero molto alto di persone indigenti che “non sembra trovare risposte e le cui storie si connotano per un&#8217;allarmante cronicizzazione e multidimensionalità dei bisogni”, si legge nel testo.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Le “storie”, appunto: non numeri o dati statistici. Ma dietro a ogni numero, ci sono individui – donne e uomini – con un Passato, un Presente e che sperano in Futuro migliore, forse con figli da mantenere, genitori da accudire. Esistenze. Cuori. Anime. Menti. Corpi. Non numeri.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><i>&#8220;Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia&#8221; e il 5° &#8220;Rapporto sulle politiche contro la povertà in Italia&#8221;, con l&#8217;intento di offrire uno strumento aggiornato di studio ed approfondimento, nonché per stimolare l’azione delle istituzioni civili, e per questo analizza in particolare l’attuazione in Italia del Reddito di Inclusione (REI). </i></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Qui una </span><strong><a href="http://www.caritasitaliana.it/pls/caritasitaliana/v3_s2ew_consultazione.redir_allegati_doc?p_id_pagina=7847&amp;p_id_allegato=6062&amp;p_url_rimando=/caritasitaliana/allegati/7847/Poverta%20in%20Attesa_Sintesi.pdf&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener">sintesi del Rapporto</a></strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"> e </span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><a href="http://www.caritasitaliana.it/pls/caritasitaliana/v3_s2ew_consultazione.redir_allegati_doc?p_id_pagina=7847&amp;p_id_allegato=6063&amp;p_url_rimando=/caritasitaliana/allegati/7847/Infografica%206.pdf&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener">un&#8217;infografica</a>.</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Video di approfondimento:</span></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=yMAbvsY04mE&utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-video-0" target="_blank" rel="noopener">Carlo Borgomeo, Presidente Fondazione CON IL SUD e impresa sociale Con i bambini</a></p>
<p><a href="https://youtu.be/pudAYlDPyEM?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-video-1" target="_blank" rel="noopener">Federica De Lauso, Ufficio Studi Caritas Italiana</a></p>
<p><a href="https://youtu.be/ENe9GKmsVH4?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-video-2" target="_blank" rel="noopener">Gianmario Gazzi, Consiglio Nazionale Ordine Assistenti sociali</a></p>
<p><a href="https://youtu.be/-qvexUu-WIU?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-video-3" target="_blank" rel="noopener">Lorenzo Lusignoli, Dipartimento politiche sociali e sanitarie della Cisl</a></p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2018/10/18/poverta-in-attesa-il-rapporto-della-caritas/">Povertà in attesa: il rapporto della Caritas</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Big Data e profili di responsabilità d’impresa: le novità del GDPR</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Aug 2018 07:58:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Fabiana Brigante Le innovazioni nelle tecnologie dell&#8217;informazione e della comunicazione e Internet hanno rivoluzionato le forme di interazione tra individui. Da un lato, queste tecnologie sono considerate strumenti cruciali per migliorare il godimento&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/gdpr_1040880751.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11149" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/gdpr_1040880751.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1000" height="563" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/gdpr_1040880751.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1000w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/gdpr_1040880751-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/gdpr_1040880751-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></a></b></span></span></p>
<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">
<p style="text-align: left;" align="RIGHT">di Fabiana Brigante</p>
<p align="JUSTIFY">Le innovazioni nelle tecnologie dell&#8217;informazione e della comunicazione e Internet hanno rivoluzionato le forme di interazione tra individui. Da un lato, queste tecnologie sono considerate strumenti cruciali per migliorare il godimento dei diritti umani, come l&#8217;accesso all&#8217;informazione, il diritto a un livello di vita adeguato, all&#8217;istruzione, alla salute e allo sviluppo. D&#8217;altra parte, i cambiamenti nelle tecnologie hanno aumentato le opportunità per gli Stati di sorvegliare ed intervenire nella vita privata dei propri cittadini.</p>
<p align="JUSTIFY">Sorveglianza e censura nel regno digitale rappresentano una seria minaccia per il godimento, rispettivamente, dei diritti alla privacy e alla libertà di espressione; anche se gli Stati hanno il potere di comprimere, a determinate condizioni ed entro certi limiti, questi diritti &#8211; per esempio, nel cercare di indagare sulla commissione di un crimine o impedire la diffusione di discorsi di incitamento all&#8217;odio e pornografia infantile – l’interesse alla tutela della sicurezza pubblica può facilmente degenerare in interferenze illecite o arbitrarie che mettono a repentaglio il godimento dei diritti umani da parte degli individui.</p>
<p align="JUSTIFY">Mentre la responsabilità delle violazioni dei diritti umani è in primo luogo dei governi, le società, in particolare i fornitori di servizi Internet (Internet Service Providers), svolgono un ruolo centrale nel fornire agli Stati i mezzi necessari per perpetrare gli abusi sopra citati. Non solo i providers possono filtrare o censurare le informazioni, ma possono diventare veri e propri ‘informatori’ dei governi, fornendo a questi ultimi i dati raccolti dagli utenti online o rivelando la loro identità.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma come possono le imprese interferire con il diritto alla privacy dei propri utenti? I cambiamenti nella tecnologia e l&#8217;emergere di nuovi modelli di business hanno permesso alle aziende di raccogliere, archiviare, manipolare e condividere quantità crescenti di dati dei consumatori. Nella vita di tutti i giorni, infatti, le persone producono un&#8217;enorme quantità di dati raccolti, raccolti e analizzati dalle società; questo fenomeno ha assunto il nome di &#8220;Big data&#8221;. Questa raccolta e il salvataggio dei dati consentono alle aziende di focalizzare meglio la propria pubblicità; nel 2012, ad esempio, il New York Times ha spiegato come la catena di distribuzione Target Corporation potesse determinare dalle abitudini di acquisto delle donne se esse fossero o meno in dolce attesa. I telefoni cellulari sono in grado di calcolare la posizione dei loro proprietari, i portatili memorizzano gli acquisti online, le auto moderne registrano la velocità nella loro scatola nera.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 2013 un tecnico della National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti, Edward Snowden, rivelò l&#8217;esistenza di Prism, un programma di sorveglianza di massa che monitorava l&#8217;attività di Internet e telefonica di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Si trattava di sorveglianza di massa indiscriminata, avente come obiettivi privati cittadini e istituzioni di vari paesi, inclusi alleati occidentali degli Stati Uniti e membri della NATO. Ancora, e più di recente, l’inchiesta su Cambridge Analytica – che rivelò come la società di analisi di dati legata all&#8217;ex consigliere di Trump, Steve Bannon, aveva violato 50 milioni di profili Facebook per influenzare le elezioni – ha puntato ancora una volta i riflettori sui pericoli che nell’era digitale minano il nostro diritto alla riservatezza.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 27 aprile 2016, l&#8217;Unione Europea ha adottato il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR); esso è divenuto applicabile in tutti gli Stati dell’Unione a partire dal 25 maggio 2018. Il GDPR riconosce che, mentre il libero flusso di informazioni è essenziale per il commercio, le informazioni personali devono essere protette per salvaguardare i diritti e le libertà fondamentali, in particolare il diritto alla privacy.</p>
<p align="JUSTIFY">Il GDPR impone a qualunque ente o azienda, a prescindere dal luogo in cui sia collocata la sede legale e che fornisca servizi a cittadini dell’Unione, di osservare e garantire regole per la protezione e l’utilizzo dei dati forniti dagli interessati per il servizio richiesto e di sorvegliare attraverso apposite strutture operative responsabili il rispetto delle stesse, informando tempestivamente le vittime di eventuali violazioni.</p>
<p align="JUSTIFY">Uno dei punti centrali del GDPR ruota attorno al concetto di accountability, o anche responsabilizzazione. A tal proposito emergono le figure de il titolare del trattamento e il responsabile del trattamento. Il primo, così come definito dall’art. 4 del GDPR, ha il compito di determinare “le finalità e i mezzi del trattamento di dati personali”; il responsabile del trattamento invece è individuato quale soggetto che “tratta dati personali per conto del titolare del trattamento”. Mentre sul titolare del trattamento grava l’obbligo di attuare politiche adeguate in materia di protezione dei dati, incluse la formazione del personale e la documentazione delle violazioni dei dati personali, il responsabile del trattamento è tenuto, tra le altre cose, ad obblighi di trasparenza verso il titolare e ad adottare tutte le misure tecniche ed organizzative tese a garantire la sicurezza dei dati. L’approccio scelto dal GDPR è adesso proattivo e non più reattivo, in quanto i singoli titolari sono chiamati a decidere quale sia il modo migliore per rispettare la disciplina del Regolamento nell’ambito dello specifico trattamento effettuato; la valutazione dei rischi per i diritti e le libertà degli interessati posti dalle specifiche attività di trattamento di dati personali è rimessa di fatto a ciascun titolare. Il GDPR, tuttavia, introduce alcuni criteri specifici che i titolari dovranno rispettare e che li potranno guidare nell’applicazione della disciplina, tra i quali rilevano, quelli di “privacy by design” e “privacy by default”. Il primo indica l’obbligo di prevedere già in fase di progettazione dei sistemi informatici e applicativi, di sistemi che tengano costantemente sotto controllo i rischi che il trattamento può comportare per la tutela degli interessati. Per “privacy by default”, invece, si intende la necessità, tutte le volte in cui un soggetto ceda i propri dati ad un terzo, dell’esistenza di una procedura interna che preveda e disciplini le modalità di acquisizione, trattamento, protezione e modalità di diffusione. Si parla dunque di ‘responsabilizzazione’ in quanto sono le imprese ad essere chiamate a compiere una valutazione delle attività che comportano trattamento e circolazione di dati personali e, sulla base di tale analisi, identificare i possibili rischi che possano derivarne per i diritti e le libertà degli individui coinvolti e predisporre un sistema di misure di sicurezza adeguate per porre in essere una protezione dei dati che sia effettiva.</p>
<p align="JUSTIFY">Il GDPR, inoltre prevede la designazione della figura del Data Protection Officer (DPO), in italiano Responsabile della protezione dei dati, da parte del titolare del trattamento e del responsabile del trattamento; questa figura prima dell’entrata in vigore del Regolamento esisteva solo in alcuni ordinamenti degli Stati europei. Il DPO ha, in primo luogo, il compito di vigilare sull’osservanza del GDPR da parte dei titolari che gli affidano tale incarico. Tra le mansioni svolte dal DPO si possono annoverare: i) la raccolta di informazioni per individuare i trattamenti svolti; ii) l’analisi e la verifica della conformità dei trattamenti al Regolamento; iii) l’attività di informazione, consulenza e indirizzo nei confronti di titolare o responsabile. Altro compito affidato al DPO è quello di assistere il titolare del trattamento dei dati nello svolgimento della valutazione d’impatto sulla protezione dei dati.</p>
<p align="JUSTIFY">Per quanto riguarda il sistema sanzionatorio previsto dal GDPR, esso si fonda principalmente sulla previsione di sanzioni amministrative pecuniarie. Quando sia accertata la violazione delle norme sancite dal Regolamento, l’autorità di controllo competente (in Italia, l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali) potrà individuare la sanzione ritenuta più adeguata al caso concreto. Inoltre il Regolamento prevede la possibilità per le Autorità garanti di adottare anche misure di tipo correttivo, come ad esempio ammonimenti al titolare e al responsabile in caso di violazioni della normativa, oppure imporre limitazioni ai trattamenti, fino a vietarli completamente.</p>
<p align="JUSTIFY">Pochi giorni fa, precisamente l’8 agosto, è stato approvato il decreto legislativo di armonizzazione del Codice Privacy (d.lgs. n. 196/2003) e delle altre leggi dello Stato alla normativa europea. Sebbene i regolamenti europei siano, per definizione obbligatori in tutti i loro elementi e direttamente applicabili in tutti gli Stati membri, senza dunque bisogno di strumenti nazionali di recepimento o implementazione, nel caso del GDPR il legislatore europeo del 2016 ha preferito lasciare agli Stati alcuni margini di manovra. Sono comunque fatti salvi per un periodo transitorio i provvedimenti del Garante e le autorizzazioni, che saranno oggetto di successivo riesame, nonché i Codici deontologici vigenti.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Lavoro autonomo e pratiche transnazionali degli immigrati: imprenditori marocchini ad Amsterdam e Milano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2015 04:36:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Dal convegno organizzato dall&#8217;Università Bocconi di Milano e dalla Fondazione Roberto Franceschi) Il tema del lavoro autonomo degli immigrati ha riscosso ampio interesse nella letteratura (Ambrosini, 2011) visto la sua importanza e rilevanza nella&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
(Dal<br />
convegno organizzato dall&#8217;Università Bocconi di Milano e dalla<br />
Fondazione Roberto Franceschi)</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Il<br />
tema del lavoro autonomo degli immigrati ha riscosso ampio interesse<br />
nella letteratura (Ambrosini, 2011) visto la sua importanza e<br />
rilevanza nella società attuale. La maggioranza di queste ricerche<br />
si sono focalizzate sulle esperienze imprenditoriali esclusivamente<br />
centrate nel paese di immigrazione. Ad ogni modo, grazie<br />
all’incremento della possibilità di comunicazione e di<br />
spostamento, una fetta sempre maggiore di questi imprenditori ha<br />
avviato attività che collegano il paese di immigrazione con altri<br />
paesi (specialmente quello di origine), intraprendendo forme di<br />
attività imprenditoriale transnazionale. Queste esperienze hanno<br />
incominciato a catturare l’attenzione degli studiosi solo<br />
recentemente (Chen, Tan, 2009; Drori <em>et<br />
al.</em>, 2009; Ambrosini,<br />
2012). Proprio per questo, il fenomeno non è stato ancora analizzato<br />
in profondità e non sono state sottolineate le specificità che<br />
distinguono questo particolare segmento dalla categoria generale<br />
degli imprenditori immigrati.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
In<br />
modo da fornire alcune prime evidenze empiriche sul tema, la ricerca<br />
qui presentata ha analizzato il caso degli imprenditori marocchini ad<br />
Amsterdam e Milano (N=70). In particolare, ci si è focalizzati sulle<br />
pratiche imprenditoriali (in termini di risorse utilizzate) e su<br />
quelle transnazionali più in generale (legate sia alla sfera<br />
economico-lavorativa sia a quella sociale). La ricerca è anche<br />
consistita in un approfondimento teorico-concettuale in modo da<br />
evidenziare l’approccio teorico più consono per analizzare le<br />
nuove esperienze di imprenditoria transnazionale.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Nel<br />
corso della ricerca sono stati intervistati imprenditori sia con<br />
un’attività transnazionale (per esempio: import/export) sia con<br />
un’attività maggiormente locale, in modo da evidenziare le<br />
differenze fra questi due gruppi di imprenditori immigrati.&nbsp; A<br />
livello teorico-concettuale, partendo dall’approccio della <em>mixed<br />
embeddedness</em> (Kloosterman,<br />
Rath, 2001) si è evidenziato l’importanza di caratteristiche<br />
strutturali, contatti sociali e risorse individuali, utilizzando i<br />
concetti di <em>structural</em><br />
e <em>relational embeddedness</em>.<br />
A livello empirico, la ricerca ha mostrato alcune interessanti<br />
differenze riguardo alle risorse utilizzate sia fra imprenditori<br />
transnazionali e imprenditori locali sia all’interno della<br />
categoria degli imprenditori transnazionali. In particolare, possono<br />
essere evidenziati differenti percorsi imprenditoriali transnazionali<br />
sia in riferimento al mercato a cui le attività si rivolgono<br />
(etnico/convenzionale) sia in relazione al fatto di muovere<br />
concretamente beni (per esempio attività di import/export) o fornire<br />
servizi in connessione con l’estero, (per esempio, attività di<br />
consulenza per avviare attività all’estero). Infine, l’analisi<br />
delle pratiche transnazionali (non solo economiche) degli<br />
imprenditori marocchini ha permesso di comprendere che il fatto di<br />
sviluppare attività imprenditoriali che si sviluppano al di là dei<br />
confini del paese di immigrazione incide poco sulle pratiche<br />
transnazionali a livello maggiormente sociale.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Eccovi<br />
il link del video: https://youtu.be/KGixXRPpYio?utm_source=rss&utm_medium=rss</div>
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		<item>
		<title>Quando l&#8217;Africa è donna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Oct 2014 04:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo ricevuto, cari amici, la seguente comunicazione che vi giriamo. Martedì 28 Ottobre 2014 Sala del Refettorio, Palazzo San MacutoCamera dei Deputati, Via del Seminario, 76 – Roma La proposta nasce dalla constatazione del&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo ricevuto, cari amici, la seguente comunicazione che vi giriamo. </p>
<p>Martedì 28 Ottobre 2014</p>
<p>Sala del Refettorio, Palazzo San Macuto<br />Camera dei Deputati, Via del Seminario, 76 – Roma</p>
<p>La proposta nasce dalla constatazione del ruolo crescente che le donne africane stanno acquisendo nella vita quotidiana in Africa e non solo. Nel 2011 due donne africane, Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee e una yemenita, Tawakkul Karman, sono state insignite del premio Nobel per la pace. Le donne sono protagoniste e trainanti, sia nei settori della vita quotidiana che nell’attività politica e sociale. Sono capaci nell’organizzazione e gestione economica. Occupano ruoli importanti sia a livello politico e tante sono manager di imprese importanti in diversi paesi africani.<br />Nonostante la crisi che sta attraversando l’Italia, dove l’impiego femminile vive la condizione di maggiore debolezza, le donne sono su tutti i fronti gestendo o aprendo imprese, impegnandosi nella politica e nel sociale, accogliendo le sfide che si presentano e trasformando le stesse in opportunità. Quindi il convegno vuole anche raccontare l’impegno delle donne africane in Italia attraverso testimonianze dirette.</p>
<p>Prima parte<br />9.30 – 9.50<br />Registrazione dei partecipanti – Apertura dei lavori</p>
<p>9.50 – 10.15<br />Saluti</p>
<p>10.15 – 11.45<br />Apertura convegno: On. Cecile Kashetu Kyenge, Europarlamentare</p>
<p>“L’impegno politico delle donne in Africa”<br />Tra gli ambasciatori africani in Italia tante sono donne. Vogliamo chiedere a loro di raccontarsi e raccontare il loro lavoro. Cosa vuole dire essere donna, africana, ambasciatrice? quale può essere il ruolo della donna nelle sfide che dovrà, o dovrebbe, affrontare l’Africa per proseguire nel percorso di sviluppo socio-economico?</p>
<p>Relatori: Ambasciatrici africane in Italia</p>
<p>Break Caffé<br />11.45 – 12.00<br />
<br />
<a href="https://www.blogger.com/null?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="%3A1cv"></a><strong>Seconda parte</strong><br />12.00-<br />
13.00</p>
<p><strong>“L’Italia delle donne africane”</strong><br />Introduzione:<br />
Dott.ssa Suzanne Diku</p>
<p>In Italia sono presenti diverse donne africane e/o di origine<br />
africane impegnate sia sul piano politico/sociale che sul piano<br />
imprenditoriale. Abbiamo avvocati, medici, sindacaliste, politici e<br />
imprenditrici di grande rilievo. Dall’europarlamentare Cecile<br />
Kashetu Kyenge alla giornalista Elisa Kidane, dall’imprenditrice<br />
Edith Elise Jaomazava all’avvocato Katouar Badrane; possiamo dire<br />
che le donne africane non sono rimaste a guardare ma hanno cercato di<br />
portare avanti un messaggio di possibilità e opportunità<br />
soprattutto adesso che l’Italia, e il mondo, si trova ad affrontare<br />
una crisi dalla portata storica. Perciò, nella seconda parte del<br />
convegno, vogliamo raccontare l’Italia delle donne africane.</p>
<p>Relatrici:<br />Kaoutar Badrane (italo – marocchina) –<br />
Avvocato<br />Edith Elise Jaomazava (Madagascar)-imprendritrice<br />(1<br />
moderatore, 3 interventi – 15 min. / intervento)</p>
<p>13.00 – 13.30<br />Q&amp;A e chiusura del Convegno</p>
<p>La partecipazione al Convegno è gratuita, previa iscrizione<br />
(obbligatoria) mandando una mail a <u><a href="mailto:info@ottobreafricano.org" target="_blank">info@ottobreafricano.org</a></u></p>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Una vera e propria riforma sulla cooperazione internazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jul 2014 04:30:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vi proponiamo il comunicato ufficiale delle reti di ONG (ASSOCIAZIONE DELLE ORGANIZZAZIONI DI COOPERAZIONE E SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE) e LINK&#160; Che si tratti di una vera riforma e che siano state introdotte importanti innovazioni rispetto&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Vi proponiamo il comunicato ufficiale delle reti di ONG (ASSOCIAZIONE DELLE ORGANIZZAZIONI DI COOPERAZIONE E SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE) e LINK&nbsp;<br />
Che si<br />
tratti di una vera riforma e che siano state introdotte importanti<br />
innovazioni rispetto alla precedente legge del 1987, ventisette anni<br />
fa, nessuno può metterlo in dubbio. Il testo approvato ieri alla<br />
Camera dei Deputati è il risultato di un intenso e sistematico<br />
lavoro iniziato circa tre anni fa, riprendendo il cammino interrotto<br />
negli anni precedenti, che ha visto un’ampia partecipazione e<br />
approfonditi confronto fra le diverse parti: il Parlamento, i partiti<br />
politici e il Governo, le reti delle Ong di cooperazione e<br />
solidarietà internazionale, il Forum del Terzo Settore, le Regioni e<br />
le Autonomie locali, ministeri e istituzioni coinvolti, il sistema<br />
cooperativo, le associazioni di impresa, le università e la ricerca,<br />
esperti nazionali e internazionali.</p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<br />Le reti delle ONG hanno<br />
assicurato il massimo impegno, costituendo un gruppo di lavoro che ha<br />
mantenuto una costante interlocuzione con la politica e con gli atri<br />
soggetti della cooperazione internazionale. Ponendoci con un’unica<br />
voce, abbiamo presentato e motivato proposte e suggerimenti per<br />
migliorare i testi proposti, fino all’ultimo disegno di legge<br />
governativo del 24 gennaio 2014 e per tutto il suo esame in sede<br />
parlamentare.</p>
<p>Le richieste presentate dalle ONG nel percorso<br />
parlamentare</p>
<p>Si chiedeva, in particolare, di:<br />&#8211; superare il<br />
concetto di APS, aiuto pubblico allo sviluppo, adottando<br />
l’espressione CPS, cooperazione pubblica allo sviluppo; mettendo<br />
fine all’ormai limitato concetto donatore-ricevente per puntare sul<br />
rapporto di cooperazione e partenariato, dall’azione per sradicare<br />
la povertà, allo sviluppo sostenibile, ai diritti umani, alla<br />
pace.<br />&#8211; esprimere nel primo articolo della legge i principi<br />
fondanti e le finalità, quale indispensabile riferimento per<br />
l’Italia e tutti i soggetti della cooperazione,<br />&#8211; dare ampio<br />
riconoscimento ai vari soggetti della cooperazione allo sviluppo,<br />
nazionali e territoriali, pubblici e privati, non profit e profit,<br />
con le loro specificità e competenze, pur rimanendo la dimensione<br />
non profit emblematica e insostituibile per i valori che comunica,<br />&#8211;<br />
definire il chiaro riferimento politico, nella figura di un<br />
viceministro con pienezza di deleghe, all’interno di un “ministero<br />
degli affari esteri e della cooperazione internazionale”,<br />
quest’ultima intesa come parte qualificante della politica estera<br />
italiana,<br />&#8211; confermare il Comitato interministeriale per la<br />
cooperazione allo sviluppo, quale luogo di indirizzo politico, di<br />
programmazione con visione triennale, di coerenza delle politiche<br />
governative con le finalità della cooperazione allo sviluppo,<br />&#8211;<br />
rafforzare i poteri di indirizzo e controllo del Parlamento,<br />&#8211;<br />
definire una funzione politico-diplomatica e non più gestionale per<br />
la DGCS, Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo,<br />&#8211;<br />
attribuire reale autonomia organizzativa, regolamentare, contabile,<br />
patrimoniale e di bilancio dell’Agenzia esecutiva, competente,<br />
snella e efficiente, organizzata sulla base di criteri di efficacia,<br />
economicità, trasparenza e con un organico qualificato e<br />
proporzionale alle risorse da gestire e ai ruoli da svolgere,<br />
selezionato e qualificato,<br />&#8211; definire con chiarezza la<br />
responsabilità e l’attribuzione di competenze degli organi<br />
decisionali,<br />&#8211; assicurare unitarietà, trasparenza e pubblicità<br />
agli stanziamenti annuali complessivi attinenti alla cooperazione<br />
allo sviluppo, fissando che gli stanziamenti stabiliti non possano<br />
subire riduzioni e che le risorse non impegnate nell’esercizio<br />
siano riportate per intero all’esercizio successivo, al fine di<br />
poter garantire il rispetto degli impegni assunti nelle sedi<br />
internazionali e con i paesi partner,<br />&#8211; riportare l’Italia in<br />
linea con gli impegni e gli obiettivi assunti a livello europeo e<br />
internazionale, gradualmente, ma entro un periodo certo e definito,<br />&#8211;<br />
definire e formalizzare, rendendola regolare e sistematica, la<br />
partecipazione dei soggetti pubblici e privati, non profit e profit,<br />
alla definizione delle strategie, le linee di indirizzo, la<br />
programmazione, le forme di intervento, la valutazione<br />
dell’efficacia,<br />&#8211; riconoscere il valore delle organizzazioni<br />
della società civile ed in particolare il bagaglio storico, di<br />
conoscenze e esperienze, accumulato dalle Ong specializzate,<br />
valutandone la reale professionalità, qualità ed efficienza,<br />
rimuovendo barriere fiscali e normative che non facilitano il loro<br />
lavoro, valorizzando il volontariato internazionale, promuovendo<br />
attività di informazione e sensibilizzazione dell’opinione<br />
pubblica,<br />&#8211; stabilire per i soggetti profit criteri di valutazione<br />
basati sull’adesione agli standard di responsabilità sociale in<br />
materia di investimenti internazionali, il rispetto delle clausole<br />
sociali e ambientali e delle norme internazionali sui diritti umani e<br />
sul lavoro dignitoso, la verifica dell’osservanza di tali standard<br />
e clausole.</p>
<p>Richieste sostanzialmente recepite nella legge.<br />
Ora il regolamento:</p>
<p>Già il testo approvato dal Senato il 25<br />
giugno scorso aveva recepito molte delle richieste delle Ong, del<br />
Forum del Terzo Settore e della società civile. Quello approvato<br />
ieri dalla Camera le ha ulteriormente accolte. Non tutto è stato<br />
incorporato nel modo da noi auspicato e rimane sospeso il giudizio<br />
sull’esclusività del rapporto con la Cassa depositi e prestiti<br />
introdotta con un emendamento dell’ultimo minuto, perché necessita<br />
approfondimento. Ma il nostro giudizio complessivo sulla nuova legge,<br />
pur rimanendo un testo mediato tra differenti posizioni politiche, è<br />
certamente positivo.</p>
<p>La prossima tappa è il regolamento<br />
attuativo. Importante quanto la legge. Le Ong, con gli altri soggetti<br />
interessati, seguiranno la sua definizione nei sei mesi successivi<br />
all’entrata in vigore della legge.
</p></div>
<p></p>
<div dir="LTR" id="Sezione1">
<table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="width: 606px;">
<tbody>
<tr>
<td width="606">
<table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="width: 606px;">
<tbody>
<tr>
<td width="606">
<table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="width: 600px;">
<tbody>
<tr>
<td width="600">
<table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="width: 600px;">
<tbody>
<tr>
<td bgcolor="#ffffff" valign="TOP" width="600">
<table border="0" cellpadding="10" cellspacing="0" style="width: 600px;">
<tbody>
<tr>
<td valign="TOP" width="580">
<div style="margin-right: 1.01cm;">
</div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
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		<item>
		<title>Quel premio ad un cittadino-eroe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Jul 2014 04:23:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Si chiamava Michele Liguori e aveva 59 anni. Era l&#8217;unico vigile urbano della sezione ambientale di Acerra ed è deceduto, a gennaio scorso, per un raro tumore al fegato, lasciando la moglie e il&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0cm;">
Si<br />
chiamava Michele Liguori e aveva 59 anni. Era l&#8217;unico vigile urbano<br />
della sezione ambientale di Acerra ed è deceduto, a gennaio scorso,<br />
per un raro tumore al fegato, lasciando la moglie e il figlio. Ma non<br />
è solo il racconto di un destino, purtroppo, condiviso da molti.<br />
Michele Liguori aveva deciso di dire “NO” alla camorra: per<br />
tredici anni ha lavorato e vissuto tra i rifiuti tossici della “terra<br />
dei fuochi”, ma continuava a denunciare, continuava imperterrito a<br />
chiedere bonifiche di terreni marci.&nbsp; </p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/07/images-5.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/07/images-5.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Dopo la<br />
sua morte, i familiari continuano la sua battaglia per un&#8217;Italia<br />
sana, per una regione salubre, per la tutela della salute e della<br />
vita di altre persone. Ma chiedono anche giustizia per quel marito,<br />
padre, uomo e cittadino che ha svolto il proprio dovere<br />
professionale, civico e civile per il Bene comune.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il primo<br />
tentativo della famiglia di vedere riconosciuta la malattia<br />
professionale è stato liquidato con una nota dell&#8217;Inail in cui si<br />
leggono poche parole e nessuna spiegazione: “La morte non è<br />
riconducibile all&#8217;evento”: probabilmente, riconoscere al Sig.<br />
Liguori la morte per cause ambientali significherebbe aprire la<br />
strada a migliaia di altre richieste di indennizzo. Ma la Signora<br />
Maria e il figlio Emiliano non si arrendono: stanno preparando una<br />
battaglia legale durissima che si combatterà con documenti e analisi<br />
su tutto il territorio colpito dalle efflusioni di sostanze tossiche<br />
e che è volta a dimostrare il collegamento tra queste sostanze –<br />
riversate nelle discariche abusive dal clan dei Casalesi, come ha<br />
accertato la Giustizia – e i numerosi casi di tumore che colpiscono<br />
la popolazione. Il caso di Michele Liguori è e sarà emblematico.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Ecco<br />
che, quindi, la giuria dell&#8217;ultima edizione del Premio Ambrosoli (un<br />
premio indetto in memoria dell&#8217; Avvocato Giorgio Ambrosoli ammazzato<br />
nel 1979 per volontà del banchiere Michele Sindona) ha deciso di<br />
assegnare proprio a Michele Liguori il primo riconoscimento. </p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/07/ambrosoli.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/07/ambrosoli.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<p>Durante la cerimonia,<br />
che si è tenuta a Milano alla fine di giugno, sono stati dichiarati<br />
come vincitori quelle persone o gruppi di persone &#8211; in particolare<br />
della pubblica amministrazione e delle imprese &#8211; che su tutto il<br />
territorio nazionale si siano contraddistinti per la difesa dello<br />
stato di diritto tramite la pratica dell’integrità, della<br />
responsabilità e della professionalità, pur in condizioni avverse a<br />
causa di contesti ambientali o di situazioni specifiche, che<br />
generavano pressioni verso condotte illegali. </p>
<p>Vogliamo terminare<br />
riportando alcune parole di una lettera che l&#8217;avvocato Ambrosoli<br />
scrisse alla moglie qualche anno prima di morire e che riteniamo<br />
fondamentali: “Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel<br />
rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto&#8230;Abbiano<br />
coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel<br />
senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si<br />
chiami Europa”&#8230;E noi vorremmo ricominciare da qui. </p>
<p></p>
</div>
</div>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2014/07/12/quel-premio-ad-un-cittadino-eroe/">Quel premio ad un cittadino-eroe</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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