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	<title>industria Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>“Art(e)Attualità”. COLLAPSO. Lo spreco, il clima e l&#8217;Uomo</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2022 08:05:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Art(e)Attualità”. COLLAPSO. Lo spreco, il clima e l&#8217;Uomo Un&#8217;esposizione da Tenerife tra Filosofia e opere contemporanee di Alessandra Montesanto COLLAPSO è una mostra di opere contemporanee proposta dal TEA (Tenerife Space for the Arts),&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>“Art(e)Attualità”. COLLAPSO. Lo spreco, il clima e l&#8217;Uomo</p>



<p>Un&#8217;esposizione da Tenerife tra Filosofia e opere contemporanee</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/immagine-principale.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="654" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/immagine-principale-1024x654.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16737" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/immagine-principale-1024x654.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/immagine-principale-300x192.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/immagine-principale-768x490.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/immagine-principale-1536x981.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/immagine-principale.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1618w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p>COLLAPSO è una mostra di opere contemporanee proposta dal TEA (Tenerife Space for the Arts), nel capoluogo dell&#8217;isola, Santa Cruz. Durante la scorsa estate l&#8217;abbiamo visitata e ne riportiamo alcune considerazioni che riteniamo altamente interessanti per il dibattito sui cambiamenti climatici a livello globale, sulla responsabilità dei cittadini e sulla giustizia sociale.<br><br><br></p>



<p>La Filosofia occidentale è tradizionalmente partita dalla domanda che prevale su altre grandi questioni, che, sia a livello individuale che sociale, delineano il modo in cui ci relazioniamo con il mondo: perché c&#8217;è qualcosa invece del nulla? Se possiamo essere certi di qualcosa, la nostra esperienza qualitativa del mondo, anche se non possiamo sperimentarla nella sua totalità, dice che, in effetti, ci sono cose che ci circondano. La materia rimane ed è continua. È impossibile fermare il corso della materia. Sia dal nostro punto di vista &#8211; quei rifiuti che non riusciamo a smettere di produrre, quel sacco della spazzatura giallo da 30 kg che viene riempito ogni due giorni in una famiglia di due persone &#8211; sia da uno stanziamento industriale &#8211; i litri di emissioni scaricati in mare da emissari nascosti sulla costa &#8211; sia come anche l&#8217;astrofisica &#8211; l&#8217;espansione dell&#8217;universo, la persistenza della materia oscura.<br>Ma come affrontare il fatto che la materia oscura è in continua espansione e la nostra è limitata? Come organizzare la materia, ciò che ci è rimasto?<br><br>Un&#8217;assidua definizione di residuo, o rifiuto è quella di “materia fuori posto”; è importante capire come riorganizzare la materia perchè è una questione politica e sociale. Che sia a livello domestico o industriale o extraplanetario. Il principio della definizione, dell&#8217;antropologa Mary Douglas, si basa sul fatto che l&#8217;organizzazione della materia ha una componente politica che la ristruttura sulla base di un pensiero dicotomico, ovvero: utile/inutile; produttivo/improduttivo. Sporcizia e rifiuti sono legati a un sistema di strutturazione igienica che lo identifica innanzitutto con qualcosa che destabilizza un ordine di contenimento che permette una vita funzionale e la struttura organica della città moderna è quella che nasconde i propri rifiuti sotto il magazzino e il cui fetore è nascosto anche a diversi metri dai contenitori che nessuno vuole vedere.<br><br>Tuttavia, il sistema di organizzazione dei rifiuti urbani come lo conosciamo oggi è molto recente. Fu solo nel XIX secolo che a Londra fu sviluppato un sistema igienico-sanitario pubblico: gli individui erano i responsabili della raccolta dei propri rifiuti e le acque reflue non presero forma fino a questo secolo, nonostante le lamentele sull&#8217;insalubrità del Tamigi fossero state presenti in Parlamento dal XIII secolo. Il <em>De latrines</em>, basato sullo spreco di rifiuti comunitario, che era stato praticato durante gli anni medievali, è passato anche alla Modernità con la gestione privatizzata voluta dal re, allo stesso modo in cui Locke sviluppò un sistema di pensiero liberale dove, portatrice di quei diritti non negoziabili &#8211; concepiti in definitiva come esito di deliberazione sociale contrattuale, ma sotto la legge ineludibile di diritti come la vita, la libertà e, soprattutto la proprietà privata &#8211; la città si avviava verso la privatizzazione dell&#8217;igiene. Tuttavia, a questa privatizzazione, antecedente all&#8217;industrializzazione e incipiente delle grandi capitali europee nell&#8217;Ottocento, mancava un elemento chiave che potesse riorganizzare tutto ciò che &#8220;era rimasto&#8221;. Vale a dire, poter spostare e nascondere ciò che gli individui avevano precedentemente gettato in strada.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="928" height="615" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16738" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 928w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col1-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col1-768x509.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 928px) 100vw, 928px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="928" height="615" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16739" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 928w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col2-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col2-768x509.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 928px) 100vw, 928px" /></a></figure>



<p><br><br>L&#8217;organizzazione e l&#8217;industrializzazione delle risorse necessarie alla gestione delle città post-industriali ha quindi due punti di partenza in termini di pensiero: il primo è che l&#8217;immondizia è qualcosa del passato e che può destabilizzare e far ammalare. Non solo in termini di un sistema igienico basato sulla cura e sull&#8217;istituzionalizzazione della medicina, ma anche in quanto destabilizza lo schema basato su un certo ordine simbolico. Il residuo in vista è pericoloso. E il secondo punto è che,se la spazzatura è una cosa del passato, è perché ci ricorda dove siamo stati, cosa abbiamo mangiato e chi siamo. Sebbene la nostra memoria ci deluda, la spazzatura mostra il peggio di noi stessi. Le nostre abitudini di consumo sono esposte. In questo senso, Rathje e Murphy in “Spazzatura!” mostrano l&#8217;archeologia della spazzatura e come normalmente le persone, alla domanda sulle loro abitudini di consumo, tendano a nascondere i cibi dannosi per la salute e a sopravvalutare quello che dovrebbe essere il cibo &#8220;sano&#8221;.<br>Nessuno, inoltre, vuole condividere la propria spazzatura in pubblico. Non solo a livello individuale ma collettivo, una città senza un sistema fognario, impianti di trattamento delle acque reflue, scarichi o cassonetti è una società del passato. La città moderna è fatta di vetro, trasparente, ordinato, pulito. Il colore può essere anche manifestazione estetica dell&#8217;ordine simbolico del residuo. Anche parlare dell&#8217;uso del bianco come imposizione estetica durante il Movimento Moderno in Architettura o stile internazionale (1926-1950) aiuta a capire questo orientamento: dove ciò che era rimasto degli edifici e delle facciate era la decorazione, questa viene sradicata trattandola come un male, come grottesco. Questo rifiuto del grottesco definirebbe un&#8217;architettura bianca senza aggiunte, che rappresenta il progresso e la propaganda dello stile internazionale occidentale. Anche dopo la prima guerra mondiale, il critico d&#8217;arte e storico Adolf Behne fece una distinzione tra architettura bianca e architettura colorata, associando la prima alla classe borghese e la seconda agli ideali delle utopie socialiste. È curioso che il bianco derivi anche da un&#8217;idea igienista della Società. Nel sud della Spagna, i contadini usavano la calce per pulire le stalle per le sue proprietà antisettiche. Quando iniziarono ad arrivare le successive epidemie di tifo o peste, la popolazione divenne ossessionata da questa sostanza chimica e l&#8217;architettura divenne bianca. Cominciarono persino ad apparire rituali per imbiancare le stanze dei defunti di recente. È qui che l&#8217;idea del bianco come pulizia inizia ad essere culturalmente associata e si sviluppa per tutto il XX secolo nell&#8217;architettura e nell&#8217;arte.<br><br>La zona di Manshinay Yasser al Cairo o le discariche di Balatas e Payatas nelle Filippine sono complessi esempi contemporanei della sfida urbana posta dai rifiuti e dalla loro gestione. La prima è conosciuta come &#8220;la città della plastica”; un quartiere sovraffollato fuori il Cairo che si caratterizza per la sua architettura informale e la mancanza di un sistema logistico per organizzare i suoi rifiuti. In questa città come in altre zone del Cairo, esistono i cosiddetti “zabbaleen” &#8211; una parola che letteralmente significa in egiziano “area destinata alla spazzatura&#8221; -, gestiti da una comunità copta che si è tradizionalmente dedicata alla raccolta dei rifiuti. Rispetto ad alcuni sistemi di riciclaggio occidentali, riescono a riciclare l&#8217;80% dei rifiuti prodotti dalla città. Il delicato sistema comunitario degli zabbaleen è un processo di riciclo lontano dalla tecnologia contemporanea e basato su un equilibrio etnico o manuale, come sarà poi il cassonneto di cui parlava Walter Benjamin e che si trovava per le strade di Parigi e che ora è installato in molte altre città.</p>



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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-4" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="928" height="615" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16741" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 928w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col4-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col4-768x509.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 928px) 100vw, 928px" /></a></figure>



<p>Ci sono persone che raccolgono i rifiuti, che guardano e prendono ciò che è stato gettato.Tutto ciò che la grande città ha buttato via, tutto ciò che ha perso, tutto ciò che ha disprezzato, tutto ciò che ha schiacciato sotto i piedi, lo catalogano e lo raccolgono. Raccolgono gli annali dell&#8217;intemperanza e dello dello spreco. Sistemano le cose e selezionano con giudizio: raccolgono come un avaro che custodisce un tesoro, rifiuti che assumeranno la forma di oggetti utili o gratificanti tra le fauci della dea dell&#8217;industria. Questa descrizione è una metafora estesa del metodo poetico, come lo praticava Baudelaire. Gli uomini della spazzatura e il poeta: entrambi si occupano di rifiuti.<br>L&#8217;idea del riciclo, del riutilizzo dei rifiuti come qualcosa di innovativo e che la città postmoderna si comporti meglio di qualsiasi altro sistema di riorganizzazione della materia, è, ovviamente, qualcosa di falso. Così è l&#8217;idea che ci sia una contemporaneità simultanea in cui regnano i progressi del &#8220;progresso&#8221;. L&#8217;esperienza del presente non è universalizzabile. Le idee che segnano un&#8217;epoca sono anche spaziali, geolocalizzabili. È curioso, in questo senso, come il concetto di &#8220;impronta di carbonio&#8221; sia stato ideato proprio dalla <em>British Petroleum (BP) </em>nei primi anni 2000, che ha incaricato la società di pubbliche relazioni <em>Ogilvy &amp; Mather</em> di ideare questo concetto, sviluppando un motore di ricerca in cui calcolare l&#8217;impronta di carbonio di ogni individuo. Con un movimento come questo, <em>BP </em>esternalizza la propria responsabilità riguardo all&#8217;inquinamento del pianeta e riesce a incolpare i singoli attori, preoccupati per la loro rispettiva “impronta ecologica”.<br><br>Il sistema igienico-sanitario ideato dalla città tipicamente postmoderna, con una gestione privatizzata dell&#8217;organizzazione dei rifiuti guidata da multinazionali, non è l&#8217;unico modello contemporaneo di distribuzione del materiale in eccedenza, tutt&#8217;altro. È, tuttavia, il modello pertinente all&#8217;interno dell&#8217;immaginario simbolico sviluppato dopo la sanificazione dello spazio pubblico, che lega l&#8217;igiene all&#8217;individuo-proprietario e all&#8217;esigenza collettiva di avere uno spazio operativo. La spazzatura non viene distrutta, viene spostata. All&#8217;interno della società consumistica tardo-capitalista, l&#8217;utopia del riciclo si basa sull&#8217;esternalizzazione dei propri rifiuti: ciò che non si vede va taciuto.<br><br>Qual è la soluzione per riordinare la creazione incessante della materia e non affogare in essa?<br><br>Walter Benjamin usa la figura della cassonetto per illustrare la sua concezione dell&#8217;immagine dialettica: un momento presente illuminato dal passato, dove la verità viene svelata dalla nostra esperienza personale e sensoriale. Sia il poeta che il cerca-spazzatura (riciclatore) sono interessati allo scarto.Ci proponiamo qui di costruire un&#8217;immagine dialettica del residuo in modo tale che esso sopravviva non come elemento negativo o eccedenza di quello positivo; il riciclatore lo pulisce, ma come una rovina, come una costruzione affermativa nel suo decadimento. Nelle parole di Slavoj Žižek: l&#8217;idea di &#8216;riciclaggio&#8217; comporta l&#8217;utopia di un circolo chiuso di tutti i rifiuti.</p>



<p>Cosa possono fare i singoli cittadini riguardo al clima globale ? Per esempio, l&#8217;organzzazione denominata <em>Safety Orange</em> funziona come tecnologia di controllo e autorizza i singoli cittadini ad essere perennemente vigili e responsabili della propria sicurezza e benessere. Possiamo intravedere questa logica spostando sottilmente il peso della conformità dalle istituzioni agli individui: la discarica di Payatas nella città di Manila, chiusa a causa di una frana che ha provocato la morte di circa 1.000 persone che vi abitavano, è un altro grande esempio di come, all&#8217;interno del sistema sanitario prevalente, la materia si muova, ma non venga mai distrutta completamente, venga rimossa dalla visione di quei centri che contano di essere spinti alle periferie, appunto, di essere spinti ai margini dell&#8217;ordine sociale e rimanere entro i confini dell&#8217;inaccettabile, sebbene il sistema stabilito nella società postmoderna non garantisca l&#8217;efficienza ecologica, come si vede con l&#8217;esempio di Zabbaleen che, invece, garantisce un sistema sanitario basato sulla performance economica dei suoi abitanti e un sistema di valori e credenze basato sulla dicotomia utile/residuo. Gli abitanti di Payatas o di tante altre discariche di fronte alle pressioni socioeconomiche e alla mancanza di alloggi nei centri urbani, si trasferiscono nelle discariche per vivere come spazzini, cioè raggruppano i rifiuti e vendono ciò che trovano &#8230; Pertanto, sebbene il sistema igienico-sanitario della città postmoderna non garantisca l&#8217;efficienza nella raccolta differenziata dei rifiuti o l&#8217;utopia del riciclaggio, garantisce l&#8217;ordine socioeconomico e simbolico in cui si trovano i rifiuti destinati ad essere il sostentamento economico di classi esterne a questo ordine sociale, relegate al di fuori di questo centro.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col5.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-5" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="928" height="615" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col5.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16742" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col5.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 928w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col5-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col5-768x509.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 928px) 100vw, 928px" /></a></figure>



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<p>I rifiuti sono una questione politica la cui forma è modellata in molti modi, non si tratta solo della spazzatura stessa o della materia in una definizione classica di essa. Anche i corpi possono essere rifiuti: corpi che non sono produttivi. L&#8217;associazione tra residuo e improduttivo è evidente in questi corpi isolati ed emarginati all&#8217;interno della società: Robert MaCruer ha cercato di plasmare un tipo di corpo reso invisibile dalla società con la sua <em>Teoria del Crip</em>: “Corpi con diversità funzionale che non aderiscono alla norma, in questo caso, tendono ad essere isolati o emarginati. La logica del residuo sopravvive all&#8217;interno del nostro sistema di organizzazione delle idee e del ragionamento in molte aree della nostra vita”.<br>La spazzatura è l&#8217;oppresso, l&#8217;abietto. Storicamente, la nozione di rifiuto nasce legata ad una questione economica fondamentale: la produttività della terra. Così, nel <em>Secondo Trattato</em> di Locke, troviamo una definizione di residuo (rifiuto) che corrisponde a quella terra che non riporta un beneficio economico. Il residuo, storicamente, è simbolicamente equiparato a un sistema impuro, da cui deriva un pericolo. In questo senso, il sistema sapere/potere occidentale, fin dall&#8217;età moderna, rafforza una serie di valori in cui le stesse convinzioni prevalenti crollano prima della comparsa di altri nuovi valori. Soprattutto dopo l&#8217;Illuminismo, la conoscenza stessa viene riordinata e purificata sulla base dell&#8217;idea latente del residuo. La lotta dialettica tra tesi e antitesi può essere interpretata come il rafforzamento di un sistema di pensiero (filosofia?) che lotta per l&#8217;adattamento delle sue idee a un ordine che combatte il residuo: ogni conoscenza inutile deve essere ritirata, tutta la filosofia attuale deve &#8221; pulire&#8221; il precedente sistema su cui è stato costruito o spodestare quelle convinzioni e valori che non si adattano al tuo spirito. La conoscenza può anche essere residuale; lasciato ai margini, dimenticato. Il compito della cassettiera è salvarli; frugare tra i rifiuti della Filosofia e della Storia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col7.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-7" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="670" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col7-1024x670.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16744" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col7-1024x670.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col7-300x196.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col7-768x503.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col7.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1320w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col9.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-8" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="536" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col9-1024x536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16745" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col9-1024x536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col9-300x157.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col9-768x402.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col9-1536x804.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col9.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1762w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p><br><br>In COLAPSO osserviamo diverse interpretazioni estetiche di queste sfide, analisi più o meno esplicite del sistema di categorizzazione dicotomica utile/inutile. Partiamo dalla critica ai rifiuti agricoli e industriali, presenti nell&#8217;opera di Amy Balkin, Rafael Pérez Evans o nel gruppo formato da Inés Miño, Iñigo Barrón e Mon Cano. In questi pezzi osserviamo come i rifiuti agricoli o ambientali modellano il nostro rapporto con lo spazio che abitiamo. Ad esempio, con il mare, come ci mostrano Inés, Iñigo e Mon, o con la terra stessa e la sovrapproduzione di banane, nel caso di Rafael. Da questa critica allo spreco ambientale e all&#8217;inquinamento atmosferico &#8211; quello smog di cui parla Amy &#8211; si passa a uno sguardo che poggia sulle tecniche di consumo capitaliste. Nell&#8217;opera di Shanie Tommassini, l&#8217;iPhone diventa un oggetto rituale, il cui incendio rimanda non solo all&#8217;obsolescenza programmata degli oggetti tecnologici ma anche al valore feticcio della merce, trasformata in un rituale quasi religioso. Cajsa Von Zeipel, Jack Almgren e Lucia Bayón ci mostrano anche modi di relazionarsi con la società consumistica, collegando elementi tessili nel caso di Lucia o il mondo del fast fashion con altri oggetti trovati, nel caso di Jack, parodiandoli in extremis come vediamo nelle sculture esorbitanti di Cajsa. Nel percorso espositivo si arriva alla rovina in sé, alla spazzatura destrutturata dotata di una forma architettonica, come artisti come Céline Struger, Marina González Guerreiro, Bat-Ami Rivlin o il duo formato da Ma Dallo e Lucía Dorta lavorano da prospettive diverse. Nel caso di Bat-Ami, siamo di fronte ai rifiuti domestici e ai resti della nostra stessa casa, che costituiscono una nuova realtà totalmente separata dal nostro spazio visibile. Nel caso di Maï e Lucia, il loro pezzo cerca di salvare le rovine di un&#8217;etica premoderna della cura, un sapere dimenticato i cui portatori sono state tradizionalmente le donne, bollate come &#8220;streghe&#8221;. D&#8217;altra parte, le rovine di Céline combinano figure mitologiche, come la Gorgone, con resti archetipici della nostra società industriale. Per Marina gli elementi più spendibili diventano motivi costruttivi, pezzi delicati fatti di un aspetto apparentemente superfluo. Da questa rovina si passa ai rifiuti umani: Berenice Olmedo, Luis Lece Marcin Dudek, ci mostrano modi di intendere, in definitiva, l&#8217;essere umano come parte dello stesso sistema di organizzazione dei rifiuti. <br><br>Ricordiamo che l&#8217;etimologia della parola &#8216;collasso&#8217; deriva dal latino &#8216;collapsus&#8217; e significa caduta totale. Lapse significa “scivolare”.</p>



<p>Una esposizione, quindi, che ci ammonisce: non scivoliamo, di nuovo, nello spreco della materia anche perché noi stessi di materia siamo fatti, ma anche di spirito e di conoscenza.<br><br><br></p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. La crisi climatica e le minacce agli attivisti ambientali</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Aug 2020 06:55:36 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="300" height="168" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/environment.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14545"/></figure>



<p>di Fabiana Brigante</p>



<p>Gli attivisti ambientali hanno svolto negli ultimi anni un ruolo cruciale per far luce sui pericoli derivanti dal cambiamento climatico. Allo stesso tempo, però, sono stati oggetto di minacce, sparizioni forzate ed uccisioni. In un rapporto pubblicato pochi giorni fa, <em>Global Witness</em> ha reso noto uno studio che ha preso come orizzonte temporale il periodo tra il 1 gennaio ed il 31 dicembre 2019.</p>



<p>È il 2019 infatti l’anno in cui si è registrato il numero più elevato di omicidi; secondo quanto riportato dall<em>’</em>organizzazione, quattro assassinii si sono verificati in media ogni settimana da dicembre 2015, anno in cui veniva firmato l’Accordo di Parigi e si aprivano nuove speranze per il clima globale. Innumerevoli gli attivisti che sono stati messi a tacere da attacchi violenti, arresti, minacce di morte o cause legali: il rapporto fornisce con una mappa il quadro degli eventi riportati.</p>



<p>Oltre la metà degli omicidi segnalati lo scorso anno sono avvenuti in soli due paesi: Colombia e Filippine. In Colombia, il numero di omicidi degli attivisti è aumentato drammaticamente negli ultimi anni. I difensori dei diritti umani delle popolazioni indigene hanno subito attacchi sempre crescenti da quando un accordo di pace del 2016 tra governo e Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) ha lasciato le regioni precedentemente controllate dalle FARC aperte alla concorrenza tra criminali armati e gruppi paramilitari.</p>



<p>Nelle Filippine, un paese costantemente identificato come tra i più pericolosi in Asia per questo tipo di attacchi, il bilancio delle uccisioni è salito da 30 a 43 nello scorso anno. L’industria mineraria è quella più colpevole, presumibilmente collegata agli omicidi di 50 attivisti nel 2019. Le comunità che si sono opposte ai progetti ad alta intensità di carbonio, gas e carbone hanno dovuto affrontare continue minacce e ritorsioni.</p>



<p>Sebbene quella dovuta ai cambiamenti climatici sia certamente da considerarsi una crisi globale, è pur vero che alcune comunità sono particolarmente esposte alle sue conseguenze; tra queste si annoverano senz’altro le popolazioni indigene. Privati delle loro terre e costretti a spostarsi a causa della deforestazione, innalzamento dei mari, costruzione di infrastrutture e conflitti derivanti dalla scarsità di risorse, i popoli indigeni sono di certo i più vulnerabili al cambiamento climatico, senza tuttavia averne responsabilità, data la loro gestione equa e non eccessiva delle risorse. Si registra che le violenze sono particolarmente elevate contro gli esponenti di queste comunità; le popolazioni indigene rappresentano il 40% dei difensori della terra uccisi nel 2019. Le loro terre comprendono meno del 20% della Terra e l’80% della sua biodiversità, secondo il Forum permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene, ma le comunità indigene possiedono legalmente solo un decimo delle terre che rivendicano. Anche laddove vengano loro riconosciuti diritti fondiari, le strade, le dighe, le condutture vengono spesso espropriate, con conseguente trasferimento forzato di tali comunità.</p>



<p>Tra gli altri,<em> Global Witness</em> conta circa 33 attivisti uccisi in Amazzonia. Una <em>escalation</em> di deforestazione da disboscamento, miniere, incendi (naturali e artificiali) e agricoltura &#8211; azioni sostenute e incoraggiate dal presidente del Brasile, Jair Bolsonaro &#8211; minacciano la foresta, le popolazioni indigene che la abitano ed il clima globale.</p>



<p>Anche la coltivazione industriale di prodotti come l’olio di palma, soia, zucchero, caffè e frutti tropicali costituisce una minaccia crescente. Le morti associate all’agricoltura sono infatti aumentate di oltre il 60% nell’ultimo anno. La maggior parte di questi omicidi sono avvenuti in Asia e concentrati principalmente nelle Filippine, dove sostenitori dei diritti umani sono identificati come terroristi dal governo.</p>



<p>Pare opportuno tuttavia sottolineare, a riprova del ruolo fondamentale che essi svolgono, che nel 2019 vi sono stati anche numerosi successi raggiunti dai difensori dei diritti ambientali, nonostante i potenziali contraccolpi, che testimoniano la loro capacità di resistenza, forza e determinazione nella lotta per la difesa della terra.</p>



<p>In Ecuador, il governo ha cercato di sfruttare la foresta pluviale amazzonica per l’estrazione di petrolio e gas; ad aprile, la tribù indigena Waorani presente al sud dell’Ecuador ha ottenuto una sentenza che impedisse al governo di affidare in concessione il proprio territorio alle imprese estrattive per la ricerca ed estrazione del petrolio. I giudici hanno stabilito che il processo di consultazione avviato nel 2012 non era sufficiente a garantire il consenso preventivo, libero ed informato della comunità.</p>



<p>Nel novembre 2019, in Indonesia, alla comunità indigena dei Dayak del Borneo centrale è assicurata la proprietà legale di 10.000 ettari di terra, a seguito di una lotta decennale.</p>



<p>Negli Stati Uniti, la riserva indiana di Standing Rock ha vinto una causa importante nella sua protesta in corso contro l’oleodotto Dakota Access. Dopo essere entrato in carica nel 2017, il presidente Donald Trump ha ordinato che il processo di approvazione fosse eseguito, ma la nuova sentenza afferma che il governo non ha valutato adeguatamente i rischi di fuoriuscite dalla conduttura. I giudici hanno ordinato all’organismo federale che ha supervisionato il processo di approvazione ambientale di condurre una revisione completa.</p>



<p>Anche in Cambogia si è registrata una memorabile vittoria in quanto il governatore di Ratanakiri si è impegnato a restituire alle comunità indigene le loro terre sacre, le quali erano state precedentemente assegnate alla società&nbsp;<em>Hoang Anh Gia Lai</em>&nbsp;(HAGL) per stabilirvi piantagioni di gomma naturale.</p>



<p>Il rapporto di <em>Global Witness</em> ha messo in luce il fallimento di governi e imprese nel rispettare e proteggere i diritti fondamentali degli attivisti. Eppure, oggi più che mai abbiamo gli strumenti per comprendere quanto il loro lavoro sia essenziale per la salvaguardia del nostro pianeta. È necessario uno sforzo congiunto di tutti gli attori in gioco per garantire la loro protezione e garantire meccanismi di responsabilità efficaci a tutti i livelli che producano risultati tangibili, in linea con le leggi e gli standard internazionali. Ciò non significa solo portare dinanzi alla giustizia i soggetti esecutori di qualsiasi minaccia o attacco, ma anche prevenire, indagare, punire e porre rimedio alla corruzione, alle violazioni dei diritti umani e ai danni ambientali attraverso politiche, leggi, regolamenti e riparazioni efficaci, comprese le società di partecipazione e gli investitori, per tenere conto dei propri obblighi durante la gestione di progetti sia in patria che all’estero.</p>



<p>È inoltre necessario garantire che nessun progetto commerciale prosegua senza il consenso libero, preventivo e informato delle comunità indigene potenzialmente e interessate in ogni sua fase; per fare ciò, occorre richiedere una valutazione preventiva completa dei possibili impatti ambientali e sociali delle operazioni e politiche aziendali proposte. I risultati di qualsiasi valutazione dovrebbero essere resi pubblici e usati per mitigare gli impatti negativi delle comunità.</p>



<p>Per consultare il testo completo del rapporto di <em>Global Witness </em>“<em>Defending Tomorrow: The climate crisis and threats against land and environmental defenders</em>” (luglio 2020) si veda: <a href="https://www.globalwitness.org/en/campaigns/environmental-activists/defending-tomorrow/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.globalwitness.org/en/campaigns/environmental-activists/defending-tomorrow/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Sikh: religione, identità e inclusione in Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jan 2020 07:56:31 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="770" height="513" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/sikh-corteo-dentro5.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13583" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/sikh-corteo-dentro5.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 770w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/sikh-corteo-dentro5-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/sikh-corteo-dentro5-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 770px) 100vw, 770px" /></figure></div>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha incontrato alcuni esponenti della comunità Sikh, residenti a Mantova, in particolare della  Sikhi Sewa Society e ha posto loro alcune domande. </p>



<p>Ringrazia molto  Jaspreet Singh per il tempo che ha dedicato per questa breve intervista. </p>



<p><strong>Innanzitutto, potete spiegare brevemente chi sono i sikh e qual è il flusso migratorio in Italia ad oggi?</strong></p>



<p>I
Sikh sono i seguaci del Sikhismo, religione monoteista, e una delle
cinque maggiori religioni nel mondo, con fedeli sparsi in tutto il
globo, ma con concentrazione particolare nel Punjab, stato dell’India
settentrionale, dove nacque nel 15° secolo. 
</p>



<p>I
Sikh hanno un’identità caratteristica che si riconosce attraverso
i Cinque articoli di fede che portano sempre con sé, chiamati anche
le famose 5 K (-<strong>kesh</strong>,
<em>non
tagliare capelli e barba</em>;
&#8211;<strong>kanga</strong>,
<em>pettine</em>;
&#8211;<strong>kara</strong>,
<em>braccialetto
di ferro</em>;
&#8211;<strong>kirpan</strong>,
<em>pugnale
sacro</em>;
&#8211;<strong>kachera</strong>,
<em>sottoveste
intima</em>).
Oltre alle cinque K un altro simbolo che identifica un Sikh è il
turbante. Esso è l’emblema del Sikhismo. Per i Sikh il turbante è
sacro e non è considerato come un cappello o copricapo qualsiasi. 
</p>



<p>Il
flusso migratorio in Italia è iniziato lentamente negli anni ’70
fino ad arrivare negli anni 2000 quando con il decreto flussi
arrivarono un gran numero di migranti dal Punjab. Negli ultimi anni
però è in calo e molti Sikh che già vivono in Italia si stanno
spostando verso il Regno Unito e il Nord America.</p>



<p><strong>In quali settori è inclusa la comunità sikh in Italia?</strong></p>



<p>Parlando
del presente, la comunità Sikh è ormai inserita un po’ in tutti i
settori, tralasciando forse il settore turistico. Nel nord Italia
occupano posizioni nell’industria e nell’agricoltura. Nella
Pianura Padana il settore in cui la presenza è predominante è
l’allevamento di mucche e la produzione casearia, con un grande
ruolo nella produzione del Grana Padano (sul quale sono stati fatti
diversi articoli evidenziando il come la produzione di uno dei
formaggi più famosi d’Italia vada avanti grazie ai Sikh). Nel
centro e sud Italia i Sikh sono attivi prevalentemente
nell’agricoltura, scelta dettata anche da una limitata presenza del
settore industriale nella zona.</p>



<p><strong>Subisce
discriminazioni? Sappiamo dello sfruttamento nei campi agricoli del
meridione, ad esempio&#8230;</strong></p>



<p>Sì
purtroppo, in alcuni settori del mondo del lavoro, soprattutto quelli
a contatto diretto con il pubblico, ad esempio banche, poste, comuni
ecc., dove nonostante le qualifiche non si riesce ad ottenere un
posto. Questo è un problema reale che le seconde generazioni stanno
affrontando.</p>



<p>Poi
ci sono le discriminazioni a livello individuale, fortunatamente un
po’ meno frequenti, che capitano quando le persone non sanno che
hanno di fronte un Sikh, e ci scambiano per terroristi; piccoli
episodi di razzismo qua e là, che però sottolineano il discorso di
fondo, mancanza di informazione/conoscenza. Fortunatamente è
qualcosa che abbiamo visto calare negli ultimi anni proprio grazie
alla diffusione di materiale informativo/eventi interculturali nelle
varie città del Bel Paese.</p>



<p><strong>Il
vostro gruppo opera a Mantova: come è stato il vostro inserimento
nella città? </strong>
</p>



<p>È stato un processo lento, ma comunque facile: i primi Sikh arrivati qui hanno subito mostrato il loro valore lavorando duramente con onestà e una volta certi del posto di lavoro hanno chiamato le famiglie; i bambini hanno iniziato a frequentare le scuole e piano piano in città è cresciuta la presenza della comunità che ha poi sviluppato un buon processo di integrazione. Ha sicuramente aiutato molto la mentalità aperta delle persone della città che ci hanno accolto bene.</p>



<p><strong>Quali
sarebbero le vostre istanze da porre alle istituzioni italiane?</strong></p>



<p>Ci
piacerebbe che potessero riconoscere prima di tutto la nostra
religione, visto che si tratta di una realtà molto diffusa anche in
occidente e crediamo che la comunità si sia costruita una buona
immagine. La nostra identità caratteristica è parte della religione
stessa, quindi riconoscere il valore di questa identità, del nostro
Turbante (che ancora in molti comuni vietano di indossare nelle foto
per i documenti d’identità), delle 5 K, tra le quali vi è anche
il Kirpan, il pugnale sacro. Su quest’ultimo punto vorrei
sottolineare che fino ad oggi non vi è mai stato registrato nessun
caso in cui un Sikh abbia usato il pugnale sacro a scopo illecito. E
nel mondo ci sono moltissimi Sikh che portano questo articolo di fede
con sé tutti i giorni. 
</p>



<p>Sarebbe
forse utile considerare il come altri stati occidentali, dove la
presenza Sikh è stata storicamente alta, siano arrivati a
comprendere pienamente il significato simbolico del Kirpan, che può
essere paragonato al crocifisso, un simbolo di fede.</p>
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		<title>Che fare della (non più ex) ILVA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2019 08:00:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Guido Viale (da pressenza.com) La situazione in cui si ritrova l’ex-Ilva di Taranto non è un conflitto tra salute e occupazione ma una lotta tra operai e padroni (dei padroni contro gli operai);&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Guido Viale (da <a href="http://pressenza.com?utm_source=rss&utm_medium=rss ">pressenza.com</a>)</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/ilva-taranto-1-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13254" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/ilva-taranto-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/ilva-taranto-1-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/ilva-taranto-1-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>La situazione in cui si ritrova l’ex-Ilva di Taranto non è un conflitto tra salute e occupazione ma una lotta tra operai e padroni (dei padroni contro gli operai); non è un esercizio di compatibilità tra ambiente e “sviluppo” ma l’evidenza di una alternativa ineludibile tra conversione ecologica e catastrofe climatica e ambientale. Situazione che apre una voragine destinata a inghiottire l’esistenza di 20mila lavoratori e di 20mila famiglie, ma porta alla luce anche l’inganno di uno “sviluppo” che non ha più spazio per riprodursi e perpetuarsi. Che fare allora della non più ex-Ilva?</p>



<p>La strada imboccata dal Governo è la peggiore. Inseguire un gruppo industriale perché “si prenda cura” di un impianto di cui ha assunto la proprietà solo per “toglierlo di mezzo” e acquisirne il mercato non è buona politica. Se anche si arrivasse all’accordo, quel gruppo troverà nuove occasioni per sfilarsi; non certo per rilanciarlo. E’ peggio che lasciare tutto in mano ai Riva, che lo spremevano fino a che non fosse andato per sempre in malora.</p>



<p>Smantellare l’impianto, risanare il sito e ricostruirlo altrove? A parte il costo stratosferico, che prospettive potrebbe mai avere un impianto nuovo (magari alimentato a gas: così si giustifica anche il Tap) in un mercato dell’acciaio destinato a contrarsi?</p>



<p>Tenerne in vita solo una parte e cercare soluzioni alternative – il risanamento del sito &#8211; per le maestranze “superflue”? Perderebbe l’unico vantaggio competitivo che ha, il gigantismo, senza promettere né di andare in attivo né di finanziare la bonifica.</p>



<p>Chiuderlo e cercare delle alternative? Sì, ma non possono essere improvvisazioni o espedienti come la “panacea” del turismo: l’industria a maggior impatto ambientale del mondo; che andrà presto in crisi mano a mano che aereo e navi da crociera verranno messi sotto accusa come maggiori emettitori di CO2.</p>



<p>E poi. A chi affidare la riconversione? Ai privati? In Italia, ma anche in quasi tutto il mondo, gli investimenti industriali languono. A maggior ragione su soluzioni dalle scarse prospettive. A incentivi sufficienti a smuoverne gli appetiti? A prescindere dai vincoli sugli aiuti di Stato, si sa che i beneficiari li incassano e poi se ne vanno. Allo Stato, attraverso una nazionalizzazione (totale o al 30 per cento)? Ma, ristrettezze della finanza pubblica a parte, dov’è il management per gestire un impianto del genere? Aggiungi che i Riva avevano smantellato non solo il management Italsider, ma anche tutto il quadro intermedio, affiancandolo con una rete di “fiduciari dell’azienda” che facevano il bello e il cattivo tempo per conto del padrone. Chi è in grado di assumersi un compito titanico del genere senza bluffare, come hanno fatto finora tutti i commissari? Non c’è più l’Iri che, nel bene e nel male, era stata una scuola e un vivaio di manager per tutto il settore pubblico, con una propria “cultura aziendale”. Oggi, a dirigere quello che di pubblico è rimasto nell’economia italiana vengono chiamati solo squali che hanno fatto strada nel settore privato o nella finanza.&nbsp;</p>



<p>Ma l’Italia, si dice, non può fare a meno del “suo” acciaio. Quale Italia? Quella che ha 1,7 auto private per abitante (il tasso più alto dell’Europa)? Non durerà a lungo. E quanto acciaio? Quello per alimentare le catene di FCA che con PSA, si ridimensioneranno, o Fincantieri che fa solo più navi da crociera e da guerra, o Leonardo, totalmente riconvertito alla produzione di armi? Sono tutte aziende senza futuro: la crisi climatica ne metterà fuori uso le produzioni (già lo sta facendo) e l’industria bellica – l’unica che prospera &#8211; va messa in crisi lottando per la pace.</p>



<p>Alla discussione sul futuro dell’Ilva e di Taranto mancano due cose fondamentali: una è la crisi climatica, che imporrà in tempi molto stretti una radicale riconversione dell’apparato produttivo: con la chiusura di tutte gli impianti incompatibili con le esigenze di una economia&nbsp;<em>climate-friendly</em>, pena il loro collasso per mancanza di mercato; ma anche con l’apertura di altrettante iniziative necessarie alla riconversione: in campo energetico, impiantistico, agroalimentare, nella mobilità, nell’edilizia, nel risanamento del territorio, oltre che in tutti gli ambiti del “prendersi cura” delle persone: istruzione, salute, cultura, assistenza). L’altra è la necessità di una nuova&nbsp;<em>governance</em>&nbsp;dell’apparato produttivo e del territorio, considerati insieme; perché fanno parte di uno stesso mondo, che è quello della vita quotidiana di ciascuno. La gestione attuale è inadeguata e incapace di immaginare l’ineludibile transizione che ci attende. Non c’è personale per gestirla né nelle direzioni aziendali o nelle sedi dell’alta finanza, né al governo degli Stati o delle amministrazioni locali; e meno che mai alla Bocconi. Quelle competenze ci sono, ma sono senza voce e disperse; si possono recuperare solo mettendo insieme maestranze, tecnici, associazioni civiche, Università, pezzi sparsi del management e dei governi locali. Innanzitutto, per &nbsp; valutare insieme che cosa si può salvare, che cosa si può riconvertire e che cosa va eliminato dell’apparato produttivo e dell’assetto territoriale esistente. E’ quello che si poteva e doveva fare già sei anni fa, quando i “cittadini e lavoratori liberi e pensanti” avevano preso in mano la questione, riuscendo a convocare in piazza assemblee quotidiane con migliaia di presenze che si è fatto di tutto per soffocare. Oggi si lamenta che la partecipazione langue? Taranto, soprattutto allora, ha dimostrato il contrario. Langue se la si soffoca; fiorisce se si apre uno spiraglio per cambiare le cose.&nbsp;</p>



<p>Presto la crisi climatica e ambientale la rimetterà all’ordine del giorno ovunque. In attesa di una politica industriale che includa questi processi, i lavoratori che sanno che perderanno il posto comunque potrebbero rivelarsi i veri sostenitori della transizione.&nbsp;<br></p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Toxic Nicotine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2019 07:07:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cecilia Grillo Il 31 maggio 2019 il the Guardian ha pubblicato il report ‘I had pain all over my body: Italy’s tainted tobacco industry’. L’inchiesta del quotidiano britannico si concentra principalmente sull’accusa a&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Cecilia Grillo</p>



<p></p>



<p>Il
31 maggio 2019 il the Guardian ha pubblicato il report ‘<em>I
had pain all over my body: Italy’s tainted tobacco industry</em>’.</p>



<p>L’inchiesta
del quotidiano britannico si concentra principalmente sull’accusa a
tre dei colossi produttori di tabacco: Philip Morris, British
American Tobacco e Imperial Brands, che acquistano foglie di tabacco
raccolte da migranti africani; i lavoratori dell’industria
multimilionaria italiana spesso sottoposti a condizioni lavorative
inique e perpetuo sfruttamento.</p>



<p>Il
mercato del tabacco italiano &#8211; l’Italia è il principale produttore
di tabacco all’interno dell’Unione Europea; secondo quanto
riportato dall’organizzazione nazionale tabacco Italia (ONT), solo
nel 2017 il valore della produzione di tabacco raggiungeva i 149
milioni di euro (131 milioni di sterline) &#8211; è dominato
prevalentemente dalle tre multinazionali, che acquistano da
produttori locali. In particolare le tre imprese hanno acquistato tre
quinti del tabacco italiano nel 2017 (Philip Morris, da sola, 21.000
delle 50.000 tonnellate raccolte durante l’anno). 
</p>



<p>L’indagine
del the Guardian, durata tre lunghi anni, mette per la prima volta
sotto la lente di ingrandimento le condizioni lavorative e lo scarso
rispetto dei diritti umani a cui sono sottoposti i lavoratori
dell’industria del tabacco in Italia, ripercorrendo la catena di
approvvigionamento fino ad arrivare alla raccolta delle foglie di
tabacco. 
</p>



<p>La
Campania, regione produttrice di quasi la metà del tabacco italiano,
è al centro dell’inchiesta inglese. I bambini che lavorano nei
contadi campani dichiarano di essere stati sottoposti a condizioni
lavorative disumane: più di 12 ore di lavoro al giorno, mancanza di
contratti e di qualsiasi genere di attrezzatura sanitaria e di
sicurezza, salari irrisori.</p>



<p>Le
imprese sono tenute a valutare,  in linea con gli obblighi di dovuta
diligenza connessi al rispetto dei diritti umani da parte delle
società controllanti stabiliti negli UNGPs, non solo gli impatti
diretti provocati dalla propria attività, ma anche quelli generati
dalle attività delle loro catene di approvvigionamento sottoponendo
al vaglio gli aspetti di responsabilità aziendale e diritti umani
nella gestione della catena di fornitura, al fine di prevenire i
relativi rischi e ridurre gli impatti negativi.</p>



<p>Le
tre multinazionali intervistate hanno tuttavia riferito ai
giornalisti del The Guardian di acquistare i prodotti necessari da
fornitori che operano secondo un rigoroso codice etico e di condotta,
anche al fine di assicurare un trattamento equo ai lavoratori, di non
aver riscontrato alcun abuso e che avrebbero indagato su eventuali
reclami portati alla loro attenzione.</p>



<p>Didier,
uno dei lavoratori intervistati dal quotidiano britannico,
neo-diciottenne nato e cresciuto in Costa d’Avorio e coltivatore di
tabacco a Capua Vetere, nei pressi della città di Caserta, ha
riferito: “Mi sono svegliato alle 4 del mattino. Abbiamo iniziato
alle 6 del mattino, il lavoro è stato estenuante. Faceva molto caldo
all’interno della serra e non avevamo contratti”.</p>



<p>Le
testimonianze rispetto allo sfruttamento del lavoro minorile non
provengono solo dal The Guardian, ma anche da organizzazioni quali
Ilo, Human Rights Watch, il Dipartimento del Lavoro del Governo degli
Stati Uniti; le stesse multinazionali produttrici tabacco hanno
confermato di volersi impegnare per ridurre lo sfruttamento dei
lavoratori.</p>



<p>L’Ilo
denuncia il fenomeno dello sfruttamento minorile dell’industria
produttrice di tabacco principalmente nelle regioni dell’Asia,
Centro America e Africa dove i numeri dei lavoratori superano il
milione (fra cui 300 mila minori di 14 anni). Qui i compensi si
aggirano intorno ai 400 dollari l’anno, ossia 30 centesimi per kg
di foglie (ogni kg di foglie di tabacco corrisponde a circa 1200
sigarette).</p>



<p>L’allarme
del The Guardian e delle molteplici associazioni umanitarie non si
sofferma solo sullo sfruttamento dei lavoratori nell’ambito della
produzione di tabacco, ma pone l’accento anche sulle conseguenze
sanitarie che tale industria produce soprattutto nei confronti dei
minori che, lavorando a stretto contatto con le foglie di tabacco e
con altre sostanze nocive (diserbanti e pesticidi) rischiano di
essere compromessi nel proprio sviluppo neurologico.</p>



<p>Human
Rights Watch in “<em>The
Harvest is in My Blood</em>”,
report che analizza gli effetti del tabacco sulla salute,
sull’ambiente e sui lavoratori, evidenzia come studi e analisi
dimostrino che qualsiasi lavoro che implichi un contatto diretto con
il tabacco in qualsiasi forma dovrebbe essere vietato ai bambini: la
nicotina è presente in tutte le parti delle piante e delle foglie di
tabacco, durante tutte le fasi della produzione: i lavoratori
assorbono la nicotina attraverso la pelle mentre maneggiano il
tabacco, in particolare quando la pianta è bagnata. 
</p>



<p>Diversi
studi hanno rilevato che i lavoratori di tabacco adulti non fumatori
hanno livelli di nicotina nei loro organismi equivalenti a quelli dei
fumatori, l’esposizione costante alla tossina della nicotina è
stata associata a conseguenze negative permanenti sullo sviluppo
celebrale. 
</p>



<p>Anche
se gli effetti a lungo termine del lavoro a stretto contatto con il
tabacco in età infantile non sono ancora supportati da studi
scientifici, nel report di Human Rights Watch viene evidenziato,
anche sulla base di indagini sperimentali, come l’esposizione alla
nicotina prima dei 18 anni possa compromettere lo sviluppo cerebrale
e provocare deficit neurologici.</p>



<p>In
un’altra intervista del the Guardian Alex, un ragazzo originario
del Ghana, ha riferito di non essere stato dotato, sul posto di
lavoro, di guanti o indumenti da lavoro idonei per proteggerlo dalla
nicotina contenuta nelle foglie o dai pesticidi e che quando lavorava
senza guanti sentiva “una malattia come febbre, come la malaria, o
mal di testa”.</p>



<p>Secondo
uno studio, <em>Green
Tobacco Sickness in Children and Adolescents</em>,
l’umidità presente su una foglia di tabacco &#8211; rugiada o pioggia &#8211;
può contenere tanta nicotina quanto il contenuto di sei sigarette e
il contatto diretto può portare all’avvelenamento da nicotina.</p>



<p>La
maggior parte dei migranti intervistati ha dichiarato di aver
lavorato senza guanti perché non gli sono stati forniti dai datori
di lavoro e di non averli potuti acquistare a causa dei bassissimi
salari.</p>



<p>Alla
fine della giornata lavorativa, ha riferito alla testata inglese
Sekou, 27 anni, originario della Guinea, lavoratore nei campi di
tabacco dal 2016 “Non potevo mettere le mani in acqua per fare la
doccia perché le mie mani erano tagliate”.</p>



<p>I
lavoratori nei campi di tabacco intervistati dal the Guardian hanno
affermato di non avere stipulato contratti lavorativi (l’80% dei
lavoratori senza contratto sono migranti, secondo quanto riportato
nel report <em>Exploited
and invisible: what role for migrant workers in our food system?</em>)
e di essere stati pagati la metà dei salari minimi, 42 euro al
giorno, previsti per legge per i contratti collettivi di lavoro per
gli operai agricoli e florovivaistici della regione di Caserta. La
maggior parte dei lavoratori viene pagata tra € 20 e € 30 al
giorno.</p>



<p>Tammaro
Della Corte, leader del sindacato generale dei lavoratori italiani a
Caserta ha spiegato come “purtroppo, la realtà delle condizioni di
lavoro nel settore agricolo della provincia di Caserta, compresa
l’industria del tabacco, è caratterizzata da un profondo
sfruttamento del lavoro, bassi salari, contratti illegali e una
presenza impressionante del caporalato, compresa l’estorsione e il
ricatto dei lavoratori” 
</p>



<p>“Parliamo
con migliaia di lavoratori che lavorano in condizioni estreme, la
maggior parte dei quali sono immigrati dall’Europa orientale,
dall’Africa settentrionale e dall’Africa subsahariana. Gran parte
dell’intera filiera del settore del tabacco è caratterizzata da
condizioni di lavoro estreme e allarmanti”.</p>



<p>Philip
Morris da solo ha investito 1 miliardo di euro nell’industria del
tabacco in Italia negli ultimi cinque anni e ha simili piani di
investimento per i prossimi due anni; British American Tobacco ha
dichiarato investimenti in Italia per 1 miliardo di euro tra il 2015
e il 2019.</p>



<p>Nel
2015 Philip Morris ha siglato un accordo con Coldiretti, la
principale associazione di imprenditori del settore agricolo, per
acquistare 21.000 tonnellate di tabacco all’anno dagli agricoltori
italiani, investendo 500 milioni di euro, fino al 2020.</p>



<p>Gennarino
Masiello, presidente di Coldiretti Campania e vicepresidente
nazionale, ha affermato che l’accordo prevede “un forte impegno a
rispettare i diritti dei dipendenti, vietando fenomeni come il
caporalato e il lavoro minorile”.</p>



<p>Un
accordo stipulato nel 2018 tra l’Organizzazione Interprofessionale
Tabacco Italia (OITI), un’organizzazione di agricoltori e il
ministero dell’agricoltura ha portato all’introduzione di un
codice di condotta nell’industria del tabacco, comprensivo anche
delle tematiche relative alla protezione della salute dei lavoratori,
e a una strategia nazionale volta alla riduzione dell’impatto
ambientale dell’industria di tabacco.</p>



<p>Nonostante
siano state adottate misure per migliorare le condizioni dei
lavoratori nell’industria del tabacco, l’OITI è stato costretto
a riconoscere che “gli abusi sul luogo di lavoro spesso hanno cause
sistemiche” e che “soluzioni a lungo termine per affrontare
questi problemi richiedono l’impegno serio e duraturo di tutti gli
attori della filiera, insieme a quello del governo e delle altre
parti coinvolte”.</p>



<p>Nonostante
le parole di Simon Cleverly, capo del gruppo di affari aziendali
presso la British American Tobacco &#8211; “where we are made aware of
alleged human rights abuses, via STP, our whistleblowing procedure or
by any other channel, we investigate and where needed, take remedial
action” – e di Simon Evans, responsabile delle relazioni con i
gruppi di Imperial Tobacco &#8211; Through the industry-wide sustainable
tobacco programme we work with all of our tobacco suppliers to
address good agricultural practices, improve labour practices and
protect the environment.” &#8211; i migranti intervistati non hanno
riscontrato alcun miglioramento rispetto alle proprie condizioni
lavorative.</p>



<p>A
seguito dell’inchiesta del the Guardian, ONT ha riferito che i
propri tecnici visitano i produttori di tabacco almeno una volta al
mese per monitorare la conformità alle normative sui contratti e
sulla produzione e che non avrebbe più tollerato alcun tipo di
sfruttamento del lavoro.</p>



<p>Secondo
quanto riportato da Vera Da Costa e Silva, a capo della segreteria
della Convenzione quadro dell’Organizzazione mondiale della sanità
sulla lotta contro il tabagismo “Non sono state intraprese azioni
efficaci per invertire questo scenario”, sfondo di un settore che,
per quanto nocivo alla salute, continua a produrre enormi profitti a
costi molto bassi. 
</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. H&#038;M, moda al massimo e salari al minimo﻿</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 May 2019 09:01:13 +0000</pubDate>
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<p> </p>



<ul class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" width="600" height="400" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" data-id="12492" data-link="http://www.peridirittiumani.com/?attachment_id=12492&utm_source=rss&utm_medium=rss" class="wp-image-12492" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto1-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure></li></ul>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>H&amp;M, una delle marche più famose che possiamo trovare in tutti i centri commerciale e indosso ad adolescenti e giovani di ogni età.  </p>



<p>Le commesse della catena H&amp;M sono sottopagate, sfruttate, costrette a lavorare in negozi senza finestre; il loro guadagno si aggira intorno ad 1,50 euro l’ora, non hanno pause né diritti.</p>



<p>No, non è la realtà. O, per meglio dire, non è la realtà occidentale. La stessa H&amp;M, la cui base operativa è situata in Etiopia, ha operai e operaie tra i meno pagati al mondo. Il brand citato, insieme ad altri grandi marche, viene ripreso in uno studio effettuato da un centro americano che monitora il rispetto dei diritti umani nel lavoro.</p>



<p>L’Etiopia, il secondo paese più popoloso dell’Africa, negli ultimi anni ha visto sempre di più l’aumento di gravi violazioni di diritti umani come torture e maltrattamenti nei confronti di detenuti e un progressivo appiattimento della libertà d’espressione, ed ora, a tutto questo, aggiunge le violazioni legate ai diritti dei lavoratori.</p>



<p>
Le
motivazioni del Governo sono quelle di voler attrarre investimenti
stranieri per creare il “Made in Etiopia”, spingendo ad avere
livelli salariali di base inferiori a quelli di qualunque altro
Paese. 
</p>



<p> Al momento i dipendenti etiopi lavorano per meno di un terzo degli stipendi del Bangladesh, circa 26 dollari al mese, cifra che non permette ai lavoratori di garantirsi vitto, alloggio e mezzi di trasporto dignitosi.  </p>



<ul class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" width="960" height="640" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" data-id="12493" data-link="http://www.peridirittiumani.com/?attachment_id=12493&utm_source=rss&utm_medium=rss" class="wp-image-12493" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto2-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto2-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></figure></li></ul>



<p>La volontà di un Governo di far girare la propria economia aumentando gli export che, però, va a discapito dei propri cittadini e non tiene in considerazione l’eventualità che questi ultimi possano stancarsi e ribellarsi.  </p>



<p>
La
speranza è quella di far arrivare le esportazioni a 30 miliardi (dai
145 milioni di dollari l’anno attuali), un obiettivo irrealistico
soprattutto considerata la non motivazione dei lavoratori che, con
stipendi così bassi, più volte si sono ritrovati per strada a
manifestare o dimessi dopo pochi giorni. Il non avere continuità sul
lavoro e la non motivazione di tutti porta sicuramente ad
un’inversione di rotta che quasi sicuramente non farà aumentare
l’export.</p>



<p>Secondo stime rilanciate dalla stampa internazionale, in Cina gli operai tessili guadagnano in media circa 340 dollari al mese. In Kenya la paga non supera invece i 207 dollari ma resta comunque otto volte più elevata rispetto ai livelli etiopi sopra citati.  </p>



<p>Numerose inchieste stanno seguendo questa importante violazione dei diritti umani. L’Occidente che acquista maglie e pantaloncini, ovviamente, non si accorge della gravità di questa situazione ma è giusto che l’informazione su come queste persone siano costrette a lavorare giri il più possibile.</p>



<p>
Infine,
anche l’organizzazione per i diritti dei lavoratori Workers rights
consortium (Wrc), denuncia che i lavoratori che fabbricano abiti per
la compagnia statunitense Phillips-Van Heusen Corporation (Pvh) –
che produce abiti per marchi come Tommy Hilfiger e Calvin Klein –
sono sottoposti ad abusi e sottopagati.</p>



<p>
Lo
scopo delle parole di questo articolo è una semplice denuncia
sociale, per far sì che prima di entrare in una grande catena di
abbigliamento vi poniate due domande. Il non acquisto del capo che
avete in mano può cambiare la vita di una persona, dall’altra
parte del mondo.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Ricordando Chernobyl</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 May 2019 07:06:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cecilia Grillo Nonostante si tratti di una delle più drammatiche tragedie di cui la storia sia stata spettatrice, insieme a Fukushima, ben pochi si sono ricordati del 33esimo anniversario del disastro di Cernobyl&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="696" height="392" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/Chernobyl-696x392.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12482" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/Chernobyl-696x392.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 696w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/Chernobyl-696x392-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></figure>



<p>di Cecilia Grillo</p>



<p>Nonostante
si tratti di una delle più drammatiche tragedie di cui la storia sia
stata spettatrice, insieme a Fukushima, ben pochi si sono ricordati
del 33esimo anniversario del disastro di Cernobyl che cadeva proprio
qualche giorno fa, il 26 aprile.</p>



<p>La
catastrofe di Chernobyl è stata definita come una delle più gravi
calamità per il popolo ucraino nel XX secolo, insieme al Terrore
della Guerra Civile, l’Holodomor &#8211; la carestia del 1932-1933 -, le
due guerre mondiali e la guerra in Afghanistan. 
</p>



<p>Allo
stesso tempo, sarebbe impossibile non notare la differenza tra questo
disastro e qualsiasi altro evento catastrofico: il pericolo di
Chernobyl è impercettibile, le sue manifestazioni e i suoi rischi
praticamente illimitati e persistenti. Lo scrittore britannico Mario
Petrucci, autore di “Hard Water: a Poem for Chernobyl” ha
affermato: “Chernobyl ha introdotto il concetto di disastro del
futuro”.</p>



<p>Alle
ore 1:23 del 26 aprile 1986, il quarto reattore della centrale
nucleare di Chernobyl esplose.</p>



<p>Secondo
rapporti delle Nazioni Unite, gli operatori della centrale di
Chernobyl, nell’odierna Ucraina, in violazione delle norme di
sicurezza, hanno disattivato importanti sistemi di controllo nel
reattore n. 4 dell’impianto. Un’ondata di corrente ha provocato
una serie di esplosioni, a partire dalle ore 1:23 del mattino, che
sono state in grado di far crollare il pesante coperchio del reattore
e di generare una nube di polvere radioattiva che si è estesa su
tutta l’Europa settentrionale e occidentale, raggiungendo la costa
orientale degli Stati Uniti.</p>



<p>Il
disastro è stato un incidente industriale unico dovuto alla scala
dei suoi effetti sociali, economici e ambientali e uno dei più gravi
nella storia dell’industria nucleare. Si stima che solo in Ucraina,
Bielorussia e Russia siano state colpite direttamente circa 9 milioni
di persone, sottoposte a radionuclidi per un lungo periodo di tempo
rilasciati a un’intensità più di 200 volte superiore rispetto a
quella delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Quasi 404.000
persone sono state reinsediate, ma milioni hanno continuato e
continuano a vivere in un ambiente in cui l’esposizione a
radiazioni genera una serie di conseguenze negative per le condizioni
di vita degli esseri umani, dell’ecosistema e delle generazioni
future.</p>



<p>Nel
territorio dell’ex Unione Sovietica la contaminazione ha provocato
l’evacuazione di circa 400.000 persone. Circa 200.000 km2 di terra
era, ed è, contaminata da atomi di cesio-137 radioattivo a livelli
superiori a 37.000 Bq / m2. In termini di superficie, circa 3.900.000
km2 del suolo europeo (40% della superficie dell’Europa) sono stati
contaminati dal cesio 137 (a livelli superiori a 4.000 Bq / m2).
Fatto peculiare, questi dati non sembrano essere stati pubblicati e,
certamente, la popolazione europea non ne è mai stata resa edotta.</p>



<p>La
contaminazione di Chernobyl persisterà per secoli, e in molti paesi,
oltre a Bielorussia, Ucraina e Russia, permarranno per i decenni a
venire gli ordini di restrizione al commercio alimentare disposti a
livello comunitario. Le conseguenze economiche dell’incidente
restano un onere gravoso per i paesi più colpiti: Ucraina e
Bielorussia continuano a spendere una ingente percentuale del loro
prodotto nazionale lordo nel tentativo di affrontare gli impatti
economici provocati dal disastro.</p>



<p>Sono
state condotte innumerevoli ricerche e sono state scritte centinaia
di relazioni circa l’impatto della tragedia di Chernobyl sulle
condizioni di salute delle popolazioni locali, ma persistono tuttavia
innumerevoli incertezze dovute ai dati poco attendibili a riguardo. 
</p>



<p>Un
rapporto delle Nazioni Unite del 2005 stima che l’incidente abbia
causato circa 4.000 morti, la maggior parte dei quali manifestatisi
con patologie cancerogene. Sebbene molti dei resoconti ufficiali
facciano riferimento a circa 4.000 decessi per cancro causati dal
disastro di Chernobyl in Bielorussia, Ucraina e Russia, la previsione
nelle relazioni AIEA / OMS è di oltre 9.000 decessi. Molti altri
studi prospettano un multiplo di quel numero, ad esempio il rapporto
di Green Peace “The Chernobyl Catastrophe &#8211; Conseguenze sulla
salute umana” del 2006 stimava che 200.000 decessi correlati alle
radiazioni abbiano avuto luogo tra il 1990 e il 2000 in Russia,
Ucraina e Bielorussia.  Una pubblicazione del 2009 che teneva in
considerazione i rapporti in lingua russa e ucraina, esclusi dagli
studi ufficiali, calcolava un numero di circa 900.000 vittime. 
</p>



<p>Nonostante
non si abbiano informazioni certe rispetto a statistiche accurate che
accertino il numero effettivo delle vittime del disastro, è certo
che vi siano stati migliaia di decessi negli ultimi decenni nella
zona radioattiva come conseguenza diretta dell’incidente. 
</p>



<p>Negli
ultimi trent’anni, la consapevolezza pubblica dell’impatto
ambientale di Chernobyl sui diritti umani si è sempre maggiormente
sviluppata a seguito del crescente numero di decessi e casi di cancro
alla tiroide che sono emersi in Ucraina, Bielorussia e Russia.
Secondo il rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia
atomica, le conseguenze dell’incidente di Chernobyl si sono
tradotte in un sostanziale trasferimento atmosferico transfrontaliero
degli agenti radioattivi e nel successivo inquinamento di molti paesi
occidentali.</p>



<p>Gli
effetti a lungo termine della radioattività incontrollata provocata
dal disastro di Chernobyl, inclusi inquinamento dell’aria e
dell’acqua, numero crescente di patologie tumorali e decessi
correlati, radioattività di cibo e acqua, hanno minacciato i diritti
umani fondamentali, in particolare il diritto alla vita e alla
salute: i diritti umani essenziali non possono essere tutelati in
assenza di un ambiente ecologicamente pulito e salubre.</p>



<p>Iniziando,
in<em>
primis</em>,
con l’analisi del fondamentale diritto alla vita, primario fra i
diritti umani, secondo anche quanto affermato dal diplomatico
Franciszek Przetacznick: il godimento del diritto alla vita è un
prerequisito del godimento di tutti gli altri diritti umani. Ogni
essere umano ha un diritto intrinseco alla vita, e questo diritto è
quello che deve essere protetto dagli abusi da parte dello Stato in
conformità con le leggi e gli accordi internazionali. La
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, all’articolo 3 afferma
che: “<em>Ogni
individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della
propria persona</em>”.
La domanda sorge quindi spontanea: come può essere protetto il
diritto alla vita di esseri umani che vivono in un territorio
radioattivo? La contaminazione radioattiva dell’ambiente è mortale
per gli esseri umani e il diritto alla vita, come del resto tutti i
diritti umani (compresi quelli civili, culturali ed economici), è
chiaramente privo di significato in assenza di un ecosistema pulito e
sicuro. 
</p>



<p>Se
il Principio n.5 della Dichiarazione di Stoccolma del 1972 proclama
che le risorse non rinnovabili della terra devono essere impiegate in
modo tale da prevenire il pericolo del loro futuro esaurimento e
garantire che i benefici derivanti da tale impiego siano condivisi da
tutta l’umanità, così ispirando e guidando i popoli del mondo
nella conservazione e nella valorizzazione dell’ambiente umano,
invece il Principio 1 della Dichiarazione ha gettato le basi per
collegare i diritti umani e la protezione ambientale, dichiarando che
“<em>L’uomo
ha il diritto fondamentale alla libertà, all’eguaglianza e a
condizioni di vita soddisfacenti, in un ambiente che consenta di
vivere nella dignità e nel benessere ed è altamente responsabile
della protezione e del miglioramento dell’ambiente davanti alle
generazioni future</em>”.

</p>



<p>Così
anche l’articolo 24 della Carta Africana dei diritti dell’uomo e
dei popoli del 1981 dispone che ‘‘<em>tutti
i popoli hanno diritto a un ambiente soddisfacente e globale,
favorevole al loro sviluppo</em>’’.</p>



<p>E
ancora il Protocollo di San Salvador del 1988, Protocollo alla
Convenzione americana sui diritti dell’uomo in materia di diritti
economici, sociali e culturali, all’articolo 11, dispone che
‘‘<em>Ognuno
ha diritto a vivere in un ambiente sano e di avere accesso ai servizi
pubblici di base</em>”:
in condizioni ambientali malsane (come quelle di chi vive in una
regione radioattiva) i diritti umani fondamentali sono a rischio.</p>



<p>Volgendo
poi lo sguardo al diritto alla salute, strettamente correlato al
diritto alla vita, l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo
definisce quale diritto fondamentale di ogni essere umano. Il cancro
della tiroide, causato dallo iodio radioattivo, è stata una delle
principali manifestazioni dell’impatto sulla salute dell’incidente
di Chernobyl, in particolare tra i giovani. Il reattore rilasciava
nell’aria enormi quantità di sostanze radioattive incontrollate. I
bambini sono generalmente più a rischio di cancro alla tiroide
rispetto agli adulti e le statistiche indicano che l’incidenza del
cancro alla tiroide tra i bambini nelle zone limitrofe è aumentata
rapidamente a seguito del disastro di Chernobyl. Nella Convenzione
sui diritti dell’infanzia, all’articolo 24, si afferma che “<em>Gli
Stati parti riconoscono il diritto del minore di godere del miglior
stato di salute possibile</em>”.

</p>



<p>Strettamente
connessi al diritto a una vita salubre l’accesso all’acqua e il
diritto al cibo sono stati riconosciuti dalle Nazioni Unite quali
diritti umani universali fondamentali.</p>



<p>Kofi
Annan, Segretario
generale delle Nazioni Unite nel 2013, durante la giornata mondiale
dell’acqua di qualche anno fa, ha affermato “<em>access
to safe water is a fundamental human need and, therefore, a basic
human rights</em>”.
<em>Contaminated
water jeopardizes both the physical and social health of all people.
</em><em>It
is an affront to human dignity</em>”.

</p>



<p>Il
diritto degli esseri umani a cibo ed acqua rappresenta un diritto
umano fondamentale, così come definito dal Patto internazionale sui
diritti economici, sociali e culturali (ICESCR), adottato
dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 16 dicembre 1966 e
in vigore dal 3 gennaio 1976, secondo cui deve essere riconosciuto il
diritto di ognuno a un livello di vita adeguato per sé e la sua
famiglia, compreso un nutrimento adeguato. Il diritto al cibo
rappresenta un diritto fondamentale di tutti gli esseri umani, così
come il diritto all’acqua potabile. Il secondo principio della
Dichiarazione di Stoccolma afferma che “<em>Le
risorse naturali della terra, ivi incluse l’aria, l’acqua, la
terra, la flora e la fauna e particolarmente il sistema ecologico
naturale, devono essere salvaguardate a beneficio delle generazioni
presenti e future, mediante una programmazione accurata o una
appropriata amministrazione</em>”.</p>



<p>In
un’area contaminata dalla radioattività non vi è accesso a cibo e
acqua salubri provocando così una serie di violazioni dei diritti
umani fondamentali. Negli anni precedenti all’incidente di
Chernobyl, l’area ora in analisi era circondata da foreste, fiumi e
centri urbani e circa il 40% del territorio veniva utilizzato per
scopi agricoli. A seguito del disastro, le forniture di acqua
potabile e i prodotti agricoli nella zona sono stati contaminati dai
più alti livelli di radiazioni e da quel momento l’accesso
all’acqua potabile e al cibo è diventato un problema pregnante per
coloro che hanno continuato a vivere nella regione.</p>



<p>In
conclusione, ho voluto analizzare la relazione tra violazioni dei
diritti umani e le problematiche ambientali provocate dal disastro
nucleare di Chernobyl in considerazione del diritto alla vita, a un
ambiente sano, del diritto all’acqua pulita e al cibo, tutti
identificati quali diritti umani fondamentali sia dalla Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani (UDHR) che dalla Carta Africana dei
diritti dell’uomo e dei popoli del 1981. 
</p>



<p>In
primo luogo, l’incidente di Chernobyl ha causato il più vasto
rilascio radioattivo incontrollato nell’ambiente mai sperimentato,
comportando gravi conseguenze ambientali, in particolare inquinamento
atmosferico e contaminazione delle acque. Il diritto alla vita
richiede un ambiente salubre e sicuro, e la contaminazione legata al
disastro di Chernobyl ha causato migliaia di decessi per cancro in
Russia, Ucraina e Bielorussia tra il 1990 e il 2000 ed effetti
deleteri per le condizioni di salute della maggioranza della
popolazione in Ucraina.</p>



<p>Secondariamente
un altro effetto ambientale causato dal disastro di Chernobyl ha
riguardato il diritto ad acqua pulita e cibo, identificabili quali
bisogni indispensabili per la protezione dei diritti degli esseri
umani a una nutrizione dignitosa. 
</p>



<p>L’impatto
ambientale provocato dall’incidente nucleare di Chernobyl ha
causato gravi violazioni dei diritti umani, principalmente in
Ucraina, Russia e Bielorussia. Le popolazioni della zona radioattiva
soffrono da un quarto di secolo della continua minaccia al proprio
diritto di vivere, al diritto ad un ambiente sano, alla salute,
all’acqua potabile e al cibo, situazione chiaramente in violazione
dei loro diritti umani fondamentali. L’incidente nucleare ha
trasformato le aree abitabili in aree inabitabili e innumerevoli vite
umane sono andate perdute; inoltre, la maggior parte dei territori
“contaminati” nella regione rimane insicura sia per gli
insediamenti umani che per lo svolgimento di attività economica.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Quando i diritti umani vanno a fuoco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Mar 2019 05:28:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cecilia Grillo Pungenti le parole con cui il Segretario Generale dell’UNI Global Union si è riferito a KiK Textilien und Non-Food GmbH, una delle prime dieci aziende tedesche specializzate nel commercio al dettaglio&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/03/11/imprese-e-diritti-umani-quando-i-diritti-umani-vanno-a-fuoco/">&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Quando i diritti umani vanno a fuoco</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12190" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1024" height="677" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695-300x198.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695-768x508.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">di Cecilia Grillo</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Pungenti le parole con cui il Segretario Generale dell’UNI Global Union si è riferito a KiK Textilien und Non-Food GmbH, una delle prime dieci aziende tedesche specializzate nel commercio al dettaglio per la vendita di prodotti tessili e articoli non-food “</span><span lang="it-IT">KIK is the only retailer involved in all three recent major factory disasters – Ali Enterprises in Pakistan and the Tazreen fire and Rana Plaza building collapse in Bangladesh. </span>Why is KIK refusing to pay compensation to the victims of Ali Enterprises and their families – does KIK really believe that the lives of these workers are worth less than those in Germany? We cannot build a sustainable supply chain in the garment industry if companies like KIK do not commit. KIK it is never too late to do the right thing.”</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Nel settembre del 2012, più di 260 persone sono morte e 32 sono state ferite a seguito dell’incendio avvenuto nella fabbrica tessile Ali Enterprises a Karachi, in Pakistan. Il fuoco è stato in grado di diffondersi così rapidamente in gran parte a causa del mancato rispetto da parte dell’impresa tessile degli </span><span lang="it-IT">standard </span><span lang="it-IT">di sicurezza e della presenza di bocchi alle uscite di emergenza: l’incidente è stato soprannominato</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> “</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>l&#8217;11 settembre industriale</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">”.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">KiK rappresentava il principale acquirente dei prodotti di abbigliamento della Ali Enterprises e come tale poteva essere ritenuto responsabile congiuntamente ai proprietari e al </span><span lang="it-IT">management </span><span lang="it-IT">dell’industria a causa delle violazioni degli obblighi di applicazione di misure di sicurezza e di misure antincendio che sarebbero dovute essere predisposte all’interno dello stabilimento pakistano.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Qualche settimana prima di tale disastro, la fabbrica era stata sottoposta ad ispezioni da parte della società italiana di revisione RINA che le aveva conferito la certificazione SAI </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">(</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Social Accountability International</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">)</span></span></span></span><span lang="it-IT"> SA8000, nonostante la Ali Enterprise svolgesse le proprie attività in violazione delle principali normative in materia di sicurezza e di misure antincendio: l’industria non era dotata di uscite di emergenza, le finestre erano sbarrate, un intero piano era il risultato di costruzione abusiva. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il 13 marzo 2015 Muhammad Hanif, Muhammad Jabbir, Abdul Aziz Khan Yousuf Zai e Saeeda Khatoon, un sopravvissuto al disastro dell’11 settembre 2012 e tre parenti delle vittime, hanno intentato un’azione legale contro KiK presso il tribunale regionale di Dortmund. I quattro querelanti, nonché membri dell’</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> “</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association”, </i></span></span></span></span><span lang="it-IT">hanno chiesto un risarcimento di € 30.000 a KiK per il dolore e la sofferenza causati dall’incendio a tutte le famiglie colpite, così come le scuse e l’impegno da parte dell’impresa a garantire la sicurezza presso le strutture di produzione di abbigliamento </span><span lang="it-IT">esternalizza</span><span lang="it-IT">te.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">KiK inizialmente ha accettato di versare un milione di dollari al fine di garantire sollievo immediato ai feriti e ai familiari delle vittime e di negoziare un risarcimento di lunga durata per mezzo del </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Pakistan Institute of Labour Education &amp; Research</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">. </span></span></span></span><span lang="it-IT">Nel 2013 a seguito dell’inerzia di Kik nel rispettare la promessa di risarcimento</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, l’</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>European Center for Constitutional and Human Rights </i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">(ECCHR) </span></span></span></span><span lang="it-IT">ha depositato presso la Corte Suprema di Sindh un</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> “</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>amicus brief</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">” </span></span></span></span><span lang="it-IT">volto ad esporre in dettaglio le responsabilità di KiK in relazione alla violazione delle misure di sicurezza e antincendio, mettendo in luce inoltre gli obblighi dello Stato pakistano ai sensi del diritto internazionale. Secondo l’ECCHR, lo scopo della presentazione dell’</span><span lang="it-IT">amicus brief </span><span lang="it-IT">è stato quello di garantire che l’indagine coprisse non solo gli attori locali, ma esaminasse anche il ruolo nella vicenda della società acquirente KiK e della società di revisione RINA.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Nonostante KiK abbia la propria sede legale in Germania, ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 1 del regolamento Roma II, la legge pakistana risulta essere la legge applicabile alla controversia in quanto legge del luogo in cui si è verificato il fatto. La legge pakistana è, in larga misura, basata sui principi del </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Common Law</i></span></span></span></span><span lang="it-IT"> inglese e le corti pakistane si riferiscono spesso alla giurisprudenza inglese come fonte giuridica prevalente, in particolare nel campo della responsabilità civile.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">I richiedenti sostenevano che KiK avesse un diretto dovere di diligenza volto a garantire il rispetto degli </span><span lang="it-IT">standard </span><span lang="it-IT">di sicurezza sul lavoro, in quanto era regolarmente intervenuta nello svolgimento delle operazioni dell’industria, dirigendo e monitorando la gestione dell’applicazione delle misure di sicurezza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">In particolare, KiK dispone di un proprio codice di condotta, incorporato anche nei contratti stipulati dall’impresa con le proprie </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>supply chains</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, </span></span></span></span><span lang="it-IT">sulla base del quale i fornitori che vogliano entrare in rapporti commerciali con KiK sono tenuti a conformarsi a </span><span lang="it-IT">standard</span><span lang="it-IT"> volti a garantire determinate condizioni lavorative: l’azienda tedesca è tenuta a svolgere procedimenti di monitoraggio in relazione al rispetto di tali </span><span lang="it-IT">standard</span><span lang="it-IT">, in particolare attraverso attività di </span><span lang="it-IT">audit </span><span lang="it-IT">condotte da enti terzi e l’imposizione di sanzioni quali la cancellazione di ordini o la cessazione dell’attività commerciale in caso di non conformità rispetto a tali disposizioni.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">I richiedenti hanno evidenziato come KiK avesse acquistato il 75% della produzione della Ali Enterprise, rappresentando di conseguenza il suo principale acquirente, avendo stretto vincolanti rapporti commerciali con suddetto stabilimento: Kik era responsabile di garantire la conformità delle attività condotte alla Ali Enterprise rispetto a </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>standards</i></span></span></span></span><span lang="it-IT"> di salute e sicurezza all’interno della fabbrica e ha violato il proprio dovere di diligenza omettendo di prevenire gli ingenti danni subiti dai lavoratori dell’industria pakistana.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Nel caso Kik, un ostacolo importante è stato rappresentato dalla difficoltà nell’attribuire responsabilità diretta a una società subappaltatrice a causa del mancato esercizio della dovuta diligenza nell’assicurare che i diritti umani venissero rispettati anche all’interno delle sue catene di approvvigionamento globali. Sebbene tali previsioni siano perfettamente in linea con gli obblighi di dovuta diligenza connessi al rispetto dei diritti umani da parte delle società controllanti stabiliti negli UNGPs, nella pratica impongono ai ricorrenti di essere supportati da una serie di prove fra cui la dimostrazione del livello di controllo e di supervisione esercitati dalla società madre sull’attività dei suoi fornitori, accertamenti frequentemente di difficile dimostrazione; inoltre il limitato accesso alle informazioni (come ad esempio alle documentazioni interne) rende ancora più complessa la dimostrazione da parte dei richiedenti della veridicità delle proprie affermazioni.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il 10 gennaio 2019, la Corte di Dortmund ha respinto la domanda dei ricorrenti per scadenza dei termini di prescrizione secondo quanto previsto dalle disposizioni legislative pakistane.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il caso Kik è il primo del suo genere in Germania, essendo stato in grado di mettere in luce la responsabilità delle imprese nelle loro operazioni transnazionali in relazione al rispetto delle condizioni lavorative presso le proprie filiali e i propri fornitori all’estero: è la prima volta che la responsabilità di una società europea è stata invocata dalle corti internazionali in riferimento a violazioni dei diritti umani avvenute da parte di uno dei suoi fornitori all’interno di un paese terzo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Indipendentemente dall’esito del processo, il viaggio dei querelanti in Europa è stata un’occasione per mettere in luce le violazioni dei diritti umani commesse dalle multinazionali europee e nordamericane, la loro campagna ha evidenziato la necessità imminente di ritenere le corporazioni locali e transnazionali responsabili di violazioni dei diritti umani che avvengono nello svolgimento delle loro operazioni e delle attività condotte dalle loro catene di approvvigionamento.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Gli sforzi di tali campagne di sensibilizzazione stanno già iniziando a dare i propri frutti: molti stati occidentali hanno messo in atto meccanismi volti a controllare le violazioni dei diritti umani delle corporazioni transnazionali all’interno dei loro territori, ad esempio la Francia ha promulgato e implementato la </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>loi-de-vigilanza</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, </span></span></span></span><span lang="it-IT">una legge che prevede un’attività di </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>due diligence</i></span></span></span></span><span lang="it-IT"> necessaria in relazione al rispetto dei diritti umani da parte delle società nello svolgimento delle proprie operazioni; il parlamento olandese ha adottato il Wet Zorgplicht Kinderarbeid, una legislazione volta al controllo, da parte delle imprese, del verificarsi di fenomeni di sfruttamento del lavoro minorile all’interno della loro catena di produzione. Nonostante tali misure siano state adottate da parte di diversi paesi occidentali, paesi economicamente meno sviluppati, a causa prevalentemente di ragioni socio-politiche, non sono stati in grado di uscire dalla persistente situazione di violazioni e abusi che li caratterizza. </span></p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Una dolcissima idea</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Sep 2018 07:13:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Veronica Tedeschi Il cioccolato, uno dei cibi più desiderati da ogni persona, in qualsiasi parte del mondo questa si trovi. Ma dove viene prodotto? E in che modo? Il primo produttore al mondo&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2018/09/22/stay-human-africa-una-dolcissima-idea/">&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Una dolcissima idea</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/costa-avorio_0064-FILEminimizer.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11405" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/costa-avorio_0064-FILEminimizer.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="724" height="480" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/costa-avorio_0064-FILEminimizer.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 724w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/costa-avorio_0064-FILEminimizer-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 724px) 100vw, 724px" /></a></b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">Il cioccolato, uno dei cibi più desiderati da ogni persona, in qualsiasi parte del mondo questa si trovi. Ma dove viene prodotto? E in che modo?</p>
<p align="JUSTIFY">Il primo produttore al mondo di cacao è la Costa d’Avorio che da sola rifornisce il 40% del mercato globale e nel 2017 ha esportato quasi due milioni di tonnellate di semi. L’esportazione di tali semi ha assicurato il 20 % del Pil nazionale ma proviamo a pensare praticamente a quello cha accade nell’iter produttivo: braccianti ivoriani raccolgono semi di cacao che vengono immediatamente commerciati dalle diverse multinazionali presenti sul territorio, senza che avvenga nessuna trasformazione primaria in terra africana.</p>
<p align="JUSTIFY">Quando il prodotto grezzo è trasformato in bene di consumo, il suo commercio può alimentare il mercato interno innescando un circolo virtuoso che produce maggiore ricchezza e occupazione. Inoltre, le regole morali delle multinazionali presenti in Costa d’Avorio (ma non solo…) non sono per nulla ammissibili. Uno studio dell’organizzazione non governativa Mighty Earth denuncia come una grande quantità di cacao utilizzato dalle principali aziende produttrici di cioccolato come Mars, Nestlé, Ferrero e Lindt, sia coltivata illegalmente nei parchi nazionali e in altre aree boschive tutelate.</p>
<p align="JUSTIFY">Secondo l’Ong, il business è talmente vasto che le aree protette sono a volte diventate vere e proprie città, come è avvenuto in una foresta tutelata, nella quale vivono migliaia di abitanti e nel tempo sono stati costruiti ventidue magazzini di cacao, una moschea, una scuola, decine di negozi e dispensari medico-sanitari. Tutto ciò porta a conseguenze devastanti sia sotto il punto di vista sociale (meno ricchezza per la popolazione) sia sotto il punto di vista economico (il rigiro di denaro che resta in Costa d’Avorio è bassissimo).</p>
<p align="JUSTIFY">Quale soluzione possibile? Semplicemente, basterebbe innescare dei commerci di trasformazione, anche piccoli, in cui il raccolto dei contadini si possa trasformare in cioccolato di qualità direttamente in Africa.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo è quello che lentamente sta accadendo, ad Abidjan sono sorte piccole botteghe che raccolgono, trasformano e vendono il cioccolato, tutto in Costa d’Avorio.</p>
<p align="JUSTIFY">Un esempio su tutti è Mon Choco, una piccola impresa costituita da sei dipendenti e diretta da Dana Mroueh, 29 anni, che ha come scopo produrre cioccolato per gli ivoriani e, chissà, anche esportarlo.</p>
<p align="JUSTIFY">“Vado di persona a selezionare il cacao migliore in piantagioni che non usano fertilizzanti chimici” spiega Dana, che ha avuto un’idea ancora più innovativa per la sua azienda: una cyclette come macina.</p>
<p align="JUSTIFY">Anziché utilizzare una macchina elettrica industriale, che comporterebbe un alto consumo di energia elettrico (non supportato da un paese che ancora è soggetto a continui black out), le fave vengono sbriciolate con una sorta di macina collegata ad una cyclette. Un’idea sostenibile e socialmente utile, oltre che importante per la salute dei dipendenti che giornalmente sono costretti a fare anche attività fisica.</p>
<p align="JUSTIFY">Un modello di impresa, funzionale e riproponibile che potrebbe segnare una svolta importante nello sfruttamento di terre e risorse tutt’oggi in atto da molte multinazionali e che potrebbe far crescere il numero dei posti di lavoro e il livello di vita di molti ivoriani.</p>
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		<title>Venezuela. E’CROLLATA LA SANITA’ IN VENEZUELA: #SalvemosLaMaternidadDelSur</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2018 07:28:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi &#160; La sanità in Venezuela è retrocessa di 25-30 anni, gli indicatori internazionali lo affermano. Fare un resoconto serio e veritiero è quasi impossibile per la mancanza d’informazione ufficiale da parte&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Tini Codazzi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/enfermos.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10285" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/enfermos.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1024" height="684" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/enfermos.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/enfermos-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/enfermos-768x513.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>La sanità in Venezuela è retrocessa di 25-30 anni, gli indicatori internazionali lo affermano. Fare un resoconto serio e veritiero è quasi impossibile per la mancanza d’informazione ufficiale da parte degli enti competenti nazionali. La proliferazione di malattie infettive trasmesse da insetti e quelle prevenibili dai vaccini inesistenti, la mancanza di medicine di ogni genere, la malnutrizione, la mancanza di servizi pubblici basilari come l’elettricità e l’acqua potabile, la mancanza di manutenzione di apparecchiature mediche e di attrezzature negli ospedali, il deterioro delle strutture che ospitano gli ospedali, la mancanza di personale medico, la scarsissima o nulla gestione delle politiche per lo sviluppo di programmi per la salute da parte dei due governi dittatoriali negli ultimi 19 anni, hanno fatto sì che il panorama della sanità nel 2018 sia il più catastrofico della storia repubblicana del Venezuela. La situazione vissuta dai malati di tumori, di HIV/AIDS, di emofilia, di lupus, i pazienti trapiantati, tra altre patologie, meriterebbe un altro capitolo per la gravità della situazione.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/maternidad-del-sur.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10288" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/maternidad-del-sur.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1024" height="768" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/maternidad-del-sur.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/maternidad-del-sur-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/maternidad-del-sur-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>Quasi per caso è arrivata tra le mie mani la lettera di un medico venezuelano che lavora in un ospedale materno infantile nella città di Valencia, a nord ovest di Caracas. Una delle città industriali più importanti del Venezuela. Mi è sembrato pertinente pubblicarla per denunciare la situazione precaria del sistema sanitario pubblico del paese. Ho percepito nel suo S.O.S. una tristezza, una stanchezza e una disperazione tale che ho voluto accogliere il suo grido di aiuto. Il ginecologo e ostetrico mittente di questa lettera ha già avuto in passato problemi per aver denunciato la grave situazione inerente alla sanità dell’ospedale dove lavora, per questa ragione la lettera è anonima.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/hospitales.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10286" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/hospitales.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1024" height="576" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/hospitales.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/hospitales-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/hospitales-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p><i>VALENCIA&#8230; Aiuto&#8230; Salviamo l’ospedale materno infantile del Sud.  </i></p>
<p><i>Ancora una volta (confesso che ho perso il conto ma non la forza per parlare) l’indignazione bussa alla mia porta. Nel mio ultimo turno del 17/02/18, la situazione è stata la seguente: non c’è stata acqua dalla sera precedente, immaginate lo stato dei bagni, l’odore era indescrivibile, perché questo genera inquinamento, ser per di più non ci sono disinfettanti per la sterilizzazione delle aree di lavoro… allora tutto diventa pericolosissimo. Ho riportato il problema a INSALUD* attraverso la radio interna&#8230; Ho detto quello che pensavo: non si possono eseguire dei parti in condizioni così inumane e con l’aggravante che le pazienti dovevano comprare alcune scorte di medicinali per poter essere ammesse e curate. La risposta immediata da parte del Primario dell’ospedale, attraverso il cellulare di un collega, è stata quella di affermare che io ero bugiardo, era molto arrabbiato per il mio reclamo, non ne voleva discutere e la cosa più insolita era che se denunciavo ancora qualcosa in radio avrebbe chiamato la polizia&#8230;Bravo il mio collega&#8230; Risposta tempestiva. Incredibile&#8230; e quindi gli ho detto una cosa: dobbiamo agire, e se chiamiamo una commissione neutrale e la facciamo venire all’ospedale per costatare la situazione? Nessuna risposta, quindi ho augurato molte cose belle al Primario perché la mia formazione personale e la mia condizione professionale di lavoratore della salute non mi permettono di sentire odio e risentimento. Lui mente, certo che ci sono carenze, non stiamo bene e questi sono alcuni dei problemi:</i></p>
<p><i>a) Non c’è materiale per fare le storie cliniche, bisogna comprarlo e pagarlo in contanti.  </i></p>
<p><i>b) Non ci sono ambulanze. </i></p>
<p><i>c) Molte volte non ci sono antibiotici.</i></p>
<p><i>d) I kit di sutura non sono adeguati</i></p>
<p><i>e) A volte, non ci sono i contenitori per la sterilizzazione del materiale per fare i cesari, soltanto perché non c’è l’autoclave per sterilizzare e quindi bisogna portare le pazienti ad altri centri ma non ci sono ambulanze per trasportarle. </i></p>
<p><i>f) Alcuni anestetici sono scaduti e bisogna comprarli.</i></p>
<p><i>g) Molte volte le pazienti non ricevono il trattamento perché non ci sono le siringhe. </i></p>
<p><i>h) Il personale di medici e infermieri è insufficiente e molti hanno dato le dimissioni, che tristezza!</i></p>
<p><i>i) E’da 3 anni che le pazienti non ricevono il cibo in ospedale, è doloroso vedere come svengono dalla fame. </i></p>
<p><i>J) Non c’è più il laboratorio. I pazienti devono andare in uno privato. </i></p>
<p><i>E quindi dico, tutto questo non viola i diritti a la salute gratuita previsti nella costituzione? </i></p>
<p><i>E così potrei continuare. Allora, chi mente? A chi fa male tutto quello che deve subire una donna incinta per dare alla luce il suo bambino? Confesso che i dirigenti dell’ospedale hanno avuto molta fortuna perché i pazienti e i loro familiari non hanno mai denunciato quello che hanno subito. Il personale dell’ospedale ha paura di dire la verità in una città come Valencia e in una regione come quella di Carabobo, i politici sono rimasti indifferenti davanti a questa terribile e drammatica situazione. Per finire, voglio dire al Primario che tutti siamo uguali agli occhi di Dio. Lui, il Primario, potrebbe essere mio figlio per l’età che ha, quindi mi permetto di riprenderlo perché è troppo indolente, insensibile e cieco. Poteva anche essere stato un mio studente e credo che in questo caso la mia delusione sarebbe stata immensa, visto che i valori e l’amore per il prossimo sono gli ingredienti principali per essere un buon medico. Secondo me, queste cose sono importanti, piuttosto che i colori di un partito politico. Quando la sua carica di Primario finirà, come guarderà agli occhi ai suoi colleghi? Sicuramente in quel momento chiederà solidarietà e appoggio morale. Ma adesso, lui ha il petto gonfio e pieno di senso di responsabilità per aver chiamato la polizia e vuole vederla mentre mi portano via solo perché io ho avuto il coraggio di dire la verità, e quindi voglio dirgli che in quel momento vorrei avere il privilegio di farmi mettere le manette da lui, dal mio Primario. Dio esiste ed è buono. Noi, i buoni, vinceremo.</i></p>
<p>*INSALUD è l’istituto regionale per la salute, è un organo operativo e finanziato dal sistema regionale di salute pubblica della regione Carabobo.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/571139602b2bf.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10287" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/571139602b2bf.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="612" height="340" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/571139602b2bf.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 612w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/571139602b2bf-300x167.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 612px) 100vw, 612px" /></a></p>
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