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	<title>istituzione Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Perché #sapevamotutte che Giulia Tramontano è stata uccisa dal suo compagno: il senso dell’hashtag sul femminicidio di Senago</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jun 2023 08:39:12 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giulia-tramontano-2-2-2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="640" height="360" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giulia-tramontano-2-2-2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17001" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giulia-tramontano-2-2-2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 640w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giulia-tramontano-2-2-2-300x169.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></figure>



<p><a href="javascript:void(0)"></a><a href="javascript:void(0);"></a><a href="javascript:void(0);"></a><a href="javascript:void(0);"></a></p>



<p>Chiara Severgnini (da 27esimaora.corriere.it)</p>



<p></p>



<p>Quando una donna scompare, non si lanciano accuse infondate: la legge, e il senso civico, insegnano che non ci sono colpevoli finché non c’è una confessione, oppure una sentenza. Quando una donna scompare, si indaga sempre in più direzioni: è la cosa giusta da fare, e le forze dell’ordine lo sanno.&nbsp;<strong>Ma, accanto alla legge, al senso civico e alle buone prassi investigative, c’è il sentire comune. E quello, evidentemente, ci ha spinto a guardare in una direzione ben precisa.&nbsp;</strong>«Lo sapevamo, che era stato lui». Lo stanno scrivendo in centinaia, su Twitter, su Instagram, su Facebook. Uomini e donne, ma soprattutto donne, come rivela l’hashtag: «Lo sapevamo tutte, che era stato lui».</p>



<p>Certo, si sperava in un finale diverso. Si sperava che Tramontano, che era incinta al settimo mese, se ne fosse andata volontariamente. Ma,<strong>&nbsp;purtroppo, quando una donna scompare, la possibilità che sia morta, e che a ucciderla sia stata una persona cara, è alta.</strong>&nbsp;In Italia, nel 2022, sono state assassinate 125 donne, di cui 103 in ambito familiare. Tra il 1° gennaio e il 28 maggio di quest’anno, i femminicidi sono stati 45: in ventidue casi, a uccidere è stato il partner o l’ex partner. Sono dati in linea con quelli degli anni passati. E mettono a fuoco un fenomeno che non si limita solo al nostro Paese: nel 2021, in tutto il mondo, ogni ora ci sono stati cinque femminicidi commessi da familiari delle vittime (lo hanno calcolato due agenzie delle Nazioni Unite, UN Women e UN Office on Drugs and Crime, nel 2022).</p>



<p>«Lo sapevamo tutte» è un hashtag, non un’analisi sociologica. Non ha pretesa di completezza. È solo la frase su cui si sta coagulando un sentimento popolare che mescola rabbia, amarezza e frustrazione, ma purtroppo anche rassegnazione.&nbsp;<strong>«Lo sapevamo» tutte e tutti perché, purtroppo, ci siamo ormai abituati a un copione che sembra ripetersi di continuo, con variazioni minime. Cambiano le circostanze, le armi del delitto, i luoghi. Non cambia, però, il problema di fondo.</strong>&nbsp;Chiamarlo movente sarebbe allo stesso tempo impreciso e riduttivo, perché il «motivo» per cui&nbsp;<a href="https://27esimaora.corriere.it/la-strage-delle-donne/?utm_source=rss&utm_medium=rss">gli uomini uccidono le donne&nbsp;</a>che fanno parte della loro vita non è sempre lo stesso, ma oscilla lungo uno spettro che comprende possesso, incapacità di accettare la fine di una relazione, desiderio di controllo, rigetto della libertà altrui. C’è, però, una radice comune. E quella è sempre la stessa, come indica con chiarezza in un report del Servizio analisi criminale del ministero dell’Interno, realizzato nel 2022 in occasione della Giornata della donna: lo «storico squilibrio nei rapporti di potere tra i sessi in ambito familiare e sociale».</p>



<p>Lo dice a chiare lettere anche la&nbsp;<a href="https://27esimaora.corriere.it/23_maggio_18/perche-adesione-ue-convenzione-istanbul-buona-notizia-a2e79280-f4ab-11ed-b7d9-7d259dd28bda.shtml?utm_source=rss&utm_medium=rss">Convenzione di Istanbul, cui l’Ue ha aderito</a>&nbsp;— dopo anni di attesa — poche settimane fa:&nbsp;<strong>sono le disuguaglianze di genere che pervadono la nostra società a generare molestie, abusi, aggressioni sessuali, femminicidi. Fuori casa, ma soprattutto dentro.</strong>&nbsp;È anche per questo che «lo sapevamo tutte»: perché la violenza è figlia di una cultura in cui siamo immersi e immerse ogni giorno. E se ora c’è chi invita a “insegnare alle donne a proteggersi”, anziché a “educare gli uomini a rispettare i diritti umani delle donne” — perché di questo si tratta: di diritti umani — è sempre per via della stessa cultura. Quella che sovra-responsabilizza le donne e giustifica gli uomini, quella che rinforza gli stereotipi anziché smontarli, quella che predica la “protezione” del genere femminile postulandone — implicitamente — l’inferiorità. La cultura della disuguaglianza, insomma. «Lo sapevamo tutte», perché sappiamo con cosa abbiamo a che fare. Ora, però, si tratta di creare le condizioni perché questa frase non ci serva più.</p>
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		<title>Nawal, l&#8217;angelo dei profughi</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2016 07:30:49 +0000</pubDate>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2016/01/20/nawal-langelo-dei-profughi/">Nawal, l&#8217;angelo dei profughi</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/e5wjT7tymWm6_s4-mb.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5108" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5108" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/01/e5wjT7tymWm6_s4-mb.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="e5wjT7tymWm6_s4-mb" width="192" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nawal è l&#8217;angelo dei siriani in fuga dalla guerra. Ha 27 anni, di origini marocchine, è arrivata a Catania da piccola: da lì aiuta in modo volontario migliaia di migranti a sopravvivere al viaggio della disperazione nel Mediterraneo e a non cedere al racket degli &#8220;scafisti di terra&#8221;. Se le persone che viaggiano con i barconi della morte nel Mediterraneo hanno un angelo, il suo nome è Nawal. Se i funzionari dell&#8217;Operazione Mare nostrum e le Capitanerie di porto di tutto il Sud Italia devono ringraziare qualcuno per facilitare il loro compito, ovvero il salvare più vite possibili, devono dire grazie a Nawal. Se i giornalisti possono fare il loro mestiere raccontando per filo e per segno quello che accade, superando anche i silenzi e le attese delle risposte istituzionali, lo si deve a persone come Nawal.</p>
<p>L&#8217;Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi Daniele Biella, giornalista e autore del libro <i>Nawal, l&#8217;angelo dei profughi</i>, Paoline Edizioni.</p>
<p>Ringraziamo moltissimo Daniele Biella per la sua disponibilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dove e quando ha conosciuto Nawal?</p>
<p>Lavoro per <i>Vita </i>no profit e, occupandomi di temi sociali, vengo a contatto con molte persone e il 2 agosto 2014 – nel seguire il caso del terribile naufragio al largo delle coste della Libia in cui sono stati stimati circa 250 dispersi su 300 – ho incontrato alcuni giovani siriani che avevano circa trent&#8217;anni e che avevano perso in mare i propri figli; arrivati a Milano chiedono aiuti per ritrovarli anche perchè, durante l&#8217;operazione di salvataggio su Mare Nostrum e anche dopo l&#8217;arrivo a terra, avevano assicurato loro che li avrebbero ritrovati, per cui abbiamo lanciato l&#8217;appello. Istituzioni, giornalisti e volontari hanno iniziato a cercare informazioni sui bambini e, durante la ricerca, ho incontrato anche Nawal. Nawal riceve telefonate e chiama la Guardia costiera e, da quel momento è diventata, per me e per gli altri, una fonte indispensabile.</p>
<p>Qual è stato il suo percorso? Come è arrivata ad essere un punto di riferimento per i migranti?</p>
<p>Già da quando era ragazzina Nawal ha preso parte a manifestazioni e si è battuta per la giustizia: ad esempio, a 18 anni, ha allestito insieme ad alcuni amici una mensa popolare a Catania per italiani e stranieri. Nel corso del tempo ha cercato di aiutare sempre le persone anche perchè lei è arrivata dal Marocco (quando aveva 25 giorni e passando dalla Spagna): la sua è stata una vita relativamente fortunata, il viaggio della sua famiglia è stato sicuro, ha potuto studiare ma, arrivata ad un certo punto, ha capito di poter dare qualcosa a persone meno fortunate. Questo impegno si è sviluppato nel settore delle migrazioni anche perchè la Sicilia è diventata sempre più una terra di “primo arrivo” e di passaggio, per cui il suo monitoraggio dei diritti umani è diventato sempre più importante.</p>
<p>Nel momento in cui è scoppiata la rivoluzione civile e pacifica in Siria – nelle prime settimane – Nawal ha preso contatto con gli attivisti siriani tramite i social, ha verificato le fonti ed è diventata, in un certo senso, anche una reporter. anche una reporter a distanza: ha iniziato a diffondere sul web e a mandare a network informativi italiani e stranieri i video che le arrivavano dalla Siria. Da Piazza Bellini a Catania si è poi creata una rete e così è nata l&#8217;idea di una carovana per portare dei beni di prima necessità, soprattutto medicinali, nel Paese. Nel 2013, quindi, Nawal è partita per la Siria per vedere tutto da vicino, si è messa a disposizione delle persone ed è diventata, una volta tornata in Italia, una sorta di punto di riferimento per coloro che scappavano; oltretutto Nawal parla l&#8217;arabo per cui può fare da ponte e la fa molto soffrire il fatto che non ci siano interpreti arabi a fare questo lavoro&#8230;</p>
<p>Una ragazza di 28 anni sopperisce alla mancanze delle istituzioni?</p>
<p>Sì, lei come altri. Nawal aiuta a salvare vite umane; lei è una persona comune che si è presa questo impegno totalizzante perchè viene chiamata al telefono a tutte le ore del giorno e della notte; è stata a Lesbo a raccogliere le persone per portarle dalla spiaggia al centro di accoglienza, noleggiando un&#8217;auto proprio perchè ha visto che anche lì le istituzioni non riescono a far fronte al grosso flusso di migranti. Il suo, come quello degli altri, è un aiuto concreto e volontario.</p>
<p>Nawal ha detto: “ Dare a volte fa molto male, ma vi spiegherò perchè”&#8230;</p>
<p>Nel libro Nawal spiega le difficoltà, a volte, del “restare umani” perchè quello che si vede è orribile: in un passaggio molto forte, ad esempio, dice di aver paura di mangiare pesce perchè in fondo al mare i pesci si nutrono di ciò che trovano. E&#8217; difficile anche controllarsi ogni volta che riceve una chiamata per aiutare persone che sono nel panico, quindi è una fatica fisica e psicologica e Nawal sente a tal punto la responsabilità da dire “Se non rispondessi alle telefonate, sarebbe quasi omissione di soccorso”.</p>
<p>Qual è il collegamento tra le morti in mare e la nostra democrazia?</p>
<p>Questa domanda è centrale perchè la democrazia è sopperire ai bisogni degli esseri umani: in questo caso si parla di diritti delle persone e, nel momento in cui ci sono persone che avrebbero diritto alla protezione internazionale a vari livelli e non si riescono a salvare, questo è antidemocratico. Soprattutto quando sappiamo che le possibilità ci sono, per esempio attraverso i canali umanitari e gli accordi tra gli Stati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span class="_5yl5">Il libro verrà presentato martedì 2 febbraio alle ore 21 alla Libreria Les Mots a Milano.</span></p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2016/01/20/nawal-langelo-dei-profughi/">Nawal, l&#8217;angelo dei profughi</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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