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	<title>jihad Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Anbamed. Notizie dal sudest del Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2021 07:16:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>a cura di Farid Adly Sabato 13 febbraio alle ore 18:00 vi diamo appuntamento al convegno online: “Le società civili arabe, 10 anni dopo la caduta dei tiranni”. Interverranno: Sabri Hassan, Adel Jabbar, Leila&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>a cura di Farid Adly</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/02/kurdistan_after_referendum.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15078" width="624" height="555" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/02/kurdistan_after_referendum.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1021w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/02/kurdistan_after_referendum-300x267.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/02/kurdistan_after_referendum-768x684.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 624px) 100vw, 624px" /></figure>



<p><br>Sabato 13 febbraio alle ore 18:00 vi diamo appuntamento al convegno online:</p>



<p>“Le società civili arabe, 10 anni dopo la caduta dei tiranni”.</p>



<p>Interverranno: Sabri Hassan, Adel Jabbar, Leila El-Hossi, Karim Metref e Ibrahim Heggi.</p>



<p>Per seguire la diretta YouTube:&nbsp;<a href="https://youtu.be/V_pFV-oEJ3U?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-video-0" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://youtu.be/V_pFV-oEJ3U?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>Le notizie</p>



<p><strong>Arabia Saudita</strong></p>



<p>Loujain Al-Hathloul è libera. Ieri mattina la procura ha convocato i genitori per assistere all&#8217;udienza del processo sulle torture da lei subite. Dopo la pronuncia della sentenza di non luogo a procedere, i giudici hanno informato i familiari che l&#8217;attivista per i diritti delle donne è libera. La corte anti-terrorismo l&#8217;aveva condannata lo scorso dicembre a 5 anni e 8 mesi, metà dei quali con la condizionale. È stata detenuta per 1001 giorno per aver guidato un&#8217;auto nel territorio del regno, inoltre è stata accusata di contatti con agenti nemici e processata dalla corte anti-terrorismo. Una costruzione giudiziaria spaventosa che non ha fiaccato la determinazione di Loujain, che chiede ancora giustizia per le torture subite e le minacce psicologiche alle quali è stata sottoposta dai suoi carcerieri.</p>



<p><strong>Kurdistan</strong></p>



<p>L&#8217;esercito turco ha compiuto un bombardamento sul territorio iracheno nella regione autonoma del Kurdistan. Sono stati colpiti all&#8217;alba di mercoledì diversi villaggi nella provincia di Dohuk, azione seguita poi dal lancio di paracadutisti per un&#8217;operazione di terra. I combattenti del PKK si sono scontrati con i soldati turchi in una dura battaglia, in seguito alla quale le truppe di Ankara sono state costrette al ritiro.</p>



<p><strong>Etiopia</strong></p>



<p>Il direttore della Croce Rossa etiope ha comunicato, in una video-conferenza stampa da Addis Abeba, che l&#8217;80% delle zone del Tigray non sono raggiungibili per la distribuzione di aiuti umanitari. La popolazione che ha ricevuto sostegno è quella che vive nelle vicinanze delle strade che portano al capoluogo del Tigray, Macallé. La situazione è drammatica e la gente nei villaggi interni rischia di morire di fame. Su 6 milioni di abitanti, le persone bisognose di assistenza sono circa 4 milioni. Le operazioni militari in corso – ha concluso il direttore – non permettono al personale di soccorso di operare in sicurezza.</p>



<p><strong>Arabia Saudita 2</strong></p>



<p>Le autorità saudite hanno denunciato che l&#8217;aeroporto civile di Abha, nel sud, è stato oggetto di un attacco con un drone da parte dei ribelli Houthi yemeniti. La stampa locale ha informato che la protezione civile è riuscita a spegnere il fuoco divampato in una parte dell&#8217;aeroporto. Non ci sarebbero state vittime, ma soltanto danni materiali. La televisione saudita ha trasmesso le immagini del drone abbattuto.</p>



<p><strong>Siria</strong></p>



<p>Il Consiglio di sicurezza dell&#8217;ONU ha tenuto una riunione a porte chiuse sulla Siria, durante la quale l&#8217;inviato speciale Andersen ha ammesso che non ci sono stati progressi nelle trattative per la stesura della nuova Costituzione. L&#8217;ultimo incontro tra il governo di Damasco e le opposizioni, avvenuto alla fine di Gennaio a Ginevra, è finito nel nulla. Il Consiglio di Sicurezza, a causa dell&#8217;opposizione russa, non è riuscito ad esprimere un comunicato comune sulla situazione siriana.</p>



<p><strong>Sudan</strong></p>



<p>Violente manifestazioni di protesta sono divampate in 10 città, cogliendo di sorpresa le autorità mentre era in corso il rimpasto governativo. Manifestazioni non indette da movimenti, ma nate spontaneamente e con una carica di violenza senza precedenti. Alcuni osservatori le hanno definite “le rivolte degli affamati”, mentre altri le hanno etichettate come provocazioni messe in campo dai seguaci dell&#8217;ex dittatore Al-Bashir. Sono state prese di mira sedi governative, banche e redazioni locali della radiotelevisione di Stato. Saccheggi sono avvenuti al mercato centrale di Port Sudan. Il nuovo governo, entrato in carica ieri, dopo il giuramento dei nuovi ministri sta studiando di dichiarare lo stato d&#8217;emergenza e imporre il coprifuoco nelle ore notturne per poter riprendere il controllo della situazione.</p>



<p><strong>Egitto</strong></p>



<p>Sei civili egiziani sono stati uccisi in un attacco dei jihadisti di Daesh nella penisola del Sinai. Il pulmino che li stava trasportando verso casa al ritorno dal lavoro è caduto in un agguato dei miliziani armati, nel centro della penisola. Il gruppo terroristico considera chiunque non collabori con i jihadisti come nemico da uccidere.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. La rielezione di Roch Kaborè in Burkina Faso</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2020 09:17:47 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p><em>«In un’elezione c’è sempre un vincitore e delle persone che perdono. Questo, però, non deve dissuaderci dal fatto che siamo tutti burkinabé e che tutti, insieme, dobbiamo costruire un Burkina Faso migliore».</em></p>



<p>In Burkina Faso le scuole sono chiuse, non per il Coronavirus ma per la violenza. Un paese stremato da terrorismo e povertà che, negli ultimi cinque anni ha imboccato la strada del caos. Gli attacchi da parte dei gruppi jihadisti si sono moltiplicati quasi uno al giorno: oltre 1200 morti, più di un milione di sfollati, intere parti del Paese sfuggite all’autorità.</p>



<p>Polizia ed esercito non sono in grado di arrestare le violenze nel paese ma, nonostante questo, la corsa alla Presidenza si è svolta in modo più o meno tranquillo.</p>



<p>Il 22 novembre in Burkina Faso si sono tenute le elezioni presidenziali, tra contestazioni e violenze, soprattutto in relazione al fatto che più di 400.000 persone non hanno potuto votare a causa dello smarrimento dei loro documenti conseguente ai numerosi attacchi terroristici che stanno interessando il paese in questi ultimi mesi. Queste elezioni, tanto acclamate dal popolo, avevano lo scopo di metter fine agli attentati di matrice terroristica che hanno portato ad un gran numero di sfollati e ad un’instabilità economica e politica. I candidati alla presidenza erano l’ex Ministro delle Finanze Zéprin Diabré, Eddie Komboigo e il presidente uscente Kaborè che ha avuto la meglio vincendo nuovamente.</p>



<p>Altri cinque anni di presidenza, per far ripartire il paese e produrre quel tanto agognato sviluppo e cambiamento che la “terra degli uomini retti” da troppo tempo reclama.</p>



<p>Gli avversari di Kaboré hanno contestato la validità dei risultati (Kaborè vince con quasi il 58%) e denunciato brogli, ma la commissione elettorale ha respinto le accuse e una missione di osservatori internazionali ha dichiarato che le elezioni si sono svolte correttamente. Roch Kaboré, che era stato eletto per il primo mandato nel 2015, ha basato la sua campagna elettorale sull’aver reso gratuita l’assistenza sanitaria a tutti i bambini sotto i 5 anni e sull’aver asfaltato alcune delle strade che attraversano il paese.</p>



<p><em>Il presidente pigro</em>, così viene chiamato, ha anche la grande caratteristica di essere un riconciliatore da sempre aperto nell’aiutare il suo paese con impegno e interesse. Il terrorismo, però, si sa, usa armi scorrette che anche un buon presidente (che negli anni bui del regime di Compaorè tirò fuori la forza dei burkinabè) non riesce a contrastare.</p>



<p>Kaboré non si smentisce, continua a promettere «consultazioni permanenti per costruire un Burkina Faso migliore. Metterò tutto il mio impegno affinché in una consultazione permanente si possa lavorare insieme per la pace e lo sviluppo del nostro Paese».</p>



<p>I burkinabè hanno riassegnato la loro fiducia e speranza in quest’uomo che ha davanti a sé cinque anni per risollevare il paese e contrastare il terrorismo, buon lavoro!</p>
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		<title>Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2020 08:37:52 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>A cura di Farid Adly</p>



<p></p>



<p>Agli iscritti Newsletter, per ascoltare l&#8217;audio:</p>



<p><a href="https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/anbamed/indice_1604992621.htm&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/anbamed/indice_1604992621.htm&utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>I titoli</p>



<p><strong>Iraq:</strong>&nbsp;11 uccisi in un attacco di miliziani jihadisti a ovest di Baghdad</p>



<p><strong>Iraq 2:&nbsp;</strong>Iniziano le operazioni di scavo di una gigantesca fossa comune che conterrebbe oltre 2000 cadaveri</p>



<p><strong>Etiopia:</strong>&nbsp;centinaia di morti nella guerra del Tigray. Arrivano i primi profughi in Sudan</p>



<p><strong>Egitto:</strong>&nbsp;concluse le operazioni di voto nella seconda fase delle elezioni dal risultato scontato</p>



<p><strong>Turchia:</strong>&nbsp;si dimette il ministro delle finanze, genero del presidente Erdogan</p>



<p>Le notizie</p>



<p>Iraq:</p>



<p>un attacco di miliziani armati contro un posto di blocco delle forze governative ad ovest di Baghdad. Il gruppo armato è arrivato su 4 auto e ha lanciato bombe a mano e ingaggiato una sparatoria con i soldati. 11 morti tra civili e militari. L&#8217;attacco è stato rivendicato da Daesh (ISIS).</p>



<p>Iraq 2:</p>



<p>Le autorità irachene della provincia di Ninive si preparano alle operazioni di scavo della fossa comune, nota nella zona come la cava di “Khasfa”, che si trova a 20 km a sud di Mosul. Secondo le testimonianze, raccolte alla caduta del falso califfato, vi sarebbero sepolti almeno 2000 cadaveri di persone uccise a sangue freddo dai jihadisti. I testimoni hanno raccontato che i miliziani hanno coperto di terra la cava prima della loro sconfitta e la zona attorno alla bocca di apertura è stata minata. Dal 2017, le autorità irachene, con il supporto delle agenzie dell&#8217;ONU, hanno scoperto in diverse località del paese precedentemente controllate da Daesh, 202 fosse comuni, ma un rapporto redatto da diverse organizzazioni non governative locali parla di un numero molto più alto: 346, comprendendo anche fosse comuni risalenti al periodo della dittatura di Saddam Hossein e a più recenti episodi di pulizia etnica nelle regioni controllate dalle milizie Hashd Shaabi.</p>



<p>Etiopia:</p>



<p>Fonti militari di Addis Abeba hanno rivelato che ci sarebbero centinaia di vittime nella guerra in corso nella regione settentrionale del Tigray. Dallo scoppio delle ostilità il Fronte di liberazione del popolo Tigray avrebbe perso 500 miliziani e nell&#8217;attacco alla base dell&#8217;esercito sarebbero stati uccisi almeno 300 soldati. L&#8217;esercito per riprendere il controllo sulla regione ribelle ha compiuto bombardamenti aerei. L&#8217;ONU ha espresso la sua preoccupazione, invitando le parti a sedersi al tavolo del negoziato, ma il premier Abyi Ahmed ha rassicurato che la situazione è sotto controllo e non ci sono pericoli di una guerra civile. Parole che sono in contraddizione con quel che succede al confine con il Sudan. Il governo di Khartoum ha comunicato che ha accolto i primi profughi e fuggiaschi dall&#8217;Etiopia. Ci sono 30 soldati e centinaia di civili, che sono stati sistemati in campi con tende nelle province di confine.</p>



<p>Egitto:</p>



<p>Si sono concluse le operazioni di voto nella seconda fase delle elezioni politiche per la Camera. Non ci sono ancora i risultati, ma le previsioni parlano di una vittoria schiacciante della coalizione dei sostenitori del presidente Al-Sissi. Un sistema elettorale prevalentemente maggioritario, per candidature individuali e di lista. In assenza dei principali partiti di opposizione, sono state presentate liste aggregate non sui programmi e progetti politici, ma mettendo insieme personalità dell&#8217;imprenditoria e della sfera sociale pubblica (cultura, giornalismo e calcio). Nel clima di divieti di assembramenti per l&#8217;emergenza sanitaria, le voci non gradite al potere non hanno goduto di spazi pubblici di campagna elettorale. Lo scorso Agosto si sono svolte le elezioni per i 200 seggi del Senato. Gli altri 100 sono di nomina presidenziale.&nbsp;</p>



<p>Turchia:</p>



<p>il ministro delle finanze turco,&nbsp;Berat Albayraq, si è dimesso dall&#8217;incarico “per ragioni di salute”. Albayrak è il genero del presidente Erdogan. Le dimissioni in realtà hanno origine in divergenze sulla cacciata del governatore della banca centrale e la nomina al suo posto di un consulente della presidenza. La girandola di dimissioni è provocata dalla svalutazione della lira turca, che dall&#8217;inizio di quest&#8217;anno ha perso il 30% del suo valore di cambio. La crescita dell&#8217;inflazione a due cifre ha creato molto malcontento e il presidente è alla ricerca di un capro espiatorio.</p>
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		<title>Violenza in Siria. Attacchi alle minoranze</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2020 08:02:11 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="765" height="488" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/sssssssssssssssssssssssssssssssssssssss.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14037" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/sssssssssssssssssssssssssssssssssssssss.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 765w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/sssssssssssssssssssssssssssssssssssssss-300x191.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 765px) 100vw, 765px" /></figure></div>



<p>L&#8217;Associazione per i popoli minacciati (APM) critica i continui crimini della Turchia, membro della NATO, contro le minoranze nel nord della Siria. Nei giorni scorsi, le notizie di crimini di guerra commessi dal regime siriano e dalla Russia contro obiettivi civili avevano fatto scalpore a livello internazionale. Allo stesso tempo, i paesi partner della Turchia, tra cui Italia, Germania e Stati Uniti, rimangono in silenzio sulle continue violazioni dei diritti umani da parte del governo Erdogan e sul suo sostegno alle milizie islamiste. Questo atteggiamento rende la politica siriana dell&#8217;Occidente generalmente inaffidabile agli occhi delle persone colpite.</p>



<p>L&#8217;APM continua ad informare regolarmente i governi degli Stati della NATO sugli attacchi contro curdi, cristiani, yezidi e altri gruppi etnici nella Siria settentrionale, classificati come crimini di guerra.<br>Ciononostante questi governi tacciono sulle pratiche disumane della Turchia nel nord della Siria. In questo modo la stanno sostenendo. La potenza occupante turca ha ripetutamente e completamente interrotto la fornitura d&#8217;acqua alla città di Al Hasakah e ad altri villaggi del nord-est della Siria. Solo in questa regione, centinaia di migliaia di persone di origine curda, araba, assiro/aramaica, armena e di fede musulmana, cristiana e yezida ne sono colpite.</p>



<p>La Turchia e le milizie siriano-islamiche che sostiene, stanno occupando gran parte della Siria settentrionale e orientale. In queste zone sono insediati in particolare gruppi etnici curdi, cristiani, yezidi e aleviti. I governatori provinciali sono di fatto legati all&#8217;amministrazione turca e sono controllati da gruppi islamisti, anch&#8217;essi controllati da Ankara. Queste milizie sono costituite in gran parte da ciò che rimane dell&#8217;IS, l&#8217;ex fronte di Al-Nusra, ma anche da intere milizie jihadiste come Ahrar al-Sham o Faylaq al-Sham. C&#8217;è un clima di paura: rapimenti, torture ed esecuzioni extragiudiziali sono all&#8217;ordine del giorno. Scontri tra le stesse milizie filo-turche per arraffare tutto il possibile, sono un evento regolare. Gli attentati con autobombe nel contesto di questi conflitti interni hanno avuto più volte conseguenze drammatiche per la popolazione civile. Il 29 aprile, per esempio, almeno 60 persone sono rimaste uccise quando un&#8217;autocisterna è esplosa in un mercato di Afrin. Il governo turco accusa i gruppi curdi, mentre altre fonti sospettano che i responsabili siano milizie islamiste pro-turche. I gruppi curdi hanno severamente condannato l&#8217;attacco.<br>Queste condizioni fanno sì che sempre più ampie fasce della popolazione curda, cristiana, yezidi e alevita siano costrette a lasciare la regione: al loro posto saranno insediate persone fedeli alla Turchia di fede radicale sunnita.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221; L&#8217;interminabile strage in Mali</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Nov 2019 08:22:13 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="719" height="480" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/Giovane-manifestante-Peul-4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13234" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/Giovane-manifestante-Peul-4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 719w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/Giovane-manifestante-Peul-4-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></figure></div>



<p>
Un eccidio non documentato in corso e una serie di attacchi
terroristici di cui nessun giornalista parla.</p>



<p>Mali 2019, un paese sofferente in cui i civili non sono al sicuro, in nessuna parte del paese. A partire dai machete utilizzati dai Peul, nomadi senza meta, che, come racconta un sopravvissuto, si sono scagliati  su uomini al lavoro nei campi come delle furie indiavolate, per poi dirigersi alle abitazioni dove non hanno risparmiato nessuno. Donne, bambini e anziani sono stati falcidiati senza pietà.  </p>



<p>
Ci troviamo a Bandiagara, ai piedi delle rocce di Falesia, dove gli
attacchi sono continui e violentissimi. Le vittime sono centinaia e
neppure l&#8217;esercito è in grado di fronteggiare cotanta brutalità.</p>



<p>Un conflitto decennale, tra vicini di casa, che vede gli agricoltori dogon e gli allevatori peul da sempre in una situazione di scontro. Negli ultimi anni le ostilità si sono inasprite a causa della presenza degli jihadisti che ne hanno approfittato per seminare odio in territori già ingestibili per mancanza di autorità.  Il governo francese è intervenuto a sostegno della capitale Bamako ma neanche questo è servito a placare gli animi. Inoltre, solidalmente a questa situazione, ad inizio ottobre alcuni soldati sono stati uccisi in un attacco contro una postazione militare nella regione di Menaka. &#8220;Il bilancio provvisorio è salito a 53 vittime appartenenti alle Malian Armed Forces&#8221;, ha dichiarato l&#8217;esercito maliano sulla sua pagina Facebook.  </p>



<p></p>



<p>&#8220;La situazione è sotto il controllo della Fama Indelimane. Le valutazioni sono ancora in corso&#8221;, ha aggiunto l&#8217;esercito maliano. Quaranta soldati sono stati uccisi in due attacchi jihadisti il 30 settembre e il 1 ottobre, vicino al Burkina Faso, in un paese nel sud del Mali, secondo un rapporto di un funzionario del Ministero della Difesa. L&#8217;attacco di ieri sera ha anche causato &#8220;ferite e danni materiali&#8221;, secondo l&#8217;esercito.</p>



<p>Nessun giornalista occidentale sta documentato l’eccidio. A squarciare il silenzio sono gli stessi dogon che con i loro cellulari inviano foto atroci e resoconti dettagliati delle violenze o lo stesso esercito maliano che pubblica aggiornamenti su Facebook sullo stato dei fatti.</p>
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		<title>Milizie sostenute da Erdogan nel nord della Siria. Le milizie jihadiste praticano la tortura ad Afrin</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2019 07:07:58 +0000</pubDate>
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<p>Di ritorno dal suo viaggio nel nord della Siria, Kamal Sido, referente dell&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) per il Medio Oriente, racconta di una popolazione che vive nel terrore di nuovi attacchi e aggressioni da parte dello Stato Islamico, delle milizie jihadiste alleate della Turchia e dell&#8217;esercito turco. Nonostante la critica situazione di sicurezza nella regione, Kamal Sido si è recato nel nord della Siria per verificare le condizioni di vita della popolazione kurda, cristiana, yezida e alevita.</p>



<p>Mentre la provincia di Idlib è sotto l&#8217;attacco dell&#8217;esercito siriano sostenuto dalla Russia per eliminare le ultime sacche di milizie dell&#8217;IS e riportare il territorio sotto il controllo di Bashar al-Assad, molti ipotizzano un accordo informale tra il presidente turco Erdogan e il suo collega russo Putin secondo cui Ankara e i suoi alleati jihadisti manterrebbero, in cambio dell&#8217;offensiva siriana a Idlib, il controllo indisturbato delle regioni kurde di Afrin e Aleppo. Ancora una volta in questo gioco internazionale di potere, a pagare le conseguenze è la popolazione civile. Decine di migliaia di persone sono infatti in fuga dai nuovi e indiscriminati bombardamenti.</p>



<p>Le province kurdo-siriane di Afrin e Aleppo sono invece sotto il controllo e l&#8217;occupazione della Turchia e delle milizie jihadiste sue alleate, con il tacito benestare della NATO. Se prima dell&#8217;occupazione turca Afrin e Aleppo avevano accolto migliaia di profughi cristiani, yezidi e aleviti in fuga dalle milizie jihadiste, con l&#8217;occupazione turca sono riprese le persecuzioni sia delle minoranze religiose sia della popolazione kurda di fede musulmana. Le milizie jihadiste hanno espropriato case, terreni ed esercizi commerciali, hanno messo in fuga con la forza migliaia di persone e continuano gli arresti arbitrari. Pur non avendo il coraggio di parlarne apertamente, molti kurdi arrestati vengono poi torturati dalle milizie jihadiste. Un uomo, kurdo originario del villaggio di Mirka nel distretto di Mabata a nord di Afrin, ha raccontato al referente dell&#8217;APM di essere stato arrestato da una brigata di una delle tante milizie jihadiste mentre, nel marzo 2018, stava tornando a casa dopo la fine dei combattimenti militari nella regione. Durante la sua detenzione nel carcere di Qarmitlik nel distretto di Shayk al Hadid (Shiye), l&#8217;uomo racconta di essere stato legate mani e piedi per diversi giorni, essere stato picchiato selvaggiamente, torturato con l&#8217;elettroshock mentre gli venivano strappate le unghie delle dita.</p>



<p>Lo scopo della Turchia sembra essere quello di destabilizzare le regioni controllate dai Kurdi. Da marzo 2018 la regione kurda di Afrin è occupata dalle forze turche. Da allora circa 300.000 persone sono state messe i fuga e almeno 1000 kurdi risultano detenuti. Il tutto sotto gli occhi della NATO di cui la Turchia fa parte e i governi occidentali, anche essi partner nella NATO. </p>
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		<title>Gaza. I tre uomini che decidono la pace o la guerra</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Oct 2018 09:38:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Articolo di Janiki Cingoli, Presidente di CIPMO, pubblicato sul magazine online Huffington Post. &#160; 10.000 persone a Gaza hanno partecipato anche questo venerdì alle manifestazioni contro Israele, ma i più si sono tenuti lontano dal&#46;&#46;&#46;</p>
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<div style="text-align: left; color: #555555; line-height: 20px; font-family: Arial, 'Helvetica Neue', Helvetica, sans-serif; font-size: 13px;">
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Articolo di Janiki Cingoli, Presidente di CIPMO, pubblicato sul magazine online Huffington Post.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>10.000 persone a Gaza hanno partecipato anche questo venerdì alle manifestazioni contro Israele,</strong> ma i più si sono tenuti lontano dal confine, seguendo le indicazioni date da Hamas, che aveva dichiarato di non voler mettere a rischio le trattative in corso con Israele, e aveva diffuso un appello a “preservare il sangue palestinese per quando sarà costruito lo Stato palestinese”. Tuttavia, alcuni gruppi si sono avvicinati bruciando copertoni, lanciando palloni incendiari e in tre casi infiltrandosi in Israele.</p>
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<div style="text-align: left; color: #555555; line-height: 20px; font-family: Arial, 'Helvetica Neue', Helvetica, sans-serif; font-size: 13px;">
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Mercoledì, due razzi Grad, di media gittata, hanno raggiunto l’area centrale di Israele,</strong> colpendo l’uno una casa a Beersheba, l’altro finendo in mare. E’ stata la prima volta, dall’inizio delle manifestazioni, che sono stati usati missili di portata così lunga, quasi un avvertimento a Israele del pericolo che graverebbe sulla sua popolazione civile, se la minacciata operazione su larga scala venisse attuata.</p>
<p>Contemporaneamente, sia Hamas che lo Jhiad islamico, le due organizzazioni più forti e le sole a detenere razzi di quel tipo, hanno negato in un comunicato congiunto di aver qualcosa a che fare con quei lanci, disconoscendone la paternità, lanciando così il segnale opposto di non volere un’escalation. Nel frattempo, una missione dei servizi di sicurezza egiziani faceva una frenetica spola tra Gaza, Gerusalemme e Ramallah, per arginare la possibile esplosione militare, parallelamente alla intensa attività dispiegata dall’inviato speciale dell’ONU in Medio Oriente, Nickolay Mladenov.</p>
<p>Come osservato giustamente sul <a href="http://cimpocentroitalianoperlapaceinmediooriente.musvc1.net/e/t?q=6%3dSTJWN%26D%3dG%26G%3dLUL%26H%3dLTJUM%26M%3dxMEH9_Kluf_Vv_Jgvk_Tv_Kluf_U1OCP.33qKzLF.60E_8tnr_H98At777-u4DL-48HK_8tnr_H9A328DLyG434L_4v3qCsis_M8.6KzEyN8-Lx8-E088z-EuG-67uI4Fw-M37-3BD784wDu-Iz3s8-4F-w4K3-G.YPXNcTb%26t%3dFFKB6L.FuM%264K%3dMaQ&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://cimpocentroitalianoperlapaceinmediooriente.musvc1.net/e/t?q%3D6%253dSTJWN%2526D%253dG%2526G%253dLUL%2526H%253dLTJUM%2526M%253dxMEH9_Kluf_Vv_Jgvk_Tv_Kluf_U1OCP.33qKzLF.60E_8tnr_H98At777-u4DL-48HK_8tnr_H9A328DLyG434L_4v3qCsis_M8.6KzEyN8-Lx8-E088z-EuG-67uI4Fw-M37-3BD784wDu-Iz3s8-4F-w4K3-G.YPXNcTb%2526t%253dFFKB6L.FuM%25264K%253dMaQ&amp;source=gmail&amp;ust=1540372872592000&amp;usg=AFQjCNEoMAm-ORw1BLqg7JXceqeexcMG4Q&utm_source=rss&utm_medium=rss">quotidiano Ha’aretz da Anshel Pfeiffer</a>,<strong> il destino di Gaza è nelle mani di tre uomini: Benjamin Netanyahu, Yahya Sinwar, leader di Hamas a Gaza, e Mahmoud Abbas, Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nessuno dei tre vuole una nuova guerra nella Striscia, nessuno dei tre fino ad oggi è stato capace di bloccare gli scontri.</strong></p>
<p>Netanyahu vuole guadagnare almeno un anno di calma: l’anno prossimo, a primavera, sono previste le elezioni anticipate, e lui non vuole certo presentarsi, in caso di guerra, con un pesante bilancio di vittime e feriti nella popolazione civile, e tra gli stessi militari. Inoltre, Israele vuole terminare i lavori di costruzione della barriera sotterranea, in grado di bloccare la penetrazione dei tunnel nel suo territorio. Israele poi non vuole certo riassumersi la responsabilità della gestione amministrativa e della vita di quei due milioni di palestinesi disperati. Infine, il leader israeliano è consapevole delle reazioni internazionali e nello stesso mondo arabo che una nuova operazione su larga scala comporterebbe.</p>
<p>D’altra parte, una nuova guerra a Gaza lascerebbe al suo termine le cose esattamente come stanno, perché Netanyahu sa che sradicare Hamas da Gaza significherebbe solo aprire la strada a gruppi jihadistici ancora più estremisti. I suoi vertici militari gli hanno chiarito bene il concetto. E d&#8217;altronde il Leader israeliano preferisce in realtà la persistenza di due entità palestinesi distinte, perché questo indebolisce la controparte e allontana la possibilità di una ripresa dei negoziati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Le trattative indirette svoltesi al Cairo in questi mesi,</strong> mediate dai servizi di sicurezza egiziani, sono andate molto avanti, arrivando a definire una bozza di accordo bilaterale, che prevede prima il ristabilimento della calma, con l’apertura dei valichi al confine con Israele, insieme a quello con l’Egitto, poi le trattative per lo scambio di prigionieri, e il varo di una tregua di cinque anni, insieme a misure di emergenza per risollevare le gravi condizioni di vita della popolazione, ivi incluso il possibile utilizzo di un porto a Cipro o in Egitto, per rompere l’isolamento di Gaza, ed anche la costruzione di un aeroporto. In sostanza, gli stessi impegni, rimasti del tutto inattuati, con cui si era chiusa nel 2014 la precedente guerra, denominata da Israele Operatione <em>“Protective Edge”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A questi elementi, si aggiunge inoltre l’apporto del Qatar, che si impegnerebbe a pagare il carburante per portare da 4 a 8 ore al giorno l’erogazione dell’elettricità a Gaza, e gli stipendi dei dipendenti pubblici assunti da Hamas in questi anni, eludendo così le sanzioni imposte dal Presidente Abbas per forzare Hamas a restituire il controllo di Gaza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>D’altra parte, per Netanyahu è difficile concludere una tregua di lunga durata con Hamas, scavalcando il Presidente Abbas e i sospetti sauditi per il coinvolgimento del Qatar, e senza ottenere già nel primo stadio la restituzione del corpo del soldato ucciso e dei due civili vivi, detenuti di Hamas. Tutto questo esporrebbe il leader israeliano agli attacchi dei concorrenti alla sua destra, dentro e fuori il Likud (in particolare di Naftali Bennet, leader di Habayait Hayehudi, la Casa Ebraica, che aspira a sostituirlo), che lo accusano di aver perso la capacità di deterrenza assicurata dalla precedente guerra del 1914.</p>
<p>Dal canto suo, <strong>Yahya Sinwar e la leadership di Hamas sono consapevoli di queste contraddizioni israeliane, e se ne fanno un punto di forza.</strong> A loro non basta ripristinare la situazione di calma preesistente allo scorso 28 marzo, quando ebbero inizio le manifestazioni: pensano che gli israeliani capiscano solo il messaggio della forza, ma intendono modularla tenendola sotto il livello di guardia di un possibile nuovo conflitto, memori delle terribili perdite subite dalla popolazione e dalle loro milizie nelle precedenti guerre. Quello che vogliono è in sostanza variare la bilancia della deterrenza, arrivando a creare una deterrenza reciproca e non solo di parte israeliana.</p>
<p>Quindi, quando al Cairo sembrava che si fosse vicini all&#8217;accordo, di cui era stata scritta una bozza dettagliata, hanno attenuato di molto le manifestazioni, per poi riaccenderle quando le trattative sono state sospese, in seguito all&#8217;intervento a piedi uniti del Presidente Abbas.</p>
<p>Sinwar vuole arrivare ad una tregua di lunga durata, che stabilizzi il controllo di Hamas sulla Striscia, il che non significa riconoscere Israele e accettare l’idea di dividere la Palestina storica, e in questo in sostanza la sua visione coincide con quella di Netanyahu, che preferisce evitare ogni negoziato sul “Final Status”.</p>
<p>Sinwar guarda oltre Gaza e Hamas, e vede sé stesso come il potenziale leader di tutto il movimento palestinese, il possibile successore di Abbas, il nuovo Arafat.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quanto al <strong>Presidente Abbas, ha fatto quanto poteva per ostacolare il negoziato a due, chiedendo che ogni accordo e ogni flusso di denaro passasse attraverso l’ANP, l’Autorità Nazionale Palestinese;</strong> e restando adamantino nel negoziato parallelo condotto al Cairo tra Fatah e Hamas per raggiungere e attuare un nuovo accordo interpalestinese. La sua richiesta è che l’organizzazione islamica passi all’ANP non solo il controllo amministrativo della popolazione (un peso certo non indifferente da assumere), ma anche quello militare: una richiesta che Hamas, la cui forza militare è di gran lunga superiore a quella dell’ANP, non è minimamente disposto a accettare. Inoltre il Presidente palestinese mantiene ancora il controllo del suo apparato di sicurezza, che agisce in stretto coordinamento con quelli israeliani, a tutela del comune interesse di contrastare gli sforzi di Hamas per espandere la sua forza in Cisgiordania.</p>
<p>D’altronde, Abbas è molto isolato, data la sua rottura verticale con gli USA, la sua stessa marginalizzazione nel mondo arabo, e il discredito di cui, secondo i sondaggi, è fatto oggetto in Cisgiordania. Se l’azione di blocco dei negoziati al Cairo gli era in un primo tempo riuscita, ora rischia grosso, perché gli egiziani sono stanchi del suo ostruzionismo, e l’ora delle scelte incombe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In questi giorni si deciderà dunque il destino di Gaza: il crinale tra pace e guerra è davvero sottile.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>RIFestival. Nel nome di chi</title>
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		<pubDate>Sat, 26 May 2018 07:20:26 +0000</pubDate>
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<p>Da RIFEstival, tenutosi a Bologna dal 20 al 22 aprile.</p>
<p>“Solo una madre può provare il dolore di un’altra madre. So che nulla può essere sufficiente ma io sono pronta a tutto quello che può portare pace.” Valeria Collina è la madre di Youssef Zaghba, componente del commando che nel giugno scorso ha ucciso otto persone nell’attentato sul London Bridge. Italiana convertita all’islam, ha vissuto per vent’anni in Marocco, dove ha studiato l’arabo e il Corano. Dopo essere tornata in Italia, nel 2015, ha assistito impotente alla radicalizzazione del figlio, dai suoi tentativi di fuga in Turchia al suo trasferimento a Londra, dove è rimasto incagliato in quella mastodontica macchina promozionale messa in piedi dagli abili comunicatori del califfato nero.Interrogandosi sulle cause della radicalizzazione di Youssef e di tutti i protagonisti dell’ultima stagione di attentati in Europa, l’autrice scrive il manifesto di una nuova battaglia, e spiega le ragioni per cui è fondamentale confrontarsi con i propri figli: “Ci sono giovani che si ubriacano di nascosto, altri che passano fuori la notte senza dirvi nulla, e altri che stanno chiusi nella propria stanza. Ragazzi modello che si presentano puntuali a condividere con voi ogni pasto. Dopo avere messo in pausa l’ultimo video di un ostaggio sgozzato o di un blindato che viene fatto saltare in aria da un attentatore suicida”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Se volete ascoltare tutto l&#8217;intervento, con gli ospiti, B. Maarad e L. Guglielminetti, eccolo qui per voi:</strong> </span></p>
<p>
<a href='https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/210504_004.mp3'?utm_source=rss&utm_medium=rss>210504_004</a>
</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;VenerdIslam&#8221;. And Here I Am: da Jenin alla Norvegia e ritorno</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jan 2018 07:22:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Monica Macchi Il teatro è un’arma seria, anche più potente di una pistola, perchè puoi usarlo per cambiare il modo in cui la gente pensa Juliano Mer Khamis Ahmed Tobasi è nato nel&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="CENTER">di Monica Macchi</p>
<p align="RIGHT">
<p align="RIGHT"><span style="font-family: serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Il teatro è un’arma seria, </i></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: serif;"><span style="font-size: medium;"><i>anche più potente di una pistola,</i></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: serif;"><span style="font-size: medium;"><i>perchè puoi usarlo </i></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: serif;"><span style="font-size: medium;"><i>per cambiare il modo in cui la gente pensa</i></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: serif;"><span style="font-size: medium;">Juliano Mer Khamis</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/And-Here-I-Am-Arcola.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10066" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/And-Here-I-Am-Arcola.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="700" height="455" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/And-Here-I-Am-Arcola.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 700w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/And-Here-I-Am-Arcola-300x195.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">Ahmed Tobasi è nato nel campo profughi di Jenin, ed è cresciuto sotto l’occupazione israeliana: diventato membro della Jihad, finisce in carcere in detenzione amministrativa a soli 17 anni; liberato dopo quattro anni, cambia completamente la sua vita grazie al folgorante incontro con Juliano Mer Khamis ed il teatro.</p>
<p align="JUSTIFY">“And Here I Am” racconta il viaggio di Ahmed alla scoperta di sé e della propria identità tra la prima e la seconda intifada ed il suo percorso da combattente ad artista a rifugiato dalla Cisgiordania alla Norvegia… e viceversa.</p>
<p align="JUSTIFY">Scritta da Hassan Abdlrazzak e diretta dalla regista inglese Zoe Lafferty, è uno spettacolo che fa divertire, commuovere ed indignare con una sequela di episodi tragicomici vivacizzati con musica, danza e animazione sullo sfondo delle foto di tanti, troppi amici uccisi &#8211; tra cui Juliano Mer Khamis fondatore del Jenin Theatre ammazzato nel 2011 proprio mentre stava entrando in teatro. Sul palco pochi oggetti utilizzati per ricreare fisicamente ambiti e spazi dello spettacolo e soprattutto gli effetti sonori di Max Pappenheim che ti immergono nel traffico e nei check point prima di catapultarti in carcere.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/And-Here-I-Am-Arcola-283-525x357.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10067" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/And-Here-I-Am-Arcola-283-525x357.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="525" height="357" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/And-Here-I-Am-Arcola-283-525x357.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 525w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/And-Here-I-Am-Arcola-283-525x357-300x204.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 525px) 100vw, 525px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Questo progetto è stato ideato da un collettivo legato all’associazione Developing Artists per informare ed educare la comunità britannica e internazionale sulla realtà dei giovani palestinesi e sulle loro effettive opportunità di migliorare o superare le difficili situazioni in cui si trovano costretti a vivere.</p>
<p align="JUSTIFY">La produzione è stata eseguita in inglese nel Regno Unito, ma sarà presto disponibile anche in arabo: infatti, visto il grande successo, sarà presentato al pubblico di Jenin prima di girare in tour in Cisgiordania per tutto il 2018…arriverà anche in Italia?</p>
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		<title>Capire il Corano. Intervista a Farid Adly</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Nov 2017 06:19:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Capire il Corano. Intervista a Farid Adly In occasione di una nuova presentazione a Milano del saggio “Capire il Corano” di Farid Adly che si terrà domani 15 novembre presso Seicentro, in Via Savona&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Capire il Corano. Intervista a Farid Adly</span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In occasione di una nuova presentazione a Milano del saggio “Capire il Corano” di Farid Adly che si terrà domani 15 novembre presso Seicentro, in Via Savona 99 a Milano, oggi pubblichiamo la nostra intervista al giornalista che ringraziamo molto per la disponibilità.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Da dove nasce l&#8217;idea e, soprattutto, l&#8217;esigenza di scrivere questo libro?</p>
<p>L&#8217;idea di questo libro ronzava nella mia testa da molto tempo. Alcune parti e ricerche risalgono agli anni Ottanta e Novanta dello scorso secolo. Come per esempio il racconto di Giuseppe, la condizione delle donne ed i collegamenti con l&#8217;epopea di Ghilgamesh. L&#8217;esigenza, invece, è legata al momento storico che viviamo con le interpretazioni jihadiste che si nascondono dietro a delle interpretazioni letterali fuori contesto storico e allo stesso tempo è legata anche al dilagare della xenofobia, figlia dell&#8217;ignoranza. Una delle note sulla quale tutti dobbiamo fermarci a riflettere è la provenienza sociale della maggior parte dei terroristi che hanno colpito nelle città occidentali, Parigi, Bruxelles, Berlino, ecc&#8230; Sono giovani di seconda generazione di migranti che vivevano ai margini della società, frequentatori di bar, bevitori di alcolici, consumatori di droga e a loro volta spacciatori. Cioè tutto tranne che retti devoti musulmani. Sono giovani in difficoltà che hanno trovato sulla loro strada personaggi politici sbagliati, sconvolgendo la loro mente con vane promesse di un paradiso nell&#8217;aldilà. Ecco, questo libro tenta di essere una guida alla lettura originale e genuina, che confuta le tesi estremiste, con argomenti che privilegiano l&#8217;uso della ragione rispetto alla cieca imitazione.</p>
<p align="JUSTIFY">“Capire il Corano” è un titolo impegnativo: a chi si rivolge?</p>
<p>Si rivolge a tutti. E&#8217; un libro divulgativo, non dedicato agli studiosi ed agli accademici, ma a chi vuole avvicinarsi al testo sacro dei musulmani. Non è un libro per far proselitismo; non sono, né un teologo, né un missionario alla rovescia. Il Corano è un libro scritto 1400 anni fa nella lingua araba della Mecca di quel tempo antico e, per ragioni teologiche, non è possibile tradurlo, ma soltanto spiegarlo in altre lingue per esprimerne il senso. Anche la sua lettura in arabo richiede, per una più compiuta comprensione, di consultare i volumi del Tafsir, l&#8217;esegesi coranica. E come ho detto nella risposta precedente, il libro “Capire il Corano” è rivolto ai giovani delle seconde generazioni provenienti dai paesi musulmani.</p>
<p align="JUSTIFY">Come ha scelto i capitoli da commentare? E può spiegarci i tre livelli del libro?</p>
<p>Sono sette i capitoli del Corano (sure) che ho analizzato in modo specifico. La scelta è stata guidata da motivazioni diverse: quella estetica come per il caso della storia di Giuseppe o la Fatiha, la sura cosidetta aprente, che ogni musulmano recita tante volte al giorno; motivi dottrinali, come per la tavola imbandita, che tratta della tolleranza. Altri motivi sono legati al parallelismo tra Corano e Bibbia, come la figura di Gesù e le Genti della Caverna. Nella scelta ho ponderato anche l&#8217;aspetto storico, legato alla successione della rivelazione.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/capire-il-corano-300x375.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class=" wp-image-9769 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/capire-il-corano-300x375.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="243" height="304" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/capire-il-corano-300x375.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/capire-il-corano-300x375-240x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 240w" sizes="(max-width: 243px) 100vw, 243px" /></a></p>
<p>Il libro, però, analizza anche altre sure nei capitoli dedicati a tematiche specifiche, come quello della questione femminile e della schiavitù.</p>
<p>I tre livelli dell&#8217;interpretazione coranica sono quello teologico, filosofico e sufi. Nelle diverse fasi storiche della diffusione della fede islamica ci sono state delle interessanti contaminazioni culturali che hanno permesso di sviluppare nuove modalità di concepire l&#8217;interpretazione del testo coranico. Averroè ha tentato di coniugare il testo coranico con la razionalità dei filosofi greci, ma è stato emarginato; Ibn Arabi ha speso la sua vita in viaggi alla ricerca di una chiave di lettura che vada al di là del testo apparente. L&#8217;ottusità dei fondamentalisti, di adesso come di allora, non ha permesso che questi tre livelli possano convivere parallelamente, come tre stadi di ricerca differenti ma confluenti e non necessariamente conflittuali.</p>
<p align="JUSTIFY">E&#8217; d&#8217;accordo con la differenziazione tra “Corano meccano” e “Corano medinese” fatta da Mahmud Taha?</p>
<p>Il martire sudanese Mahmud Taha è stato un pioniere del riformismo democratico all&#8217;interno della ricerca coranica. Ha attuato studi approfonditi ed è arrivato a conclusioni avanzate che si scontravano con il potere costituito, sia quello religioso, sia quello politico; il tiranno Giaafar Numeiri, un golpista feroce, lo ha fatto impiccare in pubblico. La differenza tra le sure meccane e quelle medinesi è evidente e si palesa ad un&#8217;analisi storica e linguistica. Allo studioso attento si palesano differenze linguistiche, di stile e di contenuto. Dottrinali, interlocutorie, tolleranti e di grande respiro, le prime; comportamentali, rituali e minuziosamente giuridiche, le seconde. Ammettere questo aspetto, però, rende il testo coranico come un prodotto umano, influenzato dalle condizioni ambientali e sociali del momento e questa conclusione, per i fondamentalisti imitatori letterali, è da considerarsi eresia.</p>
<p align="JUSTIFY">Nella conclusione auspica un “risveglio culturale”…che legame c&#8217;è tra il risveglio culturale e la religione?</p>
<p>La Cultura è la dimensione che ci rende esseri umani pensanti e nelle mie intenzioni, quando parlo di cultura, non c&#8217;è nessun riferimento identitario etnico o confessionale. Le fedi fanno parte del patrimonio culturale dell&#8217;umanità. Il termine occidentale ha l&#8217;etimologia latina di coltivare e non a caso le prime civiltà sono nate nelle valli dei grandi fiumi, in Mesopotamia, Egitto e India. Ecco che coltivare una venerazione per una divinità diventa un “culto”.</p>
<p>Le nazioni a maggioranza musulmana, nell&#8217;emisfero meridionale del pianeta, hanno subito secoli di colonizzazione. I paesi arabi in particolare sono state sottomesse, ancora prima del colonialismo occidentale, a secoli di dominio ottomano, caratterizzato da una stagnazione culturale. Il mondo musulmano ha rimuginato per secoli interpretazioni imitative di concetti statici senza rinnovarsi, mentre le nazioni europee progredivano in scienze e tecnica. Io sostengo che non basta sentirsi fieri che gli arabi abbiano introdotto in Europa la bussola e l&#8217;astrolabio, che i libri di Avicenna siano stati alla base degli studi delle università di Padova e Bologna. Non si può vivere di nostalgia del passato glorioso, ma bisogna partecipare al progresso umano. Ci vorrebbe uno scatto di rinnovamento del pensiero e della prassi, per misurarsi con la modernità. Non si può usare i telefonini, guardare la tv e usare Internet e rimanere allo stesso tempo legati ad interpretazioni letterali di un testo di 1400 anni fa, nascondendosi dietro il concetto tautologico che “la parola di Dio non si cambia, perché Dio è il più sapiente”.</p>
<p>Il legame che coniuga la Cultura alla sfera religiosa è la questione del potere politico. Per governare bisogna avere una commistione tra la forza e il consenso e questo secondo strumento si avvale spesso della religiosità popolare come elemento egemonico. Il paravento divino diventa, alle volte, uno strumento di manipolazione da parte del potere per ingannare la gente comune. Da questo discende che il risveglio culturale del mondo arabo-islamico passa da un rinnovamento dell&#8217;interpretazione coranica al passo con i tempi.</p>
<p align="JUSTIFY">Nei recenti attentati islamisti si sente spesso l&#8217;invocazione “Allah Akbar”: qual è (se c&#8217;è) il legame tra il Corano e lo Jihadismo?</p>
<p>“Allahu Akbar” è un&#8217;invocazione per la chiamata alla preghiera e non un grido di guerra. I vili terroristi assassini, imbottiti di droga, si schermiscono dietro uno slogan improprio per darsi una caratterizzazione di pura propaganda. Gente ignorante, emarginata socialmente, che fino a pochi mesi prima del loro folle suicidio, si ubriacavano nei bar dell&#8217;Occidente che odiavano per l&#8217;incapacità di integrarsi, non può insegnare la fede a nessuno. Nel libro approfondisco il tema della violenza nel Corano con molte citazioni e fornendo le diverse interpretazioni. Le sure del Corano incitanti a combattere i miscredenti, lo condizionavano alla difesa se attaccati. Sure che descrivevano situazioni specifiche di 14 secoli fa avvenute nella penisola arabica, dove la piccola nascente comunità musulmana fronteggiava i miscredenti delle tribù meccane; queste avevano maltrattato e perseguita il profeta e i suoi pochi seguaci della prima fase, costringendoli alla fuga verso Medina. Estendere quei testi letteralmente all&#8217;ambito attuale è una pura ignoranza dell&#8217;essenza del messaggio del profeta Muhammad, che centinaia di sure tolleranti esprimono. E&#8217; una scelta selettiva che fa gioco a chi vuole sguazzare nel torbido. I fautori dello “scontro di civiltà” si autoalimentano a vicenda.</p>
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