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		<title>“LibriLiberi”. Chiedi perdono</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Aug 2022 08:39:09 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Molti lo avranno letto, un romanzo pubblicato prima da Adelphi (e per me è garanzia di qualità) e poi da Mondadori, negli Oscar, proprio per il successo ottenuto: si tratta di “Chiedi perdono” di Ann-Marie MacDonald, autrice/attrice anche di pièce che ambienta la storia nella Nuova Scozia, sull&#8217;isola brulla e algida di Cape Breton, di fronte al Canada, terra di origine della stessa scrittrice. </p>



<p>Sul finire dell&#8217;Ottocento, un giovane bianco (James, l&#8217; “enclese”, l&#8217;inglese) e una bambina nera (Materia, libanese) vivono una passione proibita e fugace che avrà terribili conseguenze per le generazioni future, in particolare per le tre figlie &#8211; Kathleeen, Mercedes, Frances &#8211; e per una nipote, Lily.</p>



<p>Una trama complessa che accompagna il lettore nella foschia dell&#8217;animo umano, in cui ogni personaggio avrà, per colpa diretta o suo malgrado, qualcosa da farsi perdonare; molte le voci delle figure femminili, spesso sacrificali per salvare un mondo alla deriva, intriso di vanità, valori distorti, di ingiustizie gratuite; una realtà poco distante dai nostri tempi dove la banalità del Male cresce giorno dopo giorno fino a diventare, in alcuni casi, estrema e dove l&#8217;humus da cui nasce l&#8217;odio è quello del razzismo, della guerra, del narcisismo, ieri come oggi, appunto. E allora, nel racconto, si susseguono incesti, morti, suicidi e può sembrare troppo. Ma la struttura e lo stile narrativo &#8211; che fanno parlare i protagonisti così come chi scrive, con l&#8217;aggiunta di parti in esergo che rimandano ad altri testi poetici e non solo &#8211; preparano un percorso spirituale grazie all&#8217;identificazione e alla proiezione &#8211; come al Cinema, come a Teatro &#8211; che tiene legati alla lettura, coinvolgendo la mente e le emozioni, anche di fronte alle situazioni descritte più abiette.</p>



<p>Le parti del romanzo sono divise in “libri” come se si trattasse di una Bibbia laica e contemporanea, di un Vecchio testamento dove, dicevamo, le colpe sono punite con la stessa crudeltà del contappasso, ma dove al termine &#8211; e punteggiato da celati segnali tutti da cogliere &#8211; si fa strada la luce di una metànoia, individuale e collettiva.</p>



<p>Vi è chi accorda il perdono agli altri e chi, per prima cosa, farà di tutto per guarire se stesso.</p>



<p>“<em>A Lily i veterani non fanno ribrezzo. Le dispiace per loro, hanno subìto delle ferite orribili, ma la pietà è un balsamo velenoso. Lily ha vissuto in prima persona la pietà, ma non sapeva come definirla, sapeva soltanto che le metteva una paura tremenda. Era come scomparire e diventare un fantasma. Avendo vissuto la propria sparizione, sa benissimo quant&#8217;è importante per le persone essere viste, perciò con gli occhi  non si limita a guardarle – neanche quelle cieche –, ma le cerca, casomai si fossero perse e avessero bisogno di essere ritrovate”.</em></p>
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		<title>“LibriLiberi&#8221;. Blue nights</title>
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		<pubDate>Sun, 15 May 2022 08:37:10 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Ho deciso di leggere l&#8217;ultimo libro di Joan Didion, “Blue nights” (edito in Italia da Il saggiatore), e non il suo penultimo, più celebre, “L&#8217;anno del pensiero magico” per due ragioni: in primo luogo perchè l&#8217;autrice americana è deceduta nel dicembre del 2021 a causa di complicazioni del Parkinson (secondo la versione ufficiale della sua casa editrice, ma forse per via dell&#8217;anoressia che da tempo l&#8217;aveva colpita) e il Parkinson è la patologia di cui soffre anche mio padre, ora quasi ottantacinquenne; e in secondo luogo perchè in questo ultimo romanzo parla del rapporto con sua figlia Quintata, deceduta due anni dopo il decesso del marito, John Dunne, anche lui celebre autore e giornalista. Insomma è chiaro che io sia stata attratta da questo libro per la paura del lutto, della perdita dei miei genitori e per il timore di non aver ancora concluso, dentro di me, il percorso di comprensione e perdono reciproco, necessario per la nostre vicende esistenziali e familiari.</p>



<p>Ma perchè la mia vita, unica e particolare, si collega a quella in fondo altrettanto unica e particolare di una donna più grande di me, che ha vissuto lontano da me, in California e in altre parti degli Stati Uniti, molto più colta, brava, privilegiata, famosa di me?</p>



<p>Per quanto riguarda il suo essere privilegiata, Joad Didion ne è stata sempre perfettamente consapevole e ne parla definendo il “privilegio” un&#8217;opinione, un&#8217;accusa che lei rifiuta, considerando quello che ha perso, quello che sua figlia Quintana ha vissuto. Non esistono vite privilegiate, perchè la malattia e la morte &#8211; i temi principali con cui si fanno i conti in <em>Blue nights</em> &#8211; sono quelli più ardui che si affrontano proprio quando le notti azzurre iniziano a comparire all&#8217;orizzonte.</p>



<p>Il particolare, quindi, si fa univerale e le domande a cui la Didion tenta di dare risposte sono le stesse mie, le nostre, le vostre&#8230;Il senso di colpa di Joan madre per non aver approfondito il lato oscuro della figlia adottiva, amata più che se fosse stata biologica per il bisogno di proteggerla da se stessa e di non esserci riuscita; il trauma della perdita del marito-compagno che, come Joan moglie dichiara, era il <em>medium</em> tra lei e il mondo esterno, un mondo che dagli anni &#8217;60 inizia a rinnegare per la violenza gratuita, per quel caos che Joan, fin da bambina, osserva e cerca di razionalizzare, incapace di “stare nel mezzo”, ma sempre invece in cerca di Assoluto.</p>



<p>Resta, in <em>Blue nights</em>, la scrittura pulita, netta del&#8217;autrice, in grado di riportare il timore della fragilià e della malattia in forma di cronaca, la penna utilizzata come un chirurgo che, freddamente, seziona la banalità, lo scorrere dei giorni con metodo e disciplina per tenere l&#8217;universo terreno sotto controllo: l&#8217;imprevedibile fuori e l&#8217;ingovernabile, dentro.</p>



<p>Del marito e della figlia, gli amori più grandi, conserva le ceneri nel muro e le fotografie sulla scrivania: è Passato, sono passati, ma ogni tanto li rivede nelle strade, nelle stanze come ombre di chi ora è nella Luce: Joan è laica, forse atea, non fa riferimenti ad una Fede specifica, ma crede in una Luce come quelle notti che prima o poi avvertono dell&#8217;arrivo della Fine, come quelle notti, blu, che appartengono ai nostri cari e che poi traghetteranno ognuno di noi verso l&#8217;Oltre e allora mi piace pensare che ci ritroveremo dalla stessa parte perchè tutto si Ri-nnova.</p>



<p>Leggerò anche “L&#8217;anno del pensiero magico” e consiglio la visione dell&#8217;intenso documentario intitolato “Joan Didion. Il centro non reggerà”, disponibile sulla piattaforma Netflix perchè non credo si debba temere l&#8217;ineluttabile e io desidero affrontarlo con la stessa spavalderia con cui mi butto nella vita e sono grata a Joan Didion per avermi insegnato a farlo anche con la sua capacità di tradurre la paura in profondità e la profondità in poesia dell&#8217;esperienza.</p>
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		<title>“LibriLiberi”. Mastro Geppetto</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2022 07:44:52 +0000</pubDate>
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<p></p>



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<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p>La fantasia nella fantasia con un tuffo, di testa, nella realtà. La fantasia di Collodi e della sua celebre fiaba che narra di un padre artigiano e di un figlio di legno viene amplificata da Fabio Stassi, autore del romanzo Mastro Geppetto (edito da Sellerio) che, come suggerisce il titolo, si concentra sulle avventure di un uomo ormai vecchio alla ricerca del figlio scomparso.</p>



<p>Con un linguaggio antico, che affonda le radici negli anfratti degli Appennini, tra boschi in penombra, strade acciottolate, luoghi magici e odorose osterie, Geppetto si avventura sulle orme del suo adorato burattino per il quale, nella stamberga in cui hanno vissuto una manciata di giorni, aveva dipinto un orizzonte.</p>



<p>Vittima di uno scherzo crudele e delle vessazioni degli “onorevoli” del Paese, il falegname raccatta le sue poche e umili cose per mettersi in viaggio. Incontra il responsabile di un circo, un sacerdote, un contadino, una giovane fanciulla che gli appare come una visione, unica figura femminile ricorrente in una comunità quasi completamente al maschile.</p>



<p>Geppetto è l&#8217;”anima candida”, per dirla con Voltaire, un uomo ingenuo, dedito al lavoro manuale, che, per sconfiggere la solitudine, è in grado, come i bambini, di dare un cuore ad un oggetto. “Dar vita alle cose”: è da qui che l&#8217;autore, con una maestria linguistica che spesso si fa poetica, entra nell&#8217;interiorità del suo protagonista, un uomo anziano, fragile di ossa e di mente che percorre una sua personalissima ricerca spirituale. I pensieri si confondono, la parola si spezza, il corpo si indebolosce, ma ciò che resta saldo &#8211; come uno dei tanti alberi del paesaggio salvifico e consolatorio che lo circonda &#8211; è il desiderio di riabbracciare il figlio.</p>



<p>L&#8217;umanità è indifferente e cattiva: chi non si omologa, chi non è più nel pieno delle proprie facoltà e delle forze è vittima di bullismo e di discriminazione, o forse lo è soltanto chi è ancora capace di vivere di immaginazione e di bontà.</p>



<p>Il romanzo – raffinato, profondo e commovente – non è soltanto una rivisitazione del Pinocchio collodiano, ma è un espediente per parlare, nel finale, di un tema di stretta attualità, poco considerato perchè, forse, è ancora un tabù: la malattia mentale. La degenerazione cognitiva di una persona non è accettata, così come quella fisica, in un&#8217;epoca e in una società in cui si è costretti ad essere belli, giovani e in salute, per sempre. Lo scrittore romano, invece, si misura con la caducità dell&#8217;esistenza, con quella finitudine che è universale e che ci rende uguali, tutti degni di attenzione e cura. Geppetto, nella sua progressiva spoliazione (quasi mistica), si consuma lentamente, ma resta vivida la luce del suo amore per il figlio. E se vogliamo leggere tutto questo in chiave cristiana, ben venga.</p>
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		<title>“LibriLiberi”. Patria di Fernando Aranburu</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Oct 2021 07:04:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Alessandra Montesanto Due famiglie, quella del Txato e quella di Joxian: una è la famiglia della vittima e l&#8217;altra quella del carnefice. Siamo in Spagna, nel periodo del terrorismo dell&#8217;ETA (Euskadi Ta Askatasuna, l&#8217;organizzazione&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Alessandra Montesanto</p>



<p>Due famiglie, quella del Txato e quella di Joxian: una è la famiglia della vittima e l&#8217;altra quella del carnefice. Siamo in Spagna, nel periodo del terrorismo dell&#8217;ETA (<em>Euskadi Ta Askatasuna</em>, l&#8217;organizzazione armata terroristica basco-nazionalista separatista d&#8217;ispirazione marxista-leninista).</p>



<p>Imprenditore nel campo dei trasporti, il Txato viene preso di mira e, dopo una serie di minacce, viene ammazzato nel paesino alle porte di San Sebastian, teatro della vicenda narrata da Fernando Aramburu nel suo romanzo intitolato <em>Patria</em>, libro vincitore del Premio Strega Europeo.</p>



<p>Più di cento capitoli brevi vanno a costruire un lungo racconto che si dipana tra Passato e Presente e che avvolge la quotidianità dei sopravvissuti all&#8217;attentato così come quella di chi ha assistito alla formazione degli assassini. Bittori e Miren, madri e mogli, erose dalla rabbia: l&#8217;una per la morte del marito, l&#8217;altra per il figlio in carcere; Nerea e Arantxa, le sorelle; Xabier e Gorka, i fratelli; tutti dalle parti opposte della barricata, ognuno con un tormento interiore, conseguenza di una guerra poco compresa e quindi subìta.</p>



<p>Erano amici, un tempo, sia gli adulti, sia i giovani: cresciuti in un ambiente rurale, semplice i primi, emancipati grazie allo studio, i secondi: il dolore strisciante porta all&#8217;autodistruzione di chi è libero, ma chiuso nella prigione dei sensi di colpa, dei rimorsi per non aver intuito prima, per non essere intervenuto in tempo, per non aver fermato la violenza dilagante: ecco, allora, che Arantxa viene colpita da un ictus che la destina alla sedia a rotelle e a comunicare con un ipad; Xavier e Gorka destinati alla solitudine; Joxian all&#8217;alcolismo.</p>



<p>Josè Mari, l&#8217;unico accusato e arrestato per l&#8217;uccisione del Taxto, finisce col logarsi all&#8217;interno del carcere: tenta, all&#8217;inizio, di mantenere salda la sua convinzione politica, ma col passare del tempo, l&#8217;ideologia si assottiglia così come il suo corpo. A cosa è valso tutto quello spargimento di sangue, se poi la lotta è stata portata avanti dai giovani che, in realtà, sono stati abbandonati a loro stessi, anche dai vertici dell&#8217;organizzazione?</p>



<p>C&#8217;è una dura critica, nel libro di Aranburu, a ogni forma di lotta armata, ma anche a una qualsiasi forma di ideologia vuota di senso, ma resta nelle sue pagine un profondo amore per i baschi e per il loro diritto all&#8217;autodeterminazione, tanto che molti sono i termini (e i nomi) nella lingua dell&#8217;area separatista. Una soluzione che Aranburu suggerisce per la prevenzione o la soluzione dei conflitti è quella della comunicazione: lui scrittore, crede fermamente (e noi con lui) a ogni forma di dialogo, parlata o scritta, che metta in comunicazione le persone, tramite i cuori.</p>



<p>Il romanzo, uscito nel 2017 in Italia per Guanda, ha avuto un grande successo, meritato per la capacità dell&#8217;autore di costruire una corrispondenza fitta e simmetrica tra i protagonisti, lasciando spesso loro la voce, e grazie alla sua capacità di entrare negli animi, mettendosi di volta in volta nei panni di ciascuno, regalando, così, a chi si addentra nella lettura, un affresco storico-politico, molto, molto umano.</p>
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		<title>“LibriLiberi”. Disegnavo pappagalli verdi alla fermata del metrò. La storia di Ahmed Malis</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2020 08:33:40 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Non è un romanzo, è qualcosa di più, di diverso. Si tratta di una storia, quella vera di Ahmed Malis, un ragazzo di nuova generazione che vive con la sua famiglia nel quartiere Giambellino a Milano, raccontata tra Letteratura e diario, attraverso le voci di Ahmed, dei suoi parenti, dei suoi amici.</p>



<p>E&#8217; l&#8217;ultimo libro della brava Nicoletta Bortolotti &#8211; già autrice di opere narrative di successo come “Chiamami sottovoce” da cui è stato tratto un docufilm per Rai3 &#8211; dal titolo <em>Disegnavo pappagalli verdi alla fermata del metrò. La storia di Ahmed Malis</em>, per Giunti.</p>



<p>Ahmed, in fondo, è ancora “un bambino di diciannove anni”, cresciuto in mezzo alla strada, sulle panchine della periferia cittadina (Gianbellino, Corvetto, Lorenteggio), dove i giovani sono spesso emarginati, annichiliti dalla noia, dalla mancanza di Futuro ed esprimono il loro tedio e la loro rabbia tra una fumata di erba e graffiti colorati. Quel bambino, cresciuto in fretta, parlava l&#8217;arabo perchè è di origine egiziana e ha un talento per il disegno: la matita riprende l&#8217;ambiente circostante e lo rende migliore, come in un film, come in un sogno perchè tanti sono i sogni e le aspettative di Mariam, di Isko il filippino, di Islam, di Amina, ma anche di Sara la “ragazza-nebbia”: i giovani traditi, in parte, dagli adulti poco presenti, indaffarati a tirare avanti la famiglia, grigi come i palazzi, spenti, mentre loro, le ragazze e i ragazzi, tentano di riconcorrere il Domani al ritmo di un futuro incerto, claudicante: rap e hip hop fanno da sottofondo alla quotidianità piena di parole, di strani gesti, di un codice tutto loro per comprendere il disagio, per esprimerlo, per rimbalzarselo addosso come una palla. Trip, killare, meme, habibi, drum: termini arabi e slang che costituiscono un linguaggio segreto, espressionista, proprio della strada e poi quello più poetico dell&#8217;autrice che, con grande delicatezza commenta ciò che si limita ad ascoltare e a registrare sulla pagina, in un connubio lirico e crudo che fa commuovere.</p>



<p>E&#8217; vero che quella vita a disegnare, a vagare, a parlare può essere vuota di senso, ma si può riempire con piccole azioni illegali e grandi gesti di affetto e solidarietà: un inizio per rimanere attaccati all&#8217;umanità come una tellina allo scoglio. E di umanità, nei quartieri in cui Ahmed ci accompagna, ce n&#8217;è davvero tanta. Il cinico senzatetto e il suo cagnolino ne sono un esempio e ricordano la dolce malinconia di <em>Umberto D. </em>di Vittorio De Sica. Il titolo del libro ricorda quello di un altro film: <em>Pomodori verdi fritti alla fermata del treno</em>, del 1991, in cui un coro di personaggi, nel Sud degli Stati Uniti negli anni&#8217;30, cerca di adattarsi ai cambiamenti portati dallla Modernità. Di cosa si nutre la nostra Post-Modernità? Di connessioni virtuali, di mancanza di tutele per le categorie umili, di poca inclusione per gli stranieri, di disinteresse verso quelli che saranno i nuovi attori della cittadinanza. “I tuoi disegni fanno cagare”, dice qualcuno ad Ahmed: ma per lui questa frase è uno stimolo, invece, per migliorarsi sia come artista sia come Uomo perchè lui sa, adesso sa, che “l&#8217; essenza dell&#8217;Arte, più che nel creare, sta nel trasformare”. E un tratto, un segno sono l&#8217;inizio di un cambiamento economico, sociale e interiore&#8230;Come nel sapere regalare una rosa finta, ma pur sempre una rosa.</p>
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		<title>“LibriLiberi”. Brama</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2020 08:51:20 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="345" height="499" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/51SvJhE1YL._SX343_BO1204203200_-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13795" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/51SvJhE1YL._SX343_BO1204203200_-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 345w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/51SvJhE1YL._SX343_BO1204203200_-1-207x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 207w" sizes="(max-width: 345px) 100vw, 345px" /></figure></div>



<p>di
Alessandra Montesanto</p>



<p><em>Brama.
</em>Un
termine, forse, un po&#8217; desueto per indicare una volontà, un
desiderio, una necessità. Nel caso della protagonista del romanzo di
Ilaria Palomba (per Giulio Perrone Editore) si tratta di un bruciante
bisogno di approvazione. 
</p>



<p>Bianca è una trentenne che fatica a stare al passo con il Presente sempre più esigente sul piano umano e sociale, che ha inseguito una figura paterna giudicante, che si è sentita inadeguata fin da piccola Ha tentato il suicidio, è stata ricoverata più volte in psichiatria fino a quando incontra il Prof. Carlo Brama. Filosofo, affascinante, affabulatore. Un uomo. Per Bianca la compensazione illusoria per le  proprie mancanze. Lei fragile, lui forte. Lei troppo insicura, lui prepotente. Lei si abbandona ad un amore malato. Lui ne approfitta. E così si crea la tessitura di un rapporto sbilanciato, dove Bianca diventa trasparente e la Brama (metaforica nel cognome del co-protagonista) mefistofelica.  </p>



<p>Un
testo duro, secco anche nella scrittura, dove le frasi sono scarne
come l&#8217;anima della ragazza che, con il suo vissuto, accusa e condanna
il nostro vivere affamato di apparenza e di successo fino al punto da
diventare carnivori. Smangia il corpo, la brama, e la ragione.
Nemmeno Jung, le terapie, gli affetti restanti, possono curare se non
c&#8217;è uno scatto di ribellione contro il masochismo. E allora che
avvenga la catarsi, anche tramite la parola sulla pagina, strumento
di espressione, di liberazione e di ritrovato amore per se stessi. 
</p>
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		<title>“LibriLiberi”. La libertà possibile</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Feb 2020 11:16:23 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img loading="lazy" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/la-libertaxx-possibile-673x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13659" width="387" height="589" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/la-libertaxx-possibile-673x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 673w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/la-libertaxx-possibile-197x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 197w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/la-libertaxx-possibile-768x1168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/la-libertaxx-possibile.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1654w" sizes="(max-width: 387px) 100vw, 387px" /></figure></div>



<p>di
Alessandra Montesanto</p>



<p>New Orleans è la vera protagonista del lavoro di esordio di Margaret Wilkerson Sexton, nonché la sua città natale,  romanzo dal titolo italiano <em>La libertà possibile</em> (Fazi editore). Due donne, Evelyn e sua figlia Jackie e un ragazzo, T.C. </p>



<p>E tre epoche: il 1944, gli anni&#8217;80 e il 2010.  </p>



<p>Generi e
generazioni a confronto, il mondo che cambia, la città che si
plasma, come i sentimenti dei protagonisti, che subiscono guerre,
uragani e tempeste interiori. 
</p>



<p>La seconda guerra mondiale porta via giovani neri in piena salute; il cataclisma Katrina sparge sale su esistenze già fiaccate; la globalizzazione e il capitalismo gettano asfalto su anime fragili. Chi è capace di resilienza sono le donne: mogli, genitrici, sorelle in grado di saggezza, pazienza e cura, ma non tanto da soccombere. E la città &#8211; la Grande Madre &#8211; che suona ormai una musica malinconica, ma che imperterrita, non smette di seminare note come germogli di nuove possibilità.</p>



<p>La libertà non è facile da conquistare per chi è povero, per chi è in galera, per chi è costretto in legami professionali o sentimentali insoddisfacenti: il rischio &#8211; o forse l&#8217;unica opportunità &#8211; è quello di accontentarsi di una libertà solo “possibile”. Ma non è questo il destino di tutti noi?  </p>



<p>L&#8217;autrice, con una scrittura lineare che si muove su segmenti temporali diversi, riflette su questo e sulla questione razziale ancora molto attuale, ma non ne fa una questione centrale e politica, allarga lo sguardo sulle emozioni, scandagliando le anime e i contesti con la lucidità e la poesia di chi ha imparato a gestire le disillusioni.  </p>
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		<title>“LibriLiberi”. Almarina</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jan 2020 07:35:59 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto 
</p>



<p>Elisabetta Maiorana, cinquantenne,
vedova e senza figli. Insegnante di matematica presso il carcere
minorile di Nisida. Almarina, giovane rumena, segnata da botte e
abbandoni, detenuta presso quel carcere. Si incontrano, prima
guardinghe, per poi affezionarsi e diventare importanti l&#8217;una per
l&#8217;altra in un rapporto di amicizia, di sorellanza, di madre e di
figlia. Ma non è facile, se la realtà circostante presenta salite
faticose come quella per arrivare in cima all&#8217;isola dove si erge la
struttura; Nisida è un&#8217;isola nell&#8217;isola, di fronte a Capri,
circondata dal Mediterraneo, cimitero acqueo di tante vite che hanno
tentato fortuna migliore, come Almarina, in un Paese che in realtà
ha ormai poco da offrire; in un Paese corrotto, dove la burocrazia
esacerbata impedisce le adozioni; in un Paese dove  solitudine e
affanno sono la cifra di ogni giornata.</p>



<p>E allora un&#8217;insegnante apparentemente
libera, entra in un carcere spogliandosi di tutto e qui trova
l&#8217;autenticità delle relazioni (con un “comandante”, con una
collega, ma soprattutto con i suoi ragazzi) e una giovane donna che è
stata costretta a sbagliare riscopre la fiducia nel prossimo,
guardandosi allo specchio negli occhi di Elisabetta.</p>



<p>Valeria Parrella con <em>Almarina</em>
(edito da Einaudi) scrive un romanzo politico (si parla di Minori
Stranieri Non Accompagnati, Democrazia, Diritto), passionale,
poetico, come la lingua napoletana che accompagna i dialoghi, gli
sfoghi, i sentimenti veraci di chi ogni giorno affronta i temi della
Giustizia e dei Diritti umani senza perdere la propria umanità,
anzi, quasi mettendoncela tutta dentro per non smarrirsi. Per non
smarrire il ricordo che siamo tutti fragili e contraddittori e che
solo con la reciproca conoscenza, scevra da pregiudizi, e il coraggio
di mettersi in gioco è possibile costruire nuove reti di salvataggio
e tornare a sentirsi di nuovo davvero, furiosamente e felicemente
liberi. 
</p>



<p>“<em>So leggere la prossemica dei
detenuti, come gli alunni sanno individuare un insegnante in una
persona di mezza età seduta in tram: la società  è divisa per
ambienti ed essi fanno corpo, gli elementi si emulano e si
assomigliano, e sottostanno alle leggi dei grandi numeri. Ma poi
l&#8217;individuo emerge da quella lasse, si alza dalla sua condizione e
tona a essere unico, per un attimo&#8230;”</em></p>
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		<title>Il buio e la rinascita. Intervista alla scrittrice Fuani Marino</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Oct 2019 07:05:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandra Montesanto Associazione Per i Diritti umani ha intervistato Fuani Marino, autrice del romanzo Svegliami a mezzanotte, edito da Einaudi e la ringrazia moltissimo per la disponibilità. Un tardo pomeriggio di luglio in&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="500" height="793" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/9788806242619_0_0_793_75-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13141" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/9788806242619_0_0_793_75-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 500w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/9788806242619_0_0_793_75-1-189x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 189w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure></div>



<p>Di Alessandra Montesanto</p>



<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha intervistato Fuani Marino, autrice del romanzo <em>Svegliami a mezzanotte</em>, edito da Einaudi e la ringrazia moltissimo per la disponibilità.</p>



<p><br>Un tardo pomeriggio di luglio in un&#8217;anonima località di villeggiatura, dopo una giornata passata al mare, una giovane donna, da poco diventata madre, sale all&#8217;ultimo piano di una palazzina. Non guarda giú. Si appoggia al davanzale e si getta nel vuoto. Perché l&#8217;ha fatto, perché ha voluto suicidarsi? Non lo sappiamo. E forse, in quel momento, non lo sa nemmeno lei. Ma quel tentativo di suicidio non ha avuto successo e oggi, quella giovane donna, vuole capire. Fuani Marino è sopravvissuta a quel gesto e alle cicatrici che ha lasciato sul suo corpo e nella sua vita. Ma le cicatrici possono anche essere una traccia da ripercorrere, un sentiero per trasformare la memoria in scrittura. Marino decide cosí di usare gli strumenti della letteratura per ricostruire una storia vera, la propria. In parte memoir, in parte racconto della depressione dal di dentro e storia di una guarigione, anamnesi familiare e storia culturale di come la poesia e l&#8217;arte hanno raccontato il disturbo bipolare dell&#8217;umore, riflessione sulla solitudine in cui vengono lasciate le donne (e le madri in particolare) e ancora studio di come neuroscienze, chimica e psichiatria definiscano quel labile confine tra salute e sofferenza: Svegliami a mezzanotte è un testo incandescente nel guardare senza autoindulgenza, anzi a tratti con affilata autoironia, in fondo al buio. Disturbante come a volte è la vita, ma luminoso nella speranza che sa regalare. </p>



<p></p>



<p>Cosa si prova a sentirsi estranei a se stessi, ma soprattutto ai ruoli imposti dalla società?</p>



<p><br>La scrittrice ungherese Ágota Kristóf si è occupata spesso di sradicamento, definendo il non sentirsi parte del mondo come una delle sensazioni più dolorose che si possano sperimentare, e questo avviene quando c’è uno scollamento, appunto, fra noi stessi e quello che viviamo o che dovremmo vivere. Si tratta di un vissuto che è comune a numerose patologie psichiatriche, in cui i fili che ci legano alla vita, e quelli che fanno sì che quest’ultima abbia un senso ai nostri occhi, rischiano di allentarsi pericolosamente o di spezzarsi del tutto. Personalmente, in seguito alla malattia ho dovuto reinventarmi, nonché accettare una diversa immagine di me stessa. Tendiamo spesso a voler adeguare noi stessi alle richieste dell’esterno, siamo “soggetti di prestazione”, e le donne ancora di più, perché si trovano a dover fronteggiare negli stessi anni un forte carico legato alla crescita professionale e familiare. Non tutte ce la fanno.  </p>



<p>Può raccontarci brevemente il suo percorso di cura e di rinascita?</p>



<p><br>Come racconto nel libro tratto dalla mia esperienza autobiografica, ho cominciato a soffrire di depressione in seguito a un periodo di forte stress lavorativo e personale. Credo che all’epoca l’ansia fosse un segnale che il mio corpo e la mia mente mi inviavano per farmi rallentare, ma forse non ho rallentato abbastanza, o non sono stata seguita adeguatamente da un punto di vista medico. Mi riferisco in particolare alla gravidanza e al post partum, nonché all’approccio integrato che servirebbe per le donne con fragilità psichica in questi momenti. Fortunatamente cominciano a nascere sul territorio degli sportelli ai quali rivolgersi per consulenze e in cui ginecologi, psichiatri, farmacologi e ostetriche collaborano per far sì che tutto vada a buon fine. Nel mio caso non si è evitato il peggio, ma è anche vero che dopo il tentativo di suicidio ho trovato chi ha saputo seguirmi da un punto di vista terapeutico. Altrimenti dubito che mi sarei ripresa.   </p>



<p>Qual è la sua opinione riguardo ai metodi di terapia e all&#8217;uso dei farmaci ?</p>



<p><br>Difficilmente possono funzionare da soli i farmaci o la psicoterapia, almeno nei casi più importanti di disagio. È necessario infatti intervenire sui sintomi, ma anche aumentare la consapevolezza sui propri stati d’animo. Personalmente seguo una terapia di tipo cognitivo. Trovo molto pericolose le posizioni che demonizzano l’uso di psicofarmaci, spesso imprescindibili, come pure il DSM &#8211; il principale manuale di classificazione dei disturbi mentali, perché senza una classificazione non è possibile stabilire una diagnosi, e senza una diagnosi non è possibile una cura.  </p>



<p>Come sono considerate, oggi, le persone che vivono un determinato tipo di fragilità? </p>



<p><br>Il disagio psichico purtroppo continua a rappresentare un tabù, ed è terribile, perché chi ne soffre è costretto ad affrontare anche il senso di colpa e la vergogna. Questa consapevolezza mi ha portata a uscire allo scoperto, malgrado la mia stessa famiglia si fosse mossa all’inizio per occultare quanto avevo fatto. Dalla pubblicazione del libro, devo ammettere, però, di aver ricevuto moltissima empatia, perché i disturbi mentali riguardano, in maniera diretta o indiretta, un numero davvero molto alto di persone. Forse la nostra società oggi è più pronta, rispetto al passato, ad accogliere storie di questo tipo.</p>



<p>Lei ha avuto molto coraggio a raccontare la sua storia: qual è il messaggio che vuole inviare alle persone che hanno sofferto o che soffrono come lei?</p>



<p><br>Di non temere il giudizio altrui, di non nascondersi e di non vergognarsi. Spesso i nostri giudici più severi siamo proprio noi stessi, dovremmo riservare maggiore auto indulgenza alla nostra fragilità.</p>



<p>In che modo, oggi, ringrazia la vita? </p>



<p><br>Provo a fare del mio meglio, ogni giorno, come credo facciano tutti. Forse il mio modo di ringraziarla è proprio scrivere. </p>
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		<title>“LibriLiberi”. I domani di ieri</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Oct 2019 06:52:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Ali e Omar. Un figlio e un padre. Omar è un genitore silenzioso e severo, Ali un figlio sensibile che, da adulto, farà lo scrittore per esprimere, forse, tutto quello che&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di
Alessandra Montesanto</p>



<p>Ali e
Omar. Un figlio e un padre. 
</p>



<p>Omar è
un genitore silenzioso e severo, Ali un figlio sensibile che, da
adulto, farà lo scrittore per esprimere, forse, tutto quello che da
giovane non ha potuto. 
</p>



<p>Omar è
un uomo ingombrante: si riscatta dalle umili origini, studiando
presso il prestigioso college Sadiki, a Tunisi; prende parte alle
contestazioni del primo Novecento contro il protettorato francese;
come avvocato, si batte per i diritti dei concittadini insorti contro
la Francia. Eppure resta un padre intransigente e molto silenzioso. 
</p>



<p>Ali, il
figlio, si trasferisce all&#8217;estero, diventa un autore di successo, ma
la sua esistenza non è paragonabile a quella della figura paterna
che, adesso, è fiaccata dalla malattia; il figlio, quindi, decide di
far ritorno in patria per un ultimo saluto e per tentare di aprire
una comunicazione mai avviata. 
</p>



<p>Con una
scrittura esemplare, ricca di dettagli nel descrivere gli ambienti
interni (le abitazioni) e esterni (la città, i villaggi, il Paese),
nel restituire le atmosfere così affascinanti e così ambigue del
mondo arabo, Ali Bécheur &#8211; uno dei più grandi scrittori tunisini
contemporanei &#8211; scrive sì appassionatamente del difficile rapporto
padre/figlio, ma questo diventa occasione per una metafora e una
riflessione &#8211; tramite le due figure simboliche di riferimento e
tramite altri personaggi, soprattutto femminili &#8211; sulla Tunisia di
ieri e di oggi, sui cambiamenti, sulle sconfitte, sulle illusioni e
sulle conquiste, a livello culturale, politico e sociale. 
</p>



<p>Il
romanzo (in edizione italiana edito da Francesco Brioschi) porta un
titolo poetico: <em>Il domani di
ieri</em>. Il tempo è ciclico e
quello dell&#8217;esistenza individuale ne è solo un segmento. Siamo noi
“i domani”, il Futuro di chi ci ha preceduto e abbiamo il dovere
di fare tesoro della Memoria e degli insegnamenti anche &#8211; o più che
mai &#8211; di quelli muti, che passano attraverso le azioni e non le
parole. Lo può fare un singolo, lo può fare un&#8217;intera società
civile. Questa è la grande lezione di questa lettura che vi
consigliamo con il cuore. 
</p>
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