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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Protection4Olga: campagna per la difensora dei diritti umani, Olga Karatch</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Sep 2023 09:15:00 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/Olga.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/Olga-1024x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17155" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/Olga-1024x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/Olga-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/Olga-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/Olga-768x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/Olga-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/Olga-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/Olga.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1440w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Associazione Per i Diritti umani partecipa alla seguente campagna e la divulga.</p>



<p>(da GiuristiDemocratici)</p>



<p>E&#8217; stata da poco lanciata la Campagna internazionale<strong> #protection4olga</strong> per chiedere protezione e asilo per la direttrice dell’organizzazione “Our House” che da anni si batte per i diritti umani in Bielorussia, compreso il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, e per questo è perseguitata e rischia la pena capitale nel proprio paese di origine dove è stata definita “terrorista”. Il 18 agosto scorso la Lituania ha negato l’asilo politico definendo Olga Karatch “persona che rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale della Repubblica di Lituania”. Le è stato invece concesso un permesso di residenza nel paese della durata di un anno. Aderiamo convintamente alla Campagna internazionale perché sia data immediata protezione alla difensora dei diritti umani Olga Karatch. </p>



<p>In seguito al rifiuto dell&#8217;asilo politico da parte delle autorità lituane alla costruttrice di pace bielorussa e difensore dei diritti umani Olga Karatch (Volha Karach), è appena stata lanciata la campagna internazionale #protection4olga&nbsp;<em>per</em>&nbsp;chiedere protezione e asilo per la direttrice dell&#8217;organizzazione&nbsp;<a href="https://news.house/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&#8216;Our House</a>&nbsp;&#8216; .&nbsp;Da anni si batte per i diritti umani in Bielorussia, compreso il diritto all&#8217;obiezione di coscienza al servizio militare, ed è per questo perseguitata e rischia la pena capitale nel suo Paese d&#8217;origine, dove è stata etichettata dal regime come &#8220;terrorista&#8221;.</p>



<p>Il 18 agosto 2023, la Lituania le ha negato l&#8217;asilo politico, definendo Olga Karatch una &#8220;persona che rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale della Repubblica di Lituania&#8221;. Le è stato tuttavia concesso un soggiorno temporaneo nel paese per un anno, probabilmente a causa delle lettere internazionali di preoccupazione che alcuni politici e capi di fondazioni avevano scritto alle autorità e agli ambasciatori lituani in diversi Paesi. Ma questo status non le dà alcuna sicurezza riguardo al suo status: le autorità potrebbero in qualsiasi momento rinnegare questa decisione e decidere di deportarla.</p>



<p>Per questo motivo abbiamo avviato una campagna internazionale per la protezione immediata della difensore dei diritti umani e costruttrice della pace Olga Karatch.</p>



<p>La&nbsp;<a href="https://www.ohchr.org/sites/default/files/Documents/Issues/Defenders/Declaration/declaration.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">Dichiarazione delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti umani</a>&nbsp;adottata nel 1998 riconosce &#8220;il prezioso lavoro di individui, gruppi e associazioni nel contribuire all&#8217;effettiva eliminazione di tutte le violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali dei popoli e degli individui&#8221;.</p>



<p>Olga Karatch, attraverso l’organizzazione da lei guidata, “Our House”, ha al suo attivo numerose attività di monitoraggio e difesa dei diritti umani in Bielorussia e dei cittadini bielorussi fuggiti in altri Paesi – come la Lituania – e per questo motivo anche la sua organizzazione è stata scelto dall&#8217;Ufficio&nbsp;<a href="https://www.ipb.org/the-international-peace-bureauipb-has-announced-its-intention-to-nominate-three-remarkable-organizations-with-a-focus-on-the-right-to-conscientious-objection-for-the-2024-nobel-peace-prize/?utm_source=rss&utm_medium=rss">internazionale per la pace per essere nominato per il Premio Nobel per la pace 2024</a>&nbsp;, insieme al Movimento russo degli obiettori di coscienza e al Movimento pacifista ucraino.</p>



<p>Gli Stati hanno l&#8217;obbligo di proteggere tutti i diritti umani e le libertà fondamentali di tutti i cittadini e, soprattutto per i difensori dei diritti umani che &#8220;frequentemente affrontano minacce e molestie e soffrono di insicurezza&#8221; &#8220;di adottare tutte le misure necessarie per garantire la protezione dei difensori dei diritti umani, a sia a livello locale che nazionale, anche in tempi di conflitto armato e di costruzione della pace&#8221;, come affermato nella&nbsp;<a href="https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N11/468/66/PDF/N1146866.pdf?OpenElement&utm_source=rss&utm_medium=rss">risoluzione 66/164 dell&#8217;Assemblea generale delle Nazioni Unite</a>&nbsp;.</p>



<p>Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per il fatto che &#8220;in alcuni casi, la legislazione sulla sicurezza nazionale e l&#8217;antiterrorismo e altre misure, come le leggi che regolano le organizzazioni della società civile, sono state utilizzate in modo improprio per prendere di mira i difensori dei diritti umani o hanno ostacolato il loro lavoro e messo in pericolo la loro sicurezza in un modo contrario al diritto internazionale”, come affermato nella&nbsp;<a href="https://documents-dds-ny.un.org/doc/RESOLUTION/LTD/G13/120/26/PDF/G1312026.pdf?OpenElement&utm_source=rss&utm_medium=rss">Risoluzione 22/6 del 2013 del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite</a>&nbsp;sulla protezione dei difensori dei diritti umani, che impegna tutti gli Stati a proteggere e non criminalizzare coloro che lavorano per difendere i diritti umani.</p>



<ul><li>Pertanto, facciamo appello alle più alte autorità lituane, al Presidente della Repubblica di Lituania, al Primo Ministro e al Ministro degli Affari Esteri affinché rispettino gli standard internazionali e forniscano protezione e asilo alla difensore dei diritti umani bielorussa Olga Karatch, che si è rifugiata in Lituania.</li><li>La Lituania è anche membro dell&#8217;Unione Europea.&nbsp;Facciamo quindi appello anche alle istituzioni europee, alle missioni dell’UE (ambasciate e consolati degli Stati membri dell’UE e delegazioni della Commissione europea) che, come affermato nelle&nbsp;<a href="https://www.eeas.europa.eu/sites/default/files/eu_guidelines_hrd_en.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">Linee guida dell’UE sui difensori dei diritti umani</a>&nbsp;, dovrebbero sostenere e proteggere i difensori dei diritti umani.</li><li>Chiediamo inoltre ai nostri governi nazionali di agire per garantire che la protezione dei difensori dei diritti umani sia garantita sempre e ovunque.</li><li>Chiediamo a tutta la società civile, dai singoli cittadini ai giornalisti e ai rappresentanti istituzionali di tutta Europa, di agire in difesa dei diritti umani e di coloro che li difendono.</li></ul>



<p>Un modello di lettera da inviare alle autorità lituane&nbsp;<a href="https://www.miritalia.org/2023/08/23/protezione-e-asilo-per-olga-karatch-campagna-internazionale-protection4olga/modello-lettera-_protection4olga/?utm_source=rss&utm_medium=rss">può essere trovato qui</a>&nbsp;.&nbsp;Siete più che benvenuti ad usarlo e a difendere e sostenere adeguatamente i difensori dei diritti umani Olga Karatch.</p>
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		<title>Il carcere non è donna</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Apr 2023 09:13:18 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="800" height="532" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16929" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/04/detenuta-carcere-768x511.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></figure>



<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>



<p>Riportiamo alcune parti del convegno online che si è tenuto il 18 aprile scorso sul tema della condizione femminile nelle carceri italiane, organizzato dalla Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia nell&#8217;ambito del progetto “A scuola di libertà”.</p>



<p>Moderatrice: Ornella Favero, Direttrice della rivista Ristretti orizzonti e Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia.</p>



<p>Susanna Marietti di Antigone: grazie Ornella e grazie anche alle amiche di Sbarre di zucchero che poi sono state con noi lo scorso 8 Marzo, quando in una aula del Senato della Repubblica, Antigone ha presentato questo suo rapporto dal titolo “Dalla parte di Antigone”. Questo rapporto nasce da un viaggio collettivo dei mesi scorsi in cui abbiamo visitato tutti i luoghi della detenzione femminile in Italia che, come sapete, sono solamente quattro sulle 190 che ci sono in Italia, tra cui c&#8217;è Rebibbia a Roma che è il più grande carcere femminile d&#8217;Europa. E poi Venezia (La Giudecca), Pozzuoli e Trani. E poi abbiamo visitato le 44 sezioni femminili che sono invece ospitate all&#8217;interno di carceri a prevalenza maschile. Abbiamo visitato i quattro ICAM, istituti a custodia attenuata per madri. Siamo stati, inoltre, in tre istituti che recludono minorenni e donne che sono l&#8217;Istituto di Pontremoli, che è l&#8217;unico istituto penale per minorenni interamente femminile in Italia.</p>



<p>È stato un viaggio collettivo con attraverso l&#8217;Osservatorio di Antigone che da 25 anni è autorizzata dal ministero della Giustizia a visitare tutte le carceri italiane e che coinvolge oltre 80 persone.</p>



<p>La prima cosa che salta agli occhi è che le donne in carcere sono poche e sono poco criminali perché anche quando ci sono, hanno tendenzialmente pene brevi. Sono poche, significa che nelle carceri italiane costituiscono il 4,2% del totale e questa percentuale è più o meno stabile. Oscillando fra i 4,1 e il 4,3 trentini, ultimi vent&#8217;anni. Anomalia italiana, perché? No, sono una netta minoranza in ogni parte del mondo. Il sistema penitenziario è più clemente con le donne; in parte è vero. Perchè? Perchè, da fine &#8216;800, si è ipotizzato che il ruolo che tradizionalmente la società assegna alla donna sia più riservato rispetto a quello in prima linea dell&#8217;uomo. Però se poi andiamo a vedere, sia dal punto di vista diacronico, cioè nel tempo, quando si sono emancipati i costumi legati al ruolo femminile, ma anche nello spazio, cioè in Paesi dove pensiamo che le donne abbiano una rappresentanza assolutamente paritetica (ad esempio in Scandinavia), comunque molto più avanzata nel mondo del lavoro, nel mondo della politica eccetera notiamo che non ci sono tassi di detenzione superiori rispetto alla detenzione femminile in Italia quindi questa è una domanda che lascio aperte a tutti voi.</p>



<p>Torniamo all&#8217;Italia, appunto. La stragrande maggioranza delle donne detenute è ospitata nelle sezioni femminili all&#8217;interno di carceri maschili che sono molto differenti tra di loro, sia quantitativamente e di conseguenza anche qualitativamente perché vanno da sezioni che arrivano ad avere 120 donne detenute. Penso ad esempio a Milano, Bollate, Torino &#8230;fino a sezioni che hanno soltanto 2 3 4 come per esempio Mantova oppure Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia. Non sarebbe utile chiudere queste sezioni con pochissime detenute in base al principio di territorializzazione della pena che dice che la persona detenuta debba rimanere nel luogo vicino al proprio centro di riferimento sociale, dice la Legge, ma il problema è che se un direttore ha un carcere di 300 persone, di cui 293 sono uomini, verrà del tutto spontaneo convogliare le proprie risorse, spesso scarse (risorse di personale, del volontariato, lavorative) verso la parte maschile dell&#8217;Istituto. Non è possibile che ci si senta dire: Ebbene, per quelle poche donne come si fa a organizzare una classe scolastica che faccia venire i professori, pagati solo per 2,3,4 detenute? Ecco perchè noi di Antigone abbiamo chiesto aule &#8211; o luoghi di lvaoro in carcere &#8211; miste: per uomini e donne insieme, superando una mentalità e un pregiudizio anacronistico di “pericolosità” , se è vero che il carcere deve garantire una vita del tutto simile a quella che si potrebbe condurre all&#8217;esterno, salvo la limitazione della libertà per via della pena commissionata.</p>



<p>Un altro argomento importante: i figli. Le donne lo vanno a subire in maniera maggiore rispetto agli uomini, soprattutto per il fatto di essere madri, nella maggior parte dei casi, sono infatti il 70%. Chiunque sia entrato in un carcere femminile sa che l&#8217;allontanamento dai figli è un tema forte ed è anche una forma di stigmatizzazione della donna perchè viene considerata una cattiva madre. La donna è vittima di una stigmatizzazione in generale decisamente maggiore di quella dell&#8217;uomo perché la donna detenuta non ha risposto al suo ruolo sociale, al suo ruolo di brava madre e al suo ruolo di moglie. Il periodo di detenzione và a rompere o a indebolire i legami sociali o familiari, le detenute e i detenuti spesso interrompono le relazioni con i loro partner o anche con la famiglia di origine e via dicendo. In carcere ci stanno i grandi delinquenti, ma non sono loro che fanno la massa delle persone della massa personale, dove sono i poveracci che fuori non hanno voluto, non hanno saputo gestire diversamente la propria vita, ma è anche vero che si tratta di un problema politico: con diverse politiche sanitarie o politiche dell&#8217;housing sociale o politiche del lavoro, forse, le carceri non sarebbero così affollate a causa di situazioni di emarginazione sociale. E poi periodo di detenzione, non fa altro che approfondire proprio circolo vizioso che porta le persone che hanno commesso qualche reato minore a subire di nuovo lo stigma sociale.</p>



<p>Torniamo al tema dei figli. Negli scorsi decenni erano di più di quanto sono adesso i bambini in carcere. erano intorno alle 50, 60 unità e hanno oscillato per trent&#8217;anni attorno a questa cifra. Possiamo parlare di due leggi: nel 2001 la legge Finocchiaro sulla tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori e dieci anni dopo, nel 2011, una seconda legge che è tornata sul tema, ma nessuna delle due norme ha risolto il problema dei figli nelle carceri. Quand&#8217;è che è venuto a dimezzarsi il numero dei bambini in carcere? Quando è arrivata la pandemia. Quindi non è stato un evento di tipo normativo, ma è stato un evento fattuale, perché i magistrati di sorveglianza sono stati messi davanti a questo grande pericolo e hanno dovuto capire che temere dei bambini chiusi in un posto come il carcere di fronte al rischio che arrivasse la malattia era una follia e quindi li hanno messi fuori insieme alle mamme: quelle donne messe fuori fino al giorno prima erano pericolose criminali o potevano stare fuori anche prima che arrivasse la pandemia? Potevano stare fuori anche prima. Mi sembra ovvio. Io sono certa che se mi prendessi stanotte i 28 fascicoli delle 28 donne con figli che ora stanno in carcere passo la nottata a studiarmelo tutti e per 26, 27 di loro troverei una soluzione di una misura alternativa, una comunità, un qualcosa mi inventerei per ognuna di loro, e questo allora lo può fare anche la magistratura di sorveglianza. Non si tratta più di fare la legge perfetta, ma si tratta di cambiare la cultura del magistrato di sorveglianza. La strada da perseguire è quella di metterci i soldi e la volontà.</p>



<p>Altro tema affrontato nel rapporto di Antigone: le detenute trans. Sarebbe utile che il carcere adottasse personale esperto in politiche di genere e uno staff formato appositamente per loro anche perchè, spesso, sono inserite in sezioni maschili.</p>



<p>Così come ci sarebbe bisogno di uno sguardo più attento per le donne vittime di abusi e di violenze che, prima di tutto, necessitano di uno screening sanitario e psicologico e che poi vengano prese in carico a livello giudiziario e anche dopo l&#8217;uscita dal carcere perchè questo è un&#8217;altro grande probema in quanto tutte le detenute (e i detenuti) vivono nella paura di venire abbandonate e di non avere un dialogo con i servizi sociali del territorio. In effetti, ad oggi, non c&#8217;è una continuità di presa in carico. Una donna si trova spesso peggio di prima e frequentissimi sono gli episodi di depressione seria al momento dell&#8217;uscita dal carcere.</p>



<p>Testimonianza di un avvocato di Sbarre di Zucchero, Carlotta Toschi</p>



<p>Sbarre di Zucchero non è ancora un&#8217;associazione, ma un folto gruppo di persone, nato nel 2022, che si occupa di persone dentro e fuori dal carcere. Vogliamo essere un microfono che riporti al centro il tema del carcere. Soprattutto quello femminile, quando il carcere di donne è in un mondo di uomini, come recita e sottolinea, il nostro sottotitolo. Il gruppo è nato fisicamente a Verona e in pochissimo tempo ha raccolto partecipanti da tutta Italia. Abbiamo membri che sono ex detenuti, familiari di detenuti, attivisti, avvocati, volontari, garanti, giornalisti, una buona quota di polizia penitenziaria che ci affianca. Siamo diventati anche gruppi fisici, di pochi volontari e volontarie che all&#8217;inizio si sono aggregati, hanno dato via a un&#8217;organizzazione di eventi e convegni a Roma, Milano, Verona. Abbiamo raccolto abiti per tutte le carceri di Italia, abbiamo raccolto i generi di prima necessità anche per l&#8217;igiene personale a favore di detenuti e delle detenute in difficoltà. Abbiamo raccolto una storia di strette collaborazioni coi media, che ovviamente hanno interesse a coinvolgerci da tutta Italia, con realtà associative già presenti sul territorio, realtà storiche, ne cito solo alcune, a titolo meramente esemplificativo, per esempio, guardando poi a Roma la Fraternità Verona e da tante altre abbiamo ottenuto anche l&#8217;appoggio e la collaborazione concreta come Elemosiniere del Santo Padre, il Cardinale for. Cacciari e ovviamente moltissimi garanti delle persone private della libertà personale che teniamo a ringraziare in modo particolare per il lavoro capillare che fanno all&#8217;interno di tutte le carceri.</p>



<p>Sbarre di zucchero nasce per fare rete e parlare di carcere, di tutto quello che non va all&#8217;interno delle carceri e anche delle buone pratiche di cui farci promotori, mettiamo insieme tutte le nostre forze per dare un supporto ai detenuti, alle loro famiglie che troppo spesso soffrono ancora per le condizioni disumane in cui vivono i loro familiari. Noi siamo attivi quasi una volta a settimana. Ci piace metterci la faccia e testimoniare che si fa tanta fatica nel volontariato, ma io credo che ci sia un “Dopo il carcere”. È questo l&#8217;obiettivo di Sbarre: di andarselo a prendere. Vorrei leggere con voi le ultime parole d&#8217;amore scritte a penna su un foglietto a quadretti da Donatella Odo, che è morta suicida l&#8217;anno scorso. Un biglietto scritto al suo fidanzato: “Leo, Amore mio, mi dispiace, sei la cosa più bella che mi poteva accadere per la prima volta in vita mia; penso e so cosa vuol dire amare qualcuno, ma ho paura di tutto, di perderti e non lo sopporterei. Perdonami, sii forte, ti amo. E scusami”. Ecco noi ci focalizziamo su questo affinché nessuno abbia più paura di tutto, come è successo a Donatella.Vogliamo far conoscere la verità, che cosa significhi la detenzione, di modo che nessuno si senta abbandonato e che il carcere possa essere davvero quello strumento, assolvere a quella funzione di cui discutiamo tanto nell&#8217;articolo 27, comma tre della Costituzione: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità; affinché quelle celle sovraffollate, inadeguate totalmente alla vita, non diventino più bare. Dobbiamo riportare al centro del dibattito italiano un tema che troppo spesso è legato ai margini della società, non viene preso assolutamente in considerazione dalla politica perché lo sappiamo, il carcere non porta voti. Mettiamo insieme le forze.</p>



<p>E&#8217; in programma, come dicevamo prima, la costituzione di un&#8217;associazione, cerchiamo persone appassionate, non cerchiamo soci, semplici soci ma persone innamorate della giustizia, delle seconde possibilità, perché tutti abbiamo diritto a una seconda opportunità. E perché quelle parole d&#8217;amore che sono state scritte da Donatella non rimangano nel buio. Non solo l&#8217;8 Marzo, dunque, la festa della donna ma ogni giorno deve essere un&#8217;occasione importante, a mio avviso, per ricordare che non siamo solo donne, ma siamo donne, madri, fidanzate, mogli&#8230; Dentro le sbarre, ma anche fuori. Un augurio a tutte le donne che sono qui con noi, che so che sono donne di cuore, donne forti che ogni giorno combattono con le difficoltà della vita, ma anche a tutte le donne deboli, perché noi possiamo essere la voce di tutte queste persone, che ciascuno possa trovare la forza in sè, forza che è anche dentro di noi per percorrere insieme un bellissimo cammino verso una riabilitazione e la restituzione in società.</p>



<p>Ornella Favero: ultimamente hanno tolto le cosiddette “telefonate in più”, cioè la telefonata quotidiana a casa, la possibilità di telefonare a casa ogni giorno, 10 minuti che già è una inezia rispetto alle effettive necessità, un diritto inserito durante la pandemia e che, oggi, appunto è stato eliminato. Le persone si sono , quindi, si sono trovate con la tessera telefonica che diceva che il numero di telefonate era già stato e che si è tornati a poter fare soltanto una telefonata a settimana e vi assicuro che questa è una cosa senza senso, una crudeltà inaudita quando l&#8217;unica forma di prevenzione dei suicidi è proprio quella di rafforzare i legami con il mondo esterno, gli affetti, con le persone care. Una rabbia terribile. Quindi vi chiedo, siccome c&#8217;è da far ripartire una campagna su questo, di essere solidali perché è veramente un tema fondamentale.</p>



<p>Testimonianza di Micaela di Sbarre di Zucchero: io sono stata in carcere per un periodo e la telefonata, magari a un genitore o a un figlio è importantissima, ma se c&#8217;è a casa un problema e io òosso telefonare solo 1 volta alla settimana, resto con la preoccupazione per tutti quei giorni. Esiste la possibilità di fare telefonate straordinarie che sono due al mese, quindi una settimana +1, 2 al mese. Fanno sei telefonate in un mese che tu ti devi gestire con tutta la famiglia, quindi è veramente difficile mantenere un rapporto, anche se questi rapporti dovrebbero essere tutelati.</p>



<p>Per quanto riguarda le donne trans: nelle sezioni maschili non vengono messi con gli uomini, ma hanno delle sezioni apposite; in particolare, nella sezione femminile vengono inserite le donne omosessuali che a volte sono anche dei veri e propri uomini e questo spessissimo crea disagio perché tu, donna, ti trovi in cella assieme a un&#8217;altra donna che si comporta da uomo, ti fa delle avance, ti guarda in un certo modo etc. Credo, perciò, che anche per le donne omosessuali ci sarebbe biosgno di una sezione particolare.</p>



<p>Nella sezione femminile ci sono stata spesso le e donne fanno diventare la cella la casa loro perché, ad esempio, la tossicodipendente che vive per strada o la rom che vive in roulotte non hanno mai avuto mura attorno e l&#8217;arredamento con le tendine, le ciotole, o altro sono importanti per rendere la cella accogliente anche se, a volte, l&#8217;abbellimento può risultare eccessivo.</p>



<p>Non direi che gli uomini sono più “cattivi” delle donne, anche le donne sanno esserlo, soprattutto verso i sex-offender. A Verona c&#8217;era una mamma che aveva permesso al compagno di molestare il figlio è stata brutalmente picchiata; così come una rom che vaeva rubato un bambino e acui altre detenute hanno fatto saltare i denti, mentre la guardia diceva: “Stanno SOLO litigando”. Quindi non pensate che nel femminile sia più tranquillo. Per scrivere un buon report, bisognerebbe starci una settimana, 15 giorni, in un carcere e non qualche ora, per vivere realmente quello che succede in carcere e per capire. Cosa se ne fa una donna quando va fuori di avere imparato a farsi le unghie o a cucire un abito? Al maschile, per esempio a Verona, i detenuti imparano a fare gli odontotecnici oppure frequentano l&#8217;alberghiero, vanno all&#8217;università; al femminile non c&#8217;è tutto questo. Quindi credo che i diritti che hanno i maschi dovrebbero averli anche le donne.</p>



<p>Conoscevamo Donatella Odo: era tossicodipendente e aveva altri problemi, per cui le hanno portato via il figlio. Avrebbe avuto biosgno di sostegno, di aiuto psicologico, di amore. Invece è stata lasciata sola. Adesso siamo già a 15 suicidi quest&#8217;anno e non mi sembra che abbiano fatto qualcosa per prevenirli, anzi se ne parla sempre meno. Casino ne facciamo tanto e non smetteremo di farlo Donatella aveva persino scritto a Maria De Filippi: perché non si è fatta aiutare da chi era lì, da una casa famiglia, da un operatore, da qualcuno delle istituzioni? Lei era incinta di sette mesi e, una volta messa fuori dal carcere, nessuno l&#8217;ha presa in carico. Ora voi che siete tutti operatori del settore, dovreste darmi una risposta. Non c&#8217;era qualcuno che poteva accogliere una ragazza incinta di sette mesi? Ha dovuto andar per strada. Per strada? E dopo un mese dalla nascita c&#8217;era bisogno di portarle via il bambino? Non si poteva prenderli entrambi e metterli in una casa famiglia, non si poteva almeno provare a farla stare col suo bambino? Ci battiamo, quindi, proprio perché queste cose non accadano più!</p>



<p>Ornella Favero: vedo anche un sacco di ragazzi giovani in carcere e credo che ci sia che sia un momento particolarmente difficile. Per questo faccio un appello rispetto a una cosa così piccola come sembra quella delle telefonate, perché secondo me l&#8217;isolamento è la cosa più deleteria per le donne e per i giovani.</p>



<p>Mettiamo insieme tutte le nostre forze per dare un supporto ai detenuti e alle loro famiglie che troppo spesso soffrono ancora per le condizioni particolari di chi hanno in carcere.</p>



<p>Ridiamo la speranza, superando la paura.</p>
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		<title>Reporter senza frontiere, il 2022 è l’anno dei record: giornalisti in carcere, uccisi, rapiti e dispersi</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2022 12:32:32 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="750" height="430" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16787" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 750w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1-300x172.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></a></figure>



<h2>Il report annuale di Reporter senza frontiere fa il punto della situazione dei giornalisti nel mondo. Nel 2022 si sono registrati 533 giornalisti in carcere, 57 uccisi, 65 rapiti e 49 risultano ancora dispersi. Ecco cosa sta succedendo e quali i paesi più pericolosi per chi si occupa di informazione</h2>



<p><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/author/diego-battistessa/?utm_source=rss&utm_medium=rss">di <strong>Diego Battistessa</strong></a> (da osservatoriodiritti.it)<a href="https://telegram.me/share/url?url=https%3A%2F%2Fwww.osservatoriodiritti.it%2F2022%2F12%2F19%2Freporter-senza-frontiere-2022%2F&amp;text=Reporter%20senza%20frontiere,%20il%202022%20%C3%A8%20l%E2%80%99anno%20dei%20record:%20giornalisti%20in%20carcere,%20uccisi,%20rapiti%20e%20dispersi&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>



<p>Il 2022 è l’<strong>anno dei record</strong>&nbsp;per il nuovo studio di&nbsp;<strong>Reporter senza frontiere</strong>&nbsp;(Rsf) sullo stato di salute della<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/liberta-dinformazione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&nbsp;libertà d’informazione</a>&nbsp;nel mondo: 533 giornalisti in carcere, 57 uccisi, 65 rapiti e 49 dispersi.</p>



<p><strong>La&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/conflitti/guerra/?utm_source=rss&utm_medium=rss">guerra</a>&nbsp;in&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/ucraina/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Ucraina</a></strong>&nbsp;spiega in grande misura questo&nbsp;<strong>importante aumento delle morti</strong>&nbsp;di&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/giornalisti/?utm_source=rss&utm_medium=rss">giornalisti</a>&nbsp;e giornaliste in questo 2022 (18,8% in più del 2021), ma la tendenza degli attacchi, minacce e ritorsioni verso la stampa è in&nbsp;<strong>aumento in tutto il mondo</strong>.</p>



<p>Nel paese europeo che ha sofferto l’invasione russa lo scorso febbraio, solo nei primi sei mesi di conflitto sono stati&nbsp;<strong>uccisi 8 giornalisti</strong>, ma i dati peggiori arrivano da paesi che non vivono una guerra nel senso stretto della parola.</p>



<p>Tra questi troviamo il&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/messico/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Messico</strong></a>, il&nbsp;<strong>paese più mortale</strong>&nbsp;per chi esercita la professione di giornalista, con 11 casi di omicidio dal 1° gennaio al 1° dicembre 2022.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image" id="attachment_39751"><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="reporter senza frontiere classifica" class="wp-image-39751"/></a><figcaption>Non si uccide la verità uccidendo i giornalisti (Messico 2013) – Foto: Eneas De Troya (via&nbsp;<a href="https://www.flickr.com/photos/eneas/9442739530/in/photolist-foqvtY-owSmHc-pEjJXY-q4kaXE-bX8raH-cetuno-2mGgWV3-dxL4dJ-bWimDC-Cim31w-Zpvk2r-Zpvmc2-Cim5j9-YjJx4C-Cim25U-Cim7ch-ppardi-NepJVx-2hwsZ22-2mGkobF-2mGi8qS-WR34zm-mqZhhg-2nQTJA8-PueTnW-xpNS2W-WR3hwU-HYDQF3-2hwqgYG-2hwqgDy-2hwsYeW-6r2phF-VCwqvY-WDAKxb-VF8tYM-MgJLdQ-WGTD5i-WjiXy1-MgJHBY-NbiRkN-MgGeLR-MgJLS5-2hwsXNW-Cj1J1L-ZkRMVq-YkqT3A-YoTNTk-Cj1HKf-YoTNNv-Cj1Jbf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flickr</a>)</figcaption></figure>



<h2>Per Reporter senza frontiere, nel 2022 l’America Latina è la regione più pericolosa per i giornalisti</h2>



<p>Agli 11 casi di assassinio di giornalisti e giornaliste in Messico, paese che da solo copre il 20% del totale, si sommano i&nbsp;<strong>6 omicidi</strong>&nbsp;avvenuti ad&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/10/10/haiti/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Haiti</strong></a>, i&nbsp;<strong>3 avvenuti in&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/brasile/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Brasile</a></strong>&nbsp;e uno in&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/colombia/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Colombia</strong></a>.</p>



<p>Questi omicidi fanno diventare l’<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/america-latina/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>America Latina</strong></a>&nbsp;la&nbsp;<strong>regione del mondo più pericolosa&nbsp;</strong>al mondo per la stampa, con quasi la metà di tutti i giornalisti uccisi a livello globale nel 2022.</p>



<p><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><em>Osservatorio Diritti</em></a>&nbsp;ha già raccontato la grave situazione in&nbsp;<strong>Messico</strong>&nbsp;riguardo all’attacco costante alla stampa (leggi anche&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/09/20/giornalisti-uccisi-in-messico/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Giornalisti uccisi in Messico: la mattanza continua nell’impunità</a>), dove oltre l’<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/difensori-dei-diritti/ong/?utm_source=rss&utm_medium=rss">ong</a>&nbsp;Article 19 fornisce dati ancora più gravi rispetto a quelli di Rsf.</p>



<p>Sul&nbsp;<strong>Brasile&nbsp;</strong>la nostra testata ha raccontato il caso di&nbsp;<strong><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/06/17/brasile-amazzonia-assassinati-dom-philips-bruno-pereira-araujo/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Dom Philips</a></strong>, ucciso insieme a&nbsp;<strong>Bruno Pereira Araújo</strong>&nbsp;in Amazzonia mentre indagavano sull’ecocidio del polmone verde e sul genocidio indigeno.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image" id="attachment_39750"><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="reporter senza frontiere classifica annuale" class="wp-image-39750"/></a><figcaption>Le Farc liberano il giornalista francese Romeo Langlois – Foto: AFP PHOTO/Luis Acosta (via Globovisión,&nbsp;<a href="https://www.flickr.com/photos/globovision/7303972326/in/photolist-c8qLvm-21FbkF-aa7xmr-5YZzcK-VsByeq-5Z4Luw-9y9gcQ-9y6hTZ-5YZy1a-9y6gJD-9y9fQC-9y9fB9-ucVSUC-9y9f49-mqtyZn-uuJope-9y9ftf-ud4WBH-9y9gvA-9y9eMq-aNrfmn-aNrfFD-aNrf6v-7Ga8cf-9y9fYL-5X4oqQ-22ZrGsm-9y6gTZ-txFeKZ-c8qM2m-bb2otp-txv89y-brfA8n-9y6hFg-9y6hZP-aNrewP-aNreoB-aNrhfR-aNrhoX-aNriir-aNrhUK-aNric2-aNri4p-c8qMWG-r9JHZZ-rr6rry-brAbQ6-brxvhc-2mGgWzU-2mGmkRu?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flickr</a>)</figcaption></figure>



<h2>Carceri piene di giornalisti: la classifica 2022</h2>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>«I regimi dittatoriali e autoritari stanno rapidamente riempiendo le loro prigioni, detenendo giornalisti. Questo nuovo record di giornalisti in carcere conferma la necessità imperiosa e urgente di resistere a questi poteri senza scrupoli e di esercitare la nostra fattiva solidarietà con tutti coloro che difendono l’ideale di libertà, indipendenza e pluralismo dell’informazione», ha detto&nbsp;<strong>Christophe Deloire</strong>, segretario generale de RSF.</p></blockquote>



<p>Riguardo alla detenzione di giornalisti la&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/cina/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Cina</strong></a>&nbsp;si conferma la&nbsp;<strong>più grande prigione del mondo</strong>. Il paese asiatico ha raggiunto livelli estremi di&nbsp;<strong>censura e sorveglianza</strong>&nbsp;e ad oggi conta almeno&nbsp;<strong>110 giornalisti incarcerati</strong>. Rsf segnala, per esempio, il caso del giornalista indipendente&nbsp;<strong>Huang Xueqin</strong>, che si è occupato di questioni legate alla corruzione, all’inquinamento industriale e alle molestie nei confronti delle&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/discriminazione/donne/?utm_source=rss&utm_medium=rss">donne</a>.</p>



<p>Come seconda carcere più grande del mondo per i giornalisti troviamo il&nbsp;<strong><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/myanmar/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Myanmar</a></strong>&nbsp;(ex Birmania), dove – sottolinea Rsf –&nbsp;<strong>«la pratica del giornalismo</strong>&nbsp;è semplicemente&nbsp;<strong>fuorilegge</strong>, come dimostrano i numerosi media messi al bando dopo il&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/06/23/myanmar-oggi-situazione-cosa-succede/?utm_source=rss&utm_medium=rss">colpo di stato militare</a>&nbsp;nel febbraio 2021». In questo paese sono almeno&nbsp;<strong>62 i giornalisti attualmente in carcere.</strong></p>



<p>Al terzo posto si trova la&nbsp;<strong>Repubblica islamica dell’<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/iran/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Iran</a></strong>, dove con &nbsp;l’aumento &nbsp;della repressione dopo il&nbsp;<strong>caso Mahsa Amini</strong>&nbsp;troviamo ben&nbsp;<strong>47 casi di detenzione</strong>&nbsp;di membri della stampa. Se a questi tre stati aggiungiamo&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/bielorussia/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Bielorussia&nbsp;</strong></a>e&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/vietnam/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Vietnam</strong></a>, otteniamo il 54% del totale dei 533 giornalisti incarcerati.</p>



<p>Un altro dato importante e significativo rispetto alla repressione verso la stampa riguarda il fatto che solo poco più di un terzo dei giornalisti in carcere ha ricevuto una condanna:&nbsp;<strong>il 63,6% de detenuti si trova in prigione senza essere stato processato</strong>.</p>



<h2>Reporter senza frontiere denuncia l’aumento delle giornaliste detenute</h2>



<p>Uno dei dati che vengono sottolineati dall’ong francese riguarda l’<strong>aumento delle detenzioni di donne</strong>&nbsp;che lavorano nel settore giornalistico.</p>



<p>Il 2022 è stato particolarmente duro per le giornaliste che sommano un&nbsp;<strong>totale di 78 casi di incarceramento</strong>&nbsp;sui 533 registrati: un&nbsp;<strong>aumento del 27,9%&nbsp;</strong>rispetto allo scorso anno.</p>



<p>Secondo il&nbsp;<a href="https://rsf.org/sites/default/files/medias/file/2022/12/RSF_Bilan2022_EN.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">report</a>&nbsp;questo nuovo aumento riflette la crescente&nbsp;<strong>femminilizzazione della professione</strong>, ma conferma anche che le donne non sono esenti dalla repressione.</p>



<p>Come esempio basti pensare a&nbsp;<strong>Cina, Iran, Myanmar e Bielorussia,</strong>&nbsp;quattro paesi che si trovano tra le posizioni più basse nel ranking mondiale della libertà di stampa e dove nel 2022 sono state incarcerate rispettivamente 19, 18, 10 e 9 giornaliste (il 70% del totale).</p>



<p>Particolarmente grave la situazione in Iran, dove la repressione verso la stampa si è accentuata dopo le proteste per l’uccisione di &nbsp;Mahsa Amini. Rsf sottolinea che tra questi casi preoccupano particolarmente quelli di&nbsp;<strong>Nilufar Hamedi</strong>&nbsp;ed&nbsp;<strong>Elahe Mohammad</strong>, giornaliste ora in carcere e&nbsp;<strong>punibili con la&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/05/24/pena-di-morte-nel-mondo-oggi-paesi-amnesty-international/?utm_source=rss&utm_medium=rss">pena di morte</a></strong>&nbsp;per essere state le prime a denunciare il caso Amini, e perciò accusate di “propaganda contro il sistema e associazione per delinquere finalizzata ad agire contro la sicurezza nazionale” (leggi anche&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/10/27/iran-proteste-donne-oggi/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Proteste in Iran, Babak Monazzami: «La mia battaglia per un Paese libero e forte»</a>).</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image" id="attachment_39749"><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="reporter senza frontiere 2022" class="wp-image-39749"/></a><figcaption>Proteste per la morte di Mahsa Amini&nbsp; a Londra – Foto: Alisdare Hickson (via&nbsp;<a href="https://www.flickr.com/photos/alisdare/52417414501/in/photolist-2nRWX8T-2nRWSvg-2nRZvj4-2nT151U-2nRZx7n-2nRZcQt-2nQBF2h-2nQ9vJF-2nQBJMx-2nNcB9y-2o4bvku-2nRYpFt-2nNcBbN-2nR6m1q-2nUuo2m-2nRZfVQ-2nUvL6T-2nQAW7J-2nQ8ez7-2nVk2a3-2nRA8jR-2nNYyRc-2nNTLPw-2nVnjcp-2nYP6Qw-2nNTLPg-2nQRJGt-2nPEX5h-2o1csmV-2nT4M4Q-2nUymMw-2nPFPfu-2nPyXPV-2nYLCYW-2nRJx5H-2nQPb1i-2nNZMyB-2nYRXo7-2nYQyMi-2nT77j3-2nP1KLD-2nX89BN-2nNZjXw-2nXJ436-2nYLCYa-2nNYyFY-2nQRpbG-2o5ah22-2nQRovZ-2nNUo2K?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flickr</a>)</figcaption></figure>



<h2>Rapimenti e sparizioni forzate tra gli operatori dell’informazione</h2>



<p>Anche la&nbsp;<strong>pratica dei rapimenti</strong>&nbsp;continua ad essere una costante nel settore. Ad oggi, puntualizza Reporter senza frontiere, sono&nbsp;<strong>almeno 65 i giornalisti sequestrati</strong>&nbsp;e altri&nbsp;<strong>49 risultano ancora dispersi</strong>.</p>



<p>I sequestri si concentrano in tre paesi del&nbsp;<strong><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/medio-oriente/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Medio Oriente</a>:&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/iraq/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Iraq</a>,&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/siria/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Siria</a>&nbsp;e&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/yemen/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Yemen</a>,</strong>&nbsp;ai quali si aggiunge il&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/mali/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Mali</strong></a>, dove un gruppo jihadista ha rapito il&nbsp; giornalista francese&nbsp;<strong>Oliver Dubois.</strong></p>



<p>Per quanto riguarda i giornalisti scomparsi, nel 2022 si sono aggiunti i casi di&nbsp;<strong>Dmytro Khiliuk</strong>&nbsp;(scomparso il 4 marzo nella città ucraina di Dymer, a nord di Kiev, occupata dalle forze russe) e&nbsp;<strong>Roberto Carlos Flores Mendoza</strong>&nbsp;(fondatore del portale di notizie&nbsp;<em>Chiapas Denuncia Ya</em>, scomparso il 20 settembre).</p>



<p>Questi due nuovi casi portano a&nbsp;<strong>49 il numero totale di giornalisti scomparsi dal 2003</strong>&nbsp;e tre di loro sono donne (due giornaliste messicane e una peruviana).</p>



<h2>Reporter senza frontiere: la classifica annuale</h2>



<p><strong>Reporter senza frontiere</strong>&nbsp;elabora questo report ogni anno dal 1995 da RSF, su&nbsp;<strong>dati raccolti tra il 1° gennaio e il 1° dicembre</strong>&nbsp;dell’anno della pubblicazione. Il conteggio totale del bilancio 2022 include giornalisti professionisti e non professionisti, nonché altri operatori dei media.</p>



<p>Rsf raccoglie meticolosamente informazioni per poter affermare che l’incarcerazione, il rapimento, la scomparsa o la morte di un giornalista è una&nbsp;<strong>diretta conseguenza dell’esercizio della professione</strong>.</p>
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		<title>Rapporto giornaliero dell&#8217;OSCE. Missione speciale Ucraina</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Feb 2022 12:37:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sulla base delle informazioni fornite dai gruppi di monitoraggio alle&#160;17:00 del 24 febbraio 2022&#160;.&#160;Tutti gli orari sono nell&#8217;ora dell&#8217;Europa orientale. Dalla sera del 24 febbraio e per tutto il periodo di riferimento, la Missione&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/02/512977.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="620" height="336" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/02/512977.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16147" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/02/512977.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 620w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/02/512977-300x163.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></a></figure></div>



<p></p>



<p>Sulla base delle informazioni fornite dai gruppi di monitoraggio alle&nbsp;17:00 del 24 febbraio 2022&nbsp;.&nbsp;Tutti gli orari sono nell&#8217;ora dell&#8217;Europa orientale.</p>



<ul><li>Dalla sera del 24 febbraio e per tutto il periodo di riferimento, la Missione ha sentito esplosioni multiple, compreso il fuoco di un sistema di lancio multiplo di razzi, vicino a Shchastia e nelle vicinanze delle città di Kherson, Donetsk, Kharkiv e Kiev.</li><li>La Missione ha ascoltato aerei che sorvolavano le città di Ivano-Frankivsk e Kiev.&nbsp;Ha sentito due elicotteri sorvolare la città di Donetsk.</li><li>La SMM ha osservato lunghe code ai valichi di frontiera con Ungheria, Polonia e Romania.</li><li>La Missione ha avviato le attività di evacuazione a seguito della decisione di evacuare tutti i membri della Missione Internazionale (IMM) presa il 24 febbraio.</li></ul>



<p><a href="https://www.osce.org/files/2022-02-25%20Daily%20Report_ENG.pdf?itok=36745&utm_source=rss&utm_medium=rss">Scarica il rapporto completo (PDF)</a></p>



<p>La Missione speciale di monitoraggio dell&#8217;OSCE in Ucraina (SMM) è stata dispiegata il 21 marzo 2014, a seguito di una richiesta all&#8217;OSCE da parte del governo ucraino e di una decisione consensuale di tutti i 57 Stati partecipanti all&#8217;OSCE. La SMM è una missione civile disarmata, presente sul campo 24 ore su 24, 7 giorni su 7 in tutte le regioni dell&#8217;Ucraina. I suoi compiti principali sono osservare e riferire in modo imparziale e obiettivo sulla situazione in Ucraina; e per facilitare il dialogo tra tutte le parti coinvolte nella crisi.</p>



<p>Con dozzine di pattuglie OSCE SMM che escono ogni giorno in tutta l&#8217;Ucraina, molte in aree ad alto rischio a est, On Patrol offre una visione straordinaria non solo del lavoro della più grande missione OSCE sul terreno, ma anche degli uomini e delle donne che servire essa e la più ampia causa della pace, ma anche in alcune delle persone e delle questioni che definiscono l&#8217;Ucraina e la crisi che sta attraversando. </p>



<p>Le leader di comunità e le funzionarie di monitoraggio dell&#8217;OSCE SMM costruiscono ponti tra le persone, servendo la causa di una pace sostenibile in modi spesso invisibili ma concreti e significativi. Leggi le loro storie di resilienza e speranza.  <a href="https://www.osce.org/stories/women-on-the-contact-line?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.osce.org/stories/women-on-the-contact-line?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>“Romani piña &#8211; Sorelle rom”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2022 08:27:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>SIETE tutte/i invitate/i alla conferenza stampa che si terrà: MERCOLEDI 2 FEBBRAIO, alle ore 16.30 sulla pagina FB di Associazione Per i Diritti umani In occasione della Giornata della Memoria si segnala l&#8217;uscita del&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>SIETE tutte/i invitate/i alla conferenza stampa che si terrà:</p>



<p></p>



<p>MERCOLEDI 2 FEBBRAIO, alle ore 16.30 sulla pagina FB di Associazione Per i Diritti umani </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/donne-rom-cover_page-0001-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="715" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/donne-rom-cover_page-0001-1-1024x715.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16091" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/donne-rom-cover_page-0001-1-1024x715.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/donne-rom-cover_page-0001-1-300x209.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/donne-rom-cover_page-0001-1-768x536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/donne-rom-cover_page-0001-1-1536x1072.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/donne-rom-cover_page-0001-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1778w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p>In occasione della Giornata della Memoria si segnala l&#8217;uscita del libro intitolato:</p>



<p>“<strong>Romani pi</strong><em><strong>ña</strong></em><strong> &#8211; Sorelle rom</strong>”</p>



<p>a cura di Alessandra Montesanto, vicepresidente dell&#8217;Associazione Per i Diritti umani (www.peridirittiumani.com)?utm_source=rss&utm_medium=rss e Giulia Di Rocco (attivista, mediatrice e consulente legale)</p>



<p>Multimage &#8211; La casa editrice dei diritti umani</p>



<p>Con il contributo della Fondazione Fidapa Onlus</p>



<p>Il testo è parte dal racconto di vita di tre donne, italiane e rom: Giulia Di Rocco (attivista, mediatrice e consulente legale), Virginia Morello (sindacalista) e Concetta Sarachella (in arte “Saracetty”, stilista) fondatrici di <em>Mistipè</em>, ilprimo partito politico italiano che vede i Rom come principali rappresentanti.</p>



<p>Non si tratta, però, di un lavoro politico, ma di un lavoro in cui si vuole far conoscere le informazioni di base sull&#8217;etnia rom, dal punto di vista femminile.</p>



<p>Tre donne, quindi, che hanno incontrato, durante la loro esistenza, molte difficoltà, ma che hanno ottenuto un riscatto sia nel pubblico sia nel privato; sono tre esempi di donne, italiane e appartenenti ad una minoranza da sempre discriminata che intendono fornire il proprio esempio per motivare altre ragazze o coetanee a continuare a lottare per i propri diritti.</p>



<p><strong>Romani pi</strong><em><strong>ña</strong></em><strong> &#8211; Sorelle rom</strong> è, quindi, un libro agile &#8211; corredato di immagini a colori &#8211; che parla direttamente al cuore delle persone che lo leggeranno: cultura italiana rom (usi, costumi, religione, giustizia), accenni al ruolo della donna nel Passato e nel Presente (ricordiamo il <em>samudaripen </em>e le donne che sono state anche partigiane), un curioso riferimento al cambiamento del costume, in particolare della gonna come indumento e status symbol, analisi di fenomeni di antiziganismo al femminile che si protraggono anche nella nostra attualità: questi sono alcuni argomenti presi in considerazione.</p>



<p>Le autrici sono fermamente convinte che sia necessario iniziare a far conoscere la comunità rom anche dal punto di vista femminile per avviare un dialogo nuovo e completo tra la stessa e la società maggioritaria.</p>



<p>Il libro è importante per TUTTE le donne, per la propria autodeterminazione nell&#8217;ottica di una autentica parità di genere.</p>



<p>Per ulteriori informazioni: <a href="mailto:info@peridirittiumani.com">info@peridirittiumani.com</a> – <a href="mailto:diroccogiulia81@gmail.com">diroccogiulia81@gmail.com</a></p>
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		<title>Violenza sulle donne nella notte di Capodanno</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jan 2022 08:22:01 +0000</pubDate>
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<p><strong>Come è possibile che il premio di fine anno e gli auspici di uno nuovo nel nostro Paese contempli lo stupro di gruppo a danno di giovani donne? Si tratta, viene scritto, di devianza misogina, patriarcale e maschilista.</strong> (<em>Mietta Pellegrini</em>) </p>



<p></p>



<p>(da https://www.z3xmi.it/pagina.phtml?_id_articolo=14788&#8211;)&utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/violenza-donne-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="189" height="267" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/violenza-donne-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16076"/></a></figure></div>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><br>In questi ultimi giorni viene riportato sul quotidiano “Repubblica”, in parallelo agli articoli sui fatti di Milano, un articolo sulla violenza perpetrata su una ragazza un anno fa da un gruppo di ragazzi della Roma bene per festeggiare il nuovo anno e colpisce che questo fine anno a Milano sia la replica di quanto successo a Roma, ma in scala ben più terribile.<br><br>Viene da chiedersi &#8211; i due gruppi sono di diversa nazionalità ed estrazione sociale – quale sia la malattia di questo nostro mondo che tenta in ogni modo di svalutare e distruggere la figura femminile. Ma non hanno forse una madre questi giovani violentatori? Che ruolo hanno le madri nell&#8217;educazione dei figli? Che sia straniera o italiana, dove sta la differenza se la violenza maschile è sempre quella.<br><br>Qual è la gabbia mentale che costringe i maschi a ritenersi tali solo se esercitano la violenza e l’oppressione sulle donne? Questa riduzione di ruolo sociale è così limitante ed offensivo per qualsiasi essere umano, che sembra inverosimile che i maschi stessi non se ne rendano conto.<br><br>Come mai, ancora oggi, le donne subiscono la violenza maschile?<br>Il problema sta nella svalutazione dell’altro che colpisce le donne, ancora troppo spesso, nella quotidianità familiare, sociale e lavorativa, retaggio di una cultura paternalistica.<br>Si sente così spesso dire alle donne che se la sono cercata, perché vogliono l’indipendenza, perché vogliono dimostrare di valere, di avere un cervello, perché ottengono risultati migliori negli studi, perché sono vestite troppo poco, perché lavorano, perché sanno fare fronte a più necessità contemporaneamente, perché sono brave nello sport e vincono.<br><br>Il problema di fondo della violenza sta nella scarsa capacità di realizzarsi senza farlo a scapito di altri; il problema è accettare il valore degli altri, nell’assumersi le responsabilità del proprio agire, nel sapere di far parte indivisa della natura e non superiore ad essa. Il problema sta nel credere di essere al centro dell’universo e superiori ad esso, nel credersi pari a Dio e superiori a ogni donna.<br><br>Il percorso da compiere &#8211; siamo nel XXI secolo &#8211; è imprescindibile dall’educazione e questo richiama le responsabilità della famiglia, della scuola e dell&#8217;impegno di chi affronta questi territori culturali, che siano problemi di seconda generazione, di periferie, di mancanza di prospettive nel futuro, di violenza familiare, di bullismo, di violenza verso se stessi, di ruolo o della sua mancanza, di comunicazione in TV, on line, sui social con le fake news o altro.<br>Bisogna partire da qui: dalla scuola, dall’educazione dei più giovani, dalla valorizzazione dei talenti e non del potere, dalle azioni e dal linguaggio delle istituzioni e dei media, dal rispetto del lavoro delle persone, dall’ascolto e dalla forza della gentilezza nei rapporti quotidiani.<br><br>Passi sono stati fatti e se ne fanno, sono state create reti di associazioni che si adoperano in numerose iniziative sulla non-violenza, sull’aiuto ai/alle giovani, alle donne e alle famiglie.<br>Nel nostro territorio il “Tavolo per la nonviolenza” raccoglie, in questo grande esperimento di pace e democrazia, scuole e associazioni sia del territorio, che nazionali, nuovi italiani e stranieri, giovani e non più giovani, artisti e animatori e tante persone di buona volontà, che fanno dono del loro tempo e delle loro capacità per dar vita a una società più giusta, con la collaborazione e l&#8217;aiuto di tutti. È solo un inizio, ma promettente e speriamo contagioso. Perché di fronte a fatti come quello della notte di Capodanno, non basta scandalizzarsi: ognuno di noi, nel proprio quotidiano, nel proprio “intorno” può fare qualcosa di attivo, anche se non eclatante o vistoso, qualcosa che può costruire un’esperienza diversa, lasciare una traccia e forse cambiare le cose.</td></tr></tbody></table></figure>
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		<title>&#8220;America latina: diritti negati&#8221;. Il Venezuela è ancora imbavagliato</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Nov 2021 08:27:54 +0000</pubDate>
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<p>di Tini Codazzi</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" width="300" height="168" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/11/ve.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15823"/></figure></div>



<p>Ripetute volte abbiamo parlato del collettivo venezuelano <em>Un Mundo sin Mordaza</em>, che attraverso la promozione e diffusione dell’arte ha il compito di denunciare le arbitrarietà del regime e far rispettare i Diritti Umani. Hanno pubblicato il rapporto semestrale sulla situazione imperante in Venezuela per quanto riguarda la mancanza di libertà d’espressione. Il Coronavirus, pur essendo di vitale importanza, non ci deve distrarre di continuare a focalizzare la nostra attenzione anche su questi fatti ormai conosciuti e ultimamente dimenticati. Mi sembra doveroso riportare alcuni frammenti di questo rapporto per ricordare che la riduzione del diritto alla libertà è una realtà non risolta affatto in Venezuela.</p>



<p>“Nella prima metà del 2021, il modello di sistematizzazione e riduzione del diritto alla libertà di espressione e di accesso all&#8217;informazione in Venezuela si è ripetuto ancora una volta. Tuttavia, c&#8217;è stato un calo significativo rispetto ai dati ottenuti nel 2020. Secondo l&#8217;ONG <em>Espacio Público</em>, finora quest&#8217;anno sono stati registrati 74 casi, tra cui 150 violazioni della libertà di espressione in Venezuela, che rappresenta una diminuzione del 54% dei casi e del 66% delle violazioni registrate durante lo stesso periodo nel 2020, tra cui le detenzioni arbitrarie contro i giornalisti e i cittadini nel loro esercizio di diffusione delle informazioni, di fatto, Un Mundo sin Mordaza ha documentato 29 episodi di arresti e detenzioni arbitrarie sia di giornalisti che di individui nell&#8217;esercizio della diffusione e del libero accesso alle informazioni, suddivisi in 15 giornalisti e 14 vittime civili. Un totale di 63 atti di minacce, molestie o aggressioni (…) atteggiamenti che consistevano in minacce su reti sociali da parte di funzionari pubblici, persecuzioni, sequestro di attrezzature e materiale di lavoro, intimidazioni, minacce, aggressioni fisiche, morali e psicologiche, tra gli altri. Per quanto riguarda i media tradizionali, un totale di 22 casi sono stati registrati, diretti verso canali televisivi e stazioni radio, dove il 50% di essi sono stati censurati mediante sanzioni amministrative o giudiziarie. D&#8217;altra parte, per quanto riguarda la carta stampata, anche se ha rappresentato solo il 13,6% dei casi di violazione della libertà di espressione, l&#8217;incidente che ha suscitato più scalpore è stata la condanna e il sequestro esecutivo, nonché l’embargo, emesso contro il giornale <em>El Nacional</em> (uno dei giornali con più autorevolezza nella storia della stampa venezuelana). Sono anche stati registrati 13 casi di blocco di siti web e social network. Un caso particolare è l’attacco alla sede della stazione radio Selecta 102.7 FM, che è stato attaccato da sostenitori del regime inviati da funzionari pubblici.” Per solo citare alcuni frammenti del rapporto.</p>



<p>Non solo i media tradizionali hanno subito attacchi, anche i giovani che comunicano attraverso Tik tok sono oggi delle vittime. Un caso uscito in tutta la stampa nazione è quello di José Perez, giovane tiktoker, studente universitario che ha pubblicato un video dove questionava lo stile di vita sfarzoso e lussuoso della figlia di un famoso cantante, che sembrerebbe abbia rapporti con il regime. Perez è stato minacciato di morte dai parenti del cantante. Pur cancellando il contenuto e dopo le scuse, Pérez è stato detenuto da una commissione per i delitti informatici del CICPC (Corpo investigativo scientifico, penale e criminalistico) per 20 giorni, maltrattato verbalmente e psicologicamente, senza mandato e senza processo di nessun tipo.</p>



<p>Luis Morales è il responsabile di un video, sempre su TikTok, che riguardava il vaccino cinese contro il COVID. Morales ha mostrato una clip satirica sugli effetti collaterali dell&#8217;applicazione del vaccino per prevenire la diffusione del coronavirus, a causa della quale i funzionari del SEBIN lo hanno trattenuto, interrogato e dopo 20 giorni rilasciato con misure cautelari. Questi sono soltanto due esempi denunciati dove si può notare come le detenzioni continuano ad essere utilizzate dal regime come un meccanismo per mettere a tacere e censurare l&#8217;attività giornalistica e la libertà di parola dei cittadini che sostengono posizioni lontane dai principi del regime attuale.</p>



<p>Il Coronavirus non ci deve distrarre. Ovviamente, ha messo ancora alla prova la precaria situazione che si vive nel paese, ha aumentato la situazione di crisi già imperante, ma alcuni fattori come la mancanza di benzina, di prodotti di prima necessità e la mancanza di libertà d’espressione, nonché la censura, continuano ad essere protagonisti assoluti di questa tragedia. Non dimentichiamolo.</p>
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		<title>Censura di Internet 2021: una mappa globale delle restrizioni di Internet</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Nov 2021 09:11:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Paul Bishoff (comparitech.com) Quasi il 60% della popolazione mondiale (4,66 miliardi di persone) utilizza Internet. È la nostra fonte di informazioni istantanee, intrattenimento, notizie e interazioni sociali. Ma in quale parte del mondo i&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2021/07/Internet-Censorship_-A-Global-Map-of-Internet-Restrictions.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2021/07/Internet-Censorship_-A-Global-Map-of-Internet-Restrictions.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-350024"/></a></figure></div>



<p>di Paul Bishoff (comparitech.com)</p>



<p>Quasi il 60% della popolazione mondiale (4,66 miliardi di persone) utilizza Internet. È la nostra fonte di informazioni istantanee, intrattenimento, notizie e interazioni sociali.</p>



<p>Ma in quale parte del mondo i cittadini possono godere di un accesso a Internet uguale e aperto, se non ovunque?</p>



<p>In questo studio esplorativo, i nostri ricercatori hanno condotto un confronto paese per paese per vedere quali paesi impongono le restrizioni Internet più severe e dove i cittadini possono godere della massima libertà online.&nbsp;Ciò include restrizioni o divieti per torrenting, pornografia, social media e VPN e restrizioni o censura pesante dei media politici.&nbsp;Quest&#8217;anno abbiamo anche aggiunto la restrizione delle app di messaggistica/VoIP.</p>



<p>Sebbene i soliti colpevoli occupino i primi posti, alcuni paesi apparentemente liberi si classificano sorprendentemente in alto.&nbsp;Con le restrizioni in corso e le leggi in sospeso, la nostra libertà online è più a rischio che mai.</p>



<p>Abbiamo valutato ogni paese in base a sei criteri.&nbsp;Ognuno di questi vale due punti a parte le app di messaggistica/VoIP che ne vale uno (ciò è dovuto al fatto che molti paesi vietano o limitano determinate app ma consentono quelle gestite dal governo/fornitori di telecomunicazioni all&#8217;interno del paese).&nbsp;Il paese riceve un punto se il contenuto (torrent, pornografia, media, social media, VPN, app di messaggistica/VoIP) è limitato ma accessibile e due punti se è completamente vietato.&nbsp;Più alto è il punteggio, maggiore è la censura.</p>



<figure><iframe src="https://datawrapper.dwcdn.net/IBnNS/3/?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="455"></iframe></figure>



<h2><strong>I peggiori paesi per la censura di Internet</strong></h2>



<ol><li><strong>Corea del Nord e Cina (11/11) –</strong>&nbsp;Nessuna mappa della censura online sarebbe completa senza questi due in cima alla lista.&nbsp;Non c&#8217;è niente che nessuno dei due non censuri pesantemente grazie alla loro presa di ferro su tutta la rete.&nbsp;Gli utenti non sono in grado di utilizzare i social media occidentali, guardare porno o utilizzare torrent o VPN*.&nbsp;E tutti i media politici pubblicati nel paese sono pesantemente censurati e influenzati dal governo.&nbsp;Entrambi hanno anche chiuso le app di messaggistica dall&#8217;estero, costringendo i residenti a utilizzare quelle che sono state create (e probabilmente controllate) all&#8217;interno del paese, ad esempio WeChat in Cina.&nbsp;WeChat non solo non ha alcuna forma di crittografia end-to-end, ma ha anche backdoor che consentono a terzi di accedere ai messaggi.</li><li><strong>Iran (10/11): l&#8217;&nbsp;</strong>&nbsp;Iran blocca le VPN (sono consentite solo quelle approvate dal governo, il che le rende quasi inutili) ma non vieta completamente il torrenting.&nbsp;Anche la pornografia è vietata e i social media sono sottoposti a crescenti restrizioni.&nbsp;Twitter, Facebook e YouTube sono tutti bloccati con crescenti pressioni per bloccare altri popolari siti di social media.&nbsp;Molte app di messaggistica sono anche vietate con le autorità che spingono app e servizi nazionali come alternativa.&nbsp;I media politici sono pesantemente censurati.</li><li><strong>Bielorussia, Qatar, Siria, Thailandia, Turkmenistan e Emirati Arabi Uniti (8/11):</strong>&nbsp;Turkmenistan, Bielorussia e Emirati Arabi Uniti sono tutti presenti nella nostra analisi dei &#8220;peggiori paesi&#8221; nel 2020. Ma quest&#8217;anno sono stati raggiunti da Qatar, Siria e Tailandia.&nbsp;Tutti questi paesi vietano la pornografia, hanno pesantemente censurato i media politici, limitano i social media (sono stati osservati divieti anche in Turkmenistan) e limitano l&#8217;uso delle VPN.&nbsp;La Thailandia ha visto il più grande aumento della censura, compresa l&#8217;introduzione di un divieto di pornografia online che ha visto la rimozione di 190 siti Web per adulti.&nbsp;Ciò includeva Pornhub (che si è classificato come uno dei&nbsp;<a href="https://edition.cnn.com/2020/11/03/asia/thailand-porn-ban-protest-scli-intl/index.html?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">20 siti Web più visitati</a>&nbsp;nel paese nel 2019).</li></ol>



<p>*Anche se le VPN sono tecnicamente bloccate, alcune funzionano ancora in&nbsp;<a href="https://www.comparitech.com/blog/vpn-privacy/whats-the-best-vpn-for-china-5-that-still-work-in-2016/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cina</a>&nbsp;.&nbsp;Questo è lo stesso con i siti Web porno in molti dei paesi sopra menzionati.&nbsp;Molti siti Web porno creeranno siti &#8220;mirror&#8221; per consentire l&#8217;accesso a persone in paesi con restrizioni, ma questi verranno spesso bloccati una volta che le autorità ne verranno a conoscenza.</p>



<h2><strong>I paesi che hanno aumentato la censura nel 2021</strong></h2>



<p>Se confrontiamo i punteggi per ciascun paese dal nostro studio del 2020 al nostro studio del 2021, ci sono tre paesi che sembrano aver aumentato la loro censura.&nbsp;Uno, come abbiamo già visto, è la Thailandia.&nbsp;Il secondo, la Guinea, ha visto un aumento delle restrizioni delle restrizioni sui media politici, sospensioni o minacce di sospensione su diversi siti Web durante le elezioni di ottobre 2020, nonché restrizioni sui social media durante questo periodo (e anche prima del voto di marzo).</p>



<p>Il terzo è forse il più sorprendente, però.&nbsp;La Grecia ha ricevuto solo un punto nel nostro primo studio per la sua limitazione del torrenting (che si verifica in tutti i paesi studiati).&nbsp;Ma nella nostra rivisitazione del 2021, segna 3. Ciò è dovuto&nbsp;<a href="https://www.technadu.com/greek-government-determined-stop-movie-pirates/90808/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">all&#8217;aumento delle azioni contro il torrenting</a>&nbsp;e alle restrizioni sui media politici.&nbsp;Reporters sans frontières ha suggerito che&nbsp;<a href="https://rsf.org/en/greece?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nel 2020</a>&nbsp;c&#8217;è stata una&nbsp;<a href="https://rsf.org/en/greece?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">diminuzione della libertà di stampa</a>.&nbsp;I media che erano critici nei confronti del governo sono stati omessi o hanno ricevuto cifre sproporzionatamente esigue dai rimborsi fiscali.&nbsp;Ai canali televisivi pubblici è stato ordinato di non trasmettere un video che mostrasse il primo ministro ignorare le regole di blocco nel febbraio 2021. La copertura della crisi dei rifugiati è stata pesantemente limitata.&nbsp;E i giornalisti sarebbero stati ostacolati dalla polizia durante un evento commemorativo.&nbsp;Nell&#8217;aprile 2021 è stato assassinato anche un famoso giornalista di cronaca nera, Giorgos Karaivaz.</p>



<h2><strong>Censura online in Europa</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Europe-Final.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Europe-Final.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura online in Europa" class="wp-image-350396"/></a></figure></div>



<ul><li>18 paesi hanno vietato o chiuso i siti di torrenting.&nbsp;Alcuni hanno anche introdotto misure ma non stanno ancora bloccando i siti web (Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia).&nbsp;Poiché non bloccano i siti di torrenting, questi non sono stati classificati come &#8220;siti bloccati&#8221; e sono invece classificati come &#8220;limitati&#8221;.</li><li>Mentre i siti Web di torrenting sono spesso bloccati in Spagna (ecco perché è classificato come aver chiuso i siti di torrenting), le regole consentono il torrenting per uso personale (download per visualizzare ma non per caricare o distribuire).</li><li>L&#8217;Ucraina limita la pornografia online mentre Bielorussia e Turchia vietano/bloccano completamente il contenuto.</li><li>I media politici sono limitati in 12 paesi.&nbsp;Come abbiamo già visto, la Grecia si è unita a questa lista quest&#8217;anno, così come l&#8217;Ungheria e il Kosovo.</li><li>Due paesi censurano pesantemente i media politici: Bielorussia e Turchia.</li><li>Nessun paese europeo blocca o vieta i social media, ma cinque lo limitano.&nbsp;Questi sono Bielorussia, Montenegro, Spagna, Turchia e Ucraina.</li><li>La Turchia limita l&#8217;uso delle VPN mentre la Bielorussia le vieta del tutto.</li><li>Le app di messaggistica e VoIP sono illimitate in tutta Europa.</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Nord America</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/North-America-Final-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/North-America-Final-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura in Nord America" class="wp-image-350476"/></a></figure></div>



<ul><li>Canada, Messico e Stati Uniti hanno vietato o chiuso i siti di torrent.</li><li>Cuba è l&#8217;unico paese a limitare la pornografia online, a censurare pesantemente i suoi media politici e a limitare le VPN.</li><li>Altri sei paesi (El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua e Panama) hanno alcune restrizioni sui loro media politici.&nbsp;Gli Stati Uniti hanno visto un miglioramento in quest&#8217;area quest&#8217;anno poiché le restrizioni sui media politici sono diminuite dall&#8217;ultima elezione presidenziale.</li><li>Cuba e Honduras hanno restrizioni sulle piattaforme di social media.</li><li>Le app di messaggistica e VoIP sono soggette a restrizioni in Belize, Cuba e Messico.&nbsp;Cuba ha limitato l&#8217;accesso ai social media e a WhatsApp in seguito alle proteste antigovernative.&nbsp;In Messico, alcuni ISP bloccano i servizi VoIP, mentre i fornitori di telecomunicazioni del Belize offrono i propri servizi VoIP vietandone altri.</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Sud America</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/South-America-Final-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/South-America-Final-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-350412"/></a></figure></div>



<ul><li>L&#8217;Argentina è l&#8217;unico paese a bloccare attivamente i siti Web di torrent, mentre il Venezuela è l&#8217;unico a limitare la pornografia online.</li><li>I media politici sono limitati in metà (6) dei paesi sudamericani che abbiamo trattato.&nbsp;È anche pesantemente censurato in Venezuela con persistenti tentativi di controllare le notizie e mettere a tacere i media indipendenti.</li><li>Ecuador e Venezuela hanno restrizioni sui social media.</li><li>Nessuno dei paesi ha restrizioni o divieti all&#8217;uso della VPN al momento.</li><li>Tre paesi hanno app di messaggistica/VoIP con restrizioni (Brasile, Guyana e Venezuela).&nbsp;Oltre alle app VoIP bandite dal più grande ISP del Brasile, un disegno di legge ha&nbsp;<a href="https://www.eff.org/deeplinks/2020/08/faq-why-brazils-plan-mandate-traceability-private-messaging-apps-will-break-users?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">minacciato di imporre la tracciabilità</a>&nbsp;nella messaggistica privata (tuttavia, al momento della stesura, questo non è ancora stato firmato in legge).</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Asia</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Asia-Final.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-4" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Asia-Final.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura online in Asia" class="wp-image-356890"/></a></figure></div>



<ul><li>12 paesi asiatici hanno bloccato o vietato i siti di torrenting.</li><li>La maggior parte dei paesi asiatici ha restrizioni sulla pornografia online (40 su 49 che abbiamo coperto &#8211; 82 percento) con 27 di questi che hanno divieti/blocchi completi.</li><li>Anche i media politici sono fortemente limitati e censurati in Asia.&nbsp;43 (88%) dei paesi che abbiamo coperto hanno restrizioni, con la maggioranza (28) soggetta a una pesante censura.</li><li>Un gran numero (32) di questi paesi limita in qualche modo le piattaforme di social media.&nbsp;Cina, Iran, Corea del Nord e Turkmenistan fanno un ulteriore passo avanti e applicano divieti completi su piattaforme di social media popolari.</li><li>Quattro paesi hanno divieti completi sull&#8217;uso della VPN (Cina, Iran, Iraq e Corea del Nord) e altri 11 impongono restrizioni.</li><li>Restrizioni di messaggistica e app VoIP sono comuni anche in Asia con 13 paesi che implementano una qualche forma di limitazione.&nbsp;Sebbene la Russia abbia vietato Telegram nel 2018, questo è stato revocato nel giugno 2020. Tuttavia, poiché il governo continua a cercare modi per limitare siti Web e app al di fuori del paese, questo potrebbe cambiare in qualsiasi momento.</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Africa</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Africa-Final-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-5" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Africa-Final-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura online in Africa" class="wp-image-350397"/></a></figure></div>



<ul><li>Il Sudafrica è l&#8217;unico paese africano a chiudere attivamente i siti di torrenting.</li><li>14 paesi africani hanno restrizioni quando si tratta di pornografia online con quattro di questi che hanno divieti completi (Guinea Equatoriale, Eritrea, Tanzania e Uganda).&nbsp;Nuovi regolamenti in Tanzania hanno ulteriormente definito la pornografia come un tipo di &#8220;contenuto proibito&#8221;.</li><li>La maggior parte dei paesi africani che abbiamo coperto (43 del 53-81%) limita i media politici.&nbsp;11 di questi impongono una pesante censura con Algeria, Camerun e Ciad, aumentando la loro soppressione dei commenti politici dal nostro ultimo studio.</li><li>Il 60% dei paesi africani che abbiamo coperto implementa restrizioni sui social media, ma solo uno di questi, l&#8217;Eritrea, è arrivato al punto di bloccare continuamente l&#8217;accesso ai siti di social media.</li><li>L&#8217;Egitto è l&#8217;unico paese a limitare l&#8217;uso della VPN.&nbsp;Nonostante le VPN siano legali, i siti Web e i server di molti provider VPN sono bloccati (&nbsp;<a href="https://www.comparitech.com/blog/vpn-privacy/best-vpns-for-egypt-unblock-skype-whatsapp-facebook-facetime/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">queste sono le migliori opzioni quando si sceglie una VPN in Egitto</a>&nbsp;).</li><li>L&#8217;Egitto è anche uno dei sette paesi ad avere restrizioni sull&#8217;uso di app di messaggistica/VoIP.&nbsp;Gli altri sono Burundi, Guinea Equatoriale, Sierra Leone, Libia, Marocco e Tunisia.</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Oceania</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Oceania.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-6" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Oceania.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura online in Oceania" class="wp-image-350394"/></a></figure></div>



<ul><li>L&#8217;Australia è l&#8217;unico paese a imporre rigorosamente divieti/blocchi di torrenting e, insieme a Papua Nuova Guinea, ha anche restrizioni sulla pornografia online.&nbsp;L&#8217;Australian Broadcasting Service Act 1992 rende illegale la visione di porno su Internet, definendola un reato sanzionabile.&nbsp;Tuttavia, solo alcune città hanno cercato di stabilire un divieto totale.&nbsp;Anche la&nbsp;<a href="https://www.aph.gov.au/Parliamentary_Business/Bills_Legislation/Bills_Search_Results/Result?bId=r6680&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">legge</a>&nbsp;australiana sui&nbsp;<a href="https://www.aph.gov.au/Parliamentary_Business/Bills_Legislation/Bills_Search_Results/Result?bId=r6680&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">contenuti online</a>&nbsp;, che dovrebbe entrare in vigore a breve, minaccia di limitare ulteriormente l&#8217;accesso al porno online nel paese.</li><li>I media politici sono limitati nelle Fiji, Papua Nuova Guinea, Samoa e Tonga, ma solo la Papua Nuova Guinea ha la possibilità di limitare i social media attraverso la sua legge sulla criminalità informatica introdotta nel 2016.</li><li>Nessuno dei paesi dell&#8217;Oceania limita l&#8217;uso di VPN o VoIP/app di messaggistica.</li></ul>



<p><strong>Vedi anche</strong>&nbsp;: Le&nbsp;<a href="https://www.comparitech.com/blog/vpn-privacy/best-vpn-for-porn/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">migliori VPN per guardare i porno in modo anonimo</a></p>



<figure><iframe src="https://datawrapper.dwcdn.net/XhoKL/3/?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="993"></iframe></figure>



<h2><strong>La censura online diventerà la &#8220;norma?&#8221;</strong></h2>



<p>Sebbene non sia una grande sorpresa vedere Cina, Russia e Corea del Nord in cima alla lista, il numero crescente di restrizioni in molti altri paesi è molto preoccupante.</p>



<p>Dai continui tentativi australiani di bloccare il porno alla crescente ostilità dei media politici in molti paesi, la nostra libertà online è qualcosa che non possiamo più dare per scontata.</p>



<p>Per fortuna, le VPN offrono ancora a molti di noi un modo per navigare in rete privatamente (e legalmente).&nbsp;Ma poiché la censura diventa sempre più comune, sempre più paesi potrebbero aderire all&#8217;elenco ristretto, mettendo a rischio la privacy digitale dei cittadini.</p>



<h2><strong>Metodologia</strong></h2>



<p>Per scoprire fino a che punto ogni paese è censurato, abbiamo studiato ciascuno in dettaglio per vedere quali restrizioni, se del caso, impongono su torrent, pornografia, media politici, social media, VPN e app di messaggistica/VoIP.</p>



<p>Abbiamo valutato ogni paese in base a sei criteri.&nbsp;Ognuno di questi vale due punti a parte le app di messaggistica/VoIP che ne vale uno (ciò è dovuto al fatto che molti paesi vietano o limitano determinate app ma consentono quelle gestite dal governo/fornitori di telecomunicazioni all&#8217;interno del paese).&nbsp;Il paese riceve un punto se il contenuto (torrent, pornografia, media, social media, VPN, app di messaggistica/VoIP) è limitato ma accessibile e due punti se è completamente vietato.&nbsp;Più alto è il punteggio, maggiore è la censura.</p>



<p>In alcuni casi, i paesi possono essere classificati come aver bandito una di queste aree, ma i residenti possono trovare modi per aggirare questi divieti, ad esempio con VPN o siti mirror.&nbsp;Tuttavia, poiché il paese applica questo divieto bloccando i siti Web o implementando le leggi, il paese viene classificato come lo ha bandito.&nbsp;D&#8217;altra parte, se un paese ha introdotto regolamenti per cercare di limitare o vietare un&#8217;area ma gli utenti continuano a essere in grado di utilizzare liberamente questi servizi/siti web, il paese viene classificato come &#8220;limitato&#8221; perché i regolamenti/leggi sono non viene imposto.</p>



<p><strong>Ricercatore di dati:&nbsp;</strong>&nbsp;George Moody</p>



<h2><strong>Fonti</strong></h2>



<p><a href="https://rsf.org/en/ranking#?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rsf.org</a></p>



<p><a href="https://freedomhouse.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://freedomhouse.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1Ct1fMxC4URDj1eYBQMOWDedb9L0R1iQK4t8CNiJGrBg/edit?usp=sharing&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://docs.google.com/spreadsheets/d/1Ct1fMxC4URDj1eYBQMOWDedb9L0R1iQK4t8CNiJGrBg/edit?usp=sharing&utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Appello straziante della regista afghana #SahraaKarimi</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Sep 2021 08:12:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia]]></category>
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		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" width="300" height="168" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/09/reg.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15654"/></figure></div>



<p><br>“A tutte le comunità del mondo<br>Vi scrivo con il cuore spezzato e la speranza che possiate unirvi a me nel proteggere la mia bella gente. Nelle ultime settimane hanno preso il controllo di così tante province. Hanno massacrato il nostro popolo, hanno rapito molti bambini, hanno venduto bambine come spose minorenni ai loro uomini, hanno assassinato donne per il loro abbigliamento, hanno torturato e assassinato uno dei nostri amati comici, hanno assassinato uno dei nostri poeti storici, hanno assassinato il capo della cultura e dei media per il governo, hanno assassinato persone affiliate al governo, hanno appeso pubblicamente alcuni dei nostri uomini, hanno sfollato centinaia di migliaia di famiglie…<br>I media, i governi e le organizzazioni umanitarie mondiali tacciono come se questo “accordo di pace” con i talebani fosse legittimo. Non è mai stato legittimo… Se i talebani hanno preso il sopravvento, vieteranno anche ogni arte… Spoglieranno i diritti delle donne, saremo spinti nell&#8217;ombra delle nostre case e delle nostre voci, la nostra espressione sarà soffocata …<br>Non capisco questo mondo. Non capisco questo silenzio. Io resterò a combattere per il mio paese, ma da sola non ce la faccio. Ho bisogno di alleati/e. Per favore aiutateci a far sì che questo mondo si ‘preoccupi di quello che ci sta succedendo…<br>Siate le nostre voci fuori dall&#8217;Afghanistan.<br>Non avremo accesso a internet o a nessuno strumento di comunicazione… Per favore per quanto potete condividere questo fatto con i vostri media e scrivete di noi sui vostri social. Il mondo non dovrebbe voltarci le spalle…aiutateci.<br>Grazie mille. Apprezzo così tanto il vostro cuore puro e vero.</p>



<p>Sahraa Karimi, صحرا كريمي”</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. I conflitti africani visti dai media</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Apr 2021 06:40:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Africa]]></category>
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		<category><![CDATA[Stay Human Africa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Veronica Tedeschi Quelle in Africa sono guerre ben radicate nel territorio, che vedono il loro percorso tutto concentrato in uno o due Stati. Questa è una caratteristica di molti dei conflitti aperti ancora&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="682" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/soldati-1024x682.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15207" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/soldati-1024x682.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/soldati-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/soldati-768x511.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/soldati.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Quelle in Africa sono guerre ben radicate nel territorio, che vedono il loro percorso tutto concentrato in uno o due Stati. Questa è una caratteristica di molti dei conflitti aperti ancora oggi nel caldo continente. Nel 2019 si calcolavano nel continente africano 23 dispute e crisi non violente (al posto di 25 nel 2018), 45 crisi violente (al posto di 46), 8 guerre limitate (al posto di 9) e 5 guerre al posto di 6. Queste ultime sono: quella della Repubblica Democratica del Congo – terrorismo e ribellione in Ituri e conflitto contro i MaiMai, una milizia etnica-, quella contro i Boko Haram in Nigeria, Camerun, Niger e Ciad e infine l’annoso conflitto in Somalia. I numeri dei conflitti, si può bene vedere, non aumentano o diminuiscono di grandi cifre, rimangono per lo più stabili negli anni, guerre perpetuate e ben radicate. Prendiamo come esempio la guerra nel Sahel, in crisi dall’inizio degli anni Sessanta. Qui le questioni principali ruotano intorno alla questione nomade e al secessionismo tuareg, mai davvero affrontati in radice ma solo in termini di spartizione del potere.</p>



<p>Dalla fine della Guerra Fredda i protagonisti dei conflitti africani hanno lasciato formare nelle convinzioni degli europei esclusivamente guerre su base etnica. Ciò è parso loro più facile piuttosto che affrontare la questione contradittoria della proprietà fondiaria della terra e dell’indissolubile legame “terra-identità” prevalente in ambito rurale. Si preferisce, dunque, usare la logica etnica di “sangue-razza” fissata dal colonizzatore e facilmente decifrabile, piuttosto che quella tradizionale africana, più mobile legata alle dinamiche dei ceti sociali molto difficile da rappresentare.</p>



<p>I conflitti africani acquisiscono la loro dimensione mediatica – e politica – grazie a forme di spettacolarizzazione orchestrate e gestite da fuori. Ciò comporta la loro consacrazione come conflitti internazionali e non oscuri massacri locali. Ma le cose non sono sempre come appaiono. Ad esempio, una vicenda bellica che ricevette una significativa attenzione internazionale, specialmente nel mondo angolofono, fu il raid del 15 aprile 2016 a Gambela, in Etiopia con il massacro di duecento pastori nuer, il rapimento di un centinaio dei loro figli e il furto di oltre duemila capi di bestiame da parte di aggressori appartenenti ad un altro gruppo di pastori, i murle del Sud Sudan. Un attacco molto simile si è svolto più recentemente nel marzo 2020 con oltre mille morti. Si tratta di episodi di un grave conflitto locale, legato a rivalità per la terra e per i pascoli che assume significato solo in quell’area. Al contrario, movimenti ribelli meno noti al grande pubblico come quelli che vediamo in Congo non costituiscono un conflitto locale ma nazionale – l’ambizione è quella di prendere la capitale Brazaville -. Una dinamica mediatica particolare che mette in risalto conflitti locali piuttosto che grandi rivoluzioni nazionali.</p>



<p>Ultimo punto che vorrei trattare è l’inserimento in tali conflitti di elementi diversi non attinenti a quest’ultimo come i traffici illegali e la criminalità organizzata. Una delle formule di sopravvivenza degli Stati africani è legata alla resilienza delle rete criminali, alle quali possono connettersi poteri centrali fragili che non controllano l’intero territorio nazionale. Questa disgregazione delle reti criminali, molto più evidente in Africa piuttosto che in Europa, ha consentito a molti stati di non soccombere a tali dinamiche.</p>



<p>La breve sintesi di questo articolo, che prende spunto dal libro di Mario Giro “Guerre nere”, mette in risalto l’errore dei media internazionali nel fare focus su complicati conflitti africani, nei quali le radici delle dispute risalgono a questioni locali irrisolte da decenni. Un monito per i tanti giornalisti e una riflessioni per i lettori.</p>
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