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	<title>medicine Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Oltre i limiti della dignità (sempre più)</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2022 07:34:27 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/sempre-piu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/sempre-piu-1024x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16675" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/sempre-piu-1024x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/sempre-piu-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/sempre-piu-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/sempre-piu-768x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/sempre-piu-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/sempre-piu-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/sempre-piu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>(da &lt;newsletter-nocpr@googlegroups.com>)</p>



<p>Si è giunti ormai ben oltre i limiti del rispetto della dignità umana nella fortezza inaccessibile dove sono negati i diritti fondamentali della persona, nella città che si propone come modello di avanguardia anche nell&#8217;accoglienza.<br>In via Corelli, Milano perde essa stessa la propria dignità, e con lei chi ora, davanti a denunce, dossier e foto, non ha più alibi per dire &#8220;non sapevo&#8221;.<br>Con l&#8217;approssimarsi della fine del mandato del gestore Martinina S.r.l., vicino alla scadenza dell&#8217;appalto, questi sembra aver perso ogni vergogna e ogni interesse a fornire sopra la soglia della decenza i servizi per cui è profumatamente pagato: l&#8217;immondizia inonda le stanze, il cortile e la stessa sala mensa; i bagni sono delle cloache ributtanti; gli stessi pasti precotti, in quantità da fame in vaschette plasticate, vengono serviti anche tre volte di seguito e sono sempre maleodoranti; malati giacciono per terra lamentandosi dal dolore per ore prima di ricevere un qualche aiuto dal personale, più per porre fine al fastidio del pianto che per pietà.<br>Qualcuno dice che spesso sia più il personale amministrativo del centro, piuttosto che i dottori, a decidere, per più irrequieti che si ribellano a quello stato di prigionia senza senso e senza legge, la dose di tranquillanti che deve essere loro somministrata. E con troppa facilità si oltrepassano di gran lunga i limiti massimi prescritti nel dosaggio, praticando mini-TSO fai da te, così facendo di una prassi disumana, prima ancora che illegale, da lager nazista, una modalità vera e propria di gestione del centro.<br>Per il resto, dovendo anticipare anche il denaro per i medicinali, per i quali riceve solo un parziale rimborso dalla Prefettura, il gestore risparmia anche su quelli: tossicodipendenti in crisi di astinenza, ipertesi con continui svenimenti per l&#8217;ansia, soggetti con fragilità psichiche che esplodono con autolesionismo di ogni grado, fino ai tentativi di suicidio quotidiani, in quel contesto di alienazione e conflitto costante. Tutte patologie che non solo avrebbero dovuto essere considerate impeditive del trattenimento, ma che quantomeno avrebbero dovuto essere prese in carico.<br>Invece la regola è quella della degenerazione assoluta, come se il CPR servisse apposta per quello: privare della libertà personale, torturare nella carne e nella psiche, e poi sputare fuori: sulla strada, per i più &#8220;fortunati&#8221;, su un aereo, legati e sedati verso un paese dal quale si era fuggiti, per gli altri.<br>Ad appesantire il carico, il grave episodio del suicidio di un agente &#8211; uno tra i più gentili con i trattenuti -, sparatosi con un&#8217;arma rinvenuta nell&#8217;armeria che avrebbe dovuto essere chiusa e invece non lo era, che da un lato dimostra come il contesto del CPR non sia certo dei più leggeri, e dall&#8217;altro comprova l&#8217;assoluta insufficienza delle misure di sicurezza della struttura.<br>Dinanzi a tutto questo, la Prefettura, il soggetto appaltante cui fa capo il centro, non è vero che non monitora l&#8217;esecuzione dell&#8217;appalto: monitora, e lascia correre. Le sta bene così, è così che deve funzionare, per calpestare la dignità umana, a perenne monito per chi osa bussare alle porte dell&#8217;Europa per reclamare il maltolto da secoli di sfruttamento.<br><img alt="&#x26a1;" src="https://fonts.gstatic.com/s/e/notoemoji/14.0/26a1/72.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">Così è stato finora sotto Ministri dell&#8217;Interno pretesamente &#8220;democratici&#8221;, e meglio non sarà sotto la direzione di un governo fascista.</p>



<p><br><img alt="&#x1f4a5;" src="https://fonts.gstatic.com/s/e/notoemoji/14.0/1f4a5/72.png?utm_source=rss&utm_medium=rss">Milano in via Corelli uccide la propria dignità, oltre a quella di migliaia di uomini.<br>Leggi i post e vedi le tante immagini inviateci dai trattenuti, ai seguenti link:</p>



<p><br><a href="https://www.facebook.com/360195841218595/posts/1277702799467890/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">OLTRE I LIMITI DELLA DIGNITA&#8217;</a><br><a href="https://www.facebook.com/360195841218595/posts/1280227945882042/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">OLTRE I LIMITI DELLA DIGNITA&#8217; (sempre più)</a></p>
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		<title>Afghanistan: chi è il più assassino qui?</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2021 09:16:36 +0000</pubDate>
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<p>Kabul &#8211; <a href="https://www.pressenza.com/it/author/francesca-borri/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Francesca Borri</a> (da pressenza.it)</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2021/11/park-azadi-820x624.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>Ha 45 giorni e la pelle grigia. Si chiama Subhan. E a un certo punto, semplicemente, non respira più. Morto di freddo e di fame. Tra gli sfollati del Park Azadi di Kabul, è già l’undicesimo.Morto così, senza essere sentito, né visto – la sua immagine è una di quelle che le televisioni non trasmettono: una di quelle che turberebbero la nostra sensibilità. Dell’Afghanistan, l’ONU dice solo: il 95% della popolazione è food insecure. Ma significa questo: che cammini, qui, e i bambini ti svengono davanti.E all’improvviso, semplicemente, non respirano più.</p>



<p>Dopo una guerra durata vent’anni, e costata 2.300 miliardi di dollari, gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Afghanistan. E sull’ambasciata americana, ora, sventola la bandiera dei talebani. Ma Kabul è come sospesa. Da un lato la comunità internazionale, che non ha ancora deciso se riconoscere o meno il nuovo governo, se e come avere rapporti con i talebani: e per il momento, ha congelato le riserve della Banca Centrale e bloccato gli aiuti umanitari. Che sono il 40% del PIL. Dall’altro, i talebani. Che giurano di essere cambiati, invece, di non essere più quelli delle lapidazioni, delle mani tagliate ai ladri, del divieto di musica e cinema. Ma non si aspettavano di tornare subito al potere: e sembrano non avere ancora idee precise. A parte un generico richiamo alle tradizioni, non hanno ancora definito le nuove regole. Di certo, le strade sono molto più tranquille di prima. Non si sente più sparare. Ma il vero nemico qui è un altro, adesso: è l’inverno.</p>



<p>“E farà molte più vittime dei jihadisti dell’ISIS di cui tanto parlate”, dice Abdul Baseer Rahimi, il coordinatore di Park Azadi. Che in realtà, più che un parco, è uno slargo alla periferia nord di Kabul, in cui mille dei circa 3,5 milioni di sfollati interni delle mille guerre dell’Afghanistan si sono accampati in tende di iuta e stracci. Non hanno più niente da tre giorni. Solo del tè. Il fuoco acceso bruciando bottiglie di plastica e vecchie scarpe sfondate. “Prima avevamo le ONG. Ma ora sono andati via tutti. E non arrivano più donazioni neppure dagli afghani”, dice. “I più ricchi si sono rifugiati all’estero, e quelli che sono rimasti qui, non ricevono lo stipendio da cinque mesi. E in banca non si possono ritirare più di 200 dollari a settimana. Sono chiuse persino le Western Union. Non arriva più un centesimo neppure da chi sta in Europa”, dice. Sono completamente soli. “Potessero, tornerebbero tutti a casa. Dove se non altro, avrebbero i vicini. Avrebbero parenti e amici. Ma non hanno di che pagarsi il viaggio”, dice. “E comunque, i pullman non hanno di che pagarsi la benzina”. Insieme alle riserve della Banca Centrale, è stata congelata l’intera economia.</p>



<p>Nei giorni in cui molti sono corsi all’aeroporto, ad agosto, in cerca di una via di fuga, altri hanno scelto la direzione opposta. Hanno scelto di rientrare. Abdul Baseer Rahimi ha 29 anni, ed era in Russia. Cadetto di un’accademia militare. E tutti gli hanno consigliato di restarsene lì. Che opportunità avrebbe mai avuto, a Kabul? “Ma il problema dell’Afghanistan non è l’Afghanistan”, dice. “Il problema di questo paese sono gli altri. Da sempre. Gli inglesi, i sovietici, gli americani. I pakistani. Non noi afghani”.</p>



<p>Mentre il mondo discute dei talebani, delle differenze rispetto a vent’anni fa, e di quelle con al-Qaeda, con l’ISIS, con l’Iran, delle differenze tra Kabul e il resto dell’Afghanistan, tra il sud e il nord, tra i talebani vicini al Pakistan e quelli vicini al Qatar, e la sharia di scuola indiana e quella di scuola saudita, e le ripercussioni di tutto questo sull’Indonesia, sul Mali, sull’Iraq, su Gaza, sulla coltivazione dell’oppio e il prezzo dell’eroina, gli afghani sono disperati. Giri per Park Azadi, e subito tutti ti vengono dietro, poi intorno: e ti ritrovi assediato, trattenuto per i fianchi, le spalle, le caviglie, tutti che vogliono consegnarti un numero di telefono, o una fotocopia sgualcita di un documento di identità, una prescrizione di un medico, il tesserino di quando erano traduttori al servizio degli americani, e non importa che tu sia solo un giornalista: non si arrendono fino a quando non ti appunti il loro nome, Basmina, Yaqoot, Shafiq, Hashmat – come se avere un nome, poi, fosse sufficiente a rintracciarli, mentre un ragazzo caccia dei venditori ambulanti di dolci, perché qui i bambini non hanno niente, dice, ed è crudele: venire proprio qui, con tutti questi dolci. Anche se poi, gli stessi venditori ambulanti sono bambini. E hanno altrettanta fame.</p>



<p>Park Azadi ti travolge. Una ragazza ha un’emorragia interna, perde sangue dall’orecchio e dalla bocca, un uomo non ha gli occhi, centrati da schegge di un RPG, un bambino ha il braccio deforme, con le ossa che si sono saldate al contrario dopo una frattura multipla, una bambina ha un cancro, la lingua così gonfia che non deglutisce più, un’altra la pelle tutta ustionata, un’altra ancora, semplicemente, è orfana, è qui da sola, e davanti alla sua tenda, tiri dritto, perché è solo un’orfana, in fondo, un’orfana di otto anni, non è certo una priorità, qui, una storia rilevante – provi a schivare gli sguardi, fissi il terreno: ma un bambino è scalzo nel fango, un altro non ha le dita di un piede.</p>



<p>Poi, all’improvviso, compare del riso. Lasciato da chissà chi. Una casseruola di riso. Ed è il caos. Mezzo Park Azadi si accalca intorno. Tutti che si spintonano. Tutti uno sull’altro, per arrivare alla casseruola. Fino a quando finisce tutto per terra.</p>



<p>Le ONG internazionali sono sparite. Vogliono garanzie sui diritti umani, e soprattutto, la riapertura immediata delle scuole alle bambine. Ammesse ora in classe solo fino al sesto grado. “Ma per studiare, le bambine intanto devono essere vive”, mi dice una madre: una delle undici che credeva che qui, i suoi figli sarebbero stati più al sicuro che in guerra. Tra l’altro, i talebani, diversamente da molti altri movimenti islamisti, non hanno mai avuto delle proprie charity. Non hanno mai costruito uno stato ombra. Sono combattenti e basta. E spesso, hanno fame quanto gli altri. Alcuni sono addestrati e equipaggiati come forze speciali: ma la maggioranza non ha che un Kalashnikov, e l’aria di chi dalla vita non ha avuto niente. Al passare di un aereo di linea, di istinto, si fermano: come se stesse per bombardare. Sono delle specie di Robin Hood. Tra i poveri, per i poveri. Quali prevarranno? Quelli sostenuti dall’estero, o quelli sostenuti dagli afghani? Difficile dirlo. Non hanno distintivi. E sono così diversi, così divisi in così tante unità, che ai checkpoint a volte sono controllati più dei civili: temono infiltrati dell’ISIS. Basta avvolgersi un turbante in testa, qui, per sembrare talebani.</p>



<p>E agli afghani, intanto, non rimane che tentare di sopravvivere. L’anima di Park Azadi è Abdul Mateen, un fisioterapista di 28 anni con lo stetoscopio al collo e poco altro: per comprare le medicine si è venduto l’oro della madre. E oggi, non ha che un po’ di antidolorifici e il vaccino contro il Covid. “Quando mi è stato consegnato, sono rimasto senza parole”, dice, mentre svita una fiala, e un uomo protesta: ha fame, e il Covid non ha idea di cosa sia. Sta qui giorno e notte: perché è uno sfollato come gli altri. Sta qui anche quando Park Azadi, la sera, scompare. L’unica luce è quella dei fari delle auto per strada. E senti solo tossire. Tossire ovunque. Per il fumo tossico che viene dal fuoco di bottiglie di plastica. Ma la sera, qui o respiri o ti congeli.</p>



<p>Prepara un’iniezione a una signora anziana che ha la febbre alta, prima di scoprire che da una settimana, non ha che tè, e cercare piuttosto un po’ di zucchero: e come di giorno, subito gli sono tutti intorno. Una ragazza con la polmonite, poi un’altra, e poi un’altra invece che è arrivata a Kabul con il femore frantumato in più punti da un’esplosione, e chiuso in una specie di tubo rigido, e sigillato. Dice che ha crampi ovunque, ma Abdel Mateen non ha strumenti per tagliare il tubo, e esamina al chiaro di luna le lastre delle radiografie, prima di lasciarle un analgesico, e mormorare solo: “Finirà amputata”, mentre ripete: “Solo chi è in condizioni critiche! Solo chi è in condizioni critiche!” – ma è inutile, perché gli sono già tutti addosso: sperano in un po’ di pane, in un po’ di fortuna. Una diabetica si sente confusa, ha la vista annebbiata, la pressione alta, e Abdul Mateen chiede dell’aglio, non ha di meglio, ma tutti si frugano in tasca, e non c’è, in tutto Park Azadi, non c’è neppure dell’aglio, viene fuori solo un pezzo di mela, mentre altri gli mostrano foto di padri, fratelli, cugini malati: che non stanno qui, ma nel resto dell’Afghanistan – dove oltre alle medicine, mancano anche i medici. Gli chiedono una diagnosi a distanza, mentre una madre scheletrica si avvicina con il figlio in braccio, già livido, senza dire niente, perché lo sa: è già troppo tardi – Avete deriso il nuovo governatore della Banca Centrale, che aveva un Kalashnikov sulla scrivania, dice un uomo, ma poi, dice, avete bloccato l’economia: chi è più assassino?</p>



<p>Un bambino, intanto, si mette sull’attenti. Gli unici estranei in cui si è imbattuto, nella sua vita, sono uomini armati. Ma è un’eccezione. I bambini qui in genere ti fissano immobili. Inespressivi. E né quelli più piccoli, di pochi mesi, stretti ai padri, alle madri, piangono: non hanno forze. A un certo punto, semplicemente, capisci che sono morti. E sono così piccoli che invece di un lenzuolo bianco, sui loro corpi viene steso un tovagliolo.</p>



<p>La comunità internazionale è divisa. Alcuni pensano che riattivare gli aiuti umanitari sia un modo per influenzare i talebani, costringendoli, in cambio, a rispettare i diritti umani, mentre altri, invece, pensano che l’unico modo per influenzarli sia sospenderli. Secondo te?, chiedo ad Abdul Mateen. Mi guarda. Poi tira fuori il telefono, e mi mostra delle foto di casa sua. Completamente vuota. Si sono venduti tutto. E comunque, ora la casa neppure esiste più. E’ in macerie. Dice solo: Ma che altro volete da noi afghani?</p>
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		<title>Agenzia dell&#8217;Unione Europea per i diritti fondamentali: pubblicato il settimo bollettino sulle conseguenze del COVID-19 in termini di diritti fondamentali</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2021 07:21:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 16 Giugno l&#8217;Agenzia dell&#8217;Unione Europea per i diritti fondamentali (FRA) ha pubblicato il settimo bollettino FRA sulle conseguenze del COVID-19 in termini di diritti fondamentali: in materia di parità di accesso ai vaccini viene analizzata la situazione dei 27&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Il 16 Giugno l&#8217;<a href="https://fra.europa.eu/en/about-fra?utm_source=rss&utm_medium=rss">Agenzia dell&#8217;Unione Europea per i diritti fondamentali (FRA)</a> ha pubblicato il settimo bollettino FRA sulle conseguenze del <strong>COVID-19</strong> in termini di <strong>diritti fondamentali</strong>: in materia di <strong>parità di accesso ai vaccini</strong> viene analizzata la situazione dei 27 Paesi dell&#8217;Unione Europea per il periodo che va dal 1 Marzo al 30 Aprile 2021. Il bollettino si focalizza su due aspetti principali: la programmazione della distribuzione dei vaccini e la loro effettiva implementazione negli Stati membri. Affronta inoltre temi quali le campagne di informazione e comunicazione, le iscrizioni ai vaccini e la loro amministrazione.<br><br>L&#8217;utilizzo dei vaccini è un passo molto importante verso la sospensione delle restrizioni ai diritti fondamentali espressi nella Carta dei diritti fondamentali dell&#8217;Unione Europea, quali ad esempio la libertà di movimento, diritti in materia di occupazione e il diritto all&#8217;educazione. Assicurare il prima possibile la parità di accesso al vaccino gratuito per tutti è in linea con il <strong>principio di non discriminazione</strong> stabilito dal diritto dell&#8217;Unione Europea.<br><br>Gli Stati membri tendono a seguire le direttive delle autorità sanitarie europee ed internazionali, dando priorità di accesso ai vaccini a determinati gruppi; tuttavia si fa notare come i criteri seguiti per definire tali gruppi non abbiano tenuto conto di <strong>gruppi svantaggiati</strong> come i popoli romanì, i senzatetto o le persone tossicodipendenti. Inoltre in alcuni Paesi sono state rilevate presunte irregolarità nel rispettare le iscrizioni, violando in tal modo il principio di uguaglianza di accesso ai vaccini.<br><br>Il report originale è disponibile al sito riportato di seguito</p>



<p><a href="https://unipd-centrodirittiumani.it/public/docs/fra-2021-coronavirus-pandemic-eu-bulletin-vaccines_en.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">Coronavirus pandemic in the EU &#8211; Fundamental Rights Implications: Vaccine rollout and equality of access in the EU &#8211; Bulletin 7</a> </p>
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		<title>Venezuela e altri Paesi dell&#8217;America latina al tempo del Covid-19</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2020 08:54:47 +0000</pubDate>
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<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani </em></strong>propone lo streaming con l&#8217;attivista Valentina Di Prisco sul Diritto alla salute in Venezuela e in altri Paesi dell&#8217;America latina, in tempo di pandemia (e non solo).</p>



<p>Per seguire la videoconferenza, è sufficiente cliccare sul quadrante che vi interessa. </p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Venezuela e Covid-19</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2020 07:38:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi Come se non bastasse, in Venezuela, ovviamente è arrivato il COVID19. Certo, siamo tutti completamente sottomessi da questo virus, era prevedibile che Venezuela si unisse al coro. La crisi umanitaria che&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="748" height="498" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/covid19-vzla.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13812" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/covid19-vzla.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 748w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/covid19-vzla-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 748px) 100vw, 748px" /></figure></div>



<p></p>



<p>di Tini Codazzi</p>



<p>Come se non bastasse, in Venezuela, ovviamente è arrivato il COVID19. Certo, siamo tutti completamente sottomessi da questo virus, era prevedibile che Venezuela si unisse al coro.  </p>



<p>La crisi umanitaria che conosciamo e
che ampiamente è stata descritta da noi e da tutti i giornali è
ancora presente, è ancora una realtà, non finirà finché ci sarà
il narco regime di Nicolas Maduro. 
</p>



<p>Le prime informazioni ufficiali dei primi infetti sono state date una decina di giorni fa. Il comunicato ufficiale dichiarava che c’erano 42 casi confermati. Al 19 di marzo, Juan Guaidó dichiarava che c’erano 200 casi confermati e che il regime mentiva e mente, come sempre ha fatto. Maduro si è messo al lavoro immediatamente lanciando la campagna “quarantena sociale”: in sostanza una serie di provvedimenti e campagne per contenere la diffusione del virus ma allo stile surreale e repressivo del regime latinoamericano. Surreale perché si continua a vedere molta gente per strada, accalcati sui camion, che sono diventati da un po’ di tempo i mezzi di trasporto, alcune persone con mascherine, altre no, ma certamente attaccati tra di loro come il tonno in scatola… immagini del metrò di Caracas mentre si fa la disinfestazione ma subito dopo vagoni pieni di gente… Immagini di parenti e amici degli esponenti del regime facendo grandi feste di compleanno al mare, feste di matrimoni di 200 persone, probabilmente infestandone a decine, o per lo meno mettendo in pericolo la popolazione. In TV, Maduro, con mascherina in bocca, parla delle misure da prendere, da rispettare, parla della pozione magica che sta prendendo per combattere il virus, allo stile Harry Potter, ma nella miseria del Venezuela questa pozione è fatta con limone, miele ed erbe aromatiche. Repressiva perché ogni scusa è buona per violare i diritti delle persone, e che migliore scusa che le misure di contenimento per la pandemia. Sono già partite le denunce su venezuelani morti a mano dei paramilitari perché non hanno seguito le regole, giornalisti sequestrati perché hanno fatto il loro dovere di informare sull’emergenza COVID19, deputati perseguitati. Il Coronavirus è usato dal governo come arma per reprimere ancora di più la popolazione, per sospendere “legalmente” tutte le garanzie costituzionali che loro hanno sempre ribadito di rispettare. Adesso, a causa delle restrizioni sanitarie è “legale” spaventare e violentare ancora di più la gente. Il rispetto della quarantena si fa a mazzate, proprio così, a manganellate contro le persone che escono la sera o vanno a comprare cibo o semplicemente devono lavorare.</p>



<p>Senza parlare di quello che succede
nelle carceri con i prigionieri politici, che meriterebbe un capitolo
a parte. Le autorità non prendono le misure necessarie in un posto
che ovviamente è affollato, sporco, pieno di altre malattie. I
famigliari hanno chiesto misure anche per loro visto che si sa
dell’assembramento dilagante nelle carceri, hanno denunciato che
continuano ad essere torturati e derubati, nonostante la situazione,
nonostante tutte le dichiarazioni di organizzazioni sanitarie e dei
diritti umani che chiedono misure speciali per situazioni e luoghi
come carceri, istituti di salute mentale, centri per anziani, ecc.
Una nuova situazione che aiuta a condannare a morte gente che “vive”
in questi posti. 
</p>



<p>Il fatto è che questa pandemia
colpisce un popolo già stremato, all’ultimo delle sue forze. Un
popolo che da anni combatte contro la mancanza di alimenti, di
medicine, contro la inefficienza del sistema sanitario nazionale,
contro la fame e contro altre malattie già esistenti come la
malaria, la tubercolosi, la febbre dengue, ecc. Come fa un paese
senza nessuna risorsa economica e sociale a sopravvivere a questa
pandemia disastrosa? In Europa e negli Stati Uniti stiamo facendo
fatica, come fa un paese come il Venezuela? Con un regime come
questo? Non per essere pessimista, ma il Venezuela rappresenta in
questo momento di crisi un potenziale pericolo epidemiologico per
tutta la regione. È l’emergenza nell’emergenza. Il popolo si
trova a fronteggiare un’emergenza completamente indifeso. Come si
fa a seguire tutte le regole che già conosciamo per contrastare il
contagio se nel paese non c’è acqua, non c’è gas, non c’è
elettricità, non c’è libertà d’informazione, non c’è
benzina, non ci sono alimenti né medicine? Banalmente, come fanno a
lavarsi le mani le persone se a casa non hanno l’acqua e nemmeno i
soldi per comprarsi una saponetta? Come fanno per andare al
supermercato per comprare cibo se non hanno benzina? Come fanno le
persone a seguire una quarantena se non esiste nessun sussidio che li
aiuti? Chi non esce di casa, non lavora, chi non lavoro non guadagna
e muore. Semplice. E’ il caso di Marta che fa la colf in nero
facendo le pulizie nelle poche case di famiglie che si possono
permettere questo “servizio”. Dovrebbe stare a casa e invece va a
lavorare perché altrimenti la sua famiglia muore. E’ il caso di
Roberto che fa il “moto taxi”, che porta i clienti da un luogo
all’altro nella sua moto. Se non fa delle corse, non guadagna e
muore di fame. Tutti e due hanno deciso di lavorare, tanto non si
perde niente, la situazione era già così grave senza Coronavirus,
che a loro non cambia niente. E così per tanti, ma tanti
venezuelani.  
</p>



<p>Continueremo ad informare su questa
situazione perché è nostro dovere, in questo momento di crisi, di
denunciare le gravissime situazioni che questa pandemia comporta nei
paesi del cosiddetto terzo mondo e nei paesi dove vive gente che non
ha niente e che non sa come difendersi da questo disastro.</p>



<p>Questa è la situazione. Cifre reali
non ci sono e non ci saranno mai. Controlli non ci sono e non ci
saranno mai. Tamponi non ci sono e non ci saranno mai.  Aiuti dal
governo-regime non c’è e non ci sarà mai.  Ospedali attrezzati
non ci sono e non ci saranno mai. Si salvi chi può nel far west
venezuelano. 
</p>
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		<title>&#8220;America latina&#8221; Diritti negati&#8221;. Venezuela: il dolore come dovere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2019 07:31:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi Scegliere tra la fame e il dolore in Venezuela è la decisione più difficile per i malati di tumore e/o AIDS, scegliere tra il mangiare o comprare le medicine per alleviare&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/12/19/america-latina-diritti-negati-venezuela-il-dolore-come-dovere/">&#8220;America latina&#8221; Diritti negati&#8221;. Venezuela: il dolore come dovere</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Tini Codazzi</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="950" height="632" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/hiv.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13371" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/hiv.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 950w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/hiv-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/hiv-768x511.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 950px) 100vw, 950px" /></figure>



<p>Scegliere tra la
fame e il dolore in Venezuela è la decisione più difficile per i
malati di tumore e/o AIDS, scegliere tra il mangiare o comprare le
medicine per alleviare il dolore.  Tanti scelgono di mangiare per
avere le energie per affrontare il dolore. L’accesso alla morfina,
per esempio, è ormai un ricordo. Persino farla arrivare dall’estero
dove ci sono parenti e amici è diventato un problema perché la
maggior parte delle volte questa viene respinta in dogana e
restituita al mittente. Soltanto il 10% della popolazione ha acceso
alla morfina, ma non perché viene fornita dal servizio sanitario
nazionale, come in ogni paese civile, bensì perché i parenti dei
malati che si possono permettere di fare questa spesa, la comprano
nel mercato nero, in Colombia o in Brasile. L’Associazione
americana contro il Cancro afferma che in Venezuela muoiono più di
23.000 pazienti all’anno per mancanza di medicinali nell’arco di
tutta la malattia e soprattutto perché in fase terminale non hanno
la possibilità di alleviare il dolore, muoiono più velocemente e il
fatto più grave è che lo fanno in profonda sofferenza. Una fiala di
morfina può costare tra 600mila e 2milioni di bolivares (12 e 40
dollari rispettivamente) considerando che il salario minimo è di 26
dollari e che per alleviare il dolore servono circa tre o quattro
fiale… i conti non tornano.</p>



<p>Prima della crisi del sistema
sanitario, il paese offriva servizi di cure palliative abbastanza
efficienti, con un’ampia disponibilità di morfina. Tuttavia, la
Dott.ssa Bonilla, fondatrice della Società Venezuelana di Medicina
Palliativa afferma che la sua vita è diventata una ricerca costante
di medicine per far sì che i suoi pazienti non soffrano, deve
inventarsi forme creative per accedere alla morfina, per esempio,
raccoglie donazioni di parenti di pazienti deceduti, consiglia alle
famiglie recarsi nei paesi della regione per comprarla e addirittura,
a suo malgrado, consiglia di comprare la medicina nel mercato nero.
La paura più grande di famigliari e pazienti è quella di affrontare
la malattia grave senza avere la possibilità di calmare il dolore,
migliaia di famiglie venezuelane vivono questa situazione in questo
momento. Gli sforzi straordinari di medici come la Dott.ssa Bonilla
hanno contribuito a mitigare il dolore di alcuni pazienti, ma
tantissimi non hanno la stessa fortuna. Il governo usurpatore
dovrebbe intervenire in modo urgente e assicurare che la morfina
torni ad essere disponibile.</p>



<p>È una coltellata al cuore leggere l’ultimo sondaggio nazionale sugli ospedali in Venezuela nel 2018. Si è considerato un arco temporale di un mese, sono stati interpellati 104 ospedali pubblici e 33 cliniche private in 22 stati e 55 città. La mancanza di medicine è salita dal 55% nel 2014 al 88% nel 2018, i servizi di laboratori dal 89% al 100%, la mancanza di acqua potabile dal 29% al 79%, il cibo per i pazienti dal 84% al 96%, il servizio di pronto soccorso completamente operativo dal 11% al 7%, l’unità di terapia intensiva pediatrica dal 8% al 7%, per esempio, sempre nell’arco di questi ultimi 4 anni. Si dichiara nel sondaggio che da due anni il governo non fornisce dati ufficiali. Tutti gli indicatori sono peggiorati e stanno proprio finendo le opzioni, non si vede un miglioramento nell’orizzonte, la crisi è generale: forniture, farmaci e servizi come acqua, elettricità, spazzatura e crisi alimentare.  </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="700" height="350" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/desabastecimiento-venezuela.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13372" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/desabastecimiento-venezuela.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 700w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/desabastecimiento-venezuela-300x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure></div>



<p>Altrettanto, Il sistema sanitario
nazionale venezuelano dovrebbe garantire nel Programma Nazionale
dell’AIDS i test di laboratorio per rilevare l’infezione, la
fornitura dei reattivi per la diagnosi, il controllo e l’andamento
della malattia, quindi dovrebbe fornire i medicinali e le terapie
antiretrovirali.  Questo non succede da anni. Bambini, uomini e donne
non possono accedere agli antiretrovirali per avere una vita il più
normale possibile. La comunità LGBTI (lesbiche, gay, transessuali,
bisessuali e intersessuali) è ovviamente la più compromessa, ormai
la malattia è diventata una epidemia, non solo per la mancanza di
terapie, ma anche perché c’è un grosso problema di fondo, la
mancanza di informazione ed educazione sessuale nelle zone povere che
sono sempre le più a rischio nelle situazioni che riguardano la
salute e la sicurezza. Le ultime informazioni dicono che più del 70%
dei bambini affetti di AIDS non fanno le terapie. Gli omosessuali e i
trans sono condannati dal primo momento. Essere omosessuale, trans o
bisex e per di più malato di AIDS in un paese come il Venezuela è
un grave problema. Le ONG, fondazioni e associazioni private che si
occupano dei malati affermano che il regime gioca con la vita della
comunità LGBTI, indicano che più di 69mila venezuelani che
convivono con l’HIV non ricevono il trattamento antiretrovirale. 
La carenza di queste medicine era del 85% nel 2018, non ci sono dati
aggiornati nel 2019, ma certamente il numero non è diminuito. I dati
ufficiali che provengono dal Ministero della Salute, come succede
spesso in questi casi, contrastano enormemente con quelli provenienti
dai privati. Il fatto di nascondere la realtà che vive la sanità
nel paese è ormai un comportamento normale e una prassi per il
regime e contrastano appunto con innumerevoli denunce di medici e
personale sanitario come quello di un medico della Società
Venezuelana di Malattie Infettive che afferma: “Nel 2018 abbiamo
trascorso quasi tutto l’anno con la assenza assoluta di farmaci”
o quella dell’ONU che stima che all’incirca 120mila persone
vivono con l’HIV. In questo contesto, l’uscita dal paese è
l’unica alternativa che molti venezuelani malati hanno per
garantire o provare a garantire la propria sopravvivenza. Migliaia di
persone sieropositive hanno abbandonato il paese alla ricerca di
migliori condizioni sanitarie. In America Latina le principali
destinazioni sono Colombia, Peru, Cile e Argentina, ma c’è chi fa
tanti sacrifici per andare più lontano, in Spagna, per esempio, dove
esistono diverse realtà a livello regionale e nazionale che aiutano
i malati e che funzionano molto bene, per esempio l’ONG <em>Apoyo
Positivo</em> molto attivo nella comunità gay oppure l’Associazione
<em>Kifkif</em>, dedicata ad aiutare i migranti del collettivo LGBTI.
“Da tanto tempo abbiamo notato un notevole aumento di utenti di
nazionalità venezuelana che vengono nella nostra sede per chiedere
aiuto” dice una responsabile di <em>Apoyo Positivo</em>. Da <em>Kifkif</em>,
invece, proviene il seguente dato: “il 32,25% dei casi di persone
che arrivano chiedendo trattamenti antiretrovirali viene dal
Venezuela, è quattro volte superiore rispetto al 2018” racconta
uno dei responsabili di salute dell’Associazione.  Con tanti
sacrifici e un po’ di fortuna queste persone potrebbero salvarsi. 
</p>



<p>Nonostante la salute sia inserita nella
Costituzione del Venezuela come un “diritto fondamentale, un
obbligo dello stato che deve garantire il diritto alla vita”, la
mancanza di volontà politica del regime per riconoscere la gravità
della crisi umanitaria e accettare gli aiuti umanitari internazionali
sono ormai diventati i muri infrangibili per tutti i venezuelani che
hanno bisogno di vivere e morire senza dolore e degnamente. Un
diritto negato in Venezuela. 
</p>
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		<title>Solidarietà per il Venezuela</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2019 11:19:58 +0000</pubDate>
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<p style="text-align:left">L’Associazione Insieme per il Venezuela di Milano, sta facendo una raccolta di aiuti umanitari da  inviare  ai bambini venezuelani che si trovano in diverse città del Venezuela, ma questa raccolta specificamente andrà a due comunità  molto vulnerabili nelle zone di Caracas: El Cementerio e Ciudad Tablita, sono due baraccopoli della capitale.   </p>



<p>Come sapete il Venezuela sta
attraversando da anni una crisi umanitaria senza precedenti, questo
impedisce la reperibilità  di alimenti, medicinali, beni di prima
necessità, vestiti, alimenti per neonati ecc.<br><br>
</p>



<p>Contare sul vostro aiuto è estremamente importante non solo per noi, ma soprattutto per i bambini. Con la vostra donazione potete aiutare a riparare la pelle dei bambini dal sole, a proteggerli dal freddo, ad assumere un antibiotico e, cosa più importante, regalare loro un sorriso!</p>



<p>Sicuri della Vostra sensibilità, basta
un piccolo gesto, per fare felice  un bambino.</p>



<p> <br>Cogliamo l’occasione per
salutarvi e ringraziarvi,</p>



<p>Cordialmente,</p>



<p>Mercedes Vasquez</p>



<p><br><strong>Mercedes
Vasquez						Insieme per il Venezuela <br>Presidente &#8211;  Associazione
Insieme per il Venezuela                Codice Fiscale: 93552100153</strong></p>



<p><a href="mailto:insiemeperilvenezuela@gmail.com"><strong>insiemeperilvenezuela@gmail.com</strong></a><strong>
   	Insieme per il Venezuela</strong></p>



<p><strong>@pervenezuela				Insieme
per il Venezuela</strong></p>



<p>                                  
<strong>Unicredit Iban: IT 68 E 02008 33861 000105434828</strong></p>
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		<title>Venezuela. Aiuto umanitario, secondo capitolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Apr 2019 07:58:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;"> <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/si-electricidad.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12407" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/si-electricidad.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1000" height="530" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/si-electricidad.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1000w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/si-electricidad-300x159.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/si-electricidad-768x407.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></a></span></p>
<p>di Tini Codazzi</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Giorni fa, la Croce Rossa Venezuelana ha negoziato con il governo interino di Juan Guaidó e con il regime usurpatore di Nicolás Maduro, l’ingresso in Venezuela di diverse tonnellate di aiuto umanitario provenienti dal Panama: medicine, forniture e apparecchiature mediche che dovrebbero essere consegnate in 28 ospedali e 30 ambulatori. Hanno pubblicato sui loro social network il seguente messaggio: “facciamo un richiamo a tutte le parti in Venezuela per rispettare l’azione umanitaria, neutrale, imparziale e indipendente e quindi evitare qualunque politicizzazione dell’azione”. L’emblema della Croce Rossa non dev’essere accompagnata da messaggi politici. Il primo carico è stato consegnato nell’ospedale Carlos J. Bello della Croce Rossa Venezuelana a Caracas. Spero proprio che il regime rispetti questo emblema e non strumentalizzi questa azione e soprattutto permetta che questo aiuto arrivi veramente a che ne ha bisogno. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Altro capitolo sono le donazioni inviate dagli Stati Uniti e richieste da Guaidó a inizi dell’anno e che dovevano entrare nel paese all’indomani del concerto Venezuela Aid Live. Ebbene, sono ancora a Cúcuta in Colombia, a Pacaraima in Brasile e in Curacao, il regime non ha mai permesso l’entrata di quelle donazioni dopo il tragico incidente dell’incendio dei due camion da parte dei paramilitari e comandos simpatizzanti del regime. Grazie alla campagna di donazioni partita anche dal Aid Live è stata creata la Aid Live Foundation e il risultato sono 2 milioni di dollari raccolti. Questa prima fase di raccolta fondi sarà destinata a coprire le necessità nei settori di: sviluppo, programmi di nutrizione, salute e accesso ai servizi base per l’infanzia, e programmi per il benessere dei migranti venezuelani in Colombia. Quando potrà entrare tutto questo aiuto? Tonnellate di materiali e milioni di dollari. Bambini, anziani, malati cronici, donne incinte, gente, tanta gente, e persino animali continuano a morire senza sosta, in silenzio e nell’impotenza e noi nella nostra confort zone vediamo tonnellate e tonnellate di cose e cifre di dollari fermi per volere di un pugno di misere persone.  E’ inaccettabile. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’aiuto delle grandi fondazioni e ONG sono quelle che conosciamo di più, ma ci sono anche delle piccole realtà, piccole associazioni in giro per il mondo che fanno un lavoro di formichine per raccogliere forniture, medicinali e fondi per gestire gli invii. Ci riescono, con l’aiuto inestimabile della diaspora venezuelana e delle persone generose del posto dove queste associazioni hanno sede. Un esempio è l’Associazione “Insieme per il Venezuela”, molto attiva, con sede a Milano e che questo 28 aprile copie il suo primo anno di vita. Ha già portato a termine egregiamente delle importanti campagne: “Natale a colori”, sono stati inviati mille pacchettini con materiale scolastico, giocattoli di piccolo formato e caramelle, destinati a scuole elementari e dell’infanzia nelle zone di La Guaira, Caracas, Maracay e Mérida, per dare un po’ di allegria ai bimbi durante le feste natalizie e al contempo aiutare le scuole con materiale scolastico. Un&#8217;altra campagna dedicata all’infanzia, con l’invio di pannolini, medicine pediatriche, biberon, vestiti e prodotti di prima necessità, appunto per la prima infanzia. Inoltre, porta avanti un permanente focus molto importante che è quello di informare e insegnare il popolo italiano e gli studenti delle scuole sulla realtà venezuelana presentando a Milano due documentari che illustrano chiaramente la crisi che vive il Venezuela. Informare è la base perché queste atrocità che vivono i venezuelani a causa del regime non succedano più in nessun altro posto; e così tanti altri progetti che hanno come destinatari l’ormai immenso popolo vulnerabile del paese latinoamericano. Quello di questa associazione è un lavoro minuzioso, lento, scrupoloso, molto attento alle realtà più difficili e degradate del Venezuela, forse in zone rurali dove non arriva quasi nessun tipo di aiuto.  Vedere i video che mandano i volontari dopo che sono arrivate le donazioni, vedere le facce felici dei bambini, delle maestre, delle mamme… non ha prezzo e allora ci si rende conto che con quel piccolo granello di sabbia abbiamo fatto felice una persone che quella felicità la stava urlando al vento ormai da molto tempo.</span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/IMG-20190427-WA0017.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12408" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/IMG-20190427-WA0017.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="720" height="960" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/IMG-20190427-WA0017.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/IMG-20190427-WA0017-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel frattempo continuano le proteste per la mancanza di servizi. Non è che sia migliorata molto la crisi elettrica iniziata lo scorso 7 marzo. In alcune città importanti come la capitale Caracas o altri luoghi come Maracay, Barquisimeto, Valencia o l’isola di Margarita, e solo in alcune zone, l’elettricità arriva a momenti, per alcune e poi senza preavviso se ne va e non si sa quando torna. Questa dinamica ha fatto sì che tante attività commerciali abbiano dovuto chiudere battenti definitivamente, che tanti elettrodomestici si siano rotti, che le pompe per la distribuzione dell’acqua potabile nei palazzi residenziali non funzionino o siano guaste, che le poche attrezzature e macchinari ospedalieri che esistono ancora si siano rotti definitivamente, che le sale di chirurgia degli ospedali siano rimaste al buio in mezzo a interventi, perché quasi non esistono le centrali elettriche, è un miracolo trovarne una. Ho già sentito le testimonianze di dottori e infermieri operando pazienti con le torce dei cellulari o facendo partorire donne per strada e al buio, per citarne solo due esempi recenti successi durante questa crisi energetica. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Insomma, si parla che questo buio capitolo della storia del paese sia verso la sua fine, ne sono convinta anch’io, ma più che mai c’è bisogno della solidarietà di tutti perché dopo 20 anni di soprusi, la situazione è diventata insostenibile e dentro non ci sono più risorse a disposizione, bisogna cercarle oltre il confine. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se siete interessati nel sostenere una realtà che funziona e che ha bisogno di tutti noi per raggiungere l’obiettivo di aiutare, ecco le coordinate di “Insieme per il Venezuela”: email: </span><a href="mailto:insiemeperilvenezuela@gmail.com"><span style="font-weight: 400;">insiemeperilvenezuela@gmail.com</span></a><span style="font-weight: 400;">. Facebook e Instagram: Insieme per il Venezuela. Twitter: @pervenezuela.   Il vostro aiuto arriverà. Con il vostro contributo, li aiutate ad aiutare. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“Più che le cose materiali, l’importante è sapere che non siamo soli e che ci sono persone che si prendono cura di noi pur essendo lontane”. Parole di un volontario nella città di Mérida, in Venezuela.</span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/crisis-venezuela.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12409" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/crisis-venezuela.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="770" height="485" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/crisis-venezuela.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 770w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/crisis-venezuela-300x189.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/crisis-venezuela-768x484.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 770px) 100vw, 770px" /></a></p>
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		<title>Venezuela. Sì, all&#8217;aiuto umanitario</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 17:29:46 +0000</pubDate>
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<p>di Tini Codazzi</p>
<p>Il 23 febbraio è un giorno importante per il popolo venezuelano. E’ previsto che sabato prossimo abbia inizio l’entrata, attraverso il confine con la Colombia, di più di 250 tonnellate di alimenti, prodotti per l’igiene personale e integratori alimentari. Stati Uniti, Colombia, Brasile e Olanda sono i paesi che per ora hanno risposto con azioni pratiche, all’appello del Presidente incaricato Juan Guaidó. Un appello disperato ma senz’altro necessario quello di Guaidó per iniziare ad aiutare in modo deciso e concreto il popolo. In tante occasioni abbiamo parlato della grave crisi che attraversa la popolazione, senza alimenti e senza medicine di nessun genere, le stime in questo momento è che all’incirca 300.000 persone siano in serio pericolo di morte per denutrizione e malattie varie e la carenza di medicine sia arrivata al 90% in tutto il paese. Quindi una delle priorità di questo governo di transizione è quello dell’apertura del canale umanitario. Gli Stati Uniti hanno già inviato i generi di prima necessità che sono arrivati alla città colombiana di Cúcuta, nel confine con il Venezuela, così come sono già arrivate le 2,5 tonnellate provenienti da Puerto Rico. Il governo brasiliano ha messo a disposizione un altro punto di raccolta nel confine tra i due paesi e Olanda ha messo a disposizione un terzo punto per la raccolta di prodotti nell’isola di Curaçao, ubicata nel mare dei Caraibi. Venerdì scorso è apparsa la notizia che il Cile collaborerà con 7 tonnellate di beni di prima necessità. In questo momento, rappresentanti dell’Assemblea Nazionale e diverse associazioni e ONG che operano in Venezuela sono a Cúcuta per catalogare i prodotti e sistemarli e le forze armate colombiane stanno controllando la situazione.</p>
<p>Si è anche creata una rete di cittadini volontari chiamata “Voluntarios x Venezuela” con lo scopo di unire sforzi per appoggiare la Coalizione Aiuto e Libertà Venezuela, formata da un insieme di paesi e ONG nazionali e internazionali per assistere l’emergenza umanitaria nel paese e per essere pronti per sabato prossimo, 23 febbraio, ed aiutare nell’entrata degli alimenti e medicine.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/bloqueo_ayuda.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12107" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/bloqueo_ayuda.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="680" height="330" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/bloqueo_ayuda.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 680w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/bloqueo_ayuda-300x146.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /></a></p>
<p>E’ sorprendente e anche schifosa la risposta che ha dato il governo dell’usurpatore Nicolás Maduro che nonostante tutto ancora nega che nel paese ci sia una crisi umanitaria. Quasi in contemporanea con l’arrivo del contingente umanitario, l’usurpatore ha dato ordine di bloccare con containers tutte le corsie del Ponte Internazionale “Las Tienditas”, che collega la città di Cúcuta con la provincia venezuelana di Ureña, per impedire il passaggio dei prodotti, anche le stremate forze armate venezuelane, in questo momento, stanno eseguendo ordini e vietano il passaggio di volontari che vivono nella Provincia di Ureña. Quello che forse non era previsto dall’usurpatore è il fatto che la richiesta di aiuto umanitario è stata fatta seguendo i protocolli di emergenza previsti dalla Convenzione di Ginevra, per cui, se lui intralcia l’entrata, allora subentrano grossi problemi a livello di diritto internazionale perché non si può vietare l’entrata di alimenti e medicine a popolazioni a rischio.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/militari-USA-con-aiuto-umanitario.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12108" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/militari-USA-con-aiuto-umanitario.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1024" height="598" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/militari-USA-con-aiuto-umanitario.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/militari-USA-con-aiuto-umanitario-300x175.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/militari-USA-con-aiuto-umanitario-768x449.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>Parlando di aiuto umanitario, nelle settimane scorse, Maduro ha mandato a Cuba una nave con 100 tonnellate di materiale di costruzione e macchinari vari per mitigare i danni che il tornado dello scorso gennaio ha fatto nella capitale cubana. Ci dispiace enormemente per i cubani che continuano a soffrire da tanti anni, ma c’è da dire che un gesto simile l’usurpatore non l’ha mai fatto per il suo popolo, certo, lo fa per la vicina Cuba, che come sappiamo, gestisce completamente gli alti poteri del Venezuela, introdotta da anni come una piovra nelle più importanti istituzioni statali, militari e legislative del Venezuela.</p>
<p>Dall’altro canto, la ex vicepresidente Delsy Rodriguez ha dichiarato in TV che questo aiuto è contaminato ed avvelenato e che gli Stati Uniti stanno complottando per contaminare il popolo venezuelano attraverso cibo cancerogeno.</p>
<p>Tutte e tre le risposte sembrano uscite da un film delirante di serie c, questo gruppetto di persone che rappresenta l’entourage dell’usurpatore e completamente impazzito, dalle sue azioni e dichiarazioni non sa né cosa dire né come agire per tenere in piedi questa farsa che ormai, dopo 20 anni, non si sostiene più.</p>
<p>Quindi, abbiamo due appuntamenti importanti da seguire questa settimana:</p>
<p>Venerdì 22 febbraio: “Venezuela Aid Live” Grande concerto con cantanti internazionali per raccogliere fondi, tutto orchestrato dal magnate e filantropo della Virgin, Richard Branson. Per maggiore informazione: <a href="https://venezuelaaidlive.com/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://venezuelaaidlive.com/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p>Sabato 23 febbraio: entrata della prima parte del contingente umanitario mandato dagli Stati Uniti.</p>
<p>Ci aggiorniamo presto con delle buone notizie!</p>
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		<title>Yemen: intensi combattimenti e blocco delle importazioni lasciano la popolazione senza cure</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Dec 2017 06:57:39 +0000</pubDate>
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<div class="field-item even">
<p>Notizie da Medici Senza Frontiere (MSF)</p>
</div>
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<div class="field-item even">
<p>Una settimana di pesanti violenze, accompagnata dal blocco che impedisce tutti i rifornimenti vitali in Yemen, mostra ancora una volta l’assoluto disprezzo delle parti in guerra nei confronti della <strong>popolazione civile, dei pazienti e delle strutture mediche nel Paese</strong>.</p>
<p>Dal 29 novembre, pesanti combattimenti nelle strade e nuovi bombardamenti aerei stanno paralizzando la città di Sana’a, mentre la popolazione locale è costretta a rimanere in casa per diversi giorni, e i feriti sono impossibilitati a ricevere le cure mediche di cui hanno bisogno. Secondo fonti locali, alcune ambulanze chiamate per soccorrere i feriti sono finite in mezzo agli scontri, che hanno provocato <strong>oltre 100 vittime</strong>. Sebbene MSF non abbia ricevuto le necessarie garanzie dalle parti in conflitto per muoversi all’interno della città di Sana&#8217;a, è riuscita comunque ad assicurare <strong>forniture mediche gratuite agli ospedali della capitale</strong>.</p>
<p>Intanto, gli scontri si sono estesi ad altre zone del Paese, come i governatorati di Hajjah, Amran e Ibb. Lo scorso 2 dicembre, MSF ha ricevuto 28 feriti di guerra nei suoi due ospedali di Khamer e Houth. Nelle prime ore del mattino del 4 dicembre, un attacco aereo ha colpito l&#8217;ospedale di Al Gamhouri, sostenuto da MSF, nella città di Hajjah. <strong>Il pronto soccorso, la sala operatoria e l&#8217;unità di terapia intensiva sono stati danneggiati</strong>, costringendo 12 pazienti del pronto soccorso all’evacuazione. Nonostante i danni, l&#8217;ospedale è riuscito a ricevere, poco dopo l’attacco, 22 vittime dei bombardamenti aerei di Hajjah. Nella stessa struttura erano stati assistiti altri 38 feriti nei giorni compresi tra il 2 e il 3 dicembre.</p>
<p>“I servizi sanitari sono stati ripetutamente attaccati. Ancora una volta le parti in conflitto non stanno risparmiando dai combattimenti le strutture mediche, mettendo così a repentaglio la vita dei pazienti e del personale medico”, dichiara <strong>Steve Purbrick, coordinatore dei progetti di MSF ad Hajjah</strong>. &#8220;I civili devono essere in grado di fuggire o cercare assistenza medica, le ambulanze devono essere autorizzate a raggiungere i feriti e gli ospedali devono essere protetti”.</p>
<p>Gli ultimi scontri avvengono mentre lo Yemen è ancora alle prese con un <strong>paralizzante blocco delle importazioni commerciali e umanitarie</strong> imposto dalla Coalizione guidata dall’Arabia Saudita un mese fa. Sebbene sia stato consentito l’ingresso ad alcuni voli e navi umanitarie, il blocco è ancora in vigore per le importazioni commerciali di merci, come il <strong>cibo e il carburante</strong>. Questo blocco impedisce alla popolazione yemenita di avere accesso ai beni di prima necessità, comprese le medicine e le forniture mediche.</p>
<p>Dall’inizio dei combattimenti e dell’imposizione del blocco,<strong> il prezzo del carburante è aumentato di oltre il 200% e in generale tutti i prezzi dei beni primari, come acqua e cibo,</strong><strong>sono aumentati drammaticamente</strong>.</p>
<p>“Il blocco e i recenti combattimenti hanno avuto un <strong>effetto devastante anche sulla nostra azione medica</strong>”, afferma <strong>Djoen Besselink, capo missione in Yemen per MSF</strong>. “L&#8217;aumento del costo del carburante, ad esempio, comporta che le persone debbano pagare di più per il trasporto negli ospedali, o perfino scegliere tra recarsi in ospedale o comprare il cibo per la propria famiglia. <strong>Gli ospedali stessi stanno lottando per permettersi i costi del carburante</strong> e l’aumento del prezzo potrebbe spingere alcuni dei pochi ospedali ancora funzionanti a chiudere. La distruzione e lo sfaldamento dei servizi sanitari nel Paese”, aggiunge Besselink, “sono stati un segno distintivo del conflitto negli ultimi due anni e mezzo.</p>
<p>Il blocco contribuisce in modo significativo a questo smantellamento e deve essere immediatamente revocato. Le navi e gli aerei commerciali devono essere ammessi nei porti del nord per prevenire ulteriori sofferenze inutili”.</p>
<h2>Testimonianza di Fatima</h2>
<p>Fatima siede sul letto accanto a Ishaq, <strong>il suo bambino di 18 mesi</strong>. Sono arrivati il giorno prima al centro di trattamento del colera gestito da MSF nella città di Al Qaeda, nel governatorato di Ibb, dopo un viaggio di quattro ore da Shokan, un villaggio situato nel distretto di Mawia, nel governatorato di Taiz.</p>
<p>“Si è ammalato tre giorni fa”, racconta Fatima, “ma all’inizio abbiamo sperato migliorasse, e abbiamo aspettato”. Dopo due giorni, il bambino continuava ad avere diarrea e vomito, quindi i suoi genitori hanno preso in prestito 9.800 YER/riyal da un vicino per coprire i costi del trasporto necessari per raggiungere una farmacia privata vicino al loro villaggio. “Gli hanno fatto un’iniezione e siamo tornati a casa”. Il mattino dopo, poiché Ishaq non dava segni di miglioramento, un vicino ha consigliato a Fatima di portarlo nella città di Al Qaeda, dove aveva saputo che <strong>MSF forniva gratuitamente assistenza sanitaria per il trattamento del colera</strong>. “Non siamo venuti il primo giorno perché non avevamo i soldi per pagare il viaggio. Ci eravamo già fatti prestare dei soldi da un vicino per andare alla farmacia, quindi nessuno voleva prestarcene altri. Ma mio marito li ha convinti”.</p>
<p>Per raggiungere il centro, il marito di Fatima ha dovuto prendere in prestito altri 30.000 YER/riyal. “<strong><em>Abbiamo pagato 20.000 YER/riyal per affittare una macchina e altri 10.000 per il carburante</em></strong>”. Fatima spera che suo figlio venga dimesso oggi poiché il prezzo del carburante cresce di giorno in giorno, e così anche i debiti in cui incorreranno per pagare per il viaggio di ritorno.</p>
<p>Come lavoratore giornaliero, il marito di Fatima guadagnava 1.500 YER al giorno. Ma non riesce più a lavorare tutti i giorni. “<em>A causa della guerra, le persone non hanno soldi e quindi non mi danno lavoro</em>”. Per restituire parte dei soldi avuti in prestito, Fatima sta considerando di vendere le due capre di famiglia, che potrebbero rendere loro circa 13.000 YER.</p>
<p>“<em><strong>A causa della guerra, non possiamo neanche permetterci di comprare il cibo</strong>. C’è cibo nei negozi ma mancano i soldi per comprarlo</em>.” Stando ai suoi racconti, prima 10 kg di grano costavano 4.000 YER, mentre adesso ne costano 9.000.</p>
<p>Oltre al colera, Ishaq soffriva già in precedenza di malnutrizione acuta – una condizione che non implica necessariamente l’ospedalizzazione, ma richiederebbe che il bambino ricevesse porzioni supplementari di cibo ogni due settimane per alcuni mesi. Dopo essere stato dimesso dal centro, Ishaq verrà registrato nel programma nutrizionale dell’Ospedale di Al Qaeda e riceverà il trattamento per 14 giorni. Ma, dati gli elevati costi del trasporto, è improbabile che i suoi genitori possano riportarlo in ospedale e <strong>senza gli adeguati controlli le sue condizioni peggioreranno di nuovo</strong>.</p>
<h2>Il muto silenzio attorno alla guerra in Yemen</h2>
<p>Valentina, pediatra MSF, è da poco rientrata dalla sua missione a Khamer, in Yemen.</p>
<p>&#8220;<strong>Porto inciso nella memoria ogni singolo istante</strong> di una delle esperienze più intense che abbia finora vissuto. Da qualche tempo l&#8217;area di Khamer sembra essere un&#8217;oasi parzialmente più protetta dai bombardamenti rispetto ad altre zone del Paese, ma si possono toccare con mano tutte le ripercussioni dirette e indirette di una guerra che da anni sta dilaniando il paese. Impossibilità da parte della popolazione ad accedere alle strutture sanitarie, risorse economiche in via di esaurimento, epidemie dovute alla riduzione delle coperture vaccinali o alle scarse condizioni igieniche: tutti fattori che incidono pesantemente sullo stato di salute del popolo yemenita, e, come accade spesso, <strong>i bambini sono tra i primi a pagarne le conseguenze</strong>&#8220;.</p>
<p><a href="https://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/blog/il-muto-silenzio-attorno-alla-guerra-yemen?utm_source=rss&utm_medium=rss">Leggi la sua testimonianza&gt;&gt;</a></p>
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</div>
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<h2 class="pane-title">Notizie</h2>
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