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	<title>mercato Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Fast fashion che se ne frega</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Mar 2024 10:17:36 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/03/PHOTO-2024-03-16-12-01-44.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="709" height="616" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/03/PHOTO-2024-03-16-12-01-44.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17456" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/03/PHOTO-2024-03-16-12-01-44.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 709w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/03/PHOTO-2024-03-16-12-01-44-300x261.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 709px) 100vw, 709px" /></a></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>di Anna Mognaschi</p>



<p></p>



<p>&#8220;Fast fashion&#8221; prende il nome da &#8220;fast food&#8221;, cibo veloce da mangiare in fretta, a poco prezzo e a qualsiasi ora del giorno perché già pronto, ma invece che alzare il colesterolo la fast fashion inquina il pianeta e lede i diritti umani, quindi direi un po&#8217; più pericolosa         (anche il fast food crea una massa di persone obese con tutte le conseguenze del caso, ma di questo parlerò in un altro articolo).<br>Nasce dall&#8217;esigenza di avere sempre capi nuovi da indossare per ogni occasione, di cambiare più volte al giorno il proprio outfit,<br>un&#8217;esigenza imposta non innata o necessaria, un&#8217;esigenza nata dal consumismo e dalla falsa estetica propinata dai social.<br>È vero che è giusto e auspicabile poter disporre di capi di abbigliamento a un prezzo abbordabile perché non tutti hanno soldi da spendere, ma dovremmo porci la domanda perché questi capi non durino mai più di qualche mese; inoltre, sotto il fascino dei prezzi bassi e dei rapidi cicli della moda si nasconde una grave crisi ambientale e un drammatico sfruttamento dei lavoratori.<br>Non è un segreto che la moda abbia un problema di rifiuti. A livello globale, ogni anno vengono create circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili; entro il 2030 si prevede che nel complesso scarteremo più di 134 milioni di tonnellate di tessuti all’anno.<br>&#8220;Tutti i vestiti che donerai saranno riciclati o riutilizzati, senza che nulla vada in discarica&#8221;, si legge spesso negli grandi store, da H&amp;M a Primark. Ma quanto c’è di vero?<br>La ONG Changing Markets Foundation ha utilizzato Apple AirTag per tracciare 21 capi tra cappotti, pantaloni, giacche e altri indumenti di seconda mano, ma in perfette condizioni. La ONG olandese ha donato gli articoli ai negozi H&amp;M, Zara, C&amp;A, Primark, Nike, The North Face, Uniqlo e M&amp;S in Belgio, Francia.</p>



<p>&#8220;Le promesse fatte da H&amp;M, C&amp;A e Primark sono un altro trucco greenwashing per i clienti&#8221;, afferma la responsabile della campagna di Changing Markets, Urska Trunk. La nostra indagine suggerisce che gli articoli in perfette condizioni vengono per lo più distrutti, bloccati nel sistema o spediti in tutto il mondo verso Paesi che sono meno in grado di gestire il vasto torrente di indumenti usati provenienti dall’Europa. Gli schemi aggiungono la beffa al danno offrendo ai clienti buoni-sconto o punti per acquistare più vestiti, amplificando il modello fast fashion che trabocca di rifiuti.<br>L&#8217;industria della moda è responsabile di impatti ambientali significativi, contribuendo al 10% delle emissioni globali di carbonio e all’inquinamento dell’acqua.<br>Poi c&#8217;è la questione non meno importante dei diritti umani: in Bangladesh, ad esempio, ci sono almeno 3500 industrie che lavorano per marchi occidentali e i lavoratori percepiscono salari da fame, spingendo spesso le famiglie a fare lavorare anche i bambini per potersi mantenere. Attualmente molti di questi lavoratori sono in sciopero e stanno combattendo per una vita più dignitosa anche contro la polizia che controlla l&#8217;ordine pubblico a suon di sprangate e che ha causato almeno un morto, ogni volta.</p>



<p>Quindi sfruttamento anche minorile , inquinamento, negazione dei diritti fondamentali: come la vogliamo risolvere?<br>Fermiamoci a pensare, veramente ci servono tutti quei vestiti?<br>Veramente abbiamo bisogno di cambiare abbigliamento così di frequente? Perché compriamo robaccia per poi buttarla?<br>Io indosso per tutto l&#8217;inverno tre paia di pantaloni e non mi sono mai sentita inferiore a nessuno.<br>E poi lo stress di scegliere ogni giorno&#8230;ma basta.<br>Viva la libertà dal fashion!</p>
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		<title>RAM, prodotti con un storia</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Oct 2021 06:59:08 +0000</pubDate>
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<p>Oggi pubblichiamo il comunicato stampa di RAM, prodotti con una storia che segnala una puntata della trasmissione &#8220;Presa diretta&#8221; sui consumi, sulla moda, sull&#8217;economia: temi di attualità che ci riguardano molto da vicino. Utile per modificare i nostri comportamenti e le nostre scelte nella direzione dell&#8217;equità e della giustizia. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="526" height="526" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/ram.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15738" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/ram.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 526w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/ram-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/ram-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/ram-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/ram-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 526px) 100vw, 526px" /></figure>



<p>Lunedì sera è andata in onda la puntata di Presa Diretta cui abbiamo collaborato per mesi come Fair e Campagna Abiti Puliti.</p>



<p>Un viaggio nella filiera delle calzature che fotografa l’impatto della moda su diritti dei lavoratori e sull’ambiente, con un focus specifico su inquinamento ambientale, social audit, salari da fame e sfruttamento a Prato.</p>



<p>Un gran lavoro giornalistico a cura di Giulia Bosetti &amp; C, da non perdere e che si è nutrito del nostro lavoro di ricerca e campaigning portato avanti negli ultimi anni.</p>



<p><a href="https://www.raiplay.it/video/2021/10/Presa-diretta---Il-sassolino-nella-scarpa---Puntata-del-18102021-e7cb2d4e-1a33-4ee3-9979-2e5b87ff2a21.html.?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.raiplay.it/video/2021/10/Presa-diretta&#8212;Il-sassolino-nella-scarpa&#8212;Puntata-del-18102021-e7cb2d4e-1a33-4ee3-9979-2e5b87ff2a21.html.?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>Per chi fosse interessato inoltre segnaliamo:</p>



<p><br> &#8220;<strong>Manifatture e diritti sindacali</strong>. <strong>Riflessioni su chi produce a basso costo per la moda italiana</strong>&#8220;.  Pagina facebook di RAM:</p>



<p><a href="http://www.facebook.com/ramprodotticonunastoria?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="noreferrer noopener" target="_blank">www.facebook.com/ramprodotticonunastoria?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>&nbsp;</p>



<p></p>
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		<title>Dalla grande distribuzione al mercato equo e solidale. Anche per contrastare le agromafie</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2021 06:57:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Iniziamo il nostro percorso da Sedriano (nell&#8217;hinterland ad ovest di Milano), primo comune sciolto per mafia perchè il responsabile di un vivaio aveva deciso di assumere ragazzi &#8211; italiani e stranieri&#46;&#46;&#46;</p>
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<p> </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="512" height="162" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/Terra-e-cielo.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15587" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/Terra-e-cielo.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 512w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/Terra-e-cielo-300x95.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></figure>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Iniziamo il nostro percorso da Sedriano (nell&#8217;hinterland ad ovest di Milano), primo comune sciolto per mafia perchè il responsabile di un vivaio aveva deciso di assumere ragazzi &#8211; italiani e stranieri &#8211; con l&#8217;accordo di pagarli poco in busta (in nero, quindi) e niente in forma legale. Questo significa che il responsabile del vivaio dichiarava di averli assunti regolarmente, ma non era così. Per fortuna qualcuno lo ha denunciato e questo ha permesso di scoprire un grande giro legato alle agromafie in cui erano coinvolti molti altri vivai della zona.</p>



<p>In Franciacorta troviamo l&#8217;agromafia legata alla raccolta dell&#8217;uva, nella zona di Brescia, legata alla produzione della vendita dei meloni, delle arance, delle angurie; stiamo parlando di grande distribuzione.</p>



<p>Cosa possono fare i cittadini, quindi? Se vogliamo fare una spesa consapevole, se organizziamo una festa oppure una qualche altra attività possiamo acquistare i prodotti che provengono dalle cooperative, rivolgendoci, quindi, alla piccola distribuzione dove è certo che le persone vi lavorano in regola e i prodotti sono genuini. La cooperativa <em>Madre terra</em> è una di queste: viene aperta perchè, a Zinasco, “Una casa anche per te” (l&#8217;associazione per la Giustizia sociale con sede a Cisliano) ha dei terreni e i ragazzi qualche tempo fa, prima di partire per la Puglia con Don Mapelli, piantano dei pomodori e mentre si trovano lì muoiono dei braccianti proprio nella raccolta dei pomodori (lo stesso vale per alcune realtà in Campania, Calabria, Sicilia&#8230;Stiamo parlando di caporalato che sfrutta le persone più deboli); i ragazzi di Zinasco restano colpiti da questa situazione e, quando rientrano dalla vacanza, vanno a controllare se i loro pomodori sono cresciuti. Sono cresciuti, e così decidono di aprire e di lavorare nella cooperativa <em>Madre terra</em> per essere sicuri che chi ci lavora non debba perdere la vita.</p>



<p>Una delle poche botteghe equo-solidali del territorio della provincia ovest di Milano che resiste all&#8217;illegalità è <em>Terra e cielo.</em></p>



<p>L&#8217;ultimo bambino che ha lavorato in una solfatara, in Sicilia, ha smesso di lavorarci nel 1976: in Sicilia era uso per i bambini essere venduti ai proprietari delle solfatare per essere impiegati nelle miniere a cavare lo zolfo con conseguenti gravi problemi per la loro salute. Lo sfruttamento, quindi, non è un fatto attuale, ma risale a molto tempo fa.</p>



<p>Fare “cooperativa” significa “stare insieme per condividere”: la cooperazione è una delle prime forme del mondo del lavoro per poter dare agli operai uno spazio di visibilità e, in Italia, le cooperative sono stimolate dalla nostra Costituzione perchè il socio lavoratore della cooperativa agisce in nome e per conto della cooperativa stessa e fa anche il proprio interesse: più cresce, infatti, la cooperativa e più il socio lavoratore acquisice dei benefici. “Equo e solidale” significa che il prodotto che viene acquistato da chi fa parte del circuito del commercio equo viene retribuito al giusto prezzo: equità nel pagare le cose che produco.</p>



<p>Facciamo, invece, l&#8217;esempio delle banane: sono prodotti che non vengono dal nostro Paese, ma da Paesi in via di sviluppo con una forte componente di sfruttamento dei lavoratori. Dove ci sono le grandi aziende che coltivano banane, nelle piantagioni vengono, inoltre, utilizzati i fitofarmaci spruzzati tramite gli aerei. I campesiños, i lavoratori del bananeto in America latina, sono chiamati a coprire con fogli di plastica i caschi di banane. Dopo qualche giorno, i teli vengono tolti e lavati per essere riciclati, ma in questo modo il veleno viene irrorato sulle piante e anche trasmesso a tutto il territorio in modo indistinto, inquinando la falda acquifera e mettendo, ancora una volta, in pericolo la salute dei cittadini.</p>



<p>Caffè e cacao richiedono coltivazioni intensive e in alcuni luoghi dove il caffè è di qualità maggiore(nella zona andina, ad esempio) non è possibile avere impianti di irrigazione a causa del territorio impervio e quindi quel caffè produce di meno; gli imprenditori, quindi, modificano geneticamente le piante in modo da farle produrre di più. L&#8217;aumento della produzione, però, comporta da una parte anche un maggiore consumo di acqua in un territorio, in montagna, dove è difficile trasportarla e dall&#8217;altra la penalizzazione dei piccoli produttori locali. Quando i piccoli coltivatori raccolgono i loro pochi chicchi, li portano al commerciante che li paga quello che lui stesso decide perchè il piccolo coltivatore non ha potere di trattativa. Il mondo equo solidale cerca di garantire, al contrario, un&#8217;equità nel comprare un prodotto e cerca la componente “solidale”: garantisce al piccolo coltivatore locale che per quindici anni comprerà il suo caffè, al prezzo che secondo il coltivatore è giusto con lo scopo di permettere al coltivatore e alla sua famiglia un tenore di vita dignitoso. I progetti equo solidali sono progetti fattibili perchè riguardano piccoli importi per periodi medio-lunghi e, quindi, possono essere facilmente implementati. Nei Paesi in via di sviluppo sono state create tante cooperative, di piccoli produttori che, a loro volta e col tempo, si sono uniti e si rivolgono al Mercato, conferendogli delle quantità tali da negoziare il prezzo e, in particolare, il mondo dell&#8217;equo solidale ha scelto il canale del “biologico”: quasi tutte le coltivazioni sono biologiche (il più grande produttore al mondo di cacao è l&#8217;Africa!).</p>



<p>La cooperativa <em>Terra e cielo</em>, nata nel 2000 a Gaggiano, non produce, ma propone i prodotti di altre cooperative: al commercio equo e solidale internazionale si è aggiunto quello italiano costituito da realtà che vendono prodotti coltivati su terreni confiscati alle mafie oppure che vendono tramite il consorzio <em>Libera terra: </em>conferiscono i prodotti di questi terreni, <em>Libera terra</em> provvede a farli lavorare, crea il packaging (l&#8217;immagine del marketing) e poi li rivende. E&#8217; anche vero però che il grande distributore compra un prodotto equo, ad esempio da <em>Altromercato</em>, con il 25% di sconto e lo rimette sul Mercato ancora con il 25% di sconto, questo va a colpire le cooperative come <em>Terra e cielo</em> che non si possono permettere di presentare lo stesso prodotto agli acquirenti con uno sconto così alto. Gli acquirenti, quindi, andranno ad acquistare il prodotto presso Esselunga e non presso le cooperative.</p>



<p>Il circuito equo-solidale aiuta anche l&#8217;economia carceraria: in molte carceri italiane sono sorte delle cooperative che favoriscono il lavoro dei detenuti. Il risultato è un forte abbassamento della recidiva, ovvero della ripetizione del reato una volta che il detenuto è rientrato in società e questo è uno dei motivi per cui chi delinque e non viene reinserito, rischia di rientrare a far parte delle maglie della criminalità. Le cooperative nascono proprio per dare una opportunità di lavoro onesto, di autonomia ai detenuti e agli ex detenuti.</p>



<p>Carcere di Pozzuoli: il più grande istituto di pena femminile italiano. Qui è nata una piccola cooperativa chiamata <em>Le lazzarelle</em>, composta da donne che fanno un ottimo caffè: prendono cinque tipi di chicchi diversi, li miscelano e li fanno tostare a un vecchio torrefatore napoletano che si è messo a disposizione del carcere. Il caffè grezzo viene acquistato da una cooperativa che a sua volta lo importa da uno dei Paesi in via di sviluppo: un giro enorme che riconduce alla libertà. Questo gruppo di una quindicina di donne detenute hanno una prospettiva per il futuro. Il Comune di Napoli ha, infatti, dato loro uno spazio per aprire un bistrot di pasticceria, caffetteria e di piccoli rinfreschi.</p>



<p>Un altro esempio: il carcere minorile di Palermo, Malaspina. I ragazzi fanno i biscotti e, in questo modo, diventano manovalanza sottratta alla mafia. Così come il carcere di Verbania, con la cooperativa <em>Banda bassotti</em>; ad Agrigento con <em>Dolci e libertà; </em>con la pasticceria <em>Giotto </em>del carcere di Padova&#8230;La cooperativa <em>Terra e cielo</em> aiuta queste realtà a diventare sempre più importanti.</p>



<p>E&#8217; utile affermare il concetto di com-partecipazione: coinvolgiamoci tutte e tutti, prima tramite la riflessione e l&#8217;osservazione della realtà e poi tramite le scelte che compiamo nel nostro quotidiano. Facciamolo. Almeno questo.</p>



<p></p>



<p>Grazie a &#8220;Una casa anche per te&#8221; e a Libera Masseria di Cisliano (MI).</p>
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		<title>Basta con nuclei e comitati tecnici, per un PNRR dei diritti!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Jul 2021 09:06:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Anche Associazione per i Diritti umani aderisce e divulga l&#8217;appello. Il PNRR appena nato si ammanta di nuovo ma odora già di vecchio: sono annunciati forti investimenti pubblici che, però, sono finalizzati unicamente a sostenere il mercato&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="668" height="446" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/public.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15550" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/public.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 668w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/public-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></figure></div>



<p></p>



<p>Anche <strong><em>Associazione per i Diritti umani</em> </strong>aderisce e divulga l&#8217;appello. </p>



<p>Il PNRR appena nato si ammanta di nuovo ma odora già di vecchio: sono annunciati <strong>forti investimenti pubblici</strong> che, però, sono <strong>finalizzati unicamente a sostenere il mercato e le sue logiche</strong> e costituiscono, sotto altre forme, un elemento di continuità con le solite ricette liberiste che ci propinano da 30 anni, che mai sono riuscite a portare benessere generale, né in Italia né altrove sono state applicate: privatizzazioni e ancora privatizzazioni, anche dell’acqua.</p>



<p>Per coordinare la gestione dei fondi del PNRR viene individuato un&nbsp;<strong>nucleo tecnico</strong>: tutto al maschile, con nomi più o meno noti al grande pubblico, ma sicuramente conosciuti negli ambienti che contano per il loro impegno a riformare il paese in un’<strong>ottica neo-liberista</strong>.</p>



<p>Tra questi spicca&nbsp;<strong>Stagnaro</strong>, Direttore Ricerche e Studi dell’istituto Bruno Leoni, think tank neoliberista. Per capire il personaggio: è autore di un libello dove chiede l’apertura del mercato delle armi, sfacciato tanto da citare Hitler, e noto&nbsp;<strong>negazionista climatico</strong>, tanto da attaccare il movimento globale Fridays for Future e, più in generale, tutte le istanze che chiedono un cambiamento in difesa del Pianeta.</p>



<p>Ma non è una singola figura, per quanto inopportuna, ad allarmare, è l’insieme di questo gruppo, costituito da negazionisti climatici e da persone che ritengono che&nbsp;<strong>lo Stato debba intervenire unicamente per favorire e ricostruire i mercati</strong>, lasciandoli liberi di autoregolarsi.</p>



<p>Progetti da decine di miliardi del PNRR passeranno al vaglio di queste persone, che dovranno garantire una transizione verde già progettualmente precaria, all’interno del PNRR, con uno Stato presente solo come finanziatore, lasciando all’iniziativa privata la gestione e i profitti.</p>



<p>Costoro pensano che la “virtuosità” di un’azienda pubblica si calcoli in base al suo fatturato, e non al come gestisce e per chi.</p>



<p>Per questo li giudichiamo non solo&nbsp;<strong>incapaci</strong>&nbsp;di affrontare la sfida della ripresa, che deve partire dai diritti,&nbsp;a cominciare da&nbsp;quello alla salute, ma anche di fatto&nbsp;<strong>contrari ad affrontare la sfida del futuro, quella del contrasto al cambiamento climatico</strong>, che ha bisogno di scelte importanti e di&nbsp;rendere protagonistə le/i cittadinə, e non di un “green washing” di facciata.</p>



<p>Facciamo un&nbsp;<strong>appello a tutte le realtà</strong>, a tutti i cittadini/cittadine che hanno a cuore il paese; che pensano che i diritti vengano prima dei profitti dei grandi gruppi industriali; che pensano che le aziende pubbliche non debbano essere spolpate ma essere il volano della ripresa:&nbsp;<strong>contestiamo le nomine, contestiamo il PNRR, mettiamo in campo l’alternativa</strong>.</p>



<p>Cominciamo dal chiedere la&nbsp;<strong>rimozione di Stagnaro</strong>&nbsp;dal gruppo dei 5 e la trasparenza assoluta sul loro operato: che siano pubblicati il loro pareri, i verbali delle riunioni, i documenti prodotti. Non dimentichiamo che il PNRR ci riguarda tutt@.</p>



<p><strong>Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua</strong></p>



<p><strong><br>Adesioni</strong><br>ATTAC Italia,&nbsp;Associazione Liberacittadinanza, Comitato &#8220;Salviamo il paesaggio cremonese, cremasco e casalasco”, Comitato Sannita Acqua Bene Comune,&nbsp;Coordinamento nord sud del mondo &#8211; Milano,&nbsp;Associazione Dimensioni Diverse,&nbsp;Ecoistituto della Valle del Ticino,&nbsp;Associazione per i Diritti Umani,&nbsp;</p>



<p><strong><br>Adesioni Individuali<br></strong>Toni Germani, Sandro Morelli, Prof. Dr. Salvatore Palidda,&nbsp;Onofrio Infantile, Giovanni Caprio, Daniela Padoan, Monica Malventano, Carmen Massidda, Roberto Budini Gattai, Lucia Ciarmoli, Fantini Alberto, Anna Gentilini, Maria Ricciardi Giannoni, Giuseppe Barnato, Eva Allenbach, Giovanni Seneca, Maria Cosentino, Alfonso Gambardella,&nbsp;Paolo Campo, Ferruccio Rizzi,&nbsp;Sandra Cangemi,&nbsp;Paola Ciardella,&nbsp;Ersilia Monti</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><a href="https://www.acquabenecomune.org/attachments/article/4122/Appello_nucleo_tecnico_PNRR_def.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss"></a><a href="https://www.acquabenecomune.org/attachments/article/4122/Appello_nucleo_tecnico_PNRR_def.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">Scarica l\&#8217;appello</a></td><td>[&nbsp;]</td><td>61 kB</td></tr></tbody></table></figure>
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		<title>Covid-19 e l&#8217;aggravarsi della fame nel mondo</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2021 07:55:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alicia Brull Valle Anche se l&#8217;anno segnato dal rapido sviluppo della pandemia di Covid in tutto il mondo si è concluso, le sue conseguenze sono ancora molto sentite in tanti Paesi del mondo.&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="984" height="608" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14950" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 984w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-2-300x185.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-2-768x475.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 984px) 100vw, 984px" /><figcaption>@Casimiro Moreno</figcaption></figure>



<p>di Alicia Brull Valle<br></p>



<p>Anche se l&#8217;anno segnato dal rapido sviluppo della pandemia di Covid in tutto il mondo si è concluso, le sue conseguenze sono ancora molto sentite in tanti Paesi del mondo. Non è sicuro, infatti, che il 2021 sarà l&#8217;anno in cui la malattia sarà definitivamente debellata.<br>Tuttavia, ci sono molte altre circostanze dannose per i diritti umani in tutto il mondo, che non possono essere relegate in secondo piano rispetto alla copertura focalizzata sulla pandemia, in quanto continuano ad essere il numero uno in molte nazioni del mondo. Così, i paesi precedentemente a rischio stanno soffrendo ancora più gravemente di circostanze come la mancanza di cibo, che sono state fortemente aggravate dall&#8217;incidenza della pandemia in tali Paesi. In particolare, la carenza di manodopera a causa dei blocchi e delle restrizioni alla mobilità, le interruzioni della catena di approvvigionamento dovute ad elementi come il coprifuoco, nonché una sostanziale riduzione del commercio internazionale hanno ridotto notevolmente la produzione e la distribuzione di prodotti agricoli in tutto il mondo. Di conseguenza, le associazioni che si occupano di diritti umani come l&#8217;UNICEF hanno portato l&#8217;attenzione sul fatto che più di 10,4 milioni di bambini soffriranno la fame acuta il prossimo anno. In particolare, i Paesi più a rischio sono la Repubblica Democratica del Congo, la Nigeria, il Sud Sudan e lo Yemen.</p>



<p><br>Oxfam International ha anche sottolineato il nesso causale tra la Covid-19 e l&#8217;aumento della fame nel mondo, affermando che la malattia non ha fatto altro che aumentare le disuguaglianze e le situazioni precarie precedentemente esistenti, soprattutto in termini di fame. Inoltre, l&#8217;organizzazione ha sottolineato che il settore agricolo è stato fortemente colpito dalle restrizioni di mobilità, provocando così una mancanza di forniture agricole locali. Per quanto riguarda i paesi più colpiti secondo Oxfam, ne sono stati segnalati 10, ovvero: Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Haiti, l&#8217;area del Sahel, Sudan e Sud Sudan, Siria, Venezuela e Yemen. In termini di cifre, Oxfam ha segnalato un aumento dell&#8217;82% delle persone in situazioni di fame estrema rispetto al 2019.<br>Ma cosa si può fare per evitare una maggiore interruzione della produzione e della distribuzione di cibo in tutto il mondo? Secondo Rob Vos, dell&#8217;International Food Policy Research Institute, occorre innanzitutto promuovere i sistemi alimentari e i sistemi della catena di approvvigionamento, soprattutto per quanto riguarda i Paesi citati. In secondo luogo, e più ovviamente, si dovrebbe promuovere un aumento del reddito disponibile per le persone, affinché possano permettersi i generi alimentari più scarsi e costosi disponibili sul Mercato. In definitiva, è responsabilità delle istituzioni governative proteggere attivamente il settore agricolo, ad esempio eliminando i coprifuoco applicati alla mobilità tra determinati orari. I programmi di protezione sociale avrebbero anche un impatto in termini di prevenzione dell&#8217;aumento della povertà e della fame.</p>



<ul><li>&#8220;El mundo al borde de una ‘pandemia de hambre’: el coronavirus amenaza con sumir a millones de personas en la hambruna´´, Oxfam International 03-01-2021 https://www.oxfam.org/es/el-mundo-al-borde-de-una-pandemia-de-hambre-el-coronavirus-amenaza-con-sumir-millones-de-personas?utm_source=rss&utm_medium=rss</li><li>&#8220;Más de 10 millones de niños en África sufrirán malnutrición aguda en 2021´´, noticias<br>ONU, 30-12-2020 https://news.un.org/es/story/2020/12/1486112?utm_source=rss&utm_medium=rss</li><li>&#8220;New report shows hunger is due to soar as coronavirus obliterates lives and<br>livelihoods´´, The United Nations World Food Programme, 17-07-2020<br>https://www.wfp.org/news/new-report-shows-hunger-due-soar-coronavirusobliterates-?utm_source=rss&utm_medium=rss<br>lives-and-livelihoods</li><li>&#8220;Covid-19 Special: Could coronavirus provoke the next hunger crisis?´´, DW News<br>https://www.dw.com/en/covid-?utm_source=rss&utm_medium=rss</li></ul>
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		<title>Agromafie e agroreati: approvato il disegno legge sui reati agroalimentari</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jun 2020 08:23:41 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="895" height="500" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14200" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 895w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/ttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttttt-768x429.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 895px) 100vw, 895px" /></figure></div>



<p>di Cecilia Grillo</p>



<p>Il 19 aprile 2020 il Consiglio dei ministri ha approvato, su proposta unanime del ministro della Giustizia Bonafede e del ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali Bellanova, il disegno di legge denominato “<em>Nuove norme in materia di reati agroalimentari</em>”, composto da 14 articoli, che interviene sul Codice penale e sulle leggi complementari in materia.</p>



<p>Come spiega la DNA, la Direzione Nazionale Antimafia, in una sua Relazione, “il legame delle mafie con l’agricoltura ha radici antiche, di natura storico-culturale, legato alla nascita stessa del fenomeno mafioso, per larga parte originatosi proprio nelle campagne. Per questo motivo da sempre tra le altre cause di ritardato sviluppo, l&#8217;agricoltura meridionale sconta anche quello delle infiltrazioni di stampo mafioso. Tale fenomeno oggi interessa l&#8217;intero territorio nazionale, attesa la capacità delle mafie (Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta) operanti ormai in forma di impresa, di espandersi verso il Nord Italia seguendo le direttrici logistiche del trasporto e del commercio dei prodotti agricoli”.</p>



<p>Il Disegno Legge di riforma della disciplina dei reati agroalimentari recepisce quanto elaborato dalla Commissione ministeriale nominata con d.m. 20 aprile 2015 e composta dal Ministro della Giustizia Andrea Orlando e presieduta dall’ex magistrato Giancarlo Caselli.</p>



<p>Nella relazione alla presentazione del Disegno Legge viene sottolineato come “prospettiva ultima della proposta di riforma, come ha evidenziato Caselli, è quella di arrivare a un’etichetta narrante comprensibile e trasparente, che faccia capire ai consumatori cosa c’è davvero dentro quello che ci viene venduto come cibo o come bevanda […] è la creazione di un diritto penale della vita quotidiana capace di accompagnare il consumatore ‘finale’ fino allo scaffale degli alimenti, rafforzandone la fiducia”.</p>



<p>Tra le novità principali previste dal Disegno Legge in primo luogo si deve menzionare l’introduzione del reato di agropirateria che punisce la vendita di prodotti alimentari accompagnati da falsi segni distintivi o contraffatti e che comprende, <em>inter alia</em>, tutte quelle fattispecie di contraffazione di marchi, etichette e procedure di produzione, il reato di “produzione, importazione, esportazione, commercio, trasporto, vendita o distribuzione di alimenti pericolosi o contraffatti”, nonché la “contraffazione di alimenti a denominazione protetta”.</p>



<p>Vengono introdotti dal Disegno Legge anche i reati di “disastro sanitario” (che punisce avvelenamento, contaminazione o corruzione di acque o sostanze) e l’“omesso ritiro di sostanze alimentari pericolose” dal mercato e vengono identificati i profili di responsabilità delle persone giuridiche, definendo le condizioni di esonero delle società dalle ipotesi di responsabilità amministrativa di impresa.</p>



<p>Fra le innovazioni previste dal Disegno Legge è prevista inoltre la revisione del reato di frode &#8211; in passato connesso alla consegna materiale del prodotto &#8211; che ricomprenderà anche le attività realizzate durante le fasi di produzione precedenti, ad esempio il ricorso a segni distintivi con indicazioni false e ingannevoli, saranno così sanzionate le ipotesi di falso prodotto biologico e di falsa indicazione d’origine.</p>



<p>Uno dei casi maggiormente rappresentativi è quello della vendita dell’olio d’oliva: accade spesso che bottiglie con etichette che rimandano all’italianità del prodotto contengano olio di importazione.</p>



<p>Il Disegno Legge interviene principalmente rispetto alla tutela della salute pubblica, delimitando la categoria dei reati di pericolo contro la salute e al contrasto delle frodi in commercio di prodotti alimentari in modo da tutelare la lealtà commerciale.</p>



<p>L’ex ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, Maurizio Martina, aveva dichiarato, in relazione ai fondamentali passi in avanti per la lotta ai reati agroalimentari, che “con l’approvazione del disegno di legge, frutto del lavoro della Commissione guidata dal Presidente Giancarlo Caselli con il ministro Andrea Orlando, l’Italia propone un modello nuovo di contrasto al crimine in questo settore strategico. L’agropirateria diventa reato, le frodi commesse dalle organizzazioni mafiose vengono punite più duramente, la tutela della salute dei consumatori si rafforza. Dopo la legge contro il caporalato, serve una svolta per la massima legalità nella filiera del cibo.”</p>



<p>Secondo quanto riportato dalla Coldiretti, “almeno un prodotto su tre del settore agroalimentare importato in Italia viene trasformato nel nostro Paese e poi venduto sul nostro mercato interno e all’estero con il marchio <em>Made in Italy</em>”.</p>



<p>A tal riguardo, la Ministra Bellanova in una nota diffusa dal Mipaaf specifica come “il falso <em>made in Italy</em> costa al nostro Paese 100 miliardi di euro l’anno, contro i circa 42 di <em>export</em> dei prodotti autentici. Un vero e proprio furto di identità che danneggia i nostri produttori, mina la salute dei consumatori, ingannandoli, rischia di incrinare la reputazione del Paese. Con questo testo, che prende le mosse da una proposta della Commissione Caselli,&nbsp;si garantisce l’effettiva tutela dei prodotti alimentari, si rielabora il sistema delle sanzioni, si amplia la sfera delle tutele”.</p>



<p>Tale disegno legge è di notevole importanza per la tutela della salute pubblica e della qualità del sistema di produzione italiano di una delle filiere produttive più redditizie e rappresentative d’Italia in quanto “le agromafie non solo si appropriano di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocano l’imprenditoria onesta, ma compromettono in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani ed il valore del marchio<em> Made in Italy</em>”.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Bloody fish</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2019 07:44:26 +0000</pubDate>
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<p lang="it-IT">di Cecilia Grillo</p>
<p lang="it-IT">L&#8217;industria dell’esportazione di frutti di mare, business dal valore di miliardi di dollari che vede coinvolti i mari e le coste tailandesi, risulta profondamente intaccata dal fenomeno delle violazioni di diritti umani. Nonostante le ripetute promesse da parte del governo locale di eliminare fenomeni quali schiavitù, lavoro forzato e la diffusa tratta di esseri umani nel settore peschereccio, abusi dei diritti umani sostanziali fanno da sfondo al panorama dell’industria ittica orientale.</p>
<p><span lang="it-IT">Steve Trent, direttore esecutivo della </span><span lang="it-IT">Environmental Justice Foundation</span><span lang="it-IT"> (EJF), che ha lavorato con il governo tailandese nell’implementazione delle sue riforme politiche, ha sottolineato come dovrebbe essere posta maggior attenzione al fine di assicurare che coloro che vendono prodotti ittici ai consumatori si assumano la responsabilità di garantire che le catene di approvvigionamento non agiscano in costante violazione di diritti umani.</span></p>
<p lang="it-IT">Le prime avvisaglie del fenomeno del traffico di essere umani all’interno dei pescherecci tailandesi sono riconducibili al periodo successivo alle devastazioni di Typhoon Gay del 1989, disastro che ha provocato l&#8217;affondamento di oltre 200 pescherecci e causato almeno 458 morti, per la maggior parte membri di equipaggi di pescatori della povera regione nordorientale della Tailandia.</p>
<p><span lang="it-IT">Mentre prima di tale calamità naturale le attività di pesca erano concentrate principalmente nel vicino Golfo tailandese e nell’Oceano delle Andamane, zone relativamente ricche di risorse marine e naturali, a seguito di Typhoon Gay gli equipaggi tailandesi hanno abbandonato il settore, lasciando i restanti proprietari di barche in un disperato bisogno di forza lavoro. Birmani, cambogiani e alcuni lavoratori migranti laotiani hanno iniziato a essere reclutati per rimpiazzare gli equipaggi tailandesi in rapido declino: migranti e </span><span lang="it-IT">brokers </span><span lang="it-IT">sono diventati i protagonisti di questo nuovo processo di tratta di esseri umani.</span></p>
<p lang="it-IT">Inoltre fra gli anni ‘70 e ‘80 la Tailandia è stata spettatrice di una rapida modernizzazione e industrializzazione del settore ittico dovuta al verificarsi di un significativo calo delle attività di pesca e soprattutto all’aumento dei costi di gestione e dei prezzi del carburante.</p>
<p lang="it-IT">Come risultato di Typhoon Gay, di questi e di altri fattori, il settore ittico tailandese è stato spettatore di cambiamenti drammatici che hanno riguardato sia il reclutamento della forza lavoro che le condizioni lavorative dei pescatori.</p>
<p><span lang="it-IT">Negli ultimi anni sono stati numerosi i </span><span lang="it-IT">report</span><span lang="it-IT"> di ONG e organizzazioni internazionali e centinaia le testimonianze che hanno evidenziato il peggioramento delle condizioni lavorative, estenuanti, a cui vengono sottoposti quotidianamente i pescatori, migrati in Tailandia nella speranza utopistica di ottenere migliori condizioni di vita e di lavoro.</span></p>
<p lang="it-IT">I pescherecci tailandesi percorrono le acque territoriali di dozzine di nazioni, in particolare Myanmar, Cambogia, India, Indonesia, Malesia e Vietnam, e viaggiano fino alla Somalia e in altre parti della costa dell’Africa orientale: negli ultimi quarant’anni, la Tailandia si è affermata come una delle principali nazioni produttrici di pesce del mondo.</p>
<p><span lang="it-IT">Tuttavia, con il passaggio del tempo si è sempre maggiormente sviluppato il fenomeno del traffico di esseri umani nei pescherecci tailandesi: Human Rights Watch ha rilevato molteplici fattori indicanti lo svilupparsi di pratiche di lavoro forzato che gli organi di ispezione tailandesi non riescono a gestire in modo adeguato o sistematico, fra questi sono comprese le cattive condizioni lavorative; la sottrazione dei documenti di identità dei pescatori da parte dei </span><span lang="it-IT">brokers</span><span lang="it-IT">; salari trattenuti; orari di lavoro eccessivi.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Molti pescatori migranti, che si recano in Tailandia nella speranza di poter ottenere le risorse necessarie per mantenere le proprie famiglie nelle povere regioni di Myanmar, Cambogia, Indonesia, vengono spesso ingannati o rapiti dai cosiddetti </span><span lang="it-IT">brokers</span><span lang="it-IT">, che li rivendono ai capitani tailandesi, per cifre comprese tra US $ 500 e US $ 1.000 per schiavo.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Un sondaggio del 2009 condotto dal </span><em><span lang="it-IT">United Nations Inter-Agency Project on Human Trafficking</span></em><span lang="it-IT"> (UNIAP) ha rilevato che il 59% dei migranti intervistati a bordo di imbarcazioni tailandesi ha testimoniato che almeno un proprio compagno, durante la permanenza in mare, è stato vittima di omicidio perpetrato da parte dei proprietari dei pescherecci.</span></p>
<p><span lang="it-IT">In una sentenza insolitamente critica dell’ILO </span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">(</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>International Labour Organisation</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">), </span></span><span lang="it-IT">il governo tailandese è stato esortato a porre rimedio agli abusi perpetuati sulle navi da pesca che operano nelle acque tailandesi: il fenomeno del lavoro forzato è infatti ancora dilagante nonostante la nuova legislazione governativa e le continue pressioni da parte dell&#8217;UE e degli Stati Uniti.</span></p>
<p><span lang="it-IT">Il reclutamento dei lavoratori nel settore della pesca tailandese rimane in gran parte disciplinato da processi di reclutamento informali che spesso sono connessi ad abusi e alla tratta di esseri umani. Molti pescatori vengono venduti ai proprietari di pescherecci (ad un certo prezzo pro capite, il </span><em><span lang="it-IT">ka hua</span></em><span lang="it-IT"><em>,</em> il costo addebitato dai trafficanti e pagato dai rappresentanti dei pescherecci per i pescatori vittime della tratta). Un pescatore trafficato deve in seguito lavorare per ripagare il proprio </span><em><span lang="it-IT">ka hua</span></em><span lang="it-IT"> prima di poter ricevere la retribuzione per il lavoro svolto. A seconda dell’ammontare del </span><em><span lang="it-IT">ka hua</span></em><span lang="it-IT">, un pescatore potrebbe lavorare da uno a otto mesi prima di poter ricevere qualsiasi tipo di retribuzione. </span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/received_2164568887206145.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11961" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/received_2164568887206145.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1320" height="770" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/received_2164568887206145.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1320w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/received_2164568887206145-300x175.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/received_2164568887206145-768x448.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/received_2164568887206145-1024x597.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1320px) 100vw, 1320px" /></a></p>
<p><span lang="it-IT">Secondo quanto riportato da </span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>GreenPeace International</i></span></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, </span></span></span><span lang="it-IT">in relazione al traffico di esseri umani celato dietro l’attività ittica svolta lungo le coste tailandesi, il pesce pescato con queste modalità “può finire nelle filiere delle grandi compagnie tailandesi che producono prodotti ittici per i mercati internazionali. In particolare, potrebbe esserci un elevato rischio che il pesce pescato da tali flotte sia stato utilizzato per produrre surimi o il cibo per animali, venduto poi nei supermercati di tutto il mondo, tra cui anche quelli italiani”.</span></p>
<p><span lang="it-IT">La Tailandia deve dotarsi di nuovi e ulteriori strumenti legali che trattino il lavoro forzato quale reato autonomo e che lo vietino in tutte le sue fattispecie. Il governo tailandese ha dichiarato che sta ora valutando attivamente la possibilità di ratificare il Protocollo ILO del 2014 relativo alla Convenzione sul lavoro forzato, che obbligherebbe la Tailandia a sviluppare pratiche volte a combattere il fenomeno del lavoro forzato. </span>Inoltre, alla Tailandia sarebbe richiesto di sviluppare un piano d’azione nazionale per adottare<span style="font-family: Georgia, serif;"> “</span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>effective measures to prevent and eliminate its use, to provide to victims protection and access to appropriate and effective remedies, such as compensation, and to sanction the perpetrators of forced or compulsory labour”.</i></span></p>
<p>Il protocollo sollecita inoltre la Tailandia a<span style="font-family: Georgia, serif;"> “</span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>take effective measures for the identification, release, protection, recovery and rehabilitation of all victims of forced or compulsory labour</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">” </span>e aintraprendere <span style="font-family: Georgia, serif;">“</span><span style="font-family: Georgia, serif;"><i>efforts to ensure that … coverage and enforcement of legislation relevant to the prevention of forced or compulsory labour, including labour law as appropriate, apply to all workers and all sectors of the economy</i></span><span style="font-family: Georgia, serif;">”. </span></p>
<p lang="it-IT">Luisa Ragher, vicepresidente della delegazione dell’Unione europea in Tailandia, ha affermato che l’Unione Europea si impegna a lavorare a fianco del governo tailandese per affrontare le violazioni e gli abusi dei diritti dei lavoratori.</p>
<p lang="it-IT">Ha affermato infatti “il governo tailandese ha dato alta priorità alla risoluzione del problema del traffico di esseri umani e del lavoro forzato nei mari tailandesi. Ci sono ancora carenze, ma sono stati compiuti progressi e siamo fiduciosi del loro impegno per migliorare le cose. Stiamo lavorando intensamente all’apertura di una più ampia discussione sui diritti dei lavoratori”.</p>
<p lang="it-IT">Tante tuttavia sono le iniziative provenienti dal settore privato che possono essere condotte nel tentativo di ostacolare il fenomeno della tratta di esseri umani nei mari tailandesi, quali, fra le altre, supportare proposte internazionali intese ad aumentare la trasparenza e la tracciabilità nelle catene di approvvigionamento di prodotti ittici e l’impegno da parte di importatori e rivenditori di prodotti di pesca tailandesi nel dimostrare che le proprie catene di approvvigionamento sono esenti dalle pratiche del traffico di esseri umani e da altre violazioni di diritti umani.</p>
<p lang="it-IT">Inoltre anche i consumatori rivestono un ruolo importante nella riduzione del fenomeno della tratta degli esseri umani e del lavoro forzato, ad esempio tentando sempre di assicurarsi che tutti i prodotti ittici acquistati siano stati ottenuti attraverso l’utilizzo di pratiche sostenibili e senza l’impiego di manodopera trafficata o abusata.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e Diritti umani&#8221;. A Natale non siamo tutti più buoni, e a pagarne le spese sono i lavoratori</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Dec 2018 09:26:39 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/arbeitende_erschoepft_wahtung.jpg.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11855" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/arbeitende_erschoepft_wahtung.jpg.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="800" height="600" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/arbeitende_erschoepft_wahtung.jpg.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/arbeitende_erschoepft_wahtung.jpg-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/arbeitende_erschoepft_wahtung.jpg-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></p>
<p>di Fabiana Brigante</p>
<p>Il Natale è alle porte, e mentre le letterine di milioni di bambini sono in viaggio verso il Polo Nord, ai piccoli aiutanti di Babbo Natale vengono negati alcuni diritti fondamentali. È quanto è stato dimostrato da China Labor Watch, ActionAid, Solidar Suisse e CiR in un rapporto basato su indagini condotte da investigatori sotto copertura tra aprile e settembre di quest’anno in quattro fabbriche di giocattoli cinesi che rifornirebbero, tra gli altri, anche Disney e Lego. I risultati rivelano salari minimi inferiori al costo della vita, misure di sicurezza inadeguate a proteggere la salute dei lavoratori (carenza di maschere e guanti di bassa qualità), assenza di corsi di formazione dei lavoratori per prepararli alla manipolazione di materiali chimici tossici e al funzionamento di macchinari industriali (secondo il rapporto i lavoratori sono entrati in contatto con sostanze chimiche come il benzene, che è stato collegato ad avvelenamento e leucemia), numero eccessivo di ore di lavoro straordinario (fino a 175 ore al mese mentre la legge cinese stabilisce un tetto massimo di 36 ore mensili), condizioni di vita degradanti (dormitori sovraffollati, strutture igienico-sanitarie inadeguate), mancanza di organizzazioni sindacali indipendenti che rappresentino gli interessi dei lavoratori e di meccanismi di reclamo formali.<br />
La situazione in cui versano i lavoratori delle fabbriche di giocattoli cinesi trova origine in diverse cause, prima fra tutte la pressione crescente da parte delle multinazionali. L’economia cinese è infatti entrata in una fase in cui i costi di produzione sono in crescita e il settore manifatturiero continua ad incontrare difficoltà. La guerra commerciale di Trump intensifica ulteriormente questo conflitto. Per sopravvivere, le aziende cinesi hanno spostato la pressione dell’aumento dei costi sui lavoratori. Seppure esse non accettino di essere considerate responsabili per le violazioni dei diritti perpetrate nelle proprie catene di approvvigionamento, queste aziende svolgono un ruolo attivo nello sfruttamento dei lavoratori, chiedendo alle fabbriche di giocattoli di aumentare le proprie quote di produzione e riducendo al contempo i costi. Come si evince dal rapporto, ad esempio, in un anno i costi di produzione per 100 giocattoli Hasbro e Mattel sarebbero di $100 USD (87€ circa). Tuttavia, l&#8217;anno successivo, per produrre lo stesso giocattolo, Hasbro e Mattel avrebbero richiesto alla fabbrica di realizzare 105 o più giocattoli a fronte dello stesso prezzo. Per lo stesso prodotto, le aziende trovano due o tre fabbriche di giocattoli in competizione nell’acquisizione degli ordini e la fabbrica che avrà il minor costo di produzione sarà quella che riceverà il maggior numero di ordini. Nella fabbrica di Wah Tung &#8211; una di quelle in cui sono state condotte le indagini &#8211; un operaio che produce la bambola de la Sirenetta, ha una quota di produzione di circa 1.800 &#8211; 2.500 giocattoli al giorno, lavora 26 giorni al mese e guadagna circa 3000 RMB (380€) al mese. Per ogni bambola prodotta, il lavoratore riceve 0,008 €.<br />
Attualmente, questa bambola viene venduta a circa 37€ su Amazon. Dunque, un lavoratore di Wah Tung guadagna solo lo 0,02% del valore di mercato del giocattolo che produce.<br />
Inoltre, in Cina ai lavoratori non sono garantiti molti diritti, ad esempio essi non godono del diritto di sciopero. Sembra che nei casi in cui gli scioperi si siano comunque verificati le autorità li abbiano severamente repressi. A questo si aggiunga che i sindacati stabiliti nelle fabbriche cinesi sono affiliati alla All-China Federation of Trade Unions (ACFTU) che – come affermato dalla Confederazione Sindacale Internazionale (CSI) – non è un’organizzazione indipendente in quanto sostiene gli interessi del governo e non può pertanto essere considerata una voce autentica dei lavoratori cinesi.<br />
Infine, il rapporto registra violazioni ricorrenti delle leggi applicabili. Il diritto del lavoro in Cina si articola in molti regolamenti, ma spesso le fabbriche non vi aderiscono. Ad esempio, la legge cinese stabilisce dei limiti per l’impiego di studenti, i quali non dovrebbero lavorare per più di 8 ore al giorno e dovrebbero essere impiegati in campi rilevanti per il loro corso di laurea. Tuttavia, in molti casi non si registra una differenza tra il lavoro svolto dagli studenti e quello dei lavoratori regolari, né viene rispettato il limite di ore lavorative imposto dalla legge. Inoltre, spesso le imprese straniere si affidano ad agenzie intermediarie per l’assunzione di personale dipendente; il rapporto di lavoro che ne deriva presenta una struttura triangolare, in quanto non esiste un rapporto diretto tra dipendenti assunti tramite l’agenzia e l’impresa stessa. La legge cinese pone dei limiti all’assunzione di lavoratori tramite suddette agenzie in quanto i lavoratori assunti in questo modo sono più vulnerabili allo sfruttamento dal momento che qualsiasi reclamo o controversia viene gestito dall’agenzia e non dall’impresa, ma anche questo limite spesso non viene rispettato.<br />
Il rapporto ha analizzato la situazione dei lavoratori applicando anche una prospettiva di genere. Analizzando il livello di gestione delle fabbriche si evince che nonostante le donne rappresentino l’80% dei dipendenti, pare che nessuna di esse rivesta posizioni dirigenziali. La maggioranza delle donne sceglie questo lavoro solo per mancanza di alternative a causa dell’età avanzata o per il basso livello di istruzione. Sono inoltre stati registrati anche casi di discriminazione nei confronti di donne incinte. Nonostante la legge cinese imponga che nessun datore di lavoro possa ridurre gli stipendi, licenziare o rescindere il contratto di lavoro a causa di gravidanza, parto o allattamento, è stato denunciato che nei casi in cui le lavoratrici abbiano richiesto giorni di ferie a causa di circostanze particolari come quella di prendersi cura dei figli o per gravidanza, esse siano state declassate a ricoprire posizioni lavorative più stancanti che le hanno costrette a dimettersi.</p>
<p><strong>Cosa hanno risposto le imprese</strong></p>
<p>Molti dei più grandi produttori di giocattoli, tra cui Disney e Mattel, sono membri del Ethical Toy Program (ETP) del Consiglio Internazionale delle Industrie dei Giocattoli (International Council of Toy Industries, ICTI), il quale si impegna promuovere la responsabilità sociale delle imprese operanti nel settore dei giocattoli, stabilendo, tra le altre cose, standard da rispettare per migliorare le condizioni lavorative.<br />
Una delle fabbriche nelle quali sono state condotte le indagini è stata certificata dal ETP. Parlando a nome della fabbrica, il portavoce del ETP Mark Robertson ha dichiarato: “Le accuse evidenziate dal rapporto contravvengono alle esigenze del programma etico del giocattolo in materia di orari di lavoro, salari e ferie annuali. Lavoreremo direttamente con le fabbriche per risolvere eventuali problemi identificati […] Prendiamo molto sul serio le questioni sollevate da China Labor Watch e abbiamo iniziato le nostre indagini. Affronteremo in modo rapido ed efficace eventuali problemi identificati che violino i nostri standard”.<br />
Robertson ha affermato che l’ETP ha ottenuto sostanziali progressi nell’innalzamento delle condizioni etiche negli stabilimenti certificati dell’organizzazione sia in Cina che altrove: “I salari sono aumentati, gli ambienti delle fabbriche sono più sicuri e le ore di lavoro si stanno riducendo; le ore di lavoro presso le fabbriche di giocattoli in Cina sono inferiori a quelle nei settori dell’abbigliamento e dell’elettronica.”<br />
Un portavoce della Disney ha dichiarato che il marchio è stato un membro del programma Ethical Toy Program: “Disney ha un solido programma di standard lavorativi e prende molto sul serio l’applicazione del proprio codice di condotta in tutte le sedi. Abbiamo chiesto che il Consiglio esamini immediatamente queste affermazioni.”<br />
Mattel ha dichiarato di non avere una produzione corrente nelle fabbriche menzionate nel rapporto di China Labor Watch: “Mattel si impegna a garantire che ogni singola persona che fabbrica i nostri giocattoli e prodotti sia trattata in modo equo, rispettoso e sia in grado di lavorare in un ambiente sano e sicuro. I nostri standard di lavoro, i nostri programmi ambientali, di salute e sicurezza e i nostri processi di supervisione rispecchiano questo impegno.”<br />
Allo stesso modo, un portavoce di Lego ha affermato che il Gruppo non ha intrapreso rapporti commerciali con nessuno dei fornitori menzionati nel rapporto.<br />
D’altronde, non è sempre facile individuare tutti gli attori che fanno parte di una catena di approvvigionamento di una data impresa. Allo stesso modo, tuttavia, risulta difficile pensare a un’impresa che non ne faccia parte, a prescindere dalle dimensioni, dalla posizione geografica e dal tipo di prodotti di cui si occupa. Infatti tutte le aziende si impegnano in varie transazioni con altri attori commerciali, attingendo a reti complesse per reperire i componenti più economici e forza lavoro a basso costo per massimizzare i profitti. A ciò si aggiunga che la mancanza di trasparenza spesso impedisce di individuare tutti gli attori coinvolti, e quindi, anche di individuare i soggetti responsabili di determinate violazioni.<br />
Per il testo completo del rapporto (in inglese) si veda: <a href="https://www.solidar.ch/en/a-nightmare-for-workers?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.solidar.ch/en/a-nightmare-for-workers?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Medi@gorà. Il Presente e il Futuro dell&#8217;informazione</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Oct 2018 06:46:26 +0000</pubDate>
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<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>
<p>Cosa cambia nel mondo dell&#8217;infomazione con l&#8217;avvento del digitale? Una riflessione sulla professione del giornalista, sul ruolo dei fruitori, sul Diritto alla libertà di espressione e molto altro: questi i temi affrontati nel convegno intitolato <i>“Medi@gorà: il Presente e il futuro dell&#8217;informazione</i>”, organizzato da Associazione Chiamamilano, 24-25 ottobre 2018.</p>
<p>Peccato che tra i relatori ci fosse soltanto una donna, forse per impegni precedentemente presi da altre giornaliste invitate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i><b>Associazione Per i diritti umani</b></i> riporta, per voi, parti di alcuni interventi. Crediamo siano ottimi spunti di riflessione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Paolo MADRON, Direttore di Lettera43</b>: il giornalismo digitale deve essere, lui stesso, distributore della notizia. Più che produttore, il giornalista è diventato distributore. Il passaggio programmatico alla pubblicità è molto importante perchè, oggi, contano quanti click vengono messi a un articolo. L&#8217;informazione online è gratuita, mentre il cartaceo si paga e questo è un altro tema molto importante perchè bisogna scrivere gli articoli, ma anche essere capaci di etenere i rapporti con i clienti. Il risultato è che per garantire un&#8217;alta qualità dell&#8217;informazione, servono i finanziamenti.</p>
<p><b>Elena VIALE, di Vice Italia</b>: classe &#8217;91, sono una nativa digitale. “Vice” è anche un brand, un&#8217;agenzia creativa e questo ci permette di non preoccuparci troppo del budget perchè siamo una media-company: per noi è importante il taglio esplicativo della notizia più che essere “sul pezzo” e tagliamo l&#8217;articolo a seconda del mezzo (social, video, sito) con cui lo distribuiamo, adattandolo alla piattaforma.</p>
<p>La nuova generazione, quella dei “millennials”, ha poca capacità di concentrazione e questo è,secondo me, il problema del Futuro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="LEFT"><b>Piero COLAPRICO, caporedattore de La Repubblica</b>:ci vuole specializzazione. Io non posso rivolgermi ai millenials, ma alla carta stampata perchè il digitale e il giornale hanno contenuti diversi. La generazione che si è formata sui libri conosce il tempo della riflessione, mentre oggi la soglia dell&#8217;attenzione è molto bassa e questo alimenta l&#8217;ignoranza e l&#8217;arroganza.</p>
<p align="LEFT">Durante i nostri anni &#8217;70 la stampa ha avuto un ruolo molto importante nel mantenere salda la democrazia, in quei tempi così bui. Oggi la stampa deve mantenere quel ruolo anche se è difficile perchè i finanziamenti provengono da capitali esteri.</p>
<p align="LEFT">Far capire cosa sta succedendo: questo è il mestiere del giornalista. Non basta “dare” le notizie o replicarle, bisogna anche spiegarle.</p>
<p align="LEFT"><b>Claudio AGOSTONI, Radiopopolare</b>: oltre a lavorare per Raiopopolare, scrivo anche per agenzie che si occupano di viaggi e scrivere per un blog è molto difficile perchè le parole sono indicizzate, mentre per la stampa cartacea abbiamo a disposizione l&#8217;intero vocabolario. Oggi c&#8217;è un mischione tra informazione e pubblicità: a Radiopopolare ognuno di noi fa due o tre lavori, ma questo ci garantisce l&#8217;indipendenza.</p>
<p align="LEFT">Una volta la radio era il mezzo più veloce, poi è arrivato Internet e abbiamo divuto ripensare a tutto il meccanismo: si può costruire il palinsesto, uscendo dall&#8217;omologazione, con approfondimenti e giocando con voici, suoni, rumori ad esempio oppure con rimandi al blog, con immagini, etc. Oggi la radio deve essere molto più articolata, senza però mischiare il mondo dell&#8217;informazione con il Mercato.</p>
<p align="LEFT">Infine: non tutti, nel mondo, hanno la possibilità dia ccedere al mondo dell&#8217;informazione&#8230;C&#8217;è chi non possiede né un pc, né un cellulare e neanche la moneta per acquistare il giornale cartaceo.</p>
<p align="LEFT"><b>Gianluca NICOLETTI, Radio24</b>: non bisogna cadere nella nostalgia dei tempi andati, ma applicare alcune categorie della diffusione del sapere anche nell&#8217;era digitale. La vera novità non è la tecnologia perchè a questa ci si deve adattare. La vera differenza riguarda la nostra autoconsiderazione, quello che rappresentiamo in quanto informatori. Abbiamo in mano le fonti, ad esempio, anche se quelle chiuse sono sempre più limitate, mentre le fonti aperte sono a disposizione di tutti. Quindi, noi giornalisti cosa abbiamo in più? Il problema più urgente è l&#8217;uscita dal cerchio protettivo del rango professionale. L&#8217;umanità è fatta anche di imbecilli e questo è un pericolo (come diceva Umberto Eco), ma l&#8217;imbecillità è la parte più fondante della società odierna. Fino a pochi anni fa, non c&#8217;era questo contatto diretto con il pubblico che è anche, a volte, imbecille, iroso, infantile. Il tema, quindi, è gestire il dissenso, gestire l&#8217;attualità allo stesso modo delle altre persone. Il mediatore di informazione deve gestire anche la propria parte umana.</p>
<p align="LEFT"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_102825-e1540535761903.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11553" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_102825-e1540535761903.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="400" height="534" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_102825-e1540535761903.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 3456w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_102825-e1540535761903-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_102825-e1540535761903-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p align="LEFT"><b>Enrico MENTANA, Direttore Tg7</b>: la convergenza tecnologica è sfavorevole al giornale perchè i giovani d&#8217;oggi hanno mille modi per informarsi e il giornale è, per loro, anacronistico; non c&#8217;è profondità storica dell&#8217;oggetto-giornale.</p>
<p align="LEFT">La disintermediazione va a cozzare con il web: nessuno è capace di setacciare ciò che è importante sapere e ci si illude di informarsi in base a ciò che, in realtà, consiglia un algoritmo.</p>
<p align="LEFT">Ci sono soggetti sempre più pulsanti e noi dobbiamo tenerne conto in continuazione con giornali visualmente e chiaramente al servizio dell&#8217;utente. A me piace immaginare che se assistessimo al decesso del cartaceo, noi saremmo in grado di perpetuare la conquista civile del Diritto all&#8217;informazione, con un&#8217;informazione credibile, non in mano ai pifferai che la confondono con la propaganda.</p>
<p align="LEFT">
<p align="LEFT"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_103301.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="wp-image-11554 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_103301.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="163" height="443" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_103301.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1432w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_103301-110x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 110w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_103301-768x2085.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_103301-377x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 377w" sizes="(max-width: 163px) 100vw, 163px" /></a></p>
<p align="LEFT"><b>Peter GOMEZ, direttore de Il fatto quotidiano</b>: come giornalisti abbiamo notizie da dare, poi come le diamo è totalmente indifferente. Se riesco a dare informazioni e a pagare gli stipendi, posso dire di aver fatto il mio lavoro. Voglio poter dire le cose che ritengo giusto e doveroso dire e trovare i soldi: questo è il nucleo.</p>
<p align="LEFT">Pensavo che la strada dell&#8217;online fosse semplice e che raggiungesse moltissime persone, ma l&#8217;Italia è un Paese di vecchi e il voto lo decide ancora la TV. Oggi si deve raccontare quello che le persone ancora non sanno perchè l&#8217;utente digitale può confrontare tutte le piattaforme; questo rende i giornali più liberi, ma mette in crisi i cartacei. Il lettore medio, ad esempio, si chiedono perchè la stessa notizia viene data in maniera diversa da due testate, perchè la stessa notizia viene trattata con due pesi e due misure. Viene, quindi, messa in crisi la credibilità della carta stampata.</p>
<p align="LEFT"><b>Alessandro SALLUSTI, Direttore de Il giornale</b>: Se volete che io mi alzi dalla sedia per lasciare il posto a voi giovani, scordatevelo. Anche noi abbiamo fatto fatica, prima di voi.</p>
<p align="LEFT">La Storia dell&#8217;editoria dimostra che hanno successo i giornali “di parte”. Nessun giornale è super partes perchè non lo sono né gli editori né i giornalisti. La libertà, per me, è la libertà di essere di parte. I giornali hanno senso perchè hanno una visione di parte che prevede anche le censure.</p>
<p align="LEFT">Il mezzo Internet è sopravvalutato perchè da tutti i punti di vista, anche numerico, questa innovazione non ha prodotto risultati strabilianti. Anche i siti hanno un editore, un&#8217;identità, una linea. Il rischio sta nel fatto che la nuova gente che si informa abbia accesso all&#8217;informazione tramite i social e sono i social a fare la scelta di quello che deve essere letto. Nel metodo antico si sapeva chi dava l&#8217;informazione e come la pensava, oggi non si sa. Oltretutto l&#8217;informazione è pilotata dall&#8217;algoritmo che capisce quali siano le posizioni, le idee, gli interessi dell&#8217;utente. L&#8217;informazione è in mano ad un monopolio che è quello di Google; il problema, quindi, non riguarda la produzione, ma la distribuzione delle notizie.</p>
<p align="LEFT"><b>Peter GOMEZ</b>: Sallusti ha ragine dal punto di vista teorico, ma non da quello pratico perchè se hai dei buoni social manager riesci ad allearti con il monopolio. Il brand pubblicitario condiziona l&#8217;aquisto di un prodotto e questo è ciò che è accaduto con le elezioni del presidente USA: hanno pubblicizzato il voto per Trump, spendendo miliardi di dollari per la campagna elettorale sui social. Ma anche le televisioni condizionano le elezioni.</p>
<p align="LEFT">Se vogliamo intervenire antimonopolio a livello europeo, benvenga, ma la storia è sempre la stessa e sono i mezzi che cambiano. Spotify e Netflix stanno creando la tendenza che le cose debbano essere pagate. Sta cambiando qualcosa anche sul digitale, quindi perchè è la vita stessa a mutare ed è fatta di alti e bassi. Bisogna confrontarsi anche con le bassezze e lo può fare anche un grande giornalista se la finalità è quella di pagare gli stipendi. Non bisogna vergognarsi, se serve per tenere in piedi il progetto editoriale.</p>
<p align="LEFT"><b>Michele MIGONE, Radiopopolare</b>: 40 anni fa Radiopopolare era il web di adesso. Non abbiamo più le fonti e il pubblico di una volta: ad esempio, abbiamo chiuso “microfono aperto” perchè ci siamo accorti che il tono del pubblico era lo stesso di quello sui social, spesso aggressivo.</p>
<p align="LEFT">Tramite il digitale ampliamo la nostra comunità che è molto definita a livello politico. Sul digitale siamo ancora un po&#8217; indietro, ma vediamo comunque una buona curiosità da parte dei giovani.</p>
<p align="LEFT">Ci sarà sempre qualcuno che elabora le informazioni e c&#8217;è bisogno di onestà intellettuale nel farlo perchè così si conquista autorevolezza. Senza l&#8217;uso strumentale della notizia.</p>
<p align="LEFT"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_110311-e1540535903244.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11555" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_110311-e1540535903244.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="429" height="572" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_110311-e1540535903244.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 3456w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_110311-e1540535903244-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_110311-e1540535903244-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 429px) 100vw, 429px" /></a></p>
<p align="LEFT"><b>Luigi VIGNATI e Michele MOZZATI, “GINO e MICHELE”</b>: la società è in profonda trasformazione in vari settori. Anche noi siamo direttori di un prodotto cartaceo, l&#8217;agenda Smemoranda che ha avuto un calo di vendite negli ultimi anni, ma resiste. E&#8217; un prodotto su cui scrivere e anche da leggere ed entra nelle scuole dove le generazioni si rinnovano per cui il prodotto è stato ridimensionato.</p>
<p align="LEFT">Stiamo assistendo ad un ulteriore fase storica in cui c&#8217;è mancanza di ignoranza (Jannacci): hai sempre da eccepire, criticare, puntualizzare. L&#8217;ignoranza, oggi, sta prendendo il Potere, non solo in politica, ma anche in TV, nello spettacolo, nell&#8217;editoria libraria, etc. perchè tutti possono rivoluzionare tutto, grazie allo sdoganamento dell&#8217;ignoranza.</p>
<p align="LEFT">Nel web bisogna saper “pescare”; il web non è del tutto negativo e oltre a questo è gratuito. Noi, ad esempio, abbiamo iniziato a pubblicare “Le formiche” con le battute di persone comuni e non di comici affermati (“Non è vero che i genitori sono obbligati a vaccinare i figli. Solo quelli che vogliono tenere”).</p>
<p align="LEFT">Bisogna imparare a distinguere e a selezionare.</p>
<p align="LEFT">Non c&#8217;è confine, oggi, dice Michele, tra verità e verosomiglianza e questo fa paura perchè in questo modo si può manipolare l&#8217;opinione pubblica. Parte dei cambiamenti degli ultimi anni dipendono da questa confusione tra vero e falso, tra notizia reale e contraffatta.</p>
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		<title>Forum internazionale sulla salute: a Milano il prossimo 4 novembre</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Nov 2017 07:44:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; In occasione del prossimo Forum Internazionale sul diritto alla salute, che si terrà a Milano il 4 novembre e al cui appello aderisce anche Associazione per i Diritti umani,  iniziamo a pubblicare il&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2017/11/02/forum-internazionale-sulla-salute-a-milano-il-prossimo-4-novembre/">Forum internazionale sulla salute: a Milano il prossimo 4 novembre</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>In occasione del prossimo Forum Internazionale sul diritto alla salute, che si terrà a Milano il 4 novembre e al cui appello aderisce anche <strong><em>Associazione per i Diritti umani</em></strong>,  iniziamo a pubblicare il seguente articolo uscito sul <em>Il Manifesto</em> 29 ottobre. Di Vittorio Agnoletto ed Emilio Molinari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/logomd.gif?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9720" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/logomd.gif?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="378" height="100" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Il 4-5 novembre a Milano. </strong></em><em>Controvertice con esperti internazionali. Gli argomenti in discussione: cambiamenti climatici acqua, siccità e alluvioni.</em></p>
<p>Il 5 e il 6 novembre si svolgerà a Milano l’incontro dei ministri della salute del G7.</p>
<p>Gli argomenti in agenda sono: le conseguenze sulla salute dei cambiamenti climatici, al quale verranno dedicate 3,5 ore di discussione; la salute della donna e degli adolescenti 1,5 ore, e la resistenza antimicrobica 1 ora.</p>
<p>Tempi sufficienti, secondo i ministri, per arrivare ad una solenne dichiarazione finale su questioni la cui rilevanza è fondamentale per il futuro dell’umanità. Considerato che a quei tavoli siederanno i massimi responsabili dell’attuale modello di sviluppo è fin troppo facile immaginare che, al di là delle parole, vi sarà il vuoto.<span id="more-2322"></span></p>
<p>Decine di associazioni impegnate in difesa della salute a livello locale, nazionale e internazionale hanno costituito il comitato «Salute senza padroni e senza confini» e, insieme al Guel, gruppo parlamentare «Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica» e al gruppo consiliare «Milano in Comune», hanno organizzato a Milano due iniziative.</p>
<p>Sabato 4 novembre un «Forum internazionale per il diritto alla salute e l’accesso alle cure» (<a href="http://www.medicinademocratica.org/wp/?p=5219&utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.medicinademocratica.org/wp/?p=5219&utm_source=rss&utm_medium=rss</a>; <a href="https://www.facebook.com/events/299458030530298/?acontext=%7b&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.facebook.com/events/299458030530298/?acontext=%7b&utm_source=rss&utm_medium=rss</a> )</p>
<p>nel quale si confronteranno ricercatori, scienziati, medici, biologi di altissima professionalità con attivisti di tutto il mondo per individuare obiettivi condivisi sia dai movimenti sociali che da chi agisce in campo scientifico. Proprio da quest’ambito abbiamo ricevuto un’enorme disponibilità, come testimonia il programma, segno che la scienza, quando non è asservita al potere, giunge a conclusioni molto simili a quelle del movimento antiliberista.</p>
<p>Domenica 5 novembre si svolgerà un incontro tra i movimenti italiani attivi nella difesa della salute per organizzare insieme delle campagne nazionali.</p>
<p>I temi del Forum sono: «la disuguaglianza sociale come determinante di malattie», nel 2012 l’effetto Glasgow aveva dimostrato come il tasso di mortalità fosse strettamente correlato alle condizioni sociali della popolazione, l’Istituto Mario Negri ha documentato lo stesso fenomeno a Milano.</p>
<p>«L’accesso alle cure», il 50 % delle persone colpite dal virus Hiv nel mondo ne sono prive e l’accesso ai farmaci salvavita non è più garantito nemmeno nel mondo occidentale come testimonia la vicenda del Sofosbuvir per l’epatite C.</p>
<p>«La privatizzazione dei servizi sanitari» vera preda del mercato globale ma anche locale come dimostra, ad esempio, il tentativo della Regione Lombardia di sostituire, nell’assistenza a 3.350.000 cittadini con patologie croniche, il medico di famiglia con un gestore, società per lo più private finalizzate al profitto.</p>
<p>E infine «Le conseguenze sulla salute dei cambiamenti climatici». Amitav Gosh, noto romanziere bengalese, ha recentemente pubblicato un saggio: «La Grande Cecità», quella dei cambiamenti climatici. L’accusa è, alla letteratura mondiale, di essere centrata su l’umano e i suoi diritti, e di aver ignorato il «non umano», indifferente ai destini della terra, dell’acqua e dell’aria, relegati tutti nella letteratura di serie B: la fantascienza. Eppure di cambiamenti climatici ci si ammala e si muore; per l’Oms potrebbero provocare 12,6 milioni di decessi tra il 2030 e il 2050. 250.000 morti in più ogni anno: per malnutrizione, malaria, diarrea. 20.000 morti per colpi di calore nella sola Europa. A questi numeri andrebbero aggiunti i morti per la maggior concentrazione di inquinanti nell’atmosfera dovuti all’assenza di piogge: 500.000 deceduti in Europa, 90.000 in Italia e 9 milioni nel mondo.</p>
<p>Ma la vera tragedia del cambio climatico è l’acqua. Siccità e alluvioni agiscono pesantemente nel ridurne la sua disponibilità. Nel 2050 verrà a mancare il 50% del necessario e a farne le spese saranno i poveri della Terra, i 900 milioni di persone prive di acqua potabile. La corsa all’accaparramento delle terre fertili e degli invasi da parte delle multinazionali e dalla Cina e dall’Arabia saudita è da tempo iniziata e i mutamenti climatici l’accentueranno sempre più.</p>
<p>Le grandi dighe prolificano in Asia e in Africa con il loro seguito di profughi e di guerre e le multinazionali degli acquedotti Suez – Veolia – Thams Water – Rwe ecc.. premono con maggior forza per la privatizzazione dei rubinetti di tutto il mondo.</p>
<p>Le stime dell’alto commissario delle Nazioni Unite parlano di 79 guerre in corso per cause ambientali e appropriazione di risorse. Nella guerra del Kashmir (100.000 morti) ci sono le dighe sul fiume Indo e la concorrenza tra India, Pakistan, Cina. L’Egitto è una polveriera di 90 milioni di persone che vivono attorno al Nilo aggredito dalle dighe dell’Etiopia. La guerra in Siria avviene dopo 5 anni di siccità e di dighe turche sul Tigri. Le guerre ai kurdi hanno acqua e petrolio sullo sfondo. Nella contabilità mondiale 3 miliardi di persone sono considerati da «qualcuno»: insostenibili esuberi.</p>
<p>Beni comuni salute del pianeta e salute pubblica vanno insieme e vanno collocate in cima alle nostre priorità.</p>
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