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	<title>multinazionali Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Fermiamo il lavoro minorile nell&#8217;inferno delle miniere in Congo</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2024 17:29:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Anna Mognaschi 12 giugno Giornata mondiale contro il lavoro minorile Siamo tutti molto contenti del progresso tecnologico degli ultimi anni verso un&#8217;economia green e sostenibile: la cosiddetta &#8220;transizione energetica&#8221;.Uno dei metalli più importanti,&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



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<p></p>



<p></p>



<p>di Anna Mognaschi</p>



<p></p>



<p><strong>12 giugno Giornata mondiale contro il lavoro minorile</strong></p>



<p></p>



<p>Siamo tutti molto contenti del progresso tecnologico degli ultimi anni verso un&#8217;economia green e sostenibile: la cosiddetta &#8220;transizione energetica&#8221;.<br>Uno dei metalli più importanti, una risorsa strategica essenziale per la costruzione degli smartphone di ultima generazione, GPS, satelliti, TV al plasma, tablet, computer, ma non solo anche per le macchine elettriche, aerei e missili, è il coltan che insieme al cobalto servono per costruire le batterie al litio per alimentare i nostri device.<br>Il Congo è una repubblica democratica che si estende al centro dell&#8217;Africa, una terra piena di contraddizioni, di guerre interne che sommandosi alla povertà rendono l&#8217;esistenza della popolazione un inferno.<br>È una terra che accoglie anche un numero enorme di sfollati dai Paesi limitrofi: più di mezzo milione e sono soprattutto le ricchezze del sottosuolo ad alimentare conflitti e problematiche; la parte orientale del Congo è ricca di cobalto rame e oro, la parte a nord è la terra più ricca al mondo di coltan, il minerale più prezioso dell&#8217;oro.<br>Si stima che dal Congo provenga dal 60 all&#8217;80% del cobalto di tutto il mondo e sono per lo più i bambini a lavorare nelle miniere di cobalto (secondo l&#8217;UNICEF sono 40.000 i bambini sfruttati nelle miniere a cielo aperto). Questi piccoli minatori scavano a mani nude o con strumenti di fortuna, anche 12 ore al giorno tra il fango e acqua acida per una somma di 2 dollari al giorno; lavorano dopo la scuola, il sabato e la domenica o tutta la settimana se i genitori non riescono a pagare le tasse scolastiche visto che in Congo le scuole non sono gratuite; a causa del duro lavoro i bambini si ammalano di febbre tifoide, malformazioni ossee e muscolari e, inoltre, a causa dei crolli dei cunicoli, rischiano la morte e, dal momento in cui non ci sono dati sulle morti né sugli incidenti, spesso vengono seppelliti nella miniera stessa. Si parla di circa quattro milioni di morti in meno di dieci anni.<br>Le multinazionali come Microsoft e Apple si lavano la coscienza comprando solo da grandi rivenditori autorizzati, facendo finta di non sapere che questi, a loro volta, comprano il coltan dai piccoli possidenti di miniere che hanno come mano d&#8217;opera soprattutto bambini dai 7 ai 16 anni.<br>La situazione del lavoro minorile è così grave da essere stata inserita al punto 8 del Piano di sviluppo sostenibile dell’ONU che si propone di eliminare il lavoro minorile e la schiavitù moderna in tutte le sue forme entro il 2030.<br>Amnesty International sta facendo di tutto per sensibilizzare l&#8217;opinione pubblica mondiale attraverso l&#8217;adozione a distanza, petizioni e un appello: &#8220;Chiediamo al Governo della Repubblica democratica del Congo di fermare ora questa barbarie e di mettere in atto tutte le misure per affrontare la salute dei bambini, i loro bisogni fisici, educativi, economici e psicologici&#8221;.<br>A tal proposito, dalla fine del 2020, iI Ministero nazionale delle miniere della RdC, rappresentato da Willy Kitobo Samsoni, si è aggiunto al Comitato direttivo della Cobalt Action Partnership (CAP), dimostrando la presenza del governo nel settore.<br>La CAP è stata formalizzata nel maggio 2020 come una coalizione di organizzazioni pubbliche e private unite per l’estrazione sostenibile ed etica del cobalto. Le parti interessate si impegnano a identificare soluzioni e azioni nei settori privato, pubblico e non-profit al fine di regolamentare l’estrazione e la vendita del cobalto artigianale e minerario, promuovere l’accesso al mercato globale per i produttori, sradicare il lavoro minorile e le violazioni dei diritti umani nelle comunità minerarie del cobalto.<br>Il 2030 è vicino:speriamo che si ponga fine a questo inferno.</p>
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		<title>Land grabbing in Mauritania</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Dec 2021 11:58:29 +0000</pubDate>
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<p>Diversi arresti dopo proteste pacifiche.</p>



<p>Il 4 dicembre, nove persone che protestavano pacificamente per i diritti alla terra sono state arrestate a Ngawlé, in Mauritania. Sullo sfondo delle proteste c&#8217;è l&#8217;espropriazione illegale di terreni fertili agricoli nella regione dei Peul, come denunciato dall&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM). La terra rubata è stata venduta a investitori<br>stranieri attraverso un uomo d&#8217;affari. La popolazione locale resiste e protesta pacificamente da settimane.</p>



<p>&#8220;I fatti di Ngawlé ci danno il sentore che la giustizia in Mauritania non ha ancora valore. I vecchi problemi &#8211; il land grabbing, la schiavitù e l&#8217;arresto arbitrario degli attivisti &#8211; non sono mai stati risolti. Il futuro della Mauritania è minacciato dal conflitto e dall&#8217;instabilità&#8221;, dice Abidine Ould-Merzough, membro del Direttivo dell&#8217;APM.</p>



<p>Il consiglio locale dei comuni esige la restituzione pacifica e incondizionata della terra. L&#8217;APM e diverse organizzazioni mauritane chiedono il rilascio dei detenuti e la fine degli espropri. La terra deve restare al popolo di Ngawlé&#8221;. Le autorità nazionali devono intervenire per fermare il land grabbing messo in atto dalle autorità locali&#8221;, chiede Ould-Merzough.</p>



<p>Già il 3 novembre, 13 persone sono state arrestate e diverse ferite durante le proteste per lo stesso motivo. Gli arresti sono stati effettuati anche il 21 novembre. Gli ultimi arrestati, appartenenti alla popolazione Peul e Haratin, sono attualmente detenuti nella prigione di Rosso, capoluogo della regione di Trarza. Uno dei detenuti è in condizioni critiche e si trova in ospedale a Rosso.</p>
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		<title>Le comunità indigene sono sempre più minacciate in tutto il mondo</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2021 07:06:44 +0000</pubDate>
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<p>Le comunità indigene sono sempre più minacciate in tutto il mondo. Lo sottolinea l&#8217;Associazione per i popoli minacciati (APM) in occasione della Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni (9 agosto). Sebbene il governo tedesco abbia dato segnali positivi con la recente ratifica della Convenzione 169 dell&#8217;ILO e l&#8217;approvazione della legge sulla catena<br>di approvvigionamento poco prima della fine della legislatura, ci sono pochi segni di speranza anche per i popoli indigeni d&#8217;Europa. I Sami nell&#8217;estremo nord della Norvegia, per esempio, temono per il loro sostentamento perché sul loro territorio sarà estratto il rame. La regione è il vivaio per l&#8217;allevamento di renne dei Sami. Inoltre, gli scarti della miniera di rame di Nussir saranno scaricati nel vicino Repparfjord, mettendo in pericolo lo stock di salmoni dei pescatori Sami. Il partner del progetto e acquirente del rame è la società tedesca Aurubis di Amburgo.</p>



<p>Ancora nel 1990, la Norvegia tra i primi stati al mondo aveva ratificato l&#8217;ILO 169 e si era così impegnata a rispettare i diritti dei Sami. Ciononostante, i permessi per l&#8217;estrazione del rame e per lo scarico dello strato di copertura sono stati quasi completati senza il consenso di tutti i Sami interessati. Allo stesso tempo, lo stock di salmone<br>atlantico è stato gravemente danneggiato dall&#8217;inquinamento delle acque negli anni &#8217;70, quando il rame veniva già estratto e solamente ora aveva iniziato a riprendersi. Ufficialmente sarebbe in corso un dialogo tra le società Nussir ASA, Aurubis e i Sami. Ma i pescatori e gli allevatori di renne dell&#8217;omonima regione del Nussir lo negano. La produzione di rame dovrebbe iniziare nel 2022.</p>



<p>Dall&#8217;altra parte del mondo, anche in Brasile si stanno votando nuove leggi, ma sono esplicitamente dirette contro le comunità indigene di quel paese. &#8220;Da settimane i popoli indigeni protestano davanti al palazzo del Congresso di Brasilia contro, tra le altre cose, il disegno di legge 2633/20, noto anche come legge sull&#8217;accaparramento delle terre, che è stato approvato ieri al Congresso. Viola la costituzione perché renderà molto più difficile completare le procedure di demarcazione in corso e aprirne di nuove. Queste procedure stabiliscono e riconoscono ufficialmente i confini dei territori indigeni. Le demarcazioni esistenti potrebbero anche essere invertite. Questo mette in pericolo anche i 178 territori che sono stati delimitati con il sostegno finanziario di molti stati tra cui la Germania. Un&#8217;altra legge, PDL 177/2021, permetterebbe al presidente Bolsonaro di ritirarsi dalla Convenzione 169 dell&#8217;ILO, che il Brasile ha ratificato nel luglio 2002.<br>Questo annullerebbe tutto ciò per cui gli indigeni hanno lottato negli ultimi 30 anni.</p>



<p>La Convenzione 169 dell&#8217;Organizzazione Internazionale del Lavoro dell&#8217;ONU (ILO 169) è finora l&#8217;unica norma internazionale che garantisce una protezione giuridicamente vincolante ai popoli indigeni. È stata ratificata solo da 24 stati, sei dei quali sono in Europa. Anche la Germania si è impegnata a rafforzare i diritti degli indigeni con il Supply Chain Act. Le aziende tedesche le cui attività possono influenzare la vita delle popolazioni indigene possono ora essere meglio sensibilizzate e ritenute responsabili delle loro azioni. Sono almeno 370 milioni le persone che nel mondo appartengono a 5000 popoli indigeni.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Thomas Sankara, il coraggio e la determinazione</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2020 08:13:24 +0000</pubDate>
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<p>Di Veronica Tedeschi</p>



<p>Sono mesi di grandi rivolte per l’Africa Subsahariana: in Costa d’Avorio molti manifestanti sono scesi in piazza contro la terza candidatura del presidente uscente Alassane Ouattara.<br>Segue la notizia riguardante la ricandidatura di Alpha Condé che a ben 82 anni ha annunciato di voler proseguire la sua presidenza in Guinea.</p>



<p>Sono giorni di grandi pensieri per gli amanti dell’Africa che vedono questo problema riproporsi negli anni, non sono mai servite le proteste di molti nè il coraggio di pochi.</p>



<p>In questo difficile contesto, un presidente su tutti – pochi anni fa &#8211; rivelò al mondo intero la sua avversione a queste dinamiche e cercò di ribellarsi ai suoi predecessori.</p>



<p>Thomas Sankara, presidente 34enne del Burkina Faso. Dal 1984 al 1987 governò il paese riuscendo a ribaltare alcune malsane consuetudini radicate negli apparati di governo.</p>



<p>La prima cosa che fece fu cambiare nome al suo Stato natale: da Alto Volta (nome affibbiatogli dal Congresso di Berlino) a Burkina Faso, in modo da creare un legame tra il Paese e la sua popolazione, i burkinabè (uomini integri).</p>



<p><em>Sono davanti a voi in nome di un popolo che ha deciso sul suolo dei propri antenati di affermare d’ora in avanti se stesso e farsi carico della propria storia. Oggi vi porto i saluti di un paese di 270 mila km quadrati in cui 7 milioni di bambini, donne e uomini si rifiutano di morire di ignoranza, fame e sete non riuscendo più a vivere una vita degna di essere vissuta</em> – Thomas Sankara all’Assemblea annuale Nazioni Unite, 4 ottobre 1984 –.</p>



<p>Il Burkina Faso in quegli anni era la quinta essenza di tutti i mali del mondo e proprio in quel momento Sankara ebbe il coraggio di parlare a nome di tutti i poveri africani, alzò la testa per riconquistare l’emancipazione e il diritto all’educazione che spettava al suo popolo. Come criterio base di governo pose la felicità: la politica aveva senso solo se rendeva felici. Felici dovevano essere i governati e non i governanti (una follia per quei tempi).</p>



<p>Con il probabile supporto dei servizi segreti esteri (che avevano seguaci in Africa, dalla Libera con Charles Taylor – che scappò da una prigione federale americana per finire, casualmente, in Liberia – al senatore Prince Johnson), il 15 ottobre 1987 Thomas Sankara fu ucciso da Blaise Campaorè, suo successore alla guida del Burkina Faso e fedele amico. Secondo alcune ricostruzioni, a seguito di un litigio tra i due amici, Campaoré avrebbe sparato due colpi, mortali, al petto di Sankara, che si sarebbe accasciato senza vita su una sedia. Compaoré ha sempre negato questa versione dei fatti, affermando inizialmente che quel giorno era a casa sua, malato, e che a uccidere il presidente fosse stata un&#8217;altra persona, salvo poi ritrattare, affermando che fu lui ad uccidere Sankara, ma che il colpo partì accidentalmente dalla pistola.</p>



<p>Le idee di Sankara minacciavano l’Occidente: era il primo governante a pensare al suo popolo. Quando lo uccisero nel suo conto in banca trovarono pochissimi soldi e un mutuo acceso per il pagamento della casa in cui viveva con la sua famiglia. Applicava a sé stesso un certo rigore, prima di applicare regole ai suoi cittadini, doveva essere il primo a rispettarle: voleva dimostrare che con tanta volontà un paese poteva cambiare, senza elemosinare niente a nessuno.</p>



<p><em>Non parlo solo in nome del Burkina Faso ma anche in nome di tutti coloro che soffrono in ogni angolo del mondo. Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o sono di culture diverse, considerati da tutti poco più che animali. Parlo in nome di quanti hanno perso il lavoro in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi, ridotti a percepire della vita solo il riflesso di quella dei più abbienti. Parlo in nome delle donne del mondo intero che soffrono sotto un sistema maschilista che le sfrutta. Le donne che vogliono cambiare hanno capito e urlano a gran voce che lo schiavo che non organizza la propria ribellione non merita compassione per la sua sorte. Questo schiavo è responsabile della sua sfortuna se nutre qualche illusione quando il padrone gli promette libertà. Parlo in nome delle madri dei nostri Paesi impoveriti che vedono i loro bambini morire di malaria o diarrea e che ignorano che esistono per salvarli dei mezzi semplici che la scienza delle multinazionali non offre loro preferendo investire nei laboratori cosmetici, nella chirurgia estetica a beneficio dei capricci di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dall’eccesso di calorie nei pasti così abbondanti e irregolari da dare le vertigini a noi che viviamo ai piedi del deserto.</em></p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Un pilastro dimenticato</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Feb 2020 08:01:23 +0000</pubDate>
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<p>di Cecilia Grillo</p>



<p>Come abbiamo già ricordato, gli UN <em>Guidelines Principles on business and human rights </em>delle Nazioni Unite (noti come UNGP o Ruggie <em>Principles</em>) sono stati sviluppati nel 2008 dal rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, John Ruggie, e approvati dal Consiglio dei diritti umani nel 2011.  </p>



<p>Gli
UNGP e i tre Pilastri hanno ricevuto riconoscimento e accettazione da
parte di Stati, Organizzazioni Internazionali, società civile e
multinazionali, assumendo il rango di <em>standard</em>
a livello internazionale in materia di imprese e diritti umani.</p>



<p>Il
terzo Pilastro, che tutela la garanzia dell’accesso a rimedi in
caso di violazione di diritti umani, ha un ruolo fondamentale con
specifico riferimento all’impatto sui diritti umani derivante dalle
attività delle imprese, sia in relazione all’obbligo degli Stati
di garantire l’accesso alla giustizia per le vittime di abusi, di
cui al terzo Pilastro, che all’obbligo dello Stato di proteggere
sancito dal primo Pilastro. La garanzia dell’accesso ad un rimedio
è un elemento chiave tramite cui lo Stato soddisfa il proprio
obbligo di proteggere gli individui dalle violazioni dei diritti
umani riconducibili alle attività delle imprese. 
</p>



<p>Infatti
anche laddove Stati e imprese faranno del loro meglio per attuare i
Principi Guida, gli impatti negativi sui diritti umani possono
comunque derivare dalle operazioni societarie. Pertanto, i soggetti
interessati devono essere in grado di chiedere un risarcimento
attraverso efficaci meccanismi di ricorso giudiziario e non
giudiziario. Il terzo Pilastro dei Principi guida stabilisce che tali
meccanismi possono essere rafforzati sia dagli Stati che dalle
imprese:</p>



<ul><li>come
	parte del loro dovere di protezione, gli Stati devono adottare le
	misure appropriate per garantire che, quando si verificano abusi, le
	vittime abbiano accesso a efficaci meccanismi giudiziari e non
	giudiziari;
	</li><li>devono
	essere previsti meccanismi operativi sia a livello nazionale sia
	facenti parte di iniziative <em>multistakeholder</em>
	o di istituzioni internazionali;
	</li><li>tutti
	i meccanismi di reclamo non giudiziari dovrebbero soddisfare i
	criteri chiave di efficacia essendo legittimi, accessibili,
	prevedibili, equi e trasparenti.
</li></ul>



<p>I
tre Pilastri hanno il ruolo fondamentale di proteggere, rispettare e
porre rimedio alle violazioni dei diritti umani, tuttavia il terzo
Pilastro, il cosiddetto “<em>Access
to Remedy”</em>,
è stato spesso definito quale Pilastro “dimenticato”. 
</p>



<p>Infatti
durante l’attuazione dei Principi Guida per mezzo di strumenti
quali <em>policy</em>
e regolamenti, l’enfasi è stata riposta essenzialmente sui primi
due Pilastri tralasciando il procedimento di accesso ai rimedi e non
considerando che, in assenza di meccanismi utilizzabili dalle vittime
sul piano interno o internazionale, il riconoscimento di tale diritto
rischierebbe di rimanere una semplice ‘lettera morta’.</p>



<p>Una
delle problematiche sollevate in relazione al terzo Pilastro dei
Principi Guida è rappresentata dalla sfida di fornire rimedi
efficaci per le vittime, in particolare rimedi giudiziari alle
vittime che hanno subito violazioni da parte di società
transnazionali che operano globalmente.</p>



<p>I
Principi Guida del terzo Pilastro paiono infatti più efficaci
nell’identificare un accesso inadeguato al rimedio giudiziario che
nel predisporlo, e si prefiggono di identificare gli ostacoli e
incoraggiare gli Stati a superarli, tuttavia non essendo in grado di
garantire tale concreta realizzazione nella pratica.</p>



<p>Il
Principio Guida no. 26 prevede che gli Stati debbano adottare misure
per garantire l’accesso da parte delle vittime ai rimedi, non
riuscendo tuttavia a fornire una guida chiara su come superare gli
ostacoli procedurali e sostanziali all’attuazione dei rimedi da
parte dello Stato e a elaborare “lacune di <em>governance</em>”
per assistere gli Stati nell’attuazione di meccanismi volti a
evitare che le loro imprese violino i diritti umani all’estero. 
</p>



<p>Essendo
tale Pilastro stato “dimenticato”, gli UNGP da soli non saranno
in grado di garantire l’accesso ai rimedi: il dovere di un’impresa
di rispettare i diritti umani risulta insignificante se alle vittime
non è dato accesso al rimedio in caso di violazione della legge
locale da parte della multinazionale stessa. E ancora, il dovere
dello Stato di proteggere dalle violazioni dei diritti umani
fallirebbe se le vittime non fossero in grado di contestare il
comportamento dello stesso assicurando che soddisfi gli <em>standard</em>
legislativi nazionali e internazionali. Gli UNGP avranno un impatto
limitato finché non saranno in grado di migliorare l’accesso ai
rimedi in caso di violazioni dei diritti umani.</p>



<p>L’obbligo
di proteggere che ricade in capo agli Stati richiede loro di
effettuare una attività di valutazione circa l’efficacia del
proprio sistema giuridico, al fine di individuare le barriere
esistenti e determinare le misure per eliminarle in modo da
consentire alle vittime di poter esercitare il proprio diritto di
accesso a rimedi effettivi ed efficaci.</p>



<p>Infatti,
il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani ha
dichiarato che le vittime “<em>should
be able to seek, obtain and enforce bouquet of remedies”,</em>
sottolineando che ciò che è fondamentale è che sia i meccanismi
giudiziari che quelli non giudiziari dovrebbero essere in grado di
“<em>providing
effective remedies in practice</em>”:
è urgente mettere in atto uno sforzo concreto per sviluppare e
proteggere solidi rimedi in relazione alle violazioni dei diritti
umani legati alle attività di impresa.</p>



<p>Si
è sempre maggiormente sviluppato, da parte degli attori
internazionali, un <em>focus</em>
sul terzo Pilastro, ad esempio, l’Ufficio dell’Alto commissariato
delle Nazioni Unite per i diritti umani ha istituito il progetto
“Responsabilità e rimedi” che esamina le barriere che i
denuncianti devono affrontare nell’accedere alla giustizia e nel
vedere i propri diritti garantiti per mezzo dei rimedi attuati dalle
imprese, fornendo oltretutto esempi di meccanismi non giudiziari che
possono essere implementati dagli Stati, quali “ispettorati del
lavoro; tribunali del lavoro; organismi di protezione della <em>privacy</em>
e dei dati; l’istituzione di mediatori statali; enti di salute e
sicurezza pubblica; e istituzioni nazionali per i diritti umani”. 
</p>



<p>Nonostante
molti <em>stakeholders</em>
si siano concentrati sulla costruzione di meccanismi non giudiziari
più resistenti, questi ultimi sovente non sono stati in grado di
soddisfare le esigenze dei soggetti e delle comunità interessate. La
progettazione e l’implementazione di meccanismi di reclamo non
giudiziari sia statali che aziendali hanno creato limitazioni in
materia di applicazione, indipendenza e trasparenza degli stessi. 
</p>



<p>Ad
esempio, la ricerca condotta dall’OCSE Watch sul sistema relativo
ai punti di contatto nazionali (PCN) evidenzia le scarse prestazioni
dell’organismo nella gestione dei reclami in materia di diritti
umani, sussistendo una serie di barriere pratiche e procedurali
all’interno del sistema PNC tra cui, <em>inter
alia</em>,
mancanza di accessibilità, imparzialità, conformità con le
tempistiche procedurali e trasparenza: dopo quasi 20 anni di
attività, il sistema PNC non è riuscito a fornire una via di
ricorso efficace per le vittime di violazioni dei diritti umani da
parte delle società.</p>



<p>E
ancora, se è vero che sono stati implementati piani d’azione
nazionale (PAN) in materia di imprese e diritti umani, è anche vero
che la maggior parte dei PAN pubblicati non sia stata in grado di
garantire adeguate protezioni dei diritti umani e che generalmente
fornisca misure inadeguate al fine di garantire l’accesso a ricorsi
giudiziari. 
</p>



<p>Certamente
le barriere giuridiche e procedurali rendono difficile l’attuazione
dei rimedi giudiziari, inclusi i costi delle controversie, le
scadenze temporali per la presentazione di richieste di risarcimento,
nonché le questioni che incidono sulla competenza permanente ed
extraterritoriale, tuttavia gli Stati sono tenuti ad esplorare le
opportunità presenti al fine di rafforzare e sviluppare legislazioni
e politiche in grado di superare tali ostacoli.</p>



<p>In
quanto membri della società civile è necessario appoggiare lo
sviluppo di soluzioni praticabili in grado di abbattere le barriere
(<em>i.e.</em>
la responsabilità limitata delle società madri per le azioni delle
loro filiali) ed attuare forme efficaci di rimedio. 
</p>



<p>I
Principi Guida dovrebbero stabilire rimedi globali che siano
giuridicamente vincolanti e coerenti con gli obblighi in materia di
diritti umani degli Stati e delle imprese sia nello stato ospitante
che nello Stato di origine. 
</p>



<p>La
più grande minaccia per gli UNGP è se tali rimedi rimarranno
dimenticati, se gli Stati non riusciranno a garantire la protezione o
l’estensione di forti meccanismi giudiziari e le imprese ad
allineare i propri processi agli <em>standard</em>
internazionali sui diritti umani. Non ci sono diritti senza rimedi:
gli Stati devono guidare a garantire che i rimedi non siano più
illusori, ma reali.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Sfruttamento del lavoro minorile: nel mirino i colossi hi-tech</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 06:58:41 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>S</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="1024" height="575" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE-1024x575.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13489" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE-1024x575.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE-768x431.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1076w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p>di
Fabiana Brigante</p>



<p>
La categoria di
lavoratori minorenni comprende individui troppo giovani per lavorare
o coinvolti in attività pericolose che possono comprometterne lo
sviluppo fisico, mentale, sociale o educativo. Nei paesi non
industrializzati, poco più di un bambino su quattro (dai 5 ai 17
anni) è impegnato in un lavoro che è considerato dannoso per la
salute e lo sviluppo. 
</p>



<p>Non
esiste una definizione unica ed esaustiva di lavoro minorile: sono
generalmente presi in considerazione diversi indicatori per
comprendere se una determinata attività possa essere o meno
ricompresa in questa categoria. Gli elementi da tenere in
considerazione sono, tra gli altri, l’età del bambino, il tipo di
attività da lui svolta e il numero di ore in cui viene impiegato,
nonché le condizioni alle quali il lavoro viene svolto. La risposta
varia da paese a paese, ed anche tra i diversi settori produttivi
all’interno dei singoli paesi.</p>



<p>Ciò
che è certo è che l’eradicazione del lavoro minorile deve essere
perseguita con la massima determinazione. Sul punto, diversi sono gli
strumenti internazionali che sottolineano la libertà dal lavoro
minorile quale valore universale e fondamentale. Tra questi, vale la
pena menzionare  la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti
dell&#8217;infanzia, la Convenzione n. 138 dell’Organizzazione
Internazionale del Lavoro (OIL) relativa all’età minima per
l’ammissione al lavoro e la successiva Raccomandazione n. 146
(1973), la Convenzione OIL n. 182 concernente il divieto e l’azione
immediata per l’eliminazione delle peggiori forme di lavoro
minorile e la Raccomandazione n. 190 (1999). 
</p>



<p>Questi
strumenti inquadrano il concetto di lavoro minorile e costituiscono
la base della legislazione su tale tema adottata dai paesi firmatari.

</p>



<p>Anche
l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile comprende un rinnovato
impegno globale a porre fine a questo fenomeno. In particolare,
l’Obiettivo 8.7 invita la comunità globale ad “adottare misure
immediate ed efficaci per sradicare il lavoro forzato, porre fine
alla schiavitù moderna e alla tratta di esseri umani e garantire il
divieto ed eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile,
incluso il reclutamento e l’impiego di bambini soldato, nonché
porre fine entro il 2025 al lavoro minorile in ogni sua forma”.</p>



<p>Malgrado
ciò, le stime globali fornite dall’Organizzazione Internazionale
del Lavoro e da organizzazioni quali UNICEF dimostrano come il lavoro
minorile rimanga ancora oggi una piaga endemica. La sua eliminazione
richiede sia riforme economiche e sociali, sia la cooperazione attiva
di governi, organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro,
imprese, organizzazioni internazionali e società civile in generale.</p>



<p>Stando
ai  dati forniti, sono 152 milioni i bambini &#8211; 64 milioni di ragazze
e 88 milioni di ragazzi  &#8211; che lavorano a livello globale,
rappresentando quasi uno su dieci in tutto il mondo. Tra questi,
circa la metà svolge un lavoro pericoloso che mette direttamente in
pericolo la propria salute, sicurezza e sviluppo morale. Una analisi
più ampia che comprende sia il lavoro minorile che le forme di
lavoro consentite che coinvolgono bambini in età lavorativa legale
mostra che i minori impiegati sono 218 milioni. Il fenomeno non
risparmia di certo l’Italia, dove solo
negli ultimi due anni sono stati accertati più di 480 casi di
illeciti riguardanti l’occupazione irregolare di bambini e
adolescenti,
sia italiani che stranieri.</p>



<p>Nella
stregua lotta al lavoro minorile sono finiti nell’occhio del
ciclone di recente alcuni colossi dell’industria tecnologica. 
</p>



<p>Il
12 dicembre l’organizzazione <em>International
Rights Advocates </em>(IRA)
ha intentato un’azione legale presso la Corte Federale del
Distretto di Columbia negli Stati Uniti per la morte di numerosi
bambini e ragazzi impiegati nell’estrazione di cobalto nella
Repubblica Democratica del Congo. Ad essere citate in giudizio sono
le aziende <em>Apple,
Alphabet</em>
(<em>Google</em>),
<em>Dell</em>,
<em>Microsoft</em>
e <em>Tesla</em>,
accusate di aver favorito consapevolmente l’impiego di lavoro
minorile nelle miniere di cobalto e di aver ottenuto significativi
vantaggi finanziari dalla diffusa estrazione illegale di cobalto da
parte dei piccoli lavoratori congolesi.</p>



<p>Non
è un caso che sia proprio la Repubblica Democratica del Congo ad
ospitare questo scenario macabro; qui si trovano i più grandi
depositi al mondo di cobalto, un elemento essenziale nelle batterie
ricaricabili agli ioni di litio utilizzate nei dispositivi
elettronici che le citate aziende producono. Il boom tecnologico ha
causato un aumento esponenziale della domanda di cobalto; la sua
estrazione nella Repubblica democratica del Congo avviene in
condizioni estremamente pericolose, (anche) ad opera di bambini e
ragazzi pagati un dollaro o due al giorno. 
</p>



<p>I
querelanti hanno fondato le proprie doglianze sul <em>Trafficking
Victims Protection Reauthorization Act </em>(TVPRA).</p>



<p>Secondo
quanto riferito dai membri di <em>International
Rights Advocates</em>,
questa causa rappresenta il frutto di ricerche e collezione di dati
durati diversi anni. L’organizzazione avrebbe documentato come
bambini e ragazzi fossero regolarmente costretti a svolgere lavori
minerari a tempo pieno, estremamente pericolosi e a discapito della
propria istruzione e del proprio futuro. Nelle 79 pagine di citazione
si susseguono le storie di bambini e ragazzi costretti dalla povertà
estrema a lasciare la scuola e perseguire l’unica opzione economica
percorribile nella loro regione: diventare minatori di cobalto.
Questo ampio settore comprende bambini che si recano nelle aree in
cui si trova il cobalto e usano strumenti primitivi per estrarre
questo minerale senza alcuna attrezzatura di sicurezza. Inoltre, la
mancanza di supporto strutturale nelle gallerie dove tale attività
viene svolta causa frequenti collassi dei tunnel, causando le
mutilazioni o la morte dei piccoli lavoratori, i cui corpi restano
intrappolati nelle macerie e mai recuperati.</p>



<p>Una
tra i querelanti, nominata Jane Doe 1 nei documenti depositati presso
la corte distrettuale, afferma che suo nipote era costretto a cercare
lavoro nelle miniere di cobalto quando era un bambino piccolo a causa
dell’impossibilità per la famiglia di pagare la sua retta
scolastica mensile di 6 dollari. La ricorrente riferisce che il
minore stava lavorando in una miniera gestita da <em>Kamoto
Copper Company</em>,
controllata da <em>Glencore</em>,
 quando il crollo del tunnel lo ha sepolto vivo. La famiglia sostiene
di non aver mai recuperato il suo corpo.</p>



<p>Un
altro bambino, indicato nei documenti come John Doe 1, afferma di
aver iniziato a lavorare nelle miniere a nove anni. Stava portando
sacchi di rocce di cobalto per 0,75 dollari al giorno quando è
caduto in un tunnel. Dopo essere stato recuperato dai compagni di
lavoro, afferma di essere stato lasciato solo per terra nel sito
minerario fino a quando i suoi genitori non hanno saputo
dell’incidente e sono accorsi ​​per aiutarlo. Questo incidente
gli ha provocato una paralisi che gli impedirà di camminare per il
resto della sua vita.</p>



<p>Dai
siti internet delle aziende citate in giudizio emerge che tutte
avevano adottato codici di condotta che vietavano ai subfornitori
l’impiego di lavoro minorile. Alcune tra le aziende citate hanno
rilasciato dichiarazioni in merito alle accuse che gli sono state
mosse. Tra queste, <em>Dell</em>&nbsp;ha
dichiarato di essere “impegnata
nel reperimento responsabile&nbsp;di
minerali” e di sostenere
i diritti umani&nbsp;dei
propri lavoratori a qualsiasi livello catena di approvvigionamento,
trattandoli “con dignità e rispetto”. 
</p>



<p>Allo
stesso modo, Google
ha sottolineato che la propria <em>due
diligence</em>
prevede un severo divieto per i fornitori di servirsi di lavoro
minorile. 
</p>



<p>I
giudici saranno chiamati ad accertare se le imprese citate in
giudizio fossero a conoscenza di quanto avveniva nelle miniere di
proprietà dei propri fornitori di cobalto. Come specificano anche i
Principi Guida ONU su imprese e diritti umani, le imprese hanno
infatti il dovere di identificare, nell’ambito delle proprie
attività, le aree generali in cui il rischio di impatti negativi sui
diritti umani è significativo, a causa del contesto operativo di
determinati fornitori o clienti, delle operazioni particolari, dei
prodotti o servizi coinvolti, al fine di prevedere possibili
violazioni. 
</p>
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		<title>Hong Kong al voto dopo le proteste</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Nov 2019 08:47:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Hong Kong protesta. La miccia è stato un emendamento sulle estradizioni, quella pratica per cui uno Stato consegna a un altro Stato un individuo che si trova nel suo territorio, ma&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/11/23/hong-kong-al-voto-dopo-le-proteste/">Hong Kong al voto dopo le proteste</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<p>di
Alessandra Montesanto 
</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/proteste-Hong-Kong-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13290" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/proteste-Hong-Kong-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/proteste-Hong-Kong-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/proteste-Hong-Kong-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/proteste-Hong-Kong.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2000w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>HONG KONG, HONG KONG &#8211; JUNE 12:  A protester makes a gesture during a protest on June 12, 2019 in Hong Kong China. Large crowds of protesters gathered in central Hong Kong as the city braced for another mass rally in a show of strength against the government over a divisive plan to allow extraditions to China. (Photo by Anthony Kwan/Getty Images)</figcaption></figure>



<p>Hong
Kong protesta. La miccia è stato un emendamento sulle estradizioni,
quella pratica per cui uno Stato consegna a un altro Stato un
individuo che si trova nel suo territorio, ma che è oggetto di
azione penale nell&#8217;altro e Hong Kong ha accordi on circa 20 Paesi, ma
non con la Cina e questo ha significato una serie di violazioni dei
diritti umani in quanto la regione avrebbe obbligato la consegna,
alla Cina appunto, di persone indagate da Pechino per alcuni reati.
Molti hanno visto in questo la volontà, da parte del governo cinese,
di colpire ancora una volta i dissidenti politici rifugiatisi a Hong
Kong. 
</p>



<p>I
manifestanti sono scesi in piazza lo scorso 9 giugno al grido dello
slogan “Cinque richieste, non una di meno” che sono:  il ritiro
della legge sulle estradizioni (avvenuto il 24 ottobre 2019);
l&#8217;istituzione di una Commissione indipendente di inchiesta sulle
violenze della Polizia; il suffragio universale; il rilascio e
l&#8217;amnistia per i manifestanti agli arresti e la cancellazione per
loro dell&#8217;appellativo di “rivoltosi”.</p>



<p> I
manifestanti, inoltre, accusano l&#8217;ex colonia britannica di aver
provocato l&#8217;ultima escalation di violenze per annullare la chiamata
al voto amministrativo del prossimo 24 novembre con cui si scelgono i
rappresentanti dei 18 consigli distrettuali della regione: tali
consiglieri hanno responsabilità a livello locale e costituiscono la
parte democraticamente eletta dal comitato che nomina il governatore,
l&#8217;altra metà è indicata da Pechino. Il Presidente cinese, Xi
Jinping, vorrebbe far dimettere anticipatamente la governatrice di
Hong Kong, Carrie Lam, mentre la stessa cercherà in extremis, di far
posticipare l&#8217;appuntamento elettorale. Le elezioni saranno, comunque,
un test per saggiare l&#8217;opinione pubblica di Hong Kong in tema di
autonomia.</p>



<p>Sul 7, l&#8217;allegato del Corriere della Sera del 22 novembre, l&#8217;artista, dissidente e attivista Ai WeiWei ha dichiarato che le proteste sono l&#8217;inizio di una rivoluzione: “&#8230;Questa rivoluzione chiede una nuova libertà. Una libertà dalla struttura globale della globalizzazione che ha reso il mondo così diviso e che risulta da così tante disgrazie che hanno colpito un grandissimo numero di persone a causa dell&#8217;avidità delle multinazionali mosse solo dal desiderio di fare profitto, connesse a regimi brutali e fuorilegge. La lotta a Hong Kong non finirà finché il desiderio di libertà della gente non sarà soddisfatto. Pechino, come sempre, sta sbagliando i calcoli. Con questo modo di pensare, la Cina &#8211; ma anche l&#8217;Occidente – dovranno fronteggiare ostacoli terribili nello sviluppo della società. La Storia ricorderà coloro che stanno combattendo per questa rivoluzione, e ricorderà anche coloro che hanno tradito i valori comuni e sacrificato la vita di questi giovani”.  </p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;: avvicinamento agli UN Guidelines Principles on business and human rights</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Nov 2019 08:39:18 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="781" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/94474-1024x781.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13242" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/94474-1024x781.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/94474-300x229.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/94474-768x586.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/94474.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1300w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>di Cecilia Grillo</p>



<p>Per diritti umani si intende l’insieme di diritti, disposizioni di legge e libertà fondamentali che spettano&nbsp;all’individuo in quanto tale&nbsp;e il&nbsp;cui&nbsp;riconoscimento&nbsp;permette all’uomo,&nbsp;all’individuo,&nbsp;di poter condurre un’esistenza dignitosa e libera, sviluppando armonicamente la propria personalità e le proprie aspirazioni. I&nbsp;diritti umani&nbsp;sono&nbsp;quei diritti riconosciuti&nbsp;all’individuo&nbsp;semplicemente&nbsp;sulla&nbsp;base alla sua appartenenza al genere umano&nbsp;e&nbsp;che&nbsp;non&nbsp;possono essere&nbsp;oggetto di&nbsp;alcuna&nbsp;decisione&nbsp;governativa&nbsp;arbitraria.</p>



<p>Dei diritti umani fanno parte&nbsp;il diritto&nbsp;alla vita&nbsp;e alla sicurezza fisica,&nbsp;il&nbsp;diritto&nbsp;alla libertà di pensiero,&nbsp;il diritto di espressione e di libertà religiosa, libertà di associazione e di movimento,&nbsp;il&nbsp;diritto all’istruzione e al lavoro, alla vita familiare e alla privacy, al cibo e all’acqua, alla privazione&nbsp;dalla tortura, dalla schiavitù o&nbsp;dal&nbsp;lavoro forzato,&nbsp;il dirittoa condizioni&nbsp;lavorative&nbsp;eque e dignitose e&nbsp;alla&nbsp;non discriminazione.</p>



<p>Questi e altri diritti umani riconosciuti a livello internazionale sono enunciati nella Dichiarazione universale&nbsp;dei&nbsp;diritti umani, adottata dalle Nazioni Unite in seguito alle atrocità&nbsp;commesse&nbsp;durante il&nbsp;corso della seconda guerra mondiale.&nbsp;Tali&nbsp;diritti umani sono&nbsp;statielaborati in modo più dettagliato in due convenzioni internazionali&nbsp;redatte dalle Nazioni Unite (the&nbsp;<em>International&nbsp;</em><em>Covenant</em><em>&nbsp;on&nbsp;</em><em>Civil</em><em>&nbsp;and&nbsp;</em><em>Political</em><em>&nbsp;</em><em>Rights</em>&nbsp;e&nbsp;the&nbsp;<em>International&nbsp;</em><em>Covenant</em><em>&nbsp;on&nbsp;</em><em>Economic</em><em>, Social and Cultural&nbsp;</em><em>Rights</em>) e nella&nbsp;<em>Declaration</em><em>&nbsp;on&nbsp;</em><em>Fundamental</em><em>&nbsp;</em><em>Rights</em><em>&nbsp;and&nbsp;</em><em>Principles</em><em>&nbsp;</em><em>at</em><em>&nbsp;Work of the International&nbsp;</em><em>Labour</em><em>Organization</em>.</p>



<p>Le imprese possono essere promotrici di effetti positivi rispetto alla salvaguardia dei diritti umani: alcune tutelano il rispetto dei diritti umani in modo specifico, come ad esempio attraverso il sostegno della libertà di espressione per mezzo di tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sostegno alla salute rendendo disponibili e accessibili nuovi farmaci o promuovendo lo sviluppo di comunità locali. Ma possono anche essere coinvolte nello sviluppo di impatti negativi che comportano la violazione di tali diritti, come ad esempio la previsione di condizioni lavorative non sicure o la sottrazione alle comunità locali delle terre e dei mezzi di sussistenza di cui queste necessitano, senza attuazione del dovuto processo di compensazione.</p>



<p>A seguito dei&nbsp;gravi abusi&nbsp;commessi dalle imprese&nbsp;negli ultimi decenni, la società civile ha&nbsp;richiesto&nbsp;alle&nbsp;multinazionali&nbsp;di&nbsp;agire nel rispetto delle normative in tema di diritti umani. Nel corso degli anni ‘90&nbsp;organizzazioni non governative&nbsp;hanno cominciato a condurre campagnedi protesta volte a contrastare i fenomeni legati al lavoro minorile, agli&nbsp;abusi&nbsp;all’interno delle catene&nbsp;di approvvigionamento di importanti aziende di abbigliamento e calzature e agli abusi commessi&nbsp;da compagnie minerarie, petrolifere e&nbsp;fornitrici&nbsp;di&nbsp;gas.</p>



<p>Nel tentativo di porre fine a tali violazioni, nel 2000, le Nazioni Unite hanno istituito il <em>Global Compact</em>, “un’iniziativa politica volontaria per le imprese impegnate ad allineare le loro operazioni e strategie con &#8230; [nove] principi universalmente accettati nei settori dei diritti umani, del lavoro e dell’ambiente”. Nel 2004 è stato inoltre aggiunto un decimo principio in riferimento alla lotta alla corruzione.</p>



<p>Le imprese che&nbsp;partecipano al Global Compact&nbsp;sono tenute a riferire pubblicamente&nbsp;le misure adottate per&nbsp;conformarsi&nbsp;a tali principi, tuttavia, come&nbsp;viene&nbsp;affermatonello stesso Global Compact, non&nbsp;trattandosi di&nbsp;uno strumento giuridicamente vincolante né&nbsp;“di&nbsp;uno strumento&nbsp;di&nbsp;valutazione o di prestazione”, non&nbsp;produce&nbsp;efficacia obbligatoria nei confronti delle imprese che hanno optato per&nbsp;la sua&nbsp;adozione.</p>



<p>Nel 2005, la Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha&nbsp;avanzato richiesta&nbsp;al Segretario generale delle Nazioni Unite&nbsp;affinché nominasse&nbsp;un rappresentante speciale per&nbsp;il settore imprese e&nbsp;diritti umani. Il segretario generale Kofi Annan ha&nbsp;così designato&nbsp;il professor John&nbsp;Ruggie&nbsp;dell’Università di Harvard come rappresentante speciale,&nbsp;il quale,&nbsp;dopo aver&nbsp;condotto ricerche e consultazioni approfondite con esperti e rappresentanti di governi, imprese e società civile in&nbsp;varie regioni del mondo, nel 2008&nbsp;ha proposto al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite&nbsp;un “quadro politico per la gestione delle imprese e dei diritti umani&nbsp;[&#8230;]&nbsp;basato su tre pilastri: il dovere dello Stato di proteggere dalle violazioni dei diritti umani da parte di terzi, comprese le imprese; la responsabilità aziendale di rispettare i diritti umani; e un maggiore accesso delle vittime a rimedi effettivi, giudiziarie non giudiziari”.&nbsp;Il Consiglio ha accolto con favore&nbsp;tale strumento&nbsp;e ha incaricato&nbsp;il professor&nbsp;Ruggie&nbsp;di formularedelle&nbsp;raccomandazioni&nbsp;volte a&nbsp;renderlo&nbsp;operativo e&nbsp;a rafforzarlo.</p>



<p>Sono così stati redatti&nbsp;i&nbsp;<em>Guiding</em><em>&nbsp;</em><em>Principles</em><em>&nbsp;on Business and Human&nbsp;</em><em>Rights</em>,&nbsp;approvati dal&nbsp;Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani&nbsp;nel 2011.&nbsp;La disciplina dei&nbsp;Guidelines&nbsp;Principles&nbsp;è caratterizzata&nbsp;dal dovere dello Stato di proteggere dalle violazioni dei diritti umani, dalla responsabilità aziendale nel rispettare&nbsp;tali diritti, con la previsione di&nbsp;un&nbsp;più ampio&nbsp;accesso delle vittime a rimedi efficaci.&nbsp;</p>



<p>Uno dei maggiormente riconosciuti&nbsp;contributi dei Principi Guida è stato quello di stabilire chiaramente i doveri degli Stati e le responsabilità delle società per garantire che le imprese operino nel rispetto dei diritti umani: il primo pilastro è inerente al dovere dello Stato di proteggere i diritti umani contro gli abusi&nbsp;condotti&nbsp;da parte di terzi, comprese le imprese, attraverso adeguate politiche,&nbsp;leggi, regolamenti e decisioni.</p>



<p>Il secondo pilastro è relativo alla responsabilità aziendale concernente il rispetto dei diritti umani, con la previsione della dovuta diligenza nell’azione per evitare di incorrere in violazioni di diritti umani ed eventualmente per affrontare i possibili impatti negativi. Infine, il terzo e ultimo pilastro si riferisce alla necessità di un più ampio accesso a rimedi efficaci, sia giudiziari che non giudiziari, per le vittime di abusi dei diritti umani commessi da parte delle imprese.</p>



<p>La responsabilità aziendale nel rispetto dei diritti umani, come stabilito nel&nbsp;secondo pilastro dei Principi Guida, è uno standard di condotta per le aziende. I Principi Guida chiariscono che le aziende dovrebbero disporre di:-&nbsp;una dichiarazione del loro impegno politico nelrispettare&nbsp;i diritti umani;-&nbsp;un processo di&nbsp;<em>due&nbsp;</em><em>diligence</em>&nbsp;sui diritti umani per:•&nbsp;valutare l’impatto reale e potenziale sui diritti umani&nbsp;rispetto all’attività svolta dall’impresa;•&nbsp;integrare i risultati e agire per prevenire o mitigare potenziali impatti;•&nbsp;tenere traccia&nbsp;dell’andamento della società;•&nbsp;dare comunicazione dell’andamento della società;-&nbsp;processi per&nbsp;fornire un&nbsp;rimedio a coloro che sono stati danneggiati, nel caso in cui la società causi o contribuisca a un impatto negativo&nbsp;in relazione aspecifici diritti umani.</p>



<p>I 31 principi&nbsp;evidenziano&nbsp;le aspettative degli stati e delle aziende su come prevenire e affrontare gli impatti negativi&nbsp;e la violazione di&nbsp;diritti umani da parte delle imprese. I Principi Guida si&nbsp;applicano a tutti gli stati e&nbsp;a&nbsp;tutte le attività commerciali&nbsp;a livello globale&nbsp;e oggi vengono implementati da aziende, governi e soggetti interessati.</p>



<p>L’implementazione della responsabilità aziendale nel rispetto dei diritti umani&nbsp;tuttavia richiede tempistiche piuttosto lunghe, non considerando&nbsp;il contesto operativo, le attività e&nbsp;i rapporti commerciali in continua evoluzione e cambiamento:&nbsp;la realizzazione di tale&nbsp;implementazione&nbsp;è un processo&nbsp;in continuo sviluppo.</p>



<p>I&nbsp;passaggi definiti nei Principi Guida consentono alle aziende di conoscere e dimostrare&nbsp;di aver condotto&nbsp;tutti gli&nbsp;steps&nbsp;richiesti e gli sforzi adeguati&nbsp;al fine di far fronte alla responsabilità inerente alla possibile violazione di diritti umani. La continua richiesta alle&nbsp;aziende&nbsp;di&nbsp;conoscere e&nbsp;individuare i progressi&nbsp;nella loro performance in materia di diritti umani ha rafforzato le&nbsp;domande, sia in termini qualitativi&nbsp;che quantitativi, in merito a&nbsp;relazioni&nbsp;e reports&nbsp;aziendali a tal&nbsp;riguardo.</p>



<p>I Principi Guida&nbsp;sottolineano come&nbsp;tutte le&nbsp;impreseabbiano&nbsp;responsabilità&nbsp;nel&nbsp;rispettare i diritti umani, il che significa evitare di&nbsp;produrre&nbsp;impatti negativi&nbsp;su tali diritti&nbsp;e&nbsp;porre rimedio a&nbsp;questi ultimi&nbsp;laddove si&nbsp;dovessero verificare.&nbsp;Tale&nbsp;responsabilità si applica alle operazioni&nbsp;d’impresa compiute dalle aziende stesse&nbsp;e&nbsp;in relazione&nbsp;a tutti i loro rapporti commerciali, compresi quelli&nbsp;inerentialla&nbsp;loro catena&nbsp;di&nbsp;fornitura.</p>



<p>Sebbene il dovere primario di proteggere i diritti umani spetti ai governi nazionali, le aziende hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani nelle rispettiveoperazioni. Il Principio Guida n.11 afferma: “<em>Business enterprises should respect human rights.  This means that they should avoid infringing on the human rights of others and should address adverse human rights impacts with which they are involved</em>”. Il commentario ufficiale ai Principi Guida in tema di business e human rights, approvato dal Consiglio dei diritti umani delle NazioniUnite, specifica: “<em>The responsibility to respect human rights is a global standard of expected conduct for all business enterprises wherever they operate&#8230;[It] exists over and above compliance with national laws and regulations protecting human rights</em>”.</p>



<p>A risposta&nbsp;ad&nbsp;alcune critiche,&nbsp;secondo le&nbsp;quali le normative sui diritti umani sarebbero applicabili solo ai governi e non al settore privato,&nbsp;il preambolo della Dichiarazione universale dei diritti umani esorta “ogni individuo e ogni organo della società”&nbsp;a promuovere e rispettare i diritti umani. Louis&nbsp;Henkin, uno dei principali studiosi&nbsp;di diritto internazionale&nbsp;e diritti umani, ha osservato:&nbsp;ogni individuo e ogni organo della società non esclude nessuno, nessuna azienda, nessun mercato, nessun cyberspazio. La Dichiarazione universale si applica a tutti.<br></p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Toxic Nicotine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2019 07:07:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cecilia Grillo Il 31 maggio 2019 il the Guardian ha pubblicato il report ‘I had pain all over my body: Italy’s tainted tobacco industry’. L’inchiesta del quotidiano britannico si concentra principalmente sull’accusa a&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Cecilia Grillo</p>



<p></p>



<p>Il
31 maggio 2019 il the Guardian ha pubblicato il report ‘<em>I
had pain all over my body: Italy’s tainted tobacco industry</em>’.</p>



<p>L’inchiesta
del quotidiano britannico si concentra principalmente sull’accusa a
tre dei colossi produttori di tabacco: Philip Morris, British
American Tobacco e Imperial Brands, che acquistano foglie di tabacco
raccolte da migranti africani; i lavoratori dell’industria
multimilionaria italiana spesso sottoposti a condizioni lavorative
inique e perpetuo sfruttamento.</p>



<p>Il
mercato del tabacco italiano &#8211; l’Italia è il principale produttore
di tabacco all’interno dell’Unione Europea; secondo quanto
riportato dall’organizzazione nazionale tabacco Italia (ONT), solo
nel 2017 il valore della produzione di tabacco raggiungeva i 149
milioni di euro (131 milioni di sterline) &#8211; è dominato
prevalentemente dalle tre multinazionali, che acquistano da
produttori locali. In particolare le tre imprese hanno acquistato tre
quinti del tabacco italiano nel 2017 (Philip Morris, da sola, 21.000
delle 50.000 tonnellate raccolte durante l’anno). 
</p>



<p>L’indagine
del the Guardian, durata tre lunghi anni, mette per la prima volta
sotto la lente di ingrandimento le condizioni lavorative e lo scarso
rispetto dei diritti umani a cui sono sottoposti i lavoratori
dell’industria del tabacco in Italia, ripercorrendo la catena di
approvvigionamento fino ad arrivare alla raccolta delle foglie di
tabacco. 
</p>



<p>La
Campania, regione produttrice di quasi la metà del tabacco italiano,
è al centro dell’inchiesta inglese. I bambini che lavorano nei
contadi campani dichiarano di essere stati sottoposti a condizioni
lavorative disumane: più di 12 ore di lavoro al giorno, mancanza di
contratti e di qualsiasi genere di attrezzatura sanitaria e di
sicurezza, salari irrisori.</p>



<p>Le
imprese sono tenute a valutare,  in linea con gli obblighi di dovuta
diligenza connessi al rispetto dei diritti umani da parte delle
società controllanti stabiliti negli UNGPs, non solo gli impatti
diretti provocati dalla propria attività, ma anche quelli generati
dalle attività delle loro catene di approvvigionamento sottoponendo
al vaglio gli aspetti di responsabilità aziendale e diritti umani
nella gestione della catena di fornitura, al fine di prevenire i
relativi rischi e ridurre gli impatti negativi.</p>



<p>Le
tre multinazionali intervistate hanno tuttavia riferito ai
giornalisti del The Guardian di acquistare i prodotti necessari da
fornitori che operano secondo un rigoroso codice etico e di condotta,
anche al fine di assicurare un trattamento equo ai lavoratori, di non
aver riscontrato alcun abuso e che avrebbero indagato su eventuali
reclami portati alla loro attenzione.</p>



<p>Didier,
uno dei lavoratori intervistati dal quotidiano britannico,
neo-diciottenne nato e cresciuto in Costa d’Avorio e coltivatore di
tabacco a Capua Vetere, nei pressi della città di Caserta, ha
riferito: “Mi sono svegliato alle 4 del mattino. Abbiamo iniziato
alle 6 del mattino, il lavoro è stato estenuante. Faceva molto caldo
all’interno della serra e non avevamo contratti”.</p>



<p>Le
testimonianze rispetto allo sfruttamento del lavoro minorile non
provengono solo dal The Guardian, ma anche da organizzazioni quali
Ilo, Human Rights Watch, il Dipartimento del Lavoro del Governo degli
Stati Uniti; le stesse multinazionali produttrici tabacco hanno
confermato di volersi impegnare per ridurre lo sfruttamento dei
lavoratori.</p>



<p>L’Ilo
denuncia il fenomeno dello sfruttamento minorile dell’industria
produttrice di tabacco principalmente nelle regioni dell’Asia,
Centro America e Africa dove i numeri dei lavoratori superano il
milione (fra cui 300 mila minori di 14 anni). Qui i compensi si
aggirano intorno ai 400 dollari l’anno, ossia 30 centesimi per kg
di foglie (ogni kg di foglie di tabacco corrisponde a circa 1200
sigarette).</p>



<p>L’allarme
del The Guardian e delle molteplici associazioni umanitarie non si
sofferma solo sullo sfruttamento dei lavoratori nell’ambito della
produzione di tabacco, ma pone l’accento anche sulle conseguenze
sanitarie che tale industria produce soprattutto nei confronti dei
minori che, lavorando a stretto contatto con le foglie di tabacco e
con altre sostanze nocive (diserbanti e pesticidi) rischiano di
essere compromessi nel proprio sviluppo neurologico.</p>



<p>Human
Rights Watch in “<em>The
Harvest is in My Blood</em>”,
report che analizza gli effetti del tabacco sulla salute,
sull’ambiente e sui lavoratori, evidenzia come studi e analisi
dimostrino che qualsiasi lavoro che implichi un contatto diretto con
il tabacco in qualsiasi forma dovrebbe essere vietato ai bambini: la
nicotina è presente in tutte le parti delle piante e delle foglie di
tabacco, durante tutte le fasi della produzione: i lavoratori
assorbono la nicotina attraverso la pelle mentre maneggiano il
tabacco, in particolare quando la pianta è bagnata. 
</p>



<p>Diversi
studi hanno rilevato che i lavoratori di tabacco adulti non fumatori
hanno livelli di nicotina nei loro organismi equivalenti a quelli dei
fumatori, l’esposizione costante alla tossina della nicotina è
stata associata a conseguenze negative permanenti sullo sviluppo
celebrale. 
</p>



<p>Anche
se gli effetti a lungo termine del lavoro a stretto contatto con il
tabacco in età infantile non sono ancora supportati da studi
scientifici, nel report di Human Rights Watch viene evidenziato,
anche sulla base di indagini sperimentali, come l’esposizione alla
nicotina prima dei 18 anni possa compromettere lo sviluppo cerebrale
e provocare deficit neurologici.</p>



<p>In
un’altra intervista del the Guardian Alex, un ragazzo originario
del Ghana, ha riferito di non essere stato dotato, sul posto di
lavoro, di guanti o indumenti da lavoro idonei per proteggerlo dalla
nicotina contenuta nelle foglie o dai pesticidi e che quando lavorava
senza guanti sentiva “una malattia come febbre, come la malaria, o
mal di testa”.</p>



<p>Secondo
uno studio, <em>Green
Tobacco Sickness in Children and Adolescents</em>,
l’umidità presente su una foglia di tabacco &#8211; rugiada o pioggia &#8211;
può contenere tanta nicotina quanto il contenuto di sei sigarette e
il contatto diretto può portare all’avvelenamento da nicotina.</p>



<p>La
maggior parte dei migranti intervistati ha dichiarato di aver
lavorato senza guanti perché non gli sono stati forniti dai datori
di lavoro e di non averli potuti acquistare a causa dei bassissimi
salari.</p>



<p>Alla
fine della giornata lavorativa, ha riferito alla testata inglese
Sekou, 27 anni, originario della Guinea, lavoratore nei campi di
tabacco dal 2016 “Non potevo mettere le mani in acqua per fare la
doccia perché le mie mani erano tagliate”.</p>



<p>I
lavoratori nei campi di tabacco intervistati dal the Guardian hanno
affermato di non avere stipulato contratti lavorativi (l’80% dei
lavoratori senza contratto sono migranti, secondo quanto riportato
nel report <em>Exploited
and invisible: what role for migrant workers in our food system?</em>)
e di essere stati pagati la metà dei salari minimi, 42 euro al
giorno, previsti per legge per i contratti collettivi di lavoro per
gli operai agricoli e florovivaistici della regione di Caserta. La
maggior parte dei lavoratori viene pagata tra € 20 e € 30 al
giorno.</p>



<p>Tammaro
Della Corte, leader del sindacato generale dei lavoratori italiani a
Caserta ha spiegato come “purtroppo, la realtà delle condizioni di
lavoro nel settore agricolo della provincia di Caserta, compresa
l’industria del tabacco, è caratterizzata da un profondo
sfruttamento del lavoro, bassi salari, contratti illegali e una
presenza impressionante del caporalato, compresa l’estorsione e il
ricatto dei lavoratori” 
</p>



<p>“Parliamo
con migliaia di lavoratori che lavorano in condizioni estreme, la
maggior parte dei quali sono immigrati dall’Europa orientale,
dall’Africa settentrionale e dall’Africa subsahariana. Gran parte
dell’intera filiera del settore del tabacco è caratterizzata da
condizioni di lavoro estreme e allarmanti”.</p>



<p>Philip
Morris da solo ha investito 1 miliardo di euro nell’industria del
tabacco in Italia negli ultimi cinque anni e ha simili piani di
investimento per i prossimi due anni; British American Tobacco ha
dichiarato investimenti in Italia per 1 miliardo di euro tra il 2015
e il 2019.</p>



<p>Nel
2015 Philip Morris ha siglato un accordo con Coldiretti, la
principale associazione di imprenditori del settore agricolo, per
acquistare 21.000 tonnellate di tabacco all’anno dagli agricoltori
italiani, investendo 500 milioni di euro, fino al 2020.</p>



<p>Gennarino
Masiello, presidente di Coldiretti Campania e vicepresidente
nazionale, ha affermato che l’accordo prevede “un forte impegno a
rispettare i diritti dei dipendenti, vietando fenomeni come il
caporalato e il lavoro minorile”.</p>



<p>Un
accordo stipulato nel 2018 tra l’Organizzazione Interprofessionale
Tabacco Italia (OITI), un’organizzazione di agricoltori e il
ministero dell’agricoltura ha portato all’introduzione di un
codice di condotta nell’industria del tabacco, comprensivo anche
delle tematiche relative alla protezione della salute dei lavoratori,
e a una strategia nazionale volta alla riduzione dell’impatto
ambientale dell’industria di tabacco.</p>



<p>Nonostante
siano state adottate misure per migliorare le condizioni dei
lavoratori nell’industria del tabacco, l’OITI è stato costretto
a riconoscere che “gli abusi sul luogo di lavoro spesso hanno cause
sistemiche” e che “soluzioni a lungo termine per affrontare
questi problemi richiedono l’impegno serio e duraturo di tutti gli
attori della filiera, insieme a quello del governo e delle altre
parti coinvolte”.</p>



<p>Nonostante
le parole di Simon Cleverly, capo del gruppo di affari aziendali
presso la British American Tobacco &#8211; “where we are made aware of
alleged human rights abuses, via STP, our whistleblowing procedure or
by any other channel, we investigate and where needed, take remedial
action” – e di Simon Evans, responsabile delle relazioni con i
gruppi di Imperial Tobacco &#8211; Through the industry-wide sustainable
tobacco programme we work with all of our tobacco suppliers to
address good agricultural practices, improve labour practices and
protect the environment.” &#8211; i migranti intervistati non hanno
riscontrato alcun miglioramento rispetto alle proprie condizioni
lavorative.</p>



<p>A
seguito dell’inchiesta del the Guardian, ONT ha riferito che i
propri tecnici visitano i produttori di tabacco almeno una volta al
mese per monitorare la conformità alle normative sui contratti e
sulla produzione e che non avrebbe più tollerato alcun tipo di
sfruttamento del lavoro.</p>



<p>Secondo
quanto riportato da Vera Da Costa e Silva, a capo della segreteria
della Convenzione quadro dell’Organizzazione mondiale della sanità
sulla lotta contro il tabagismo “Non sono state intraprese azioni
efficaci per invertire questo scenario”, sfondo di un settore che,
per quanto nocivo alla salute, continua a produrre enormi profitti a
costi molto bassi. 
</p>
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		<item>
		<title>Secondo sciopero globale per il futuro: i giovani tornano a invadere Milano</title>
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		<pubDate>Sat, 25 May 2019 09:41:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Anna Polo (Da pressenza.com) Dopo il primo sciopero globale per il futuro del&#160;15 marzo, anche oggi, 24 maggio, migliaia di giovani e giovanissimi hanno invaso le strade di Milano con cartelli fai da te,&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/anna-polo/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Anna Polo (Da pressenza.com)</a></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/xbastioni-720x405.jpg.pagespeed.ic.Udgq2I0uC3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Secondo sciopero globale per il futuro: i giovani tornano a invadere Milano"/><figcaption>(Foto di Thomas Schmid)</figcaption></figure>



<p>Dopo il primo sciopero globale per il futuro del&nbsp;<a href="https://www.pressenza.com/it/2019/03/milano-sciopero-mondiale-per-il-futuro-loceano-si-sta-sollevando-e-noi-anche/?utm_source=rss&utm_medium=rss">15 marzo</a>, anche oggi, 24 maggio, migliaia di giovani e giovanissimi hanno invaso le strade di Milano con cartelli fai da te, striscioni e cori per chiedere giustizia climatica e interventi rapidi e incisivi per ridurre le emissioni. Tra i molti cartelli in inglese la palma dell’originalità va a “Paul, sorry, but we can’t let it be”. In generale, la stessa creatività ironica e graffiante che si era vista nel corteo di marzo si è manifestata anche oggi.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/x24-5-Silvio-Castello.jpg.pagespeed.ic.NcBUNaGl--.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-859954"/></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/xCairoli-partenza.jpg.pagespeed.ic.aHV08KKgQ5.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-859963"/></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/xCairoli-cartelli.jpg.pagespeed.ic.YhUgKBlO32.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-859972"/></figure></div>



<p>Il corteo è partito da Piazza Castello e percorrendo via Broletto è passato davanti al negozio Enel sbarrato dalle serrande (precauzione dopo l’<a href="https://www.pressenza.com/it/2019/05/occupata-la-sede-dellenel-a-milano-basta-greenwashing-chiudere-subito-tutte-le-centrali-a-gas-e-carbone/?utm_source=rss&utm_medium=rss">occupazione</a>&nbsp;di due giorni fa?), immagine simbolica della chiusura dei colossi dell’inquinamento alle richieste dei giovani.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/xEnel.jpg.pagespeed.ic.bcsn-5w0oI.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-859982"/></figure></div>



<p>Ha poi proseguito come una fiumana colorata e inarrestabile e si è concluso con un sit-in davanti alla sede della Regione Lombardia, sorda per ora alla richiesta di dichiarare&nbsp;<a href="https://www.pressenza.com/it/2019/05/milano-fa-la-storia-primo-comune-in-italia-a-dichiarare-lemergenza-ecologica-e-ambientale/?utm_source=rss&utm_medium=rss">l’emergenza climatica e ambientale</a>&nbsp;che è invece stata accolta dal Comune di Milano.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/xp.-venezia.jpg.pagespeed.ic.l_FAJutPoX.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-859993"/></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/xcorteo-diviso.jpg.pagespeed.ic.RbOSIUl-CY.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-860013"/></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/x24.5-plastica-silvio.jpg.pagespeed.ic.PBSH_v56dE.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-860022"/></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/xsit-in.jpg.pagespeed.ic.dIuhTRJlmw.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-860031"/></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/xsit-in-1.jpg.pagespeed.ic.Pd-gggzhnJ.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-860040"/></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/xTrump-Salvini.jpg.pagespeed.ic.ihUZXtJSs0.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-860049"/></figure></div>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/05/xDSC0363web-750x422-c-default.jpg.pagespeed.ic.PL_MJrfWt_.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Fridays for Future Milano 24/05/2019"/></figure>



<p><a href="https://www.pressenza.com/it/2019/05/secondo-sciopero-globale-per-il-futuro-i-giovani-tornano-a-invadere-milano/#articlegallery?utm_source=rss&utm_medium=rss"></a><a href="https://www.pressenza.com/it/2019/05/secondo-sciopero-globale-per-il-futuro-i-giovani-tornano-a-invadere-milano/#articlegallery?utm_source=rss&utm_medium=rss"></a></p>



<p>Foto di Thomas Schmid Silvio Bruschi, Matilde Mirabella</p>
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