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		<title>Il cioccolato: un&#8217;amara realtà</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jan 2022 08:29:29 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Martina Foglia </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/ciocco.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="254" height="198" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/ciocco.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16079"/></a></figure></div>



<p>Ho avuto l&#8217;occasione, frequentando un corso di Politiche rurali all’università,  di fare una ricerca sulla produzione del cioccolato, questa prelibatezza non a caso chiamata “cibo degli Dei”, ed è così che ho scoperto un’amara verità . La materia prima viene prodotta in alcuni Paesi in via di sviluppo, centro/sud America , Asia e soprattutto Africa che con la Costa d’Avorio detiene il primato della produzione mondiale (40%) Il paradosso che subito mi ha colpito è che i contadini che coltivano il cacao da una intera vita, non hanno mai assaggiato una tavoletta di cioccolato, non ne conoscono il gusto. Ho visto un documentario in cui un reporter francese fa assaggiare per la prima volta un quadratino di cioccolato ad alcuni contadini e ho visto le loro facce stupite. E’ stato commovente ma anche terribile in un certo senso, mi sono chiesta come fosse possibile che chi produce non riesca a consumare il prodotto finito. La verità è che in Africa non esistono aziende per la lavorazione e trasformazione del cacao, tutto il prodotto viene acquistato dalle grandi multinazionali come Nestlè, Ferrero ecc e portato in occidente per essere lavorato, naturalmente pagando pochissimo i coltivatori. Se ciò non bastasse, nelle piantagioni sono impiegati come mano d’opera bambini ed adolescenti, veri e propri schiavi, prelevati anche dai paesi limitrofi: l’<em>Associazione Save the Children</em> stima in 615.000 i minori coinvolti.</p>



<p>All&#8217;interno di realtà come la nostra è impensabile l’impiego di bambini in attività lavorative, mentre in questi paesi logorati da fame e povertà, questa sembra essere l’unica soluzione, negando loro un’infanzia alla quale avrebbero diritto, come tutti i bambini del mondo. E’ logico che noi consumatori non possiamo, una volta saputo cosa succede veramente, chiudere gli occhi e far finta di nulla, continuando beatamente a mangiare il nostro amato cioccolato… </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/fair.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="191" height="264" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/fair.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16080"/></a></figure></div>



<p>Dovremmo fare qualcosa, cioè rifiutare i prodotti che provengono dai luoghi in cui esiste questo sfruttamento. Dovrebbe esserci più chiarezza e trasparenza da parte delle aziende sia per quanto riguarda la provenienza delle materie prime sia per quanto riguarda il processo produttivo, ma purtroppo la maggior parte delle volte non e così. L’unica cosa che potremmo fare, da quanto ho capito, è comprare cioccolato equo-solidale, cioè cioccolato certificato non proveniente da coltivazioni dove è presente il fenomeno dello sfruttamento minorile. Le aziende al contrario, possono fare molto come si sono impegnate a fare la Ferrero e la Nestlè: acquistare, pagando meglio, solo da contadini consociati in cooperative che si impegnano a non sfruttare i minori (anche se a dirla tutta delle multinazionali c’è poco da fidarsi). E così anche un prodotto all’apparenza innocuo e tanto “buono” come il cioccolato, nasconde un lato oscuro e amaro, che ci induce a pensare che tutto sia relativo, dipende sempre da in che parte del mondo tu sia nato.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Cioccolato per pulire la coscienza</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2020 09:11:24 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>In questi giorni sta girando un video in rete, ormai divenuto virale, di un ragazzo africano, sporco e senza scarpe, che assaggia per la prima volta del cioccolato. Ho deciso di scrivere un articolo partendo da un video perché è un ottimo spunto di discussione e, soprattutto, perché ho letto dei commenti al video che mi hanno fatto pensare molto: “poverino, pregherò per te” – “che dolce, gli darei tutto il cioccolato che ho in casa”.</p>



<p>Il punto è proprio questo, non dobbiamo dare a questi bambini il cioccolato che abbiamo nelle nostre dispense ma capire perché a loro non è concesso averlo anche se vivono nel continente più ricco di questa materia prima.</p>



<p>Molti turisti europei, in vacanza dopo un anno di lavoro, si recano in alcuni dei posti più belli al mondo (Sud Africa o Madagascar, per esempio) pensando di poter pulire la loro coscienza regalando caramelle (o cioccolato) a bambini di strada.</p>



<p>E se una foto immortala l’evento il tutto assume più valore.</p>



<p>Il primo concetto sbagliato di questa azione è che, in alcuni Stati dell’Africa – come il Kenya o l’Egitto -, questo gesto si è trasformato in un vero e proprio business: centinaia di bambini non frequentano più la scuola per intrattenere turisti e ottenere così qualche euro da portare alla famiglia. Altro concetto che mi preme sottolineare è quello in base al quale il denaro lasciato direttamente alla popolazione locale non crea ricchezza, né a loro, né tanto meno aiuta lo sviluppo del Paese ma, anzi, produce lotte interne e conflitti tra famiglie ed etnie.</p>



<p>Ma torniamo al video che tanto mi ha fatto arrabbiare. Ecco perché.</p>



<p>La sola Costa d’Avorio è il principale produttore mondiale di cacao e, esclusa l’isola, in Africa si raccolgono il 70% delle fave di cacao che deliziano i nostri palati. Costa d&#8217;Avorio e Ghana, che insieme a Nigeria e Camerun producono il 70% dei semi di cacao mondiale, incassano solo il 5% del valore economico prodotto a livello globale (circa 120 miliardi annui). Questo fenomeno diventa possibile quando l’intera lavorazione della materia prima avviene in un paese diverso da quello di raccolta. Immaginate anni di lavoro per coltivare le fave di cacao, fatica e cura per la raccolta e subito dopo: l’esportazione. In questo modo il guadagno per la vendita delle fave lavorate sarà esclusivamente del paese esportatore che attiverà un ciclo produttivo importante per la trasformazione delle fave in cioccolato.</p>



<p>Ad inizio 2019 i due maggiori paesi produttori hanno proposto e raggiungo un accordo commerciale con importanti attori dell’industria globale del cioccolato.&nbsp;L’idea di base era che i due Paesi bloccassero tutte le esportazioni verso gli acquirenti che si rifiuteranno di pagare un prezzo minimo stabilito per la materia prima. L’accordo finalmente raggiunto prevede che gli acquirenti paghino un prezzo non inferiore ai 2.600$ per tonnellata di materia prima ai produttori di Ghana e Costa d’Avorio, contro un attuale prezzo medio globale di circa 2.430$.</p>



<p>Il punto, quindi, sta proprio nel fatto che chi ha offerto quel pezzo di cioccolato si è palesato come un ladro. Il cioccolato ora donato è stato prima rubato a quel popolo dalle sue terre e poi riofferto dal rapinatore con pena. E aver girato un video per immortalare questo gesto ha reso il tutto ancora più grave – non approfondirò in questo momento la motivazione.</p>



<p>Per concludere, non vorrei con questo scritto spingervi a non fare del bene ma vorrei lo faceste con testa e conoscenza: l’Africa non ha bisogno di essere salvata da noi e quei bambini non hanno bisogno di cioccolato e caramelle. Hanno bisogno di diritti! Quello che potete fare è informarvi e iniziare a lottare e sensibilizzare la popolazione italiana partendo dal vostro divano, come sto facendo io. Poi, ovviamente, l’Africa è fantastica quindi vi consiglio di viaggiare e di conoscerla, ma attenzione se decidete di fare un viaggio di volontariato nel Caldo Continente non fatelo per portare cibo o denaro, fatelo per affiancare la popolazione locale per il riconoscimento dei loro diritti.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Toxic Nicotine</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jul 2019 07:07:29 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Cecilia Grillo</p>



<p></p>



<p>Il
31 maggio 2019 il the Guardian ha pubblicato il report ‘<em>I
had pain all over my body: Italy’s tainted tobacco industry</em>’.</p>



<p>L’inchiesta
del quotidiano britannico si concentra principalmente sull’accusa a
tre dei colossi produttori di tabacco: Philip Morris, British
American Tobacco e Imperial Brands, che acquistano foglie di tabacco
raccolte da migranti africani; i lavoratori dell’industria
multimilionaria italiana spesso sottoposti a condizioni lavorative
inique e perpetuo sfruttamento.</p>



<p>Il
mercato del tabacco italiano &#8211; l’Italia è il principale produttore
di tabacco all’interno dell’Unione Europea; secondo quanto
riportato dall’organizzazione nazionale tabacco Italia (ONT), solo
nel 2017 il valore della produzione di tabacco raggiungeva i 149
milioni di euro (131 milioni di sterline) &#8211; è dominato
prevalentemente dalle tre multinazionali, che acquistano da
produttori locali. In particolare le tre imprese hanno acquistato tre
quinti del tabacco italiano nel 2017 (Philip Morris, da sola, 21.000
delle 50.000 tonnellate raccolte durante l’anno). 
</p>



<p>L’indagine
del the Guardian, durata tre lunghi anni, mette per la prima volta
sotto la lente di ingrandimento le condizioni lavorative e lo scarso
rispetto dei diritti umani a cui sono sottoposti i lavoratori
dell’industria del tabacco in Italia, ripercorrendo la catena di
approvvigionamento fino ad arrivare alla raccolta delle foglie di
tabacco. 
</p>



<p>La
Campania, regione produttrice di quasi la metà del tabacco italiano,
è al centro dell’inchiesta inglese. I bambini che lavorano nei
contadi campani dichiarano di essere stati sottoposti a condizioni
lavorative disumane: più di 12 ore di lavoro al giorno, mancanza di
contratti e di qualsiasi genere di attrezzatura sanitaria e di
sicurezza, salari irrisori.</p>



<p>Le
imprese sono tenute a valutare,  in linea con gli obblighi di dovuta
diligenza connessi al rispetto dei diritti umani da parte delle
società controllanti stabiliti negli UNGPs, non solo gli impatti
diretti provocati dalla propria attività, ma anche quelli generati
dalle attività delle loro catene di approvvigionamento sottoponendo
al vaglio gli aspetti di responsabilità aziendale e diritti umani
nella gestione della catena di fornitura, al fine di prevenire i
relativi rischi e ridurre gli impatti negativi.</p>



<p>Le
tre multinazionali intervistate hanno tuttavia riferito ai
giornalisti del The Guardian di acquistare i prodotti necessari da
fornitori che operano secondo un rigoroso codice etico e di condotta,
anche al fine di assicurare un trattamento equo ai lavoratori, di non
aver riscontrato alcun abuso e che avrebbero indagato su eventuali
reclami portati alla loro attenzione.</p>



<p>Didier,
uno dei lavoratori intervistati dal quotidiano britannico,
neo-diciottenne nato e cresciuto in Costa d’Avorio e coltivatore di
tabacco a Capua Vetere, nei pressi della città di Caserta, ha
riferito: “Mi sono svegliato alle 4 del mattino. Abbiamo iniziato
alle 6 del mattino, il lavoro è stato estenuante. Faceva molto caldo
all’interno della serra e non avevamo contratti”.</p>



<p>Le
testimonianze rispetto allo sfruttamento del lavoro minorile non
provengono solo dal The Guardian, ma anche da organizzazioni quali
Ilo, Human Rights Watch, il Dipartimento del Lavoro del Governo degli
Stati Uniti; le stesse multinazionali produttrici tabacco hanno
confermato di volersi impegnare per ridurre lo sfruttamento dei
lavoratori.</p>



<p>L’Ilo
denuncia il fenomeno dello sfruttamento minorile dell’industria
produttrice di tabacco principalmente nelle regioni dell’Asia,
Centro America e Africa dove i numeri dei lavoratori superano il
milione (fra cui 300 mila minori di 14 anni). Qui i compensi si
aggirano intorno ai 400 dollari l’anno, ossia 30 centesimi per kg
di foglie (ogni kg di foglie di tabacco corrisponde a circa 1200
sigarette).</p>



<p>L’allarme
del The Guardian e delle molteplici associazioni umanitarie non si
sofferma solo sullo sfruttamento dei lavoratori nell’ambito della
produzione di tabacco, ma pone l’accento anche sulle conseguenze
sanitarie che tale industria produce soprattutto nei confronti dei
minori che, lavorando a stretto contatto con le foglie di tabacco e
con altre sostanze nocive (diserbanti e pesticidi) rischiano di
essere compromessi nel proprio sviluppo neurologico.</p>



<p>Human
Rights Watch in “<em>The
Harvest is in My Blood</em>”,
report che analizza gli effetti del tabacco sulla salute,
sull’ambiente e sui lavoratori, evidenzia come studi e analisi
dimostrino che qualsiasi lavoro che implichi un contatto diretto con
il tabacco in qualsiasi forma dovrebbe essere vietato ai bambini: la
nicotina è presente in tutte le parti delle piante e delle foglie di
tabacco, durante tutte le fasi della produzione: i lavoratori
assorbono la nicotina attraverso la pelle mentre maneggiano il
tabacco, in particolare quando la pianta è bagnata. 
</p>



<p>Diversi
studi hanno rilevato che i lavoratori di tabacco adulti non fumatori
hanno livelli di nicotina nei loro organismi equivalenti a quelli dei
fumatori, l’esposizione costante alla tossina della nicotina è
stata associata a conseguenze negative permanenti sullo sviluppo
celebrale. 
</p>



<p>Anche
se gli effetti a lungo termine del lavoro a stretto contatto con il
tabacco in età infantile non sono ancora supportati da studi
scientifici, nel report di Human Rights Watch viene evidenziato,
anche sulla base di indagini sperimentali, come l’esposizione alla
nicotina prima dei 18 anni possa compromettere lo sviluppo cerebrale
e provocare deficit neurologici.</p>



<p>In
un’altra intervista del the Guardian Alex, un ragazzo originario
del Ghana, ha riferito di non essere stato dotato, sul posto di
lavoro, di guanti o indumenti da lavoro idonei per proteggerlo dalla
nicotina contenuta nelle foglie o dai pesticidi e che quando lavorava
senza guanti sentiva “una malattia come febbre, come la malaria, o
mal di testa”.</p>



<p>Secondo
uno studio, <em>Green
Tobacco Sickness in Children and Adolescents</em>,
l’umidità presente su una foglia di tabacco &#8211; rugiada o pioggia &#8211;
può contenere tanta nicotina quanto il contenuto di sei sigarette e
il contatto diretto può portare all’avvelenamento da nicotina.</p>



<p>La
maggior parte dei migranti intervistati ha dichiarato di aver
lavorato senza guanti perché non gli sono stati forniti dai datori
di lavoro e di non averli potuti acquistare a causa dei bassissimi
salari.</p>



<p>Alla
fine della giornata lavorativa, ha riferito alla testata inglese
Sekou, 27 anni, originario della Guinea, lavoratore nei campi di
tabacco dal 2016 “Non potevo mettere le mani in acqua per fare la
doccia perché le mie mani erano tagliate”.</p>



<p>I
lavoratori nei campi di tabacco intervistati dal the Guardian hanno
affermato di non avere stipulato contratti lavorativi (l’80% dei
lavoratori senza contratto sono migranti, secondo quanto riportato
nel report <em>Exploited
and invisible: what role for migrant workers in our food system?</em>)
e di essere stati pagati la metà dei salari minimi, 42 euro al
giorno, previsti per legge per i contratti collettivi di lavoro per
gli operai agricoli e florovivaistici della regione di Caserta. La
maggior parte dei lavoratori viene pagata tra € 20 e € 30 al
giorno.</p>



<p>Tammaro
Della Corte, leader del sindacato generale dei lavoratori italiani a
Caserta ha spiegato come “purtroppo, la realtà delle condizioni di
lavoro nel settore agricolo della provincia di Caserta, compresa
l’industria del tabacco, è caratterizzata da un profondo
sfruttamento del lavoro, bassi salari, contratti illegali e una
presenza impressionante del caporalato, compresa l’estorsione e il
ricatto dei lavoratori” 
</p>



<p>“Parliamo
con migliaia di lavoratori che lavorano in condizioni estreme, la
maggior parte dei quali sono immigrati dall’Europa orientale,
dall’Africa settentrionale e dall’Africa subsahariana. Gran parte
dell’intera filiera del settore del tabacco è caratterizzata da
condizioni di lavoro estreme e allarmanti”.</p>



<p>Philip
Morris da solo ha investito 1 miliardo di euro nell’industria del
tabacco in Italia negli ultimi cinque anni e ha simili piani di
investimento per i prossimi due anni; British American Tobacco ha
dichiarato investimenti in Italia per 1 miliardo di euro tra il 2015
e il 2019.</p>



<p>Nel
2015 Philip Morris ha siglato un accordo con Coldiretti, la
principale associazione di imprenditori del settore agricolo, per
acquistare 21.000 tonnellate di tabacco all’anno dagli agricoltori
italiani, investendo 500 milioni di euro, fino al 2020.</p>



<p>Gennarino
Masiello, presidente di Coldiretti Campania e vicepresidente
nazionale, ha affermato che l’accordo prevede “un forte impegno a
rispettare i diritti dei dipendenti, vietando fenomeni come il
caporalato e il lavoro minorile”.</p>



<p>Un
accordo stipulato nel 2018 tra l’Organizzazione Interprofessionale
Tabacco Italia (OITI), un’organizzazione di agricoltori e il
ministero dell’agricoltura ha portato all’introduzione di un
codice di condotta nell’industria del tabacco, comprensivo anche
delle tematiche relative alla protezione della salute dei lavoratori,
e a una strategia nazionale volta alla riduzione dell’impatto
ambientale dell’industria di tabacco.</p>



<p>Nonostante
siano state adottate misure per migliorare le condizioni dei
lavoratori nell’industria del tabacco, l’OITI è stato costretto
a riconoscere che “gli abusi sul luogo di lavoro spesso hanno cause
sistemiche” e che “soluzioni a lungo termine per affrontare
questi problemi richiedono l’impegno serio e duraturo di tutti gli
attori della filiera, insieme a quello del governo e delle altre
parti coinvolte”.</p>



<p>Nonostante
le parole di Simon Cleverly, capo del gruppo di affari aziendali
presso la British American Tobacco &#8211; “where we are made aware of
alleged human rights abuses, via STP, our whistleblowing procedure or
by any other channel, we investigate and where needed, take remedial
action” – e di Simon Evans, responsabile delle relazioni con i
gruppi di Imperial Tobacco &#8211; Through the industry-wide sustainable
tobacco programme we work with all of our tobacco suppliers to
address good agricultural practices, improve labour practices and
protect the environment.” &#8211; i migranti intervistati non hanno
riscontrato alcun miglioramento rispetto alle proprie condizioni
lavorative.</p>



<p>A
seguito dell’inchiesta del the Guardian, ONT ha riferito che i
propri tecnici visitano i produttori di tabacco almeno una volta al
mese per monitorare la conformità alle normative sui contratti e
sulla produzione e che non avrebbe più tollerato alcun tipo di
sfruttamento del lavoro.</p>



<p>Secondo
quanto riportato da Vera Da Costa e Silva, a capo della segreteria
della Convenzione quadro dell’Organizzazione mondiale della sanità
sulla lotta contro il tabagismo “Non sono state intraprese azioni
efficaci per invertire questo scenario”, sfondo di un settore che,
per quanto nocivo alla salute, continua a produrre enormi profitti a
costi molto bassi. 
</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Una dolcissima idea</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Sep 2018 07:13:23 +0000</pubDate>
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<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">Il cioccolato, uno dei cibi più desiderati da ogni persona, in qualsiasi parte del mondo questa si trovi. Ma dove viene prodotto? E in che modo?</p>
<p align="JUSTIFY">Il primo produttore al mondo di cacao è la Costa d’Avorio che da sola rifornisce il 40% del mercato globale e nel 2017 ha esportato quasi due milioni di tonnellate di semi. L’esportazione di tali semi ha assicurato il 20 % del Pil nazionale ma proviamo a pensare praticamente a quello cha accade nell’iter produttivo: braccianti ivoriani raccolgono semi di cacao che vengono immediatamente commerciati dalle diverse multinazionali presenti sul territorio, senza che avvenga nessuna trasformazione primaria in terra africana.</p>
<p align="JUSTIFY">Quando il prodotto grezzo è trasformato in bene di consumo, il suo commercio può alimentare il mercato interno innescando un circolo virtuoso che produce maggiore ricchezza e occupazione. Inoltre, le regole morali delle multinazionali presenti in Costa d’Avorio (ma non solo…) non sono per nulla ammissibili. Uno studio dell’organizzazione non governativa Mighty Earth denuncia come una grande quantità di cacao utilizzato dalle principali aziende produttrici di cioccolato come Mars, Nestlé, Ferrero e Lindt, sia coltivata illegalmente nei parchi nazionali e in altre aree boschive tutelate.</p>
<p align="JUSTIFY">Secondo l’Ong, il business è talmente vasto che le aree protette sono a volte diventate vere e proprie città, come è avvenuto in una foresta tutelata, nella quale vivono migliaia di abitanti e nel tempo sono stati costruiti ventidue magazzini di cacao, una moschea, una scuola, decine di negozi e dispensari medico-sanitari. Tutto ciò porta a conseguenze devastanti sia sotto il punto di vista sociale (meno ricchezza per la popolazione) sia sotto il punto di vista economico (il rigiro di denaro che resta in Costa d’Avorio è bassissimo).</p>
<p align="JUSTIFY">Quale soluzione possibile? Semplicemente, basterebbe innescare dei commerci di trasformazione, anche piccoli, in cui il raccolto dei contadini si possa trasformare in cioccolato di qualità direttamente in Africa.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo è quello che lentamente sta accadendo, ad Abidjan sono sorte piccole botteghe che raccolgono, trasformano e vendono il cioccolato, tutto in Costa d’Avorio.</p>
<p align="JUSTIFY">Un esempio su tutti è Mon Choco, una piccola impresa costituita da sei dipendenti e diretta da Dana Mroueh, 29 anni, che ha come scopo produrre cioccolato per gli ivoriani e, chissà, anche esportarlo.</p>
<p align="JUSTIFY">“Vado di persona a selezionare il cacao migliore in piantagioni che non usano fertilizzanti chimici” spiega Dana, che ha avuto un’idea ancora più innovativa per la sua azienda: una cyclette come macina.</p>
<p align="JUSTIFY">Anziché utilizzare una macchina elettrica industriale, che comporterebbe un alto consumo di energia elettrico (non supportato da un paese che ancora è soggetto a continui black out), le fave vengono sbriciolate con una sorta di macina collegata ad una cyclette. Un’idea sostenibile e socialmente utile, oltre che importante per la salute dei dipendenti che giornalmente sono costretti a fare anche attività fisica.</p>
<p align="JUSTIFY">Un modello di impresa, funzionale e riproponibile che potrebbe segnare una svolta importante nello sfruttamento di terre e risorse tutt’oggi in atto da molte multinazionali e che potrebbe far crescere il numero dei posti di lavoro e il livello di vita di molti ivoriani.</p>
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