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	<title>popolazione Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>“Io arrivo dall’inferno”. La guerra in Ucraina raccontata da Yuri Previtali</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 08:52:45 +0000</pubDate>
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<p>di Camilla Mercadante</p>



<p>Yuri Previtali è nato il 13 agosto 1995 in provincia di Bergamo.<br>Prima di partire per l’Ucraina faceva l’autotrasportatore. Oggi è un volontario combattente italiano e vive la guerra non solo al fronte,<br>ma anche dalla finestra di casa sua, a Kyiv.<br>Nella notte tra l’1 e il 2 luglio mi ha mandato un audio. «Buongiorno Cami, qua è stata una nottataccia a Kyiv». Ha parlato delle bombe,<br>di un palazzo colpito, di 20 civili mortə. In quel momento il bilancio era ancora provvisorio. Nelle ore successive, secondo le<br>ricostruzioni delle principali agenzie internazionali, l’attacco si è rivelato uno dei più letali subiti dalla capitale sin dall’inizio dell’anno:<br>la Russia ha lanciato 74 missili e 496 droni contro l’Ucraina, con Kyiv indicata come obiettivo principale. Il conteggio è salito ad<br>almeno 30 mortə e oltre 90 feritə; circa 130 edifici sono stati danneggiati, tra cui abitazioni, strutture mediche e un magazzino<br>della Croce Rossa. Poco dopo gli ho chiesto se stesse bene. Ha risposto che stavano bene lui, sua moglie e il bambino. «Per<br>fortuna», ha esclamato, ma ha aggiunto che un missile è caduto non molto lontano da casa loro.<br>Pochi giorni dopo, nella notte tra il 5 e il 6 luglio, Kyiv è stata ancora<br>colpita. In un video girato dalla finestra della sua dimora si vedono il buio e un lampo improvviso; poi si sentono le sirene e il rumore<br>delle esplosioni. La voce di Yuri è esasperata: «Porca puttana, di nuovo. Tutti i fottuti giorni. […] Hanno scatenato la guerra di nuovo<br>su Kyiv». I dati diffusi confermano che quel nuovo attacco ha provocato decine di mortə e feritə tra la città e la regione. Le<br>autorità ucraine hanno segnalato anche l’impiego dei missili balistici, difficili da intercettare senza sistemi di difesa aerea<br>adeguati.</p>



<p>Le cifre servono a comprendere la dimensione di ciò che accade, ma possono anche creare distanza: droni, missili, mortə, feritə,<br>edifici distrutti. Quando ascolto la voce di Yuri, quell’ordine si rompe. La guerra non è più soltanto una successione di numeri: è<br>una notte che entra nel sonno e dentro casa, fino a rendere impossibile sentirsi al sicuro. In un altro audio, con le sirene in<br>sottofondo, Yuri lo domanda quasi con rabbia: «Come cazzo si fa a dormire così?».<br>Fino a quattro anni fa Yuri si definiva una persona ordinaria. «Una persona ordinaria con una vita ordinaria», dice. È cresciuto in un<br>paese in provincia di Bergamo, dove il lavoro è una forma dieducazione. «Tutto ciò che si ottiene lo si suda con il lavoro», racconta. A 18 anni aveva già il primo contratto in un’officina meccanica, poi ha studiato per prendere la patente del camion e, a<br>23 anni, è salito su un mezzo pesante. Prima della guerra viveva da solo, in un bilocale in affitto, e lavorava come autista e<br>autotrasportatore. Nel fine settimana faceva anche il boscaiolo per guadagnare qualcosa in più. «Nella Bergamasca il lavoro fa parte<br>della nostra identità».<br>La sua storia, dunque, non nasce all’interno di un immaginario militare. Quando oggi viene presentato come un volontario italiano<br>in Ucraina, non rifiuta quella definizione. Anzi, la precisa: «Volontario combattente italiano». Ma prima di partire non aveva<br>mai avuto nulla a che fare con l’esercito. «Non sapevo nulla di armi o di combattimento», ammette.<br>La decisione è cominciata a maturare nell’agosto del 2022. Prima ancora del fronte, ci sono stati tre nomi diventati una soglia morale:<br>Irpin, Bucha, Mariupol. Nella nostra intervista, Yuri li cita senza la necessità di aggiungere molto. Sono luoghi che, nella memoria<br>della guerra, hanno smesso di essere solo città e sono diventati simboli della violenza contro lə civili.<br>A Irpin, il 6 marzo 2022, Human Rights Watch documentò il bombardamento ripetuto di un incrocio utilizzato dallə civili in fuga verso Kyiv: almeno otto persone furono uccise, tra cui due bambinə. L’organizzazione descrisse l’attacco probabilmente<br>illegale, indiscriminato e sproporzionato. A Bucha, dopo il ritiro delle forze russe tra la fine di marzo e l’inizio dell’aprile 2022, furono<br>trovati corpi di civili nelle strade, nelle case e nei luoghi di detenzione. Human Rights Watch registrò esecuzioni sommarie, uccisioni illegali, sparizioni forzate e torture durante l’occupazione russa. Mariupol, invece, assediata per settimane, si è trasformata in una delle memorie più devastanti dell’invasione: il 16 marzo 2022 il teatro drammatico della città, dove si erano rifugiatə centinaia di civili, fu distrutto da un attacco aereo russo. All’esterno era stata scritta la parola “children”, visibile dall’alto. Un’inchiesta di Associated Press ha stimato circa 600 mortə dentro e intorno all’edificio. Fu dopo queste immagini che Yuri non poté più restare fermo a guardare. «Ho visto un popolo in difficoltà, aggredito militarmente da uno Stato dieci volte più grande, a due passi dall’Italia e al confine europeo».<br>Il 28 febbraio 2023, infatti, attraversò il confine di Medyka, dalla Polonia verso l’Ucraina. Era su un FlixBus. Con lui viaggiavano donne, bambinə e anzianə. Al confine osservò alcuni militari ucraini uscire dal Paese, forse diretti all’estero per l’addestramento.<br>Arrivato a Leopoli, sentì per la prima volta la sirena antiaerea.<br>«Avevo i brividi», ricorda. «È difficile da spiegare quello che provavo. Non ci sono parole per definirlo. Sapevo che io dovevo<br>essere lì». Lo aveva detto soltanto al fratello e a pochə amichə, ma nessuno lo aveva preso sul serio. Addirittura, il fratello minore lo<br>accompagnò alla stazione pensando che Yuri stesse partendo per un viaggio in Europa, non per una guerra.<br>Quando ripercorre la sua scelta, utilizza spesso la parola “Europa”.<br>In alcune interviste si è definito un “partigiano europeo”,, gli chiedo che cosa significhi per lui questo termine. Risponde che, prima<br>ancora di essere italiano, si sente europeo: «Per me è normale chiamare un rumeno o un finlandese “fratello”. Nella mia visione siamo una grande famiglia con storia, cultura e identità molto simili tra loro».<br>L’Ucraina, a detta sua, non è un luogo remoto: è un Paese in cui c’è una guerra fuori dalla porta di casa nostra. Paragona il conflitto, sul<br>piano materiale, più alla Prima Guerra Mondiale che alla Seconda: trincee, artiglieria, distruzione. Tuttavia, quando pensa a Vladimir<br>Putin, il suo giudizio è politico e morale: lo delinea come «un dittatore vero e proprio». E afferma: «Mi dà fastidio che vieta i diritti<br>alle persone e la libertà: la cosa più preziosa che abbiamo e che appartiene a ognuno di noi».<br>Alla domanda sullə cittadinə russə contrariə alla guerra, non nega la loro esistenza. «Certo che ci sono», dice. «Ma non possono<br>manifestare la loro contrarietà, altrimenti finiscono in prigione. C’è un regime di paura».<br>Chi parte come volontario per una guerra, a volte, viene guardato con sospetto: idealista, incosciente, fanatico, avventuriero. Yuri non<br>respinge del tutto la parola “idealista”. La considera corretta.<br>«Siamo qui perché abbiamo qualcosa in cui crediamo così tanto da mettere in pericolo la nostra vita». Ma il punto non è la gloria, né il<br>denaro. «È da stupidi rischiare la vita per soldi o per gloria. Lo si fa per qualcosa in cui si crede: difendere il prossimo, gli indifesi<br>oppure non accettare le prepotenze altrui». In seguito chiarisce meglio ciò che intende: se uno Stato più forte può invadere un altro<br>Paese senza conseguenze, si crea un precedente. «Se nessuno reagisce, diamo un precedente e potrebbe essere che in futuro si<br>ripeta la stessa cosa. Se diciamo: io sono più forte di te, faccio quello che mi pare. Non funziona così, bisogna opporsi». Eppure, l’idealismo non protegge dalla morte. Alla domanda se si sia mai sentito impreparato, Yuri distingue. Militarmente dichiara di avere spirito di adattamento e di imparare in fretta. Umanamente, invece, no: «Non ero preparato alla morte. Non si è mai pronti a vederla in<br>faccia e in guerra purtroppo capita troppo spesso».</p>



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<p>Ci sono stati momenti in cui la fede e la sua volontà lo hanno aiutato, ma non addolcisce nulla: «Psicologicamente la guerra ti devasta. Impari a vivere di giorno in giorno e a non pensare al futuro, impari a uccidere per sopravvivere, impari a vivere all’estremo».<br>Gli chiedo, quindi, che cosa si provi davanti alla morte del nemico.<br>La risposta non è quella di chi ha smesso di vedere l’altro come un essere umano. «A me è successo. Sono stato male, dopo pensavo alla persona che era dall’altra parte. Magari aveva famiglia, genitori, figli ed è morto in un campo lontano da loro e a migliaia di chilometri da casa. Però, purtroppo, in quel momento si trattava o di me o di lui». È una delle frasi più dure della sua testimonianza: la<br>consapevolezza della vita dell’altro e, contemporaneamente, la distinzione che per lui resta decisiva tra aggressione e difesa. «Io sto aiutando l’Ucraina a difendersi. Lui è venuto per aggredire, conquistare».<br>La parte più bella di Yuri emerge proprio qui: non nella durezza dello scontro, ma nel fatto che la guerra non riesce a cancellare del<br>tutto il pensiero sull’altro. Nemmeno quando l’altro è il nemico, nemmeno quando la scelta è tra vivere e morire.<br>Gli chiedo quale immagine della guerra gli sia rimasta più impressa.<br>Racconta di un’evacuazione. Le prime informazioni riguardavano due persone di cui non si avevano notizie e un morto. Arrivati a<br>circa un chilometro dalla linea di contatto, lui e i compagni incontrarono i due dispersi e li indirizzarono verso le retrovie.<br>Successivamente trovarono in un bunker un ragazzo tedesco di vent’anni, quello che era stato dato per morto. Era gravemente<br>ferito, ma vivo, e riusciva ancora a parlare. Attesero il momento adatto e lo misero su una barella per evacuarlo. Morì poco dopo,<br> perché le ferite erano troppo gravi. «Non lo auguro a nessuno».<br>Chiede una pausa. Quando torna, quasi mezz’ora dopo, scrive: «Fa male toccare certe storie, come puoi immaginare. Ne parlo già poco<br>di mio, ma li ricordo sempre. Ogni giorno penso a loro».</p>



<p>E il trauma non finisce quando si esce da una trincea o quando si rientra in Italia. Yuri indica il PTSD, il disturbo post-traumatico da stress, come una delle condizioni psichiatriche più comuni tra chi ha vissuto la guerra. Per lui, il problema non è solo riconoscere di stare male, ma trovare strutture disposte ad assistere chi ha combattuto.<br>«Un soldato riconosce il suo dolore e chiede aiuto, ma dall’altra parte devono esserci delle strutture pronte ad aiutarlo». In Ucraina<br>alcune stanno nascendo o sono già operative, ma spesso resta la barriera linguistica per i volontari stranieri. «È impensabile comunicare tramite il traduttore». In Italia, secondo la sua esperienza, manca un percorso dedicato per chi rientra dalla battaglia.<br>L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che, nei contesti di guerra, circa una persona su cinque sviluppi una<br>condizione di salute mentale. Applicando queste stime all’Ucraina, WHO Europe ha stimato che milioni di persone siano<br>potenzialmente colpite, con una quota significativa di condizioni<br>moderate o gravi. La testimonianza di Yuri, dunque, non è un caso isolato: si inserisce in un’emergenza collettiva, fisica e psicologica,<br>che l’invasione continua ad aggravare.<br>Nel racconto di Yuri la guerra cambia anche forma. Gli attacchi missilistici e quelli con i droni Shahed sulle città ucraine, spiega, ci<br>sono fin dal 2022. Ma al fronte, secondo lui, una svolta è arrivata nell’estate del 2024 con l’utilizzo sempre più ampio degli FPV,<br>piccoli droni pilotati in prima persona, veloci e imprevedibili. «Hanno cambiato totalmente gli schemi di questa guerra». In precedenza,<br>durante gli assalti o le rotazioni (i cambi periodici dei reparti al fronte), la preoccupazione principale era l’artiglieria. Ora i droni<br>colpiscono la fanteria, i veicoli e le posizioni (le aree occupate e difese dalle truppe). «Puoi essere super allenato, ma un drone sarà sempre più veloce di te». Non a caso, le analisi e i reportage dal fronte evidenziano la centralità crescente dei droni nel conflitto: piccoli FPV, sistemi di guerra elettronica, jamming (le interferenze elettroniche usate per disturbare o bloccare i segnali radio), intelligenza artificiale, droni guidati con la fibra ottica. È una corsa continua tra attacco e difesa, tra innovazione e sopravvivenza.<br>L’immagine tradizionale della guerra — i carri, le trincee, l’artiglieria — convive con un conflitto sempre più tecnologico, in cui un drone economico può decidere della vita di unə soldatə, colpire un veicolo, interrompere una rotazione o trasformare un movimento in un rischio mortale.<br>Negli ultimi mesi pure l’Ucraina ha intensificato gli attacchi in profondità contro le infrastrutture russe, soprattutto energetiche,<br>logistiche e militari. Yuri li legge come una risposta strategica e simbolica: far percepire alla Russia la guerra che ha scatenato.<br>Anche qui, però, la guerra apre diversi dilemmi. Le infrastrutture energetiche non sono mai un tema semplice: toccano il piano militare, quello economico, quello civile e quello geopolitico.<br>L’Europa ha ridotto drasticamente la propria dipendenza energetica dalla Russia, ma il distacco non avviene azionando un interruttore:<br>resta una questione estremamente complicata, tra il gas liquefatto, le forniture residue, i prodotti raffinati e i canali indiretti.<br>Quando parla di pace, poi, Yuri non cerca formule rassicuranti.<br>Ricorda che nel 2023, in trincea, parlava con gli altri volontari di quando sarebbe terminata la guerra e di cosa avrebbero fatto dopo.<br>«Siamo nel 2026 e siamo nella stessa situazione di allora».<br>Secondo lui, una pace vera non può coincidere con la resa dell’Ucraina. «Molti invocano la pace e chiedono all’Ucraina di<br>arrendersi, ma non dimentichiamo che se domani la Russia si ritira dall’Ucraina tutto finisce».<br>Intanto, la guerra continua a colpire chi non combatte. Yuri parla dellə ucrainə come di un popolo dotato di una resilienza straordinaria. Ad esempio, dopo un bombardamento ricostruiscono subito gli edifici, e durante gli inverni senza corrente elettrica<br>mandano avanti le attività con i generatori. «Il popolo si è abituato alla guerra, ma allo stesso tempo continua a vivere. Resistiamo, arrenderci non è tra le opzioni. Ne va del futuro del Paese e del suo popolo».<br>E lə bambinə? Sono tra le prime vittime invisibili di questa normalità deformata. Yuri racconta delle notti passate nei sotterranei, nelle<br>metropolitane, nei corridoi di cemento armato. Nelle zone più vicine al fronte, le scuole spesso non funzionano o vengono evitate per<br>proteggere lə minori. «Un bambino nato nel Donbass nel 2013, per esempio, ha conosciuto solo la guerra», dice. Ha cambiato casa,<br>visto le occupazioni, vissuto tra le sirene e la paura. «Sono dei traumi che segnano la crescita di un bambino». Reuters ha<br>documentato il peso di tutto questo sullə bambinə ucrainə: le sirene diventate routine, le lezioni nei rifugi, le famiglie sfollate e lə minori costrettə a crescere in un orizzonte di paura.</p>



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<p><br>Nei primi nove mesi del 2024, secondo i dati, più di 50.000 bambinə hanno cercato un aiuto professionale per problemi di salute<br>mentale, circa tre volte più che nel 2023. The Guardian, citando la Global Coalition to Protect Education from Attack, ha riportato<br>che nel periodo 2024-2025 le aggressioni globali all’istruzione sono aumentati del 40%; l’Ucraina figura tra i casi più gravi, con circa 900 attacchi contro le scuole.<br>La guerra pesa in modo particolare anche sulla disabilità. Yuri si riferisce alle persone disabili, incluse quelle che hanno subito<br>amputazioni a causa del conflitto, sottolineando la fragilità economica e psicologica di chi vive già con una disabilità. In<br>Ucraina esistono diverse categorie di disabilità e forme di sostegno, tra cui l’assistenza sociale, gli aiuti economici e le pensioni<br>d’invalidità. Ma il problema non è solo amministrativo:<br>«Psicologicamente vivere in un Paese in conflitto non aiuta di certo».<br>Già nell’aprile del 2022, il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità aveva avvertito che circa 2,7 milioni di persone<br>disabili in Ucraina erano a rischio: intrappolate o abbandonate nelle abitazioni, negli istituti e negli orfanotrofi, con difficoltà di accesso a farmaci essenziali, ossigeno, cibo, acqua, servizi igienici, assistenza quotidiana, informazioni d’emergenza e rifugi sicuri. È<br>una vulnerabilità dentro la vulnerabilità, perché la guerra non espone tuttə alle stesse minacce. Chi ha bisogno di supporto, cure,<br>accessibilità, assistenza o comunicazioni chiare rischia di rimanere indietro proprio quando il pericolo corre più veloce.<br>Gli chiedo che cosa stia dimenticando l’Italia. Risponde senza esitazione: «In Italia si dovrebbe parlare di più di quello che succede qui. Più reportage, più informazione. Secondo me non si percepisce totalmente quello che stanno vivendo qui, se ne parla troppo poco e la gente non ha interesse». Poi aggiunge che conosce molte persone impegnate nell’aiuto umanitario, perciò non è un’accusa indistinta. È una richiesta di attenzione.<br>La guerra, racconta, gli ha tolto la serenità e la spensieratezza che aveva in Italia, ma gli ha anche insegnato ad apprezzare ciò che<br>prima dava per scontato: l’acqua in casa, l’elettricità, un tetto sopra la testa, il cibo. «Ho imparato ad apprezzare ogni singolo momento<br>della vita e a essere grato di poter vivere».<br>Nonostante ciò, il ritorno in Italia è uno dei passaggi più difficili che deve affrontare. «Quando torno in Italia, mi sembra che sia un altro mondo. E ci vuole qualche giorno per adattarmi». Gli aerei, gli elicotteri, le persone che fanno progetti per il futuro: tutto gli appare distante. «A dire la verità mi sento molto fuori luogo. Io arrivo dall’inferno e le persone in Italia sembra vivano su un altro pianeta.<br>Ma la vita continua per loro, sono solo io che ho cambiato la mia».<br>È qui che il titolo dell’articolo trova il suo senso pieno. L’inferno non è soltanto il fronte. È anche il ritorno. È rientrare in un Paese in<br>pace e accorgersi che il proprio corpo è tornato a casa, ma una parte della mente è rimasta altrove; è vedere la normalità dellə altrə<br>e non riuscire più ad abitarla nello stesso modo.<br>All’interno di questa frattura, però, c’è anche una storia d’amore.<br>Nel dicembre del 2023 Yuri rilasciò un’intervista a ТСН (Телевізійна служба новин), il notiziario dell’emittente ucraina 1+1. La donna che sarebbe poi diventata sua moglie lo vide in TV e lo cercò sui social network. Iniziarono a scriversi, poi a sentirsi al telefono ogni giorno. Lei lo sostenne anche dal punto di vista pratico, mandandogli al fronte dolci fatti in casa e vari prodotti ucraini.<br>Nel marzo del 2025 lui andò a Vinnytsia e si incontrarono finalmente di persona. Le chiese di sposarlo. L’11 novembre 2025<br>convolarono a nozze a Kyiv. Al matrimonio c’erano italianə, ucrainə, americanə; un volontario finlandese con cui Yuri aveva combattuto<br>gli fece da testimone.<br>Quando gli chiedo se ci sia una persona ucraina che gli abbia cambiato il modo di vedere la guerra, pensa a lei. «Mia moglie mi<br>ha mostrato che c’è molto di più in Ucraina e non solo la guerra e il combattimento. Lei mi parla di futuro, di progetti, di famiglia…<br>mentre io prima di lei pensavo a sopravvivere, non a vivere».<br>È questa la parte più luminosa della sua storia: non il coraggio inteso come assenza di paura, ma la capacità di restare<br>attraversabile dal bene; di continuare a vedere lə civili, lə bambinə, le persone ferite, lə indifesə; di ricordare le morti; di non scambiare<br>la guerra per un’identità, anche dopo averla vissuta così da vicino.<br>Yuri non desidera essere visto come un eroe. Racconta soltanto una scelta personale e le sue conseguenze: il prezzo umano di una<br>guerra che moltə, in Italia, rischiano di percepire come distante. Ma non lo è.<br>Da lontano, la guerra può sembrare una notizia ripetitiva. Per Yuri, invece, è una notte che ricomincia. Ascoltandolo, continuo a farmi<br>una domanda: siamo davvero sicurə che allə soldatə piaccia uccidere? Che lo facciano sempre per vocazione, per gloria o per<br>amore della guerra? Le sue parole non assolvono la violenza e non la rendono giusta. Spiegano, però, che per alcune persone la<br>decisione di combattere nasce dal rifiuto di restare inerme davanti a ciò che ritengono un’ingiustizia.</p>



<p>Poi arrivano le conseguenze: la morte, il trauma, l’impossibilità di tornare davvero alla vita di prima. Nessuna scelta, in guerra, è<br>semplice. Forse non esiste una risposta capace di contenere tutto: la necessità di difendere qualcuno, la responsabilità di togliere una<br>vita, la paura di perdere la propria e ciò che rimane quando le armi tacciono.<br>«Come cazzo si fa a dormire così?», chiede Yuri.<br>Non lo so, Yuri. Non lo so.<br>So, però, che se un giorno potessi intervistarti di nuovo, vorrei farti domande diverse. Vorrei chiederti qual è stata la strada più bella<br>percorsa con il camion, che cosa ti manca delle montagne bergamasche, quale musica ascolti durante i viaggi e dove vorresti<br>andare senza avere una guerra ad aspettarti all’arrivo. Vorrei sentirti raccontare una giornata tranquilla, una di quelle in cui non<br>accade nulla di eccezionale e proprio per questo ogni cosa acquista valore.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2026/07/f4.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="472" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2026/07/f4-472x1024.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18240" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2026/07/f4-472x1024.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 472w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2026/07/f4-138x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 138w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2026/07/f4-708x1536.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 708w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2026/07/f4.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 738w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></a></figure>



<p><br>Mi piacerebbe che un giorno la guerra fosse solamente un tassello della tua storia. Che qualcuno ti chiedesse chi sei e che tu potessi<br>rispondere parlando di un viaggio, di una montagna, di un progetto ancora da realizzare o di un posto nel quale ti senti a casa.<br>Non so come si faccia a dormire sotto le bombe. Ma spero che arrivino molte notti quiete in cui il buio non faccia più paura e tu<br>possa chiudere gli occhi sapendo che, al risveglio, ti attende semplicemente la tua vita.<br>Io ci sarò sempre.</p>
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		<title>Sostegno alla Global Sumud Flotilla</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Sep 2025 12:49:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani sostiene la Global Sumud Flotilla. Portare aiuti alla popolazione palestinese! Questa è una delle priorità a livello mondiale. La Global Sumud Flottilla è una missione che ha come obiettivo&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/09/GSF.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="447" height="203" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/09/GSF.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18167" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/09/GSF.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 447w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/09/GSF-300x136.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 447px) 100vw, 447px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-video"><video controls src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/09/Video-ApDU.mp4?utm_source=rss&utm_medium=rss"></video></figure>



<p>Associazione Per i Diritti umani sostiene la Global Sumud Flotilla.</p>



<p>Portare aiuti alla popolazione palestinese! Questa è una delle priorità a livello mondiale.</p>



<p>La Global Sumud Flottilla è una missione che ha come obiettivo proprio quello di rompere il blocco imposto dal governo israeliano all&#8217;accesso via mare per la Striscia di Gaza, in modo da poter raggiungere il territorio e portare aiuti umanitari di ogni tipo. Si tratta di una spedizione internazionale e di un&#8217;iniziativa indipendente che vede protagonisti attivisti e professionisti di 44 Paesi; oltre a porre fine all&#8217;assedio, la GSF ha come intento quello di portare un messaggio di Pace e di nonviolenza attiva. </p>



<p>Partita da Barcellona lo scorso 31 agosto, ha visto coinvolti anche i portuali di Genova (che hanno fatto sentire la voce negli ultimi giorni con ulteriori iniziative meritevoli di attenzione) e quelli siciliani per quanto riguarda l&#8217;Italia. Il 4 settembre seguirà un&#8217;altra partenza da Tunisi e da latri porti europei. Con la speranza che l&#8217;esempio e la sensibilizzazione illumini le decisioni dal basso e dall&#8217;alto, per un mondo più giusto e un futuro sicuro. </p>



<p>Ringraziamo Anna Mognaschi, dell&#8217;Associazione Per i Diritti umani, per il video. </p>



<p></p>
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		<title>Dopo l’attacco di Israele: ricerca di colpevoli in Iran – Si temono repressioni contro le minoranze</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jun 2025 10:34:37 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/Teheran.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="590" height="332" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/Teheran.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18056" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/Teheran.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 590w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/Teheran-300x169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 590px) 100vw, 590px" /></a></figure></div>



<p>Dopo i continui attacchi e contrattacchi tra Israele e Iran, l’Associazione per i popoli minacciati (APM/GfbV) avverte che l’escalation militare potrebbe portare a una massiccia ondata di repressione da parte del regime islamista di Teheran contro il movimento per la democrazia e la libertà dei popoli dell’Iran. Dopo gli attacchi, in Iran ci si chiede come sia stato possibile che Israele abbia condotto diverse operazioni nel Paese per prepararsi. Nella ricerca dei colpevoli, i mullah non cercheranno tra le proprie fila, ma tra le minoranze etniche e religiose del Paese.</p>



<p>Da decenni i membri della comunità religiosa bahá’í, i convertiti al cristianesimo e i curdi sono considerati dal regime dei mullah come complici di Israele. Ora potrebbero essere soprattutto i curdi a essere ritenuti responsabili del fatto che Israele sia riuscito a operare attivamente anche in Iran. L’APM teme che nei prossimi giorni l’Iran arresti o giustizi altri curdi. Sono probabili anche nuovi attacchi al pacifico Kurdistan iracheno confinante.</p>



<p>Gruppi sciiti radicali, nazionalisti turchi e islamisti sfruttano gli attacchi per seminare odio contro Israele. Affermano che Israele potrebbe attaccare la Turchia come prossimo obiettivo. Anche se gli sciiti radicali e i sunniti sono nemici tra loro, sono uniti dall’odio comune verso gli ebrei, i curdi e i valori universali come la democrazia e i diritti umani. I governanti iraniani aspirano alla creazione di un grande impero persiano di stampo sciita, mentre la Turchia mira alla fondazione di un impero turco-ottomano di stampo sunnita. I curdi e altre minoranze come i beluci in Iran, gli alawiti/aleviti in Turchia e Siria e i drusi in Siria sono considerati un ostacolo alle aspirazioni di grande potenza persiano-sciite e turco-sunnite. Ora potrebbero diventare bersaglio di attacchi.</p>



<p>Nel frattempo, si levano voci che chiedono un cambio di regime in Iran. La grande maggioranza della popolazione iraniana desidera un ordine democratico diverso, ma non la sostituzione di una dittatura con un’altra, come è successo in Siria. I gruppi etnici non persiani e non sciiti aspirano alla libertà nazionale, linguistica, culturale e, soprattutto, alla completa libertà di credo e di opinione. Ciò è possibile solo in un sistema federale. Molte donne iraniane non vogliono che i mullah impongano loro come vestirsi.</p>



<p>L’Iran è uno Stato multietnico in cui vivono numerosi gruppi etnici come persiani, azeri, curdi, arabi, baluci, turkmeni, armeni e assiri, nonché comunità religiose come sciiti, sunniti, bahá’í, cristiani, zoroastriani, ebrei, ahl-e haqq e dervisci sufi. A differenza della Turchia, le loro aree di insediamento spesso portano ufficialmente il nome etnico del gruppo etnico che vi abita.</p>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Operazione Colomba per i campesinos</title>
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		<pubDate>Tue, 27 May 2025 08:13:07 +0000</pubDate>
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<p>Operazione Colomba e il suo gruppo di volontari promuovono la pace, parte della Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini (don Oreste Benzi). Operazione Colomba opera in luoghi di guerra e di conflitto costante, trovate tutte le informazioni qui: <a href="https://www.operazionecolomba.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.operazionecolomba.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><br>Tra gli altri progetti, in Colombia sono attivi presso la comunità di pace di San Josecito, nei pressi di Apartadó, nella parte nord-occidentale del Paese. Si tratta di una comunità di pace di campesinos minacciati da organizzazioni molto più grandi e violente, che mirano a sottrarre loro la terra per utilizzarla in coltivazioni di coca e banane. </p>



<p>La presenza di volontari internazionali serve per accompagnare i membri della comunità nella vita quotidiana e nei loro spostamenti tra un villaggio e l&#8217;altro, come deterrenza nei confronti di chi li minaccia. </p>



<p>Riceviamo da uno di loro il link a questa raccolta fondi che ha lanciato a sostegno della comunità: ht<a href="tps://daicistai.apg23.org/campaign/proteggere-percorsi-e-diritti-umani/">tps://daicistai.apg23.org/campaign/proteggere-percorsi-e-diritti-umani/</a></p>



<p>Non lo facciamo mai, ma questa volta vi chiediamo di contribuire (come potete).</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. La conferenza sul Sudan ha perso un’opportunità</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Apr 2025 07:11:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nessun passo concreto per salvare la popolazione civile L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha criticato i “risultati deludenti” della conferenza internazionale sul Sudan tenutasi a Londra, definendola una “occasione mancata per salvare la&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Nessun passo concreto per salvare la popolazione civile</p>



<p></p>



<p>L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha criticato i “risultati deludenti” della conferenza internazionale sul Sudan tenutasi a Londra, definendola una “occasione mancata per salvare la popolazione civile”.<br>La conferenza avrebbe fornito l’opportunità di accordi concreti per fare pressione sulle parti in conflitto e porre fine alla guerra. Tra i 20<br>Paesi partecipanti c’erano anche Stati che stanno rifornendo il Sudan di armi, gettando così benzina sul fuoco, come gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia o l’Egitto. Non aiuta nessuno continuare a ripetere che il Sudan non sarà dimenticato. Gli aiuti promessi, come quelli dell’anno scorso, non possono certo alleviare le sofferenze della popolazione. Questo è particolarmente amaro per le molte migliaia di rifugiati che non sono nemmeno al sicuro nei campi profughi.</p>



<p>Solo pochi giorni prima dell’inizio della conferenza, le Forze di Supporto Rapido (RSF) hanno compiuto un orribile massacro nel più grande campo profughi di Zamzam in Darfur. Centinaia di persone sono state uccise e ferite e decine di migliaia sono state costrette a fuggire di nuovo. Anche nove medici sono stati deliberatamente uccisi.</p>



<p>Questo orribile crimine di guerra non viene nemmeno menzionato nel documento finale della conferenza. Prima della conferenza, l’APM aveva inviato una lettera ai partecipanti alla conferenza chiedendo di condannare gli Stati che sostengono le parti in guerra con armi, denaro e personale. Le sanzioni esistenti devono essere coerentemente rispettate e i reati devono essere puniti. Inoltre, le popolazioni<br>bisognose devono essere rifornite per via aerea di aiuti e cibo, devono essere creati corridoi di fuga sicuri e devono essere sostenute le<br>organizzazioni della società civile che forniscono aiuti sul campo.</p>



<p>Da due anni il Sudan è scosso da pesanti combattimenti che hanno portato al più grande disastro umanitario del mondo, con una stima di 150.000 morti e 13 milioni di rifugiati. 30 milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari. La fame e lo stupro vengono usati come armi in questa guerra contro la popolazione civile, soprattutto donne e bambini.</p>
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		<title>Cos&#8217;è il Ramadan</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Mar 2025 09:44:36 +0000</pubDate>
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<p><br></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p>Il primo di marzo è iniziato il Ramadan per i musulmani. Di che cosa si tratta? Secondo la tradizione islamica è il mese in cui Maometto ricevette la rivelazione del Corano &#8220;come guida per gli uomini di retta direzione e salvezza&#8221; (Sura II, v. 185). Il nome deriva dalla radice &#8220;ar-ramad&#8221;, ovvero “calore cocente”. Questo mese sacro prevede il digiuno fino al tramonto, ma anche preghiera, meditazione e autodisciplina. Nell&#8217;Islam è molto importante l&#8217;intenzione: la partecipazione al Ramadan deve dunque essere perpetrata con serietà e consapevolezza. L’obiettivo del fedele musulmano è crescere spiritualmente e avvicinarsi ad Allah. Il digiuno è un obbligo per tutti i musulmani praticanti adulti e sani che, dalle prime luci dell&#8217;alba fino al tramonto, non possono mangiare, bere, fumare e praticare sesso.<br>Il digiuno si interrompe al tramonto con un dattero o un bicchiere d&#8217;acqua e segue poi il passo serale, detto &#8220;iftar&#8221;.<br>L&#8217;esonero dal digiuno è previsto per donne incinte, viaggiatori, anziani e donne durante il ciclo mestruale. Il mancato digiuno si può recuperare durante l’anno.<br>Il digiuno (sawn) è solo uno dei cinque doveri della fede islamica. Gli altri sono la professione di fede (kalima), la recita quotidiana delle cinque preghiere (salat), l&#8217;elargizione delle elemosine (zakat) e il compimento, almeno una volta nella vita, del pellegrinaggio (hagg) a La Mecca (Arabia Saudita).<br>La mancata osservanza di questi precetti, nelle comunità più osservanti, può portare all&#8217;imputazione del reato di apostasia. Il Ramadan è il mese più sacro dei musulmani &#8211; che sono circa 1,6 miliardi in tutto il mondo &#8211; e il periodo dell&#8217;anno in cui si celebra è lo stesso in tutti i Paesi islamici.<br>Non cade sempre nello stesso periodo del calendario gregoriano, perché quello degli islamici è un calendario lunare (l&#8217;anno lunare dura circa 11 giorni meno di quello solare), e la numerazione dell&#8217;anno non coincide perché i musulmani iniziano a contare dal nostro 622 d. C., quando Maometto lascò la Mecca per recarsi a Medina.<br>Ci sono cibi che si possono mangiare quando cala il sole. Ogni Paese ha le sue tradizioni: per esempio, in Tunisia, Algeria e Marocco viene preparato un cous-cous solo con agnello (non il pollo o il montone) e aggiunta di uvetta; in Siria e in Giordania invece si mangiano i &#8220;katai&#8221;, dolci con ripieno di cocco, nocciole tritate e zucchero.<br>Durante il Ramadan si bevono succhi di frutta, e nei Paesi del Maghreb quello di liquirizia, che alza la pressione sanguigna, perché chi digiuna ce l&#8217;ha più bassa del solito.<br>Ovunque, il Ramadan è un momento di condivisione e di unione. È usanza invitare i propri vicini e amici a condividere tutti insieme il pranzo serale e a recitare particolari preghiere dette &#8220;tarawih&#8221;. Il Ramadan termina dopo 29 o 30 giorni con una festa chiamata &#8220;&#8216;id al-fitr&#8221;, ovvero &#8220;la piccola festa&#8221;, durante la quale, oltre ad un pasto rituale, si fanno offerte per i più poveri della comunità.<br>Buon Ramadan a tutti!</p>



<p><br>Si ringraziano Focus e National Geographic</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Congo: alle prese con Malaria, Vaiolo delle Scimmie ed Ebola</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2025 10:30:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Filippo Cinquemani Dalla fine di ottobre a Panzi, nel Congo, si è diffusa una grave forma di Malaria, come dichiarato anche dall&#8217;Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità). Sono già stati registrati diversi decessi nel&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p>Dalla fine di ottobre a Panzi, nel Congo, si è diffusa una grave forma di Malaria, come dichiarato anche dall&#8217;Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità).</p>



<p>Sono già stati registrati diversi decessi nel giro di poco tempo e i sintomi principali sono: febbre, affaticamento, difficoltà respiratorie, forte anemia. L&#8217;epidemia ha colpito principalmente soggetti di età compresa tra gli 0 e i 14 anni. La risposta sanitaria è arrivata da una squadra dell&#8217;area interessata, supportata dall&#8217;OMS, che si è occupata soprattutto di capire meglio come fronteggiare la situazione, ma anche come sensibilizzare la popolazione riguardo alla prevenzione e alla terapia adatta.</p>



<p>La Repubblica Democratica del Congo da quest&#8217;estate deve fare i conti anche con il Vaiolo delle Scimmie e l&#8217;Ebola. Nell&#8217;area, si è assistito ad un peggioramento dell&#8217;insicurezza alimentare negli ultimi mesi, ad una bassa copertura vaccinale e ad un accesso molto limitato alla diagnostica e alla gestione dei casi più seri. C&#8217;è anche mancanza di rifornimenti e mezzi di trasporto così come carenza di personale sanitario. </p>



<p>Il contagio purtroppo non accenna ad arrestarsi, tant&#8217;è che ha coinvolto anche nostri connazionali e non si sa ancora come avvenga con esattezza. </p>



<p>Se il mondo globalizzato permette di muoversi da un luogo all&#8217;altro, i Paesi con un rischio più alto di diffusione sono quelli con situazioni socioeconomiche e sanitarie più compromesse, ma è anche vero che chi è povero difficilmente può spostarsi dal luogo in cui vive (e coloro che vorrebbero partire in maniera irregolare, se così malati, non vengono caricati sui barconi, nè possono affrontare un percorso a piedi). </p>



<p>Il continente africano è ricco di risorse minerarie, di risorse umane, di saggezza purtroppo, però, le condizioni delle popolazioni sono altamente disagiate a causa del malgoverno e dello sfruttamente da parte delle potenze occidentali: se le malattie si propagano, lì come qui, le persone hanno il diritto &#8211; fondamentale &#8211; alla cura, anche tramite la cooperazione internazionale, nel caso di Paesi come il Congo. </p>



<p>La Malaria sta colpendo, abbiamo scritto, principalmente neonati e ragazzini: sta colpendo il futuro. E non possiamo permettercelo. </p>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati. Venezuela&#8221;. Un bacio al cecchino</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jan 2025 12:30:46 +0000</pubDate>
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<p><br></p>



<p>di Tini Codazzi</p>



<p></p>



<p>Il Venezuela si trova in un momento cruciale: più di due anni fa, la leader dell&#8217;opposizione Maria Corina Machado aveva dichiarato che questa lotta era lunga e che non sarebbe stato facile, nonostante questo, il popolo ha creduto in lei, si è fidato al cento per cento e in pochissimo tempo la Machado è diventata non<br>solo una leader politica, bensì una leader spirituale, capace di muovere migliaia di persone. La maggior parte dei venezuelani, dentro e fuori la nazione, ha ascoltato il suo appello per la libertà e la democrazia, ha creduto e ancora crede che il paese possa liberarsi da questo incubo. Il popolo venezuelano ha lottato molto per raggiungere un obbiettivo, senz’altro il più importante degli ultimi 30 anni, che nel 2025 si realizzerà.<br>Giovedì 9 gennaio, il popolo venezuelano è sceso in piazza per ribadire il proprio pensiero, per dire a Nicolás Maduro e alla sua cerchia tirannica e assassina che devono andarsene, che nessuno gli crede più e che nessuno li vuole più.<br>Il presidente eletto González Urrutia ha inaugurato il 2025 facendo un tour in alcuni Paesi dell&#8217;America Latina. Arrivato a Buenos Aires, è stato accolto dal presidente Milei e da una grande comunità di venezuelani che hanno riempito la Plaza de Mayo, dove si trova la Casa Rosada, sede del governo argentino. Immagini incredibili e commoventi. Successivamente, si è recato negli Stati Uniti per incontrare il<br>presidente Biden e una delegazione del presidente eletto Trump, poi ha fatto tappa anche in Uruguay e a Panama, dove i governi di questi Paesi hanno ribadito il loro sostegno. Nel frattempo, il presidente colombiano Petro ha dichiarato che non avrebbe partecipato in qualità di ospite all&#8217;inaugurazione del 10 gennaio, in quanto le elezioni dello scorso anno non si sono svolte democraticamente. Un colpo per Maduro che ha sempre considerato Petro un amico e alleato nella regione.<br>Il narco regime è in agonia e il suo unico strumento è la violenza: armi puntate contro il popolo, gli attivisti, i politici dell&#8217;opposizione e le loro famiglie, sequestri e torture. Tre giorni fa, uomini incappucciati non identificati hanno rapito il genero del presidente. Si tratta di un&#8217;esacerbazione della violenza che i venezuelani conoscono bene, l&#8217;abbiamo già vista più di una volta in questi 25 anni di dittatura, ma ciò che è cambiato è l&#8217;elemento di “nervosismo” di questa violenza. Il 9 gennaio Caracas era militarizzata. Tuttavia, in diverse città del Paese dove la gente è scesa in piazza, la polizia non ha aggredito la folla, non l&#8217;ha repressa o maltrattata, il che indica che il sistema poliziesco e militare non appartiene più al cento per cento al regime, ma si sta gradualmente spostando dalla parte della democrazia e di ciò che è giusto. Non abbiamo ancora vinto la guerra, ma abbiamo vinto battaglie molto importanti. Il 9 gennaio Maria Corina Machado è uscita dalla clandestinità, è scesa in piazza e ha parlato alla folla, che ha risposto con forza, coraggio e determinazione. Cecchini e polizia, agli ordini del regime, circondavano le strade e la piazza dove Maria Corina stava parlando. Con un gesto che passerà alla Storia, Maria Corina ha alzato gli occhi al cielo, ha visto uno dei cecchini sul tetto di un edificio vicino e lo ha salutato con un bacio. Un gesto intelligente, sincero e non di sfida. Subito dopo è stata intercettata dalla polizia del regime mentre lasciava la manifestazione, è stata sequestrata, maltrattata e il conducente della moto che la stava portando via è stato ferito ad una gamba. È stata rilasciata poche ore dopo. Il conducente della moto è stato sequestrato e in questo momento è scomparso. Più di 24 ore dopo, María Corina ha spiegato la dinamica del sequestro express. Per questa ragione, Machado ha suggerito al presidente eletto di non entrare nel Paese, in quanto non c’erano e non ci sono le condizioni di sicurezza perché González Urrutia possa insediarsi come presidente. Così è stato. González Urrutia si trova attualmente nella Repubblica Dominicana.<br>Il piccolo barlume di speranza che avevamo riposto nel 10 gennaio si è spento, ma non siamo affatto sconfitti, non abbiamo perso la fede, né smettiamo di lavorare per la libertà. Tutte le conquiste ottenute negli ultimi anni grazie alla leadership di María Cristina e dei suoi alleati sono enormi e molto importanti.<br>Nicolás Maduro si è insediato come illegittimo presidente in una piccola stanza blindata di Miraflores, il Palazzo del Governo, circondato dai suoi fedeli criminali e alla presenza di soli due “presidenti”, criminali quanto lui: Daniel Ortega, presidente del Nicaragua, e Miguel Díaz Canel, presidente di Cuba. Nel frattempo, Il mondo democratico lo rifiuta apertamente e dichiara che il nuovo presidente è González Urrutia. Da quasi tutta America e da tutta Europa piovono critiche feroci a Maduro. La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha pubblicato sui social: “Restituite il Venezuela al popolo. Maduro dovrebbe affrontare la giustizia, non prestare un giuramento illegittimo. La libertà deve prevalere. Il Venezuela è libero”. Anche le parole dell’Alto rappresentante Ue per Affari esteri e sicurezza Kaja Kallas sono state contundenti: “L’Unione Europea sostiene il popolo venezuelano nella difesa della democrazia: Maduro è privo di ogni legittimità democratica”. Il governo americano ha aumentato la taglia sulla testa di Maduro, adesso vale 25 milioni di dollari, quella di Diosdado Cabello, la mente diabolica di questo regime, vale anch&#8217;essa 25 milioni. È appena entrato in gioco anche il ministro della Difesa, Vladimir P. López, la cui testa ora vale 15 milioni. Tra circa 10 giorni Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca e Marco Rubio, il nuovo Segretario di Stato, vecchio nemico di Maduro e conosciuto per le sue posture estreme verso regimi latinoamericani come appunto, quello del Venezuela. Rubio metterà tra le sue priorità la regione latinoamericana. Sono innumerevoli le sue dichiarazioni contro Maduro e le sue proposte di legge al Senato americano per mettere il bastone tra le ruote e togliere ossigeno al regime. Sue sono le seguenti dichiarazioni: “Nell&#8217;interesse della sicurezza nazionale statunitense e della stabilità regionale, Maduro deve essere consegnato alla giustizia per i suoi crimini contro il popolo venezuelano”. (Lettera al procuratore generale degli Stati Uniti Merrick Garland che chiede l&#8217;arresto di Maduro nel giugno 2022). “Diosdado Cabello non è semplicemente un leader politico, è il moderno Pablo Escobar del Venezuela, un trafficante di droga”. (Commento durante un&#8217;audizione al Senato nel luglio 2017) La differenza adesso qual è: Marco Rubio sarà Segretario di Stato degli Stati Uniti di America.<br>Miraflores trema. Miraflores agonizza. Maduro ha perpetrato un colpo di Stato e la comunità internazionale lo sa. Continuiamo a lavorare internamente ed esternamente per raggiungere l&#8217;obiettivo #HastaElFinal.</p>
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		<title>SIRIA LIBERA: il nuovo capitolo di una terra millenaria</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Dec 2024 11:26:02 +0000</pubDate>
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<p>di Barbara Raccuglia </p>



<p>Da piazza Fontana, fino al Duomo a Milano, tutta stretta nel mio cappotto per il gelo, decido di andare a prendere la metropolitana, per fare ritorno verso casa.<br>&#8220;Casa&#8221;, che per il popolo siriano può essere stato, per molto tempo, sinonimo di perdita e di dolore, come mi ha confidato una ragazzina di 16 anni: &#8220;&#8230;è che finalmente sai, possiamo tornare a casa!&#8221;.<br>Dal mio cappuccio, intravedo bandiere in festa. Interrompo il mio tragitto e decido subito di cambiare percorso, attratta da musiche arabe&#8230;<br>Vedo volti felici, di donne e di uomini. Di bambini e di bambine.<br>Si abbracciano. Si baciano. Si stringono. Cantano e ballano, non curandosi dell&#8217;opacità del cielo.<br>Ho visto qualcuno piangere, con una rosa tra le dita e ho domandato perchè. Ho iniziato a fermare le persone &#8230;Cosa è successo ? Chi siete? Cosa state festeggiando?<br>&#8220;Siamo qui perchè abbiamo finito 50 anni di regime, 50 anni di torture, 50 anni di un partito solo&#8230;O voti quello o voti quello. Non avevamo la democrazia. Non potevamo esprimere i nostri consensi per dire che non vogliamo più quel presidente. Siamo qui per una rivoluzione pacifica, durata undici mesi., ma hanno cominciato a bombardar sul nostro Paese, per disperdere le manifestazioni&#8230;E adesso, finalmente, è arrivato il momento di gioire per tutta la popolazione siriana. Per tutte le religioni in Siria. La Siria è sempre stata religiosa e abbiamo sempre vissuto in pace. Vogliamo tornare a vivere in pace come abbiamo vissuto sempre. &#8220;Viva l&#8217;Italia e viva la Siria libera&#8221;: così mi ha risposto Yasser, un uomo siriano.</p>



<p>Tra gelo e bandiere, ubriaca di curiosità, vengo accompagnata da Souer, portavoce dell&#8217;associazione &#8220;Insieme per la Siria&#8221;: &#8220;noi siamo qui, insieme, per la liberazione della Siria, dopo 53 anni di dominio della famiglia di Assad, padre e figlio, che hanno distrutto il Paese e hanno fatto dieci milioni di sfollati. Un milione quasi, di vittime. Hanno aperto le prigioni ieri: migliaia di donne e bambini imprigionati ingiustamente. Noi stiamo festeggiando la Libertà. Questa è una rivoluzione che è iniziata nel 2011 e crediamo che oggi sia proprio una giornata storica per la Siria e per la liberazione da questo tiranno! &#8220;<br>Ieri una “cellula operativa per la liberazione di Damasco” ha dichiarato in televisione la liberazione della città di Damasco,  la caduta del tiranno Bashar al Assad, il rilascio di tutti i prigionieri, ingiustamente detenuti, nelle carceri del regime.<br>La liberazione della Siria: un processo lungo e complesso.<br>La questione della liberazione della Siria è uno dei capitoli più drammatici della storia recente del Medioriente. Il Paese è stato devastato da oltre un decennio di guerra civile, iniziata nel 2011 con proteste pacifiche contro il regime autoritario di Bashar al-Assad e come parte del più ampio movimento delle &#8220;Primavere Arabe&#8221;. La risposta repressiva del governo ha portato a una spirale di violenza, trasformando il conflitto in una guerra regionale e internazionale con l&#8217;intervento anche di potenze come Russia, Stati Uniti, Iran e Turchia.<br>La &#8220;liberazione&#8221; della Siria assume significati diversi a seconda delle prospettive politiche. Per il regime di Assad e i suoi alleati, la riconquista dei territori ribelli rappresenta una vittoria contro il terrorismo e una riaffermazione della sovranità nazionale. Tuttavia, per l&#8217;opposizione siriana e le popolazioni che hanno vissuto sotto il controllo del regime, il termine &#8220;liberazione&#8221; può suonare come un&#8217;ironia amara, dato che molte di queste aree sono state distrutte e i civili hanno subito gravi violazioni dei diritti umani.<br>Un altro aspetto cruciale è il ruolo delle forze curde nel nord-est del paese. Queste hanno combattuto l&#8217;ISIS con l&#8217;appoggio della coalizione internazionale, ma le loro aspirazioni di autonomia si scontrano con l&#8217;opposizione del governo centrale della Turchia. La liberazione delle aree sotto il controllo dell&#8217;ISIS è stata un successo importante, ma ha lasciato in sospeso il futuro politico della regione.<br>L&#8217;area appare frammentata; intere regioni, come Idlib, sono ancora controllate da forze ribelli, mentre l&#8217;influenza di attori esterni continua a complicare l&#8217;ipotesi di una soluzione duratura, ma la ricostruzione e il ritorno dei rifugiati, è oggi, una realtà possibile.<br>La Liberazione della Siria non può essere vista solo come un evento militare, ma come un processo che potrebbe portare alla rinascita di un Paese, senza dimenticare di tenere sempre in alto le bandiere della Pace.<br>A questo proposito, suggerisco la visione di un film: LE NUOTATRICI, disponibile su Netflix, della regista Sally El Hosaini.</p>



<p></p>



<p>A seguire foto e video di testimonianze </p>



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<figure class="wp-block-gallery columns-3 is-cropped"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/foto1-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="594" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/foto1-1-594x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" data-id="17814" data-full-url="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/foto1-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-link="https://www.peridirittiumani.com/?attachment_id=17814&utm_source=rss&utm_medium=rss" class="wp-image-17814" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/foto1-1-594x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 594w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/foto1-1-174x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 174w, 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		<title>MEDU (Medici per i diritti umani): emergenza Ucraina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Sep 2024 10:41:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Ci sarà sicuramente un&#8217;altra conferenza di pace&#8221;: questa la dichiarazione all&#8217;Ansa, di circa 20 ore fa, del cancelliere tedesco Olaf Scholz che continua, affermando: &#8220;E io e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky siamo d&#8217;accordo&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/medu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="526" height="526" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/medu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17694" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/medu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 526w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/medu-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/medu-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/medu-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/medu-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 526px) 100vw, 526px" /></a></figure></div>



<p> </p>



<p>&#8220;Ci sarà sicuramente un&#8217;altra conferenza di pace&#8221;: questa la dichiarazione all&#8217;Ansa, di circa 20 ore fa, del cancelliere tedesco Olaf Scholz che continua, affermando:</p>



<p>&#8220;E io e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky siamo d&#8217;accordo sul fatto che debba essere coinvolta anche la Russia&#8221;.  in un&#8217;intervista alla Zdf.</p>



<p>Scholz, ha chiesto di intensificare gli sforzi diplomatici per raggiungere la pace in Ucraina &#8220;più rapidamente&#8221;, mentre la guerra sta attraversando il suo terzo anno. &#8220;Credo che sia giunto il momento di discutere su come uscire da questa situazione di guerra e raggiungere la pace più rapidamente&#8221;.</p>



<p><br>Dall&#8217;inizio del conflitto, tra gli aiuti umanitari sul territorio, la clinica mobile di MEDU opera nella cittadina di confine rumena di Siret-Suceava e nella città di<strong> </strong>Černivc<strong>i</strong> in Ucraina che ospita circa 80.000 profughi principalmente a donne, bambini e anziani. </p>



<p>Le persone in fuga  dalla guerra sono profondamente provate e gli effetti della paura e del trauma possono causare ferite psicologiche come il disturbo post traumatico. Poter ricevere un supporto medico psicologico è essenziale.</p>



<p>Inoltre, l’intervento prevede anche azioni di supporto rivolte ai volontari rumeni impegnati a offrire accoglienza, orientamento alle donne, anziani e bambini in fuga dalla guerra e in arrivo in Romania.</p>



<p><strong>Il team sanitario di MEDU, </strong>composto da un coordinatore, mediatori,  medici e psicologi fornisce assistenza medico-psicologica e in collaborazione con l’associazione <a href="https://www.facebook.com/nutriaiditalia.onlus?__cft__%5B0%5D=AZXnS3XxXm0rriL4R0fh7tcasGU_5h1dl4zJ62c5_J2uKkcl3-E9rYZ4bW7lphlBQM9RhSF_DmAuReOSJGTuR1cxjpFDufCNzP-uFSf70AHN1uiow4CfUlI5MFuSobtoy4CoJsBKhwiCm7B9evtOvO4ASi5qtY6cAW5HBqT39HwmerEWCfayxGf7ToN94voJEMg&amp;__tn__=-%5DK*F&utm_source=rss&utm_medium=rss">NutriAid Italia</a>, assistenza  pediatrica.</p>



<p>Sono previste attività formative sul tema nel pronto soccorso psicologico per i volontari delle organizzazioni locali impegnati nell’accoglienza e nell’orientamento  al confine con l’Ucraina e nelle principali città rumene.</p>



<p>Anche in Italia nei centri MEDU&nbsp;Psyche si fornisce un servizio di assistenza psicologica&nbsp; per i profughi ucraini.</p>



<p><strong>Il team clinico  è composto da:</strong></p>



<ul><li>Medici</li><li>Pediatri di NutriAid</li><li>Psicologi</li><li>Mediatori</li></ul>



<p>Dal 24 febbraio 2022  è, inoltre, attivo il progetto: &#8220;Assistenza sanitaria e supporto psicosociale in favore della popolazione sfollata in Ucraina&#8221;.</p>



<p>Dal 24 febbraio 2022, la guerra in Ucraina continua a infliggere un immane dolore umano, morti e distruzione, mettendo milioni di persone a rischio di gravi violazioni e generando gravi bisogni umanitari. Secondo i dati OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) su una popolazione totale di 33.3 milioni di persone, il 43% (14.6 milioni) ha bisogno di urgenti aiuti umanitari, assistenza e protezione, mentre 6 milioni sono rifugiati sul territorio europeo (febbraio 2024). Nell’oblast di Chernivtsi, dove MEDU opera da maggio 2022, sono 173.752  le persone che hanno bisogno di assistenza. Chernivtsi, che per il momento non è teatro di guerra, è tra gli oblast con la maggiore concentrazione di persone che hanno subito multipli sfollamenti (circa il 50%) e hanno percorso rotte spesso difficili sia all’interno sia all’esterno del Paese alla ricerca di sicurezza e stabilità (IOM). Le persone in fuga sono profondamente provate e gli effetti della paura e del trauma possono causare ferite psicologiche come il disturbo da stress post traumatico. Si stima che le persone che hanno urgente bisogno di assistenza sanitaria ammontino a 7.8 milioni, di cui 85.965 nella regione di Chernivtsi (OCHA). Per contribuire a far fronte a tale emergenza, MEDU ha avviato un intervento di assistenza sanitaria e psicologica all’oblast di Chernivtsi, attraverso una clinica mobile e un’equipe composta da medici generalisti, pediatri, psicologi e mediatori culturali. Poter ricevere un supporto medico psicologico costituisce accesso ad un servizio essenziale e salvavita.</p>



<p><strong><br>Attivitá</strong></p>



<ul><li>Distribuzione di farmaci e dispositivi medicali per le strutture sanitarie locali</li><li>Erogazione dei servizi sanitari di base e dei servizi e fornitura di medicinali essenziali</li><li>Erogazione servizi primo soccorso psicologico e psicotraumatologia</li><li>Attività di supporto psicosociale di sostegno alle persone in condizione di maggiore vulnerabilità</li><li>Formazione e supporto al personale delle OSC locali, in ambito di pronto soccorso psicologico/psicotraumatologia e prevenzione del trauma vicario e del burn out</li></ul>
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