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		<title>Aggiornamento #Libano</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2020 07:50:16 +0000</pubDate>
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<p>(Da Anmbamed di Farid Adly)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="800" height="600" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14497" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/libano-beirut-proteste-20191021090150-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure></div>



<p>Manifestazioni a Beirut per il terzo giorno consecutivo. Scontri con la polizia nella piazza dei Martiri, nel centro della città. “Punire i responsabili ed i primi tra coloro si siedono sulle poltrone del governo e del Parlamento”, hanno scritto nei cartelli. “Negligenza e corruzione sono le cause della strage”, annunciano altri. La richiesta è la caduta del governo e elezioni anticipate subito. Pietre contro lacrimogeni e pallottole di gomma. I manifestanti hanno tentato di raggiungere la sede del Parlamento, scavalcando le transenne, ma sono stati respinti. Nei video postati sui social è stato notato un principio di incendio nelle vicinanze del palazzo del Parlamento, ma è stato subito domato dai vigili del fuoco. La situazione politica nel paese sta precipitando. Si sono dimessi due ministri: quella dell&#8217;Informazione, Manal Abdulsamad, e dell&#8217;ambiente, Dimanus Qattar. Abdulsamad ha spiegato la sua decisione per l&#8217;incapacità di rispondere alla volontà popolare di un passo di cambio nella gestione del potere. 11 i deputati che si sono dimessi dall&#8217;incarico.</p>



<p>Il confronto politico è sulla natura dell&#8217;inchiesta sulla strage. I partiti dell&#8217;opposizione, Saad Hariri (sunniti), Walid Jumblat (Socialisti) e una parte dei partiti cristiani chiedono un&#8217;inchiesta internazionale. I partiti al governo (Hezbollah, una parte dei sunniti e i cristiani&nbsp;seguaci del presidente&nbsp;Aoun) vogliono mantenere il carattere nazionale alla vicenda. Il timore dei primi è che venga insabbiata l&#8217;inchiesta; quello dei contrari è che vengano scoperte responsabilità politiche dei diversi governi che si sono succeduti negli ultimi anni.</p>



<p>Sulla questione si è espresso anche il patriarca maronita, nel sermone della Domenica, chiedendo le dimissioni del governo, elezioni anticipate e inchiesta internazionale.</p>



<p>Un altro tema nel dibattito politico libanese è il disarmo di Hezbollah; tema questo che rischia di avvelenare le acque e portare il paese allo scontro confessionale e alla guerra civile.</p>



<p>Le ricerche dei dispersi sono praticamente concluse. Il capo delle squadre ha affermato che “non ci sono più speranze di trovare altre persone vive sotto le macerie. Rimaniamo a lavorare per la rimozione delle macerie e liberare le strade”. Il numero totale delle vittime sale quindi a 208 morti.</p>



<p>Sul piano internazionale, la Conferenza di Parigi dei paesi donatori, promossa dalla Francia e dall&#8217;ONU, non sembra aver trovato il successo sperato. Di fronte ad una valutazione del danno di 15 miliardi di dollari, gli aiuti promessi sono di 250 milioni e “condizionati alla fornitura diretta degli aiuti alla popolazione, per evitare corruzione e clientelismo. Non daremo carta bianca al sistema politico libanese”, ha sentenziato il presidente Macron.</p>



<p>IL premier libanese Diyab ha presentato le sue dimissioni, dopo le proteste popolari e le dimissioni di 4 ministri e 11 deputati dai loro incarichi. Lo ha fatto con dignità, sostenendo le rivendicazioni della piazza, ma mettendo con dignità i punti sugli i: “Siamo qui a guidare il paese da pochi mesi, ma ci siamo accorti che il sistema corrotto è uno Stato nello Stato. Siamo per la punizione di chi ha sbagliato, per una vicenda che dura da 7 anni&#8230; Tra coloro che hanno chiesto le nostre dimissioni ci sono politici che hanno governato per molto più tempo di questo governo tecnico. Non c&#8217;è limite alla vergogna”. La frecciata è rivolta senza nominarli all&#8217;ex premier Saad Hariri, ai ministri di governi passati che siedono nelle istituzioni bancarie e finanziarie. Il presidente Aoun lo ha incaricato degli affari correnti e inizierà le consultazioni per una nuova nomina o elezioni anticipate. La crisi libanese è complessa, perché il sistema politico è marcio e fondato non sulla cittadinanza, ma sull&#8217;appartenenza alle confessioni. Una delle richieste delle manifestazioni di piazza, che durano dello scorso 17 Ottobre, è proprio la fine della spartizione confessionale della politica e delle poltrone. Una rivendicazione che dura dai tempi della guerra civile durata dal 1975 al 1990. Ma il sistema è riuscito, a causa dell&#8217;interferenza anche di fattori esterni, a impedire il cambiamento. La strage del porto è dato il colpo di grazia al sistema corrotto, ma probabilmente anche alle speranza di cambiamento e di fronte al Libano si apre un periodo molto difficile pieno di incognite.</p>



<p>Il paese è sulla bocca di un vulcano e rischia di finire nell&#8217;uragano degli scontri regionali e internazionali: lo scontro tra l&#8217;iran e Israele e Stati Uniti, la lotta tra Turchia e Qatar da una parte e Arabia Saudita e Emirati arabi uniti dall&#8217;altra. E anche qua non manca lo zampino della Turchia, che sfida sul terreno delle influenze la Francia. Nel paese inoltre vivono circa due milioni di profughi palestinesi e siriani, con il dramma dei loro paesi dove, in uno c&#8217;è una guerra civile e l&#8217;altro è sottoposto ad un&#8217;occupazione militare. La guerra tra Israele e Siria si gioca anche sul territorio libanese.</p>



<p>Il Libano si è barcamenato finora in un equilibrio instabile, dichiarando la sua neutralità. Una condizione impossibile in un mare di contraddizioni come lo è il Vicino Oriente. Le pressioni politiche ed economiche messe in campo da Washington e Riad nascono dalla volontà di escludere Hezbollah dal governo. Ma senza questo movimento, non ci sarebbe una maggioranza in Parlamento. Hezbollah è un partito e allo stesso tempo un movimento armato di resistenza contro Israele ed è nel campo dell&#8217;Iran e del presidente siriano Bashar Assad. Suoi 4 aderenti sono accusati per l&#8217;assassinio dell&#8217;ex premier Rafiq Hariri e processati in contumacia al Tribunale speciale dell&#8217;Aja, che doveva emettere la sentenza lo scorso Venerdì. In passato, le condizioni politiche hanno costretto lo stesso Saad Hariri, figlio di Rafiq e capo del Partito Al Mustqbal (Futuro), a presiedere un governo di coalizione con Hezbollah. Condizioni che adesso non ci saranno più.</p>



<p>Durante la conferenza dei paesi donatori, si è vista la debolezza del governo attuale, che è stato escluso dal poter gestire gli aiuti internazionali, che andranno direttamente alle organizzazioni non governative libanesi ed agli organismi internazionali dell&#8217;ONU.</p>



<p>Le variabili sono molte e il presidente francese Macron ha accennato ad una di queste rivolgendosi al presidente USA Trump: “Le sanzioni rischiano di complicare il quadro politico libanese, invece di risolverlo”. Le sanzioni all&#8217;Iran, che toccano Hezbollah, intende. Per non far crollare il paese dei cedri, Parigi indica un governo di unità nazionale, per una riforma costituzionale.</p>



<p>Sarà capace la società civile libanese, che ha condotto le lotte di piazza, in modo civile e misurato, di proseguire su questo sentiero accidentato? Una riforma costituzionale ha bisogno di un Parlamento non spartito tra le confessioni ed una legge elettorale democratica: ogni testa un voto.</p>



<p>E&#8217; una lotta impari, che si svolge in condizioni molto più difficili in una situazione economica disastrosa e un clima internazionale polarizzato, che non lascia spazi di manovra.</p>



<p>Dalle ceneri del porto, potrebbe nascere il nuovo Libano, ma non si vedono in campo le forze per portarlo a termine.</p>
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		<title>Silvia Romano è stata liberata</title>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2020 15:47:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da ilpost.it) Lo ha annunciato poco fa Giuseppe Conte, senza ulteriori dettagli: la cooperante italiana era stata rapita nel 2018 in Kenya Silvia Romano, la cooperante italiana rapita nel 2018 nel sud del Kenya,&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>(da ilpost.it)</p>



<h2>Lo ha annunciato poco fa Giuseppe Conte, senza ulteriori dettagli: la cooperante italiana era stata rapita nel 2018 in Kenya</h2>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2020/05/silvia.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>Silvia Romano, la cooperante italiana rapita nel 2018 nel sud del Kenya, è stata liberata dalla prigionia. Lo ha annunciato con un tweet il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, senza fornire ulteriori dettagli. Quello di Romano&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2019/08/04/italiani-rapiti-nel-mondo/?utm_source=rss&utm_medium=rss">era uno dei casi più noti e recenti</a>&nbsp;di cittadini italiani rapiti all’estero. Di lei si avevano avute soltanto scarse e incerte notizie fin dai primi giorni del rapimento. Ancora un anno fa, Conte&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2019/03/22/silvia-romano-rapimento-giuseppe-conte/?utm_source=rss&utm_medium=rss">aveva ammesso</a>&nbsp;di non essere «ancora venuto a capo» del suo rapimento.<a href="https://twitter.com/GiuseppeConteIT?utm_source=rss&utm_medium=rss"></a><a href="https://twitter.com/GiuseppeConteIT?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Giuseppe Conte</strong><strong><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.1.0/72x72/2714.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="✔" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></strong>@GiuseppeConteIT</a><a href="https://twitter.com/GiuseppeConteIT/status/1259140447353667585?utm_source=rss&utm_medium=rss"></a></p>



<p>Silvia Romano è stata liberata! Ringrazio le donne e gli uomini dei servizi di intelligence esterna. Silvia, ti aspettiamo in Italia!<a href="https://twitter.com/intent/like?tweet_id=1259140447353667585&utm_source=rss&utm_medium=rss">10.100</a><a href="https://twitter.com/GiuseppeConteIT/status/1259140447353667585?utm_source=rss&utm_medium=rss"><time datetime="2020-05-09T15:17:31+0000">17:17 &#8211; 9 mag 2020</time></a><a href="https://support.twitter.com/articles/20175256?utm_source=rss&utm_medium=rss">Informazioni e privacy per gli annunci di Twitter</a><a href="https://twitter.com/GiuseppeConteIT/status/1259140447353667585?utm_source=rss&utm_medium=rss">4.120 utenti ne stanno parlando</a></p>



<p>Romano è una volontaria di origini milanesi che al momento del rapimento aveva 23 anni. Era&nbsp;stata rapita il 19 novembre 2018 nel villaggio di Chakama, nel sud del Kenya, dove si trovava per conto di una onlus italiana. Da allora le autorità italiane (Carabinieri e Guardia di Finanza) hanno collaborato con quelle keniane,&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2019/03/27/scontro-italia-kenya-indagini-rapimento-silvia-romano/?utm_source=rss&utm_medium=rss">tra molte difficoltà</a>, per ricostruire la dinamica del rapimento, probabilmente compiuto da un gruppo di criminali comuni. Si sospetta che nel dicembre del 2018 Romano fosse stata ceduta a un’altra banda di rapinatori, ma i dettagli dei suoi spostamenti erano stati molti scarsi. Qualche mese fa i giornali italiani avevano riportato che secondo fonti kenyane Romano era ancora in vita ma tenuta prigioniera da un gruppo islamista.</p>
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		<title>Medio Oriente, cosa sta succedendo a Gaza?</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2018 07:56:27 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/393480-660x330-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10482" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/393480-660x330-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="660" height="330" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/393480-660x330-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 660w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/393480-660x330-2-300x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /></a></b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">di Valentina Tatti Tonni</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 2008 Israele aveva affermato, ai sensi del diritto internazionale, che Gaza non era più un territorio occupato. Da due anni, a Gaza all’uscente al-Fath era succeduto Hamas, colui che Stati Uniti ed Unione Europea considerano cellula terroristica e per questo avevano interrotto l’invio di aiuti nei territori palestinesi. Gli scontri tra Hamas, il partito uscente e l’Autorità Nazionale Palestinese non si fecero attendere, come era sempre avvenuto dalla II guerra mondiale.</p>
<p align="JUSTIFY">Molti paesi del Medio Oriente liberati dal dominio coloniale si unirono in favore della cooperazione, ma non Israele che nel 1948 ottenuta l’indipendenza formò il suo Stato, proclamò Gerusalemme sua capitale, ma non si curò abbastanza di attenuare i forti contrasti ancora esistenti tra ebrei e palestinesi, fin da quando le comunità israelite erano affluite in Palestina sotto il mandato britannico. A nulla era servito l’intervento dell’ONU che aveva cercato di correre ai ripari approvando un piano di spartizione in due Stati ma che fu sostanzialmente respinto dagli arabi che non riconoscevano l’autorità di Israele. Persino Arafat con la sua Organizzazione per la Liberazione della Palestina provò a scendere a patti con Israele: erano disposti a riconoscerne l’autorità se loro si fossero ritirati dai territori occupati. Israele rifiutò e nel 1987 scoppiò la prima Intifada.</p>
<p align="JUSTIFY">Parafrasando Oriana Fallaci, i bombardamenti non sono bastati a vincere la guerra. E così, il 30 marzo scorso è iniziata una lunga manifestazione, denominata Giorno della Terra (Yom al-Ard) che ricorda un preciso anniversario, quando nel 1976 sei arabi israeliani vennero uccisi dalle forze militari durante i cortei contro la confisca di vari terreni agricoli. Lo scontro fu sanguinoso. La commemorazione, come ogni anno da allora, si svolge per un periodo di sei settimane giungendo al termine il 15 maggio nel quale ricorre un altro anniversario, quello dell’esodo palestinese del 1948 che si riferisce alla cacciata della popolazione araba-palestinese dai territori occupati da Israele. Più di 700 mila persone furono costrette a lasciare le loro città e i loro villaggi, emigrare forzatamente altrove privati di qualunque diritto. Questo lungo cammino viene definito Marcia del Ritorno (Yawm al-Nakba).</p>
<p align="JUSTIFY">E’ proprio in tale circostanza che il 30 marzo, alla frontiera con Israele migliaia di palestinesi si sono riuniti per rivendicare il loro diritto di tornare nello Stato ebraico e denunciare il blocco imposto da Israele ormai dieci anni fa. Netanyahu ha risposto intensificando le truppe al confine, pronte a far fuoco anche con tiratori scelti: chiunque si avvicini alla zona militare, verrà ucciso. In questo modo, sono stati finora registrati 16 morti e 1490 feriti. Un bilancio che vede Israele imputata dalla Ong Human rights watch (Hrw) che ha chiesto alla Corte Penale Internazionale di aprire un’inchiesta formale per crimini internazionali.</p>
<p align="JUSTIFY">Inoltre, Netanyahu rimane sotto i riflettori della stampa anche per un’altra questione: le migrazioni. Il premier israeliano il 2 aprile, dopo averla da poco annunciata, ha sospeso l’intesa con l’Alto commissariato per i rifugiati dell’ONU. L’accordo prevedeva che migliaia di migranti africani avrebbero potuto essere ricollocati, anche se entrati illegalmente nel Paese, nelle nazioni occidentali, tra cui Italia, Germania e Canada. Nel gioco delle tre carte, “per ogni migrante espatriato, Netanyahu avrebbe concesso residenza temporanea a un migrante in Israele”. Ma nella tarda notte del 2 aprile, un suo post su Facebook ne ha vanificato gli intenti.</p>
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		<title>Il procuratore generale della Repubblica Araba d’Egitto, Nabil Ahmed Sadek sul caso Regeni</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2016 09:47:24 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Giulio era un portatore di pace e non chiuderò questa indagine finché non avrò arrestato chi lo ha ucciso&#8221;. Queste le parole del procuratore generale della Repubblica Araba d’Egitto, Nabil Ahmed Sadek, che nel pomeriggio del 6 dicembre scorso ha incontrato a Roma i genitori di Giulio Regeni, il ricercatore di Fiumicello ucciso al Cairo lo scorso gennaio. È durato 50 minuti l’incontro, presso la Scuola di polizia di via Guido Reni, tra Sadek e Claudio e Paola Regeni.</p>
<p>Il procuratore egiziano ha, inoltre, porto alla famiglia di Giulio le condoglianze delle istituzioni e del popolo egiziano. Erano presenti anche il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e il pm Sergio Colaiocco, responsabili, in Italia, dell’inchiesta sulla morte di Giulio.</p>
<p>Il vertice tra le due procure è cominciato con una prima sessione di lavori incentrata sullo scambio di informazioni:“I magistrati della procura generale egiziana hanno consegnato tutta la documentazione richiesta dalla procura di Roma con la rogatoria del settembre scorso”, è quanto emerge da un comunicato congiunto emesso dalle due autorità giudiziarie.<br />
Ad aprile la Farnesina aveva richiamato in Italia l&#8217;ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari, in seguito al fallimento di un incontro tra le squadre investigative italiana ed egiziana sull’omicidio. Qualche settimana fa le autorità egiziane hanno restituito alla famiglia del ricercatore friulano i suoi documenti, ritrovati dopo la sua morte. Lo scorso ottobre, in un incontro con gli studenti universitari dell’università Luiss di Roma, il ministro degli Esteri italiano, ora Primo Ministro italiano, Paolo Gentiloni ha definito la vicenda Regeni come “una ferita ancora aperta”.</p>
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		<title>Calderoli &#8211; Kyenge: tra scuse e dimissioni</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jul 2013 05:56:00 +0000</pubDate>
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<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/07/calderoli-kyenge-interna-nuova.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/07/calderoli-kyenge-interna-nuova.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="101" width="320" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Fa<br />
ancora discutere il fattaccio accaduto qualche giorno fa quando, il<br />
vicepresidente del Senato &#8211; mentre era impegnato in un comizio &#8211; dal<br />
palco ha dichiarato che quando vede il Ministro per l&#8217;Integrazione<br />
non può non pensare ad un orango. E sappiamo che il vicepresidente<br />
del Senato è Roberto Calderoli e il Ministro per l&#8217;Integrazione è<br />
Cècile Kyenge.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Ancora<br />
una volta una vicenda di razzismo e di vergogna, almeno per la parte<br />
civile dell&#8217;Italia, un&#8217;Italia che continua a collezionare brutte<br />
figure. “Faccio appello a Maroni, leader della Lega, perchè chiuda<br />
questa pagina rapidissimamente altrimenti si entra in una logica di<br />
scontro totale che non serve a lui, non serve a nessuno, non serve al<br />
Paese. E&#8217; una pagina veramente insostenibile”,  queste le<br />
dichiarazioni del premier Enrico Letta che ha messo in discussione<br />
anche l&#8217;appoggio alla Regione Lombardia per Expo 2015, mentre Maroni<br />
ribatte che la Lega non è razzista, ma “combatte le idee sbagliate<br />
sull&#8217;immigrazione come lo ius soli”.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
Italia, una petizione online ha raccolto migliaia di firme per<br />
chiedere le dimissioni di Calderoli, così come sui social network, e<br />
lo ha fatto formalmente anche il Partito Democratico con una nota.<br />
All&#8217;estero molte testate giornalistiche e capi di Stato hanno<br />
criticato duramente il comportamento di Calderoli e anche un<br />
portavoce dell&#8217;ONU ha sottolineato che l&#8217;affermazione di Calderoli “è<br />
assolutamente scioccante per chiunque la faccia, ma ancor di più se<br />
a formularla è una persona che è stata ministro del governo in<br />
passato e che ha un ruolo importante. Non è la prima volta che<br />
politici italiani fanno questo tipo di dichiarazioni. Il fatto che<br />
ora vi sia un grande dibattito e forti condanne pubblliche è<br />
positivo, ma non nasconde il fatto che sia assolutamente<br />
inaccettabile”.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Intanto<br />
il lavoro del ministro Kyenge è ancora intralciato anche dal punto<br />
di vista politico: nei giorni scorsi, infatti, si è recato a Pescara<br />
per un dibattito sul tema della cittadinanza e, nella notte, alcuni<br />
esponenti di Forza Nuova hanno affisso dei cappi simbolici con, alle<br />
estremità, manifesti e scritte contro l&#8217;immigrazione.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Cècile<br />
Kyenge, ancora una volta, ha dovuto ribadire la propria posizione: “<br />
Dobbiamo far passare dei messaggi che non istigano a odio e violenza.<br />
Sicuramente non sarà il mio compito di rispondere alla violenza con<br />
la violenza. Il mio compito è quello di dare una guida ai nostri<br />
giovani, all&#8217;Italia perchè l&#8217;Italia non è razzista e chi vuole<br />
soffocare questa parte dell&#8217;Italia non razzista farà fatica a<br />
farlo”.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
fortuna l&#8217;Italia non è del tutto un Paese razzista, ma resta<br />
l&#8217;amarezza di dover constatare quanto nel nostro Paese sia difficile<br />
operare nella direzione del bene comune non solo a causa di problemi<br />
oggettivi &#8211; quali, ad esempio, la corruzione o la sete di potere &#8211; ma<br />
anche per una mentalità troppo spesso ancora gretta ed ottusa e che<br />
appartiene a coloro che dovrebbero dare il buon esempio e non false<br />
scuse in ritardo.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
</div>
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