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	<title>professione Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>AMSI: su un totale di 47.600 medici stranieri, in Italia ci sono circa 24 mila medici specialisti</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Aug 2025 08:05:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>AMSI: SU UN TOTALE DI 47.600 MEDICI&#160;STRANIERI, IN ITALIA CI SONO CIRCA 24 MILA MEDICI SPECIALISTI (DI CUI 10 MILA CON SPECIALIZZAZIONE ITALIANA E 14 MILA SPECIALISTI GIA’ ALL&#8217;ESTERO). OLTRE IL 75% NON LAVORA&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/medico-di-colore-e-misurazione-pressione.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="640" height="378" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/medico-di-colore-e-misurazione-pressione.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18141" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/medico-di-colore-e-misurazione-pressione.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 640w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/medico-di-colore-e-misurazione-pressione-300x177.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></figure>



<p></p>



<p><strong>AMSI: SU UN TOTALE DI 47.600 MEDICI&nbsp;STRANIERI, IN ITALIA CI SONO CIRCA 24 MILA MEDICI SPECIALISTI (DI CUI 10 MILA CON SPECIALIZZAZIONE ITALIANA E 14 MILA SPECIALISTI GIA’ ALL&#8217;ESTERO). OLTRE IL 75% NON LAVORA NEL PUBBLICO.</strong></p>



<p><strong>Aodi: “Italia della sanità in emergenza: da una parte l’irrisolta carenza di specialisti italiani (ecco i nostri dati aggiornati sulla carenza), dall’altra gli specialisti stranieri sono palesemente ostacolati nella loro carriera da numerose criticità. L’Europa ci supera in lungo e in largo come opportunità di carriera e retribuzioni. Servono riforme concrete”</strong></p>



<p>ROMA 6 AGO 2025 &#8211; L’Italia vive una doppia emergenza: da un lato la carenza di medici specialisti italiani, dall’altro la difficoltà di integrare appieno i medici specialisti di origine straniera già presenti e formati. Secondo le stime&nbsp;di AMSI,&nbsp;ASSOCIAZIONE MEDICI DI ORIGINE STRANIERA IN ITALIA, su circa&nbsp;47.600 medici stranieri in attività, circa&nbsp;24 mila&nbsp;sono specialisti di cui 10 mila specialisti in Italia e 14 mila specialisti già all&#8217;estero. Un numero di certo insufficiente a colmare il vuoto lasciato dai colleghi italiani, nonostante la loro professionalità e la loro presenza in reparti strategici. Perché sono così pochi? C’è una ragione di fondo? Partiamo dall’inizio.&nbsp;</p>



<p><strong>Specialisti italiani insufficienti, reparti sotto pressione</strong></p>



<p>Più del 50% dei medici italiani ha più di 55 anni, e molte specialità soffrono di un ricambio generazionale inadeguato. In discipline come&nbsp;medicina d’urgenza, anestesia, pediatria e radiologia, la carenza media supera il&nbsp;20-25% del fabbisogno reale. Nei pronto soccorso, in alcune regioni, la voragine di specialisti italiani arriva a sfiorare il&nbsp;40%, con turni spesso sostenuti da personale a contratto o in libera professione.</p>



<p><strong>Specialisti stranieri in Italia: pochi e ostacolati</strong></p>



<p>I medici specialisti stranieri operano soprattutto in reparti chiave:&nbsp;chirurgia generale, ortopedia, fisiatria, ginecologia ,medicina generale anestesia e rianimazione, radiologia, pediatria ed emergenza-urgenza. Le nazionalità più rappresentate sono da noi sono i paesi arabi africani, i paesi dell&#8217;est e del sud America e in particolare principalmente: palestinesi, giordani, libanesi, siriani, argentini, cubani, africani del Camerun e del Congo. Quelli specialisti in Italia invece provengono da Romania, Albania, Egitto, Tunisia, Moldavia e dal Sud America (quelli già specialisti nei loro paesi di origine).</p>



<p>Nonostante la loro competenza, oltre il&nbsp;75% dei medici specialisti stranieri lavora in libera professione, a causa di&nbsp;barriere burocratiche&nbsp;come l’obbligo di cittadinanza nei concorsi e procedure lente di riconoscimento dei titoli. Questo frena la loro piena integrazione nel sistema sanitario pubblico, privando ospedali e servizi territoriali di risorse preziose.</p>



<p><strong>Europa decisamente più avanti: integrazione rapida, meno burocrazia, stipendi che superano il doppio i nostri</strong></p>



<p>In Europa la situazione è diversa: la media di medici specialisti stranieri sul totale è superiore al&nbsp;15%, con picchi del 25-30% in&nbsp;Germania e Regno Unito. Qui i professionisti vengono inseriti più rapidamente grazie a procedure snelle e contratti stabili, colmando i vuoti in specialità carenti. La Francia, con circa il 12% di medici stranieri, utilizza questi professionisti soprattutto in aree rurali e reparti con alta domanda.</p>



<p><strong>Il caso Veneto e l’impegno della Regione per l’inserimento dei professionisti stranieri&nbsp;</strong></p>



<p>Il Veneto è la prima Regione italiana ad avvalersi della possibilità, prevista fino al 2027 dal decreto Cura Italia, di impiegare medici stranieri con specializzazione conseguita all’estero ma non ancora riconosciuta in Italia. La misura, motivata dall’emergenza di copertura dei turni nei pronto soccorso e nei reparti più in sofferenza, ha suscitato forti critiche da parte di ordini professionali e sindacati, che la definiscono una soluzione “creativa” e priva di adeguate garanzie per law sicurezza dei pazienti.</p>



<p>In questo contesto, ecco l’intervento del&nbsp;<strong>Prof. Foad Aodi, presidente AMSI, presidente Umem (Unione Medica Euromediterranea), presidente Movimento Uniti per Unire, nonché medico, giornalista internazionale ed esperto in salute globale, Direttore dell’AISC, Agenzia Mondiale Britannica Informazione Senza Confini, membro del Registro Esperti FNOMCEO e 4 volte consigliere dell&#8217;OMCeO di Roma e docente dell’Università di Tor Vergata.).&nbsp;</strong></p>



<p>Aodi sottolinea la necessità di un approccio equilibrato: riconoscere il valore dei professionisti già presenti in Italia, ma al tempo stesso adottare procedure rigorose di verifica delle competenze e dei titoli, per trasformare un provvedimento emergenziale in una strategia strutturale di integrazione.</p>



<p><strong>Aodi: «Il Veneto apre una strada, ma servono garanzie e rispetto per chi è già in Italia»</strong></p>



<p>«Da un lato – afferma Foad Aodi, presidente di AMSI, l’Associazione dei medici di origine straniera in Italia – la decisione del Veneto apre per la prima volta un percorso di inserimento per professionisti stranieri già presenti sul territorio, anche senza riconoscimento formale dei titoli. Un segnale importante che, se gestito correttamente, può rappresentare una svolta. Ma attenzione: servono criteri rigorosi e rispetto per le competenze reali».</p>



<p>Aodi evidenzia che non tutti i percorsi di specializzazione esteri sono sovrapponibili a quelli italiani: «La pediatria in Ucraina dura due anni, la chirurgia plastica in Brasile tre. Le differenze nei percorsi formativi sono sostanziali e vanno verificate caso per caso. La legge è generale, ma ogni singola storia professionale merita un’analisi approfondita».</p>



<p>In Italia sono già presenti migliaia di medici stranieri specializzati all’estero ma non ancora riconosciuti: «Si tratta di professionisti formati nella seconda, terza e quarta fase migratoria – prosegue Aodi – Paesi dell’Est, Nord Africa, Medio Oriente. Molti di loro lavorano da anni nei reparti più critici, ma sono fermi a causa della burocrazia».</p>



<p><strong>La proposta: valorizzare chi ha esperienza concreta</strong></p>



<p>Aodi rilancia una proposta concreta: «Tra i nostri iscritti ci sono centinaia di medici italiani e di origine straniera che hanno maturato&nbsp;oltre cinque anni di esperienza nella stessa branca specialistica, pur senza una specializzazione universitaria. È una risorsa che può essere valorizzata se documentata e verificata dai direttori sanitari e generali delle strutture dove hanno lavorato. In molti paesi – dall’America Latina all’Asia – l’esperienza clinica vale quanto un titolo».</p>



<p>Secondo Aodi, per affrontare la grave carenza di specialisti, soprattutto nei pronto soccorso e nei reparti ad alta intensità, occorre guardare alle competenze realmente acquisite: «L’esperienza conta, e va affiancata a percorsi seri di verifica dei titoli e della lingua. Bisogna distinguere tra improvvisazione e reale integrazione professionale. La cura del paziente deve restare al centro».</p>



<p><strong>I rapporti con gli ordini: «Servono dialogo e coraggio»</strong></p>



<p>Aodi critica la reazione negativa di sindacati e ordini: «Ogni volta che si propone un’apertura ai medici stranieri, si alzano barricate. Invece non abbiamo mai sentito una proposta costruttiva. Solo la Federazione nazionale degli infermieri e quella dei podologi hanno avviato un dialogo aperto con noi per valorizzare le competenze e affrontare insieme le criticità: lingua, iscrizione, formazione continua».&nbsp;</p>



<p>Infine, un richiamo al passato: «Fino a pochi anni fa – ricorda Aodi – AMSI dialogava direttamente con gli ordini professionali, con un clima di apertura e rispetto. Oggi sembra che ogni proposta venga respinta in blocco. Ma&nbsp;il problema non è solo la scarsità di specialisti: è la mancanza di volontà politica di risolverlo in modo strutturale.Non si tratta di scegliere tra italiani e stranieri, ma di costruire una sanità che integri chi è già qui, con competenza e trasparenza».&nbsp;</p>



<p><strong>Regioni con maggiore carenza di specialisti</strong></p>



<p>Al sud e in molte regioni del Centro‑Nord il sistema sanitario è sull’orlo del collasso per la mancanza di medici specialisti. In Calabria circa il&nbsp;28% dei medici attivi raggiungerà l’età pensionabile nei prossimi anni, senza ricambio adeguato. La Liguria è tra le regioni più vulnerabili, con una delle percentuali più alte di medici over 55 e una formazione specialistica che non riesce a compensare l’esodo generazionale. Anche il Veneto e la Lombardia vedono vuoti rilevanti: fino al&nbsp;25–30% dei posti vacanti&nbsp;in discipline come emergenza-urgenza e anestesia. In diverse regioni del Sud (escluse solo Puglia e Sicilia) le falle arrivano a superare la media nazionale, rendendo urgente una programmazione mirata.</p>



<p><strong>Regioni con maggiore presenza di specialisti stranieri</strong></p>



<p>Le regioni con la maggiore presenza di specialisti stranieri coincidono in gran parte con quelle a più alta concentrazione di popolazione straniera residente. La Lombardia si distingue nettamente, ospitando la quota più elevata del totale nazionale:&nbsp;oltre il 12% degli specialisti&nbsp;stranieri in Italia lavora nelle strutture lombarde. Seguono Emilia‑Romagna, Veneto e Lazio, dove la presenza straniera è superiore al&nbsp;10‑13%&nbsp;e diventa cruciale nei reparti più colpiti dalla carenza italiana. In particolare, nelle grandi città come Milano e Roma gli specialisti stranieri rappresentano una componente essenziale nella copertura delle branche critiche.</p>



<p><strong>Aodi: “Semplificare, aprire i concorsi e trattenere chi già lavora qui e facilitare ingresso di nuove leve. No a discriminazioni e pregiudizi”</strong></p>



<p>«Non possiamo più permetterci un sistema che da un lato soffre la carenza di specialisti italiani e dall’altro tiene in panchina quelli stranieri che già lavorano nei nostri ospedali – dichiara il presidente AMSI – che potrebbero rappresentare, con le loro competenze, una soluzione importare per i nostri deficit. Serve&nbsp;eliminare l’obbligo di cittadinanza nei concorsi, velocizzare il&nbsp;riconoscimento dei titoli, e dare&nbsp;accesso prioritario ai concorsi a chi opera in Italia da almeno 5 anni. Così potremo trattenere chi già lavora con noi e attrarre nuove competenze. Altrimenti, con le offerte che arrivano da Germania, Regno Unito, Belgio, Olanda e Paesi del Golfo, rischiamo di perdere anche chi è già qui».</p>



<p><strong>Proposte AMSI</strong></p>



<p><strong>• Abolire l’obbligo di cittadinanza nei concorsi pubblici</strong></p>



<p><strong>• Riconoscimento rapido dei titoli esteri</strong></p>



<p><strong>• Accesso prioritario ai concorsi per chi lavora in Italia da almeno 5 anni</strong></p>



<p><strong>• Contratti pubblici stabili e incentivi economici per trattenere i professionisti stranieri</strong></p>



<p><strong>• Coordinamento nazionale per un censimento dei fabbisogno dei specialisti e professionisti della sanità in Italia e quali specialisti e sanitari in particolare.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Per completare le informazioni, abbiamo indicato il numero degli specialisti con titolo conseguito in Italia e quello con titolo ottenuto all’estero: rispettivamente 10 mila e 14 mila professionisti.</strong></p>



<p><strong>Per quanto riguarda le fasi migratorie, la maggioranza degli specialisti in Italia proviene dalla prima fase, caratterizzata dall’arrivo di studenti stranieri. Le altre quote si distribuiscono tra:</strong></p>



<p><strong>• la seconda fase, dopo la caduta del Muro di Berlino, con l’arrivo di professionisti dai Paesi dell’Est;</strong></p>



<p><strong>• la terza fase, legata alla Primavera Araba;</strong></p>



<p><strong>• la quarta fase, avviata durante la pandemia.</strong></p>



<p>In merito alla collaborazione istituzionale, ricordiamo il periodo delle presidenze Melidandri e Del Barone all’interno della FNOMCeO e ordini dei medici, con cui, per la prima volta in Italia, abbiamo avviato un dialogo strutturato per i medici e i professionisti della sanità di origine straniera. In quell’occasione è stata istituita una collaborazione proficua, che auspichiamo possa essere ripresa anche dagli attuali esponenti, anziché chiudere la porta all’AMSI e al suo consiglio direttivo. Non siamo solo numeri o usa e getta.&nbsp;</p>



<p><strong>Riepilogo dei dati (AMSI 31 LUGLIO 2025)</strong></p>



<p><strong>MEDICI SPECIALISTI STRANIERI IN ITALIA: 24MILA SU UN TOTALE DI 47.600</strong></p>



<p><strong>MEDICI SPECIALISTI IN EUROPA: SUPERA IN MEDIA DEL 15% I NUMERI ITALIANI CON PICCHI DEL 25-30%</strong></p>



<p><strong>RETRIBUZIONI: IN GERMANIA, OLANDA, BELGIO, REGNO UNITO, PER I MEDICI SPECIALISTI STRANIERI SUPERANO DEL DOPPIO I NOSTRI. IN SVIZZERA, NORD EUROPA, PAESI DEL GOLFO ANCHE IL TRIPLO E IL QUADRUPLO.</strong></p>



<p><strong>FUGHE: ENTRO IL 2027 RISCHIAMO DI PERDERE IL 30% DI QUESTI PROFESSIONISTI STRANIERI ATTRATTI DALL’ESTERO E DA NOI INSERITI SOLO AL 25% NEL PUBBLICO.</strong></p>



<p><strong>In Italia i medici totali sono circa 250.000. I medici stranieri sono 47.600, di cui circa 24 mila specialisti. Operano soprattutto in anestesia, radiologia, pediatria, ginecologia, chirurgia generale, fisiatria, ortopedia, medicina generale ed emergenza-urgenza. Più del 75% lavora in libera professione per ostacoli burocratici e limitazioni nei concorsi. In Europa la quota di specialisti stranieri è oltre il 15%, con Paesi come Germania e Regno Unito che superano il 25-30%. L’Italia rischia di rimanere indietro se non rimuove le barriere che oggi impediscono di valorizzare e trattenere queste competenze.</strong></p>
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		<title>Più di 150 medici stranieri rischiano di perdere l&#8217;accesso alla specializzazione a causa del permesso di soggiorno per studio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jan 2024 09:39:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Foad Aodi: appello al Presidente della Repubblica e al Governo italiano ed i ministri competenti per risolvere la questione dei medici stranieri, basta muri contro di loro siamo stanchi Così la richiesta e l&#8217;appello&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><strong><em>Foad Aodi: appello al Presidente della Repubblica e al Governo italiano ed i ministri competenti per risolvere la questione dei medici stranieri, basta muri contro di loro siamo stanchi</em></strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/amsi.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="200" height="200" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/amsi.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17346" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/amsi.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 200w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/amsi-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/amsi-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></figure></div>



<p>Così la richiesta e l&#8217;appello dell&#8217;associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) insieme alla Commissione medici e professionisti della sanità stranieri &#8211; giovani e al Movimento Uniti per Unire al Presidente della repubblica e al Presidente del Governo Italiano e ai ministri competenti per risolvere e consentire ai medici stranieri che hanno superato la prova di ammissione di accedere alle specializzazioni senza muri burocratici; vista l&#8217;enorme carenza di medici specialisti e infermieri in Italia non è umano continuare a mettere muri contro i professionisti della sanità di origine straniera senza motivi validi anche perchè  in numerose regioni stanno salvando la sanità pubblica e privata.</p>



<p>.<strong>Quali sono i requisiti generali per l’accesso ai concorsi pubblici e all&#8217;esame di specializzazione? Cittadinanza italiana o cittadinanza di uno degli Stati membri dell’Unione Europea? Ai sensi dell’art. 38 D.Lgs. 165/01 e s.m.i, possono partecipare: i cittadini italiani o i cittadini di uno degli Stati Membri dell’Unione Europea e i loro familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro, che siano titolari del diritto di soggiorno oppure i cittadini di Paesi terzi che siano titolari del permesso di soggiorno UE o che siano titolari dello status di rifugiato ovvero dello stato di protezione sussidiaria (ai candidati non italiani è in ogni caso richiesta un’adeguata conoscenza della lingua italiana).</strong></p>



<p><strong>La storia</strong>: sta succedendo in tutta Italia. Medici stranieri extracomunitari esclusi dalla specializzazione anche se vincitori di concorso. Hanno scelto di spostarsi dal loro Paese e luogo di origine per formarsi al meglio e iniziare un percorso formativo, ma si trovano in un limbo di insicurezze, con stipendi bloccati, con colleghi che decadono dalla graduatoria ogni tot giorni e con risposte ambigue e senza puri riferimenti di legge dalle segreterie universitarie, dal nord al sud. Chi di loro ha richiesto spiegazioni in merito ha ricevuto come risposta “seguirà il provvedimento motivato dell&#8217;esclusione “. I giovani medici, oltre il carico di stress dell&#8217;inizio di un nuovo percorso in un altro Paese, devono affrontare tutti i giorni anche la pressione da parte dell&#8217;università di provvedere al più presto con la conversione del permesso di studio in permesso di lavoro, pena esclusione dalla specializzazione, cosa attualmente impossibile per chi vuole iniziare un percorso di formazione inquadrato come borsa studio e che ha ricevuto dal Paese di provenienza un Visto di studio. Tale decisione è stata comunicata tramite decreto aggiuntivo del 23 novembre art 4 comma 4 dal MIUR agli Atenei ma in nessun modo ai medici direttamente interessati da questo provvedimento.&#8221; </p>



<p>L&#8217;Amsi insieme al Movimento Uniti per Unire esprime il suo rammarico per questo trattamento nei confronti dei giovani colleghi che vengono esclusi da un giorno all&#8217;altro e senza preavviso o un minimo di garanzie nonostante frequentassero regolarmente nei reparti ospedalieri a loro assegnati dalla Scuola di Specializzazione. ln Italia mancano medici, in tutte le specialità, e se il trattamento è questo non ci possiamo lamentare dei “cervelli in fuga” e delle carenze di personale SSN. Amsi ribadisce il suo impegno a sostenere tutti i professionisti della sanità italiani e di origine straniera come fa da sempre. Più di 1000 strutture e dipartimenti e poliambulatori e servizi pubblici e privati non hanno chiuso grazie all&#8217;ingresso dei professionisti della sanità di origine straniera; più di 3300 professionisti della sanità italiani hanno chiesto all&#8217;Amsi, da maggio del 2023, di volere lavorare all&#8217;estero (Paesi del Golfo) con aumento del 60% da settembre; più di 7 mila richieste di professionisti della sanità giunte all&#8217;Amsi negli ultimi 3 anni, più di 100 mila professionisti della sanità di origine straniera esercitano in Italia con un aumento del 45% di ingressi negli ultimi 3 anni e poi di 1000 convegni e congressi per tutte le professioni e tutte e nazionalità dal 2000 in collaborazione con le nostre associazioni e comunità appartenenti al Movimento Uniti per unire e Unione medica euro mediterranea (UMEM). &#8220;Sono alcune cifre che rendono la nostra realtà tra i primi difensori della sanità in Italia e anche all&#8217;estero e non accettiamo più muri, offese e distinzioni di professionisti e medici di serie A e serie B&#8221;, <strong>così dichiara Foad Aodi Presidente AMSI e docente a Contratto all&#8217;Università di Tor Vergata.</strong></p>



<p>Infine, l&#8217;Amsi si rivolge a tutti gli albi professionali di prendere posizione e tutelare i nostri colleghi perché siamo tutti medici italiani e rispettiamo i nostri doveri e la legge italiana, ma chiediamo che vengano rispettati i diritti senza discriminazione.</p>
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		<title>Giornalisti e conflitti armati: la protezione nel Diritto internazionale umanitario</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2021 08:36:56 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Maddalena Formica</p>



<p>Se storicamente l’opinione pubblica non ha mai avuto accesso a informazioni di prima mano sullo svolgimento dei conflitti armati, i conflitti contemporanei, internazionali e non internazionali, sono in genere invece ben documentati e ogni giorno centinaia di informazioni giungono sino a noi dai campi di battaglia.</p>



<p>Se, semplicemente leggendo un giornale in metropolitana o guardando la televisione dal divano di casa, oggi possiamo ascoltare le parole di civili siriani in fuga dalle loro abitazioni o di combattenti curdi che si preparano ad uno scontro armato, è grazie al lavoro di migliaia di professionisti che dedicano la loro vita ad intervistare, documentare e fotografare la cruda realtà della guerra perché il mondo sia a conoscenza di quel che accade e di quali siano gli interessi in gioco.</p>



<p>Benché diverse misure vengano quotidianamente prese per tutelarne l’incolumità, come l’attento studio dei loro spostamenti o l’utilizzo di caschi e giubbotti antiproiettile, spesso questi uomini e donne rimangono vittime di omicidi, incidenti o sono trattenuti come prigionieri o ostaggi dalle fazioni in conflitto, come arma di ricatto o per impedire di raccontare quello che avviene sul campo. Proprio per rispondere ai rischi corsi da questa particolare categoria di soggetti, il diritto internazionale umanitario ha sentito la necessità di intervenire con una disciplina di protezione <em>ad hoc</em>.</p>



<p>Nell’ambito del diritto internazionale umanitario, è innanzitutto definito giornalista chiunque eserciti come attività principale quella di corrispondente, reporter, fotografo, cameraman o assistente tecnico, e due sono le principali categorie di giornalisti individuate: quella dei corrispondenti di guerra e quella dei giornalisti in&nbsp;missione professionale pericolosa nelle zone di conflitto armato.</p>



<p>Per quanto concerne la prima categoria, è corrispondente di guerra quel giornalista che è accreditato o comunque autorizzato da una delle parti in conflitto, Stato o gruppo armato belligerante che sia, a seguire le truppe e a documentare quanto avviene sul campo. A tale figura è riconosciuta una protezione giuridica particolarmente estesa: se da un lato, infatti, gode della generale protezione che il diritto umanitario riconosce ai civili (e come loro, quindi, non può essere ritenuto un obiettivo militare legittimo), dall’altro gode di una protezione rafforzata nel momento in cui cade nelle mani di nemici e da questi subisce privazioni di libertà.</p>



<p>Nel momento, infatti, in cui il corrispondente di guerra viene privato di libertà per mano di una delle parti in conflitto, a questi verrà riconosciuta la qualifica di vero e proprio prigioniero di guerra nell’ambito di un conflitto armato internazionale, come definito dalla Terza Convenzione di Ginevra, e a questi verrà applicata la relativa disciplina; tale disciplina è nota per essere particolarmente protettrice e, in forza di essa, standard di vita soddisfacenti dai punti di vista igienico-sanitario e umano devono essere garantiti nei campi di prigionia, così come garantiti devono essere il contatto con la famiglia e la possibilità di presentare rimostranze ai gestori del campo o al Comitato Internazionale della Croce Rossa.</p>



<p>Una protezione meno estesa è invece garantita alla seconda categoria di giornalisti presa in considerazione dal diritto internazionale umanitario, ovvero quella di coloro che svolgono un’attività professionale pericolosa in zone di conflitto, senza aver ricevuto alcun tipo di autorizzazione. Gli appartenenti a questa categoria sono infatti equiparati in tutto e per tutto a componenti della popolazione civile e, come tali, godono della relativa protezione a non essere legittimi obiettivi militari, purché ovviamente non partecipino in alcun modo alle ostilità. Tale protezione è in generale dunque significativa, non potendo questi essere deliberatamene attaccati dalle parti in conflitto, ma risulta essere particolarmente lacunosa nell’ipotesi in cui il giornalista dovesse cadere nelle mani del nemico ed essere posto in un campo di prigionia: nulla, infatti, dice il diritto internazionale umanitario circa la sorte e le garanzie riconosciute ai civili internati, ai quali si potranno applicare solo il diritto interno ed eventualmente le disposizioni internazionali in materia diritti umani.</p>



<p>Seppur con qualche perplessità in dottrina, quest’ultima disciplina è stata inoltre estesa anche agli “<em>embedded reporter</em>”, o giornalisti incorporati, cioè quei giornalisti che, pur senza autorizzazione da parte delle forze militari per essere qualificati come corrispondenti di guerra, sono “imbarcati” da queste per ragioni di sicurezza, ad esempio per facilitarne il transito su un terreno ritenuto pericoloso.</p>



<p>Da un punto di vista squisitamente teorico, dunque, una tutela particolare è riconosciuta ai giornalisti nell’ambito dei conflitti armati, una tutela in determinate ipotesi anche più forte rispetto a quella riconosciuta agli stessi civili, purché il giornalista sia in possesso di un documento che attesti la sua qualità di corrispondente di guerra e non partecipi direttamente ai combattimenti. Come nella maggior parte dei settori disciplinati dal diritto internazionale umanitario, però, per decenni anche quello della protezione dei giornalisti è risultato essere nella pratica spesso poco rispettato, complice l’atmosfera di perenne emergenza e incertezza propria alle situazioni di conflitto, e regole più stringenti sono state richieste e promosse non solo dallo stesso Comitato Internazionale della Croce Rossa ma anche da associazioni professionali e ONG, tra i quali particolarmente influente è Reporter Senza Frontiere.</p>



<p>Se il bilancio annuale di Reporter Senza Frontiere pubblicato nel 2019 ha da un lato rilevato un tendenziale miglioramento in materia di protezione dei giornalisti che svolgono la propria attività in situazione di conflitto armato (il numero di giornalisti uccisi in Siria, Yemen e Afghanistan è ad esempio passato dai 34 del 2018 a 17 nel 2019), dall’altro ha sottolineato un nuovo problema: ridotto il numero di uccisioni e incarcerazioni di giornalisti in contesti di guerra, preoccupa il numero crescente di episodi violenti che vedono coinvolti i giornalisti in tempi di pace, soprattutto in Cina e in diversi Stati dell’America Latina.</p>



<p>Bilancio annuale di Report Senza Frontiere (2019): <a href="https://rsf.org/sites/default/files/rsf_2019_fr-3.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://rsf.org/sites/default/files/rsf_2019_fr-3.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Meccanismi di due diligence e dimensione di genere﻿</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Nov 2019 06:48:28 +0000</pubDate>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>M</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="1000" height="563" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/gender.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13305" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/gender.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1000w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/gender-300x169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/gender-768x432.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure></div>



<p>di
Fabiana Brigante 
</p>



<p>Le
violazioni dei diritti umani da parte delle imprese si inseriscono in
un clima di generale impunità dovuto a diversi fattori. Tra questi
spiccano, da un lato, le difficoltà incontrate dalla società
internazionale nel concordare uno strumento legalmente vincolante che
regoli le attività di questi soggetti giuridici e che imponga loro
il rispetto delle norme internazionali dei diritti umani, e
dall’altro la difficoltà per le vittime degli abusi di avere
accesso ai rimedi, giurisdizionali e non, al fine di ottenere
giustizia. Data la difficoltà a livello internazionale nel
concordare ed adottare uno strumento legalmente vincolante per le
imprese, l’attenzione è stata rivolta alla predisposizione di
linee guida e raccomandazioni non vincolanti, il cui rispetto ed
implementazione sono lasciati alla volontà delle imprese. Il più
recente di questi strumenti è rappresentato dai Principi Guida ONU
in materia di diritti umani e imprese multinazionali, adottate nel
2011. I Principi Guida hanno fornito per la prima volta un quadro
riconosciuto e autorevole a livello globale e sono diventati un punto
di riferimento comune per tutte le parti interessate. Tra le altre
cose, essi chiariscono che le imprese hanno una responsabilità
indipendente da quella degli stati nel rispettare i diritti umani e
che per farlo sono tenute a esercitare la <em>due
diligence</em>
sui diritti umani. 
</p>



<p>La
locuzione <em>due
diligence</em>,
così come utilizzata all’interno dei Principi Guida, è mutuata
dal diritto societario. Lo scopo di Ruggie, in un’ottica di
coinvolgimento delle imprese, era proprio quello di utilizzare un
termine che fosse “familiare” per i soggetti operanti in questo
settore. 
</p>



<p>Il
concetto di <em>due
diligence</em>,
per così dire, ordinario, implica per le imprese il monitoraggio
delle proprie politiche ed operazioni, su base continuativa o in
occasione di transazioni specifiche, al fine di identificare e
gestire i rischi finanziari che possano incidere sulla redditività
della stessa e di conseguenza sugli interessi dei suoi azionisti. 
</p>



<p>I
Principi Guida ONU, d’altro canto, introducono la “<em>human
rights due diligence</em>”.
In tale contesto, questo strumento é volto ad offrire alle imprese
un modello attraverso il quale sviluppare la capacità di
identificare, prevenire, e porre rimedio agli eventuali impatti
negativi che le proprie attività possono avere sui diritti umani. 
</p>



<p>La
<em>human
rights due diligence</em>
nella struttura dei Principi Guida si compone di più fasi.</p>



<p>Una
prima fase consiste nella valutazione degli impatti – effettivi o
anche solo potenziali – sui diritti umani che possano derivare
dall’attività di impresa; in tale fase le imprese dovrebbero
confrontarsi con i soggetti a rischio, assicurandosi di includere in
questo dialogo anche i soggetti appartenenti alle categorie più
vulnerabili, quali ad esempio donne e bambini.</p>



<p>I
risultati di tale valutazione devono poi essere integrati nelle
politiche aziendali. A tal proposito il commentario al Principio 19
parla di “integrazione orizzontale”, a voler sottolineare che
l’impegno dell’impresa di rispettare i diritti umani deve essere
interiorizzato in tutte le attività da questa svolte. 
</p>



<p>Peraltro,
questi requisiti si applicano non solo alle attività proprie
dell’impresa ma anche alle relazioni commerciali da questa
intraprese con altri soggetti presenti nella catena di valore, quali
ad esempio i fornitori di materie prime. All’interno del quadro
disegnato da Ruggie, infatti, l’impresa è chiamata a controllare
anche l’impatto negativo sui diritti umani che può essere causato
da un altro ente collegato alle proprie attività imprenditoriali. 
</p>



<p>Il
controllo della filiera produttiva rappresenta uno dei maggiori
problemi relativi alla struttura dell’impresa multinazionale e alla
responsabilità di queste ultime. In tali casi infatti le imprese si
difendono dalle accuse di violazione – o complicità – invocando
il principio di separazione della personalità giuridica tra i vari
soggetti.</p>



<p>Le
imprese dovrebbero inoltre monitorare periodicamente l’efficacia
delle misure adottate. Nel caso in cui tale condotta non sia bastata
ad evitare gli impatti negativi, le imprese devono prevedere misure
di rimedio. Tali possono essere meccanismi di reclamo interni alle
imprese ed utilizzabili dagli individui danneggiati, o che potrebbero
potenzialmente subire un danno dalle attività svolte dall’impresa
in questione.</p>



<p>I
vantaggi che potrebbero derivare in tema di rispetto dei diritti
umani da una implementazione adeguata dei meccanismi di <em>due
diligence</em>
prospettati dai Principi Guida sono numerosi; se utilizzati
opportunamente, possono essere un potente mezzo per garantire la
protezione dei diritti umani degli individui: la loro adozione,
infatti, non richiede tempi lunghi quanto quelli richiesti per la
produzione legislativa. Inoltre, l’integrazione immediata dei
risultati delle valutazioni iniziali di impatto sui diritti
fondamentali nelle politiche aziendali consente una risposta
immediata alle problematiche che di volta in volta si presentano. 
</p>



<p>Infine,
i meccanismi di reclamo di cui devono dotarsi le imprese per
permettere alle vittime – anche solo potenziali – di porre fine
agli abusi subìti, oltre ad essere strumenti di più pronta
risoluzione rispetto ai meccanismi giudiziari, presentano l’ulteriore
vantaggio di non imporre costi eccessivi alle vittime.</p>



<p>Al
fine di garantire che tali strumenti siano effettivi, essi devono
essere sensibili alle categorie di soggetti che corrono maggiori
rischi di violazioni dei diritti umani nel contesto delle attività
commerciali, come donne, minori, persone con disabilità, popolazioni
indigene, migranti. 
</p>



<p>Con
particolare riferimento alla disparità di genere, si rileva che gli
sforzi del diritto internazionale di affrontare lo squilibrio di
potere tra i paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo non
hanno tenuto in debito conto quest’altra disparità ben radicata.</p>



<p>Sebbene
sia generalmente riconosciuto che le donne siano colpite in modo
sproporzionato dagli impatti negativi sui diritti umani derivanti
dalle attività d’impresa, si sostiene che sia stata data poca
attenzione alle questioni di genere in molte iniziative, incluse
quelle relative all’implementazione dei Principi Guida dell’ONU. 
</p>



<p>A
 tale proposito, numerosi sono gli strumenti di diritto
internazionale che esortano la comunità a rimuovere le
disuguaglianze di genere. La Convenzione sull&#8217;eliminazione di ogni
forma di discriminazione della donna, adottata nel 1979
dall&#8217;Assemblea generale delle Nazioni Unite, richiede agli Stati
parti di adottare tutte le misure appropriate per eliminare la
discriminazione nei confronti delle donne da parte di qualsiasi
persona, organizzazione o impresa (Articolo 2 (e)). Il Comitato per
l&#8217;eliminazione della discriminazione nei confronti delle donne,
organo deputato a vigilare sull’attuazione della Convenzione, ha
suggerito nella sua Raccomandazione Generale n. 13 adottata nel 1989
sulla parità di retribuzione per lavori di pari valore, diversi modi
per superare la segregazione di genere nel mercato del lavoro, che
rimane un problema in alcuni settori dominati dagli uomini, come i
settori estrattivi , nonché, ad esempio, nel settore
dell&#8217;abbigliamento, dove la maggior parte dei lavoratori sono donne. 
</p>



<p>Nonostante
le disposizioni che vietano le discriminazioni di genere nelle
costituzioni e nelle leggi di molti paesi, in pratica le donne
continuano a sperimentare varie forme di discriminazione ed abusi in
tutti gli ambiti della vita di relazione a causa di norme sociali
penalizzanti, strutture di potere patriarcale e stereotipi di genere.
Ad esempio, la Banca Mondiale ha recentemente riferito nel suo report
“<em>Women,
Business and the Law</em>”
del 2019 che solo il 24,3% dei membri del parlamento nazionale in
tutto il mondo sono donne. Nel 2018, solo il 4,8% degli
amministratori delegati delle società inserite nella lista “<em>Fortune
500</em>”
erano donne; ancora, le donne rappresentavano nel 2018 solo l’8%
dei direttori dei 250 film campioni di incassi di Hollywood. In tutto
il mondo, solo il 65% delle donne è intestataria di conti bancari, e
meno del 20% delle terre del mondo sono possedute da donne. 
</p>



<p>Peraltro,
il contributo delle donne all’economia non è riconosciuto – come
nel caso del lavoro domestico – o è sottovalutato. Eppure, le
donne svolgono la maggior parte del lavoro di cura di bambini,
anziani, malati e persone con disabilità nelle famiglie. Le donne
sono sovra-rappresentate nel lavoro occasionale e <em>part-time</em>
in tutto il mondo, così come nelle catene di approvvigionamento di
numerosi settori, dove sono più vulnerabili allo sfruttamento e agli
abusi. Inoltre, le donne affrontano la gravidanza e le
discriminazioni legate alla maternità, sono sottorappresentate in
ambito manageriale e, in media, sono pagate circa il 20% in meno
rispetto agli uomini in tutto il mondo.</p>



<p>Il
problema della disuguaglianza di genere risulta, dunque, quanto mai
attuale: le molestie sessuali e la violenza di genere sono diffuse in
tutti i settori: a casa, nelle istituzioni educative, al lavoro,
nello sport, nei mercati, nelle riunioni sociali, nel cyberspazio e
nella comunità in generale. 
</p>



<p>Nonostante
gli abusi perpetrati quotidianamente, gli ordinamenti di molti paesi
non prevedono leggi sulla violenza domestica o norme che proteggano
le donne dalle molestie sessuali sul lavoro. 
</p>



<p>Anche
quando vi sia stata una produzione normativa sul tema, si registra
che le donne incontrano molteplici barriere anche nell’accesso alla
giustizia, ambito nel quale si aggiungono i timori di
stigmatizzazione sociale, perdita di lavoro e ulteriore
vittimizzazione, fattori che scoraggiano le donne dal denunciare
numerose violazioni.</p>



<p>In
questo scenario, risulta chiaro che politiche commerciali e di
investimento neutrali dal punto di vista del genere hanno come
risultato l’aggravamento della situazione di squilibrio esistente
tra donne e uomini.</p>



<p>Al
contrario, meccanismi maggiormente inclusivi delle problematiche di
genere indicherebbero un passo in avanti verso il raggiungimento
degli obiettivi di sviluppo sostenibile posti dall’Agenda 2030
approvata dalle Nazioni Unite. Tra questi, infatti, l’obiettivo n.
5 si propone di raggiungere l’uguaglianza di genere e
l’emancipazione femminile.</p>
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		<title>Il buio e la rinascita. Intervista alla scrittrice Fuani Marino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2019 07:05:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandra Montesanto Associazione Per i Diritti umani ha intervistato Fuani Marino, autrice del romanzo Svegliami a mezzanotte, edito da Einaudi e la ringrazia moltissimo per la disponibilità. Un tardo pomeriggio di luglio in&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="500" height="793" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/9788806242619_0_0_793_75-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13141" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/9788806242619_0_0_793_75-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 500w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/9788806242619_0_0_793_75-1-189x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 189w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure></div>



<p>Di Alessandra Montesanto</p>



<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha intervistato Fuani Marino, autrice del romanzo <em>Svegliami a mezzanotte</em>, edito da Einaudi e la ringrazia moltissimo per la disponibilità.</p>



<p><br>Un tardo pomeriggio di luglio in un&#8217;anonima località di villeggiatura, dopo una giornata passata al mare, una giovane donna, da poco diventata madre, sale all&#8217;ultimo piano di una palazzina. Non guarda giú. Si appoggia al davanzale e si getta nel vuoto. Perché l&#8217;ha fatto, perché ha voluto suicidarsi? Non lo sappiamo. E forse, in quel momento, non lo sa nemmeno lei. Ma quel tentativo di suicidio non ha avuto successo e oggi, quella giovane donna, vuole capire. Fuani Marino è sopravvissuta a quel gesto e alle cicatrici che ha lasciato sul suo corpo e nella sua vita. Ma le cicatrici possono anche essere una traccia da ripercorrere, un sentiero per trasformare la memoria in scrittura. Marino decide cosí di usare gli strumenti della letteratura per ricostruire una storia vera, la propria. In parte memoir, in parte racconto della depressione dal di dentro e storia di una guarigione, anamnesi familiare e storia culturale di come la poesia e l&#8217;arte hanno raccontato il disturbo bipolare dell&#8217;umore, riflessione sulla solitudine in cui vengono lasciate le donne (e le madri in particolare) e ancora studio di come neuroscienze, chimica e psichiatria definiscano quel labile confine tra salute e sofferenza: Svegliami a mezzanotte è un testo incandescente nel guardare senza autoindulgenza, anzi a tratti con affilata autoironia, in fondo al buio. Disturbante come a volte è la vita, ma luminoso nella speranza che sa regalare. </p>



<p></p>



<p>Cosa si prova a sentirsi estranei a se stessi, ma soprattutto ai ruoli imposti dalla società?</p>



<p><br>La scrittrice ungherese Ágota Kristóf si è occupata spesso di sradicamento, definendo il non sentirsi parte del mondo come una delle sensazioni più dolorose che si possano sperimentare, e questo avviene quando c’è uno scollamento, appunto, fra noi stessi e quello che viviamo o che dovremmo vivere. Si tratta di un vissuto che è comune a numerose patologie psichiatriche, in cui i fili che ci legano alla vita, e quelli che fanno sì che quest’ultima abbia un senso ai nostri occhi, rischiano di allentarsi pericolosamente o di spezzarsi del tutto. Personalmente, in seguito alla malattia ho dovuto reinventarmi, nonché accettare una diversa immagine di me stessa. Tendiamo spesso a voler adeguare noi stessi alle richieste dell’esterno, siamo “soggetti di prestazione”, e le donne ancora di più, perché si trovano a dover fronteggiare negli stessi anni un forte carico legato alla crescita professionale e familiare. Non tutte ce la fanno.  </p>



<p>Può raccontarci brevemente il suo percorso di cura e di rinascita?</p>



<p><br>Come racconto nel libro tratto dalla mia esperienza autobiografica, ho cominciato a soffrire di depressione in seguito a un periodo di forte stress lavorativo e personale. Credo che all’epoca l’ansia fosse un segnale che il mio corpo e la mia mente mi inviavano per farmi rallentare, ma forse non ho rallentato abbastanza, o non sono stata seguita adeguatamente da un punto di vista medico. Mi riferisco in particolare alla gravidanza e al post partum, nonché all’approccio integrato che servirebbe per le donne con fragilità psichica in questi momenti. Fortunatamente cominciano a nascere sul territorio degli sportelli ai quali rivolgersi per consulenze e in cui ginecologi, psichiatri, farmacologi e ostetriche collaborano per far sì che tutto vada a buon fine. Nel mio caso non si è evitato il peggio, ma è anche vero che dopo il tentativo di suicidio ho trovato chi ha saputo seguirmi da un punto di vista terapeutico. Altrimenti dubito che mi sarei ripresa.   </p>



<p>Qual è la sua opinione riguardo ai metodi di terapia e all&#8217;uso dei farmaci ?</p>



<p><br>Difficilmente possono funzionare da soli i farmaci o la psicoterapia, almeno nei casi più importanti di disagio. È necessario infatti intervenire sui sintomi, ma anche aumentare la consapevolezza sui propri stati d’animo. Personalmente seguo una terapia di tipo cognitivo. Trovo molto pericolose le posizioni che demonizzano l’uso di psicofarmaci, spesso imprescindibili, come pure il DSM &#8211; il principale manuale di classificazione dei disturbi mentali, perché senza una classificazione non è possibile stabilire una diagnosi, e senza una diagnosi non è possibile una cura.  </p>



<p>Come sono considerate, oggi, le persone che vivono un determinato tipo di fragilità? </p>



<p><br>Il disagio psichico purtroppo continua a rappresentare un tabù, ed è terribile, perché chi ne soffre è costretto ad affrontare anche il senso di colpa e la vergogna. Questa consapevolezza mi ha portata a uscire allo scoperto, malgrado la mia stessa famiglia si fosse mossa all’inizio per occultare quanto avevo fatto. Dalla pubblicazione del libro, devo ammettere, però, di aver ricevuto moltissima empatia, perché i disturbi mentali riguardano, in maniera diretta o indiretta, un numero davvero molto alto di persone. Forse la nostra società oggi è più pronta, rispetto al passato, ad accogliere storie di questo tipo.</p>



<p>Lei ha avuto molto coraggio a raccontare la sua storia: qual è il messaggio che vuole inviare alle persone che hanno sofferto o che soffrono come lei?</p>



<p><br>Di non temere il giudizio altrui, di non nascondersi e di non vergognarsi. Spesso i nostri giudici più severi siamo proprio noi stessi, dovremmo riservare maggiore auto indulgenza alla nostra fragilità.</p>



<p>In che modo, oggi, ringrazia la vita? </p>



<p><br>Provo a fare del mio meglio, ogni giorno, come credo facciano tutti. Forse il mio modo di ringraziarla è proprio scrivere. </p>
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		<title>Anna POLITKOVSKAJA: morire di Putin</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Oct 2019 10:04:07 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Gianluca Cicinelli (da labottegadelbarbieri.org)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="350" height="262" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/Cicinelli-Politkovskayafoto1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13130" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/Cicinelli-Politkovskayafoto1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 350w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/Cicinelli-Politkovskayafoto1-300x225.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></figure></div>



<p></p>



<p>Cosa rimane oggi – oltre a un premio dedicato alla sua memoria – dell’impegno civile e dell’attività giornalistica di Anna Politkovskaja? Se su queste pagine della “bottega” fossimo melensi potremmo riversare tanta retorica; invece il giornalismo dimentica Anna Politkovskaja, assassinata il 7 ottobre del 2008 a Mosca, proprio perché dei fatti (del racconto spietato della guerra sporca in Cecenia in particolare) lei aveva fatto la sua ragione di vita e non merita assolutamente alcuna retorica. Perché quando i giornalisti coraggiosi vengono uccisi il lutto dura un giorno e poi la grande industria della notizia riprende a scorrere come se nulla fosse successo, come se la libertà d’informare a costo della vita fosse l’eccentricità di alcuni individui e non una precisa scelta civile e politica da diffondere.</p>



<p>Sappiamo tutti che Anna Politkovskaja è stata uccisa per la precisa volontà di togliere di mezzo la più pericolosa minaccia alle attività criminali in Cecenia del governo russo, guidato ieri come oggi da Vladimir Putin. Il giorno successivo alla sua morte la polizia sequestrò il computer che conteneva la sua inchiesta dettagliatissima sulle torture commesse in Cecenia dagli squadroni delle forze di sicurezza locali, legate a Mosca. La denuncia dei crimini fu comunque pubblicata grazie al coraggio dell’editore della&nbsp;<em>Novaja Gazeta</em>, Dmitrij Muratov, per cui lavorava la Politkovskaja, che riuscì a ricostruire il lavoro della collega dagli appunti non sequestrati dalla polizia. Su un punto non si può che essere d’accordo con Putin, che dopo la sua morte, sminuendone comunque l’importanza nella vita politica russa, sottolineò che «il suo omicidio ha fatto più danni delle sue pubblicazioni».</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="http://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2019/10/Cicinelli-Politkovskayafoto3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="http://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2019/10/Cicinelli-Politkovskayafoto3-300x180.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-86591"/></a></figure>



<p>«Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Infatti, una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Non sono la sola ad essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare». Così raccontò il suo lavoro in un’intervista a Reporters Sans Frontières lo stesso anno della sua morte.</p>



<p>Anna Politkovskaja era nata a New York nel 1958, figlia di diplomatici sovietici, ma iniziò a scrivere a Mosca sulla&nbsp;<em>Izvestija</em>&nbsp;per poi passare (dopo altre esperienze lavorative) alla&nbsp;<em>Novaja Gazeta</em>&nbsp;nel 99, un anno dopo il suo primo viaggio in Cecenia, per cui lavorerà fino alla morte. Dedicherà alla Cecenia e alle repubbliche caucasiche più di duecento articoli in cui denuncia le violenze dell’esercito russo e attacca, grazie alle testimonianze della popolazione locale, le scelte politiche di Putin. Suo è un libro tratto da racconti di testimoni diretti sul massacro di Beslan, al teatro Dubrovka, dove fece da ponte per la trattativa con i separatisti ceceni ma invano: moriranno 40 dei 140 ostaggi a causa dei gas introdotti dalle forze speciali nel teatro.</p>



<p>Da allora le minacce di morte nei suoi confronti diventano sempre più frequenti. Nel 2001 deve fuggire a Vienna per le intimidazioni di un ufficiale dell’Omon, la polizia russa presente nelle ex repubbliche sovietiche, Sergei Lapin (poi condannato per questo) ma non si arrende e continua imperterrita la sua opera di controinformazione. Riceve in Occidente molti premi per i suoi articoli ma questa pressione internazionale non basterà a fermare la mano dei killer. Proseguirà a scrivere fino al 7 ottobre, giorno del compleanno di Vladimir Putin, del 2006 quando quattro colpi di pistola a Mosca metteranno fine alla sua vita. Gli assassini l’aspettano al piano terra, davanti all’ascensore: tre colpi al corpo e il colpo di grazia alla nuca quando è già in terra.</p>



<p>La polizia rinviene accanto al cadavere una pistola Makarov PM e quattro bossoli. Il mandante e l’esecutore sono ancora oggi sconosciuti. O forse no.</p>



<p><em>Qui trovate in italiano il materiale dell’ultimo articolo di Anna Politkovskaja</em></p>



<p><a href="https://www.balcanicaucaso.org/Tutte-le-notizie/I-materiali-dell-ultimo-articolo-di-Anna-Politkovskaya-34821?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.balcanicaucaso.org/Tutte-le-notizie/I-materiali-dell-ultimo-articolo-di-Anna-Politkovskaya-34821?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><em>Qui invece un suo articolo in cui parla di sè e del suo impegno civile, tradotto da Internazionale, pubblicato originariamente per Another sky, un’antologia curata dall’associazione English Pen.</em></p>



<p><a href="https://www.internazionale.it/opinione/anna-politkovskaja/2006/10/26/il-mio-lavoro-a-ogni-costo?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.internazionale.it/opinione/anna-politkovskaja/2006/10/26/il-mio-lavoro-a-ogni-costo?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Lettera al provveditore di Palermo per il ritiro della sanzione nei confronti della Prof.ssa Dell&#8217;Aria</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2019/05/20/lettera-al-provveditore-di-palermo-per-il-ritiro-della-sanzione-nei-confronti-della-prof-ssa-dellaria/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2019 06:36:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani aderisce e invia la seguente lettera al provveditore di Palermo, Dott. Anello Gentile dott. Anello,apprendo con sconcerto la decisione del suo ufficio di sospendere per quindici giorni la prof.ssa&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2019/05/20/lettera-al-provveditore-di-palermo-per-il-ritiro-della-sanzione-nei-confronti-della-prof-ssa-dellaria/">Lettera al provveditore di Palermo per il ritiro della sanzione nei confronti della Prof.ssa Dell&#8217;Aria</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> aderisce e invia la seguente lettera al provveditore di Palermo, Dott. Anello</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="580" height="325" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/1558258375_5ce122c62cb14.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12531" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/1558258375_5ce122c62cb14.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 580w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/1558258375_5ce122c62cb14-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" /></figure>



<p>Gentile dott. Anello,<br>apprendo con sconcerto la decisione del suo ufficio di sospendere per quindici giorni la prof.ssa Dell’Aria dal servizio.<br>Il motivo sarebbe di ordine disciplinare, relativo a un power point presentato dagli studenti di una seconda superiore, power point in cui, provocatoriamente, il decreto sicurezza veniva accostato alle leggi razziali.<br>La tempestività, la durata e l’inopportunità della sanzione hanno, come si sarà accorto, colpito profondamente non solo il mondo degli insegnanti ma l’intera società civile.<br>Riteniamo che la sospensione abbia profondamente leso non solo la libertà di insegnamento della docente, ma anche la possibilità della scuola di farsi, quotidianamente, palestra di esercizio democratico e di libera espressione; libera espressione che tutti, anche gli studenti, devono poter esercitare.<br>Chiediamo pertanto che lei ritiri la sanzione. </p>



<p>Silvia Dal Pra</p>
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		<title>Le donne dell&#8217;Ucraina. Intervista a Giulia Corsalini</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jan 2019 07:39:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione per i Diritti umani ha avuto il piacere di intervistare Giulia Corsalini, docente e autrice di critica letteraria, qui al suo esordio nella narrativa con il romanzo La lettrice di Cechov, edito da&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> ha avuto il piacere di intervistare Giulia Corsalini, docente e autrice di critica letteraria, qui al suo esordio nella narrativa con il romanzo <em>La lettrice di Cechov, </em>edito da Nottetempo.</p>
<p>Ringraziamo molto Giulia Corsalini per la sua disponibilità</p>
<p>Intervista a cura di Alessandra Montesanto</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/9788874527274_0_0_407_751.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11940" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/9788874527274_0_0_407_751.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="282" height="407" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/9788874527274_0_0_407_751.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 282w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/9788874527274_0_0_407_751-208x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 208w" sizes="(max-width: 282px) 100vw, 282px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perché ha deciso di raccontare questa storia?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa storia è nata diversi anni fa. A quel tempo scrivevo soprattutto racconti. In Università , nell&#8217;Istituto di Italianistica in cui lavoravo, si parlava di una giovane donna ucraina, una badante, che, frequentando la biblioteca di Slavistica nelle ore libere, si era fatta apprezzare come studiosa e aveva ottenuto un contratto di docenza. La biblioteca di Russo non era nello stesso piano del nostro Istituto e questa collega forse la incrociavo per le scale ma non l&#8217;ho mai conosciuta, né ho saputo in seguito più nulla di lei. La notizia è passata così; poi, ad un certo punto, non so come, è diventata il nucleo di un racconto. Su questa storia sono tornata e ritornata, finché ne è nato un romanzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come si è documentata per tratteggiare il personaggio di Nina, simbolo di tutte le donne (in particolare dell&#8217;Est Europa), costrette a lasciare i figli e i mariti nella terra d&#8217;origine per venire in Italia a svolgere professioni poco appaganti?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Negli ultimi anni ho conosciuto diverse donne ucraine e di alcune sono diventata amica; così so molto delle loro vite, del loro lavoro e delle famiglie lontane. La distanza dei figli naturalmente è l&#8217;aspetto più difficile e doloroso della loro esperienza e quello che, come madre, faccio più fatica a comprendere. Per le donne che vengono dalle terre dell&#8217;est dell&#8217;Ucraina, terre devastate da un conflitto terribile e poco noto, la lontananza è ancora più drammatica. Per un certo periodo, una di loro, mentre parlava con il figlio al telefono, sentiva il boato dei bombardamenti su Donetsk (questo figlio, che si è laureato mentre lei era in Italia e vive solo, è il suo unico affetto e per tre anni la guerra le ha reso impossibile raggiungerlo). Ma è un&#8217;altra storia.</p>
<p>Ho letto dei libri, romanzi e saggi sull&#8217;argomento e poi ho fatto un viaggio a Kiev; ho visitato questa città storica, attraversata dal Dnepr, molto bella; ho partecipato ai riti ortodossi; ho mangiato i piatti tipici; ho preso l&#8217;aereo nel piccolo aeroporto vicino alla città, dal quale partono le badanti più fortunate, che riescono ad evitare il viaggio di due giornate in pulmini male in arnese e ad acquistare un volo low-cost; eravamo insieme, lì al gate, in un&#8217;alba freddissima.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una volta l&#8217;Ucraina era considerata “Russia”. Vuole spiegarci qual è il legame tra la storia di Nina e la Letteratura russa (Čechov, in particolare) e italiana?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nina è una donna colta, una studiosa di Letteratura russa. In particolare ha una passione per Čechov e questa passione, che in un primo tempo rappresenta soprattutto un conforto per la sua solitudine, diviene motore della vicenda.</p>
<p>E&#8217; per studiare Čechov che Nina inizia a frequentare la biblioteca di Slavistica dell&#8217;Università della cittadina in cui lavora come badante ed è lì che trova una controversa possibilità di riscatto.</p>
<p>I racconti dello scrittore e drammaturgo russo diventano oggetto di analisi e materia di insegnamento per Nina. Allo stesso tempo quella scrittura è aspirazione della voce narrante, che insegue la stessa qualità di naturalezza nella narrazione della propria vita e tenta di rimodulare l&#8217;arco melodico della pagina čechoviana; una musicalità malinconica e interiore, attraverso la quale il pathos della disillusione e il senso dell&#8217;inadempienza dei destini si fondono alla persistenza del sogno.</p>
<p>La Letteratura italiana resta sullo sfondo; Nina cerca di capire in che modo Čechov abbia influenzato gli scrittori italiani, ma non espone che in linea generale i risultati del suo lavoro; arriva a dire che per il narratore italiano la scrittura di Čechov rappresenta un&#8217;aspirazione più che un modello; dietro la ricerca di un&#8217;arte non formale e libera da intenzionalità secondarie &#8211; abbellimenti stilistici, sperimentazione, ammaestramenti di ogni tipo &#8211;  c&#8217;è spesso la lezione čechoviana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il suo romanzo affronta il tema della solitudine, ma non appartiene solo a Nina&#8230;Tutti i personaggi ne soffrono. Credo anche che, per la struttura e la scrittura, il  testo si potrebbe trasporre in una pièce. Cosa pensa di queste considerazioni?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ognuno dei personaggi vive una sua forma di solitudine, che per tutti è comunque principalmente senso della perdita degli esseri amati, con i quali si sono condivisi giorni e consuetudini, e fedeltà tenace a ciò che quei legami hanno rappresentato. Nina è sola soprattutto perché non può più comunicare con la figlia Kàtja, la figlia lo è perché non riesce a giustificare la madre; e Giulio De Felice, il professore di Letteratura russa, è solo perché, anche lui, non sa perdonare la moglie, che non ha mai smesso di amare. Ci sono stati dei motivi di incomprensione, delle fratture che sono diventate insanabili, ci sono stati il dolore e la morte, e il passato è ormai per ognuno il tempo di una felicità compromessa e irrecuperabile, a cui tuttavia non si vuole rinunciare.</p>
<p>Il romanzo ha scene, dialoghi, atmosfere, descrizioni di interni che penso si prestino alla trasformazione del testo in una pièce drammatica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qual è il Futuro sognato da Nina e quale, invece, quello realizzabile?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nina, che è appunto un&#8217;appassionata lettrice di Čechov, avverte il carattere illusorio e velleitario delle proprie aspirazioni per il futuro nel momento stesso in cui si concede il diritto di nutrirle; allo stesso tempo non rinuncia ad avere delle aspettative di bene che riguardano la figlia, sé, gli altri; aspettative per un verso indefinite, come se il bene fosse difficile da formulare, per l&#8217;altro poggiate su alcuni gesti concreti e avvertimenti vivi: mettere insieme dei risparmi per aiutare Kàtja, scrivere un saggio che la accrediti tra gli studiosi, assumersi una responsabilità di tipo umanitario, provare sdegno per le ingiustizie. Malgrado tutto, Nina ha una predisposizione alla fiducia.</p>
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		<title>Prigionieri sull&#8217;isola: in onda stasera</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Nov 2018 08:37:12 +0000</pubDate>
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<p><div id="attachment_11626" style="width: 1034px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Articolo211.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img aria-describedby="caption-attachment-11626" loading="lazy" class="size-full wp-image-11626" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Articolo211.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1024" height="480" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Articolo211.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Articolo211-300x141.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Articolo211-768x360.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Articolo211-520x245.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 520w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><p id="caption-attachment-11626" class="wp-caption-text">This Afghan family have been living in the old airport of Elliniko, Athens for five months. Golroz (right) is six month pregnant. She says that she can walk for more than 10 minutes and spend most of the time inside a tent outside the building. “We didn’t expect our life to be like this here. I only want a better life my kids”, says Golroz.</p></div></p>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Avrebbero voluto censurare. Avrebbero voluto censurare le lacrime e i sorrisi dei bambini delle isole di Lesbo e di Bihac, minori stranieri spesso soli, spaventati, stanchi, ma che hanno bisogno di credere ancora nel Futuro.</p>
<p>Quei bambini sono stati ripresi nel documentario intitolato <em>Prigionieri sull&#8217;isola</em> di Valerio Cataldi che, con sensibilità, ha raccontato la vita di chi è profugo, di chi chiede rifugio e accoglienza.</p>
<p>In un primo momento la proiezione era stata bloccata con l&#8217;accusa di violare la deontologia professionale e la Carta di Treviso(<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Carta_di_Treviso?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://it.wikipedia.org/wiki/Carta_di_Treviso?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>).</p>
<p>Ma il regista è anche Presidente della Carta di Roma (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Carta_di_Roma?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://it.wikipedia.org/wiki/Carta_di_Roma?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>)  ben consapevole, quindi, del dovere di tutelare la dignità dei minori e non solo. Qui si tratta, invece, di documentare la realtà così com&#8217;è e di fare un buon lavoro di informazione e di comunicazione.</p>
<p>Solo volto è stato oscurato: quello di un ragazzino che racconta del dolore che si è inflitto da solo e dei pensieri suicidi cui è costretto da una situazione di prigionia inutile e forzata. Ma era stato coperto dall’inizio dallo stesso autore.</p>
<p>La battaglia sindacale condotta da Usigrai con il comitato di redazione del Tg2 ha portato al risultato desiderato grazie anche alla mobilitazione che le associazioni hanno fatto con una <a href="https://www.cartadiroma.org/editoriale/lettera-alla-rai-sulla-mancata-messa-in-onda-del-reportage-sui-migranti-in-grecia-e-bosnia/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener">lettera alla Rai.</a></p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Il documentario <em>Prigionieri sull&#8217;isola </em>andrà in onda questa sera, sabato 10 novembre, a TG2 Dossier, ore 23.30.</span> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Medi@gorà. Il Presente e il Futuro dell&#8217;informazione</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Oct 2018 06:46:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A cura di Alessandra Montesanto Cosa cambia nel mondo dell&#8217;infomazione con l&#8217;avvento del digitale? Una riflessione sulla professione del giornalista, sul ruolo dei fruitori, sul Diritto alla libertà di espressione e molto altro: questi&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>
<p>Cosa cambia nel mondo dell&#8217;infomazione con l&#8217;avvento del digitale? Una riflessione sulla professione del giornalista, sul ruolo dei fruitori, sul Diritto alla libertà di espressione e molto altro: questi i temi affrontati nel convegno intitolato <i>“Medi@gorà: il Presente e il futuro dell&#8217;informazione</i>”, organizzato da Associazione Chiamamilano, 24-25 ottobre 2018.</p>
<p>Peccato che tra i relatori ci fosse soltanto una donna, forse per impegni precedentemente presi da altre giornaliste invitate.</p>
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<p><i><b>Associazione Per i diritti umani</b></i> riporta, per voi, parti di alcuni interventi. Crediamo siano ottimi spunti di riflessione.</p>
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<p><b>Paolo MADRON, Direttore di Lettera43</b>: il giornalismo digitale deve essere, lui stesso, distributore della notizia. Più che produttore, il giornalista è diventato distributore. Il passaggio programmatico alla pubblicità è molto importante perchè, oggi, contano quanti click vengono messi a un articolo. L&#8217;informazione online è gratuita, mentre il cartaceo si paga e questo è un altro tema molto importante perchè bisogna scrivere gli articoli, ma anche essere capaci di etenere i rapporti con i clienti. Il risultato è che per garantire un&#8217;alta qualità dell&#8217;informazione, servono i finanziamenti.</p>
<p><b>Elena VIALE, di Vice Italia</b>: classe &#8217;91, sono una nativa digitale. “Vice” è anche un brand, un&#8217;agenzia creativa e questo ci permette di non preoccuparci troppo del budget perchè siamo una media-company: per noi è importante il taglio esplicativo della notizia più che essere “sul pezzo” e tagliamo l&#8217;articolo a seconda del mezzo (social, video, sito) con cui lo distribuiamo, adattandolo alla piattaforma.</p>
<p>La nuova generazione, quella dei “millennials”, ha poca capacità di concentrazione e questo è,secondo me, il problema del Futuro.</p>
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<p align="LEFT"><b>Piero COLAPRICO, caporedattore de La Repubblica</b>:ci vuole specializzazione. Io non posso rivolgermi ai millenials, ma alla carta stampata perchè il digitale e il giornale hanno contenuti diversi. La generazione che si è formata sui libri conosce il tempo della riflessione, mentre oggi la soglia dell&#8217;attenzione è molto bassa e questo alimenta l&#8217;ignoranza e l&#8217;arroganza.</p>
<p align="LEFT">Durante i nostri anni &#8217;70 la stampa ha avuto un ruolo molto importante nel mantenere salda la democrazia, in quei tempi così bui. Oggi la stampa deve mantenere quel ruolo anche se è difficile perchè i finanziamenti provengono da capitali esteri.</p>
<p align="LEFT">Far capire cosa sta succedendo: questo è il mestiere del giornalista. Non basta “dare” le notizie o replicarle, bisogna anche spiegarle.</p>
<p align="LEFT"><b>Claudio AGOSTONI, Radiopopolare</b>: oltre a lavorare per Raiopopolare, scrivo anche per agenzie che si occupano di viaggi e scrivere per un blog è molto difficile perchè le parole sono indicizzate, mentre per la stampa cartacea abbiamo a disposizione l&#8217;intero vocabolario. Oggi c&#8217;è un mischione tra informazione e pubblicità: a Radiopopolare ognuno di noi fa due o tre lavori, ma questo ci garantisce l&#8217;indipendenza.</p>
<p align="LEFT">Una volta la radio era il mezzo più veloce, poi è arrivato Internet e abbiamo divuto ripensare a tutto il meccanismo: si può costruire il palinsesto, uscendo dall&#8217;omologazione, con approfondimenti e giocando con voici, suoni, rumori ad esempio oppure con rimandi al blog, con immagini, etc. Oggi la radio deve essere molto più articolata, senza però mischiare il mondo dell&#8217;informazione con il Mercato.</p>
<p align="LEFT">Infine: non tutti, nel mondo, hanno la possibilità dia ccedere al mondo dell&#8217;informazione&#8230;C&#8217;è chi non possiede né un pc, né un cellulare e neanche la moneta per acquistare il giornale cartaceo.</p>
<p align="LEFT"><b>Gianluca NICOLETTI, Radio24</b>: non bisogna cadere nella nostalgia dei tempi andati, ma applicare alcune categorie della diffusione del sapere anche nell&#8217;era digitale. La vera novità non è la tecnologia perchè a questa ci si deve adattare. La vera differenza riguarda la nostra autoconsiderazione, quello che rappresentiamo in quanto informatori. Abbiamo in mano le fonti, ad esempio, anche se quelle chiuse sono sempre più limitate, mentre le fonti aperte sono a disposizione di tutti. Quindi, noi giornalisti cosa abbiamo in più? Il problema più urgente è l&#8217;uscita dal cerchio protettivo del rango professionale. L&#8217;umanità è fatta anche di imbecilli e questo è un pericolo (come diceva Umberto Eco), ma l&#8217;imbecillità è la parte più fondante della società odierna. Fino a pochi anni fa, non c&#8217;era questo contatto diretto con il pubblico che è anche, a volte, imbecille, iroso, infantile. Il tema, quindi, è gestire il dissenso, gestire l&#8217;attualità allo stesso modo delle altre persone. Il mediatore di informazione deve gestire anche la propria parte umana.</p>
<p align="LEFT"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_102825-e1540535761903.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11553" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_102825-e1540535761903.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="400" height="534" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_102825-e1540535761903.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 3456w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_102825-e1540535761903-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_102825-e1540535761903-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p align="LEFT"><b>Enrico MENTANA, Direttore Tg7</b>: la convergenza tecnologica è sfavorevole al giornale perchè i giovani d&#8217;oggi hanno mille modi per informarsi e il giornale è, per loro, anacronistico; non c&#8217;è profondità storica dell&#8217;oggetto-giornale.</p>
<p align="LEFT">La disintermediazione va a cozzare con il web: nessuno è capace di setacciare ciò che è importante sapere e ci si illude di informarsi in base a ciò che, in realtà, consiglia un algoritmo.</p>
<p align="LEFT">Ci sono soggetti sempre più pulsanti e noi dobbiamo tenerne conto in continuazione con giornali visualmente e chiaramente al servizio dell&#8217;utente. A me piace immaginare che se assistessimo al decesso del cartaceo, noi saremmo in grado di perpetuare la conquista civile del Diritto all&#8217;informazione, con un&#8217;informazione credibile, non in mano ai pifferai che la confondono con la propaganda.</p>
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<p align="LEFT"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_103301.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="wp-image-11554 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_103301.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="163" height="443" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_103301.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1432w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_103301-110x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 110w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_103301-768x2085.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_103301-377x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 377w" sizes="(max-width: 163px) 100vw, 163px" /></a></p>
<p align="LEFT"><b>Peter GOMEZ, direttore de Il fatto quotidiano</b>: come giornalisti abbiamo notizie da dare, poi come le diamo è totalmente indifferente. Se riesco a dare informazioni e a pagare gli stipendi, posso dire di aver fatto il mio lavoro. Voglio poter dire le cose che ritengo giusto e doveroso dire e trovare i soldi: questo è il nucleo.</p>
<p align="LEFT">Pensavo che la strada dell&#8217;online fosse semplice e che raggiungesse moltissime persone, ma l&#8217;Italia è un Paese di vecchi e il voto lo decide ancora la TV. Oggi si deve raccontare quello che le persone ancora non sanno perchè l&#8217;utente digitale può confrontare tutte le piattaforme; questo rende i giornali più liberi, ma mette in crisi i cartacei. Il lettore medio, ad esempio, si chiedono perchè la stessa notizia viene data in maniera diversa da due testate, perchè la stessa notizia viene trattata con due pesi e due misure. Viene, quindi, messa in crisi la credibilità della carta stampata.</p>
<p align="LEFT"><b>Alessandro SALLUSTI, Direttore de Il giornale</b>: Se volete che io mi alzi dalla sedia per lasciare il posto a voi giovani, scordatevelo. Anche noi abbiamo fatto fatica, prima di voi.</p>
<p align="LEFT">La Storia dell&#8217;editoria dimostra che hanno successo i giornali “di parte”. Nessun giornale è super partes perchè non lo sono né gli editori né i giornalisti. La libertà, per me, è la libertà di essere di parte. I giornali hanno senso perchè hanno una visione di parte che prevede anche le censure.</p>
<p align="LEFT">Il mezzo Internet è sopravvalutato perchè da tutti i punti di vista, anche numerico, questa innovazione non ha prodotto risultati strabilianti. Anche i siti hanno un editore, un&#8217;identità, una linea. Il rischio sta nel fatto che la nuova gente che si informa abbia accesso all&#8217;informazione tramite i social e sono i social a fare la scelta di quello che deve essere letto. Nel metodo antico si sapeva chi dava l&#8217;informazione e come la pensava, oggi non si sa. Oltretutto l&#8217;informazione è pilotata dall&#8217;algoritmo che capisce quali siano le posizioni, le idee, gli interessi dell&#8217;utente. L&#8217;informazione è in mano ad un monopolio che è quello di Google; il problema, quindi, non riguarda la produzione, ma la distribuzione delle notizie.</p>
<p align="LEFT"><b>Peter GOMEZ</b>: Sallusti ha ragine dal punto di vista teorico, ma non da quello pratico perchè se hai dei buoni social manager riesci ad allearti con il monopolio. Il brand pubblicitario condiziona l&#8217;aquisto di un prodotto e questo è ciò che è accaduto con le elezioni del presidente USA: hanno pubblicizzato il voto per Trump, spendendo miliardi di dollari per la campagna elettorale sui social. Ma anche le televisioni condizionano le elezioni.</p>
<p align="LEFT">Se vogliamo intervenire antimonopolio a livello europeo, benvenga, ma la storia è sempre la stessa e sono i mezzi che cambiano. Spotify e Netflix stanno creando la tendenza che le cose debbano essere pagate. Sta cambiando qualcosa anche sul digitale, quindi perchè è la vita stessa a mutare ed è fatta di alti e bassi. Bisogna confrontarsi anche con le bassezze e lo può fare anche un grande giornalista se la finalità è quella di pagare gli stipendi. Non bisogna vergognarsi, se serve per tenere in piedi il progetto editoriale.</p>
<p align="LEFT"><b>Michele MIGONE, Radiopopolare</b>: 40 anni fa Radiopopolare era il web di adesso. Non abbiamo più le fonti e il pubblico di una volta: ad esempio, abbiamo chiuso “microfono aperto” perchè ci siamo accorti che il tono del pubblico era lo stesso di quello sui social, spesso aggressivo.</p>
<p align="LEFT">Tramite il digitale ampliamo la nostra comunità che è molto definita a livello politico. Sul digitale siamo ancora un po&#8217; indietro, ma vediamo comunque una buona curiosità da parte dei giovani.</p>
<p align="LEFT">Ci sarà sempre qualcuno che elabora le informazioni e c&#8217;è bisogno di onestà intellettuale nel farlo perchè così si conquista autorevolezza. Senza l&#8217;uso strumentale della notizia.</p>
<p align="LEFT"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_110311-e1540535903244.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11555" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_110311-e1540535903244.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="429" height="572" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_110311-e1540535903244.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 3456w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_110311-e1540535903244-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181025_110311-e1540535903244-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 429px) 100vw, 429px" /></a></p>
<p align="LEFT"><b>Luigi VIGNATI e Michele MOZZATI, “GINO e MICHELE”</b>: la società è in profonda trasformazione in vari settori. Anche noi siamo direttori di un prodotto cartaceo, l&#8217;agenda Smemoranda che ha avuto un calo di vendite negli ultimi anni, ma resiste. E&#8217; un prodotto su cui scrivere e anche da leggere ed entra nelle scuole dove le generazioni si rinnovano per cui il prodotto è stato ridimensionato.</p>
<p align="LEFT">Stiamo assistendo ad un ulteriore fase storica in cui c&#8217;è mancanza di ignoranza (Jannacci): hai sempre da eccepire, criticare, puntualizzare. L&#8217;ignoranza, oggi, sta prendendo il Potere, non solo in politica, ma anche in TV, nello spettacolo, nell&#8217;editoria libraria, etc. perchè tutti possono rivoluzionare tutto, grazie allo sdoganamento dell&#8217;ignoranza.</p>
<p align="LEFT">Nel web bisogna saper “pescare”; il web non è del tutto negativo e oltre a questo è gratuito. Noi, ad esempio, abbiamo iniziato a pubblicare “Le formiche” con le battute di persone comuni e non di comici affermati (“Non è vero che i genitori sono obbligati a vaccinare i figli. Solo quelli che vogliono tenere”).</p>
<p align="LEFT">Bisogna imparare a distinguere e a selezionare.</p>
<p align="LEFT">Non c&#8217;è confine, oggi, dice Michele, tra verità e verosomiglianza e questo fa paura perchè in questo modo si può manipolare l&#8217;opinione pubblica. Parte dei cambiamenti degli ultimi anni dipendono da questa confusione tra vero e falso, tra notizia reale e contraffatta.</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2018/10/26/medigora-il-presente-e-il-futuro-dellinformazione/">Medi@gorà. Il Presente e il Futuro dell&#8217;informazione</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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