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	<title>reati Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Quanti sono gli orfani di femminicidio e chi si prende cura di loro?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2024 09:13:06 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/or.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="656" height="492" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/or.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17793" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/or.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 656w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/or-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 656px) 100vw, 656px" /></a></figure>



<p></p>



<p>(da La 27ma ora, www.corriere.it)?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p></p>



<p>Una legge di non facile applicazione e un grande progetto ma tutto privato: così in Italia proteggiamo i sopravvissuti alla violenza</p>



<p>«Orfani speciali» li chiamava Anna Costanza Baldry, psicologa e criminologa che, per prima (prima anche dello Stato) si dedicò a una ricerca sugli&nbsp;orfani dei femminicidi: «Quei tanti orfani di mamme uccise dai padri. Tanti, tantissimi ma ignorati e segregati &#8211; Scriveva Baldry nel 2017 nel presentare un enorme dossier a cui lavorava da tre anni &#8211; Come stanno oggi, dopo 5, 10, 15 anni da quel tragico e assurdo giorno? Chi sono? dove sono adesso? E cosa è accaduto loro, dove stanno, con chi? A questi figli cosa è stato detto? La legge cosa ha fatto di loro? E quegli adulti che si sono ritrovati ad aprire le loro case che sostegno psicologico ancora prima che economico è stato dato, se è stato dato, dovendo loro stessi, i familiari delle vittime, elaborare il loro di lutto e trauma, nonché gestire tuti i problemi sociali e giuridiche derivanti dall’omicidio?».</p>



<p>Quando Baldry si poneva queste domande gli orfani di femminicidio erano, agli occhi della legge, equiparati a tutti gli altri orfani. Il legislatore non si era posto il problema di pensare al loro diritto di futuro oltre il lutto tremendo che li aveva colpiti. Oggi, a quasi dieci anni dalla partenza del primo progetto di mappatura dedicato a loro e alle persone che se ne prendono cura, possiamo dire che qualcosa si è mosso, una legge ad hoc esiste. Ma c’è ancora molta strada da fare. In varie direzioni.</p>



<p>Innanzitutto, quanti sono e chi li aiuta? «Non ci sono stime ufficiali su quanti siano gli orfani delle vittime di femminicidio&nbsp;in Italia, come non esiste una mappatura dei femminicidi anche se il Ministero dell’Interno ci sta lavorando» spiega Mariangela Zanni, consigliere nazionale di D.i.Re, Donne in rete contro la violenza. Oggi un primo progetto, privato ma dalle dimensioni importanti, dedicato agli orfani e alle loro famiglie esiste ed è stato&nbsp;<a href="https://www.conibambini.org/2023/11/20/orfani-di-femminicidio-presentati-i-dati-inediti-di-con-i-bambini/?utm_source=rss&utm_medium=rss">varato dall’impresa sociale «Con i bambini»</a>&nbsp;nell’ambito del&nbsp;Fondo per il contrasto della povertà educativa&nbsp;minorile. Si chiama «A braccia aperte», prevede&nbsp;un investimento di 10 milioni&nbsp;che arrivano dalle fondazioni bancarie (Acri) e si snoda capillarmente su tutto il territorio nazionale in quattro progetti (Nord Est, Nord Ovest, Centro Italia e Sud) coinvolgendo operatori pubblici e realtà del terzo settore: cooperative, associazioni, centri antiviolenza.</p>



<h3>I numeri</h3>



<p>Sono&nbsp;157 gli orfani presi in carico dai progetti su scala nazionale attivati da «Con i Bambini» nell’iniziativa «A braccia aperte». Ma è un dato variabile perché altri 260 in tutta Italia sono stati già agganciati e a breve inizieranno anch’essi un percorso di sostegno e accompagnamento con le loro famiglie. I numeri maggiori sono al Sud. «Ma perché al Sud il lavoro di ricerca e sostegno è iniziato da molto tempo» rivela Fedele Salvatore, presidente dell’associazione Irene 95 che da anni a Napoli si occupa di minori vittime di violenza assistita e che partecipa al progetto per il sud «Respiro».</p>



<p>Il 74 per cento ha tra i 7-17 anni,&nbsp;il 17% tra i 18-21 e l’8% ha meno di 6 anni.</p>



<p>«Per rintracciarli abbiamo fatto un capillare lavoro di ricerca su siti di informazione, servizi sociali, tribunali, centri antiviolenza. Siamo risaliti fino a delitti commessi 9 o 10 anni fa» spiega Anna Agosta, consigliere D.i.Re e presidente dell’Associazione Thamaia Onlus che partecipa al progetto «Respiro». «Abbiamo incontrato orfani storici sui quali si era sedimentata un’assenza di attenzione &#8211; racconta Salvatore &#8211; Alcuni non hanno mai incontrato i servizi sociali, ad altri, a distanza di 5,6 anni dal delitto non era stata mai raccontata la verità sui fatti: “la mamma è morta in un incidente” è spesso la pietosa bugia ricevuta. Non è stato semplice, dopo tutto questo tempo, raccontare la verità, ma è solo comunicando la verità, in modo corretto che si possono aiutare questi ragazzi. Le bugie dette per “buon senso” non aiutano, anzi, finiscono per far danni».</p>



<h3>L’impatto</h3>



<p>Il 36% di loro era presente quando è stata uccisa la madre. Uno su quattro ha assistito. L’impatto psicologico che ne deriva è devastante e porta a una vera sindrome denominata «child traumatic grief»: la sofferenza è tale che il bambino diventa incapace di elaborare il lutto e si trova intrappolato in uno stato di dolore cronico. «Per questo, intorno all’orfano e all’enormità di quello che lo colpisce devono lavorare persone competenti con un approccio che si chiama “trauma informed”, focalizzata sulla comprensione del trauma e la sua elaborazione» racconta Salvatore.</p>



<p>Il 13% degli orfani presenta forme di disabilità.</p>



<h3>Dove vivono e con chi</h3>



<p>Il 42% vive in famiglie affidatarie, spesso gli zii o i nonni&nbsp;della mamma, il 10% vive in comunità (pensiamo ai minori stranieri che non hanno parenti qui), il 10% con una coppia convivente e solo il 6% è stato dato in adozione.</p>



<p>L’83% delle famiglie affidatarie arriva a fine mese con grande difficoltà, anche per la necessità di dover ricorrere a specialisti e professionisti che aiutino i bambini. Quindi il sostegno organizzato dal progetto “A braccia aperte” non può che essere articolato: è psicologico, economico ed educativo ed è rivolto ai minori e alle loro famiglie. Ma prevede anche interventi nelle scuole frequentate dai minori, progetti di avviamento al lavoro, pagamento di rette universitarie. Importante anche la parte dedicata alla formazione di tutti gli operatori coinvolti: quelli dei servizi socio-sanitari, dei Centri antiviolenza, le forze dell’ordine, il personale del tribunale per i minorenni, gli insegnanti. «Proprio per evitare tutti quelli errori commessi spesso in buona fede da familiari o da operatori pubblici. In alcuni casi, poi, la famiglia affidataria è quella del padre omicida con tutto quello che questo comporta, ovvero si tende a giustificare il crimine del familiare in carcere parlando di raptus. E si porta il minore dal padre in prigione senza prepararlo a un incontro come quello» racconta Salvatore.</p>



<h3>I soldi</h3>



<p>Le risorse in campo per il progetto nazionale sono importanti:&nbsp;10 milioni&nbsp;messi a disposizione dal Fondo per le povertà educative che dispone, in totale, di 760 milioni forniti dalle fondazioni bancarie (Acri) che ottengono in cambio dallo Stato un credito d’imposta. «Stiamo parlando del primo progetto nazionale, anzi, il primo in Europa pensato su misura per sostenere questi bambini&nbsp;e ragazzi raggiungendoli sul territorio» spiega Zanni, «coinvolge tante realtà del terzo settore e servirà per dare linee guida alle istituzioni in modo che colmino quel vuoto che c’è stato finora».</p>



<h3>La legge del 2018</h3>



<p>Che cosa ha fatto il legislatore per questi orfani e per le famiglie che li hanno accolti? si chiedeva Baldry. Una legge dedicata in effetti, c’è, la n°4 del 2018, che riconosce una serie di tutele processuali ed economiche. Per esempio si procede automaticamente al&nbsp;sequestro dei beni dell’indagato&nbsp;per risarcire i danni dei figli della mamma uccisa. Un analogo automatismo trasferisce l’eredità della madre ai figli. Già, prima accadeva che la pensione di reversibilità della donna uccisa finisse al partner in carcere. Inoltre si stabilisce&nbsp;un fondo economico dedicato&nbsp;e si dà la possibilità a questi orfani di cambiare cognome.</p>



<p>«La legge è la risposta a qualcosa che Baldry ha svelato, ovvero i bisogni degli orfani e come rendere più agevole per loro il “dopo”. Dalla partecipazione al processo all’eredità, al recupero di un risarcimento del danno, ai bisogni materiali» spiega Elena Biaggioni, penalista e vicepresidente D.i.Re. «Una legge innovativa&nbsp;ma con il grosso limite di essere poco conosciuta&nbsp;e poco usata anche perché le procedure per la sua applicazione sono complesse». La criminologa, scomparsa nel marzo 2019, fece appena in tempo a vedere l’approvazione della norma di cui era stata stimolo. Ma i cui decreti attuativi furono varati ben due anni dopo; «I governi che si sono succeduti non hanno mai creduto molto a questa legge e la politica ha finito per rendere farraginoso l’accesso agli strumenti di finanziamento» dice oggi Anna Maria Busia, Pd, che della 4/2018 è stata la redattrice.</p>



<p>«Familiari e care giver degli orfani, non sono in grado di destreggiarsi tra i commi e gli articoli. Per non parlare della modulistica da compilare e presentare in prefettura rispettando scadenze e burocrazia» spiega Fedele Salvatore. A che serve una buona legge se poi le persone non riescono ad usufruirne? Ora il progetto “A braccia aperte” sta evidenziando tutte le difficoltà pratiche e offrendo soluzioni di semplificazione anche attraverso specialisti e legali che affianchino le famiglie affidatarie. Un esempio tra i tanti che ci fa capire che la legge va semplificata ce le spiega Salvatore: «Tutti i benefici finanziari di cui gli orfani hanno diritto, a partire dal sequestro dei beni, sono applicabili quando c’è una sentenza di condanna anche di primo grado.&nbsp;Ma decadono in caso di suicidio del padre omicida. E questo avviene circa nel 30 per cento dei femminicidi».</p>



<p>Non solo.&nbsp;La legge prevede copertura per spese medico-sanitarie&nbsp;ma si tratta quasi esclusivamente di sostegno psicoterapeutico. Ma un bambino può aver bisogno, banalmente, di un apparecchio per i denti. Così, anche in questi casi, interviene il nuovo progetto con la possibiltà di doti specifiche.</p>



<p>Parlando con gli esperti e gli operatori che hanno lavorato al progetto si scopre che non è stato affatto semplice convincere le persone a fidarsi e affidarsi specie quando si risale a delitti indietro nel tempo. «Molti preferiscono non rivangare &#8211; racconta Zanni che lavora al progetto Nord Est &#8211; Abbiamo trovato persone arrabbiate, che non si sono sentite comprese». Per questo uno dei nodi del progetto è quello di attivare protocolli di aiuto dedicati alle prime ore dopo il trauma quando la famiglia è scioccata e frastornata: ci vogliono persone specializzate che sappiano comunicare e accompagnare. Anche in dettagli apparentemente marginali, come la partecipazione a un funerale.</p>



<p></p>



<p>Da ascoltare:</p>



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<p></p>



<p><strong>Numero antiviolenza: 1522</strong></p>



<p>Gesti per chiedere aiuto: </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/segnale-aiuto-violenza-domestica.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="765" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/segnale-aiuto-violenza-domestica.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17794" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/segnale-aiuto-violenza-domestica.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/segnale-aiuto-violenza-domestica-300x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/segnale-aiuto-violenza-domestica-150x150.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/segnale-aiuto-violenza-domestica-80x80.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/11/segnale-aiuto-violenza-domestica-320x320.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>
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		<title>Carceri minorili. Il rapporto di Antigone: &#8220;rischio che la giustizia minorile perda i ragazzi per strada&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Feb 2024 16:48:52 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/02/rapporto_minori_vert_2_1.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="819" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/02/rapporto_minori_vert_2_1-819x1024.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17437" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/02/rapporto_minori_vert_2_1-819x1024.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 819w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/02/rapporto_minori_vert_2_1-240x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 240w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/02/rapporto_minori_vert_2_1-768x960.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/02/rapporto_minori_vert_2_1.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1080w" sizes="(max-width: 819px) 100vw, 819px" /></a></figure>



<p>&#8220;Il modello della giustizia minorile in Italia, fin dal 1988, data in cui entrò in vigore un procedimento penale specifico per i minorenni, è sempre stato un vanto per il paese. Mettendo al centro il recupero dei ragazzi, in un&#8217;età cruciale per il loro sviluppo, nella quale educare è preferibile al punire, ha garantito tassi di detenzione sempre molto bassi, una preferenza per misure alternative alla detenzione in carcere, come ad esempio l&#8217;affidamento alle comunità e ottenuto un&#8217;adesione al percorso risocializzante ampio da parte dei giovani. Dal decreto Caivano in poi, invece, il rischio che questi 35 anni di lavoro vengano cancellati e i ragazzi persi per strada è una prospettiva drammatica e attuale&#8221;. Così Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, intervenendo alla presentazione di &#8220;Prospettive minori&#8221;, VII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile.&nbsp;</p>



<p>All’inizio del 2024 sono circa 500 i detenuti nelle carceri minorili italiane. Sono oltre dieci anni che non si raggiungeva una simile cifra. Gli ingressi in IPM sono in netto aumento. Se sono stati 835 nel 2021, ne abbiamo avuti 1.143 nel 2023, la cifra più alta almeno negli ultimi quindici anni.&nbsp; La crescita delle presenze negli ultimi 12 mesi è fatta quasi interamente di ragazze e ragazzi in misura cautelare. Frutto questo del decreto Caivano che ha esteso l&#8217;applicazione della custodia cautelare in carcere, stravolgendo l’impianto del codice di procedura penale minorile del 1988. Altra novità, in linea con quanto previsto dal Decreto, laddove prevede di disporre la custodia cautelare anche per i fatti di lieve entità legati alle sostanze stupefacenti è la notevole crescita degli ingressi in IPM per reati legati alle droghe, con un aumento del 37,4% in un solo anno.&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Aumenti dei numeri, quindi, che non trovano riscontro nell&#8217;aumento dei reati, con il dato più recente che, tra alti e bassi, è in linea con quello registrato 10 anni fa.&nbsp;</p>



<p>&#8220;Sono prospettive minori quelle che oggi vediamo rispetto a due anni fa, quando pubblicammo il nostro precedente rapporto sulla giustizia minorile in Italia &#8211; ha spiegato Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone e responsabile dell&#8217;osservatorio minori. Prospettive minori per il sistema, che sta rinunciando a incontrare con pienezza quei principi ispiratori sui quali è stato costruito e che hanno fatto sì che la giustizia minorile nel nostro paese divenisse un modello a livello europeo; prospettive minori per gli operatori, alcuni dei quali fanno un lavoro straordinario fuori e dentro le carceri e si ritrovano strumenti sempre più spuntati e inefficaci; e, soprattutto, prospettive minori per i ragazzi e le ragazze, che si ritrovano attorno più sbarre, fisiche e metaforiche, e meno speranze riguardo al loro futuro. Occorre riprendere la strada tracciata dai 35 anni di giustizia minorile italiana, mettere al centro il bene supremo dei ragazzi e non cadere nella tentazione punitiva verso chi commette un reato in una fase così cruciale del proprio percorso di crescita. Se non ci possiamo permettere di perdere un adulto, ancor meno ci possiamo permettere di perdere un ragazzino&#8221; ha sottolineato Susanna Marietti.&nbsp;</p>



<p>Alessio Scandurra, coordinatore dell&#8217;osservatorio di Antigone sulle carceri per adulti ha a sua volta sottolineato: &#8220;con il decreto Caivano, che ha fortemente ampliato la possibilità di trasferire i ragazzi maggiorenni, che sono in IPM in quanto avevano compiuto il reato compiuto da minorenni, nelle carceri per adulti si assiste a una ulteriore torsione del sistema, portando queste persone a doversi confrontare con tipo di detenzione più dura, limitata, in luoghi dove i loro bisogni, anche a fronte del grande sovraffollamento e quindi della scarsità di opportunità di studio, lavoro e ricreative, non vengono tenuti nel giusto peso, lasciandoli invece in un sistema che, ad oggi, produce criminalità a causa di tassi di recidiva molto alti&#8221;.</p>



<p></p>



<p>A questo link si può leggere il report: <a href="https://www.ragazzidentro.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.ragazzidentro.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>L&#8217;hinterland di Milano e la lotta alla criminalità</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Apr 2023 07:34:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Il prossimo 15 aprile alle ore 10.30 verrà inaugurato lo SPORTELLO SOLIDALE ANTIMAFIA “Davide Salluzzo”, fortemente voluto dal Comune di Corsico, da U.I.C.A.P.T.E., con il patrocinio dei Municipi di Assago, Buccinasco,&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Il prossimo 15 aprile alle ore 10.30 verrà inaugurato lo SPORTELLO SOLIDALE ANTIMAFIA “Davide Salluzzo”, fortemente voluto dal Comune di Corsico, da U.I.C.A.P.T.E., con il patrocinio dei Municipi di Assago, Buccinasco, Cesano Boscone, Cusago, Trezzano sul naviglio, Caritas Ambrosiana e Coop.</p>



<p>Saranno presnti: il Prefetto di Milano, Ranato Saccone; Simona Ronchi, Dirigente A.N.B.S.C., Stefano Martino Ventura, sindaco di Corsico, don Massimo Mapelli, Presidente U.C.A.P.T.E., Luigi cuomo, Presidente Associazione SOS Impresa, Maria Grazia Totti, Referente Ass. SOS Impresa Lombardia, Gianluca Vitali, Presidente Commissione Antimafia di Corsico.</p>



<p>L&#8217;inaugurazione dello sportello si terrà presso il Centro Sociale Falcone, Via G. Falcone, 5 – Corsico</p>



<p>Abbiamo avuto l&#8217;occasione di scambiare qualche parola con la ex sindaca del Comune di Corsico, in provincia di Milano, Maria Ferrucci, e con Gianluca Vitali, presidente della Commissione antimafia, sempre di Corsico che ringraziamo molto per la loro disponibilità.</p>



<p>Maria Ferrucci: bisogna considerare che il primo processo che ha portato alla sbarra più di 50 persone di Corsico è stato quello avviato in seguito all&#8217;arresto di Saverio Morabito nel 1993.</p>



<p>La vicenda, però, risale agli anni &#8217;80, perché poi il processo del &#8217;93 ha preso in considerazione reati commessi anche prima, dopo il racconto di Morabito, vicenda e racconto che sono stati riportati nel libro intitolato “Manager calibro 9. Vent&#8217;anni di malavita a Milano nel racconto del pentito Saverio Morabito” di Piero Colaprico e Luca fazzo e in cui si mette in evidenza come l&#8217;hinterland sia il centro del gruppo di mafiosi arrivati dalla Calabria, in particolare da Platì. I personaggi più grandi sono quelli che appartengono ai Sergi, ai Barbaro e ai Papalia. Queste sono le <em>&#8216;ndrine</em> più importanti e sicuramente inizialmente hanno come attività principale quella dei sequestri di persona e dello spaccio (negli anni &#8217;70 e &#8217;80); la nostra zona, infatti, in quel periodo aveva gli alberi pieni di siringhe conficcate&#8230; Negli anni &#8217;90 i cittadini non hanno ancora percezione di ciò che accade intorno a loro e nemmeno le istituzioni se si pensa che il prefetto, ancora nel 2010, diceva che la mafia sul territorio non c&#8217;era e, quindi, non vi era né da parte della società civile né da parte delle istituzioni la consapevolezza e la volontà di fare qualcosa.</p>



<p>Solo a partire dagli anni &#8217;90 (ricordiamo anche Tangentopoli, perchè tutto è collegato&#8230;) si iniziano a cogliere le connessioni tra criminalità, politica, economia, etc. E sicuramente la situazione cambia dopo il processo a seguito delle dichiarazioni di Morabito, ma vorrei anche aggiungere che una certa sensibilizzazione ai temi per la legalità è stata data dal libro/inchiesta di Roberto Saviano, “Gomorra”: oggi lo si considera in senso negativo (per i motivi che conosciamo, perchè gli argomenti sono stati manipolati a favore di un successo meramente commerciale, soprattutto da parte dello stesso autore), ma all&#8217;epoca ebbe un&#8217;importanza mediatica e culturale molto forte in quanto mise in luce una realtà che in molti, troppi tendevano a nascondere.</p>



<p>Proprio nel 2010 feci la proposta all&#8217;allora sindaco di Buccinasco, Loris Cereda, di istituire insieme un coordinamento sull&#8217;antimafia, in particolare per arginare i traffici della &#8216;ndrangheta, ma lui mi rispose ridendo, quasi deridendomi: “Ma guarda che la &#8216;ndrangheta non esiste”, disse. Cereda venne arrestato con l&#8217;accusa di corruzione.</p>



<p>Ma c&#8217;è di più.</p>



<p>Durante un consiglio comunale, alcune persone sono venute appositamente per intimidirmi nel momento in cui io ero ancora solo consigliera e stavo presentando una interpellanza sul “Festival dello stocco”. Perché questa manifestazione era stata organizzata con il coinvolgimento di persone poco pulite. Ho ricevuto, quindi, la “visita” di questi personaggi che hanno cominciato ad urlare di tutto e con il sindaco che non ha fatto una piega, cioè non mi ha neanche dato la propria solidarietà e non ha mai nominato la parola &#8216;ndrangheta in tutti e due i suoi interventi; questo per dirti che in un comune come Corsico c&#8217;è molto da fare perché, anche se si organizzano manifestazioni pubbliche, quando ci si trova davvero in situazioni delicate, non si fa o non si dice nulla di serio e di concreto per contrastare le azioni malavitose.</p>



<p>Gianluca Vitali: sono attualmente Presidente della Commissione antimafia. Ricordo che Corsico, purtroppo, è uno dei capoluoghi della &#8216;ndrangheta, insediatasi al Nord d&#8217;Italia, in Lombardia. Il nostro municipio non aveva mai istituito una commissione antimafia, invece nel 2020, quando sono andato in consiglio comunale, ho chiesto e voluto la Presidenza perchè credo che sia uno strumento istituzionale importantissimo. Dovrebbe essercene una in ogni Comune perchè si possono fare una serie di azioni che noi stiamo provando a mettere in atto sia sulla gestione dei beni confiscati &#8211; che è uno dei temi fondamentali secondo me nella lotta &#8211; sia anche nella diffusione della cultura, ovvero: nel fare eventi, andare nelle scuole, sensibilizzare in qualunque modo.</p>



<p>Ci stiamo impegnando tantissimo ed è molto utile il lavoro in rete: persone, istituzioni, associazioni, etc. Stiamo facendo un&#8217;attività molto importante per questa zona che sta diventando anche un po&#8217; un punto di riferimento in tutta la provincia di Milano. Stiamo cercando infatti, anche se a fatica, di coordinare i municipi con le Province, sulla falsa riga di ciò che è stato fatto a livello nazionale (tra le Commissioni antimafia regionali) perchè è importante trattare il tema in maniera organica. La criminalità organizzata è molto ben organizzata e per contrastarla dobbiamo farlo anche tutte e tutti noi.</p>
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		<title>Gli orsi non esistono: Jafar Panahi e il suo Cinema di denuncia del regime in Iran</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2022 07:36:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Il film uscirà nelle sale italiane il prossimo 6 ottobre. Un regista è costretto a seguire a distanza, tramite un computer, le riprese clandestine del suo ultimo film che viene girato&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p></p>



<p>Il film uscirà nelle sale italiane il prossimo 6 ottobre. </p>



<p></p>



<p>Un regista è costretto a seguire a distanza, tramite un computer, le riprese clandestine del suo ultimo film che viene girato nella città di Teheran perchè si trova esiliato in un remoto paesino rurale, al confine tra Iran e Turchia: le autorità governative lo considerano un dissidente e gli vietano di lavorae. Nel piccolo villaggio, il cineasta all&#8217;inizio viene accolto con curiosità: qui, nonostante il veto, sta realizzando un&#8217;opera che riguarda due coppie di innamorati che tentano di fuggire dal Paese di origine dopo anni di ricerca dei documenti falsi per l&#8217;espatrio, ma si ritrova a fotografare un ragazzo e una ragazza che si baciano, denunciando un amore proibito; l&#8217;immagine diventa la prova all&#8217;interno di un processo pubblico, secondo le leggi e le tradizioni ataviche del luogo, che vedrà coinvolti il regista, i due giovani, la comunità, il Potere e&#8230; un bambino. E l&#8217;artista, prima apprezzato dopo aver superato una certa diffidenza verso chi è estraneo da parte degli abitanti del paesino, ora diventa il possibile testimone di una grave ingiustizia.</p>



<p>Il protagonista del film, suo malgardo, è lo stesso Jafar Panahi che, al termine della narrazione, tira il freno a mano della sua vettura, dopo aver assistito a una situazione drammatica e aver preso una decisione difficile, ma eticamente necessaria.</p>



<p>Il cineasta iraniamo fin dal 2010 è perseguitato dal regime per le sue posizioni politiche ed è quindi sottoposto ad una serie di misure che limitano la sua libertà personale, e i diritti fondamentali quali: svolgere la propria professione e esprimere le proprie opinioni. Lo scorso luglio è stato nuovamente arrestato per aver sostenuto il collega Mohammad Rasoulof, ma ha proposto alla 79ma Mostra del Cinema di Venezia il film intitolato <em>Gli orsi non esistono </em>(<em>No bears</em>), vincendo il Premio Speciale della Giuria.</p>



<p>Lo spettatore segue, nella prima sequenza, i movimenti di una coppia in procinto di scappare dal Paese grazie a passaporti contraffatti per poi spostare lo sguardo verso le immagini di un computer che riflettono quelle di un film che si sta svolgendo nella capitale. Questi primi minuti narrativi contengono una dichiarazione di intenti del nuovo lavoro di Panahi: una riflessione accurata, intellettualmente complessa, sulle possibilità della tecnologia nel mescolare finzione e realtà con l&#8217;intento di dimostrare che, spesso e soprattutto nei Pasi sotto dittatura, l&#8217;attualità violenta supera la fantasia. Non solo autore, ma anche sceneggiatore e attore, Panahi vuole svelare l&#8217;ignoranza, l&#8217;ipocrisia, la brutalità del Potere sia nelle grandi città sia nei villaggi interni del suo Paese in cui a farne le spese è la società civile e in particolare i giovani che avrebbero diritto ad una vita e ad un futuro sereni. Per continuare a denunciare, quindi &#8211; come con tutti gli ultimi suoi film &#8211; Panahi utilizza gli strumenti a disposizione: cinepresa a mano (che permetterà di utilizzare anche ad una persona inesperta purchè si documenti), zoom, rottura della quarta parete, il pedinamento degli attori (vedi la scena con i contrabbandieri); e poi schermo del computer e del telefono cellulare per moltiplicare le immagini e creare un&#8217;opera meta-cinematografica come nella lezione appresa dal Maestro Abbas Kiarostami di cui è stato aiuto regista.</p>



<p>Molto rimane fuori campo per sottolinerare da una parte l&#8217;importanza dell&#8217;immaginazione e del coinvolgimento di chi prende parte alla visione e, dall&#8217;altra, per fare un riferimento alla censura da parte del regime che opprime la libera creatività e condiziona le scelte di vita delle persone. E chi sono in fondo gli orsi del titolo? Sono proprio gli uomini al potere, gli esponenti delle istituzioni politiche e teocratiche che utilizzano tradizioni antiquate, la mentalità ottusa e patriarcale e abitudini reiterate per generare paure, per minacciare e per eliminare gli oppositori. Il Cinema è Cultura e la Cultura può essere un&#8217;arma pacifica per contrastare la repressione: ecco perchè i cineasti vengono imprigionati e i giovani vogliono trovare una via di fuga in Europa se soltanto una presunta fotografia scattata inavvertitamente può mettere in pericolo l&#8217;esistenza stessa di due innamorati, senza nemmeno lo scrupolo di coinvolgere un bambino in una vicenda paradossale e brutale allo stesso tempo.</p>



<p>In un&#8217;inquadratura, infine, si vedono una sedia vuota un posto lasciato libero: quel posto verrà riempito da chi deciderà di continuare a battersi per la Verità e, a tal proposito, noi ci sentiamo di dedicare questa recensione all&#8217;attivista Masha Amini e a tutte le donne iraniane (e non solo) che osano affermare i diritti universali anche al costo più alto.</p>
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		<title>Il carcere visto da dentro. XVIII rapporto dell&#8217;associazione Antigone</title>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2022 07:59:12 +0000</pubDate>
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<p>&#8220;E&#8217; il momento delle riforme&#8221;. Lo ha detto Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, in apertura della conferenza stampa di presentazione del XVIII rapporto dell&#8217;associazione sulle condizioni di detenzione.&nbsp;</p>



<p>Sono oltre 2.000 le visite tenute dall&#8217;osservatorio di Antigone nelle carceri italiane dal 1998 ad oggi. Un monitoraggio costante che ha permesso all&#8217;associazione di fotografare lo stato del sistema penitenziario nella sua complessità, analizzandolo, come ha ricordato Gonnella, con spirito critico ma anche costruttivo.&nbsp;</p>



<p>&#8220;La pandemia ci ha mostrato tutti i limiti di un mondo penitenziario bloccato e in ritardo su tante questioni&#8221; ha sottolineato il presidente di Antigone. &#8220;I tassi di recidiva ci raccontano di un modello che non funziona e ha bisogno di importanti interventi, aprendosi al mondo esterno, puntando sulle attività lavorative, scolastiche, ricreative e abbandonando la sua impronta securitaria&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Nel rapporto dell&#8217;associazione si evidenzia come in media vi sia una percentuale pari a 2,37 reati per detenuto. Al 31 dicembre 2008 il numero di reati per detenuto era più basso di 1,97. Dunque diminuiscono i reati in generale, diminuiscono i detenuti in termini assoluti ma aumenta il numero medio di reati per persona. Al 31 dicembre 2021, dei detenuti presenti nelle carceri italiane, solo il 38% era alla prima carcerazione. Il restante 62% in carcere c’era già stato almeno un’altra volta. Il 18% c’era già stato in precedenza 5 o più volte. Tassi di recidiva dunque alti, su cui sarebbe utile che il ministero raccogliesse dati certi.&nbsp;</p>



<p>&#8220;E&#8217; anche fondamentale che il carcere diventi realmente l&#8217;extrema ratio a cui ricorrere solo in casi dove ce ne sia la reale necessità&#8221; ha ricordato il Patrizio Gonnella, citando la Ministra della Giustizia Cartabia. Al 31 dicembre 2021 ben 19.478 detenuti (poco meno del 40% del totale dei reclusi), dovevano scontare una pena residua pari o inferiore a 3 anni. Una gran parte di loro potrebbe usufruire di misure alternative. Un aumento di queste ultime permetterebbe di porre rimedio anche al cronico sovraffollamento delle carceri italiane. Il tasso di affollamento è attualmente del 107%, contando i posti ufficiali conteggiati dal ministero. Tuttavia, se si considerano i posti realmente disponibili, a fronte di reparti e sezioni chiuse o celle inagibili, il tasso supera il 115%. Un dato su cui pesano sempre meno gli stranieri che al 31 marzo 2022 sono il 31,3% sul totale della popolazione detenuta, con un calo del 5,8% rispetto al 2011. Il loro tasso di detenzione (calcolato nel rapporto tra popolazione straniera residente in Italia e stranieri presenti nelle carceri) ha visto una decisiva diminuzione, passando dallo 0,71% del 2008allo 0,33% del 2021.&nbsp;</p>



<p>&#8220;A dicembre 2021 &#8211; ha ricordato il presidente di Antigone &#8211; la Commissione per l&#8217;innovazione del sistema penitenziario nominata dalla Ministra Cartabia e presieduta dal prof. Marco Ruotolo, ha elaborato e consegnato un documento con tutta una serie di riforme che si potrebbero fare in maniera piuttosto rapida. Inoltre la recente nomina di Carlo Renoldi alla guida del Dipartimento dell&#8217;Amministrazione Penitenziaria apre una prospettiva importante da questo punto di vista. Ci auguriamo che si sappia cogliere quest&#8217;occasione e si portino avanti tutte le riforme di cui il carcere italiano ha urgente bisogno&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Nella cartella stampa,&nbsp;<a href="https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/CartellastampaXVIIIRapporto.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">a questo link</a>, tutti i dati presenti nel rapporto e le proposte di riforma avanzate da Antigone.&nbsp;</p>



<p><a href="https://www.rapportoantigone.it/diciottesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">A questo link</a>, invece, il rapporto completo.</p>
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		<title>Siria. Una decisione senza precedenti</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jan 2022 09:23:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Nicole Fraccaroli L&#8217;Alta Corte Regionale di Coblenza in Germania ha condannato il 13 Gennaio all&#8217;ergastolo un ex alto funzionario siriano per il suo coinvolgimento in crimini contro l&#8217;umanità. Una squadra investigativa comune franco-tedesca&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>di Nicole Fraccaroli</p>



<p></p>



<p>L&#8217;Alta Corte Regionale di Coblenza in Germania ha condannato il 13 Gennaio all&#8217;ergastolo un ex alto funzionario siriano per il suo coinvolgimento in crimini contro l&#8217;umanità. Una squadra investigativa comune franco-tedesca (JIT), costituita con il sostegno di Eurojust e del Genocide Network, ha dato un contributo significativo alle indagini che hanno portato a questo giudizio storico.</p>



<p>In questo modo si è concluso il primo processo al mondo relativo alla tortura sponsorizzata dallo Stato sotto il presidente Bashar al-Assad.</p>



<p>Questo giudizio rappresenta la prima volta al mondo che un alto funzionario siriano è stato condannato per crimini contro l&#8217;umanità. In quanto tale, lascerà un segno indelebile nella giustizia penale internazionale. È la seconda condanna relativa ai &#8220;Fascicoli Cesare&#8221;, un documento contenente oltre 26.000 immagini delle torture delle vittime nei centri di detenzione di massa del regime siriano. L&#8217;anno scorso, un collaboratore dell&#8217;alto funzionario era già stato condannato dalla Corte Regionale Superiore di Coblenza a 4,5 anni di reclusione per crimini contro l&#8217;umanità e tortura.</p>



<p>L’alto funzionario Anwar Raslan, 58 anni, è stato condannato con accuse tra cui omicidio, lesioni personali gravi, aggressione sessuale, privazione della libertà e presa di ostaggi in relazione al suo lavoro, secondo un comunicato stampa del tribunale della città di Coblenza, nella Germania occidentale. I crimini sono avvenuti mentre era a capo delle indagini nel famigerato ramo 251 della direzione generale dell&#8217;intelligence siriana, mentre il paese scivolava verso la guerra civile. La Corte ha ritenuto il siriano, oggi condannato, direttamente responsabile della morte di 27 membri dell&#8217;opposizione al regime, a seguito di torture e condizioni di detenzione disumane, nel 2011 e nel 2012. La procura federale ha presentato un atto d&#8217;accusa contro l’imputato nell&#8217;ottobre 2019, con processi che sono iniziati nell&#8217;agosto 2020.</p>



<p>In collaborazione con investigatori e pubblici ministeri nazionali che lavorano sul caso, Eurojust e Genocide Network hanno preparato il terreno per la JIT. È stata istituita nel 2018 per supportare le indagini e, infine, perseguire il sospettato. Dopo aver istituito la JIT, Eurojust ha fornito assistenza analitica a lungo termine e organizzato riunioni di coordinamento regolari per consentire una rapida cooperazione giudiziaria tra le autorità tedesche e francesi.</p>



<p>Eurojust e Genocide Network sostengono pienamente le autorità giudiziarie dell&#8217;Unione Europea che stanno intensificando i procedimenti contro gli autori di reati terroristici e severi crimini internazionali in Siria. Le azioni delle autorità giudiziarie e della società civile per ritenere il regime siriano responsabile dei crimini commessi in Siria sono state il focus principale della Giornata dell&#8217;UE contro l&#8217;impunità dello scorso anno.</p>



<p>Il verdetto è stato il passo più significativo finora in più di un decennio di ricerca di giustizia per coloro che hanno sofferto per mano dell&#8217;apparato statale siriano mentre questo cercava brutalmente di reprimere le proteste di massa durante la Primavera Araba e combatteva anni di sanguinosi conflitti.</p>



<p>Anwar al-Bunni, un importante avvocato siriano per i diritti umani che è stato testimone del caso, ha descritto il verdetto di giovedì come &#8220;storico&#8221; e una &#8220;vittoria per i siriani&#8221;. Sebbene si trattasse di un&#8217;unica condanna, l&#8217;intero apparato statale siriano è stato processato per la prima volta, ha affermato. &#8220;E’ stato condannato come parte di questa macchina, una vera e propria macchina assassina che ha arrestato i siriani, li ha uccisi, li ha torturati&#8221;, ha detto. &#8220;È una decisione sostanziale per l&#8217;intero regime&#8221;.</p>



<p>Il procedimento contro Raslan è stato innescato da un incontro casuale sette anni fa, quando Bunni ha riconosciuto Raslan nel suo centro profughi a Berlino. All&#8217;inizio non riusciva a capire come lo conoscesse. È stato solo dopo che un collega rifugiato gli disse che un funzionario del regime era nella struttura che tutto è risultato logico. In tribunale Bunni ha raccontato come Raslan fosse l&#8217;uomo che lo aveva trattenuto fuori dalla sua casa nel quartiere Kafr Souseh di Damasco nel 2006, dopo di che aveva trascorso cinque anni in prigione. Dopo aver riconosciuto Raslan a Berlino, Bunni ha sporto denuncia alla polizia e Raslan è stato infine arrestato nel 2019.</p>



<p>La Corte lo ha ritenuto colpevole di complicità in 27 omicidi mentre era un funzionario del centro di detenzione Branch 251, nell&#8217;ambito di quello che la Corte ha descritto come l&#8217;attacco &#8220;ampio e sistematico&#8221; del governo siriano alla sua stessa popolazione a partire dall&#8217;aprile 2011.</p>



<p>Secondo i risultati della corte, almeno 4.000 prigionieri sono stati detenuti nel centro di detenzione annesso all&#8217;unità di interrogatorio di Raslan mentre lavorava lì. &#8220;I detenuti sono stati brutalmente torturati durante il loro interrogatorio in vari modi&#8221;, ha affermato la Corte, anche con scosse elettriche. È stata anche usata violenza sessuale, si diceva, e i prigionieri potevano sentire urla costanti da altri detenuti che subivano torture. Le cure mediche sono state negate e il cibo era inadeguato.</p>



<p>Sebbene non abbia commesso fisicamente i crimini, Raslan è stato ritenuto responsabile a causa della sua posizione di autorità, ha affermato la portavoce del tribunale Anne-Christina Brodöfel.</p>



<p>Raslan ha annunciato la sua defezione dal regime nel 2012. Nelle loro ultime argomentazioni, i suoi avvocati hanno affermato che Raslan non aveva approvato la tortura e aveva persino punito i soldati per aver abusato dei prigionieri. &#8220;Un dipendente di un regime criminale non può semplicemente rispondere al telefono quando si rende conto che nella prigione si sta verificando un&#8217;ingiustizia&#8221;, ​​hanno affermato i suoi avvocati, secondo il quotidiano tedesco “Die Zeit”. Ma la corte ha affermato di aver concluso che avrebbe potuto disertare prima. Avrà diritto alla libertà condizionale tra 15 anni.</p>



<p>La sua squadra di difesa ha detto che avrebbe impugnato il verdetto.</p>



<p>Il suo coimputato, Eyad al-Gharib, 44 anni, un ufficiale di basso livello, è stato condannato a 4 anni e mezzo di carcere all&#8217;inizio dello scorso anno.</p>



<p>Gli attivisti siriani che vivono in Germania e all&#8217;estero hanno accolto favorevolmente il verdetto, ma hanno anche avvertito che le atrocità continuano in Siria. L&#8217;organizzazione tedesco-siriana per i diritti umani “Adopt a Revolution” ha affermato in una dichiarazione rilasciata prima del verdetto che la sentenza non dovrebbe essere usata come &#8220;una copertura per l&#8217;inazione politica&#8221;. Il governo tedesco dovrebbe fermare le deportazioni in Siria e assicurarsi che i superiori di Raslan non rimangano impuniti, ha affermato il gruppo.</p>



<p>Human Rights Watch ha descritto la condanna come &#8220;un passo rivoluzionario verso la giustizia per gravi crimini in Siria&#8221; e ha invitato altri paesi a seguire l&#8217;esempio della Germania. Sottolineando il ruolo centrale dei sopravvissuti, degli avvocati e degli attivisti siriani nel processo, l&#8217;organizzazione ha lanche amentato le sfide presentate dalla protezione dei testimoni.</p>



<p>Il processo si è svolto per mezzo del principio della &#8220;giurisdizione universale&#8221;, sancito dal diritto tedesco e che consente il perseguimento di coloro che sono accusati di aver commesso atti severi come genocidio o crimini di guerra in altri paesi. Il principio giuridico sostiene che alcuni reati sono così gravi che non si applicano le normali restrizioni territoriali alle azioni penali.</p>



<p>Secondo un rapporto del 2020, in Germania si stanno verificando più di una dozzina di casi attivi relativi a crimini commessi in Siria. E gli attivisti sperano che questo sia solo un primo passo: prossimamente, un tribunale di Francoforte avvierà il processo a un medico siriano accusato di aver torturato gli oppositori del governo di Assad in strutture mediche militari.</p>



<p>&#8220;La strada verso la giustizia è lunga e non ci fermeremo finché Bashar al-Assad e la sua cerchia di confidenti non saranno processati&#8221;, ha detto Wissam Mukdad, testimone nel processo.</p>



<p></p>
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		<title>Ingiustizia è fatta: Mimmo Lucano condannato a 13 anni e 2 mesi di carcere</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Oct 2021 06:55:54 +0000</pubDate>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/08/Incontro-Caulonia-Mimmo-Lucano-0418web-720x477.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption>(Foto di archivio Pressenza)</figcaption></figure>



<p>(da pressenza.it)</p>



<p>Il tribunale di Locri ha condannato l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano a ben 13 anni e 2 mesi di carcere, una pena addirittura superiore a quella di 7 anni e 11 mesi chiesta dal procuratore capo Luigi D’Alessio e dal pm Michele Permunian. A questo si aggiungono 5 anni di interdizione dai pubblici uffici e il sequestro dei beni.</p>



<p>La durissima sentenza conferma quando abbiamo sempre affermato sul carattere politico del processo contro Mimmo Lucano: ideali e pratiche di solidarietà trattati come reati, il rifiuto di una visione dell’integrazione tesa a risolvere i problemi senza conflitti, la criminalizzazione di un pensiero che mette al centro i diritti delle persone e va oltre le carenze del sistema di accoglienza in Italia, sfidando anche il potere della legge in nome di un principio superiore di giustizia.</p>



<p>Ripercorriamo brevemente le vicende che hanno portato al verdetto odierno.</p>



<p>Il processo contro Mimmo Lucano e altre 26 persone si è aperto l’11 giugno 2019 e chiuso il 27 settembre 2021. Ha visto 34 udienze. Presidente del Collegio giudicante il dottor Fulvio Accurso, PM dottor Michele Permunian.</p>



<p>Il processo è nato da un’Informativa della Guardia di Finanza a conclusione di un’indagine investigativa durata un anno e mezzo circa e che ha riguardato il periodo 2014-2017.</p>



<p>La richiesta di rinvio a giudizio è stata respinta dal GIP Domenico Di Croce per la gran parte dei capi di imputazione, giudicati vaghi e generici. Ne aveva convalidato solo: un tentativo di falso matrimonio e l’affidamento diretto della raccolta differenziata dei rifiuti a due cooperative sociali di tipo B di Riace. Sulla base di queste due accuse rimaste in piedi, il GIP disponeva anche misure cautelari (il 2 ottobre Lucano veniva messo agli arresti domiciliari, annullati due settimane dopo e tramutati in divieto di residenza nel proprio paese, annullato dopo 11 mesi, il 5 settembre 2019).</p>



<p>Nonostante le decisioni del GIP, ad aprile 2019 il GUP Amelia Monteleone autorizzava il rinvio a giudizio su tutti i capi di imputazione, che sono stati dunque tutti oggetto di dibattimento e di richiesta di condanna da parte del PM.</p>



<p>Mimmo Lucano ha avuto 17 capi di imputazione, che vanno da associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a truffa aggravata, peculato, concussione, favoreggiamento personale, malversazione ai danni dello Stato, falsità ideologica, turbata libertà d’incanto, abuso d’ufficio, mancato rispetto del Testo Unico Immigrazione e del Codice dell’Ambiente.</p>



<p>Nella requisitoria presentata il 17 maggio 2021, il PM ha chiesto per Lucano una condanna a 7 anni e 11 mesi, incluso il capo 1 associazione a delinquere, di cui sarebbe il capo. Ha invece chiesto l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” per 4 capi d’imputazione in riferimento alle carte d’identità rilasciate in mancanza di permesso di soggiorno; il PM riconosce che si poteva fare sulla base della normativa vigente.</p>



<p>Nell’udienza del 25 settembre 2021 la difesa ha insistito sulla personalità di Lucano, sul carattere ideale dei suoi obiettivi riconosciuto da tutti, inclusa l’accusa e sulla mancanza di qualsiasi prova del dolo, sia in termini di vantaggio personale economico, che in quelli di vantaggio personale politico-elettorale. Evidentemente non è bastato a convincere il tribunale di Locri.</p>
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		<title>Gratteri: «Questa riforma è la peggiore di sempre. La politica è d’accordo perché non ama essere controllata»</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Aug 2021 07:38:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il procuratore di Catanzaro a “In Onda” ribadisce la bocciatura della Cartabia: «Forse il ministro non è mai stata in un’aula di tribunale» (Da ilcorrieredellacalabria.it) «Io posso dire che è la peggiore riforma che&#46;&#46;&#46;</p>
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<h2 id="template--Grrz4jT#0-1-0-3"><em>Il procuratore di Catanzaro a “In Onda” ribadisce la bocciatura della Cartabia: «Forse il ministro non è mai stata in un’aula di tribunale»</em></h2>



<p>(Da ilcorrieredellacalabria.it)</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.corrieredellacalabria.it/wp-content/themes/yootheme/cache/imponimento-e1612376459950-711e2903.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Gratteri: «Questa riforma è la peggiore di sempre. La politica è d’accordo perché non ama essere controllata»"/></figure>







<p><strong>«Io posso dire che è la peggiore riforma che io abbia mai letto. Io sono in magistratura dal 1986. Una riforma peggiore di questa non l’ho mai letta».</strong><br>Un sigillo pesantissimo quello che il procuratore di Catanzaro,&nbsp;<strong>Nicola Gratteri</strong>, pone sulla riforma della Giustizia voluta dal ministro Cartabia. Ospite nella trasmissione “In onda”, su La7, con Concita De Gregorio e David Parenzo, il magistrato indica tutti quei reati che verranno penalizzati dalla “tagliola” proposta dalla riforma secondo la quale – al netto delle recenti modifiche – se un processo dura più di due anni in Appello (tre per i reati più gravi) e uno in&nbsp;Cassazione&nbsp;(o 18 mesi) non si può più perseguire.<br><strong>«Ci siamo dimenticati di tutti i reati che riguardano la Pubblica amministrazione: peculato, corruzione, concussione. Cosa facciamo per questi reati?</strong>&nbsp;– ha detto Gratteri –. Andranno in coda, non si celebreranno. Tutti i reati che riguardano le bancarotte, dove vengono giudicati imprenditori spregiudicati che organizzano bancarotte per frodare, pensando di riciclare. Avete pensato alle parti offese?»</p>



<h2>Tutti i reati che rischiano l’improcedibilità. E alle parti offese chi ci pensa?</h2>



<p>Gratteri elenca una lunga serie di gravi fatti di cronaca: la recente tragedia della funivia, il crollo del ponte di Genova. «Io dico che questi processi non si farà in tempo a celebrarli, in due anni in appello. Si accettano scommesse su questo punto. Anche perché attualmente tutti i procuratori generali d’Italia stanno dicendo “in due anni non siamo in grado, in due anni il 50% dei processi diventerà improcedibile”». Il procuratore, da uomo pratico porta un esempio per rendere l’idea di quello che sarà l’istituto dell’improcedibilità: «perché mi capiscano anche i non addetti ai lavori»: «Lei è in autostrada e le danno un tempo di un’ora e mezza per fare Napoli-Roma. Se c’è un incidente, si blocca la strada, lei non può arrivare in un’ora e mezza a Roma e non ci arriverà più».<br>I problemi sono a monte: «I magistrati sono di meno, da un anno e mezzo non si fanno concorsi in magistratura». Noi nel 2021 avremo meno magistrati rispetto all’anno scorso perché non si riuscirà a coprire quelli che vanno in pensione».<br>Non è una riforma che va a intaccare o a pesare sul lavoro dei magistrati quanto sul buon andamento della Giustizia.<br>«Con questa riforma i magistrati in Appello e in Cassazione lavoreranno di meno – spiega Gratteri –. Perché io prendo un prestampato e basta che io lo compili: metto la data dell’iscrizione del reato, il numero del procedimento, specifico che sono passati due anni e che il procedimento è improcedibile. I magistrati, sul piano teorico, ci guadagnano. Noi parliamo da cittadini, da fruitori di Giustizia».</p>



<h2>Geografia giudiziaria</h2>



<p>E rispetto a tutti coloro che gioiscono perché con la Cartabia si affossa la riforma Bonafede, Gratteri preferisce ritornare ancora più indietro, alla prescrizione: «È il male minore», afferma. Il problema è che nessuno voglia «affrontare i rimedi a far durare meno i processi. Anziché parlare di ghigliottina a due anni e poi un anno in Cassazione, perché non ci fermiamo a dire cosa potremmo fare per far durare meno i processi?»<br>Le possibili soluzioni il procuratore di Catanzaro li aveva già elencati nel corso della sua audizione in commissione Giustizia lo scorso 20 luglio.<br>A partire dalla geografia giudiziaria: in Sicilia ci sono 4 corti d’Appello, per 5 milioni di abitanti. In Lombardia ci sono 2 Corti d’Appello. In Abbruzzo ci sono Tribunali ogni 20 chilometri. «C’è qualcosa che non quadra, no? Bisogna andare a regime. Si è visto che funzionano bene i Tribunali di medie dimensioni, quelli troppo piccoli non funzionano perché non si riesce neanche a formare il collegio».</p>



<h2>Basta magistrati nei Ministeri</h2>



<p>Altro problema sono anche, in situazione di gravi carenze di organico, quei magistrati che &nbsp;fuori ruolo, magistrati che hanno vinto il concorso per fare i pm o per scrivere sentenze e sono, invece, nei Ministeri a fare i tecnici.&nbsp;«Che c’entra un magistrato al ministero del Lavoro? Chiamate un professore associato che vi costa di meno».</p>



<h2>Depenalizzazione dei reati</h2>



<p>Altra soluzione portata avanti da Gratteri è quella della depenalizzazione. «Una guida in stato di ebbrezza deve essere risolta in via amministrativa. Il fascicolo non deve arrivare in Procura, deve andare in Prefettura che invia amministrativa fa multa, sequestro, ritiro patente. Tutte le sanzioni che richiedono un’ammenda devono uscire dal penale.&nbsp;</p>



<h2>«La Cartabia forse non è mai stata in un’aula di tribunale»</h2>



<p>«Io sono in magistratura dall’86, una cosa così devastante, così dannosa per la giustizia non la ricordo». Parenzo prova a fare un paragone con le riforme dei governi Berlusconi. E Gratteri risponde: «Berlusconi avrà ritoccato qualcosa a suo favore, ma qui stiamo parlando di toccare tutto il sistema». «Il processo breve è un regalo per tutti, alla mafia e non solo». A Gratteri viene ricordata una sua dichiarazione di dieci anni fa.&nbsp; «Non ci sono differenze tra questa riforma e quella prospettata dieci anni fa (il ministro della Giustizia era Angelino Alfano, ndr). Perché sia utile la trasmissione dovremmo parlare delle alternative a questo sfascio», dice Gratteri ai conduttori. Parenzo obietta che si tratta di una critica al governo di un premier che tutta Europa ci invidia. E il procuratore di Catanzaro tiene il punto: «Draghi è un esperto di Finanza, non di Sicurezza né di Giustizia, infatti alla Sicurezza ha messo Gabrielli e alla Giustizia ha messo, o gli è stata suggerita, la Cartabia».&nbsp;<strong>Cartabia, per il magistrato, «forse non è mai stata in un’aula di tribunale, forse non ha mai parlato con magistrati in prima linea.</strong>&nbsp;Da lei mi aspettavo un alleggerimento del sistema carcerario. All’inizio si parlava solo di riforma del civile». Per Gratteri l’unanimismo nei confronti della riforma è dovuto «a una serie di concause: intanto in questo momento la magistratura è molto debole». E non c’entra solo lo scandalo Palamara: «Ci sono stati anche altri problemi: Palamara faceva parte di un collegio, non era da solo. Se è stato fatto qualcosa di illecito non lo ha fatto da solo, vorrei sapere perché ha pagato solo Palamara».&nbsp;</p>



<h2>Il potere non ama essere controllato</h2>



<p>E poi c’è anche un’altra questione:&nbsp;<strong>«Da trent’anni la politica si vede portata in udienza, il potere non ama essere controllato»</strong>. Ma non c’è «una giustizia a orologeria – risponde a un’osservazione di De Gregorio –. Proponete di aggiungere alla riforma che due mesi prima delle elezioni non si possano fare né avvisi di garanzia né ordinanze di custodia cautelare nei confronti di candidati, così siamo tutti tranquilli e non si parla più di giustizia a orologeria», aggiunge ridendo. «Il potere non ama essere controllato», ribadisce Gratteri il quale continua, sulle intersezioni tra politica e magistratura: «Non facciamo tutta un’insalata, se ci sono magistrati corrotti è giusto che paghino. I poteri si intrecciano se qualcuno fa scambi.&nbsp;<strong>Sul mio telefonino chiamano parlamentari dall’estrema destra all’estrema sinistra, sono il consulente gratuito di tutti. E poi fanno il contrario di quello che suggerisco, è accaduto anche in queste ore.</strong>&nbsp;Questo non vuol dire che io chieda cose; l’importante è che non si chieda mai per sé, ma per l’ufficio, per il lavoro».</p>



<h2>«Con questa riforma neanche il processo Cucchi si sarebbe mai celebrato»</h2>



<p>Un passaggio off topic, sulla campagna vaccinale: “Sarei per l’obbligo di vaccinazione per chi fa lavori nei quali incontra il pubblico. Pensate agli insegnanti. Pensate ai magistrati: io incontro centinaia di persone al giorno, pensate se non fossi vaccinato”. Poi si riparla del cuore del problema, una riforma che “non serve a risolvere il problema della giustizia, butta al macero il 50% dei processi in Appello: la faranno franca migliaia di imputati già condannati in primo grado”.<br>Concita De Gregorio torna sull’elenco dei reati molto gravi per i quali non scatterà la prescrizione e si chiede se questa equazione non generi una sovrapposizione tra il processo e la pena stessa. Gratteri prende spunto dalla domanda per tornare su quelle che, a suo dire, sono storture della riforma. “Non sono d’accordo sull’elenco (dei reati per i quali non scatterà la prescrizione, ndr) fatto, nemmeno sulla variante alla riforma. Immagini l’evoluzione di un processo per un operaio che cade e muore: immagini i figli, la parte civile, cosa fanno in Appello se si arriverà alla prescrizione? Se il datore di lavoro non viene condannato chi li risarcisce?”. Questa nuova impalcatura legislativa, per il magistrato è un “invito a nozze per fare tutti ricorso in Appello e Cassazione. In Italia ci sono ricorsi per Cassazione 14 volte in più che in Francia, che è grande una volta e mezza l’Italia. Neanche il processo Cucchi si sarebbe mai celebrato – aggiunge Gratteri nel successivo segmento della trasmissione, nel quale era presente Ilaria Cucchi –. E’ durato 12 anni, sette dei quali a vuoto. Pensate quando ci saranno i processi sul crollo del ponte di Genova o sul crollo della funivia”.</p>
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		<title>La tutela contro la tortura in carcere in epoca Covid</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2021 07:03:38 +0000</pubDate>
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<p>(da antigone.it)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="788" height="500" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/comitato_onu_tortura.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15505" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/comitato_onu_tortura.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 788w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/comitato_onu_tortura-300x190.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/comitato_onu_tortura-768x487.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 788px) 100vw, 788px" /></figure>



<p>Lo scorso giugno il Sottocomitato per la prevenzione della tortura e degli altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti delle Nazioni Unite ha pubblicato due pareri di follow-up in materia di detenzione in periodo pandemico. Questi aggiornamenti rappresentano il prosieguo di avvertenze che fin dall’esordio della diffusione del coronavirus Covid-19 la Sottocommissione si era premurata di produrre e sottoporre ai Paesi aderenti all’Opcat (il Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura) un parere sui luoghi di detenzione (marzo 2020) e poi ancora un altro parere nell’aprile successivo agli Stati e ai Meccanismi nazionali di prevenzione (NPM). Ad entrambi il Sottocomitato aveva chiesto di fornire informazioni sulle misure che di lì in avanti si sarebbero adottate negli istituti di pena in risposta al pericolo virale. </p>



<p>Sono stati 49 su 90 Stati parte del protocollo, quelli a fornire delle risposte che hanno poi permesso il follow-up. Tra i membri dell’Unione europea le adesioni sono state di 19 paesi su 27 (Non hanno risposto: Belgio, Finlandia, Georgia, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lussemburgo, Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca). Mentre sono stati 69 gli NPM che hanno segnalato al Sottocomitato i problemi riscontrati nei sistemi di reclusione di cui sono Garanti nel corso di questa emergenza pandemica.</p>



<p>Sulla base dei riscontri il Sottocomitato ha in via preliminare potuto riscontrare le capacità di adattamento di alcuni sistemi di giustizia penale nei quali vi è stata come risposta alla crisi sanitaria una riduzione nel numero della popolazione detenuta, la sensibilizzazione circa le modalità di contagio, una maggiore attenzione all’igiene, una intensificazione nell’assistenza sanitaria a persone con quadri clinici più complessi e, infine, l’importante introduzione di nuovi mezzi di comunicazione con il mondo esterno. Le misure per ridurre la popolazione detenuta hanno riguardato anzitutto lo sviluppo o il ricorso a misure non detentive per i detenuti con pene o con residui di pene brevi, per le donne incinte o con figli piccoli in carcere, condannati per reati non violenti che avessero scontato una parte significativa della loro pena, persone con gravi problemi di salute e/o disabilità. Inoltre si è fatto ricorso agli istituti della grazia o dell’amnistia e anche al braccialetto elettronico per la detenzione domiciliare. Non da ultimo vi è stata una riduzione del ricorso alla custodia di polizia. Per quanto attiene invece alle misure igieniche, vi è stata in via preliminare un’attenzione all’identificazione dei problemi di salute dei detenuti; sono stati poi limitati i trasferimenti, e istituite sezioni per l’isolamento sanitario e/o la quarantena. Sono stati dotati i detenuti e il personale di dispositivi di protezione individuale. Mentre la necessità di limitare gli accessi agli istituti ha visto impediti spesso i colloqui con i familiari e per contro l’introduzione negli istituti delle tecnologie e degli ausili per le videochiamate. In alcuni paesi sono stati rafforzati i sostegni psicologici, anche alle famiglie, così come le attività, scolastiche, sportive e ricreative.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia permangono per il Sottocomitato alcune preoccupazioni, in modo particolare relativamente a due aspetti: la mancanza di volontà politica di alcuni Stati di attuare le sue raccomandazioni e i mezzi forniti agli NPM per continuare a portare avanti il proprio lavoro di monitoraggio e tutela dei diritti.&nbsp; Per questa ragione sono stati introdotti protocolli di visita durante la pandemia. Anche tra gli NPM alcuni hanno saputo dimostrare la grande capacità d’azione durante la pandemia anche nel sottolineare i pericoli sottesi alle legislazioni d’emergenza. Il lavoro degli NPM, come sottolineato dal Sottocomitato nel documento CAT/OP/11, è essenziale nella prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti e per questo è importante che le visite e i monitoraggi continuino anche in questa situazione eccezionale.&nbsp;</p>



<p>Per quanto attiene alle preoccupazioni espresse dal Sottocomitato nei riguardi degli Stati parti dell’OPCAT si lamenta: un’insufficiente attenzione alla popolazione a rischio in detenzione; un inasprimento delle misure di sicurezza che viene giudicato sproporzionato; la sospensione di permessi e congedi domiciliari per i reclusi che prima vi avevano accesso; la mancanza di informazioni fornite ai familiari con tempestività. Inoltre non dappertutto sarebbero state predisposte misure alternative in grado di sopperire alla chiusura dei colloqui con i familiari. In alcuni luoghi sarebbero stati interrotti i programmi terapeutici, e non sarebbero stati forniti materiale igienico e dispositivi di protezione individuale a sufficienza. Vi sarebbero stati anche arresti massicci e arbitrari e un uso eccessivo della forza da parte della polizia per imporre il rispetto delle misure adottate per la pandemia.&nbsp;</p>



<p>Il Sottocomitato poi ha raccomandato l’adozione di ulteriori misure importanti per ridurre l’impatto della pandemia sugli istituti di pena. Intanto la vaccinazione massiva dei detenuti e del personale penitenziario. Il proseguimento nello screening della sintomatologia da Covid-19 unitamente all’adozione di misure di protezione, isolamento e verifica del contagio. Il miglioramento sia dell’igiene generale degli istituti che delle aree preposte alla quarantena e all’isolamento sanitario. Garantire il massimo della cura ai detenuti più vulnerabili e fornire tutto il supporto necessario agli NPM nel prosieguo del loro lavoro.</p>
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		<title>Nicola Gratteri: finalista al Nobel per la sostenibilità. Autorizzate le riprese del maxi processo che lo vede impegnato contro i clan del Vibonese.</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2021 08:12:26 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="820" height="546" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/gratteri-nicola-c-imagoeconomica_952153.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15156" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/gratteri-nicola-c-imagoeconomica_952153.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 820w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/gratteri-nicola-c-imagoeconomica_952153-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/gratteri-nicola-c-imagoeconomica_952153-768x511.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 820px) 100vw, 820px" /></figure>



<p>Lo scorso 13 marzo 2021 sono state autorizzate dal <strong>Tribunale collegiale di Vibo Valentia</strong>, con alcune <strong>&#8220;prescrizioni&#8221;</strong>, <strong>le riprese audiovisive del maxiprocesso</strong> <strong>Scott-Rinascita</strong> scaturito dall’indagine della Dda di Catanzaro guidata da <strong>Nicola Gratteri, contro i clan del Vibonese in corso nell’aula bunker di Lamezia Terme.</strong></p>



<p>Le riprese potranno essere fatte, dalle testate che ne hanno fatto richiesta e che sono elencate nel provvedimento, ma<br>solo con telecamere fisse. Inoltre è stato fatto divieto alle emittenti Tv e alle testate giornalistiche di poterle trasmettere prima della lettura del dispositivo della sentenza del maxiprocesso. Nelle more dell’emissione della sentenza&nbsp;<strong>è stata autorizzata solo la divulgazione di immagini o brevi video privi di audio al fine di realizzare servizi di cronaca giudiziaria.</strong></p>



<p>Alla base della decisione di non rendere possibile la divulgazione delle riprese audiovisive prima della sentenza è<br>stata spiegata con la necessità di «garantire l’assoluta genuinità della prova». Il processo vede imputate più di 300 persone ed è prevista l&#8217;escussione di duemila testimoni fra accusa e difesa. La sentenza, secondo le più rosee previsioni dovrà essere emessa nel 2023. Si dovrà attendere fino ad allora quindi per la trasmissione delle immagini riprese nel corso del processo.</p>



<p>Inoltre, un&#8217;ultima, buona notizia: il procuratore<strong> Nicola Gratteri</strong> è finalista insieme ad altre quattro personalità del concorso internazionale <em>Win Win Gothenburg Sustainability Award</em>, una sorta di premio Nobel della sostenibilità promosso dal Comune di Göteborg e da undici entità e aziende industriali svedesi. Quest&#8217;anno il premio evidenzia come la<strong> &#8220;lotta contro la corruzione sia una condizione necessaria per uno sviluppo globale e sostenibile&#8221;</strong> e<strong> Nicola Gratteri</strong> è tra i 5 finalisti selezionati fra 64 nominativi di 34 paesi per il suo impegno alla lotta contro la &#8216;Ndrangheta e per<strong> &#8220;la sua determinazione nel mettere la sicurezza collettiva davanti alla sua sicurezza personale&#8221;</strong>.</p>
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