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	<title>ribelli Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Il Sudan e la persistente crisi umanitaria nel Darfur</title>
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<p></p>



<p class="has-text-align-right"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/03/Darfur.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="735" height="416" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/03/Darfur.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16890" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/03/Darfur.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 735w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/03/Darfur-300x170.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 735px) 100vw, 735px" /></a></figure>



<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p>Il Sudan, uno dei paesi più grandi dell&#8217;Africa, si trova attualmente in una fase di transizione politica e sociale molto delicata. Dopo decenni di regime autoritario sotto l&#8217;ex presidente Omar al-Bashir, il paese ha attraversato una rivoluzione pacifica nel 2019 che ha portato alla caduta del regime e all&#8217;insediamento di un governo di transizione.</p>



<p>Tuttavia, nonostante i progressi, il Sudan continua ad affrontare molte sfide, tra cui conflitti etnici e politici, crisi economiche, violazioni dei diritti umani e pandemia di COVID-19.</p>



<p>Uno dei problemi più gravi che affligge il paese è il conflitto nella regione del Darfur.</p>



<p>Il Darfur è una regione situata nella parte occidentale del Sudan, in Africa, che ha visto una lunga serie di conflitti e violenze negli ultimi decenni. La situazione attuale in Darfur è ancora caratterizzata da violenze, tensioni etniche e crisi umanitarie, nonostante gli sforzi internazionali per risolvere la situazione.</p>



<p>La crisi nel Darfur ha avuto inizio nel 2003, quando alcune tribù africane iniziarono a ribellarsi contro il governo sudanese, che era guidato dalla maggioranza araba. Il conflitto ha causato la morte di migliaia di persone e costretto milioni di persone a fuggire dalle loro case.</p>



<p>Le violenze e le tensioni etniche continuano a causare morti e feriti tra la popolazione civile, e molte persone sono costrette a vivere in campi profughi, senza accesso adeguato a cibo, acqua e cure mediche.</p>



<p>Le organizzazioni umanitarie che operano nella regione cercano di fornire assistenza e supporto ai profughi, ma la situazione rimane critica. Inoltre, la presenza di gruppi armati e di bande criminali rende difficile l&#8217;accesso alle zone più remote e vulnerabili dell&#8217;area.</p>



<p>Nonostante gli accordi di pace firmati nel 2020, i combattimenti tra le forze governative e i ribelli continuano in alcune parti della regione.</p>



<p>Inoltre, il Sudan sta attraversando una grave crisi economica, con una forte inflazione e una scarsa disponibilità di beni di prima necessità come il pane. Il governo di transizione sta lavorando per affrontare la situazione, ma la strada da percorrere è ancora lunga.</p>



<p>La pandemia di COVID-19 ha anche colpito duramente il paese, con un aumento dei casi e dei decessi negli ultimi mesi. La campagna di vaccinazione è stata lanciata solo di recente, ma la disponibilità di vaccini è limitata.</p>



<p>Infine, il Sudan sta affrontando anche sfide interne legate alla transizione politica. Il governo di transizione ha l&#8217;obiettivo di guidare il Paese verso elezioni democratiche, ma ci sono preoccupazioni riguardo alla capacità del governo di garantire un processo elettorale libero e giusto.</p>



<p>In generale, la situazione in Sudan è ancora molto delicata e richiede l&#8217;impegno e il sostegno della comunità internazionale per affrontare le sfide e consolidare la transizione verso una democrazia stabile e pacifica.</p>



<p>Voglio terminare questo articolo con le parole di un giovane rifugiato sudanese: &#8221; La cosa più difficile per chi come me è rifugiato in Italia è far conoscere il dramma che vivono i nostri popoli. Non possiamo permetterci di cedere al dolore, di chiuderci in noi stessi, di considerarci vittime di un’ingiustizia.` Se facciamo così, offendiamo la memoria di chi non ce l’ha fatta&#8221;. Continua: “Un letto, un pasto caldo, un luogo da chiamare casa e in cui riprendersi dalle fatiche del viaggio e dagli orrori della guerra per tanti di noi non c’è. E anche se così l’integrazione diventa un sogno più che un progetto noi non dobbiamo arrenderci.&#8221;</p>



<p><a href="https://www.redattoresociale.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.redattoresociale.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a> per le parole del rifugiato.</p>



<p><a href="https://www.notiziegeopolitiche.net/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.notiziegeopolitiche.net/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a> per l&#8217;immagine.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Bambini soldato: il fenomeno e le conseguenze</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2021 07:44:32 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Agosto 2018, percorrevo in auto la strada che da Freetown porta a Kabala, il campo base del mio viaggio. La strada, cementata da poco e orgoglio dei sierra leonesi, è completamente immersa nella foresta; nei lunghi viaggi in auto di quei giorni sovente perdevo gli occhi e i pensieri nella giungla, quando, un giorno, nella libidine dei paesaggi africani il mio sguardo fu rubato da due bambini che mi salutarono da bordo strada con in mano un machete.</p>



<p>Quell’anno conobbi V., un padre saveriano che agli inizi degli anni 2000 assistette in prima persona alla sanguinosa guerra civile del paese e che, a difesa dei bambini sfruttati nelle guerre, fu anche perseguitato dai ribelli. Quella in Sierra Leone fu una guerra ignobile che vide in prima linea bambini di otto, nove, dieci anni impugnare le armi e tagliare braccia e gambe dei nemici con macheti spesso più pesanti di loro. La guerra vide più di cinquemila bambini (su ottocentomila) obbligati a impugnare le armi. Rapiti dai ribelli del Fronte rivoluzionario unito (Ruf) per rafforzare l’esercito e per riuscire a prendere il potere e conservarlo, furono i protagonisti della guerra più sanguinosa del paese.&nbsp;</p>



<p>Padre V. fu uno dei tanti che si oppose a questa strumentalizzazione del bambino e che da subito si proclamò dalla parte dei più piccoli, vittime di questa sporca guerra.</p>



<p><em>Il male è male. Però questi sono solo bambini, bambini che hanno bisogno di essere accolti e abbracciati. Perché la salvezza è possibile per tutti. Questi bambini sono essi stessi delle vittime. Le prime vittime della guerra nella Sierra Leone.</em></p>



<p>Come la Sierra Leone anche il Sud Sudan e tanti altri stati fuori dal territorio africano sono alla prese con questa piaga che sta minacciando psicologicamente intere future generazioni.</p>



<p>Molti di questi bambini vengono ingaggiati come soldati senza averne la consapevolezza; in alcune rare situazioni, si pensa che alcuni di questi aderiscano come volontari per motivi legati alla sopravvivenza, alla fame o al bisogno di protezione. I bambini diventano i soldati migliori per diversi motivi: non concepiscono il livello di gravità della situazione, hanno dimensioni piccole, sono veloci e sono in grado di infilarsi in tombini, fori e quant’altro. Infine, non si schiereranno mai per la fazione concorrente, se gli prometti, o minacci, qualcosa faranno quello che gli dici a prescindere. Le bambine, sebbene impiegate in misura minore, spesso sono usate per scopi sessuali, ma anche per cucinare o piazzare esplosivi, non devono essere pagate e non si ribellano.</p>



<p>Il rapimento e lo sfruttamento di bambini nell’atto di conflitti è considerato una violazione del diritto umanitario internazionale, che è quella parte di diritto che definisce le norme da rispettare in tempo di conflitto armato e le regole che proteggono le persone che non prendono, o non prendono più, parte alle ostilità e pongono limiti all’impiego di armamenti, mezzi e metodi di guerra.</p>



<p>Non solo, anche lo Statuto della Corte Penale internazionale (il tribunale per i crimini internazionali), include, fra i&nbsp;crimini di guerra nei conflitti armati, l’arruolamento di ragazzi minori di 18 anni o il fatto di farli partecipare attivamente alle ostilità.</p>



<p>Le regole di diritto internazionale, sia umanitario che penale, come si è visto, puniscono duramente questi comportamenti ma, nonostante questo, tali pratiche continueranno fino a quando non saranno duramente imposte sanzioni contro gli Stati sostenitori di queste pratiche, come, per esempio, il Sud Sudan e la Sierra Leone.</p>



<p>Padre V. dice di non avere paura, è circondato da persone che lo rispettano e che gli vogliono bene. La sua missione continua ed è proprio grazie alla voce grossa di persone come lui che molti dei crimini umanitari come questo viene portato alla luce.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. I conflitti africani visti dai media</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2021 06:40:44 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Quelle in Africa sono guerre ben radicate nel territorio, che vedono il loro percorso tutto concentrato in uno o due Stati. Questa è una caratteristica di molti dei conflitti aperti ancora oggi nel caldo continente. Nel 2019 si calcolavano nel continente africano 23 dispute e crisi non violente (al posto di 25 nel 2018), 45 crisi violente (al posto di 46), 8 guerre limitate (al posto di 9) e 5 guerre al posto di 6. Queste ultime sono: quella della Repubblica Democratica del Congo – terrorismo e ribellione in Ituri e conflitto contro i MaiMai, una milizia etnica-, quella contro i Boko Haram in Nigeria, Camerun, Niger e Ciad e infine l’annoso conflitto in Somalia. I numeri dei conflitti, si può bene vedere, non aumentano o diminuiscono di grandi cifre, rimangono per lo più stabili negli anni, guerre perpetuate e ben radicate. Prendiamo come esempio la guerra nel Sahel, in crisi dall’inizio degli anni Sessanta. Qui le questioni principali ruotano intorno alla questione nomade e al secessionismo tuareg, mai davvero affrontati in radice ma solo in termini di spartizione del potere.</p>



<p>Dalla fine della Guerra Fredda i protagonisti dei conflitti africani hanno lasciato formare nelle convinzioni degli europei esclusivamente guerre su base etnica. Ciò è parso loro più facile piuttosto che affrontare la questione contradittoria della proprietà fondiaria della terra e dell’indissolubile legame “terra-identità” prevalente in ambito rurale. Si preferisce, dunque, usare la logica etnica di “sangue-razza” fissata dal colonizzatore e facilmente decifrabile, piuttosto che quella tradizionale africana, più mobile legata alle dinamiche dei ceti sociali molto difficile da rappresentare.</p>



<p>I conflitti africani acquisiscono la loro dimensione mediatica – e politica – grazie a forme di spettacolarizzazione orchestrate e gestite da fuori. Ciò comporta la loro consacrazione come conflitti internazionali e non oscuri massacri locali. Ma le cose non sono sempre come appaiono. Ad esempio, una vicenda bellica che ricevette una significativa attenzione internazionale, specialmente nel mondo angolofono, fu il raid del 15 aprile 2016 a Gambela, in Etiopia con il massacro di duecento pastori nuer, il rapimento di un centinaio dei loro figli e il furto di oltre duemila capi di bestiame da parte di aggressori appartenenti ad un altro gruppo di pastori, i murle del Sud Sudan. Un attacco molto simile si è svolto più recentemente nel marzo 2020 con oltre mille morti. Si tratta di episodi di un grave conflitto locale, legato a rivalità per la terra e per i pascoli che assume significato solo in quell’area. Al contrario, movimenti ribelli meno noti al grande pubblico come quelli che vediamo in Congo non costituiscono un conflitto locale ma nazionale – l’ambizione è quella di prendere la capitale Brazaville -. Una dinamica mediatica particolare che mette in risalto conflitti locali piuttosto che grandi rivoluzioni nazionali.</p>



<p>Ultimo punto che vorrei trattare è l’inserimento in tali conflitti di elementi diversi non attinenti a quest’ultimo come i traffici illegali e la criminalità organizzata. Una delle formule di sopravvivenza degli Stati africani è legata alla resilienza delle rete criminali, alle quali possono connettersi poteri centrali fragili che non controllano l’intero territorio nazionale. Questa disgregazione delle reti criminali, molto più evidente in Africa piuttosto che in Europa, ha consentito a molti stati di non soccombere a tali dinamiche.</p>



<p>La breve sintesi di questo articolo, che prende spunto dal libro di Mario Giro “Guerre nere”, mette in risalto l’errore dei media internazionali nel fare focus su complicati conflitti africani, nei quali le radici delle dispute risalgono a questioni locali irrisolte da decenni. Un monito per i tanti giornalisti e una riflessioni per i lettori.</p>
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		<title>Attentato nel Nord Kivu: le testimonianze raccolte dalla Dire</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 08:24:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da pressenza.com) Riportiamo integralmente alcuni dispacci della redazione esteri dell’Agenzia Dire sull’attentato in cui ha perso la vita l’ambasciatore italiano, il suo autista e la sua scorta. “L’agguato al convoglio è stato molto probabilmente&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2021/02/nord-kivu-nigrizia.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Attentato nel Nord Kivu: le testimonianze raccolte dalla Dire"/><figcaption>(Foto di Nigrizia)</figcaption></figure>



<p>(da pressenza.com) </p>



<p><em>Riportiamo integralmente alcuni dispacci della redazione esteri dell’Agenzia Dire sull’attentato in cui ha perso la vita l’ambasciatore italiano, il suo autista e la sua scorta.</em></p>



<p>“L’agguato al convoglio è stato molto probabilmente condotto da miliziani delle Forces democratiques de liberation du Rwanda, le Fdlr”. Così all’agenzia Dire il governatore del Nord Kivu, Carly Nzanzu Kasivita, che punta il dito contro forze ruandesi in campo già durante il conflitto di fine anni Novanta.</p>



<p>“E’ la tesi più probabile”, insiste l’amministratore, sottolineando che i miliziani hanno rifugi nella zona del Parco nazionale del Virunga.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Il governatore esprime “profonda tristezza” per la morte dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, rimasti uccisi insieme a Mustapha Milambo, l’autista del Word Food Programme (Wfp). La delegazione doveva visitare una missione umanitaria dell’Onu nel Nord Kivu.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Il governatore, che nella mattinata ha parlato con i sopravvissuti all’imboscata, ricostruisce l’accaduto: “I veicoli sono stati assaltati lungo la strada nazionale che da Goma porta a Beni da uomini armati che hanno aperto il fuoco colpendo le due autovetture. Dopo averli fermati, i miliziani hanno costretto tutti a seguirli: il loro obiettivo probabilmente era portare l’intera delegazione nel cuore della foresta. Chiedevano di camminare in fretta”.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Durante il cammino, tuttavia, il gruppo sarebbe stato intercettato da una pattuglia dei ranger del Virunga, dispiegati sia per contrastare i gruppi armati che popolano il parco nazionale, il più grande del Congo, sia per contrastare il traffico illecito di merci e il bracconaggio.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Secondo Kasivita, i ranger erano stati allertati in seguito all’assalto al convoglio e con loro erano giunti a dare sostegno anche militari dell’esercito. Ne sarebbe seguito uno scambio a fuoco. Gli assalitori, però, riferisce il governatore, “hanno preferito sparare anche contro gli ostaggi”.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Kasivita conclude: “Le guardie forestali sono riuscite a liberare gli altri, portando d’urgenza i feriti in ospedale dove però, appena giunto, l’ambasciatore è deceduto”.</p>



<p>“Lungo la strada operano gruppi ribelli, come le ex Fdlr ruandesi, ma anche combattenti congolesi come i Mai mai e soprattutto banditi comuni, che colpiscono solo per rapinare; in più tratti, prima e dopo il settore di Kanya Bayonga, la scorta è essenziale”: così all’agenzia Dire Etienne Kambale, direttore dell’ong Fondation Point de vue de Jeunes Africains pour le Developpement.</p>



<p>La sua voce arriva da Goma, il capoluogo del Nord Kivu dove stamane sono morti in seguito a un agguato l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, 44 anni, origini lombarde, e il carabiniere Vittorio Iacovacci, 30 anni, nato in provincia di Latina.</p>



<p>Secondo ricostruzioni condivise con la Dire, l’episodio si è verificato nel settore di Kilimanyoko, a una ventina di chilometri da Goma, lungo l’asse che porta verso nord in direzione del territorio di Beni.</p>



<p>“Sulla strada ci sono aree considerate più sicure, dove ribelli e banditi non si spingono anche perché ci sono posti di blocco delle Fardc, le Forze armate congolesi” sottolinea Kambala. Convinto che però le zone offlimits o ad alto rischio siano diverse. “Una delle aree più pericolose – dice -è quella di Kanya Bayonga, nella direzione del Parco nazionale della Virunga”.</p>



<p>Secondo Kambale, ad alimentare l’insicurezza sono spezzoni delle Fdlr, le Forces democratiques de liberation du Rwanda, un gruppo composto perlopiù da ribelli hutu, già comandato dal generale Sylvestre Mudacumura, ucciso da forze congolesi nel 2019. Sono però attivi anche Mai mai, milizie nate su base comunitaria, inizialmente per difendere i villaggi dalle incursioni dei ribelli, in particolare con basi in Ruanda.</p>



<p>Secondo il direttore della Fondation, però, questa matrice si intreccia spesso ad altre dinamiche. “Episodi come quello di oggi – dice Kambale – potrebbero non essere legati né a politica né a ideologia ma solo a tentativi di estorsione ed esigenze di finanziamento”.</p>



<p>“Il sacrificio dell’ambasciatore e del carabiniere italiano risvegli la coscienza della comunità internazionale sul dramma del Congo”: così padre Gaspare Di Vincenzo, missionario, in un’intervista con l’agenzia Dire nella quale evidenzia però anche lo “stupore” per misure di sicurezza che non sarebbero state adeguate.</p>



<p>Il religioso, comboniano originario di Agrigento, vive da otto anni nella provincia del Nord Kivu, quella dove si è verificato l’agguato di stamane. “Stupisce il fatto che l’ambasciatore Luca Attanasio viaggiasse in una macchina non blindata, in una zona insicura come il territorio di Rutshuru” la premessa. “Secondo le prime informazioni condivise dai giornalisti locali, il convoglio era accompagnato da caschi blu della missione di pace dell’Onu, la Minusco, ma si tratta di un fatto per certi versi scontato perché in quest’area nessun’auto privata può viaggiare da sola”.</p>



<p>Secondo padre Di Vincenzo, raggiunto al telefono nella città di Butembo, a nord rispetto a Goma e al luogo dell’agguato, in buona parte del Kivu c’è “un’insicurezza totale” a causa delle incursioni sia di gruppi ribelli che di bande armate. “I peggiori massacri sono avvenuti davanti a basi della Monusco” dice il missionario: “L’agguato di oggi, che sembra avere quasi un carattere intimidatorio, quasi a beffare le forze di sicurezza, non dovrebbe meravigliare”.</p>



<p>Fotografie condivise da giornalisti locali mostrano il vetro infranto di un mezzo con le insegne del World Food Programme (Wfp/Pam), organizzatore della missione alla quale partecipava Attanasio, partito da Goma come pure la seconda vittima italiana, il carabiniere Vittorio Iacovacci.</p>



<p>In un altro scatto è riconoscibile il diplomatico sorretto dopo essere stato colpito, a bordo di un mezzo scoperto.</p>



<p>“Potrebbe essere un veicolo delle Fardc, l’esercito congolese” dice padre Di Vincenzo. “Non è chiaro se nell’area siano intervenuti anche soldati”.</p>



<p>“Dalle informazioni che stiamo ricevendo dai nostri contatti a Beni, l’ambasciatore italiano Luca Attanasio viaggiava a bordo di un veicolo che non era blindato.</p>



<p>Le fotografie mostrano vetri infranti, forse a causa dello scambio di colpi d’arma da fuoco seguito all’attacco dei miliziani dopo l’imboscata. Sarebbe molto grave: bisognerà verificare le responsabilità di tutti gli attori coinvolti”.</p>



<p>Così all’agenzia Dire Sam Kalambay, analista politico.</p>



<p>Il commento giunge in seguito all’agguato di stamane a un convoglio di delegati del Programma alimentare mondiale (World Food Programme, Pam-Wfp) e dell’ambasciata d’Italia, nel quale lungo la strada nazionale che conduce a Beni, sono stati uccisi il diplomatico, un carabiniere e un autista del Wfp. La strada attraversa il parco nazionale di Virunga, dove hanno basi gruppi armati, disertori e banditi comuni.</p>



<p>Kalambay chiama in causa presunte “leggerezze” e sostiene che vadano verificate le responsabilità dell’amministrazione locale, ma anche dell’ambasciata e dell’organismo Onu nel provvedere alla sicurezza dei delegazione. “In quelle zone non si può avere una sola guardia del corpo e con un veicolo che non sia blindato” dice l’analista. Critiche che si sommano a voci che circolano tra i giornalisti locali secondo cui il governatore Carly Nzanzu Kasivita non fosse stato informato del viaggio.</p>



<p>Una situazione che conferma l’insicurezza nel Nord Kivu e che, secondo Kalambay, non sarebbe sufficientemente raccontato dai media internazionali. “Oggi hanno perso la vita due europei e allora il mondo si è accorto di quanto pericolosa sia la crisi in Nord Kivu” dice l’analista.<br>“Ogni giorno però qui muoiono congolesi; i media non possono fare due pesi e due misure, perché le vite umane hanno lo stesso valore”.</p>



<p>L’esperto continua. “A volte i media internazionali ci danno notizie a cui le nostre testate locali non arrivano- dice- ma devono fare di più per premere sulle autorità affinché sia riportata la pace”.</p>



<p>Sempre all’agenzia Dire il corrispondente di Voice Of America, Austere Malivika, ha riferito che a garantire la sicurezza nel Parco del Virunga pensano ranger, o “ecogards”, come vengono chiamate in francese. “L’esercito non c’è” dice il cronista, riferendo che stamane i primi a prestare soccorso dopo l’assalto sono state proprio le guardie forestali. “Da almeno 20 anni la situazione securitaria nel Nord Kivu è precipitata” continua Malivika. “Da tante voci della società civile giungono continui appelli affinché la regione sia liberata dai gruppi armati”.</p>



<p>Secondo Kalambay, la strada dell’imboscata “è un tragitto obbligato per chi deve raggiungere grandi città come Goma, Beni o Butembo e i veicoli civili devono sempre viaggiare scortati perché uccisioni, sequestri e ferimenti sono all’ordine del giorno”.</p>
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		<title>Yemen, nonostante la guerra: ne parliamo con Laura Silvia Battaglia</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Dec 2019 07:52:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Laura Silvia Battaglia, giornalista, è anche l&#8217;autrice e la regista del documentario &#8220;Yemen, nonostante la guerra&#8221;, il suo ultimo lavoro importante, un omaggio alla società civile yemenita, capace di grande resistenza.&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Laura Silvia Battaglia, giornalista, è anche l&#8217;autrice e la regista del documentario &#8220;Yemen, nonostante la guerra&#8221;, il suo ultimo lavoro importante, un omaggio alla società civile yemenita, capace di grande resistenza.</p>



<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha incontrato Laura Silvia Battaglia e la ringrazia per la disponibilità. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="656" height="492" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/doc.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13331" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/doc.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 656w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/doc-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 656px) 100vw, 656px" /></figure></div>



<p></p>



<p>Lo Yemen prima era una Repubblica (che non vuol democrazia) che si è unificata abbastanza recentemente, in realtà negli anni &#8217;90 che è ritornata ad essere divisa. Il sud del Paese con capitale Aden è nelle mani del governo centrale anche se il presidente ___ non vive a Aden ,ma a Riad, in Arabia saudita dove ha chiesto la protezione dei sauditi e quindi, di fatto, governano loro. Poi c&#8217;è un governo non riconosciuto a livello internazionale, guidato dagli huthi che sono una famiglia/tribù specifica con sede a San&#8217;a la città più grande al confine del Nord. Gli hutu hanno maturato negli anni precedenti una sostanziale volontà e necessità di non dialogare con il governo centrale e di separarsi perchè ritenevano di non essere abbastanza coinvolti nelle decisioni del governo centrale e continuano a vagheggiare un altro tipo di governo che è quello dell&#8217;imamato, un governo monarchico che era presente prima della nascita della Repubblica.  </p>



<p>Oltre a questa grande divisione, nel
Paese, ci sono delle istanze di separazione federalista da parte di
altri governatorati – situati soprattutto ad est – che hanno
velleità federali, ma non separatiste perchè hanno in mano la
produzione di greggio e di gas. Questa situazione si ripercuote anche
sui Paesi vicini perchè lo Yemen era un Paese guardato con
attenzione dai Paesi vicini perchè era una Repubblica, che inoltre
guardava con una certa simpatia alla Russia, quindi con una storia
molto diversa rispetto agli Stati confinanti perchè stava a cavallo
tra il nazionalismo arabo e il modello socialista; se lo Yemen fosse
cresciuto su questo aspetto sarebbe diventato molto competitivo e
allora una delle tecniche dei Paesi vicini è stata quella di
influenzare lo Yemen culturalmente ed economicamente (soprattutto da
parte saudita che ha imposto gli status-symbol soprattutto sui
giovani yemeniti che aspirano alla ricchezza e al lusso). 
</p>



<p>Lo Yemen, inoltre, si trova in una
posizione invidiabile, sullo stretto di ____, che consente il
passaggio dall&#8217;oceano indiano, tramite il Corno d&#8217;Africa, al Canale
di Suez: chi controlla lo Yemen, controlla tutto il passaggio delle
navi, di petroliere in particolare, che si riforniscono in Iran e
Arabia saudita. L&#8217;Iran ha bisogno che qualcuno dia noia allo Yemen e
ai suoi confini per poter passare e vendere il greggio agli europei
per cui lavorano ai fianchi dei sauditi, come fecero in Libano e in
Iraq, e come fanno con Hamas nella Striscia di Gaza e in Siria. In
Yemen da diversi anni si sta combattendo una guerra he è una sorta
di antipasto per l&#8217;armageddon finale per il Paese che sarebbe
una tragedia per tutta quest&#8217;area del mondo. 
</p>



<p><a href="http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Yemen-Laura-Silvia-Battaglia-2e553424-1867-4ee4-aa26-31d00733bd95.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Yemen-Laura-Silvia-Battaglia-2e553424-1867-4ee4-aa26-31d00733bd95.html?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><em>Yemen, nonostante la guerra</em>. Per
volontà del produttore, del distributore e di RAIdoc è un film che
vuole riassumere questi anni e capire come si è arrivati a questa
guerra, ma anche che vuole raccontare quello che dello Yemen non si
racconta mai e cioè chi resiste. Difficile farlo perchè l&#8217;accesso
al Paese è estremamente limitato e si entra spesso soltanto con il
canale dell&#8217;embedding o con le truppe saudite o pagando i trafficanti
che pagano poi i ribelli huthi (operazione disdicevole perchè si
pagano 6mila euro che verranno utilizzati per comprare armi) e queste
realtà non mostrano mai la società civile né tantomeno ti fanno
parlare con le persone liberamente. Usando in parte l&#8217;eccezionalità
della mia situazione (giornalista, ma sposata ad uno yemenita) che mi
permette di entrare nel Paese regolarmente senza un ufficiale che
possa controllare il mio lavoro, ho accesso alla vita quotidiana e
sono venuta a contatto con delle realtà straordinarie: il maestro
che apre la scuola nella casa di famiglia, il giornalista che
denuncia i rapimenti di persone ad Aden ma la Polizia non accoglie le
sue denunce perchè i poliziotti di notte “arrotondano”, il
direttore d&#8217;orchestra che sfida la censura degli huthi e crea
un&#8217;accademia rimbomba la passione per la musica&#8230;Tutte queste
persone, in questi modi, fanno politica: fa politica senza i partiti,
senza le milizie e anche senza le Ong. Quando c&#8217;è un popolo in
guerra passa il concetto che quel popolo sarà sempre bisognoso;
invece i popoli hanno una dignità e cercano delle soluzioni,
indipendenti da poteri esterni solo che spesso non sono né
rappresentati né ascoltati. 
</p>



<p>Il nostro intento è stato quello di
individuare delle storie simboliche della resistenza della società
civile, di gente che resiste in senso <em>politico</em>, partecipa
della città trovando soluzioni e affrontando gli ostacoli. 
</p>



<p>Per tutta la parte di contesto e di
racconto del Passato abbiamo usato buona parte del mio archivio non
utilizzato dal 2012 ad oggi. Questo materiale è stato montato con le
storie che ho raccolto durante i miei tre viaggi in Yemen, tra il
2016 a oggi e, qualche mese prima della messa in onda, abbiamo
sviluppato alcune storie che ci interessavano, organizzando delle
unità sul territorio con colleghi locali, lavorando per ogni città,
giorno per giorno. In questo modo abbiamo dato la possibilità a
delle persone del luogo di fare i reporter. In una delle mie unità,
quella girata a San&#8217;a, ha lavorato con noi una collega che mi ha
detto di essere molto scocciata di avere richieste in cui le
redazioni le chiedono di raccontare la fame, il colera, gli ospedali,
etc. Lavorando alla nostra unità, invece, e grazie all&#8217;operato di un
bravissimo fotografo, ha conosciuto cose del proprio Paese che ancora
non conosceva. Con il documentario si restituisce agli yemeniti
stessi una memoria storica dimenticata o sconosciuta, quindi. Da una
parte mostriamo la bellezza e l&#8217;eccellenza del Paese, dall&#8217;altra 
conserviamo un pezzo di Storia insospettabile (le donne, negli anni
&#8217;70, non si vestivano come si vestono oggi! Ad esempio). 
</p>



<p>Tutte le persone yemenite che hanno
visto il documentario hanno dato un riscontro positivo e anche gli
italiani che conoscono bene il Paese. E la mia soddisfazione è
quando mi dicono: “Finalmente una cosa che racconta NOI”. 
</p>



<p>Il problema è che, di fronte ai
conflitti, i media vanno sempre in cerca di due aspetti: una
narrazione televisiva, per immagini con scene forti e l&#8217;essere umano
ridotto a un nulla, e una grande insistenza retorica. Ma questo non
garantisce veridicità alla storia, ma solo pornografia. Dopo quasi
sei anni di guerra abbiamo continuato a mostrare bambini nudi e
emaciati, con il compiacimento di molti giornalisti, ma i nostri
bambini continuano a morire. Una terza via di narrazione esiste ed è
una narrazione che, per quanto possa essere eccezionale, si impone
necessariamente perchè i veri protagonisti sono le persone che
resistono. Ritengo che la retorica faccia molto bene ai canali
televisivi e ai giornalisti che la cavalcano, ma toglie dignità alle
persone che hanno subìto o che subiscono la guerra. Noi, invece,
dobbiamo individuare quali possano essere le possibili soluzioni ai
conflitti, insieme alla società civile, per il cambiamento in
positivo e concreto della situazione nel Paese.</p>
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		<title>Vertice sulla Siria con Putin, Erdogan e Rohani ad Ankara Erdogan vuole sfruttare i paesi della NATO a suo favore</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2019/09/19/vertice-sulla-siria-con-putin-erdogan-e-rohani-ad-ankara-erdogan-vuole-sfruttare-i-paesi-della-nato-a-suo-favore/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Sep 2019 07:02:15 +0000</pubDate>
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<p> </p>



<p></p>



<p>Lunedì 16 settembre il presidente turco ha incontrato ad Ankara i capi distato della Russia e dell&#8217;Iran per il vertice sulla Siria.<br>L&#8217;Associazione per i popoli minacciati (APM) chiede ai vari paesi dell&#8217;Unione Europea e agli altri paesi della NATO di non lasciare ancora una volta mano libera al presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Tutto indica che Erdogan voglia strumentalizzare la sua posizione non solo nei<br>confronti della Russia, ma anche di tutti gli altri paesi della NATO.<br>Con la minaccia di lasciar partire i rifugiati verso l&#8217;UE, Erdogan tenta ancora una volta di estorcere denaro, armi e sostegno politico. Il suo obiettivo è continuare le sue guerre contro la popolazione kurda in Turchia, Iraq e soprattutto in Siria. La Turchia in Siria persegue un<br>solo obiettivo: combattere le lotte per l&#8217;autonomia dei Kurdi con tutti i mezzi.</p>



<p>Erdogan sta già ricevendo supporto dalla Russia e dall&#8217;Iran. Inoltre il governo tedesco sta finanziando principalmente gruppi amici di Erdogan in Siria, per un totale di 622 milioni di euro nel 2018. Al contrario gruppi critici nei confronti di Erdogan come l&#8217;Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR) con sede nel Regno Unito, organizzazione partner dell&#8217;APM, non ricevono nessun sostegno dalla Germania.</p>



<p>Erdogan utilizza per i suoi interessi i rifugiati siriani in Turchia come mezzo di pressione contro Germania e Unione Europea. Erdogan inoltre vede i rifugiati siriani come un&#8217;arma contro le popolazioni kurde, cristiane e yezidi della Siria settentrionale. In questa regione<br>vuole trasferire con la forza 3,6 milioni di rifugiati siriani della guerra civile. Ciò cambierebbe radicalmente la composizione demografica della Siria settentrionale e alla fine islamizzerebbe la regione.</p>



<p>Tra i rifugiati siriani, Erdogan recluta anche mercenari per le sua &#8220;guerra ai Kurdi&#8221;, ad esempio nella regione kurdo-siriana di Afrin.<br>Nell&#8217;area di Afrin solamente lo scorso mese di agosto sono stati uccisi 21 Kurdi, tra cui un bambino. Altri 142 Kurdi sono stati arrestati dai militari turchi e dal cosiddetto &#8220;Esercito siriano libero&#8221;, composto da ribelli islamisti sostenuti dalla Turchia.</p>



<p>Il 6 settembre, è morta a causa delle sue ferite la signora kurda Huriye Mohammed Baker di 74 anni. Lei e suo marito Muheddin Oso sono stati attaccati il 25 agosto nella loro casa di Afrin. Lo stesso giorno il marito di 78 anni era stato torturato a morte dagli aggressori islamisti. Durante l&#8217;attacco l&#8217;anziana donna era stata gravemente ferita.</p>



<p>Nel frattempo, gli attacchi delle forze aeree siriane e russe continuano sotto gli occhi delle postazioni militari turche nella provincia nordoccidentale di Idlib. Secondo le informazioni fornite dal SOHR da aprile 2019 nella roccaforte dei ribelli islamisti siriani, almeno 4000<br>persone sono rimaste uccise a causa dei combattimenti e degli attacchi aerei. </p>
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		<title>La complessa questione (dimenticata) del Kashmir</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Feb 2019 08:22:29 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Testo e immagini di Laura Notaro</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 5 febbraio si celebra in Pakistan la giornata mondiale di solidarietà con il popolo Kashmiri, il cui territorio Jammu e Kashmir dal 1947 si trova sotto il controllo dell’India e del suo esercito. Un popolo che da decenni è oppresso, perseguitato, privato dei suoi diritti fondamentali.</p>
<p>Il territorio settentrionale dello Jammu e del Kashmir è quella regione stretta tra India, Pakistan e Cina. India e Pakistan ne amministrano ciascuno una parte. Il Pakistan dal 1990 ha fissato il 5 febbraio come giornata nazionale per esprimere il proprio supporto alla popolazione dei territori occupati dall’India, e per denunciare le violenze e i soprusi dell’esercito indiano sulla popolazione Kashmiri.</p>
<p>In Pakistan, il Primo Ministro Imran Khan e il Presidente Arif Alvi hanno rinnovato in questa giornata l’appoggio ai ribelli kashmiri della parte di territorio sotto il controllo indiano.</p>
<p>A Milano, la giornata è stata celebrata domenica 3 febbraio in Piazza Castello, non lontano dal Consolato indiano, in un presidio organizzato dal “Movimento per il Kashmir &#8211; Italia”, di Brescia, e che ha visto la partecipazione delle comunità pakistane dalla Lombardia e da altre parti d’Italia.</p>
<p>Sul palco allestito per l’occasione, diversi interventi di esponenti di associazioni a favore dell’indipendenza del Kashmir, pacifisti, cittadini solidali con la causa, sia italiani sia pakistani e anche di altre nazionalità. Le comunità presenti a Milano in piazza domenica, uomini, donne e giovanissimi, denunciano i soprusi e le violenze dell’esercito indiano sulla popolazione Kashmiri, mostrano le foto di atti violenti su civili inermi e invocano l’applicazione delle risoluzioni dell’ONU sull’autodeterminazione del Kashmir. Gli slogan proclamati a più riprese richiamano alla pace, alla libertà del Kashmir, e incitano l’India al ritiro dell’esercito.</p>
<p>La questione del Kashmir è estremamente complessa, origina dai tempi della partizione tra India e Pakistan nel 1947. La giornata del 5 febbraio, oltre a esprimere la solidarietà verso i separatisti Kashmiri che vivono in una delle zone più militarizzate del mondo, rappresenta per il Pakistan l’occasione per ricordare le vittime delle tre guerre combattute contro l’India nella regione &#8211; nel 1947, 1965 e nel 1999.</p>
<p>Sebbene dal 1948 vi sia la risoluzione dell’ONU a favore dell’autodeterminazione del popolo Kashmiri, per l’autonomia e l’indipendenza sia da India sia da Pakistan, di fatto nulla è stato attuato concretamente &#8211; anche se il Pakistan ha riconosciuto l’autonomia del Kashmir.</p>
<p>Stando ai rapporti pubblicati dagli osservatori dell’Onu e da Human Rights Watch, la responsabilità per le violazioni dei diritti umani nella parte di Kashmir controllata dall’India riguarderebbe da una parte l’esercito indiano, dall’altra i militanti ribelli dei movimenti indipendentisti. Nel mezzo, a pagare le conseguenze e il prezzo di questa contesa, i civili, donne e bambini in particolare, poiché molti degli uomini sono in esilio, emigrati, o in clandestinità.</p>
<p>La causa del popolo Kashmiri solleva l’urgenza di affrontare la disputa sul piano internazionale e soprattutto attraverso il dialogo, deponendo le armi, da parte di tutti. Non è una questione meramente locale, come denuncia il Presidente del Movimento per il Kashmir Italia, Tanveer Arshad, “ma riguarda tutti noi, perché si tratta di diritti universali violati, di sofferenze inflitte a civili inermi, indifesi”.</p>
<p>La questione dei territori contesi del Kashmir riguarda una popolazione di circa 12 milioni di abitanti. Nonostante la giornata del 5 febbraio, in cui inoltre delegazioni da più Paesi si recano a Ginevra presso la sede dell’ONU per sollecitare un intervento, le sorti del popolo Kashmiri non sembrano all’ordine del giorno della comunità internazionale.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0015.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12062" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0015.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="900" height="1600" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0015.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 900w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0015-169x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 169w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0015-768x1365.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0015-576x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 576w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></a> <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0016.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12063" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0016.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="900" height="1600" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0016.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 900w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0016-169x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 169w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0016-768x1365.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0016-576x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 576w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></a> <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0017.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12064" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0017.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="900" height="1600" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0017.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 900w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0017-169x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 169w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0017-768x1365.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0017-576x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 576w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></a> <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0018.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-4" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12065" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0018.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="900" height="1600" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0018.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 900w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0018-169x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 169w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0018-768x1365.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0018-576x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 576w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></a> <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0020.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-5" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12066" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0020.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="900" height="1600" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0020.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 900w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0020-169x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 169w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0020-768x1365.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/IMG-20190207-WA0020-576x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 576w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></a></p>
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		<title>&#8220;Art(e)Attualità&#8221;. Lo YEMEN al Festival della fotografia etica</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Oct 2018 16:38:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>a cura di Alessandra Montesanto &#160; Con questo articolo Associazione per i Diritti umani inizia a pubblicare una sua selezione delle mostre del Festival della Fotografia Etica, manifestazione organizzata a Lodi durante il mese di&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di Alessandra Montesanto</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11565" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2391" height="2119" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2391w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755-300x266.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755-768x681.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755-1024x908.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 2391px) 100vw, 2391px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con questo articolo <i><b>Associazione per i Diritti umani</b></i> inizia a pubblicare una sua selezione delle mostre del <span style="color: #cc0000;"><b>Festival della Fotografia Etica</b></span>, manifestazione organizzata a Lodi durante il mese di ottobre. Un appuntamento annuale ormai imperdibile!</p>
<p>La prima esposizione, secondo noi importante, riguarda lo Yemen. Presentata nella sezione “Uno sguardo sul mondo” è a cura del fotografo <b>Olivier Laban-Mattei. </b></p>
<p><b>Titolo “YEMEN. Le rovine di quella che era una volta la “felice Penisola arabica”.</b></p>
<p>Dalla Presentazione: “Yemen, giugno 2017. Più di 10.000 morti, metà dei quali sono civili. I bombardamenti intensivi di campi militari, ma anche di case, scuole e musei. Un&#8217;epidemia di colera che ha interessato oltre 1 milione di persone. La guerra iniziata in Yemen nel 2015 è un conflitto devastante, ed è praticamente senza testimoni esterni”.</p>
<p>Ecco perchè riteniamo importante questa mostra perchè, tramite immagini così forti, si può “entrare” in una situazione pericolosa e drammatica, poco presente sulla stampa nazionale e internazionale perchè pochi possono entrare nel Paese, ma anche perchè pochi se ne vogliono occupare.</p>
<p>Lo Yemen è un territorio entrato in quel teatro di guerra più ampio che vede coivolti Arabia saudita e Iran , Siria e Iraq. E&#8217; una guerra per il Potere geopolitico ed economico nel Medioriente.</p>
<p>Lo Yemen, oggi, è diviso tra Nord e Sud. A nord, dove è situata la capitale Sana&#8217;a, esiste una forma di governo formata dagli ufficiali del movimento ribelle Houthi; a sud, in cui la città principale è Aden, la reggenza è in mano ad un&#8217;altra forma di governo, riconosciuta dalla comunità internazionale e sostenuta dalla coalizione saudita. Entrambe le fazioni non permettono ai giornalisti di entrare nei confini del Paese e di portare notizie all&#8217;estero. Un bravo e coraggioso fotogiornalista ci è riuscito. Ed ecco le sue foto.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11566" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="4608" height="3456" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 4608w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 4608px) 100vw, 4608px" /></a><a 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		<title>&#8220;Stay human: Africa&#8221;. Un viaggio nella giungla</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Sep 2018 08:51:54 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di Veronica Tedeschi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">C’era una volta un paese completamente verde, immerso in una giungla così fitta da risultare quasi oscura. Un paese in cui le specie animali presenti sono centinaia, un paese allegro e spensierato, nonostante tutto…</p>
<p align="JUSTIFY">La Sierra Leone, un piccolo Stato dell’Africa nord occidentale, ha vissuto molti periodi tristi dopo i quali è sempre riuscita a rialzarsi con forza e determinazione: a partire dalla sanguinosa guerra civile scoppiata nel 1991 e durata fino al 2002. In questo lungo periodo si sono affrontati i ribelli del Fronte Rivoluzionario unito (sostenuti dalle forze speciali del National Patriotic Front of Libera) e le forze governative comandate da Joseph Momoh. Il bottino di questi scontri erano le miniere di diamanti presenti in tutto il sud est del paese; intervenne anche la comunità internazionale per promuovere un negoziato che si concluse il 27 marzo 1999 con la firma dell’accordo di pace di Lomè, dopo il quale un contingente delle Nazioni Unite si stabilì nel paese per sovraintendere il processo di disarmo.</p>
<p align="JUSTIFY">Padre Vittorio, un virtuoso missionario italiano che ho avuto la fortuna di conoscere nel mio viaggio in Sierra Leone, ci ha raccontato qualcosa in merito a quel periodo molto difficile. Lui, in quanto fedele di Dio, lottò in prima linea per la difesa dei civili e la liberazione di bambini soldato (pratica utilizzata dai ribelli durante la guerra)… per lo meno fino a quando non fu rapito. Per ben due volte, nel 1999 e poi nel 2000 con altri fratelli, fu rapito dal Ruf, il fronte dei rivoluzionari.</p>
<p align="JUSTIFY">Questi eventi non l’hanno mai abbattuto né ha mai desiderato di tornare in Italia, si considera un sierra leonese adottivo e non abbandonerà mai questa sua vocazione.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/Immagine-2-2.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11346" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/Immagine-2-2.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="946" height="547" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/Immagine-2-2.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 946w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/Immagine-2-2-300x173.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/Immagine-2-2-768x444.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 946px) 100vw, 946px" /></a><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/Immagine-3.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11347" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/Immagine-3.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="876" height="356" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/Immagine-3.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 876w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/Immagine-3-300x122.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/Immagine-3-768x312.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 876px) 100vw, 876px" /></a></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Camminando per le strade di Kabala, il villaggio in cui mi trovavo, ho percepito la stanchezza di una popolazione che subito dopo la guerra civile ha dovuto affrontare anche un’altra guerra, quella contro l’ebola.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche su questo argomento Don Vittorio ci ha raccontato la sua vita da missionario che portava il riso ai malati, senza mai potersi avvicinare troppo, pregava con loro e il suo cuore non li ha mai abbandonati. Fu una vera e propria epidemia, morirono tanti fratelli e il divieto di contatto tra le persone appesantì ulteriormente il clima di disagio e paura in tutta la nazione. Il 30 luglio 2014 il governo della Sierra Leone dichiarò lo stato di emergenza e schierò le truppe del governo per mettere in quarantena i “punti caldi” dell’epidemia.</p>
<p align="JUSTIFY">All’inizio del mese di agosto a Freetown iniziarono le campagne per sensibilizzare la popolazione, mediante trasmissioni radiofoniche (molto utilizzate dalla popolazione) o attraverso gli altoparlanti delle automobili. Davanti ad ogni casa in cui viveva un malato di ebola vi erano almeno 2 soldati di controllo: chi portava cibo o preghiere non poteva avvicinarsi a meno di 5 metri dalla casa.</p>
<p align="JUSTIFY">L’epidemia di ebola provocò la morte di circa 4.000 persone; dopo la Libera, la Sierra Leone fu il secondo paese con il maggior numero di decessi. Finalmente il 17 marzo 2016 fu ufficialmente dichiarata “ebola free”.</p>
<p align="JUSTIFY">Durante tutto il mio soggiorno in Africa, il pensiero è sempre stato rivolto al passato di questa popolazione, al dolore patito dalle persone che ora mi stavano accogliendo nelle loro case. Guerra ed ebola ora non ci sono più ma il disagio e la povertà nella vita di queste persone è tangibile e, ancora una volta, grazie a loro sono tornata dall’Africa più ricca di forza, un’energia inspiegabile trasmessa da una popolazione che ne ha passate tante ma che presto tornerà a camminare con le proprie gambe.</p>
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		<title>Siria: impedire l&#8217;ennesima catastrofe umanitaria</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jul 2018 20:43:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>APM (Associazione Popoli Minacciati) si appella all&#8217;Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani delle Nazioni Unite affinché la Giordania accolga anche i profughi siriani di Daraa e Associazione per i Diritti umani&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>APM (Associazione Popoli Minacciati) si appella all&#8217;Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani delle Nazioni Unite affinché la Giordania accolga anche i profughi siriani di Daraa e <em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong> </em>sostiene questo appello.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1185-1.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10988" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1185-1.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="315" height="200" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1185-1.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 315w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/untitled-1185-1-300x190.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 315px) 100vw, 315px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo gli attacchi dell&#8217;esercito siriano alla regione attorno a Daraa nel sud della Sira, attualmente controllata dall&#8217;opposizione islamica, l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si è appellata all&#8217;Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani il giordano Seid al-Hussein affinché intervenga presso la famiglia reale giordana e gli altri governi dei paesi della regione per evitare un ulteriore aggravarsi della crisi umanitaria in Siria e vengano accolti e aiutati i profughi siriani ammassati alla frontiera tra Siria e Giordania. La Giordania ha già accolto diverse centinaia di migliaia di profughi siriani e ha attualmente chiuso le proprie frontiere.</p>
<p>Secondo i dati diffusi dalle nazioni Unite, la situazione a Daraa sta precipitando. Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) stima che vi siano circa 330.000 persone costrette alla fuga e ora bloccate alla frontiera. L&#8217;APM si è quindi appellata alla Giordania affinché non respinga ma accolga e aiuti anche queste persone. Inoltre, l&#8217;APM chiede che vengano inviati velocemente degli osservatori indipendenti in questa regione in cui si combatte fin dal 2012 per documentare le molte violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra commessi.</p>
<p>A Daraa praticamente non funziona più niente. Sono crollate la distribuzione dell&#8217;acqua potabile e dei viveri, non c&#8217;è più elettricità e sono state distrutte le infrastrutture mediche. La regione è abitata principalmente da arabi sunniti ed è una delle ultime regioni ancora controllate dalle milizie ribelli islamiche combattute ora con una grande offensiva lanciata da Assad con il sostegno russo.</p>
<p>Mentre la Russia, l&#8217;Iran e gli Hezbollah libanesi continuano a sostenere Assad nel conflitto siriano, sembrerebbe proprio che la Turchia e altre potenze sunnite abbiano tolto il loro sostegno ai ribelli sunniti in Siria. La Turchia ormai sembra interessata solo a smantellare le regioni autonome kurde in Siria e molto sembra indicare l&#8217;esistenza di un tacito accordo tra la Russia, l&#8217;Iran, la Turchia e il regime siriano: lasciare Assad al potere e in cambio lasciar cadere i Kurdi.</p>
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