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	<title>ricchezza Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Un continente che esonda</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Jul 2019 08:13:18 +0000</pubDate>
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<p> <strong>U</strong></p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="640" height="480" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/mamma-e-figli-13-2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12787" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/mamma-e-figli-13-2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 640w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/mamma-e-figli-13-2-300x225.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p> </p>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Un lago in mezzo a valli in cui piove continuamente arriverà ad esondare e a coprire di acqua tutto il paesaggio circostante. Gli abitanti dei paesi intorno si adopereranno per contenere l’acqua, faranno riunioni su riunioni per prevenire ulteriori esondazioni fino a che qualcuno, in maniera illuminata, proporrà una prevenzione del lago, attraverso la cura degli argini e la costruzione di un letto più solido.  </p>



<p>
Così
l’Africa, come un lago grande e caldo nel quale continuano a
nascere bambini che arriveranno ad “esondare”.  La popolazione
dell’Africa subsahariana continua a crescere costantemente, a un
ritmo 2,5 volte più rapido rispetto al resto del mondo, grazie
all’aumento dei livelli di fertilità e alle migrazioni
internazionali. 
</p>



<p>
Come
riportato dalla Rivista Africa, tale popolazione dovrebbe aumentare
da 1,06 miliardi nel 2019 a 1,4 miliardi nel 2030 e 2,12 miliardi nel
2050.</p>



<p>
Ed
entro il 2050, mentre la Tanzania sarà tra i nove paesi (inclusa la
Repubblica Democratica del Congo, l’Etiopia e l’Egitto) che si
prevede aggiungerà la maggior parte delle persone nel mondo, la
Nigeria sarà la nazione più popolosa dell’Africa sub-sahariana e
la seconda più popolosa al mondo dopo l’India.</p>



<p>
Come
sottolinea l’agenzia&nbsp;InfoAfrica, la grande regione dell’Africa
subsahariana è cresciuta in media del 2,3% ogni anno a partire dal
2015. La proiezione mostra che i Paesi in maniera combinata
aggiungeranno oltre un miliardo di persone alla popolazione mondiale
e “potrebbero rappresentare oltre la metà della crescita della
popolazione mondiale tra il 2019 e il 2050”. Si prevede che la
popolazione del continente continui a crescere fino alla fine del
secolo.</p>



<p>
Nel
2050 la Nigeria continuerà ad essere il paese più popoloso nel
continente, secondo solo all’India a livello mondiale. &nbsp;Alcuni
altri paesi, tra cui Tanzania, Etiopia, Egitto e Repubblica
democratica del Congo, avranno una crescita superiore alla media.</p>



<p>
Tutto
questo può portare a fare dei ragionamenti più o meno scontati, che
possono inquadrarsi nel conseguente aumento del numero di immigrati
verso l’Europa e nella crescita della povertà. Molti degli Stati
che ravvisano tale incremento sono gli stessi nei quali “presidenti
dinosauri” non consentono una parallela crescita economica e un
ricambio governativo, mantenendo il paese in stallo, sia sotto il
punto di vista economico che, talvolta, culturale. Questo significa
che stanno aumentando le persone ma non i posti di lavoro, la
ricchezza e lo scambio economico. Facile da prevedere uno
spopolamento di villaggi e un aumento dell’immigrazione, a partire
già dal provare a trovare rifugio negli Stati limitrofi (ricordiamo
che il 70% degli immigrati africani si trova proprio in Africa).<br>Per
“arginare il lago” bisognerà, dunque, guardare proprio dentro al
lago, guardare l’Africa per lavorare su quei governi che consentono
alla povertà, alla corruzione e alle ingiustizie di prendere il
sopravvento.</p>
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		<title>Libro/Inchiesta sul clan dei Casamonica: intervista a Nello Trocchia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Mar 2019 07:59:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani ha intervistato il giornalista Nello Trocchia sul suo libro/inchiesta “I Casamonica. Viaggio nel mondo parallelo del clan che ha conquistato Roma”, edito da Utet, il clan mafioso che ha&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><i><b>Associazione Per i Diritti umani </b></i>ha intervistato il giornalista Nello Trocchia sul suo libro/inchiesta “I Casamonica. Viaggio nel mondo parallelo del clan che ha conquistato Roma”, edito da Utet, il clan mafioso che ha conquistato Roma (e non solo). Pubblichiamo oggi l&#8217;intervista, nella Giornata in cui Libera celebra la Giornata della Memoria e dell&#8217;impegno in ricordo delle vittime di mafie.</p>
<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/cover_casamonica_DEF.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-12224" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/cover_casamonica_DEF.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="287" height="436" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/cover_casamonica_DEF.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1654w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/cover_casamonica_DEF-197x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 197w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/cover_casamonica_DEF-768x1168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/cover_casamonica_DEF-673x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 673w" sizes="(max-width: 287px) 100vw, 287px" /></a></p>
<p>Cosa l&#8217;ha spinta a lavorare ad un&#8217;inchiesta così scottante e pericolosa?</p>
<p>Non ci sono inchieste facili: il nostro lavoro è quello di scoperchiare e raccontare realtà che vengono spesso sottaciute o dimenticate. Da tempo mi occupo di organizzazioni criminali; a mio avviso la questione romana e il rapporto tra la capitale e le mafie è un rapporto che è stato per troppi anni sottovalutato anche dagli esponenti dello Stato, penso ai prefetti di Roma, infatti si è parlato solo di “mele marce”. Il tema delle mafie a Roma è stato taciuto, silenziato e l&#8217; idea di raccontare una mafia, autoctona che è attiva in alcuni quartieri e in alcune zone mi sembrava molto interessante dopo aver affrontato, nel penultimo mio libro, la storia di Roberto Mancini nel quale, con il collega Ferrari, avevamo già affrontato il tema delle organizzazioni criminali a Roma. Volevo, però, affondare di più oltre la superficie e raccontare i profili identitari, i profili criminali e sociali di una mafia come quella dei Casamonica.</p>
<p>Quali sono i quartieri più colpiti?</p>
<p>Loro hanno un controllo territoriale che va dalla zona Mandrione, Porta Furba, Tuscolana fino ai Castelli. Il loro controllo è molto esteso nell&#8217;area sud della capitale, ma sono presenti ovunque. Il collaboratore di giustizia Massimiliano Fazzari, he ho intervistato in esclusiva, mi racconta he sono ome i topi (è un racconto che ha fatto anche alla Procura, al distretto antimafia di Roma), cioè divorano tutto, sono ovunque. Questa metafora ci permette di capire che, indipendentemente dalle aree territoriali, dal censo, dal ceto sociale, i Casamonica arrivano e interloquiscono con tutti perchè loro hanno a disposizione dei servizi che la città chiede e li forniscono con i soldi che vengono prestati “a strozzo” e con il commercio della cocaina. Quando tu offri questi servizi assurgi al ruolo di agenzia criminale.</p>
<p>La città li ha relegati ad un ruolo marginale, solo dal punto di vista della nomea perchè loro sono gli “zingaracci”, ma in realtà la città si serviva di questi soggetti e loro sono diventati romanissimi, prendendo usi, abitudini e costumi dei romani, incrociando con i romani la loro identità sinti che è la loro identità profonda.</p>
<p>Quali sono, quindi, le origini del clan e quali i passaggi della loro escalation criminale?</p>
<p>Sono riusciti nella loro escalation criminale perchè a Roma li ha sottovalutati; in una città che non nominava, non evidenziava, non combatteva la presenza del crimine organizzato, i Casamonica sono stati privilegiati. Se già la mafia non era un problema, i Casamonica, essendo stati battezzati come criminali di rango inferiore o di periferia, erano ancora di più sottovalutati e sono cresciuti tanto perchè il capostipite, Vittorio, e non solo lui, è stato “allevato” da Enrico Nicoletti, uomo di collegamento tra politica, imprenditoria, banda della Magliana.</p>
<p>Mi conferma, cioè, che c&#8217;è una collusione anche con la politica&#8230;</p>
<p>La collusione c&#8217;è in termini di relazioni. Nel momento in cui un&#8217;organizzazione criminale crea un impero, è chiaro che ci sono degli elementi di connivenza. A Roma sono riusciti a mettere su veri e propri quartieri abusivi e soprattutto ad imporre il loro Verbo criminale e questo lo fai solo se hai degli elementi di connivenza molto, molto importanti con ambienti della politica o quantomeno di settori di controllo. Se tu riesci a costruire le case abusive su aree pubbliche e se riesci a diventare un riferimento per mafie potentissime, è chiaro che hai il benestare di chi dovrebbe controllare le tua attività. Compito della Magistratura è capire quali sono i soggetti che li hanno aiutati, ma è un compito difficile perchè in questo clan non ci sono collbarotari di giustizia, ci sono ma sono esterni.</p>
<p>I pentiti sono i “gagi”, quelli che hanno avuto rapporti con il clan e che poi, hanno preso le distanze dallo stesso. I “gagi” sono gli estranei al clan.</p>
<p>Nel libro sono riportati molti aneddoti che riguardano i Casamonica: ce ne può anticipare uno?</p>
<p>Un aneddoto che racconta bene lo sfarzo, l&#8217;amore per la richezza: era il compleanno di Vittorio Casamonica. Mentre le donne, vestite con le loro gonne gitane, e gli uomini pieni zeppi di oro, aspettavano Vittorio, escono in questo prato davanti al ristorante e vedono arrivare un elicottero atterrare. Era il festeggiato con un elicottero privato che faceva il suo ingresso davanti ad imprenditori, professionisti, politici. Con bottiglie di Don Perignon: una festa gigantesca, da magnate, peccato che qualche giorno dopo il ristoratore pretendesse di essere pagato dall&#8217;avvocato di Vittorio Casamonica. La ricchezza, la boria sempre a spese degli altri.</p>
<p>Ma lo Stato è riuscito ad assestare qualche colpo ai Casamonica?</p>
<p>Lo Stato si è svegliato molto tardi con una ordinanza cautelare importante che è stata eseguita lo scorso luglio, l&#8217;”Operazione gramigna” (non a caso chiamata così). Un&#8217;ordinanza molto interessante dalla quale ho preso degli spunti e che cito in diverse parti del libro perchè si inserisce in un quadro della situazione che avevo già scritto e dava un contributo ulteriore perchè dava un colpo duro ad UNO degli arcipelaghi della famiglia Casamonica. Ogni arcipelago ha un capofamiglia e quell&#8217;ordinanza colpisce l&#8217;arcipelago di Via Porta Furba che aveva in Giuseppe Casamonica l&#8217;uomo di potere e nella sorella Stefania la reggente quando Giuseppe era in carcere.</p>
<p>Ci sono, poi, diversi capi in libertà, capaci di avere a che fare con broker del traffico internazionale di droga, in grado di mettere in atto usure, estorsioni , di gestire anche la prostituzione ad alto livello: insomma, a tenere in mano attività criminali ad ampio raggio. I loro soldi sono nascosti in investimenti che vanno trovati e sottratti al clan.</p>
<p>Qual è il suo rapporto con la paura?</p>
<p>La paura è un sentimento che vira verso l&#8217;annullamento della persona; dato che io amo molto la vita,provo a sviare da stati d&#8217;animo che mi conducono all&#8217;annientamento, alla compromissione degli istanti di felicità.</p>
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		<title>Rapporto OXFAM: cresce il divario tra ricchi e poveri</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2019 07:52:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 2018: 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo rapporto Oxfam 2019 pubblicato alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos.&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/poveri.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12050" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/poveri.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2272" height="1704" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/poveri.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2272w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/poveri-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/poveri-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/poveri-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 2272px) 100vw, 2272px" /></a></p>
<p>Nel 2018: 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo <span lang="zxx"><a href="https://www.oxfam.org/en/pressroom/pressreleases/2019-01-18/billionaire-fortunes-grew-25-billion-day-last-year-poorest-saw?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener">rapporto Oxfam 2019</a> </span>pubblicato alla vigilia del meeting annuale del <span lang="zxx"><a href="https://tg24.sky.it/economia/2019/01/19/davos-2019-temi-ospiti.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">Forum economico mondiale di Davos</a></span>. Anche l&#8217;Italia è in linea con i dati globali: il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell&#8217;intera ricchezza nazionale. L&#8217;aumento della povertà estrema, secondo Oxfam, colpisce, prima di tutto, i contesti più vulnerabili del nostro pianeta, uno su tutti l&#8217;Africa subsahariana.</p>
<p>Il sistema fiscale: pesa di più sulle categorie più povere della società tassando i redditi da lavoro e consumo. Le imposte sul patrimonio, come quelle immobiliari, fondiarie o di successione hanno subito, infatti, una riduzione &#8211; o sono state eliminato del tutto &#8211; in molti paesi ricchi e vengono a malapena rese operanti nei paesi in via di sviluppo. L&#8217;imposizione fiscale a carico dei percettori di redditi più elevati e delle grandi imprese si è significativamente ridotta negli ultimi decenni. Secondo l&#8217;Oxfam, se I&#8217;1% dei più ricchi pagasse appena lo 0,5% in più in imposte sul proprio patrimonio, si avrebbero risorse sufficienti per mandare a scuola 262 milioni di bambini e salvare la vita a 100 milioni di persone nel prossimo decennio.</p>
<p>Un tema importante affontato nel Rapporto Oxfam riguarda la disuguaglianza di genere. A livello globale, infatti, gli uomini possiedono oggi il 50% in più della ricchezza netta delle donne e controllano oltre l&#8217;86% delle aziende. Il divario retributivo di genere è pari al 23% in favore degli uomini. In più, in questo dato non si tiene conto del contributo gratuito delle donne al lavoro di cura. &#8221;Le persone in tutto il mondo sono arrabbiate e frustrate – spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia &#8211; Ma i governi possono apportare cambiamenti reali per la vita delle persone assicurandosi che le grandi aziende e le persone più ricche paghino la loro giusta quota di tasse, e che il ricavato venga investito in sistemi sanitari e di istruzione a cui tutti i cittadini possano accedere gratuitamente. A cominciare dai milioni di donne e ragazze che ne sono tagliate fuori. I governi possono ancora costruire un futuro migliore per tutti, non solo per pochi privilegiati. È una loro responsabilità&#8221;.</p>
<p>A livello globale, i servizi sanitari sono sistematicamente sottofinanziati o esternalizzati ad attori privati. La conseguenza è che i più poveri rischiano di venirne spesso esclusi. In molti Paesi una sanità di qualità sono diventate un lusso che solo i più ricchi possono permettersi. Ogni giorno 10 mila persone nel mondo muoiono perché non possono permettersi le cure mediche. Uguale situazione per quanto riguarda l&#8217;istruzione.</p>
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		<title>LETTERA A SALVINI DI UN&#8217;IMMIGRATA AFRICANA: «LA FACCIA CATTIVA LA DEDICHI AI POTENTI CHE OCCUPANO CASA MIA»</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jan 2019 08:33:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; È diretta e senza mediazioni la lettera aperta di una donna africana al ministro dell&#8217;Interno. &#8220;Se avessi potuto scegliere, avrei fatto volentieri a meno della sua ospitalità&#8221;. (da raiwadunia.com) «Ho visto la sua&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>È diretta e senza mediazioni la lettera aperta di una donna africana al ministro dell&#8217;Interno. &#8220;Se avessi potuto scegliere, avrei fatto volentieri a meno della sua ospitalità&#8221;. (da raiwadunia.com)</strong></p>
<p><strong><em><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/donne-migranti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11931" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/donne-migranti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="720" height="405" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/donne-migranti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/donne-migranti-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></em></strong></p>
<p>«Ho visto la sua faccia ieri al telegiornale. Dipinta dei colori della rabbia. La sua voce ,poi, aveva il sapore amarissimo del fiele. Ha detto che per noi che siamo qui nella vostra terra è finita la pacchia. Ci ha accusati di vivere nel lusso, rubando il pane alla gente del suo paese. <strong>Ancora una volta ho provato i morsi atroci della paura…</strong><br />
Chi sono? Non le dirò il mio nome. I nomi, per lei, contano poco. Niente. <strong>Sono una di quelli che lei chiama con disprezzo “clandestini”.</strong><br />
Vengo da un paese, la Nigeria, dove ben pochi fanno la pacchia e sono tutti amici vostri. Lo dico subito. Non sono una vittima del terrorismo di Boko Haram. Nella mia regione, il Delta del Niger non sono arrivati. Sono una profuga economica, come dite voi, una di quelle persone che non hanno alcun diritto di venire in Italia e in Europa.<br />
Lo conosce il Delta del Niger? Non credo. <strong>Eppure ogni volta che lei sale in macchina può farlo grazie a noi. Una parte della benzina che usa viene da lì.</strong><br />
Io vivevo alla periferia di Port Harkourt, la capitale dello Stato del Delta del Niger. Una delle capitali petrolifere del mondo. Vivevo con mia madre e i miei fratelli in una baracca e alla sera per avere un po’ di luce usavamo le candele. Noi come la grande maggioranza di chi vive lì.</p>
<p><strong>È dura vivere dalle mie parti. Molto dura. Un inferno se sei una ragazza</strong>. Ed io ero una ragazza. Tutto è a pagamento. Tutto. Se non hai soldi non vai a scuola e non puoi curarti. Gli ospedali e le scuole pubbliche non funzionano. E persino lì, comunque, se vuoi far finta di studiare o di curarti, devi pagare. E come fai a pagare se di lavoro non ce ne è? La fame, la miseria, la disperazione e l’ assenza di futuro, sono nostre compagne quotidiane.<br />
La vedo già storcere il muso. È pronto a dire che non sono fatti suoi, vero?<br />
<strong>Sono fatti suoi, invece</strong>.<br />
Il mio paese, la regione in cui vivo, dovrebbe essere ricchissima visto che siamo tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. E invece no. Quel petrolio arricchisce poche famiglie di politici corrotti, riempie le vostre banche del frutto delle loro ruberie, mantiene in vita le vostre economie e le vostre aziende.<br />
Il mio paese è stato preda di più colpi di stato. Al potere sono sempre andati, caso strano, personaggi obbedienti ai voleri delle grandi compagnie petrolifere del suo mondo, anche del suo paese. Avete potuto, così, pagare un prezzo bassissimo per il tanto che portavate via. E quello che portavate via era la nostra vita.<br />
Lo avete fatto con protervia e ferocia. <strong>La vostra civiltà e i vostri diritti umani hanno inquinato e distrutto la vita nel Delta del Niger e impiccato i nostri uomini migliori.</strong> Si ricorda Ken Saro Wiwa? Era un giovane poeta che chiedeva giustizia per noi. Lo avete fatto penzolare da una forca…<br />
Le vostre aziende, in lotta tra loro, hanno alimentato la corruzione più estrema. Avete comprato ministri e funzionari pubblici pur di prendervi una fetta della nostra ricchezza.<br />
L’ Eni, l’ Agip, quelle di certo le conosce. Sono accusate di aver versato cifre da paura in questo sporco gioco. Con quei soldi noi avremmo potuto avere scuole e ospedali. A casa, la sera, non avrei avuto bisogno di una candela…<br />
<strong>Sarei rimasta lì, a casa mia, nella mia terra.</strong><br />
Avrei fatto a meno della pacchia di attraversare un deserto. Di essere derubata dai soldati di ogni frontiera e dai trafficanti. Di essere violentata tante volte durante il viaggio. Avrei volentieri fatto a meno delle prigioni libiche, delle notti passate in piedi perché non c’ era posto per dormire, dell’ acqua sporca e del pane secco che ti davano, degli stupri continui cui mi hanno costretta, delle urla strazianti di chi veniva torturato.<br />
Avrei fatto a meno della vostra ospitalità. <strong>Nel suo paese tante ragazze come me hanno come solo destino la prostituzione</strong>. Lo sapete. E non fate niente contro la nostra schiavitù anzi la usate per placare la vostra bestialità. Io sono riuscita a sfuggire a questo orrore, ma sono stata schiava nei vostri campi. Ho raccolto i vostri pomodori, le vostre mele, i vostri aranci in cambio di pochi spiccioli e tante umiliazioni.<br />
Ancora una volta, la pacchia l’ avete fatta voi. Sulla nostra pelle. Sulle nostre vite. Sui nostri poveri sogni di una vita appena migliore.<br />
Vedo che non ho mai pronunciato il suo nome. Me ne scuso, ma mi mette paura. Quella per l’ ingiustizia di chi sa far la faccia dura contro i deboli, ma sa sorridere sempre ai potenti.<br />
<strong>Vuole che torniamo a casa? Parli ai suoi potenti</strong>, a quelli degli altri paesi che occupano di fatto casa mia in una guerra velenosa e mai dichiarata. Se ha un po’ di dignità e di coraggio, la faccia brutta la faccia a loro».</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Una dolcissima idea</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Sep 2018 07:13:23 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/costa-avorio_0064-FILEminimizer.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11405" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/costa-avorio_0064-FILEminimizer.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="724" height="480" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/costa-avorio_0064-FILEminimizer.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 724w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/costa-avorio_0064-FILEminimizer-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 724px) 100vw, 724px" /></a></b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">Il cioccolato, uno dei cibi più desiderati da ogni persona, in qualsiasi parte del mondo questa si trovi. Ma dove viene prodotto? E in che modo?</p>
<p align="JUSTIFY">Il primo produttore al mondo di cacao è la Costa d’Avorio che da sola rifornisce il 40% del mercato globale e nel 2017 ha esportato quasi due milioni di tonnellate di semi. L’esportazione di tali semi ha assicurato il 20 % del Pil nazionale ma proviamo a pensare praticamente a quello cha accade nell’iter produttivo: braccianti ivoriani raccolgono semi di cacao che vengono immediatamente commerciati dalle diverse multinazionali presenti sul territorio, senza che avvenga nessuna trasformazione primaria in terra africana.</p>
<p align="JUSTIFY">Quando il prodotto grezzo è trasformato in bene di consumo, il suo commercio può alimentare il mercato interno innescando un circolo virtuoso che produce maggiore ricchezza e occupazione. Inoltre, le regole morali delle multinazionali presenti in Costa d’Avorio (ma non solo…) non sono per nulla ammissibili. Uno studio dell’organizzazione non governativa Mighty Earth denuncia come una grande quantità di cacao utilizzato dalle principali aziende produttrici di cioccolato come Mars, Nestlé, Ferrero e Lindt, sia coltivata illegalmente nei parchi nazionali e in altre aree boschive tutelate.</p>
<p align="JUSTIFY">Secondo l’Ong, il business è talmente vasto che le aree protette sono a volte diventate vere e proprie città, come è avvenuto in una foresta tutelata, nella quale vivono migliaia di abitanti e nel tempo sono stati costruiti ventidue magazzini di cacao, una moschea, una scuola, decine di negozi e dispensari medico-sanitari. Tutto ciò porta a conseguenze devastanti sia sotto il punto di vista sociale (meno ricchezza per la popolazione) sia sotto il punto di vista economico (il rigiro di denaro che resta in Costa d’Avorio è bassissimo).</p>
<p align="JUSTIFY">Quale soluzione possibile? Semplicemente, basterebbe innescare dei commerci di trasformazione, anche piccoli, in cui il raccolto dei contadini si possa trasformare in cioccolato di qualità direttamente in Africa.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo è quello che lentamente sta accadendo, ad Abidjan sono sorte piccole botteghe che raccolgono, trasformano e vendono il cioccolato, tutto in Costa d’Avorio.</p>
<p align="JUSTIFY">Un esempio su tutti è Mon Choco, una piccola impresa costituita da sei dipendenti e diretta da Dana Mroueh, 29 anni, che ha come scopo produrre cioccolato per gli ivoriani e, chissà, anche esportarlo.</p>
<p align="JUSTIFY">“Vado di persona a selezionare il cacao migliore in piantagioni che non usano fertilizzanti chimici” spiega Dana, che ha avuto un’idea ancora più innovativa per la sua azienda: una cyclette come macina.</p>
<p align="JUSTIFY">Anziché utilizzare una macchina elettrica industriale, che comporterebbe un alto consumo di energia elettrico (non supportato da un paese che ancora è soggetto a continui black out), le fave vengono sbriciolate con una sorta di macina collegata ad una cyclette. Un’idea sostenibile e socialmente utile, oltre che importante per la salute dei dipendenti che giornalmente sono costretti a fare anche attività fisica.</p>
<p align="JUSTIFY">Un modello di impresa, funzionale e riproponibile che potrebbe segnare una svolta importante nello sfruttamento di terre e risorse tutt’oggi in atto da molte multinazionali e che potrebbe far crescere il numero dei posti di lavoro e il livello di vita di molti ivoriani.</p>
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		<title>Tra le pieghe di Dubai</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Aug 2018 05:38:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Siamo stati a Dubai di passaggio. Grattacieli, superfici riflettenti, moschee di nuova costruzione, l&#8217;edificio più alto del pianeta, il mall più grande del mondo, piscine, alberghi favolosi. Sono ricchi, molto. Sono&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155232.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11160" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155232.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="4032" height="2268" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155232.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 4032w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155232-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155232-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155232-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 4032px) 100vw, 4032px" /></a></p>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>Siamo stati a Dubai di passaggio. Grattacieli, superfici riflettenti, moschee di nuova costruzione, l&#8217;edificio più alto del pianeta, il mall più grande del mondo, piscine, alberghi favolosi. Sono ricchi, molto. Sono competitivi con l&#8217;Occidente, molto. Una metropoli all&#8217;avanguardia, immensa, in mezzo a quello che prima era tutto deserto e poi è arrivato il petrolio. E con il petrolio, il business.</p>
<p>In un paio di giorni, le persone che abbiamo incrociato sono state tutte gentili, è vero. Ma il nostro sguardo si è rivolto a quelle che hanno permesso, e permettono, che la città si espanda, diventi sempre più opulente, capitalistica, sfacciata.</p>
<p>Il nostro omaggio vuole andare a coloro che &#8211; silenziosi e educati &#8211; lavorano negli hotel (quasi &#8220;favoriti&#8221; perché svolgono le attività spesso in ambienti abbastanza puliti e con l&#8217;aria condizionata); a coloro che puliscono i giardini; alle cameriere e ai camerieri che ci servono nei ristoranti; agli addetti alla sicurezza; ai tecnici che fanno funzionare la metropolitana; agli operai che lavorano all&#8217;aperto (e vi possiamo assicurare che la temperatura, in agosto, raggiunge livelli altissimi e che l&#8217;afa toglie il respiro).</p>
<p>Gira l&#8217;Economia, si fa sviluppo, ma sulle spalle e la pelle dei meno fortunati. Così è. E, ovviamente, questo non riguarda soltanto Dubai.</p>
<p>Come si può notare dalle foto (riprese con il cellulare, purtroppo, ma speriamo che rendano l&#8217;idea), queste lavoratrici e questi lavoratori sono quasi sempre immigrati dagli altri Paesi dell&#8217;Asia, molti dall&#8217;Africa. E svolgono mestieri faticosi, il più delle volte. Ci chiediamo come e dove vivano, quanto vengano pagati; che Futuro si aspettano &#8211; per sé o per i propri figli &#8211;  e da quale Passato provengano&#8230;Ci sentiamo a disagio nel guardare il lusso che ci circonda &#8211; unico marchio dell&#8217;identità di Dubai &#8211;  mentre fotografiamo i loro volti, i loro gesti, i loro passi: faccio un sorriso per far capire &#8220;da che parte sto&#8221;, per non sentirmi troppo in colpa, ma fortunata.</p>
<p>Domani riprende il viaggio per la nostra destinazione: l&#8217;Oman. Sarà diverso, dicono. Sicuramente più interessante e intenso, ma a poca distanza, al confine, si trova lo Yemen e mi riprende il senso di frustrazione. E mi sento sempre più fortunata.</p>
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<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155544-e1534411951182.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11162" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155544-e1534411951182.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2268" height="4032" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155544-e1534411951182.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2268w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155544-e1534411951182-169x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 169w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155544-e1534411951182-768x1365.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155544-e1534411951182-576x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 576w" 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		<title>&#8220;Stay Human &#8211; Africa&#8221; : Campo di volontariato in Senegal</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Sep 2016 16:00:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Veronica Tedeschi &#160; Questo diario è stato scritto dopo il campo di volontariato in Senegal, organizzato dall’associazione “Oltre i confini” di Milano dal 1 agosto al 20 agosto 2016. Marco, Riccardo, Pietro, Lorenzo,&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Veronica Tedeschi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Questo diario è stato scritto dopo il campo di volontariato in Senegal, organizzato dall’associazione “Oltre i confini” di Milano dal 1 agosto al 20 agosto 2016.</strong></p>
<p><strong>Marco, Riccardo, Pietro, Lorenzo, Veronica, Elisa, Laura. </strong></p>
<p><strong>Lamine, Diatta, Assane, Sadibou, Elhadji, Andrè, Fallou.</strong></p>
<p><em><u>Giorno 1</u></em></p>
<p>“Taxi, taxi, cambio, cambio”, uno dietro l’altro, con gli occhi fissi sulle valigie, obbligati a percorrere una passerella non invitante, ai lati della quale giovani senegalesi lottavano per accaparrarsi il turista migliore, il più ricco, da poter trasportare a prezzi rialzati in uno degli hotel sulla costa di Dakar.</p>
<p>Questo l’arrivo in Africa di noi volontari “Oltre i Confini”: forte, buio e caldo, molto caldo. Il primo gesto scesi dall’aereo è stato un respiro profondo, che consentisse a quell’aria tanto umida di arrivare ai polmoni; ancora un altro respiro, l’aria sembrava non arrivare, aiuto.</p>
<p>Superata la <em>gabbia dei leoni</em> abbiamo atteso altri due compagni di viaggio arrivati con un altro aereo, per poi partire verso Malika, quartiere nella periferia di Dakar.</p>
<p>Non ho retto il viaggio, lo ammetto, la mia testa ciondolava spesso e volentieri e il viaggio è sembrato infinito. Quando l’auto si è fermata mi sembrava di aver percorso centinaia di chilometri, il posto in cui mi trovavo non era quello da cui ero partita: la strada era fatta di sabbia, le case tutte basse, su uno o due piani al massimo, e un incalzante odore di fogna circondava ogni cosa.</p>
<p>Il sonno ha prevalso su tutte le considerazioni del caso, il tempo di mettere le lenzuola sui letti, barricarci sotto le zanzariere e le nostre prime ore di Africa stavano per abbandonarsi a Morfeo.</p>
<p><strong><em>Riccardo</em></strong><em>: “Non dimenticherò mai quel viaggio in taxi dall’aeroporto a Malika, lo stradone in mezzo alla sabbia, il paesaggio lugubre della periferia urbana, la mente affollata da innumerevoli pensieri… Probabilmente avevo già capito che quella sarebbe stata l’esperienza più intensa della mia vita. Quello che non avevo ancora capito però, è che sarebbe stata anche la più bella”</em></p>
<p>Il risveglio ha permesso di osservare meglio la casa ed il quartiere. La conoscenza dei vicini non è tardata ad arrivare, dai più grandi ai più piccoli, dimostratisi per nulla diffidenti per l’arrivo di un <em>Tubab</em> (bianco in lingua Wolof).</p>
<p>È seguito un piccolo giro del quartiere con Diatta, il proprietario di casa, che ci teneva molto a farci conoscere il posto e <em>sa famille.</em><em> </em></p>
<p>Sì, ci trovavamo veramente dall’altra parte del mondo, stavamo camminando sulla sabbia dell’Africa tanto sognata e sì, era come ce lo aspettavamo. I bambini, onnipresenti, erano nella quasi totalità dei casi sempre scalzi e sorridenti.</p>
<p>Abbiamo camminato sulla sabbia per diversi minuti: guardandoci intorno abbiamo notato che le <em>strade</em> si alternavano a piccoli lotti di terreno verde che, a primo impatto, sembravano utilizzati come discariche; ammetto non fosse un bel vedere, soprattutto per la zona in cui queste piccole discariche si trovavano: in mezzo alle case e in luoghi di passaggio.</p>
<p>Le case: mia madre direbbe “diroccate”, in modo non corretto, diroccato significa cadente, in rovina. Le case a Malika, invece, per quanto vogliose di ristrutturazioni, erano piene di vita, di cucine colme di riso e di bambini, tanti bambini, saltellanti su una pavimentazione spesso inesistente.</p>
<p>Il campo sarebbe iniziato una settimana dopo il nostro arrivo, questi primi giorni sono stati utili per farci conoscere e per conoscere il luogo in cui stavamo, sono stati momenti fondamentali per alleggerirci il peso del cambiamento e per adattarci alla cultura del luogo.</p>
<p>Nel pomeriggio ci siamo recati al mercato per comperare piccolezze utili in casa, come pentole e bacinelle.</p>
<p>Il mercato è stato lo scenario più difficile che ho visto ma che si è poi trasformato in quello più amato; tante persone, tanto cibo, tante mosche sul cibo, tanto disordine, tanto amore.</p>
<p>Centinaia di persone che parlavano, che contrattavano, donne con abiti colorati che pulivano l’insalata sedute per terra, arrotini che limavano il ferro, cavalli che trasportavano bombole di gas; tante persone, tante parole, tante emozioni.</p>
<p><strong><em>Lorenzo</em></strong><em>: “Tolleranza.. sicuramente la parola con la quale identifico il Senegal è tolleranza nei confronti dell’esterno, degli stranieri. Questa caratteristica qui è molto più sentita rispetto ad altri Stati africani.</em></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/MERCATO.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6917" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-6917" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/MERCATO-169x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="MERCATO" width="169" height="300" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/MERCATO-169x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 169w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/MERCATO-768x1365.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/MERCATO-576x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 576w" sizes="(max-width: 169px) 100vw, 169px" /></a></p>
<p><em><u>Giorno 2</u></em></p>
<p>Prima visita all’Ecolè &#8220;Fabrizio e Cyril” di Bene Baraque.</p>
<p>Abbiamo consegnato vestiti e cancelleria portati dall’Italia, suddiviso i medicinali destinati all’infermeria e tradotto principi attivi e usi di questi ultimi.</p>
<p>La scuola è una delle più ambite nel quartiere, se non altro per la presenza dell’infermeria che viene puntualmente arricchita dai volontari; questo perché la maggior parte delle famiglie non può permettersi di acquistare farmaci, anche i più economici e quindi, il più delle volte, la scelta di una scuola piuttosto che un’altra è basata sulla presenza di un’infermeria che, in caso di necessità, possa divenire utile ai figli.</p>
<p>L’approccio alla scuola è stato differente, la tranquillità che aleggiava dentro quelle mura era ben diversa dall’atmosfera presente in tutto il quartiere e questo non poteva che essere un punto a favore per un ottimale insegnamento.</p>
<p>Finite le prime commissioni a scuola, il pomeriggio è stato dedicato al relax, <em>la mer</em>, l’oceano.</p>
<p>Circa 45 minuti di camminata per arrivare alla spiaggia, passando per scorciatoie e strade dissestate, tra i bambini più dolci che volevano essere fotografati e quelli più “minacciosi” che marcavano il territorio chiedendoti il nome prima di farti passare.</p>
<p>Nonostante in tutta la periferia le strade fossero fatte di sabbia, arrivati al mare, la sabbia della spiaggia sotto ai nostri piedi era diversa, la sporcizia era più limitata e il profumo del mare intenso.</p>
<p>Come disse Jules Verne<em>, il mare è un immenso deserto dove l’uomo non è mai solo, perché sente fremere la vita ai suoi fianchi</em>, così era. Non ci sentivamo soli guardando l’oceano, “sono arrivata” ho pensato guardando il mare; mi trovavo esattamente nel posto in cui volevo essere.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/mare.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6922" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-6922" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/mare-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="mare" width="300" height="169" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/mare-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/mare-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/mare-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em><u>Giorno 3</u></em></p>
<p>Prima gita ufficiale, Dakar.</p>
<p>La città si presenta disordinata, chiassosa e ricca di persone. Molto più europea rispetto alla periferia, con tanto di auto, mezzi pubblici e persone, tante persone. L’impatto alla capitale è stato particolare, quasi confuso; abbiamo avuto difficoltà ad orientarci e se fossimo stati turisti senza una guida senegalese sicuramente ci saremmo persi.</p>
<p>L’isola di Gorèe, che avremmo visitato il giorno successivo, si trova davanti la costa della città di Dakar e fu il primo insediamento stabile di europei, in specie portoghesi (nel 1500).</p>
<p>Qui iniziò la tratta degli schiavi, in accordo con i capi Wolof, che vendevano gli schiavi che a loro volta avevano rapito o acquistato più nell’entroterra. Gorèe divenne poi olandese, sino a che non fu acquistata dai francesi. Nel 1677 il Senegal divenne uno dei principali centri africani della tratta di schiavi.</p>
<p>La situazione non mutò fino al 1958, anno in cui il Senegal divenne repubblica autonoma per poi fondersi con il Mali. La Federazione del Mali non resse alla decolonizzazione e appena il 20 agosto 1960 Senegal e Mali dichiararono la propria indipendenza.</p>
<p>Da questo breve cenno storico, si arriva direttamente in Piazza dell’Indipendenza, centro economico di Dakar e monumento fondamentale per il ricordo senegalese. Alla visita delle principali piazze della città è seguito il tour al mercato turistico. Destreggiarsi tra negozianti <em>con merce e oggettistica bellissima</em>, è stato faticoso, lo ammetto.</p>
<p>Chissà se tutti i senegalesi incontrati al mercato si rispecchiano ancora oggi nel monumento più imponente presente nella capitale: il ricordo della resistenza africana.</p>
<p>Imponente, fantastico. Sembra di uscire dalla città per recarsi su di una piccola collina felice, capace di osservare la città dall’alto in silenzio, quasi a controllarla.</p>
<p>Monumento voluto e finanziato da 17 Paesi africani: un uomo che guarda fiero verso l’alto (<strong><em>libertà</em></strong>), con un bambino in braccio che punta il dito verso l’Oceano, verso la costa dell’America (<strong><em>futuro</em></strong>) e una donna tenuta per mano con lo sguardo fisso verso l’isola di Gorèe (<strong><em>ricordo</em></strong>).</p>
<p>Ogni considerazione e spiegazione in più sminuirebbe l’imponenza e l’importanza di questa enorme statua che dall’alto protegge la città e accoglie i turisti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/monumento.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6916" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-6916" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/monumento-169x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="monumento" width="169" height="300" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/monumento-169x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 169w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/monumento-768x1365.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/monumento-576x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 576w" sizes="(max-width: 169px) 100vw, 169px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><u>Giorno 4</u></em></p>
<p>Improvvisata una festa fuori da casa nostra con jambe e altri strumenti acquistati al mercato. Come se i 30 bambini radunatisi in pochi minuti non aspettassero altro che avere degli strumenti da suonare.</p>
<p>I sandaletti di una trentina di bambini in pochi minuti si sono riempiti della sabbia della nostra via, chi ballava, chi cantava e chi suonava. Bambini seduti con gli strumenti in mano, bambine davanti a ballare <em>quando la timidezza lo consentiva</em> e poi noi, che abbozzavamo in malo modo qualche passo, che non stavamo a ritmo ma che facevamo sorridere tutti.</p>
<p>Le emozioni di questa mattinata hanno superato molte altre, descrivere il perchè risulta complicato, immersi nella musica, i nostri piedi si muovevano in un unico grande suono, quasi ritmato.</p>
<p>Le emozioni sono, poi, continuate a scuola, dove i bambini del quartiere fremevano per conoscerci e sono venuti a salutarci a riunione conclusa.</p>
<p>Lo stesso amore, gli stessi sorrisi.</p>
<p>In questa giornata siamo stati ufficialmente accettati da tutto il quartiere, siamo divenuti parte del gruppo! Siamo africani senza essere nati in Africa, l’Africa oggi è nata dentro di noi.</p>
<p><strong><em>Marco:</em></strong><em> “Il “mio Senegal è stato quello delle chiacchere con la gente, degli sguardi diffidenti che un istante dopo diventano sorrisi, delle fotografie in giro, delle partite a calcio con i bambini, delle sessioni di percussioni improvvisate insieme. Quello che ti fa riscoprire il piacere, semplice e originario, della condivisione.”</em></p>
<p><em><u>Giorno 5</u></em></p>
<p><em> </em>Isola di Gorèe.</p>
<p><em>Una porta di non ritorno… da dove? </em></p>
<p><em>Dalla tua terra, dal tuo calore, dai sorrisi che ami.</em></p>
<p><em> </em><em>Una porta di non ritorno… per dove? </em></p>
<p><em>Una porta verso l’Oceano, verso il mare che sembra infinito ma che arriva ad un punto fermo, in una terra cattiva, non accogliente, pronta a sfruttarti.</em></p>
<p><em> </em><em>Io amo la mia terra, non voglio partire. </em></p>
<p><em>Io non posso decidere, io sono un pezzo di carne per gli squali.</em></p>
<p><em>Io ho dei sentimenti, mia madre non la rivedrò più?</em></p>
<p><em>Io abito qui, bianchi bastardi.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Una casa, la prima da quando siamo in Africa, senza bambini, senza profumo di cibo, senza persone. Con un’aria pesante. Quattro mura piene di odio e di razzismo; bambini stretti in una stanza, costretti da catene minuscole come i loro polsi.</p>
<p>Immobili, sdraiati, uno di fianco all’altro.</p>
<p>I pianti, le urla, “dov’è la mia mamma?”.</p>
<p>Oggi Gorèe è un’isola molto bella, il panorama è mozzafiato. Siamo in mezzo all’Oceano, sembra che niente possa colpirci, tranne il ricordo, il peso del male, il peso del pianto e della sofferenza, il peso della schiavitù.</p>
<p>Per non dimenticare.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/gorèe.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6918" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-6918" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/gorèe-169x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="gorèe" width="169" height="300" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/gorèe-169x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 169w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/gorèe-768x1365.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/gorèe-576x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 576w" sizes="(max-width: 169px) 100vw, 169px" /></a></p>
<p><em><u>Giorno 6</u></em></p>
<p><em> </em>Riecco l’immenso Oceano davanti ai nostri occhi, , lo stesso Oceano di Gorèe.</p>
<p>Quanto male ha dovuto sopportare e quanto ancora oggi è costretto a vedere.</p>
<p>Non si vede la fine, tranne al tramonto quando i colori permettono di distinguere il cielo e il mare in modo netto.</p>
<p>“<em>Bienvenue au</em> <em>Senegal</em>”, riecheggiano nella mia mente parole e voci di gente comune incontrata lungo la strada per il mare, voci di bambini e di adulti, accoglienti e dolci. Pronti a riceverci nel loro Paese, cosa tanto complicata che noi occidentali, tanto evoluti ai loro occhi, non siamo riusciti a fare e che, ad oggi, non abbiamo ancora imparato.</p>
<p><strong><em> </em></strong><strong><em>Elisa</em></strong>: <em>“L’Africa mi ha fatto riscoprire l’importanza della condivisione, della cultura e della fratellanza. Mi ha spogliata di tutto il superfluo aprendomi cuore e mente all’essenza della vita”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><u>CAMPO DI VOLONTARIATO – giorni da 7 a 20</u></em></p>
<p><em> </em>L’emozione è stata protagonista in tutti questi giorni, tra canti e abbracci le due settimane di campo sono volate. Nonostante la paura di non essere compresa, di non saper gestire una classe o ancora, di farmi sopraffare dalla gioia, le emozioni positive provate hanno reso questi giorni rasserenanti e piacevoli.</p>
<p>Il campo, iniziato lunedì 8 agosto, consisteva nell’organizzazione e totale gestione di un campo estivo con sede nella scuola Fabrizio e Cyril di Bene Baraque, aperta a tutti i bambini del luogo, non limitata agli iscritti effettivi della scuola dell’intero anno scolastico.</p>
<p>Questo significava preparare lezioni e animazione. Quest’ultima a mio parere è stata il punto di forza di tutto il campo: l’animazione è risultata fondamentale per fare sfogare i ragazzi, permettergli di giocare, piccoli e grandi insieme, è risultata utilissima per creare un rapporto oltre l’insegnamento vero e proprio all’interno delle classi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le classi, luoghi di lavoro in grado di contenere anche 40 bambini, non erano esattamente come ce le aspettavamo, o forse sì. Il disordine era imperante; anche in assenza di bambini le classi sono state trovate sporche e confuse. “Del resto siamo in Africa” ho pensato subito ma no, non era una giustificazione. Affermare di essere in Africa non vuol dire assolutamente niente, le classi non erano sporche perché ci trovavamo in Africa, l’Africa non è nata sporca e le classi bastava ripulirle.</p>
<p>Questo discorso, personalmente è balenato nella mia testa diverse volte durante queste settimane, naturalmente riferito a situazioni e questioni diverse. Potrebbe essere un buon argomento di discussione ma questa non è la sede adatta per l’approfondimento. In ogni caso, è bastato qualche giorno di lezione per “metter sotto” insegnanti e alunni anche nella pulizia delle classi.</p>
<p>Il primo giorno i bambini, in trepida attesa, attendevano i bianchi che, come di consueto, avrebbero tenuto il campo quest’anno. Da lontano ne scorgevamo qualcuno che richiamava l’amico a guardarci, un altro che correva contro di noi e una decina di ragazzi affacciati ai balconi della scuola che parlavano ridendo tra di loro. Stavano aspettando tutti noi, quei sei ragazzi sulla trentina un po’ spaventati che si ritrovavano già a stringere la mano a qualche bambino, che si guardavano intorno con un sorriso immenso e che erano la novità di tutto il quartiere.</p>
<p>Entrati a scuola, la paura è diminuita, gli insegnanti e i ragazzi ci hanno subito accolto con delle canzoni che non dimenticherò mai, che hanno riempito tutte le nostre giornate, dalla permanenza a scuola ai viaggi in car-rapide, le abbiamo canticchiate per tutta la permanenza e ancora oggi risuonano nella mia testa, come un mal d’Africa che non se ne andrà mai.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>AFRIQUE, MON AFRIQUE, AFRIQUE MON AFRIQUE</em></p>
<p><em>AFRICA SAMA REW LA’</em></p>
<p><em>MAMA AFRICA</em></p>
<p><em>AFRIQUE DES FIERS GUERRIERS</em></p>
<p><em>DANS LES SAVANES ANCESTRALES</em></p>
<p><em>AFRIQUE QUI CHATE, MA GRANDMERE</em></p>
<p><em>MAMA AFRICA</em></p>
<p><em>AU BORD DE TES FLUEVES LONTAINES</em></p>
<p><em>JE T’AI JAMAIS CONNU</em></p>
<p><em>AFRICA SAMA REW LA</em></p>
<p><em>MAMA AFRICA</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>All’interno delle classi, i ragazzi cambiavano atteggiamento, la scuola resta il luogo fondamentale nella crescita del bambino, la soggezione provocata dal frustino e dell’insegnante è parte del gioco. Essendo un campo estivo sicuramente l’atmosfera era molto più rilassata ma le ore di lezione restavano tali e l’insegnante era comunque una persona da rispettare, se poi si trattava di un maestro bianco, ballerino durante l’animazione e ridicolo quando provava a parlare wolof ancora meglio.</p>
<p>Le classi erano tre e i ragazzi divisi per età, una classe per i piccoli, i medi e i grandi. Esclusi i piccoli, che avevano attività ad hoc composte essenzialmente di giochi e pasticci con le tempere, per i grandi e medi si alternavano lezioni di inglese e matematica. L’intera gestione del campo era affidatta ai campisti italiani, sempre affiancati da almeno un insegnante senegalese, figura fondamentale per ristabilire l’ordine in momenti di euforia.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/scuola.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6923" data-rel="lightbox-image-4" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-6923" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/scuola-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="scuola" width="300" height="169" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/scuola-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/scuola-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/scuola-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Pietro:</em></strong><em> “A scuola ho ricevuto un affetto  umano spontaneo e straordinario. Con i loro ampi sorrisi, con le mani tanto strette alle mie e attraverso gli affanni per entrare in classe, bloccando la porta di ingresso, i bimbi mi hanno mostrato un benvenuto e una fiducia incodizionati ed inspiegabili.</em></p>
<p><em>Il fatto di essere un tubab, oltreche un elemento di novità non bastano a spiegare la forza della loro apertura nei miei riguardi. Ho provato un forte senso di gratitudine ma mi sono sentito anche incoraggiato e spinto a fare del mio meglio per loro, ma confondendo a volte chi tra noi fosse davvero la guida e disposto a seguire i passi  dell’altro. Forse erano loro che inconsapevolmente mi stavano indicando un orizzonte più umano, sincero ed allegro, certamente diverso rispetto a quello a cui siamo abituati nella nostra vita frenetica occidentale.”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Entrando in una scuola africana ci sono diverse cose da tenere in considerazione, a partire dalla cultura e dalla povertà del luogo in cui gli alunni vivono.</p>
<p>Le difficoltà maggiori che abbiamo incontrato sono riferibili al mantenimento della cancelleria; “<em>essendo un campo estivo</em>”, ci hanno spiegato gli insegnanti del luogo, “<em>qualsiasi cosa consegnata, dal pastello al foglio, è un di più per i bambini e tendono a tenerlo per loro, come fosse un premio</em>”.</p>
<p>Giustificazione parziale per il pensiero occidentale, scontata in quello africano; molte situazioni che a noi parrebbero scontate sono da ridimensionare, condizioni che farebbero andare su tutte le furie sono qui considerate normalità. Il contesto in cui questi ragazzi vivono fa sì che ogni oggetto messo a loro disposizione sia considerato un po’ anche loro.</p>
<p><strong><em> </em></strong>“Chi ha poco per sè, ha tanto per gli altri”, così mi dissero qualche tempo fa e in Africa questa cosa è quanto mai sentita, la condivisione del cibo, degli spazi, delle emozioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho ricevuto dei regali da alcune mie alunne, senza che queste volessero nulla in cambio.</p>
<p>Ho ricevuto “inviti a cena” da persone sedute per terra a mangiare riso da una ciotola comune.</p>
<p>Ho ricevuto abbracci spontanei senza un motivo specifico.</p>
<p>Parlare di condivisione con riferimento ai bambini è complicato, italiani o senegalesi, poco cambia. Soprattutto all’interno di una scuola, è stata dura far condividere la cancelleria che avevamo portato per loro, molte cose sono andate perse e molte altre non sono state restituite.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>“Madame, madame, madame” “le crayon, le crayon, le crayon”</em>.</p>
<p>Qualsiasi colore avessero in mano era quello sbagliato, il colore che serviva a loro era in mano ad un altro bambino e loro, a suon di parole e alzate di mano, erano disposti a tutto per averlo.</p>
<p>Le classi erano comunque gestibili, i ragazzi ascoltavano con interesse e, concluso il compito, i bambini facevano a gara per essere i primi a prendersi il “Bravo!” dall’insegnante, che facesse invidia a tutti i compagni. La classe più complicata è forse stata quella dei piccoli per difficoltà legate essenzialmente alla lingua; questo perchè fino ai 7/8 anni i bambini in Senegal parlano solo lingua woloof alternata a pochissime parole di francese.</p>
<p>I volontari italiani impiegati in questa classe hanno, quindi, avuto difficoltà a farsi comprendere e rispettare per mantenere l’ordine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Laura:</em></strong><em> “Un episodio particolarmente emozionante a scuola, nella classe dei piccoli, è stato aiutare i bimbi, che non sapevano impugnare la matita, a disegnare e colorare. Prendere la loro mano e guidarli nell’attività mi ha trasmesso un’emozione stupenda.</em></p>
<p>Nonostante alcune difficoltà superabili e superate, due settimane di campo sono volate, tra balli sfrenati e attese interminabili per i pranzi tutto è finito e oggi mi ritrovo in Italia, davanti al mio computer a cercare di scrivere di tutte le emozioni provate. Ho deciso di inserire in questo diario le emozioni dei miei compagni di viaggio sia per farmi aiutare in questo difficile compito sia perché avere un gruppo così unito è stato fondamentale per superare le difficoltà.</p>
<p>Questo non vuole essere un incitamento ad andare in Africa ad ogni costo, vuole essere un consiglio a lasciarvi andare all’amore e alla felicità. A prendere la vita dal lato giusto che c’è chi, con poco, vive meglio di noi, sa gestire le emozioni in modo adeguato e non si fa sopraffare da tristezza e depressione.</p>
<p>C’è chi vive senza scarpe e chi lavora una vita per non rimanere senza.</p>
<p>Conosciute tante persone senza scarpe e tante con, penso di poter concludere che sì, si vive meglio senza scarpe.</p>
<p>Lasciatevi emozionare.</p>
<p><strong><em> </em></strong><strong><em>Veronica</em></strong><em>: “Sono diventata ricca con poco, di una ricchezza invidiabile che intendo condividere con questo diario e con i miei racconti su cosa l’Africa mi ha lasciato. Facendomi guardare negli occhi e condividendo l’amore ricevuto in questi giorni spero di essere in grado di trasmettere il calore, l’accoglienza e i sentimenti provati in questi giorni.</em></p>
<p><em>Il mio saluto all’Africa è stato un arrivederci, non un addio, perché una volta provate certe sensazioni è difficile farne a meno, forse è questo il mal d’Africa di cui tutti parlano?”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/gruppo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6919" data-rel="lightbox-image-5" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6919" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/gruppo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="gruppo" width="5312" height="2988" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/gruppo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 5312w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/gruppo-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/gruppo-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/gruppo-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 5312px) 100vw, 5312px" /></a></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Uno sguardo sull&#8217;apartheid: le fotografie di Pino Ninfa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 May 2013 05:57:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[cibo]]></category>
		<category><![CDATA[Città del Capo]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[foto]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[immagini]]></category>
		<category><![CDATA[Johannesburg]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Ninfa]]></category>
		<category><![CDATA[ricchezza]]></category>
		<category><![CDATA[Spazio Oberdan]]></category>
		<category><![CDATA[Sudafrica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 2 al 15 maggio è stata allestita, nel foyer dello Spazio Oberdan a Milano, la mostra Round about township del fotografo Pino Ninfa, promossa dalla Provincia. Luoghi storici e periferie urbane delle due&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0cm;">
Dal 2 al 15 maggio è stata allestita, nel foyer dello Spazio Oberdan a Milano, la mostra <i>Round about township </i>del fotografo Pino Ninfa, promossa dalla Provincia. Luoghi storici e periferie urbane delle due grandi città del Sudafrica: Città del Capo e Johannesburg. Qui esiste ancora l&#8217;apartheid, ma si possono trovare anche segni di grande solidarietà e di dignità profonda.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Pino Ninfa ha tenuto anche un workshop con i ragazzi che vivono nelle township e le immagini sono state raccolte in pannelli che hanno arricchito l&#8217;esposizione milanese.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Riportamo le parole del fotografo e alcune sue immagini</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;In che forme è ancora presente l&#8217;apartheid in Sudafrica?</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L’apatheid<br />
è presente in molte forme.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
quelle zone bianche del Sudafrica  che non hanno accettato la fine<br />
dell’apartheid e anche una apartheid al contrario dove i neri, che<br />
hanno una posizione di un certo rilievo (nella polizia per esempio),<br />
la esercitano con una certa discriminazione verso i bianchi.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Io ho<br />
vissuto un esperienza di questo genere: sono<br />
stato fermato con tentativo di arresto solo perchè fotografavo un<br />
cartello in prossimità di una stazione.</div>
<div style="border: none; margin-bottom: 0cm; padding: 0cm;">
Non<br />
c&#8217;era nessun divieto,ma anche se vi fosse stato i modi e i metodo<br />
usati erano quelli di chi vuol fare pagare a qualcuno per i torti<br />
subiti in passato o per il colore della pelle.Per fortuna non tutti<br />
la pensano così.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Com&#8217;è<br />
stata la sua esperienza con i ragazzi che vivono nelle township? Ci<br />
può raccontare la storia di qualcuno di loro?</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Nascono<br />
tutti in condizioni di estrema povertà.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Cercano<br />
di fare tanti piccoli lavoretti per vivere, un po&#8217; come dappertutto:<br />
scaricano, portano in giro volantini, e in rari casi, fanno i<br />
commessi. Pochi vanno a scuola.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Edward,<br />
però, che ha frequentato il corso che ho tenuto con loro, ha cercato<br />
col tempo di di mettere via i soldi per acquistare una macchina<br />
fotografica e per cercare di realizzare il suo sogno: quello di<br />
diventare fotografo. Adesso inizia a girare e a proporsi.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Quali<br />
interventi sarebbero necessari per migliorare le condizioni della<br />
loro vita?</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Innanzitutto<br />
una ridistribuzione delle ricchezze.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Inoltre,<br />
bisogna avere senso civile per dare un aiuto concreto, cercando di<br />
capire bene con chi si ha che fare (le persone da<br />
aiutare),studiandone le abitudini, i bisogni, e i motivi della loro<br />
emarginazione.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Di<br />
solito le township sono abitate da persone che arrivano da fuori,<br />
senza reddito,senza nulla,quindi per migliorare le loro condizioni di<br />
vita basta qualsiasi cosa, a cominciare dalle priorità: il cibo e il<br />
lavoro. Bisogna, in questo caso, anche insegnare loro il modo di<br />
potersi proporre quando si va alla ricerca di lavoro o si vuole<br />
mostrare la propria competenza.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
fotografia, oggi, riesce a coniugare l&#8217;aspetto poetico con la<br />
documentazione della realtà?</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Secondo<br />
me sì. Per quanto mi riguarda una fotografia che non riesce a<br />
toccare anche i ritmi del cuore e della poesia, manca di una parte<br />
importante.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Documentare<br />
la realtà è anche raccontarla e un racconto senza poesia molto<br />
spesso perde subito di interesse.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Quanto,<br />
il suo lavoro, è ispirato all&#8217;arte pittorica?</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Sono un<br />
appassionato di arte in genere. La pittura per me è stato uno<br />
strumento importante per avvicinarmi in profondità alle cose della<br />
vita. Che sia la luce, il ritratto,la forma in genere. Con l’arte<br />
si incontra spesso il lato nascosto delle cose e lo si esplora.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
pittura mi ha fornito questa possibilità.&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/05/ninfa_00_672-458_resize.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/05/ninfa_00_672-458_resize.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="213" width="320" /></a></div>
<p></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/05/ninfa_04_672-458_resize.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/05/ninfa_04_672-458_resize.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="212" width="320" /></a></div>
<p></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/05/ninfa_06_672-458_resize.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/05/ninfa_06_672-458_resize.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="213" width="320" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
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