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	<title>rubrica Archives - Per I Diritti Umani</title>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Martina Foglia</p>



<p>Finalmente dopo tanto tempo ritorno a scrivere per questa rubrica Lo faccio raccontandovi la storia di Elisa, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. Una donna, una mamma, una caregiver, che ha scelto di cambiare la sua vita per amore di sua figlia. Questa è la storia di Elisa, che sceglie di affrontare un salto nel buio, non sapendo, non avendo appigli a cui aggrapparsi, eppure ogni giorno decide di lottare contro le paure i dubbi le incertezze di un futuro, che pur non sapendo cosa riserverà, crede possa essere migliore. </p>



<p>Potresti presentarti?</p>



<p>Sono Elisa, 45 anni, vivo da sempre a Desio dove vive anche la mia famiglia a cui sono molto legata. Sono sposata con Paolo dal 2011 e nel 2013 è arrivata Anna. </p>



<p>Sei mamma di Anna una bambina affetta da una malattia molto rara A che età hai scoperto questa malattia e come questa scoperta ha cambiato la tua vita ? Abbiamo scoperto della sua malattia quando Anna aveva 7 mesi e io 33 anni. Dal punto di vista personale è stata dura rendersi conto che la mia esperienza di mamma non sarebbe stata come l&#8217;avevo immaginata, i sogni anche semplici come cucinare qualcosa con mia figlia, non si sarebbero mai realizzati </p>



<p>Prima della nascita di Anna lavoravi? Se si, che lavoro svolgevi, ti piaceva? </p>



<p>Prima di Anna ero una restauratrice. Quando sono rimasta incinta stavo lavorando alla villa reale di Monza, sapevo che con la gravidanza avrei interrotto per un po&#8217; il lavoro ma pensavo giusto per i soliti mesi, un anno, come tutte le neo mamme. Ho dovuto presto ricredermi perché le visite,i ricoveri e le sedute di terapia hanno assorbito tempo e forze e non mi è più stato possibile tornare al lavoro. Sono stata per tanti anni restauratrice e mi piaceva tanto, mi dava soddisfazione nonostante fosse un lavoro fisicamente faticoso. </p>



<p>So che attualmente svolgi tutt&#8217;altro tipo di lavoro, in un ambito completamente diverso, sei educatrice in una scuola, quali sono le ragioni che ti hanno spinto al cambiamento? Col tempo sono arrivata alla decisione di abbandonare il restauro. Il mio corpo non era più in grado di reggere lo sforzo fisico del cantiere o del laboratorio( dove mi occupavo di mobili antichi) e in contemporanea la movimentazione di Anna in crescita che iniziava a pesare sempre più. Se già a causa del restauro ero cliente abituale del fisiatra, ora la situazione stava peggiorando. Non sono mai stata in grado di stare ferma, appena Anna si è inserita stabilmente in un centro diurno riabilitativo ho cercato di capire cosa fare da grande. È arrivato un suggerimento da un&#8217;amica e, non senza mille paranoie, ho provato. </p>



<p>Quali sono le gratificazioni più grandi del tuo nuovo lavoro? Ciò che accomuna il mio primo lavoro e quello di educatrice è la pazienza, sono da sempre una gran devota di santa pazienza! Io mi occupo sia di adolescenti che di bimbi e la cosa che mi piace di più è vedere la loro soddisfazione quando riescono in un compito difficile. Hanno un sorriso impagabile! </p>



<p>Quali sono i valori che pensi di aver trasmesso ai ragazzi che segui ed i valori che loro ti hanno trasmesso ? </p>



<p>Credo che il valore aggiunto sia il mio essere mamma/ caregiver perché ho modo di comprendere meglio i genitori con cui mi rapporto. Questo a volte può essere un limite&#8230; </p>



<p>Ultimamente ti sei nuovamente &#8220;rimessa in gioco&#8221;, iscrivendoti all&#8217;università per diventare educatrice Cosa ti ha spinto a prendere questa ulteriore decisione avendo tu già un lavoro come educatrice? Raccontaci&#8230; </p>



<p>Quando ho capito che mi trovavo bene in questo nuovo ruolo ho deciso di prendere la laurea in scienze dell&#8217;educazione per poter avere anche una maggiore preparazione. In contemporanea non perdo di vista anche i vari corsi che vengono proposti dalla Lega del Filo d&#8217;Oro, sono più incentrati su disabilità visive e uditive ma li trovo incredibilmente illuminanti per qualunque situazione. </p>



<p>Come riesci a conciliare il tuo lavoro di educatrice, quello di mamma e lo studio&#8230; Esiste qualche ente oltre ovviamente ai tuoi familiari, che ti aiuta nella cura di Anna? Conciliare tutto è piuttosto difficile, per fortuna lavoro part-time e cerco di gestire le ore libere per lo studio e tutto ciò che non posso fare quando Anna torna da scuola a metà pomeriggio. Al momento ho solo la famiglia di mio fratello con mia cognata e i miei nipoti che mi danno una mano e che,quando abbiamo bisogno di una pausa, ci permettono di uscire da soli. Mia mamma è una presenza fissa come supporto morale ma ad oggi non ho ancora trovato nessuno che ci possa offrire un servizio di babysitteraggio alternativo. Il comune tramite la misura b2 ci ha proposto un servizio OSS due volte a settimana. L&#8217;ho accettato di buon grado dato che ho una spalla in grave difficoltà e un po&#8217; di aiuto mi fa&#8217; comodo. Altri momenti di sollievo li abbiamo un sabato al mese perché portiamo Anna a Lesmo alla lega del filo d&#8217;oro e la recuperiamo a metà pomeriggio. Sono momenti preziosi! </p>



<p>Per esperienza personale so quanto sia importante che una persona con disabilità trovi il proprio spazio, ma è altrettanto importante che anche chi se ne prende cura possa trovarne uno proprio, riesci a ritagliarti del tempo per te stessa ? </p>



<p>Al momento è quasi tutto dedicato allo studio ma sto cercando di ritagliarmi qualche cena/serata con amiche per staccare un po&#8217;. </p>



<p>Afronte di tutto ciò sei pentita della scelta che hai fatto? No,come dicevo fatico a stare ferma e le sfide mi piacciono, quindi lo rifarei. In ogni caso non ritengo molto utile rimuginare sui se e sui ma, ogni cosa che ci accade,per scelta o casualità,porta sempre un arricchimento </p>



<p>Qual è il tuo motto se ne hai uno? </p>



<p>Non ho un vero e proprio motto ma un modo di affrontare le cose, il più possibile con positività e sorriso, le cose brutte accadono comunque ma in questo modo è più facile, almeno per me Ringrazio tantissimo Elisa per la sua disponibilità, concludo con una riflessione: secondo me Elisa può essere un esempio per tuttə noi! </p>



<p>A volte la vita ci impone di dover scegliere e a me personalmente soprattutto in quest&#8217;ultimo periodo capita di scegliere la strada più facile, quella dell&#8217;evitamento del problema, di non volerlo affrontare direttamente per paura insicurezza, invece la storia di Elisa ci insegna che si può scegliere di andare avanti percorrere una strada tortuosa dissestata piena di imprevisti, ma una volta arrivati in cima alla salita, ecco che si intravede una luce, quella della gioia: la gioia nel vedere che i piccoli o grandi traguardi sono stati raggiunti. E da qui credere che un futuro migliore possa esistere.</p>
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		<pubDate>Tue, 03 Sep 2024 07:39:03 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Martina Foglia </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/par.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="429" height="430" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/par.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17686" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/par.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 429w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/par-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/par-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/par-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/par-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 429px) 100vw, 429px" /></a></figure></div>



<p></p>



<p>Come molti di voi sapranno in questi giorni si stanno svolgendo le Paralimpiadi a Parigi, una bellissima occasione per parlare di Diritto allo sport e di sport accessibile. Lo faremo attraverso questa testimonianza/intervista ad Allegra Magenta una ragazza con disabilità motoria acquisita che ha trovato nello sport accessibile un modo per autodeterminarsi e per accrescere l&#8217;autonomia continuando a seguire le proprie passioni.</p>



<p>Vuoi presentarti?<br>Mio papà ha scelto di chiamarmi Allegra dopo avermi visto nascere, pare che già ridessi molto e devo dire che è un nome che mi piace e che mi si addice. Nel mondo sportivo mi chiamano tutti &#8220;Happy&#8221; perché le straniere australiane e americane non riuscivano a pronunciare bene il mio nome. Ho da sempre praticato sport e avendo due fratelli maschi sono sempre stata molto competitiva e grazie allo sport paraolimpico, anche dopo un grave incidente, ho potuto riprovare l’adrenalina competitiva.</p>



<p>Come è nata la tua passione per lo sport?<br>È nata grazie alla possibilità avuta da piccola di provarne molti tra cui: nuoto, judo, tennis per poi innamorarmi del softball (baseball femminile) e poi post incidente: scherma e del tennistavolo.<br>Credo proprio di potermi appassionare di qualunque sport, ricordo che appena dopo il mio incidente potevo solo muovere la testa e con collare e corsetto in carrozzina mi sono allenata con la cerbottana ed ero felice.</p>



<p>C&#8217;è stato qualcuno (tra i familiari, o qualche associazione sportiva) che ti ha sostenuto in questa tua passione?<br>Nel mondo del softball sicuramente il BSC Legnano dove ho giocato e nel 2007 vinto con la mia squadra lo scudetto italiano, la Coppa Italia e la Coppa delle coppe. Post incidente sicuramente la società di scherma a Niguarda creata dalla maestra Carolina Gambirasio e poi la mia attuale società di tennistavolo Nerviano.</p>



<p>Ricordi il momento in cui hai deciso di fare sport a livello agonistico e quali sono state le motivazioni ?<br>Inizialmente hanno creduto in me e mi hanno selezionato gli allenatori di softball, ma già all ascuola elementare,quando praticavo judo, il mio maestro voleva farmi gareggiare perché notava lo spirito agonistico. Ammetto che per la mia ottica fare sport ha senso per prepararsi al meglio e poi gareggiare; solo in gara infatti si valuta il livello di preparazione fisica e mentale e ci si confronta con avversari: sia vincendo sia perdendo si impara e si cresce sempre.</p>



<p>So che ti sei cimentata in più di uno sport, puoi raccontare le tue scelte?<br>Prima di tutto ho scelto la scherma perché durante il mio ricovero presso l’Unità spinale di Niguarda c’era la possibilità di provare e già da ricoverata andavo a curiosare in palestra. Dopo cinque anni ho capito che, anche se molto affascinante e divertente, è anche tanto asimmetrico dato che gli affondi vengono fatti lateralmente e per il mio fisico iniziava ad essere faticoso e sconsigliato. La seconda e per ora definitiva scelta è andata sul tennistavolo: è uno sport più corretto per il mio fisico (lesione midollare alta e amputazione al braccio destro) e mi permette di allenarmi più ore e performare con più facilità e poi si può gareggiare nel campionato dei normodotati perchè le regole e i materiali sono gli stessi: quindi la sfida è ancora più stimolante!</p>



<p>Che rapporto hai con la competizione?<br>Di dipendenza direi. Mi piace essenzialmente la sensazione di mettermi alla prova e imparare e quindi conoscere meglio il mio corpo e la mia mente per migliorarmi.</p>



<p>Puoi raccontarci cosa ti ha portato a partecipare alle Olimpiadi di Rio come volontaria?<br>È stata un’esperienza unica, sono molto felice di aver partecipato anche perché credo che fossi l’unica volontaria con disabilità che ha attraversato l’oceano per fare servizio all’interno del villaggio olimpico. Sembrava di essere in un sogno ogni giorno. Lo consiglio a chiunque di fare domanda e provare questa esperienza; inoltre farlo in Brasile con lo spirito carioca è stato esaltante! Tra le esperienze più belle.</p>



<p>Cosa ricordi di quella meravigliosa esperienza, che emozioni e sensazioni hai provato e cosa ti ha insegnato?</p>



<p>Ricordo con i cuoricini agli occhi il gruppo di volontari con cui ho lavorato composto da una cinese, un americano, un inglese, un brasiliano e il responsabile dello Zimbabwe. Insomma un&#8217;esperienza internazionale e tanto stimolante.</p>



<p>Quale è secondo te il valore più importante che lo sport trasmette?</p>



<p>Rispetto nei confronti di avversari, arbitri,  e delle regole del gioco.</p>



<p>Il tuo motto? Se ne hai uno&#8230;</p>



<p>Beh, &#8220;Don’t worry be Happy&#8221; mi piace molto ed è coerente con il mio soprannome da atleta.</p>



<p>Cosa ti aspetti per il tuo futuro sportivo?</p>



<p>Di trovare il modo di allenarmi in modo costante, fare più gare possibili e mettere un po’ di soldi da parte per poter iscrivermi a tanti tornei internazionali e scalare il ranking mondiale. Il mio sogno è sicuramente quello di esserci come atleta italiana nelle prossime paraolimpiadi.</p>



<p>Quest&#8217; intervista ci dimostra che, credendo nelle proprie capacità, con costanza e determinazione, si può trovare sempre un&#8217;alternativa, una possibilità per continuare a coltivare le proprie aspirazioni!</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/oli.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="640" height="640" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/oli.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17687" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/oli.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 640w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/oli-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/oli-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/oli-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/09/oli-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></figure>



<p></p>



<p></p>
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		<title>“LibriLiberi”. Trilogia della guerra</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Aug 2024 07:31:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Agustin Fernàndez Mallo è uno scrittore galiziano che con il suo ultimo lavoro “Trilogia della guerra” (edito in Italia da Utopia) propone un esempio della corrente letteraria di cui è fondatore&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/trilogia-copertina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="600" height="600" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/trilogia-copertina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17654" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/trilogia-copertina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/trilogia-copertina-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/trilogia-copertina-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/trilogia-copertina-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/trilogia-copertina-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></figure></div>



<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Agustin Fernàndez Mallo è uno scrittore galiziano che con il suo ultimo lavoro “Trilogia della guerra” (edito in Italia da Utopia) propone un esempio della corrente letteraria di cui è fondatore ed esponente, chiamata <em>Nocilla</em> o <em>afterpop</em>, una corrente che si basa sulla interdisciplinarietà e frammentazione del racconto, sull&#8217;utilizzo di testi altrui, sulla commistione di cultura alta e cultura popolare. Un vero e proprio metodo sperimentale di narrativa che, però, non stordisce il lettore, ma lo accompagna in un viaggio fisico e mentale, denso di riflessioni sul Passato e sul Presente.</p>



<p>Mallo è stato un Fisico per diciotto anni; la traduttrice italiana, Silvia Lavina, è laureata in Filosofia: Fisica e Filosofia, si sa, si abbracciano. Ma vediamo di capire di cosa si parli: diviso in tre libri &#8211; non capitoli, infatti, e i riferimenti alla Bibbia puntellano alcune parti – il libro fa muovere i protagonisti tra l&#8217;isola di San Simòn, che negli anni della guerra civile spagnola ospitò un campo di concentramento; gli Stati Uniti dove un reduce della guerra del Vietnam dice di essere il quarto tra i primi astronuati ad aver posto la bandiera sulla Luna; e la costa della Normandia, attraversata da una donna, costa che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale. Tre guerre, vicine e lontane, che emergono sì dal racconto, ma sottoforma di ricordi, pensieri, ipotesi e quindi non in maniera diretta. Guerre evocate, immaginate, rimembrate che restano impresse sulla pelle di chi le ha vissute o di chi le ha solo studiate oppure ascoltate; conflitti che fanno da sfondo e si intrecciano alle esistenze dei tre protagonisti che forse sono una persona sola o che forse incarnano lo scrittore stesso e anche ognuno di noi perchè in ciascuna di quelle esistenze viene messa in discussione la consueta modalità di vedere le cose. In alcune pagine sono, infatti, riportate fotografie in bianco e nero, apparentemente banali o strane, che mai qualcuno avrebbe scattato. Eppure c&#8217;è qualcuo che lo ha fatto e le ha pubblicate e commentate: perchè, come si legge in esergo (ed è un verso di Carlos Oroza, poeta iberico) “<em>E&#8217; un errore dare per scontato ciò che fu contemplato</em>”. Verso, questo, che più volte viene ripetuto come mantra, come monito e, infine, come spiegazione di tutto l&#8217;impianto narrativo. Facciamo un esempio: uno dei personaggi più interessanti &#8211; che si fa chiamare non a caso Salvador Dalì &#8211; in un lungo monologo, osserva (guarda) a lungo la spazzatura che si concentra nel fiume Hudson a Manhattan e sostiene che gli artisti creano a partire dagli scarti di coloro che li hanno preceduti e che, in fondo, l&#8217;evoluzione umana è avvenuta grazie agli <em>scarti</em> di chi ci ha preceduto.</p>



<p>Numerosi, inoltre, i riferimenti a W.G. Sebald e al suo celebre “La Storia naturale della distruzione”, ma come dicevamo molti sono gli omaggi a scrittori e persone di cultura in generale (Musica, Poesia, Cinema, Pittura) che vanno a comporre un puzzle fantasmagorico grazie anche alle attività mentali dei tantissimi attori di queste storie, attori viventi e attori che non ci sono più. E qui c&#8217;è un altro tema importatissimo, forse quello principale: la possibilità di un dialogo tra vivi e morti. Siamo certi di essere noi i sopravvisssuti ? I nostri comportamenti, il nostro modo di attuare l&#8217;esistenza è davvero intenso, naturale, genuino, oppure ci siamo persi tra i meccanismi politici, economici e sociali? C&#8217;è chi muore per un&#8217; utopia e chi muore lentamente senza nemmeno accorgersene.</p>



<p>Infine: qual è il significato del verso di Oropa? Si tratta del suggerimento di guardare la realtà (e la Storia collettiva o individuale che sia) sempre da punti di vista differenti, mai in maniera unilaterale perchè solo in questa maniera si possono scoprire tutte le superfici e le stratificazioni del tempo. Viene in mente Borges che intravedeva nelle teorie filosofiche l&#8217;opportunità di scrivere finzioni e di utilizzare tali finzioni per mostrare i lati nascosti, immaginali della realtà o degli infiniti mondi possibili.</p>



<p>Per favore, se pensate di leggerlo, non fatevi spaventare dalle narrazioni calidoscopiche, dai passi in flashback o in flasforward oppure dalle lunghe pagine di riflessioni, di pensieri, di sogni, di fantasie&#8230;Non è noioso, è “diverso”, è un libro colto, arguto, è un modo differente di leggere, di scrivere, di essere.</p>



<p>“Tutte le guerre sono un gioco, perchè ogni parte calibra le possibilità concrete di perdere qualcosa per ricavarne un beneficio, ma l&#8217;11 settembre e le successive invasioni di Afghanistan e Iraq infrangevano quel principio universale antropologico”.</p>



<p>“Alcuni allontanano la paura cantando, che è un modo per decorarla, altri parlando con se stessi, che è un modo di farla marcire dentro, altri tentano di trovare l&#8217;origine scientifica della paura per convertirla in un mero oggetto, io compresi l&#8217;inutilità di questi metodi e dunque provai ancora più paura; una paura doppia”.</p>



<p>“Perchè è proprio questa la grandezza della letteratura che si rispetti: non solo svelarci ciò che non esiste, ma anche ciò che non potremmo arrivare a concepire”.</p>
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		<title>&#8220;Buone notizie&#8221;. Dalla tossicodipendenza si PUÒ uscire!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jul 2024 15:02:30 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>A cura di Martina Foglia </p>



<p>Come ci dimostra questa intervista, dalla tossicodipendenza si può uscire con l&#8217;aiuto di professionisti qualificati a cui affidarsi, acquisendo consapevolezza in se stessi, riconoscendo i propri errori ed imparando da questi! La storia di Valerio insegna che con la determinazione e la costanza si possono affrontare percorsi dolorosi e difficili e iniziare una nuova vita! </p>



<p>Vuoi presentarti ?</p>



<p>Sono Valerio ho 41 anni e vivo a Pavia. Come lavoro faccio l&#8217;educatore presso la &#8220;Casa del Giovane&#8221; di Pavia in una struttura chiamata &#8220;Casa accoglienza&#8221;, una comunità terapeutica e specialistica per ragazzi che vanno dai 14 ai 25 anni. </p>



<p>Quando e perché sei entrato in comunità? </p>



<p>Sono entrato in comunità per la prima volta a diciotto anni, esattamente nel 2000. Ero molto giovane, ma mi sono reso conto che avevo un problema con la cocaina di cui non riuscivo più a farne a meno. Ho chiesto aiuto allla mia assistente sociale dell&#8217; epoca che mi ha indirizzato al Sert di zona; in due mesi sono riuscito ad entrare in comunità. </p>



<p>So che oggi fai il mestiere di educatore nella stessa comunità che ti ha accolto da giovane: cosa ti ha spinto a fare questa scelta?  Raccontaci in breve le tappe salienti del tuo percorso</p>



<p>Ho scelto di tornare a lavorare con i ragazzi per cercare di mettere al servizio la mia esperienza di dipendenza e disagio, sperando possa essere loro da stimolo.</p>



<p>All’epoca ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada persone che mi hanno accolto e supportato durante il mio percorso senza mai giudicarmi, anche nei momenti più difficili mi hanno sempre sostenuto, facendomi sentire parte di una famiglia allargata e questo mi ha permesso di fidarmi e di conseguenza di sperimentare cose nuove come, ad esempio, relazioni sincere ed è quello che cerchiamo di fare anche oggi. </p>



<p>Quali attività esistono per il reinserimento di questi ragazzi all&#8217;interno della società? </p>



<p>Per il reinserimento dei ragazzi sinceramente siamo un po&#8217; carenti; ci sono borse lavoro e tirocini che avviano al lavoro perchè, dato che sono per la maggior parte giovani,  sono a carico della famiglia e pochi cercano una vera indipendenza al di fuori del nucleo familiare. Per chi finisce il percorso di riabilitazione si stabiliscono degli incontri di verifica mensili per monitorare l&#8217;andamento. </p>



<p>Come comunità aiutate concretamente e periodicamente i ragazzi del parco di Rogoredo (nel milanese): cosa fate in particolare? Siete riusciti a salvare qualcuno di loro? </p>



<p>Come comunità accogliamo chi dal &#8220;bosco di Rogoredo&#8221; vuole provare ad uscire e in questo momento abbiano due ragazzi che sono in comunità da più di un anno e stanno molto bene; negli anni ne abbiamo accolti parecchi, alcuni hanno mollato altri no. </p>



<p>Pensi che da parte delle istituzioni ci sia il giusto supporto per il lavoro che fate? </p>



<p>Le istituzioni concretamente fanno ben poco per supportare il lavoro che facciamo; Rogoredo per esempio è un servizio di volontariato dove le istituzioni non ci aiutano minimamente e tutti i costi sono a carico dei volontari. </p>



<p>Avete anche realizzato un documentario che racconta il percorso di chi entra all&#8217;interno della comunità e il lavoro che viene regolarmente svolto per aiutare questi ragazzi&#8230; Ci vuoi raccontare come è nata l&#8217;idea, come hanno reagito i ragazzi? </p>



<p>Lo scorso anno abbiamo girato questo documentario intitolato &#8220;Scaltri ingenui&#8221;. E&#8217; nato per caso: un operatore ci ha fatto conoscere questo regista (Fabio Longagnani) che è venuto in comunità e si è appassianotato e incuriosito delle storie degli utenti e degli operatori, ha trascorso alcuni mesi da noi. I ragazzi hanno partecipato entusiasti al progetto e sono stati coinvolti in prima persona, c&#8217;è chi ha raccontato il proprio percorso e chi ha dato una mano al regista dietro le quinte. La cosa bella è che molte scuole hanno dedicato alcune mattinate alla proiezione del documentario con le testimonianze dei ragazzi stessi. </p>



<p>Quali sono le tue più grandi soddisfazioni? Cosa hanno imparato o imparano i ragazzi da te e tu da loro? </p>



<p>La più grande soddisfazione nel lavoro che faccio è vedere &#8220;rifiorire&#8221; molti di questi ragazzi, quando si lasciano aiutare e cominciano a fidarsi. É un percorso quotidiano che fai con loro e molto faticoso, ma allo stesso tempo, quando vedi che si &#8220;accende&#8221; quella fiammella di speranza in loro e cominciano a star bene è fantastico. Da loro imparo un sacco di cose: una su tutte, l&#8217;entusiasmo che hanno giovani.  Io cerco di portare un po&#8217; di speranza e dò loro anche fiducia</p>



<p>In base alla tua esperienza cosa ti senti di dire ai ragazzi di oggi per evitare che prendano strade pericolose? Il tuo motto è? </p>



<p>Ti direi che il mio motto è: &#8220;Vai avanti e non mollare&#8221;, nel senso che tante volte qualcuno ti fa vedere una strada che non hai mai preso e ti senti perso e vulnerabile e ti verrebbe voglia di lasciar perdere il percorso, invece è lì che devi fidarti e affidarti! Poi un bel giorno cominci a vedere &#8220;la luce&#8221; e sei talmente contento che ti dici: &#8220;Meno male che in certi momenti non ho mollato&#8221;</p>



<p>Credo che non ci sia altro da aggiungere a questa bellissima intervista &#8230; Posso solo dire che è una fortuna il fatto che esistano strutture come questa che danno la possibilità a molti giovani, anche minorenni, di iniziare una nuova vita. E voglio concludere con una frase di Tiziano Terzani: &#8220;l&#8217;unica rivoluzione possibile è quella dentro di noi&#8221;.</p>
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		<title>&#8220;Buone notize&#8221;. Musica: terapia per liberare le proprie emozioni</title>
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		<pubDate>Sat, 25 May 2024 10:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Martina Foglia Con questa intervista vi voglio presentare Morgana, una ragazza con disabilità che ha trovato nella musica conforto nei momenti difficili oltre che una modalità per liberare le proprie emozioni per connettersi&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2024/05/25/buone-notize-musica-terapia-per-liberare-le-proprie-emozioni/">&#8220;Buone notize&#8221;. Musica: terapia per liberare le proprie emozioni</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/05/mu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/05/mu-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17565" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/05/mu-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/05/mu-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/05/mu-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/05/mu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p>di Martina Foglia </p>



<p>Con questa intervista vi voglio presentare Morgana, una ragazza con disabilità che ha trovato nella musica conforto nei momenti difficili oltre che una modalità per liberare le proprie emozioni per connettersi con il mondo circostante. Ora attraverso questa forma d&#8217;arte ha scelto di aiutare persone con  disabilità a trovare una loro identità, un loro posto nel mondo.</p>



<p><br>Ti vuoi presentare?</p>



<p>Mi chiamo Morgana, ho 25 anni, sono una insegnante di pianoforte e studio pianoforte jazz al conservatorio di Milano (dopo aver preso la laurea di jazz però vorrei specializzarmi in Musicoterapia e lavorare come musicoterapeuta). Sono nata con una patologia rara chiamata Spina Bifida Occulta.</p>



<p><br>So che una delle tue passioni è la musica, qual è stato il tuo primo approccio con questa forma d&#8217;arte ?</p>



<p>Diciamo che il mio rapporto con la musica e il pianoforte nasce dai primissimi anni di vita: a due anni vidi la mia madrina suonare il piano (lei è una insegnante di pianoforte) e mi piacque talmente tanto che dissi a mia mamma che pure io volevo iniziare a suonare quel meraviglioso strumento.</p>



<p>Sei una ragazza con una disabilità, la musica ti ha aiutato e ti sta aiutando nel processo di accettazione della tua caratteristica? In che modo?</p>



<p>Fin dai primi momenti la musica (come anche il disegno) è stata per me una forma di piacere ma anche di sfogo del dolore. La mia disabilità è subdola, essendo occulta le si dà poca importanza, ma è degenerativa e pian piano nel tempo ho iniziato ad avere sempre più problemi. I dolori e le difficoltà fisiche si legavano a quelle psicologiche (anche perchè in tutto il mio percorso scolastico, dalle elementari alle superiori, sono stata bullizzata) e ciò che mi dava pace era trasformare i miei sentimenti  in note.</p>



<p>Suoni molto bene il pianoforte ed è diventato un tuo &#8220;fedele compagno di vita&#8221;e da grande avresti voluto realizzare un sogno &#8230; </p>



<p>Sono una persona molto ambiziosa e, soprattutto nel periodo della scuola media, sognavo di diventare una musicista famosa che si sarebbe esibita in tutti i palchi del mondo. Oltre al pianoforte so suonare molti altri strumenti (come chitarra e percussioni) e per un lungo periodo mi sono dilettata nel comporre musiche e canzoni sia con il piano che con la chitarra.. Il mio sogno era proprio quello di viaggiare per il mondo con la musica e aiutare le persone ad affrontare le loro difficoltà, ma pian piano questa visione è cambiata col tempo.</p>



<p>Infatti, ad un certo punto della tua vita, sei  stata costretta a dover fare i conti con la tua disabilità ma so che ad oggi tu e la musica siete in costante connessione. Come e in quanto tempo ti sei &#8220;reinventata&#8221;?</p>



<p>Alle superiori, circa nel periodo che va dalla fine della 4° e per tutto il periodo della 5° (e anche molto dopo), ho avuto il cosiddetto &#8220;blocco dell&#8217;artista&#8221;. Sono stata operata di disancoraggio midollare il 2 settembre del 2016 ed è stato un intervento che mi ha cambiato la vita. Nella settimana che sono stata in ospedale mi ero portata l&#8217;ukulele e tutti i giorni i pazienti del mio reparto venivano nella mia stanza per sentirmi suonare e trovare un po&#8217; di pace dai loro pensieri. Quello è stato il primo momento in cui ho sperimentato una sorta di musicoterapia. Dopo essere uscita dall&#8217;ospedale sono stata alcuni mesi in riabilitazione e poi ho avuto un grande blocco: non ho più suonato per tre anni il pianoforte. Tutt&#8217;ora non mi spiego il motivo: ricordo che lo guardavo con enorme tristezza. Nel 2019, dopo una grande depressione, mi sono detta. &#8220;Cavolo, la musica è la mia vita, non posso abbandonarla così&#8221; e mi sono rinchiusa in casa per un anno a studiare intensamente e per riuscire ad entrare in Conservatorio. Ce la feci, entrai e iniziai il percorso di Jazz. In tutti questi anni di grandi cambiamenti mi sono resa conto che il mio sogno di adolescente di spaccare i palchi non solo non era realizzabile a causa dei miei disagi fisici (che tutt&#8217;ora ho) ma soprattutto non faceva proprio per me: sempre di più mi sono resa conto che ciò che faceva per me era aiutare le persone a capire che le proprie difficoltà e che la musica è una grande alleata in questo.6) </p>



<p>Sei riuscita, quindi, a fare della tua passione un lavoro e non è da tutti&#8230; Insegni musicoterapia a persone con disabilità  cognitiva e/o disagio psichico: puoi spiegarci in breve gli approcci che utilizzi? </p>



<p>Sì, ci ho messo tanto tempo. Dopo le superiori non sono andata in università, ma ho iniziato a fare mille lavori che non facevano per me&#8230; A 20 anni ho iniziato pian piano a farmi un giro di allievi a cui insegnare pianoforte, per lo più bambini. Ora ho molti allievi privati e lavoro in una scuola a Milano. Insegno per lo più pianoforte e solfeggio a bambini e ragazzi anche della mia età e mi sono spesso trovata in situazioni dove l&#8217;allievo aveva dei disagi psicologici (ansie, depressione, preoccupazioni, problemi in famiglia&#8230;). Quando è così la cosa da fare è una: parlarne. Si parla, si cerca di capire qual è la problematica e poi faccio fare una cosa: faccio suonare l&#8217;allievo in modo libero, cercando di fargli suonare le sue emozioni, oppure dico: &#8220;Suonami questo brano e metti il tuo sentimento&#8221;. Altre volte faccio chiudere gli occhi e immaginare una storia o un colore. La musica parla e racconta e dobbiamo ascoltarla.</p>



<p>Al termine del percorso con un tuo allievo quali sono  i cambiamenti più significativi che questo percorso ha apportato nella sua vita?</p>



<p>In tutti i miei allievi ho notato che l&#8217;approccio con la musica si trasformava da un semplice &#8220;suono una nota&#8221; a un &#8220;sto raccontando una storia&#8221;. Mi stupisce sempre in modo positivo vedere la loro passione crescere sempre più e vederli sperimentare mi riempie di gioia. Sentirsi dire da un ragazzo che soffre di una forte depressione: &#8220;Vengo volentieri a fare la lezione da te perchè mi piace tanto suonare&#8221;&#8230;Per chi sta bene sembra una frase magari banale, ma in realtà lui sta dicendo &#8220;Riesco a trovare il coraggio e la forza di alzarmi dal letto nonostante il grande peso che ho dentro per riuscire a raggiungere un obiettivo&#8221;. E&#8217; impressionante. </p>



<p>E&#8217; indubbio che questi ragazzi si rivolgono a te  perché vogliono imparare quello che di positivo può dare loro la musica, ma c&#8217;è qualcosa che tu hai imparato relazionandoti con loro?</p>



<p>Quello che ogni giorno imparo soprattutto dai bambini, è vedere il mondo con spensieratezza e leggerezza, che tutto può essere un bellissimo gioco. Spesso sono stanca e non ho le forze di fare lezione ma i bambini hanno dentro talmente tanta energia che la infondono anche a te e ogni volta esco dalle lezioni più carica di prima. E poi mi fanno sempre ridere. Il mio motto è: il tiramisù è il mio unico credo (bella la musica, ma quanto è buono il tiramisù?!).</p>



<p><br>Questa è la storia di Morgana che ci dimostra come la musica, oltre che una passione, ė libertà e terapia per l&#8217;anima.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Scrivere d&#8217;Africa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Nov 2023 09:19:31 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p>E&#8217; da un po&#8217; di mesi che mi occupo di questa rubrica, che scrivo sulla situazione del continente africano. Non sono mai stato in Africa e sinceramente ho iniziato a scrivere senza troppa preparazione, ma spinto dalla voglia di fare.<br>Nel documentarmi, mi sono imbattuto nel libro “Parlare d&#8217;Africa – 50 parole chiave” di Luca Jourdan e Karin Pallaver pubblicato dalla Carocci. Il libro analizza proprio come i mass-media parlano di Africa. Leggendo questa pubblicazione, mi sono reso conto che forse sono stato un po&#8217; incosciente, diventare retorici è molto facile.<br>Il testo è una sorta di glossario, le 50 parole chiave appunto, necessarie per orientarsi nella storia e nell&#8217;attualità del continente africano. Adatto per chi, come il sottoscritto, si approccia per la prima volta o quasi, all&#8217;argomento. Un altro obiettivo del libro è di decostruire strereotipi. Gli autori si sono concentrati soprattutto sull&#8217;Africa subsahariana, ovvero l&#8217;area maggiormente interessata a luoghi comuni e rappresentazioni scorrette.<br>Non conosci l&#8217;Africa e vuoi saperne di più? Ti consiglio proprio questo libro. Ogni voce è volutamente breve e permette al lettore di acquisire le informazioni in modo chiaro e coinciso.</p>



<p><br>Concludo riportando passi di un saggio provocatorio di Binyavanga Wainaina (andate a vedere di chi si tratta) pubblicato su <em>Granta </em>nel 2005:<br>&#8220;Nel titolo, usate sempre le parole &#8216;Africa&#8217;, &#8216;nero&#8217;, “safari”. Nel sottotitolo, inserite termini come &#8216;Zanzibar&#8217;, &#8216;masai&#8217;, &#8216;zulu&#8217;, &#8216;zambesi&#8217;, &#8216;Congo&#8217;, &#8216;Nilo&#8217;, &#8216;grande&#8217;, &#8216;cielo&#8217;, &#8216;ombra&#8217;, &#8216;tamburi&#8217;, &#8216;sole&#8217; o &#8216;antico passato&#8217;. Altre parole utili sono &#8216;guerriglia&#8217;, &#8216;senza tempo&#8217;,<br>&#8216;primordiale&#8217; e &#8216;tribale&#8217;.<br>Mai mettere in copertina (ma neanche all’interno) la foto di un africano ben vestito e in salute, a meno che quell’africano non abbia vinto un Nobel. Usate, piuttosto, immagini di persone a torso nudo con costole in evidenza. Se proprio dovete ritrarre un africano, assicuratevi che indossi un abito tipico masai, zulu o dogon.<br>Nel testo, descrivete l’Africa come se fosse un paese caldo, polveroso con praterie ondulate, animali e piccoli, minuscoli esseri umani denutriti. Oppure caldo e umido, con popolazione di bassa statura che mangia scimmie. Non perdetevi in descrizioni accurate, l’Africa è grande: cinquantaquattro nazioni e novecento milioni di persone troppo impegnate a soffrire la fame, morire, combattere o emigrare per aver tempo di leggere il vostro libro.<br>Il continente è pieno di deserti, giungle, altipiani, savane e molti altri paesaggi, ma questo non interessa ai vostri lettori. Fate delle descrizioni romantiche, evocative, senza esagerare con i dettagli.<br>Ricordatevi di dire che gli africani hanno la musica e il ritmo nel sangue e che mangiano cose che nessun altro uomo è in grado di mangiare. Non citate mai riso, carne e grano: preferite, tra i piatti tipici del continente nero, cervello di scimmia, capra, serpente, vermi, larve e ogni sorta di selvaggina. E ricordatevi anche di aggiungere che voi siete riusciti a mangiare questi cibi e anzi che avete imparato a farveli piacere.</p>



<p>Soggetti vietati: scene di vita quotidiana, amore tra africani, riferimenti a scrittori o intellettuali, cenni a bambini scolarizzati che non soffrano di framboesia, Ebola o abbiano subìto mutilazioni genitali. Nel libro adottate un tono di voce sommesso e ammiccante con il lettore e un tono triste, alla “era esattamente quello che mi aspettavo”.<br>Chiarite subito che il vostro progressismo è senza macchia e dite quanto amate l’Africa e come vi sentite in armonia con quella terra e anzi, non potete viverne lontani. L’Africa è l’unico continente che si può amare: approfittatene! Se siete uomini, descrivete le torride foreste vergini. Se siete donne, parlate dell’Africa come di un uomo in giubbotto multitasche che sparisce nel tramonto.<br>L’Africa è da compatire, adorare o dominare. Ma qualsiasi punto di vista scegliate, assicuratevi di dare l’impressione che senza il vostro intervento l’Africa sarebbe spacciata…&#8221;.</p>



<p><br></p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Niger e l&#8217;antico problema del colonialismo</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Aug 2023 08:43:46 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p>E&#8217; di qualche giorno fa, la protesta davanti all&#8217;ambasciata francese in Niger con bandiere russe e nigerine. Il recente golpe militare e la sospensione degli aiuti europei sono alla base della protesta. La risposta dell&#8217;Europa, o meglio, della Francia? Tolleranza zero verso chi minaccia la Francia e i suoi interessi. I sostenitori della protesta, e quindi del golpe, hanno letto nella risposta francese una dichiarazione di guerra. La situazione, come si comprende, è delicata. </p>



<p>Quando si nominano la Francia e il Niger la prima parola che viene in mente è: colonialismo.</p>



<p>Formalmente, il Niger ha ottenuto l&#8217;indipendenza dalla Francia nel 1960, ma&nbsp; possiamo affermare che la Francia non è più nel territorio?&nbsp;</p>



<p>In Niger  si parla francese, ma non è l&#8217;unico legame dello Stato africano con la Francia. Come negli anni &#8217;70, il Niger garantisce alla Francia  manodopera a basso costo, beni materiali e risorse naturali. Ad oggi, molti scavi effettuati nelle miniere di uranio, hanno a capo aziende legate al governo francese. Le compagnie minerarie sono uno dei pochi modi in cui i nigerini possono ottenere un lavoro retribuito. A causa delle radiazioni nelle miniere di uranio, però, molti sviluppano gravi problemi di salute come malattie respiratorie, polmonari e paralisi. La situazione economica è talmente critica che non ci si può nemmeno permettere di partire verso mete che promettono un futuro migliore.</p>



<p>Recentemente pare che in Niger siano comparsi nuovi protagonisti, ovvero la Russia e la Cina. Ecco il motivo della bandiera russa accanto a quella nigerina durante la protesta&#8230;</p>



<p>Alla luce dei fatti appena descritti, il Niger si libererà mai dal colonialismo? Qual è la responsabilità del governo francese e di quello europeo riguardo ad un processo di indipendenza mai davvero intrapreso? Gli altri Paesi come si pongono rispetto alla questione? A voi le risposte.</p>
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		<title>&#8220;Art(e)Attualità&#8221;. A Madrid la prima retrospettiva estera dell&#8217;artista tedesco André Butzer</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jul 2023 09:06:04 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7946-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7946-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16976" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7946-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7946-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7946-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7946-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7946-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p></p>



<p>E&#8217; la prima retrospettiva all&#8217;estero dedicata ad André Butzer dal titolo che riporta il nome dello stesso artista, esposta fino al 10 settembre 2023 al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, in occasione del 50mo anniversario del pittore.</p>



<p>L&#8217;esposizione comprende 22 opere realizzate tra il 1999 e il 2022.</p>



<p>La convinzione di Butzer è quella che &#8220;i dipinti siano luoghi della più grande disperazione e della più grande speranza&#8221;, soprattutto in un&#8217;epoca difficile come quella contemporanea, e quindi &#8220;più vicini alla gioia e all&#8217;aiuto di cui abbiamo tanto bisogno&#8221; (dal catalogo).</p>



<p>Alcune opere sono molto colorate, presentano un tratto volutamente infantile e con rimandi alle fiabe; altre sono in bianco e nero o in sfumature di grigio; tutte molto materiche, pastose: sembra quasi, a volte, che il segno esca dalla tela e vada incontro ai visitatori, coinvolgendoli nella serenità inconsapevole dei bambini o nella paura e nella violenza degli adulti. </p>



<p></p>



<p>Segue&#8230;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7944-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7944-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16977" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7944-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7944-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7944-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7944-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7944-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7948-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7948-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16978" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7948-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7948-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7948-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7948-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7948-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7949-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7949-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16979" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7949-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7949-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7949-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7949-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7949-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p>Classe 1973, nato a Stoccarda, André Butzer predilige la figura umana, ma spesso questa è deformata, infantilizzata,, decostruita: gli occhi grandi e vuoti ricordano alcuni personaggi di Walt Disney, altri rimandano ai ritratti degli Espressionisti e questo mostra la vasta cultura iconografica del pittore che spazia dall&#8217;Arte classica a quella moderna-contemporanea, per passare dalla Comunicazione anche postmoderna, come si evince dall&#8217;uso psichedelico delle tinte. </p>



<p></p>



<p>Segue&#8230;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7951-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-4" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7951-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16980" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7951-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7951-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7951-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7951-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7951-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7940-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-5" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7940-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16985" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7940-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7940-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7940-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7940-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7940-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p></p>



<p>Nella serie intitolata semplicemente &#8220;N&#8221; e iniziata nel 2010, l&#8217;artista si riferisce alla Nasa e si discosta dall&#8217;uso dei colori squillanti, più felici e divertenti, per raccogliersi  &#8211; e far raccogliere gli spettatori &#8211; in una riflessione più drammatica sul Presente, spegnendo i quadri e segnando lo spazio più scuro e malinconico con linee chiare, bianche, nette oppure con linee e volti turbati, schiacciati, &#8220;mossi&#8221; come le emozioni più recondite e sepolte nell&#8217;animo umano. La riflessione, però, riguarda anche l&#8217;origine dell&#8217;opera d&#8217;arte: Nasa è l&#8217;acronimo dell&#8217;organizzazione americana per la navigazione spaziale e, grazie al pensiero concettuale di Butzman, diventa quel non-luogo, quel cosmo primordiale da cui nasce la creatività e la successiva riflessione artistica, con il lavoro concreto.</p>



<p></p>



<p>Segue&#8230;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7943-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-6" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7943-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16981" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7943-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7943-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7943-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7943-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7943-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p>La luce è importante, così come la relazione con chi osserva: bisogna entrare nel quadro, sorridere oppure preoccuparsi. Il quadro finisce per crearsi proprio grazie al rapporto con chi è davanti e si viene a creare, così, un gioco di specchi, un osmosi &#8211; che è poi il vero obiettivo di ogni opera culturale &#8211; che non può lasciare indifferenti. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7953-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-7" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7953-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16982" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7953-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7953-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7953-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7953-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/05/IMG-7953-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p></p>



<p></p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Il Sudan e la persistente crisi umanitaria nel Darfur</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Mar 2023 09:33:21 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p class="has-text-align-right"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/03/Darfur.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="735" height="416" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/03/Darfur.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16890" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/03/Darfur.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 735w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/03/Darfur-300x170.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 735px) 100vw, 735px" /></a></figure>



<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p>Il Sudan, uno dei paesi più grandi dell&#8217;Africa, si trova attualmente in una fase di transizione politica e sociale molto delicata. Dopo decenni di regime autoritario sotto l&#8217;ex presidente Omar al-Bashir, il paese ha attraversato una rivoluzione pacifica nel 2019 che ha portato alla caduta del regime e all&#8217;insediamento di un governo di transizione.</p>



<p>Tuttavia, nonostante i progressi, il Sudan continua ad affrontare molte sfide, tra cui conflitti etnici e politici, crisi economiche, violazioni dei diritti umani e pandemia di COVID-19.</p>



<p>Uno dei problemi più gravi che affligge il paese è il conflitto nella regione del Darfur.</p>



<p>Il Darfur è una regione situata nella parte occidentale del Sudan, in Africa, che ha visto una lunga serie di conflitti e violenze negli ultimi decenni. La situazione attuale in Darfur è ancora caratterizzata da violenze, tensioni etniche e crisi umanitarie, nonostante gli sforzi internazionali per risolvere la situazione.</p>



<p>La crisi nel Darfur ha avuto inizio nel 2003, quando alcune tribù africane iniziarono a ribellarsi contro il governo sudanese, che era guidato dalla maggioranza araba. Il conflitto ha causato la morte di migliaia di persone e costretto milioni di persone a fuggire dalle loro case.</p>



<p>Le violenze e le tensioni etniche continuano a causare morti e feriti tra la popolazione civile, e molte persone sono costrette a vivere in campi profughi, senza accesso adeguato a cibo, acqua e cure mediche.</p>



<p>Le organizzazioni umanitarie che operano nella regione cercano di fornire assistenza e supporto ai profughi, ma la situazione rimane critica. Inoltre, la presenza di gruppi armati e di bande criminali rende difficile l&#8217;accesso alle zone più remote e vulnerabili dell&#8217;area.</p>



<p>Nonostante gli accordi di pace firmati nel 2020, i combattimenti tra le forze governative e i ribelli continuano in alcune parti della regione.</p>



<p>Inoltre, il Sudan sta attraversando una grave crisi economica, con una forte inflazione e una scarsa disponibilità di beni di prima necessità come il pane. Il governo di transizione sta lavorando per affrontare la situazione, ma la strada da percorrere è ancora lunga.</p>



<p>La pandemia di COVID-19 ha anche colpito duramente il paese, con un aumento dei casi e dei decessi negli ultimi mesi. La campagna di vaccinazione è stata lanciata solo di recente, ma la disponibilità di vaccini è limitata.</p>



<p>Infine, il Sudan sta affrontando anche sfide interne legate alla transizione politica. Il governo di transizione ha l&#8217;obiettivo di guidare il Paese verso elezioni democratiche, ma ci sono preoccupazioni riguardo alla capacità del governo di garantire un processo elettorale libero e giusto.</p>



<p>In generale, la situazione in Sudan è ancora molto delicata e richiede l&#8217;impegno e il sostegno della comunità internazionale per affrontare le sfide e consolidare la transizione verso una democrazia stabile e pacifica.</p>



<p>Voglio terminare questo articolo con le parole di un giovane rifugiato sudanese: &#8221; La cosa più difficile per chi come me è rifugiato in Italia è far conoscere il dramma che vivono i nostri popoli. Non possiamo permetterci di cedere al dolore, di chiuderci in noi stessi, di considerarci vittime di un’ingiustizia.` Se facciamo così, offendiamo la memoria di chi non ce l’ha fatta&#8221;. Continua: “Un letto, un pasto caldo, un luogo da chiamare casa e in cui riprendersi dalle fatiche del viaggio e dagli orrori della guerra per tanti di noi non c’è. E anche se così l’integrazione diventa un sogno più che un progetto noi non dobbiamo arrenderci.&#8221;</p>



<p><a href="https://www.redattoresociale.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.redattoresociale.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a> per le parole del rifugiato.</p>



<p><a href="https://www.notiziegeopolitiche.net/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.notiziegeopolitiche.net/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a> per l&#8217;immagine.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. La situazione dell&#8217;Africa subsahariana post-Covid</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2023 08:43:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Filippo Cinquemani L’Africa viene vista ancora come un continente afflitto da povertà e conflitti nonostante le grandi potenzialità politiche, economiche, culturali e scientifiche. Rispetto ad altri continenti, in diversi Paesi africani assistiamo ad&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Filippo Cinquemani</p>



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<p>L’Africa viene vista ancora come un continente afflitto da povertà e conflitti nonostante le grandi potenzialità politiche, economiche, culturali e scientifiche. Rispetto ad altri continenti, in diversi Paesi africani assistiamo ad una crescita significativa.</p>



<p>La pandemia di COVID-19 riguarda, naturalmente, anche i Paesi dell’Africa subsahariana. Alcuni Stati della regione, in particolare, stanno dimostrando di affrontare abbastanza bene le sfide sanitarie, forti anche delle esperienze passate in tema di pandemie. La crisi economica globale, però, associata alla COVID-19 colpisce tutti.</p>



<p>La maggior parte dei Paesi dell’Africa subsahariana, infatti, fa fatica a sostenere la popolazione e l’economia con misure statali.</p>



<p>L&#8217;anno appena trascorso non è stato “facile” per l’economia dell’Africa Subsahariana,. L&#8217;agenzia di ratings, Fitch, prevede che il debito medio “nell’Africa subsahariana sarà al di sotto del 65% nel 2023, dopo essere arrivato al 72% nel 2020, aiutato dalla ripresa economica dopo la pandemia, dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dagli sforzi per ridurre i deficit di bilancio, ma questo livello si confronta con una media del 57% nel 2019, prima della pandemia, e con meno del 30% tra il 2007 e il 2013”.</p>



<p>I rischi che questi Paesi devono fronteggiare sono legati principalmente al significativo rallentamento globale, all’elevata inflazione, alle difficili condizioni finanziarie, al generale indebitamento delle economie determinato dalla pandemia e ora dall’invasione russa dell’Ucraina.</p>



<p>Possono, però, fare leva  sull&#8217;’aumento dei prezzi delle materie prime in un continente in cui ce ne sono in abbondanza e che offre la possibilità di creare fondi di stabilizzazione o fondi sovrani per proteggersi da shock futuri. Il 2022 è stato un anno in cui la maggior parte delle valute africane hanno perso valore, una tendenza che potrebbe proseguire anche nel 2023. Quest&#8217;ultimo dato riguarda, però, soprattutto economie instabili a causa di guerre, come in Sudan.</p>



<p>La crisi rischia di vanificare i progressi compiuti negli ultimi anni in termini di politica di sviluppo, ma l&#8217;area può contare sull&#8217;appoggio di   Stati come la Svizzera; inoltre, la difficile situazione potrebbe rappresentare anche un’opportunità, ad esempio per quanto riguarda lo sviluppo della tecnologia digitale e la riconversione economica. </p>
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