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	<title>salario Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Oro Verde – il sapore amaro del kiwi</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Jun 2024 09:16:00 +0000</pubDate>
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<p><br>La mostra fotografica sullo sfruttamento degli indiani sikh di Latina</p>



<p><br>L’ingiusta morte di Satnam Singh, rimasto coinvolto in un terribile incidente sul lavoro in un’azienda agricola di borgo Santa Maria, nella periferia di Latina, senza venire portato subito in ospedale, ci ricorda la situazione precaria e di sfruttamento vissuta da migliaia di braccianti migranti in tutta Italia.</p>



<p>La fotogiornalista Stefania Prandi denuncia, con una mostra fotografica, lo sfruttamento dei braccianti indiani nell’area dell’Agro Pontino e il traffico di esseri umani dall’India all’Italia. Le foto sono state realizzate tra la provincia di Latina e il Punjab, nelle province di Jalandhar e Amritsar con interviste ai lavoratori e alle loro famiglie.<br>Non solo paghe da fame, contratti irregolari e la costante minaccia della violenza. C’è anche il ricatto senza fine legato al permesso di soggiorno.<br>I salari non superano mai sette euro l’ora, e tendenzialmente sono più bassi, con una media tra i cinque e i sei euro. Ben al di sotto dei circa nove euro lordi all’ora stabiliti dal contratto provinciale come paga base di un operaio agricolo. Frequente lo stratagemma lavoro nero e «grigio».<br>Ricorrono i licenziamenti immotivati, l’assenza di servizi igienici adeguati, le pause troppo brevi e la mancanza di dispositivi di protezione obbligatori, come guanti e mascherine.<br>La mostra indaga lo sfruttamento dei lavoratori indiani che si nasconde dietro la filiera dei kiwi.<br>L’Italia è il principale produttore europeo di kiwi e il terzo al mondo dopo Cina e Nuova Zelanda.<br>Nei filari è presente una percentuale significativa di indiani di religione sikh, provenienti dal Punjab.<br>Secondo i dati Inps, i braccianti indiani in provincia di Latina sono quasi 9.500, con più di un milione di giornate registrate nei contratti a tempo determinato. Marco Omizzolo, docente di Sociopolitologia delle migrazioni all’Università La Sapienza di Roma, sotto protezione a causa delle minacce ricevute per il suo impegno di contrasto al caporalato nell’Agro Pontino, calcola che nell’area ci siano circa 30 mila persone appartenenti alla comunità sikh. Nella stima sono inclusi i senza permesso di soggiorno, i residenti in altre province e quanti, arrivati di recente, sfuggono ancora alle statistiche.<br>La mostra fotografica Oro Verde – il sapore amaro del kiwi è visitabile in anteprima nazionale a Rionero in Vulture, in provincia di Potenza, nella sede di Visioni Urbane, fino al 26 giugno. Sarà poi allestita a Potenza, alla Cappella dei Celestini, dal 29 luglio nell’ambito del Festival delle notti bianche del libro.<br>Da settembre la mostra girerà nelle scuole e in altri luoghi pubblici d’Italia con l’intento di sensibilizzare sui temi del razzismo, dello sfruttamento del lavoro migrante e sulle filiere alimentari.<br>Oro verde è una mostra che nasce da un’inchiesta internazionale realizzata in collaborazione<br>IrpiMedia, Danwatch e The Wire e pubblicata su testate come il Manifesto, Internazionale, El Pais, Al Jazeera, The Wire, Taz, con il supporto del Journalismfund Europe.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/Mostra-kiwi-24-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="805" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/Mostra-kiwi-24-1024x805.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17608" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/Mostra-kiwi-24-1024x805.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/Mostra-kiwi-24-300x236.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/Mostra-kiwi-24-768x603.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/Mostra-kiwi-24-1536x1207.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/Mostra-kiwi-24-2048x1609.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Info@cityofpeace.it &#8211; 3338363473<br>Stefania Prandi<br>Stefania Prandi è giornalista professionista, scrittrice di reportage e inchieste e fotografa.<br>Si occupa di diritti umani, sfruttamento sul lavoro, violenza di genere, questioni sociali, ambiente e<br>cultura.<br>Tra le sue collaborazioni, testate internazionali e internazionali come The Guardian, National<br>Geographic, Al Jazeera, El País, Correctiv, Azione, Radiotelevisione svizzera, Taz, Danwatch,<br>IrpiMedia, Internazionale, il manifesto.<br>Ha lavorato con associazioni e organizzazioni non governative come ActionAid, Dry-Art, Time for<br>Equality e Fondazione città della pace per i bambini Basilicata.<br>Ha scritto tre libri. L’ultimo, edito da People, si intitola Le madri lontane e racconta le vite delle donne<br>rumene e bulgare che lavorano nei campi italiani e lasciano i loro figli nei Paesi di origine con le<br>nonne. Gli altri due sono: Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo,<br>sulle braccianti che subiscono molestie sessuali, ricatti e stupri nelle serre di Italia, Spagna e<br>Marocco; Le conseguenze. I femminicidi e lo sguardo di chi resta sulle vittime di femminicidio e i loro<br>familiari. Questi ultimi sono stati pubblicati dalla casa editrice Settenove.<br>Stefania Prandi ha vinto grant e premi in Italia, Svizzera, Germania, Belgio e Stati Uniti. Tra i più<br>importanti: Fetisov Awards; Premio nazionale Fnsi “Dov&#8217;è Tina Merlin oggi?”; Fund for Women<br>Journalists – IWMF; Modern Slavery Unveiled Grant del Journalism Fund; National Geographic<br>Emergency Journalism Fund Grant; Henri Nannen Prize; Otto Brenner Prize; Volkart Stiftung Grant.<br>Interviene a festival ed eventi nazionali e internazionali e fa incontri nelle scuole.<br>Organizza e conduce workshop di giornalismo e insegna al Laboratorio di giornalismo femminista<br>promosso dal collettivo Femminismi contemporanei dell’Università di Venezia.<br>Le sue fotografie sono state esposte in sale museali, scuole, università e biblioteche in Italia e in<br>Europa.<br>Il suo sito è www.stefaniaprandi.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>
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		<title>L&#8217;anello debole: il rapporto della Caritas sulla povertà in Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2022 07:17:37 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/poverta.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="725" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/poverta-725x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16665" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/poverta-725x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 725w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/poverta-213x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 213w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/poverta-768x1084.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/poverta-1088x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1088w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/poverta-1451x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1451w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/poverta.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1657w" sizes="(max-width: 725px) 100vw, 725px" /></a></figure>



<p>In occasione della&nbsp;<strong>Giornata internazionale di lotta alla povertà</strong>, Caritas Italiana ha presentato, lunedì 17 ottobre ore 10.30-12.30 a Roma – Sala Stampa Estera e in diretta streaming, il suo 21° Rapporto su povertà ed esclusione sociale dal titolo&nbsp;<strong>“L’anello debole”</strong>.</p>



<p><strong>::&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/CaritasIt/videos/6291989277484310?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rivedi la presentazione</a></strong>&nbsp;<em>(da 8’05”)</em></p>



<p>Dal report emerge che non esiste una sola povertà: ce ne sono tante, acuite dai disastrosi effetti della pandemia, ancora in corso, e dalle ripercussioni della vicina guerra in Ucraina. <strong>Nel 2021 i poveri assoluti nel nostro Paese sono stati circa 5,6 milioni, di cui 1,4 milioni di bambini.</strong></p>



<p>Tra gli “anelli deboli”, i giovani, colpiti da molte forme di povertà: dalla&nbsp;<strong>povertà ereditaria</strong>, che si trasmette “di padre in figlio” per cui occorrono almeno cinque generazioni a una persona che nasce in una famiglia povera per raggiungere un livello medio di reddito; alla&nbsp;<strong>povertà educativa</strong>, tanto che solo l’8% dei giovani con genitori senza titolo superiore riesce a ottenere un diploma universitario.</p>



<p>Solo nel 2021 quasi&nbsp;<strong>2.800 Centri di Ascolto Caritas hanno effettuato oltre 1,5 milioni di interventi,</strong>&nbsp;per poco meno di 15 milioni di euro, con un aumento del 7,7% delle persone che hanno chiesto aiuto rispetto all’anno precedente. Anche nel 2022 i dati raccolti fino a oggi confermano questa tendenza.</p>



<p>Non si tratta sempre di nuovi poveri ma anche di persone che oscillano tra il dentro e fuori dallo stato di bisogno. Il 23,6% di quanti si rivolgono ai Centri di Ascolto sono lavoratori poveri. Tale condizione tocca il suo massimo tra gli assistiti stranieri: il 29,4% di loro è un lavoratore povero.</p>



<p>Il Rapporto si conclude con una valutazione delle politiche di contrasto alla povertà, con particolare attenzione alle prospettive di riforma e investimento derivanti dal PNRR e dal programma europeo Next generation EU.</p>



<p></p>



<p>Qui i materiali di consultazione e di approfondimento:</p>



<p><strong>::&nbsp;<a href="https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2022/10/rapportopoverta2022.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rapporto Povertà | Versione integrale</a></strong></p>



<p><strong>::&nbsp;<a href="https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2022/10/sintesi_rapportopoverta2022.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sintesi</a></strong></p>



<p><strong>::&nbsp;<a href="https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2022/10/depliant_rapportopoverta2022.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pieghevole con dati e riflessioni</a></strong></p>



<p>Dalla presentazione:</p>



<p><strong>::&nbsp;<a href="https://www.chiesacattolica.it/card-zuppi-la-poverta-un-valore-sballato-nellorganismo-del-nostro-paese/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Intervento mons. Zuppi</a></strong></p>



<p><strong>::&nbsp;<a href="https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2022/10/redaelli_pres_rapportopoverta.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Intervento mons. Redaelli</a></strong></p>



<p><strong>::&nbsp;<a href="https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2022/10/delauso_pres_rapp_poverta.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Intervento De Lauso</a></strong>&nbsp;<em>(slides)</em></p>



<p><strong>::&nbsp;<a href="https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2022/10/delauso_pellegrino_pres_rapp_poverta.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Intervento De Lauso – Pellegrino</a></strong>&nbsp;<em>(slides)</em></p>
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		<title>Disoccupazione agricola: i richiedenti asilo ne hanno diritto anche se il loro permesso è di “breve durata”</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2022 13:15:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’INPS ha rigettato, in numerosi casi, le domande di disoccupazione agricola per gli operai agricoli a tempo determinato cittadini extra Ue, sul presupposto dell’assenza di valido titolo di soggiorno a copertura del biennio assicurativo&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2022/03/andrea-cairone-lzM3pbQim70-unsplash-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-47286"/></figure>



<blockquote class="wp-block-quote"><p></p><cite>L’INPS ha rigettato, in numerosi casi, le domande di disoccupazione agricola per gli operai agricoli a tempo determinato cittadini extra Ue, sul presupposto dell’assenza di valido titolo di soggiorno a copertura del biennio assicurativo di riferimento per accedere alla prestazione.</cite></blockquote>



<p>(da asgi.it)</p>



<p></p>



<p>Il Tribunale di Foggia – Sezione Lavoro ha affrontato la questione con alcune prime pronunce, offrendo ottimi spunti interpretativi volti a censurare la condotta dell’Ente Previdenziale.</p>



<p>Dalle sentenze in calce si evince che l’Inps&nbsp;<strong>non accoglie le domande di disoccupazione agricola presentate dai braccianti a tempo determinato che siano richiedenti protezione internazionale sostenendo che il relativo permesso di soggiorno sia equivalente ad un permesso di soggiorno per motivo di lavoro stagionale</strong>.</p>



<p>Tale assunto è stato tuttavia smentito dal Tribunale di Foggia che ha censurato l<strong>’erronea sovrapposizione operata dall’Inps tra permesso per lavoro stagionale e “permessi di durata inferiore ai nove mesi</strong>” (tra cui i permessi di soggiorno per richiesta asilo, considerati anch’essi “permessi brevi”). Si chiarisce che, al di là della durata e della supposta “brevità” dei titoli di soggiorno, solo i permessi di soggiorno per lavoro stagionale non sono coperti dalla disoccupazione e dai trattamenti di famiglia (<em>ex</em>&nbsp;art. 25, comma 1 e 2, d.lgs. 286/1998) e, pertanto,<strong>&nbsp;i permessi di soggiorno per richiesta asilo (previsti invece dal d.lgs. 142/2015) consentono l’accesso a tali forme di sostegno al reddito.</strong></p>



<p>Altro profilo di interesse attiene all’onere della prova incombente sulle parti: il Giudice del Lavoro statuisce il principio in virtù del quale, anche qualora il permesso di soggiorno in possesso del richiedente abbia una validità limitata solo ad un periodo del biennio di competenza della prestazione, è comunque onere dell’Ente Previdenziale eccepire e documentare in giudizio che le giornate lavorative effettuate si collocano al di fuori dell’arco di tempo in cui il cittadino straniero poteva legittimamente svolgere attività lavorativa.</p>



<p>E’ opportuno, quindi, ricordare che:</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>– il richiedente asilo è tale in quanto ha manifestato la volontà di chiedere la protezione internazionale in qualsiasi forma e sino a quando non sia stata assunta dalla competente commissione territoriale o dal Tribunale una decisione definitiva su tale domanda (art. 2, d.lgs. 142/15);</p><p>– il suo regolare soggiorno è attestato anche solo dalla formalizzazione della richiesta di protezione (art. 4, co. 3, d.lgs. 142/15);</p><p>– decorsi 60 giorni dalla manifestazione di volontà di chiedere protezione il richiedente asilo può legittimamente svolgere attività lavorativa in Italia, indipendentemente dalla circostanza che le autorità competenti abbiano tempestivamente proceduto al rilascio del titolo di soggiorno o meno (art. 22, co. 1, d.lgs. 142/15);</p><p>– tale diritto si conserva anche nelle more del rinnovo del permesso di soggiorno da parte delle autorità competenti, posto che il soggiorno regolare deriva direttamente dalla manifestazione di volontà di chiedere asilo e che comunque il ritardo della P.A. non intacca in alcun modo i diritti del richiedente asilo.</p></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote"><p></p><cite>Le due pronunce, pur nella loro sinteticità argomentativa, rappresentano un primo argine nei confronti di condotte palesemente discriminatorie poste in essere dall’Inps e (anche soltanto indirettamente) causa di una spirale perversa che coinvolge uno dei settori (quello agricolo ) in cui è maggiormente elevato il rischio di sfruttamento lavorativo: sfruttamento che, tra l’altro, ha tra le sue cause la condizione di debolezza sul mercato del lavoro dei braccianti agricoli immigrati che le misure di&nbsp;<em>welfare state</em>&nbsp;dovrebbero, invece, essere capaci di limitare, così aumentando il potere di contrattazione salariale dei lavoratori.</cite></blockquote>



<p>Si ringraziano gli avv.ti Stefano Campese e Dario Belluccio per la segnalazione</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="https://www.asgi.it/?post_type=banca_dati&amp;p=47290&amp;preview=true&utm_source=rss&utm_medium=rss">Sentenza del Tribunale di Foggia del 23 febbraio 2022</a></p>



<p><a href="https://www.asgi.it/banca-dati/tribunale-di-foggia-sentenza-8-settembre-2021/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Sentenza del Tribunale di Foggia dell’8 settembre 2021</a></p>
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		<title>Continuano le proteste dei contadini indiani. Intervista a Gurjant Singh</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2021 09:01:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani ha intervistato Gurjant Singh, membro dell’associazione Sikhi Sewa Society e lo ringrazia molto per la disponibilità. A cura di Alessandra Montesanto La protesta pacifica dei contadini indiani nasce dall&#8217;approvazione&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>Associazione Per i Diritti umani ha intervistato Gurjant Singh, membro dell’associazione Sikhi Sewa Society e lo ringrazia molto per la disponibilità.</p>



<p></p>



<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="800" height="400" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/india-contadini-33-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15191" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/india-contadini-33-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/india-contadini-33-1-300x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/india-contadini-33-1-768x384.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>Manifestanti durante lo sciopero nazionale indetto dai contadini, Jammu, 8 dicembre(AP Photo/Channi Anand)</figcaption></figure>



<p></p>



<p>La protesta pacifica dei contadini indiani nasce dall&#8217;approvazione di tre leggi sulla liberalizzazione del commercio agricolo: ci può illustrare le tre leggi di riferimento?</p>



<p>Le tre leggi sono:</p>



<p>Aprire lo scambio di commercio dei prodotti agricoli tra stati diversi, non si è più limitati a vendere il proprio raccolto soltanto nei mandi (mercati statali all’aperto) ma lo si può fare anche a livello inter-statale. (The Farmers&#8217; Produce Trade and Commerce (Promotion and Facilitation) Act, 2020)</p>



<p>Introdurre contratti tra agricoltori e privati, questo permette di concordare in anticipo le colture da coltivare, la quantità del raccolto da fornire ecc. (Farmers (Empowerment and Protection) Agreement on Price Assurance and Farm Services Act, 2020)</p>



<p>Togliere i raccolti dalla regolamentazione dei beni di prima necessità, questo permetto lo stoccaggio e conservazione dei raccolti e metterli sul mercato a propria scelta. (Essential Commodities (Amendment) Act, 2020)</p>



<p>Ora che abbiamo elencato le 3 riforme vediamo come vanno ad influenzare gli agricoltori.</p>



<p>Aprire il mercato e non limitarlo soltanto nei mandi (mercati statali all’aperto) può sembrare una cosa buona ma i piccoli contadini non hanno le risorse economiche per poter usufruire di questa riforma a loro vantaggio. Non possono permettersi di trasportare il loro raccolto in capo all’India con la speranza di poter vendere e buon prezzo perché c’è sempre la componente rischio di non trovare acquirenti. Questo però aiuta molto le grandi corporazioni, che ora non hanno più problemi a comprare in uno stato e rivendere poi in un altro a prezzi più elevati.</p>



<p>Introdurre i contratti tra agricoltori e privati e purtroppo non è qualcosa per cui gli agricoltori sono preparati, proprio a livello formativo. La maggior parte dei contadini sono piccoli e non hanno i mezzi e risorse di potersi permettere avvocati e/o contabili a cui far controllare questi contratti che le corporazioni gli offriranno. Serve tempo, la giusta formazione e il sostegno da parte dello stato prima di portare in gioco contratti e accordi. Quindi anche questo aiuta di più le corporazioni perché hanno tutte le risorse per creare contratti complessi con varie clausole che possono usare a loro interesse.</p>



<p>Rimuovere i raccolti dai beni di prima necessità è un altro punto chiave per le corporazioni. Quest’ultime possono comprare all’ingrosso tutto il raccolto e poi immagazzinare il tutto senza metterlo sul mercato. Sappiamo bene cosa succede quando vi è domanda di un certo prodotto il suo prezzo va alle stelle, il semplice principio della domanda e offerta. Così le grandi corporazioni possono vendere il prodotto quando il prezzo sale. Qualcuno può dire che potrebbe essere una cosa utile anche per i contadini perché loro stessi potrebbero stoccare senza vendere tutto e poi vendere quando il prezzo sale, però ricordate che la maggior parte sono tutti piccoli contadini, questi non possono permettersi magazzini e attrezzatura per poter immagazzinare, quindi a conti fatti questo aiuta solo le grandi corporazioni che hanno il denaro e le strutture per poter sfruttare questa riforma a loro favore.</p>



<p>In che modo è negata la libertà di espressione, soprattutto in questo momento di protesta?</p>



<p>I contadini di tutto il subcontinente hanno dato vita a quella che è la più grande protesta pacifica della storia umana marciando sulla capitale indiana Delhi; ma la risposta delle autorità è stata quella di cercare di fermare queste proteste in modo un po’ meno pacifico, usando infatti cannoni ad acqua e gas lacrimogeni, bloccando le strade con barricate, e scavando &#8211; addirittura &#8211; fosse sulle strade che portano a Delhi. Ma soprattutto bloccando gli approvvigionamenti di acqua, cibo ed elettricità in molte aree dove sono presenti numerosi manifestanti, soprattutto anziani e persone vulnerabili. Fino ad arrivare al più recente blocco di internet e dei social media per isolare i manifestanti dal resto del mondo. Misure estreme giustificate dalle autorità per essere nell’interesse della sicurezza pubblica. Lo stesso pubblico che viene denunciato e rinchiuso in prigione se fa giornalismo e mette in luce l’abuso di potere della polizia. Infatti ci sono stati molti casi di detenzione illecita di giornalisti che abbiano cercato di riportare gli avvenimenti, ma anche arresto e detenzione illegittima di contadini innocenti e loro familiari sulla base di resoconti verosimili, pratiche di tortura perpetrate dalla polizia contro le persone detenute.</p>



<p>A livello di social, il blocco di account Twitter è stato criticato dagli organismi di controllo dell&#8217;agenzia Reporters Without Borders, che l&#8217;ha definita “un caso scioccante di spudorata censura”. Infatti il social network americano aveva, su richiesta del governo indiano, temporaneamente impedito alla popolazione indiana l&#8217;accesso a più di 250 profili che avevano espresso il loro sostegno alle proteste dei contadini. Profili che sono poi fortunatamente stati riabilitati alcune ore dopo, quando la piattaforma ha dichiarato che il contenuto bloccato era “rilevante e degno di pubblicazione”. Anche in questo caso il governo indiano ha criticato la scelta del social network avanzando la possibilità di prendere provvedimenti contro l&#8217;azienda.</p>



<p>Come sta reagendo la comunità internazionale?</p>



<p>All’inizio delle proteste la risposta dei media mondiali, dei politici e delle principali organizzazioni per i diritti umani è stata pressoché inesistente. Grazie ai social però le notizie si sono diffuse a macchia d’olio e si è iniziato a sensibilizzare le persone dei diversi stati del mondo e i rispettivi governi. La comunità Sikh internazionale ha e sta tutt’ora cercando di esortare i governi stranieri a intervenire per mettere sotto pressione il governo indiano. Organizzazione di manifestazioni, raduni nelle varie città dei paesi in cui vi è una forte presenza, quali Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Italia e Australia. Dall’estero il primo tra tutti gli stati è stato il Canada a parlare in sostegno degli agricoltori. Infatti a dicembre il primo ministro canadese, Justin Trudeau, aveva detto che il suo paese «avrebbe sempre difeso il diritto di chi protesta pacificamente». Commento che naturalmente non è piaciuto al governo indiano che ha subito convocato l&#8217;Alto Commissario canadese dicendo che i commenti di Trudeau e di alcuni dei suoi ministri di gabinetto e parlamentari canadesi, costituiscono un&#8217;inaccettabile interferenza nei nostri affari interni.</p>



<p>Il tweet di Rihanna aprì la strada anche per altre celebrità di condannare la violazione dei diritti umani dei contadini indiani. Naturalmente anche in questo caso le prese di posizioni delle celebrità, come appunto Rihanna, sostenuta a stretto giro da Meena Harris, la nipote della vicepresidente americana, e dall’ambientalista, Greta, sono state mal digerite dal governo indiano che ha accusato alcuni «stranieri» di essere in cerca di «sensazionalismi».</p>



<p>In Gran Bretagna qualche settimana fa è stato discusso in parlamento l’andamento delle proteste e come il governo britannico potrebbe intervenire per cercare di mettere pressione al governo indiano. In Italia ci sono state tante manifestazioni nelle varie piazze, tra cui Roma, Milano, Brescia, Verona e molte altre, dove soprattutto sono i giovani a diventare la voce degli agricoltori e sensibilizzare il popolo italiano.</p>



<p>La protesta degli agricoltori si è anche trasformata in un importante opportunità per avvicinare la nuova generazione alle proprie radici. Armati di una doppia identità e dell&#8217;impegno a proteggere i diritti umani nel proprio paese di origine, noi giovani sikh, spesso immigrati di seconda o terza generazione, stiamo facendo del nostro meglio per informare le persone e tenere alto il supporto verso le proteste.</p>



<p>Quali sono, nello specifico, le richieste dei contadini? E come sta procedendo la rivolta?</p>



<p>La richiesta principale è l’abrogazione delle tre leggi. La Corte Suprema ha cercato di favorire un confronto, ritardando di 18 mesi l&#8217;entrata in vigore di queste leggi. Il mondo agricolo però ha rifiutato. Oltre alla richiesta principale ci sono altre rivendicazioni come:</p>



<p>Razione gratuita di 10 kg per persona ogni mese a tutti i bisognosi.</p>



<p>Espansione del Mahatma Gandhi National Rural Employment Guarantee Act per fornire occupazione dagli attuali 100 giorni a 200 giorni di lavoro nelle aree rurali con salari aumentati, ed estensione di questo programma alle aree urbane</p>



<p>Fermare la privatizzazione delle società del settore pubblico, comprese quelle del settore finanziario. Fermare la corporativizzazione di enti di produzione e servizi gestiti dal governo nelle ferrovie, nella produzione di ordinanze, nei porti e in aree simili.</p>



<p>Fornire una pensione a tutti e ripristinare il precedente regime pensionistico.</p>



<p>La protesta procede con la stessa caparbietà con la quale è iniziata. Infatti i contadini hanno costruito accampamenti semi-permanenti lungo le arterie stradali principali di Delhi, con tanto di cucine comuni, alloggi, scuole, biblioteche, centri massaggi, una palestra, mostrando in tutto questo l’intenzione di non desistere fino alla revoca definitiva delle leggi.</p>



<p>Il primo ministro indiano, Narendra Modi, persegue un&#8217;agenda nazionalista indù: quali sono le difficoltà per chi professa altre religioni e filosofie?</p>



<p>Le difficoltà per le minoranze religiose in India ci sono purtroppo sempre state, ma sotto l’attuale governo queste avversità stanno crescendo in maniera esponenziale. Il BJP è dichiaratamente un partito nazionalista indù che vuole stabilire l’India come una nazione induista e questo mette in serio pericolo la più grande democrazia del mondo.</p>



<p>Fin dall’inizio della sua carriera politica Modi, grazie al suo attivismo all’interno dell’organizzazione di estrema destra Rashtriya Swayamsevak Sangh, l’RSS, ovvero l’associazione dei volontari nazionalisti induisti vicini al BJP, si è concentrato sull’aumentare la retorica nazionalista incentrata sulla demonizzazione delle minoranze religiose, che siano esse musulmane o sikh o gianiste.</p>



<p>Questa promozione di una feroce politica populista di destra, crea ed eleva una maggioranza indù da una popolazione socialmente ed economicamente diversificata per agire come un blocco di voto per il Bharatiya Janata Party (BJP) di Modi. Al tempo della sua carriera politica nel Gujarat la sua strategia si basava sulla creazione di un nemico comune, nello specifico nei musulmani e nei liberali laici. Aveva coinvolto l&#8217;uso strategico della violenza per polarizzare le comunità nelle aree in cui il BJP aveva affrontato una competizione elettorale maggiore.</p>



<p>Nel primo mandato la polarizzazione si è intensificata. Musulmani e persone di caste considerate intoccabili sono stati oggetto di linciaggi da parte di attivisti indù nel nome della protezione delle mucche (poiché i musulmani consumano carne di manzo).</p>



<p>Da quando è stato rieletto per un secondo mandato con una maggioranza ancora maggiore, il governo di Modi ha rivendicato un mandato per soddisfare le richieste nazionaliste indù di lunga data alle minoranze ulteriormente emarginate in India. Tra queste vi era la più recente legge sull&#8217;emendamento sulla cittadinanza. Quest’atto viola lo spirito non discriminatorio della costituzione indiana visto che consentiva un percorso più rapido verso la cittadinanza a comunità perseguitate nel Bangladesh, Pakistan e Afghanistan, escludendo completamente i musulmani.</p>



<p>Le attuali proteste degli agricoltori sono una piccola speranza per le minoranze religiose (visto che queste proteste sono guidate da una maggioranza sikh) nel mondo della politica nazionalista indù di Modi.</p>
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		<title>I diritti dei braccianti al tempo del Covid-19</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2020 07:22:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani propongono l&#8217;incontro con Francesco Piobbichi, operatore sociale per Mediterranean Hope che ci ha parlato dei diritti dei braccianti nella piana di Gioia Tauro e di buone pratiche suggerite. Come&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> propongono l&#8217;incontro con Francesco Piobbichi, operatore sociale per Mediterranean Hope che ci ha parlato dei diritti dei braccianti nella piana di Gioia Tauro e di buone pratiche suggerite. </p>



<p>Come sempre, per seguire le videoconferenze, è sufficiente cliccare sul quadrante che vi interessa. Grazie!</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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		<title>La presenza degli stranieri nella scuola e nel lavoro</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jul 2019 07:11:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da retemigrazionilavoro.it) Focus Cgil Milano.Rubrica sul mercato del lavoro migrante in collaborazione con la Camera del Lavoro Metropolitana di Milano. a cura di Antonio Veronaresponsabile dipartimento Mercato del lavoro – Formazione e Ricerca di&#46;&#46;&#46;</p>
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<h1></h1>



<p>(da retemigrazionilavoro.it)</p>



<p><strong>Focus Cgil Milano.</strong>Rubrica sul mercato del lavoro migrante in collaborazione con la Camera del Lavoro Metropolitana di Milano.<br><br></p>



<p><strong>a cura di Antonio Verona<br></strong><em>responsabile dipartimento Mercato del lavoro – Formazione e Ricerca di Cgil Milano</em><a rel="noreferrer noopener" href="http://www.cgil.milano.it/dipartimento/mercato-del-lavoro/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">http://www.cgil.milano.it/dipartimento/mercato-del-lavoro/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="450" height="287" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/lavoratore-immigrato12.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12778" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/lavoratore-immigrato12.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 450w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/lavoratore-immigrato12-300x191.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></figure>



<p>Nelle settimane che coincidono con la conclusione dell’anno scolastico, si rinnovano le speranze dei genitori, l’impegno degli studenti e l’aspettativa di tutti nell’attribuire alla scuola e ai suoi esiti parte fondamentale del riscatto sociale che orienta e anima l’investimento che ciascuno fa per sé e per la propria famiglia.</p>



<p>Forse è proprio questo il momento giusto per analizzare la presenza degli stranieri nella scuola e nel mondo del lavoro osservando, al tempo stesso, i criteri attraverso i quali gli studi possano condizionare l’attività lavorativa e fino a che punto l’istruzione riesca ad avere un ruolo nella crescita sociale dell’intera comunità nazionale e con quali caratteristiche.</p>



<p>Cominciamo con un’osservazione empirica.</p>



<p>E’ sufficiente andare all’uscita di una qualsiasi scuola milanese, ma il discorso può valere per tutti con proporzioni e cifre diverse, per sentire il suono dell’ultima campanella della giornata e vedere correre gruppi di ragazzi e ragazze di etnie diverse, mescolarsi tra loro, accomunati magari da un unico accento che spesso tradisce il linguaggio parlato in famiglia.</p>



<p>La stessa cosa può valere per i campus universitari, sebbene il dato sia massicciamente condizionato dai programmi “Erasmus”&nbsp; che,&nbsp; tuttavia, non smentisce&nbsp; l’affermarsi &nbsp;di una società cosmopolita che, a dispetto dei sovranismi di diverse marche, delinea i contorni di un diverso contesto sociale.</p>



<p>Serve capire se tutto questo sforzo, anche finanziario, messo in campo dalle famiglie e corrisposto dall’investimento pubblico destinato alla formazione e all’istruzione, trova il giusto riscontro nelle occasioni di lavoro che si proporranno in seguito.</p>



<p>La figura che segue, descrive l’evoluzione negli anni della presenza degli stranieri nel mondo del lavoro e con quale livello di preparazione</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.retemigrazionilavoro.it/wp-content/uploads/2019/06/grafico-1-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1341"/></figure>



<p>Va segnalato l’incremento degli stranieri occupati in Italia, ma questo lo sapevamo già; &nbsp;ci sorprende che ad aumentare siano soprattutto i laureati, mentre pressoché stazionari sono i diplomati e i lavoratori privi di formazione specifica.</p>



<p>Lo stesso dato suddiviso per genere offre uno spaccato interessante, poiché fa notare che l’incremento dei laureati riguarda soprattutto i maschi stranieri mentre le femmine offrono il contributo più significativo ad abbassare la media dei lavoratori privi di formazione</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.retemigrazionilavoro.it/wp-content/uploads/2019/06/grafico-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1343"/></figure>



<p>Tornando agli ambienti scolastici, serve rilevare la corrispondenza tra le prospettive (e le aspettative) per gli studenti di oggi rispetto alla domanda di lavoro di domani, sapendo che oggi ci si trova di fronte a questo dato: l’incremento dell’istruzione liceale e tecnica, a spese della formazione e dell’istruzione professionale.</p>



<p>Forse l’aspirazione più significativa è rivolta ad un futuro accademico ed è un’ambizione ben riposta, dal momento che già si avvertono i primi esiti nella maggior presenza dei laureati tra i lavoratori occupati (Il dato assume valore a fronte del fatto che i laureati occupati in Italia rappresentano una quota di gran lunga inferiore nel confronto con la condizione degli altri paesi europei).</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.retemigrazionilavoro.it/wp-content/uploads/2019/06/grafico-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1338"/></figure>



<p>Prima ancora di capire se la prospettiva degli stranieri sia quella di occupare posizioni importanti nel sistema produttiva che verrà, serve analizzare la struttura del sistema produttivo e i mutamenti che si&nbsp; stanno configurando quale esito della crisi iniziata nel 2008.</p>



<p>A Milano, più che altrove, si conferma un apparato produttivo orientato all’esportazione e, quindi, bisognoso di competenze capaci di favorire l’intermediazione tra culture, costumi e usi differenti (non si tratta solo di interpretariato, pur importante, ma di tutta quella gamma di attività e conoscenze che fanno capo al diffondersi dei diversi stili di vita e dei differenti modelli comportamentali.</p>



<p>Talvolta anche le diversità antropologiche possono segnare il successo o l’insuccesso dei prodotti: è emblematico, a questo riguardo, il rovinoso fallimento della campagna tentata in Cina da un noto marchio di moda, per aver frainteso il modello di bellezza diffuso in quel Paese).</p>



<p>Sarà superfluo ricordare che su questi terreni gli stranieri hanno molto da offrire, quello che ancora stenta a farsi strada è la consapevolezza di quanto le donne siano, tra gli stranieri, in possesso di quel talento naturale capace di creare relazioni e legami utili allo sviluppo delle reti internazionali della produzione e della commercializzazione.</p>



<p>Anche per questa ragione stride quel gap, che va superato velocemente, tra laureati maschi e laureate femmine. Non è solo una questione di genere ma una vera e propria esigenza sociale ed economica.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Toxic Nicotine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2019 07:07:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cecilia Grillo Il 31 maggio 2019 il the Guardian ha pubblicato il report ‘I had pain all over my body: Italy’s tainted tobacco industry’. L’inchiesta del quotidiano britannico si concentra principalmente sull’accusa a&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Cecilia Grillo</p>



<p></p>



<p>Il
31 maggio 2019 il the Guardian ha pubblicato il report ‘<em>I
had pain all over my body: Italy’s tainted tobacco industry</em>’.</p>



<p>L’inchiesta
del quotidiano britannico si concentra principalmente sull’accusa a
tre dei colossi produttori di tabacco: Philip Morris, British
American Tobacco e Imperial Brands, che acquistano foglie di tabacco
raccolte da migranti africani; i lavoratori dell’industria
multimilionaria italiana spesso sottoposti a condizioni lavorative
inique e perpetuo sfruttamento.</p>



<p>Il
mercato del tabacco italiano &#8211; l’Italia è il principale produttore
di tabacco all’interno dell’Unione Europea; secondo quanto
riportato dall’organizzazione nazionale tabacco Italia (ONT), solo
nel 2017 il valore della produzione di tabacco raggiungeva i 149
milioni di euro (131 milioni di sterline) &#8211; è dominato
prevalentemente dalle tre multinazionali, che acquistano da
produttori locali. In particolare le tre imprese hanno acquistato tre
quinti del tabacco italiano nel 2017 (Philip Morris, da sola, 21.000
delle 50.000 tonnellate raccolte durante l’anno). 
</p>



<p>L’indagine
del the Guardian, durata tre lunghi anni, mette per la prima volta
sotto la lente di ingrandimento le condizioni lavorative e lo scarso
rispetto dei diritti umani a cui sono sottoposti i lavoratori
dell’industria del tabacco in Italia, ripercorrendo la catena di
approvvigionamento fino ad arrivare alla raccolta delle foglie di
tabacco. 
</p>



<p>La
Campania, regione produttrice di quasi la metà del tabacco italiano,
è al centro dell’inchiesta inglese. I bambini che lavorano nei
contadi campani dichiarano di essere stati sottoposti a condizioni
lavorative disumane: più di 12 ore di lavoro al giorno, mancanza di
contratti e di qualsiasi genere di attrezzatura sanitaria e di
sicurezza, salari irrisori.</p>



<p>Le
imprese sono tenute a valutare,  in linea con gli obblighi di dovuta
diligenza connessi al rispetto dei diritti umani da parte delle
società controllanti stabiliti negli UNGPs, non solo gli impatti
diretti provocati dalla propria attività, ma anche quelli generati
dalle attività delle loro catene di approvvigionamento sottoponendo
al vaglio gli aspetti di responsabilità aziendale e diritti umani
nella gestione della catena di fornitura, al fine di prevenire i
relativi rischi e ridurre gli impatti negativi.</p>



<p>Le
tre multinazionali intervistate hanno tuttavia riferito ai
giornalisti del The Guardian di acquistare i prodotti necessari da
fornitori che operano secondo un rigoroso codice etico e di condotta,
anche al fine di assicurare un trattamento equo ai lavoratori, di non
aver riscontrato alcun abuso e che avrebbero indagato su eventuali
reclami portati alla loro attenzione.</p>



<p>Didier,
uno dei lavoratori intervistati dal quotidiano britannico,
neo-diciottenne nato e cresciuto in Costa d’Avorio e coltivatore di
tabacco a Capua Vetere, nei pressi della città di Caserta, ha
riferito: “Mi sono svegliato alle 4 del mattino. Abbiamo iniziato
alle 6 del mattino, il lavoro è stato estenuante. Faceva molto caldo
all’interno della serra e non avevamo contratti”.</p>



<p>Le
testimonianze rispetto allo sfruttamento del lavoro minorile non
provengono solo dal The Guardian, ma anche da organizzazioni quali
Ilo, Human Rights Watch, il Dipartimento del Lavoro del Governo degli
Stati Uniti; le stesse multinazionali produttrici tabacco hanno
confermato di volersi impegnare per ridurre lo sfruttamento dei
lavoratori.</p>



<p>L’Ilo
denuncia il fenomeno dello sfruttamento minorile dell’industria
produttrice di tabacco principalmente nelle regioni dell’Asia,
Centro America e Africa dove i numeri dei lavoratori superano il
milione (fra cui 300 mila minori di 14 anni). Qui i compensi si
aggirano intorno ai 400 dollari l’anno, ossia 30 centesimi per kg
di foglie (ogni kg di foglie di tabacco corrisponde a circa 1200
sigarette).</p>



<p>L’allarme
del The Guardian e delle molteplici associazioni umanitarie non si
sofferma solo sullo sfruttamento dei lavoratori nell’ambito della
produzione di tabacco, ma pone l’accento anche sulle conseguenze
sanitarie che tale industria produce soprattutto nei confronti dei
minori che, lavorando a stretto contatto con le foglie di tabacco e
con altre sostanze nocive (diserbanti e pesticidi) rischiano di
essere compromessi nel proprio sviluppo neurologico.</p>



<p>Human
Rights Watch in “<em>The
Harvest is in My Blood</em>”,
report che analizza gli effetti del tabacco sulla salute,
sull’ambiente e sui lavoratori, evidenzia come studi e analisi
dimostrino che qualsiasi lavoro che implichi un contatto diretto con
il tabacco in qualsiasi forma dovrebbe essere vietato ai bambini: la
nicotina è presente in tutte le parti delle piante e delle foglie di
tabacco, durante tutte le fasi della produzione: i lavoratori
assorbono la nicotina attraverso la pelle mentre maneggiano il
tabacco, in particolare quando la pianta è bagnata. 
</p>



<p>Diversi
studi hanno rilevato che i lavoratori di tabacco adulti non fumatori
hanno livelli di nicotina nei loro organismi equivalenti a quelli dei
fumatori, l’esposizione costante alla tossina della nicotina è
stata associata a conseguenze negative permanenti sullo sviluppo
celebrale. 
</p>



<p>Anche
se gli effetti a lungo termine del lavoro a stretto contatto con il
tabacco in età infantile non sono ancora supportati da studi
scientifici, nel report di Human Rights Watch viene evidenziato,
anche sulla base di indagini sperimentali, come l’esposizione alla
nicotina prima dei 18 anni possa compromettere lo sviluppo cerebrale
e provocare deficit neurologici.</p>



<p>In
un’altra intervista del the Guardian Alex, un ragazzo originario
del Ghana, ha riferito di non essere stato dotato, sul posto di
lavoro, di guanti o indumenti da lavoro idonei per proteggerlo dalla
nicotina contenuta nelle foglie o dai pesticidi e che quando lavorava
senza guanti sentiva “una malattia come febbre, come la malaria, o
mal di testa”.</p>



<p>Secondo
uno studio, <em>Green
Tobacco Sickness in Children and Adolescents</em>,
l’umidità presente su una foglia di tabacco &#8211; rugiada o pioggia &#8211;
può contenere tanta nicotina quanto il contenuto di sei sigarette e
il contatto diretto può portare all’avvelenamento da nicotina.</p>



<p>La
maggior parte dei migranti intervistati ha dichiarato di aver
lavorato senza guanti perché non gli sono stati forniti dai datori
di lavoro e di non averli potuti acquistare a causa dei bassissimi
salari.</p>



<p>Alla
fine della giornata lavorativa, ha riferito alla testata inglese
Sekou, 27 anni, originario della Guinea, lavoratore nei campi di
tabacco dal 2016 “Non potevo mettere le mani in acqua per fare la
doccia perché le mie mani erano tagliate”.</p>



<p>I
lavoratori nei campi di tabacco intervistati dal the Guardian hanno
affermato di non avere stipulato contratti lavorativi (l’80% dei
lavoratori senza contratto sono migranti, secondo quanto riportato
nel report <em>Exploited
and invisible: what role for migrant workers in our food system?</em>)
e di essere stati pagati la metà dei salari minimi, 42 euro al
giorno, previsti per legge per i contratti collettivi di lavoro per
gli operai agricoli e florovivaistici della regione di Caserta. La
maggior parte dei lavoratori viene pagata tra € 20 e € 30 al
giorno.</p>



<p>Tammaro
Della Corte, leader del sindacato generale dei lavoratori italiani a
Caserta ha spiegato come “purtroppo, la realtà delle condizioni di
lavoro nel settore agricolo della provincia di Caserta, compresa
l’industria del tabacco, è caratterizzata da un profondo
sfruttamento del lavoro, bassi salari, contratti illegali e una
presenza impressionante del caporalato, compresa l’estorsione e il
ricatto dei lavoratori” 
</p>



<p>“Parliamo
con migliaia di lavoratori che lavorano in condizioni estreme, la
maggior parte dei quali sono immigrati dall’Europa orientale,
dall’Africa settentrionale e dall’Africa subsahariana. Gran parte
dell’intera filiera del settore del tabacco è caratterizzata da
condizioni di lavoro estreme e allarmanti”.</p>



<p>Philip
Morris da solo ha investito 1 miliardo di euro nell’industria del
tabacco in Italia negli ultimi cinque anni e ha simili piani di
investimento per i prossimi due anni; British American Tobacco ha
dichiarato investimenti in Italia per 1 miliardo di euro tra il 2015
e il 2019.</p>



<p>Nel
2015 Philip Morris ha siglato un accordo con Coldiretti, la
principale associazione di imprenditori del settore agricolo, per
acquistare 21.000 tonnellate di tabacco all’anno dagli agricoltori
italiani, investendo 500 milioni di euro, fino al 2020.</p>



<p>Gennarino
Masiello, presidente di Coldiretti Campania e vicepresidente
nazionale, ha affermato che l’accordo prevede “un forte impegno a
rispettare i diritti dei dipendenti, vietando fenomeni come il
caporalato e il lavoro minorile”.</p>



<p>Un
accordo stipulato nel 2018 tra l’Organizzazione Interprofessionale
Tabacco Italia (OITI), un’organizzazione di agricoltori e il
ministero dell’agricoltura ha portato all’introduzione di un
codice di condotta nell’industria del tabacco, comprensivo anche
delle tematiche relative alla protezione della salute dei lavoratori,
e a una strategia nazionale volta alla riduzione dell’impatto
ambientale dell’industria di tabacco.</p>



<p>Nonostante
siano state adottate misure per migliorare le condizioni dei
lavoratori nell’industria del tabacco, l’OITI è stato costretto
a riconoscere che “gli abusi sul luogo di lavoro spesso hanno cause
sistemiche” e che “soluzioni a lungo termine per affrontare
questi problemi richiedono l’impegno serio e duraturo di tutti gli
attori della filiera, insieme a quello del governo e delle altre
parti coinvolte”.</p>



<p>Nonostante
le parole di Simon Cleverly, capo del gruppo di affari aziendali
presso la British American Tobacco &#8211; “where we are made aware of
alleged human rights abuses, via STP, our whistleblowing procedure or
by any other channel, we investigate and where needed, take remedial
action” – e di Simon Evans, responsabile delle relazioni con i
gruppi di Imperial Tobacco &#8211; Through the industry-wide sustainable
tobacco programme we work with all of our tobacco suppliers to
address good agricultural practices, improve labour practices and
protect the environment.” &#8211; i migranti intervistati non hanno
riscontrato alcun miglioramento rispetto alle proprie condizioni
lavorative.</p>



<p>A
seguito dell’inchiesta del the Guardian, ONT ha riferito che i
propri tecnici visitano i produttori di tabacco almeno una volta al
mese per monitorare la conformità alle normative sui contratti e
sulla produzione e che non avrebbe più tollerato alcun tipo di
sfruttamento del lavoro.</p>



<p>Secondo
quanto riportato da Vera Da Costa e Silva, a capo della segreteria
della Convenzione quadro dell’Organizzazione mondiale della sanità
sulla lotta contro il tabagismo “Non sono state intraprese azioni
efficaci per invertire questo scenario”, sfondo di un settore che,
per quanto nocivo alla salute, continua a produrre enormi profitti a
costi molto bassi. 
</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. H&#038;M, moda al massimo e salari al minimo﻿</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 May 2019 09:01:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>  di Veronica Tedeschi H&#38;M, una delle marche più famose che possiamo trovare in tutti i centri commerciale e indosso ad adolescenti e giovani di ogni età. Le commesse della catena H&#38;M sono sottopagate,&#46;&#46;&#46;</p>
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<p> </p>



<ul class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" width="600" height="400" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" data-id="12492" data-link="http://www.peridirittiumani.com/?attachment_id=12492&utm_source=rss&utm_medium=rss" class="wp-image-12492" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto1-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure></li></ul>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>H&amp;M, una delle marche più famose che possiamo trovare in tutti i centri commerciale e indosso ad adolescenti e giovani di ogni età.  </p>



<p>Le commesse della catena H&amp;M sono sottopagate, sfruttate, costrette a lavorare in negozi senza finestre; il loro guadagno si aggira intorno ad 1,50 euro l’ora, non hanno pause né diritti.</p>



<p>No, non è la realtà. O, per meglio dire, non è la realtà occidentale. La stessa H&amp;M, la cui base operativa è situata in Etiopia, ha operai e operaie tra i meno pagati al mondo. Il brand citato, insieme ad altri grandi marche, viene ripreso in uno studio effettuato da un centro americano che monitora il rispetto dei diritti umani nel lavoro.</p>



<p>L’Etiopia, il secondo paese più popoloso dell’Africa, negli ultimi anni ha visto sempre di più l’aumento di gravi violazioni di diritti umani come torture e maltrattamenti nei confronti di detenuti e un progressivo appiattimento della libertà d’espressione, ed ora, a tutto questo, aggiunge le violazioni legate ai diritti dei lavoratori.</p>



<p>
Le
motivazioni del Governo sono quelle di voler attrarre investimenti
stranieri per creare il “Made in Etiopia”, spingendo ad avere
livelli salariali di base inferiori a quelli di qualunque altro
Paese. 
</p>



<p> Al momento i dipendenti etiopi lavorano per meno di un terzo degli stipendi del Bangladesh, circa 26 dollari al mese, cifra che non permette ai lavoratori di garantirsi vitto, alloggio e mezzi di trasporto dignitosi.  </p>



<ul class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" width="960" height="640" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" data-id="12493" data-link="http://www.peridirittiumani.com/?attachment_id=12493&utm_source=rss&utm_medium=rss" class="wp-image-12493" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto2-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/05/foto2-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></figure></li></ul>



<p>La volontà di un Governo di far girare la propria economia aumentando gli export che, però, va a discapito dei propri cittadini e non tiene in considerazione l’eventualità che questi ultimi possano stancarsi e ribellarsi.  </p>



<p>
La
speranza è quella di far arrivare le esportazioni a 30 miliardi (dai
145 milioni di dollari l’anno attuali), un obiettivo irrealistico
soprattutto considerata la non motivazione dei lavoratori che, con
stipendi così bassi, più volte si sono ritrovati per strada a
manifestare o dimessi dopo pochi giorni. Il non avere continuità sul
lavoro e la non motivazione di tutti porta sicuramente ad
un’inversione di rotta che quasi sicuramente non farà aumentare
l’export.</p>



<p>Secondo stime rilanciate dalla stampa internazionale, in Cina gli operai tessili guadagnano in media circa 340 dollari al mese. In Kenya la paga non supera invece i 207 dollari ma resta comunque otto volte più elevata rispetto ai livelli etiopi sopra citati.  </p>



<p>Numerose inchieste stanno seguendo questa importante violazione dei diritti umani. L’Occidente che acquista maglie e pantaloncini, ovviamente, non si accorge della gravità di questa situazione ma è giusto che l’informazione su come queste persone siano costrette a lavorare giri il più possibile.</p>



<p>
Infine,
anche l’organizzazione per i diritti dei lavoratori Workers rights
consortium (Wrc), denuncia che i lavoratori che fabbricano abiti per
la compagnia statunitense Phillips-Van Heusen Corporation (Pvh) –
che produce abiti per marchi come Tommy Hilfiger e Calvin Klein –
sono sottoposti ad abusi e sottopagati.</p>



<p>
Lo
scopo delle parole di questo articolo è una semplice denuncia
sociale, per far sì che prima di entrare in una grande catena di
abbigliamento vi poniate due domande. Il non acquisto del capo che
avete in mano può cambiare la vita di una persona, dall’altra
parte del mondo.</p>
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		<title>Donne e discriminazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Mar 2019 07:14:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Foto dalla Campagna UNWOMEN di Veronica Tedeschi Nell’anno 2019, dove modernità e tecnologia sono i capisaldi della nostra società, possiamo ancora affermare che esistono discriminazioni tra uomini e donne? Molti potrebbero pensare che quello&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Foto dalla Campagna UNWOMEN </b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/unwoman-campagna.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12181" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/unwoman-campagna.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="225" /></a></span></span>di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY">Nell’anno 2019, dove modernità e tecnologia sono i capisaldi della nostra società, possiamo ancora affermare che esistono discriminazioni tra uomini e donne?</p>
<p align="JUSTIFY">Molti potrebbero pensare che quello della disparità tra uomo e donna non sia un problema presente in tutte le società. Rispetto a cinquant’anni fa le donne lavorano, in alcuni casi anche a tempo pieno; hanno la possibilità di scegliere da sole il proprio destino, di divorziare dal proprio compagno e di vestire come meglio credono. Si tratta senza dubbio di conquiste importanti, che tuttavia non annullano del tutto le differenze di genere ancora presenti anche in Occidente.</p>
<p align="JUSTIFY">Negli anni, dalla conquista del diritto al voto, le donne hanno sempre più visto crescere i loro diritti e il loro ruolo nella società. Nulla di più vero ma anche nulla di più contestabile. In Italia non vi sono “palesi” discriminazioni, né sul posto di lavoro né nella vita ma guardando più a fondo i dati si scopre che solo il 22% dei dirigenti in Italia sono donne, contro il 78% degli uomini (Fonte: Il Sole 24 Ore), la maggior parte delle quali si trova in Lombardia e Lazio.</p>
<p>Inoltre, secondo il Global Gender Gap Report 2017, su 144 Paesi esaminati, l’Italia si piazza al 126esimo posto per la parità retributiva tra uomini e donne, e al 118esimo per la partecipazione delle donne all’ economia. <span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Art. 37 Costituzione: </span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Una pratica molto distante dalla teoria dunque che crea barriere legali che limitano l’accesso delle donne al mondo del lavoro e ristringono la possibilità di arrivare ad una vera equità di genere che, è stato dimostrato, ha effetti negativi anche sulla crescita globale.</p>
<p align="JUSTIFY">Ogni giorno, nel mondo del lavoro, le donne subiscono gli effetti della discriminazione di genere in tre ambiti: l’accesso al mondo del lavoro, le carriere e i salari. Ma come ha fatto il genere a trasformarsi in un giudizio di valore diverso per donne e uomini? La presenza di una società prettamente maschilista sia sotto il punto di vista politico che religioso. Il mondo religioso, per l’appunto, è tra i più ostili al cambiamento per quanto riguarda l’entrata delle donne come capi religiosi.</p>
<p align="JUSTIFY">Certo, rispetto a qualche anno fa le donne hanno più facilmente accesso al mondo del lavoro, ma difficilmente arrivano a ricoprire posizioni importanti. Fattore ancora più importante, è quello del gap salariale: secondo un rapporto dell’Onu, nel mondo le donne guadagnano in media il 23% in meno degli uomini. Questo accade perché solitamente lavorano meno ore retribuite, operano in settori a basso reddito o sono meno rappresentate nei livelli più alti delle aziende. Ma anche, semplicemente, perchè ricevono in media salari più bassi rispetto ai loro colleghi maschi per fare esattamente lo stesso lavoro. Esistono poi dei settori in cui le presenze femminili vengono ancora accettate a fatica: le donne sono considerate universalmente più adatte a lavorare in settori come istruzione e cura, mentre sono guardate con scetticismo se sognano di diventare informatici, ingegneri o tecnici.</p>
<p align="JUSTIFY">Insomma, per quanto sia innegabile il raggiungimento di importanti traguardi, la strada lungo la parità assoluta è ancora lunga. Tocca alla scuola operare affinché le visioni retrogade sulla donna spariscano una volta per tutte, con immediati benefici anche per la società. E’ infine necessario un intervento decisivo della politica: servono leggi mirate per garantire parità di trattamento e pieno rispetto delle regole sui luoghi di lavoro e nei pubblici uffici. Solo con uno sforzo congiunto l’uguaglianza non sarà più soltanto un miraggio.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Fast fashion, luxury fashion e i lavoratori invisibili in Puglia</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Nov 2018 08:38:31 +0000</pubDate>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">di Cecilia Grillo</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Io sono pugliese e la Puglia non è il Bangladesh. Citano fonti sconosciute e dicono anche che in Italia non abbiamo una legge sul salario minimo e questo è grave. Le nostre sono aziende serie, se i subcontratti hanno fatto delle stupidaggini questo va perseguito, ma condividiamo tutti lo stesso contratto per la tutela dei lavoratori. Se poi volevano demonizzare il lavoro domestico trovo che sia sbagliato, ha un senso purché sia ben pagato.”</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Con queste parole Carlo Capasa, Presidente della Camera Nazionale della Moda, risponde all’inchiesta sul </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Made in Italy</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, pubblicata dal </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>New York Times</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, non a caso proprio in occasione della </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Milano Fashion Week</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> (che si tiene ogni settembre), organizzata dalla Camera Nazionale della Moda Italiana.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Per valutare la serietà delle accuse del New York Times, proviamo a capire meglio cosa si intende per </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>luxury fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> e qual’è il loro impatto sul settore della moda italiano.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Il concetto di </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, di cui purtroppo non si sente frequentemente parlare, affonda le sue radici nello sviluppo del fenomeno della cosiddetta “</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Quick Response</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">”, che si è evoluto dalla fine degli anni &#8217;70 e durante tutto il 1980, quando i fornitori americani di tessuti e abbigliamento hanno iniziato a subire forti pressioni competitive dall&#8217;Estremo Oriente, che esportava prodotti a costi notevolmente inferiori. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Secondo alcuni filoni dottrinali per </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> si deve intendere il comportamento delle aziende che cercano di soddisfare la domanda dei clienti fornendo la giusta quantità, varietà e qualità al momento giusto, nel posto giusto, al giusto prezzo. Da quando tuttavia un piccolo numero di organizzazioni di vendita al dettaglio ha adottato e implementato con successo il principio del </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, il settore l&#8217;ha percepito come un vantaggio competitivo, implementando tecniche di vendita che riuscissero a stare al passo con le richieste dei mercati internazionali.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Esempi di marchi cosiddetti </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> sono rappresentati da H&amp;M, Zara, Topshop, Mango e molti altri, che, con i propri prezzi ed offerte, sono stati in grado di attirare l’attenzione del consumatore tentato dalla moda, allo stesso tempo interpretando le tendenze delle passerelle con un </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>time-to-market</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> cosiddetto veloce. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Il </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> è indice di una produzione veloce, di capi di abbigliamento sempre di moda venduti a prezzi economici, che sono caratterizzati da un ricambio continuo e da qualità scadente; ma chi paga le conseguenze per il mantenimento di prezzi così bassi e di tale ricambio costante? La manodopera ovviamente. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Il </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, oltre ad essere causa del sempre maggiore sfruttamento dei lavoratori, contribuisce notevolmente all’inquinamento di mari e oceani laddove i capi siano stati realizzati con fibre sintetiche della plastica, oltre all’inquinamento chimico prodotto dalle fabbriche, quello dei pesticidi nei campi di cotone, lo spreco di acqua ed energia, malattie e dermatiti della pelle che affettano i lavoratori di tessuti sintetici o colorati.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">In riferimento al </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> queste le parole di Kirsten Brodde, che lotta per la campagna di Greenpeace “</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Detox my Fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">”: È difficile resistere al buon affare, ma </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> significa che noi consumiamo e gettiamo i vestiti più velocemente di quanto il pianeta possa sopportare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Elizabeth Paton e Milena Lazazzera, le due giornaliste che hanno condotto l’inchiesta per il </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>New York Times</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, sottolineano come proprio il lavoro a domicilio, praticato frequentemente nelle periferie pugliesi, in casa o in laboratori, rappresenti una delle basi fondanti del fenomeno del </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Costruite sulla miriade di piccole e medie imprese manifatturiere orientate all&#8217;esportazione, che costituiscono la spina dorsale italiana, le fondamenta secolari della leggenda del &#8220;</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Made in Italy</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">&#8221; si sono scosse negli ultimi anni sotto il peso della burocrazia, aumento dei costi e della disoccupazione, portando con sé una diminuzione dei salari e un aumento del numero di lavoratori irregolari sul suolo italiano.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Tuttavia i lavori tessili che vengono svolti a domicilio ad alta intensità di manodopera o che richiedono manodopera specializzata sono sempre esistiti in Italia e sono solo stati incrementati, ma non creati, dallo sviluppo del fenomeno del </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">. Secondo l’opinione prevalente la mancanza di un salario minimo nazionale stabilito dal governo ha reso più semplice per molti lavoratori che svolgono la propria mansione a domicilio essere pagati in nero e secondo </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>standard</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> molto più bassi rispetto ai minimi legali.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Secondo i dati riportati dall’Istat per l’anno 2017, 7.216 lavoratori a domicilio, di cui 3.647 operanti nel settore tessile, sono stati impiegati in Italia con contratti irregolari.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Schermata-2014-01-09-alle-18.02.561.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11656" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Schermata-2014-01-09-alle-18.02.561.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="575" height="422" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Schermata-2014-01-09-alle-18.02.561.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 575w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Schermata-2014-01-09-alle-18.02.561-300x220.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 575px) 100vw, 575px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Una delle ragioni per cui le retribuzioni lavorative per la produzione di indumenti e tessuti in questo tratto dell&#8217;Italia meridionale sono rimaste così basse è rappresentato dalla delocalizzazione, negli ultimi venti anni, della produzione tessile in Asia e nell&#8217;Europa dell&#8217;Est, che ha intensificato la concorrenza locale e che ha “costretto” i proprietari di fabbriche e industrie tessili a ridurre notevolmente i prezzi per poter essere competitivi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Ma non sono solo i marchi di </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, secondo quanto riportato dall’inchiesta del NYT, a sfruttare i lavoratori, anche i colossi della moda, le più famose </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>griffe</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, non rispettano quelli che sono gli </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>standard</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> minimi di tutela della propria manodopera, le condizioni e gli orari lavorativi previsti per legge, i salari corrispondenti ai minimi legali, etc.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Ed è qui che ritorniamo alla Puglia, dove alcune fra le più famose marche italiane sfruttano i lavoratori, pagando un euro all’ora sarte, prive di garanzie o assicurazioni, che tessono cappotti e abiti, destinati ad essere poi rivenduti sul mercato a prezzi fra i 1.000 e i 2.000 euro al capo, secondo quanto riportato dal NYT a seguito di interviste fatte a una sessantina di donne pugliesi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Ad oggi anche i più famosi marchi e </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>griffe</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, il cosiddetto </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>luxury fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, sottopagano e non rispettano i diritti dei propri lavoratori, infatti anche se negli ultimi anni alcuni fra questi hanno riportato la propria produzione tessile in Puglia, la gestione del mercato dei lavoratori è ancora saldamente nelle mani dei fornitori e degli industriali locali, i quali preferiscono utilizzare subfornitori o lavoratori a domicilio sottopagati.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Il lavoro al nero che le sarte pugliesi, e non solo, svolgono nei propri appartamenti o studi vengono infatti anche affidati in </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>outsourcing</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> dallo stabilimento locale che produce anche articoli di abbigliamento esterno per alcuni dei più noti marchi di lusso, tra cui Louis Vuitton, MaxMara e Fendi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Le storie delle sarte e delle operaie del meridione italiano parlano di donne costrette a ricorrere a turni straordinari, a miseri sussidi statali, a lavori secondari per poter arrivare a fine mese e per poter mantenere i propri figli, vincolate ad una qualità di vita assolutamente al di sotto della media, a impatti negativi sulla propria salute, alla difficile possibilità di accesso al sistema sanitario nazionale, alla cultura e all&#8217;istruzione secondaria.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Secondo quanto dichiarato dalla Lucchetti, portavoce dell’importante movimento di denuncia “</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Clean Clothes Campaign”, </i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">la Campagna Abiti Puliti, i cui membri da anni si battono per sensibilizzare e coinvolgere i consumatori riguardo alla tematica dello sfruttamento della manodopera del settore tessile: “</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>I marchi commissionano i primi appaltatori a capo della catena di fornitura, che poi commissionano ai subfornitori, che a loro volta spostano parte della produzione in fabbriche più piccole sotto la pressione di tempi di consegna ridotti e prezzi ridotti. Ciò rende molto difficile che ci sia sufficiente trasparenza o responsabilità. Sappiamo che il lavoro a casa esiste. Ma è così nascosto che ci saranno marchi che non hanno idea che gli ordini siano fatti da lavoratori irregolari al di fuori delle fabbriche contrattate […] e alcune aziende e griffe devono sapere che potrebbero essere complici</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">”.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Le prime battaglie per la tutela dei diritti dei lavoratori dovrebbero quindi partire proprio da quelle </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>griffe </i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">più famose, che potrebbero ad esempio richiedere ai fornitori con cui collaborano di firmare un </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Sustainability Commitment</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, di pagare ai propri dipendenti salari legali minimi, di riconoscere e compensare le ore di straordinario, di controllare che rientrino nei limiti legali e che rispettino la legge nazionale, e che dovrebbero porre termine ai rapporti commerciali nel caso in cui i fornitori non apportino i miglioramenti necessari e non rispondano ai requisiti richiesti.</span></span></p>
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