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	<title>scrittore Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>“Libri Liberi”. Una piccola morte</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jul 2025 12:17:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto “Da quando Dio mi ha dato la vita, a Murcia, e fin quando me l&#8217;ha tolta, a Damasco, sono stato continuamente in viaggio”, così afferma il protagonista di questo lungo racconto&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/Una-piccola-morte.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="240" height="376" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/Una-piccola-morte.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18081" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/Una-piccola-morte.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 240w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/Una-piccola-morte-191x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 191w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /></a></figure></div>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>“Da quando Dio mi ha dato la vita, a Murcia, e fin quando me l&#8217;ha tolta, a Damasco, sono stato continuamente in viaggio”, così afferma il protagonista di questo lungo racconto all&#8217;inizio del quarto capitolo del romanzo intitolato “Una piccola morte”, di Mohamed Hasan Alwan (edito da E/O).</p>



<p>Si tratta della vicenda di Muhammad Ibn Arabi, vissuto tra il XII e XIII secolo e considerato uno dei più importanti mistici di sempre, ispiratore persino di Dante e di San Giovanni della Croce.</p>



<p>Se la metafora del viaggio, in Letteratura, è metafora di Vita, Ibn Arabi, attraverso i suoi spostamenti tra la Spagna (che all&#8217;epoca faceva parte dell&#8217;impero degli Almohadi) e alcune città del Nord Africa e del Medioriente conduce la propria esistenza da uomo finito e mortale (si sposa più volte, diventa padre, prende parte alle complesse vicende politiche del suo tempo, è docente stimato delle madrase più affermate del mondo arabo, soffre per la perdita degli amici cari), ma allo stesso tempo compie un percorso spirituale che lo porterà a divenire uno dei più importanti padri del sufismo, la dimensione, appunto, mistica della religione islamica.</p>



<p>Ogni capitolo è introdotto da citazioni del maestro stesso &#8211; alcune più interessanti, altre meno &#8211; che delineano il suo pensiero filosofico e poetico e la scrittura dettagliata e curata dell&#8217;autore permette di prender parte all&#8217;avventura del personaggio principale e dei comprimari, alcuni dei quali sono stati, per lui e per i lettori, guide interiori, come ad esempio le bella figura del compagno di ricerca e servo fedele, Badr. Ricerca di cosa? Dei quattro <em>watad</em>, ovvero dei quattro santi che proteggono i quattro angoli del mondo, ma in realtà la vera ricerca è quella del senso della vita.</p>



<p>Tradotto in più di dieci lingue, la storia di Ibn Arabi romanzata da parte del giovane autore saudita, classe 1979, ha riscosso enorme successo &#8211; tanto da vincere l&#8217;International Prize for Arabic Fiction, il più prestigioso riconoscimento dedicato alla letteratura in ligua araba &#8211; per la scrittura esoticamente affascinante, per la descrizione vivida delle situazioni storiche e, infine, per la delicatezza con cui Alwan, tramite un racconto in prima persona, accompagna il lettore nella individuale, privata indagine del significato dell&#8217;esistenza.</p>



<p>Raggiungere il misticismo, raggiungere un&#8217;Altezza è facile: è sufficiente, per elevarsi, per viaggiare in verticale, farlo in linea orizzontale, ovvero amando chi è intorno a noi, coloro che intrecciano il nostro percorso, nel bene nel male. E ciò dimostra come, al di là delle distinzioni tra le fedi monoteiste, l&#8217;essenza sia la medesima: “La nostra religione è la religione dell&#8217;amore, e tutti gli uomini sono legati in una catena di cuori, e se un anello si stacca, un altro, in un altro luogo, ne prenderà il posto”. <em>Una piccola morte</em>, ci dice che è l&#8217;amore che ci individua, l&#8217;amore per gli altri che così “altri” non sono.</p>
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		<title>HIJRA: un pugno nello stomaco</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Mar 2025 09:52:58 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p>Il libro di oggi arriva dritto come un pugno nello stomaco. Sí, è così che l&#8217;ho sentito, infatti in diversi momenti mi sono dovuto fermare. Il dolore era troppo, era troppa l&#8217;immedesimazione col protagonista di questa storia.</p>



<p>La storia è quella di Saif Ur Rehman Raja, ovvero lo stesso autore di questa sentita autobiografia. Saif è cresciuto tra il Pakistan e l&#8217;Italia, ma non sente di appartenere a nessuno dei due Paesi.</p>



<p>Le case senza tetto pakistane sembrano attendere le piogge come fossero momenti di festa, in contrapposizione alla grigia Bolzano e ai suoi frequenti e minacciosi temporali. Due realtà molto differenti per il protagonista non solo per il clima, ma anche per il cibo e le festività. Il racconto non procede proprio in maniera cronologica, si passa da un Paese all&#8217;altro per farci cogliere il senso di alienazione dello scrittore. Il Pakistan e le sue spezie, descritte come magiche e un rifugio per un bambino che ama stare in cucina con le donne. Saif viene cresciuto dalla madre, suo unico punto di riferimento fino all&#8217;adolescenza. Il padre c&#8217;è solo per impartire disciplina, non c&#8217;è spazio per carezze e comprensione.</p>



<p>Vive sulla sua pelle cosa vuol dire razzismo, violenza domestica e sessuale e infine, omofobia. Ci fa vivere il suo dolore e la sua sofferenza.</p>



<p>Le ultime pagine sono dedicate al Saif di oggi, una persona che, lavorando sodo, tra le sofferenze, finalmente si riscatta.</p>



<p>Finalmente scopre il valore di essere figlio di due culture diverse.</p>



<p>Ora Saif è un pedagogista e scrittore. Questo libro ha già avuto vari riconoscimenti.</p>



<p>Il Saif di oggi può abbracciare quello di ieri e dirgli: &#8220;Ce l&#8217;hai fatta!&#8221;.</p>
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		<title>“LibriLiberi”. Il selvaggio</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Oct 2024 16:33:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Selvaggio. Sarò il selvaggio. Non mi fermeranno. Se devo vendicarmi, mi vendicherò Se devo perdonare, perdonerò. Se devo amare, amerò. Se devo cedere, cederò. Se devo combattere, combatterò. Mi è chiaro&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/10/cop-il-selvaggio.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="328" height="466" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/10/cop-il-selvaggio.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17750" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/10/cop-il-selvaggio.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 328w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/10/cop-il-selvaggio-211x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 211w" sizes="(max-width: 328px) 100vw, 328px" /></a></figure></div>



<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p></p>



<p><em>Selvaggio. Sarò il selvaggio.</em></p>



<p><em>Non mi fermeranno.</em></p>



<p><em>Se devo vendicarmi, mi vendicherò</em></p>



<p><em>Se devo perdonare, perdonerò.</em></p>



<p><em>Se devo amare, amerò.</em></p>



<p><em>Se devo cedere, cederò.</em></p>



<p><em>Se devo combattere, combatterò.</em></p>



<p><em>Mi è chiaro che sarà la vita &#8211; non la morte &#8211; a guidare le mie decisioni.</em></p>



<p><em>Darò la vita per la vita, sempre per la vita.</em></p>



<p>Un romanzo lungo, più di 700 pagine, framezzato da poesie, elenchi, lettere, parole apparentemente sconnesse e anche di leggende e tradizioni appartenenti a molti popoli riguardanti il culto dei morti, ma una prosa perlopiù piana in cui si raccontano due vicende: quella di Jaun Guillermo e quella di Amaruq, il primo è un ragazzino che vive in un quartiere degradato di Città del Messico e il secondo è un giovane indigeno dello Yukon.</p>



<p>Guillermo Arriaga è noto per aver scritto gli script di film di successo quali: <em>Amores perros</em>, <em>21 grammi</em>, <em>Babel</em> e <em>Le tre sepolture</em>; ha co-sceneggiato <em>Ti guardo</em>, opera vincitrice del Leone d&#8217;Oro alla Mostra del Cinema di Venezia. Si sente, in effetti, la scrittura per immagini anche nei suoi romanzi e, in particolare, in quest&#8217;ultimo intitolato <em>Il selvaggio</em> (edito da Bompiani) dove i paesaggi &#8211; urbani e naturalistici &#8211; avvolgono, quando non triturano, i personaggi fino quasi a scarinificarli, a volte ad ucciderli, spesso a metterli alla prova come moderni Giobbe che chiedono a Dio se c&#8217;è e cosa ci stia a fare di fronte alle sofferenze umane.</p>



<p>Fin dalla primissima infanzia, infatti, Juan Guillermo ha avuto a che fare con la morte: l&#8217;amato fratello Carlos viene brutalmente ammazzato da un gruppo di ragazzi ultracattolici, fanatici, vicini alla mentalità e alla pratica nazifascista; i genitori del protagonista si lasciano cadere con un&#8217;auto in un burrone; rimasto solo e gelosissimo di Chelo, una bella ragazza affetta da “disperazione”, tenterà la vendetta per i propri cari.</p>



<p>Amaruq è ossessionato dal fantasma del nonno che gli intima di compiere una missione: quella di cacciare un grande e maestoso esemplare di lupo, dal nome inuit quasi impossibile da pronunciare, ma soprannominato “il selvaggio” per il suo essere indomito.</p>



<p>Entrambi i giovani uomini, in epoche e ambienti diversi, saranno costretti a lottare con il corpo e con la propria coscienza, circondati dalle brutture della realtà e dalle difficoltà imposte dal voler portare a termine, a tutti i costi, i dettami della volontà, sia che venga dalla propria anima, sia che provenga dal proprio mentore.</p>



<p>Arriaga muta i registri di scrittura, coinvolgendo il lettore nelle violenza cruda che attanaglia la breve vita di Juan Guillermo, del suo “habitat”, della maggior parte delle persone con cui ha a che fare, mentre rende epico e poetico il racconto dell&#8217;altro protagonista, al principio solo con la belva e con il proprio avo, nella pratica di sciamanesimo che viene indotto a terminare con enorme paura, dolore fisico e prostrazione.</p>



<p>Centellina, lo scrittore, la storia di indizi, di semi che fanno riflettere sull&#8217;idea che i fatti narrati abbiano un significato metaforico, come accade per la Bibbia o per ogni testo sacro, perchè la morte e la vita sono molto evidenti, ma è il nostro rapporto con questi concetti ad essere analizzato in una forma esasperata dalla fantasia, ma veritiera. Chi di noi ha avuto il coraggio di addomesticare un lupo? Quanti saremmo in grado di provare pìetas per il peggior assassino? E come consideriamo la persona amata? Interessante anche attribuire un ruolo ai personaggi comprimari, donne, uomini, bambini che, di volta in volta, si fanno aiutanti, antagonisti, alter-ego o guide spirituali nel grande teatro dell&#8217;esistenza.</p>



<p>Tanti gli spunti su argomenti universali, calati però in contesti diversi, lontani e vicini che, nell&#8217;epilogo, si riconciliano in una struttura circolare affascinante; proprio il cerchio che è simbolo del Tempo cosmico, della Vita che si rinnova, della possibilità di una catena di solidarietà tra animali e della concorrenza tra i quattro elementi nel costruire l&#8217;armonia. Un&#8217;armonia che, prima di tutto, è bene trovare dentro di noi e poi con chi consideriamo “altri”.</p>



<p>Ottima lettura, quindi, accattivante, colta, coinvolgente e ricca di strumenti di introspezione.</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p><em>“Conclusi che nei prematuri il corso evolutivo s&#8217;interrompe. Così, chi nasce prima del tempo lo fa in un momento intermedio fra uomo e animale. E sebbene la socializzazione e la cultura rimedino a questa mancanza di sviluppo uterino, in noi prematuri rimane la traccia perenne dell&#8217;animalità”.</em></p>



<p><em>“Dopo aver spezzato la nuca a centinaia di cincillà conclusi che Spinoza aveva ragione. La tigre vuole rimanere tigre, la pietra la pietra, il cincillà il cincillà, l&#8217;uomo, l&#8217;uomo. E&#8217; l&#8217;istinto di conservazione a prevalere, non la tendenza alla morte. Di qui il terrore nella sua forma più pura: la paura di morire”.</em></p>



<p>“<em>Non c&#8217;era più nella che mi legasse alla cupa barca dei miei morti. Gli unici oggetti della mia vita precedente erano rimasti in salvo nelle valigie che mi ero portato a casa di Sergio. Il resto era svanito nel fuoco. Fuoco purificatore che mi aveva liberato dal peso del passato. Niente più catene. Libero”.</em></p>
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		<title>“LibriLiberi”. Trilogia della guerra</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Aug 2024 07:31:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Agustin Fernàndez Mallo è uno scrittore galiziano che con il suo ultimo lavoro “Trilogia della guerra” (edito in Italia da Utopia) propone un esempio della corrente letteraria di cui è fondatore&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/trilogia-copertina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="600" height="600" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/trilogia-copertina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17654" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/trilogia-copertina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/trilogia-copertina-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/trilogia-copertina-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/trilogia-copertina-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/trilogia-copertina-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></figure></div>



<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Agustin Fernàndez Mallo è uno scrittore galiziano che con il suo ultimo lavoro “Trilogia della guerra” (edito in Italia da Utopia) propone un esempio della corrente letteraria di cui è fondatore ed esponente, chiamata <em>Nocilla</em> o <em>afterpop</em>, una corrente che si basa sulla interdisciplinarietà e frammentazione del racconto, sull&#8217;utilizzo di testi altrui, sulla commistione di cultura alta e cultura popolare. Un vero e proprio metodo sperimentale di narrativa che, però, non stordisce il lettore, ma lo accompagna in un viaggio fisico e mentale, denso di riflessioni sul Passato e sul Presente.</p>



<p>Mallo è stato un Fisico per diciotto anni; la traduttrice italiana, Silvia Lavina, è laureata in Filosofia: Fisica e Filosofia, si sa, si abbracciano. Ma vediamo di capire di cosa si parli: diviso in tre libri &#8211; non capitoli, infatti, e i riferimenti alla Bibbia puntellano alcune parti – il libro fa muovere i protagonisti tra l&#8217;isola di San Simòn, che negli anni della guerra civile spagnola ospitò un campo di concentramento; gli Stati Uniti dove un reduce della guerra del Vietnam dice di essere il quarto tra i primi astronuati ad aver posto la bandiera sulla Luna; e la costa della Normandia, attraversata da una donna, costa che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale. Tre guerre, vicine e lontane, che emergono sì dal racconto, ma sottoforma di ricordi, pensieri, ipotesi e quindi non in maniera diretta. Guerre evocate, immaginate, rimembrate che restano impresse sulla pelle di chi le ha vissute o di chi le ha solo studiate oppure ascoltate; conflitti che fanno da sfondo e si intrecciano alle esistenze dei tre protagonisti che forse sono una persona sola o che forse incarnano lo scrittore stesso e anche ognuno di noi perchè in ciascuna di quelle esistenze viene messa in discussione la consueta modalità di vedere le cose. In alcune pagine sono, infatti, riportate fotografie in bianco e nero, apparentemente banali o strane, che mai qualcuno avrebbe scattato. Eppure c&#8217;è qualcuo che lo ha fatto e le ha pubblicate e commentate: perchè, come si legge in esergo (ed è un verso di Carlos Oroza, poeta iberico) “<em>E&#8217; un errore dare per scontato ciò che fu contemplato</em>”. Verso, questo, che più volte viene ripetuto come mantra, come monito e, infine, come spiegazione di tutto l&#8217;impianto narrativo. Facciamo un esempio: uno dei personaggi più interessanti &#8211; che si fa chiamare non a caso Salvador Dalì &#8211; in un lungo monologo, osserva (guarda) a lungo la spazzatura che si concentra nel fiume Hudson a Manhattan e sostiene che gli artisti creano a partire dagli scarti di coloro che li hanno preceduti e che, in fondo, l&#8217;evoluzione umana è avvenuta grazie agli <em>scarti</em> di chi ci ha preceduto.</p>



<p>Numerosi, inoltre, i riferimenti a W.G. Sebald e al suo celebre “La Storia naturale della distruzione”, ma come dicevamo molti sono gli omaggi a scrittori e persone di cultura in generale (Musica, Poesia, Cinema, Pittura) che vanno a comporre un puzzle fantasmagorico grazie anche alle attività mentali dei tantissimi attori di queste storie, attori viventi e attori che non ci sono più. E qui c&#8217;è un altro tema importatissimo, forse quello principale: la possibilità di un dialogo tra vivi e morti. Siamo certi di essere noi i sopravvisssuti ? I nostri comportamenti, il nostro modo di attuare l&#8217;esistenza è davvero intenso, naturale, genuino, oppure ci siamo persi tra i meccanismi politici, economici e sociali? C&#8217;è chi muore per un&#8217; utopia e chi muore lentamente senza nemmeno accorgersene.</p>



<p>Infine: qual è il significato del verso di Oropa? Si tratta del suggerimento di guardare la realtà (e la Storia collettiva o individuale che sia) sempre da punti di vista differenti, mai in maniera unilaterale perchè solo in questa maniera si possono scoprire tutte le superfici e le stratificazioni del tempo. Viene in mente Borges che intravedeva nelle teorie filosofiche l&#8217;opportunità di scrivere finzioni e di utilizzare tali finzioni per mostrare i lati nascosti, immaginali della realtà o degli infiniti mondi possibili.</p>



<p>Per favore, se pensate di leggerlo, non fatevi spaventare dalle narrazioni calidoscopiche, dai passi in flashback o in flasforward oppure dalle lunghe pagine di riflessioni, di pensieri, di sogni, di fantasie&#8230;Non è noioso, è “diverso”, è un libro colto, arguto, è un modo differente di leggere, di scrivere, di essere.</p>



<p>“Tutte le guerre sono un gioco, perchè ogni parte calibra le possibilità concrete di perdere qualcosa per ricavarne un beneficio, ma l&#8217;11 settembre e le successive invasioni di Afghanistan e Iraq infrangevano quel principio universale antropologico”.</p>



<p>“Alcuni allontanano la paura cantando, che è un modo per decorarla, altri parlando con se stessi, che è un modo di farla marcire dentro, altri tentano di trovare l&#8217;origine scientifica della paura per convertirla in un mero oggetto, io compresi l&#8217;inutilità di questi metodi e dunque provai ancora più paura; una paura doppia”.</p>



<p>“Perchè è proprio questa la grandezza della letteratura che si rispetti: non solo svelarci ciò che non esiste, ma anche ciò che non potremmo arrivare a concepire”.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Binyavanga Wainaina: uno scrittore controverso</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jul 2024 08:47:06 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p>Oggi vorrei approfondire uno scrittore che ho già menzionato nell&#8217;articolo di Novembre sullo scrivere di Africa. Lo scrittore in questione è Binyavanga Wainaina. Nato nel 1971, ha vinto vari premi letterari prestigiosi ed è uno dei più importanti scrittori africani<br>contemporanei.<br>L&#8217;autore è stato portabandiera dei diritti della comunità Lgbt; non ha vinto la sua battaglia contro l&#8217;AIDS ma quella contro i pregiudizi presenti in molti Paesi dell&#8217;Africa nei confronti della comunità omosessuale.<br>Conosceva bene diverse parti del suo continente, e del mondo, avendo vissuto a lungo in Sudafrica e in Inghilterra, e avendo pubblicato reportage giornalistici da diverse nazioni africane oltre che dal suo Kenya.<br>Molte sue colleghe lo hanno considerato e lo considerano un mentore, un maestro, un’ispirazione, oltre che un amico: dalla nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie a Petina Gappah.<br>Ma perché controverso? Il modo in cui lo scrittore ci racconta l&#8217;Africa è inedito per noi occidentali. Io per primo mi sono posto delle domande su alcune questioni.<br>La sua voce sarcastica e polemica colpisce l&#8217;Occidente ma anche l&#8217;Africa stessa, nessuno viene risparmiato.<br>Nel saggio &#8220;«Oxfamare* l’intero mondo nero» attacca la cultura degli aiuti: &#8220;Ciao carino, sei un orfano? Sei sudanese? Sei del Ciad? Sei una donna africana oppressa dal maschio africano? Vuoi un biscotto Oxfam? Sei stata violentata? Potresti non saperlo ma sei un’orfana e una profuga. Se sei black e sotto i dieci anni, per favore vieni a parlarci. Possiamo salvarti da te stessa. E possiamo salvarci da questi terribili esseri che siamo noi stessi. Aiutaci a Oxfamare l’intero mondo nero, per farne un posto migliore. Vogliamo darti il potere. No, tua madre non può farlo. Il tuo governo non può farlo. Il tempo non può farlo. … Nessuno può darti potere eccetto noi. E se tu non ci ascolti, i nostri malvagi – repubblicani americani, conservatori inglesi, petrolieri, cinesi, razzisti – verranno a farti fuori. Hai la scelta fra le nostre compassionevoli mammelle o le loro forze di mercato. Succhiando dal nostro amorevole seno sarai un vegano.<br>Elimineremo la tua impronta carbonica, il tuo testosterone, la tua dipendenza dalla religione. Sarai tenuto lontano dagli esseri cattivi, cioè da tutti gli uomini.&#8221;<br>È innegabile che il mondo delle ONG e delle missioni allevi il dolore di molte persone. Così com&#8217;è vero però che i flussi di aiuti crescenti dell&#8217;Occidente sono dovuti principalmente ai sensi di colpa postcoloniali che in realtà non rendono protagonista l&#8217;Africa come artifice del proprio destino. L&#8217;africano vede, ancora una volta, l&#8217;occidentale al centro di tutto.<br>In &#8220;Guida per l&#8217;aspirante dittatore&#8221; la critica interessa proprio l&#8217;Africa: &#8220;Espandi il tuo servizio di spionaggio reclutando gli individui più violenti e più leali che provengono dal tuo villaggio. Sii molto, molto gentile con il tuo esercito. Sii malvagio contro la tua polizia&#8221; o<br>ancora &#8220;Gli imperi coloniali si aspettavano poco dagli africani. Mantieni questa illusione.<br>Mantieni i tuoi cittadini in stato d’ignoranza, e improduttivi.&#8221;<br>Un&#8217;altra invettiva è per il Sudafrica, accusato di razzismo perché considera i &#8220;vicini cugini&#8221; troppo scuri di pelle, buoni solo per la magia nera.<br>Insomma, sembra che a Wainaina non piaccia nessuno; e invece no, perché si esprime con toni positivi nei confronti di Cina e India.<br>Questi due Paesi considerano il continente africano un vero mercato, a differenza di americani ed europei.<br>In territori dove la miseria abbonda, lo scrittore vede il diffondersi delle chiese protestanti ed evangeliche che&#8221;parlano meno del demonio e più della salute sessuale nel matrimonio, o degli investimenti in Borsa&#8221;, come un&#8217;opportunità.<br>Le considerazioni di Wainaina sono influenzate dai contatti con l&#8217;Occidente? Di sicuro. C&#8217;è anche da dire che gode la stima di molte sue colleghe, come abbiamo visto prima.<br>Personalmente, continuerò ad approfondire questo scrittore, mi fa riflettere e mi permette di mettermi in discussione.<br>E voi che ne pensate? Vi ho incuriosito?</p>



<p>*Oxfam è una famosa no profit per la lotta alle disuguaglianze e la povertà nel mondo</p>
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		<title>&#8220;LibriLiberi&#8221;. Giustizia, di Eltjon Bida</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Mar 2023 08:18:40 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>Di Alessandra Montesanto</p>



<p>Car*tutt*, oggi vi proponiamo la recensione dell&#8217;ultimo lavoro dello scrittore Eltjon Bida che ringraziamo anche per le risposte all&#8217;intervista a seguire.</p>



<p></p>



<p>Maria è giovane e molto credente. Silvano è più grande di età ed è un uomo rabbioso. Lei la vittima, lui il carnefice e intorno a loro molti altri personaggi che si spostano, in particolare, tra Milano e Como, in quel nord spesso freddo e scostante, ma a volte anche capace di solidarietà (due avvocati, altri due uomini…). E poi una fabbrica in cui vengono effettuati alcuni furti.</p>



<p>Stiamo parlando dei personaggi del romanzo di Eltjon Bida, intitolato “Giustizia” e edito da Pubme. Eltjon Bida è autore di origini albanesi, meneghino di adozione che, in quest’ultimo lavoro, intreccia molte storie in un testo corale di genere noir.</p>



<p>Grazie a una scrittura molto naturale, il lettore è accompagnato tra le strade e le piazze del capoluogo lombardo, tra i palazzi più centrali e le periferie, per abbracciare le vicende di persone alla ricerca di un luogo fisico o di un luogo interiore. Alcuni sono disperati, altri tormentati, i più: in particolare operai o senzatetto (questi ultimi nascondono un segreto nel ricco intreccio narrativo), ladri e criminali. Perché sì, colui o coloro che usano la violenza, fisica o psicologica sulle donne, sono criminali.</p>



<p>Il filo conduttore del libro è proprio il tema della violenza di genere: non solo Maria &#8211; il nome, non a caso, della Madre di Gesù &#8211; ma anche la giornalista che segue il caso ne sono vittime. Si tratta di un fenomeno sociale, purtroppo, trasversale che non considera l’età, lo status, la provenienza delle donne colpite.</p>



<p>Non tutti gli esseri maschili, però, sono colpevoli: esistono per fortuna anche mariti che amano le proprie mogli, come Stefano; oppure uomini che tentano di tutelare i diritti umani con l’impegno professionale. E poi è importante la rete amicale, la condivisione dei problemi, delle paure: solo così il carico è sostenibile e superabile. Forse le istituzioni dovrebbero essere più presenti, forse non sono sufficienti le misure di sicurezza oggi in atto in Italia. Tutte considerazioni che si evincono dalla lettura del testo e che non vengono esposte come una denuncia diretta, ma grazie alla delicatezza e alla bravura dello scrittore nell&#8217;identificarsi con entrambi le persone, con chi ha mantenuto la propria umanità &#8211; nonostante il disagio e le difficoltà dell&#8217;esistenza &#8211; e, a volte, anche con chi l&#8217;ha perduta.</p>



<p>Il romanzo si intitola <em>Giustizia, </em>non <em>vendetta</em>, ed è un appello per una giustizia sociale, che parte dalle relazioni che devono tornare ad essere sane in un contesto politico e comunitario che si prenda cura di ogni cittadina e cittadino perchè questa sarebbe la forma maggiormente utile di prevenzione ad ogni forma di violenza.</p>



<p><strong>Da dove trae il suo interesse per le “vittime” di un sistema (che sia sociale, economico o politico)?</strong></p>



<p>L’interesse è nato dalla storia di una mia ex collega di lavoro. Lei si era separata dal marito, ma prima della separazione aveva dovuto subire di cotte e di crude. Lui la picchiava, la violentava, la maltrattava, e lei non aveva voce su niente. Ogniqualvolta che lei provava a farlo ragionare, finiva col subire un pugno o uno schiaffo in faccia. Lui l’aveva minacciata che se facesse parola con qualcuno, l’avrebbe ammazzata. Dunque questa povera donna era diventata una prigioniera tra le mura di casa sua, o meglio, una schiava di suo marito.La sua storia a me aveva scioccato, sconvolto e così ho deciso di scrivere di Maria, prendendo spunto proprio da quella della mia ex collega.</p>



<p><strong>Perché hai sentito l’urgenza di affrontare il tema della violenza di genere?</strong></p>



<p>In Italia i dati Istat mostrano che il 32 % delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. E le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner. Violenze subite quasi sempre tra le mura domestiche. Dunque questi numeri parlano da soli. Sono notizie che riceviamo dai media, ma, prova ad immaginare quanto queste violenze succedono in realtà! Non possiamo accettare che nel 2023 si assista a questa strage senza fare qualcosa, quindi ho deciso di scrivere Giustizia nella speranza di sensibilizzare la gente a questo fenomeno. È ora di dire basta.</p>



<p><strong>Come si è sentito, da uomo e scrittore, nello scrivere di esperienze vissute da donne?</strong></p>



<p>Come uomo mi sono sentito un bugiardo nel descrivere Silvano, in quanto io sono simile al personaggio, Stefano:)Ho fatto delle ricerche e ho chiesto su come si sono sentite alcune donne nei panni di Maria…E spesso ero anche con il cuore a pezzi nel descrivere le donne che subiscono e non hanno la forza, il coraggio e l’appoggio di farsi avanti e denunciare. Come scrittore, come ho detto prima, ho fatto tante ricerche, e ahimè, lo scrittore deve far tesoro anche della sua immaginazione. Lo scrittore deve avere un’immaginazione a 360 gradi. Dunque, quando la storia c’è, bisogna metterla giù.</p>



<p></p>



<p><strong>116.016 è il numero per le donne vittime di violenza che, dal prossimo aprile, sarà attivo in tutta Europa. sarà possibile chiamare da questo stesso recapito da ogni Paese UE per consulenza e sostegno.</strong></p>
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		<title>&#8220;LibriLiberi&#8221;. Il volto dell&#8217;altro. Quando la gioia diventa una scelta di libertà</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2022 08:07:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto E&#8217; tornato in libreria, Davide Bettera con il suo ultimo libro intitolato Il volto dell&#8217;altro. Quando la gioia diventa una scelta di libertà, Meltemi editrice. Bettera è scrittore, filosofo, giornalista e&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p>E&#8217; tornato in libreria, Davide Bettera con il suo ultimo libro intitolato <em>Il volto dell&#8217;altro. Quando la gioia diventa una scelta di libertà</em>, Meltemi editrice.</p>



<p>Bettera è scrittore, filosofo, giornalista e vicepresidente dell&#8217;Unione Buddhista Europea che, rifacendosi all&#8217; “idiota pensatore” di Deleuze indica una via di cambiamento individuale e collettiva che affonda le radici nella relazione.</p>



<p>Ricco di riferimenti al pensiero occidentale (Epicuro, Cartesio, Nietszche), orientale (taosimo, sufismo, buddhismo), all&#8217;ebraismo e con riferimenti a filosofofi moderni e contemporanei (Buber, Onfray, Lèvinas), con il racconto di storie personali che riguardano, ad esempio, il nonno e un prozio, Bettera accompagna per mano il lettore in un viaggio spirituale, non necessariamente religioso, anzi: i culti – e i luoghi della loro rappresentazione – hanno chiuso l&#8217;individuo in un sistema di dogmi che si sono fatti, nel tempo, barriere e prigioni dove ognuno si illude di trovare la salvezza. Salvezza da chi? E da cosa? Principalmente dalla paura universale: quella della finitudine. Tale paura inquina ogni aspetto dell&#8217;esistenza, ogni azione quotidiana con il timore dell&#8217;annullamento che diventa ossessione per la salute o la bellezza del corp oppure con il desiderio di vivere tanto intensamente quanto in maniera superficiale; è competizione, è prepotenza, è solipsismo. Si annullano, così, i valori della solidarietà, della comprensione, dell&#8217;empatia.</p>



<p>La soluzione proposta &#8211; annunciata come una nuova luce sulla nebbia che permea oggi l&#8217;umanità decadente e malinconica, per non dire rabbiosa o rassegnata &#8211; è un ritorno alla purezza ontologica, quella con cui nasciamo, quella di un bambino che si affaccia al Nuovo, sì anche con paura, ma con altrettanta curiosità, privo di sovrastrutture, capace di sentire istintivamente di non poter sopravvivere senza l&#8217;Altro, all&#8217;inizio senza il corpo e lo Spirito vitale della madre.</p>



<p>Madre-mamma, Madre-terra, Madre-relazione: l&#8217;Io da solo non può sopravvivere, l&#8217;io-tu sì perchè il mio sangue è lo stesso dell&#8217;Altro, le mie emozioni sono le stesse dell&#8217;Altro, la mia paura è la stessa dell&#8217;Altro, il mio destino finale è lo stesso dell&#8217;Altro. Ecco perchè, oggi, sarebbe importante tornare a mettere in atto la Filosofia della cura (come suggeriva anche nei suoi preziosi saggi Elena Pulcini): vivere filosoficamente è una scelta salvifica per se stessi, per la comunità di appartenenza, per la società di riferimento, per l&#8217;umanità tutta. Vivere filosoficamente non vuol dire estraniarsi, come gli asceti, dal mondo reale – sarebbe troppo facile! -, ma come insegnano i sufi vuol dire imparare a cercare la gioia in ogni attimo della quotidianità, anche in quello più difficile e faticoso: convertire e convertirsi ad uno sguardo più ampio, com-prendere, elaborare interiormente ogni esperienza per tramutarla in insegnamento in una direzione costruttiva di una “cittadella” (come si legge nel testo) inespugnabile di sicurezza, di pace, di pienezza da donare anche a chi ci sta di fronte, dono di serenità e di scoperta. Il Mistero è dentro di noi. E il <em>noi</em> è l&#8217;ubuntu, come si dice nelle tribù africane: quel senso di collaborazione e di saggezza tramandata che è necessario, oggi più che mai, recuperare per non perderci nella desolante e sterile solitudine dell&#8217; horror vacui.</p>



<p></p>
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		<title>“LibriLiberi”: Yoga di Emmanuel Carrère</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2021 09:06:38 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" width="265" height="191" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Yoga-copertina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15902"/></figure></div>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Emmanuele Carrère, celebre autore francese contemporaneo, è solito intrecciare frammenti della propria biografia a narrazioni romanzate di altri personaggi, reali o immaginari forse per la necessità di comprendere più a fondo la vita umana comune &#8211; la sua come quella della maggioranza degli individui che abitano questa terra &#8211; o forse per un pizzico di narcisismo che permea la sua opera, come quella di molti altri autori.</p>



<p>Il suo ultimo lavoro intitolato semplicemente <em>Yoga</em> (per Adelphi, nell&#8217;edizione italiana) è un testo originale: Carrère dichiara che nasce da una prima idea che riguardava la stesura di un libercolo sulla pratica della meditazione, ma che col tempo si è trasformato in qualcos&#8217;altro. E qui si inserisce la relazione con le proprie esperienze personali, le più dure: la perdita di amici, la propria depressione e l&#8217;inasprirsi del disturbo bipolare.</p>



<p>Con una scrittura franca, l&#8217;autore dialoga con il lettore, guardandosi dentro con lucidità e critica a volte sprezzante e riuscendo, così, a donare a chi legge lo stesso coraggio per guardarsi allo specchio. L&#8217;interesse di questo nuovo libro è, inoltre, fornito dalle conoscenze di Carrère, dai suoi rapporti professionali e amicali con persone che hanno fatto e fanno parte della nostra attualità (come, ad esempio, i responsabili del giornale satirico Charlie Hebdo, uccisi in un attacco terroristico di matrice islamica).</p>



<p>Bisogna affrontare questo racconto-diario con la consapevolezza che chi parla è un uomo maturo, malato, talentuoso, ma anche ricco e colto: assaporare il fascino di una vita privilegiata può far nascere il dubbio che per alcuni tutto sia più facile &#8211; e in alcuni casi lo è &#8211; ma la sofferenza descritta dallo scrittore, il tormento che si declina in vari modi e sempre diversi &#8211; dal senso di colpa, alla paura, dal rimorso alla rassegnazione, induce a comprendere che non sia così scontata l&#8217;equazione “ricchezza = serenità” e che nemmeno l&#8217;istruzione, la cultura e la meditazione riescano a controbilanciare la malattia mentale, spesso più insidiosa e pericolosa di quella fisica. L&#8217;amore per il prossimo può essere la cura migliore, quella cura che riconcilia con la vita, anche nei suoi aspetti più oscuri.</p>
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		<title>Intervista a Eltjon Bida sul romanzo &#8220;Che fine ha fatto quel clandestino?&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2021 08:35:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione per i Diritti umani ringrazia l&#8217;autore Eltjon Bida per aver concesso la seguente intervista a cura di Alessandra Montesanto Dopo &#8220;C&#8217;era una volta un clandestino&#8221;, Eltjon Bida torna con il sequel. Chi l&#8217;ha&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="678" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/11/Copertina-Eltjon--1024x678.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15796" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/11/Copertina-Eltjon--1024x678.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/11/Copertina-Eltjon--300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/11/Copertina-Eltjon--768x509.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/11/Copertina-Eltjon--1536x1018.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/11/Copertina-Eltjon-.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1988w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Associazione per i Diritti umani ringrazia l&#8217;autore Eltjon Bida per aver concesso la seguente intervista a cura di Alessandra Montesanto </p>



<p>Dopo &#8220;C&#8217;era una volta un clandestino&#8221;, Eltjon Bida torna con il sequel. Chi l&#8217;ha detto che a vendere porta a porta, dormire in un vagone merci, mangiare nelle Caritas non si è felici? Siamo nel 1997, un periodo in cui si parla solo male degli albanesi, ed Elty si ritrova a dover ricominciare di nuovo da zero, ma non si perde d&#8217;animo. Ama il suo lavoro, i suoi amici, i suoi colleghi italiani e, anche se spesso i ragazzi vengono insultati, non mollano. Lui è felice anche perché frequenta due ragazze. Tuttavia, non sa scegliere. Ma sarà davvero sua la scelta? L&#8217;unica spina nel suo fianco sono i suoi connazionali e suo fratello, che dalla disperazione rubano, spacciano e vogliono lasciare l&#8217;Italia per provare la fortuna altrove. Ci riusciranno? E, soprattutto, quanto durerà la felicità di Elty? </p>



<p></p>



<p><strong>Il romanzo è ambientato nel 1997. Gli anni &#8217;90 sono quelli del primo flusso migratorio in Italia: ad oggi cosa è cambiato nella gestione dell&#8217;accoglienza a livello politico e sociale?</strong></p>



<p>Secondo me, ora le varie associazioni sono più organizzate. Negli anni Novanta uno si doveva arrangiare da solo, adesso mi pare che ci sia più accoglienza.</p>



<p>Poi, sia in passato che oggi, ci sono persone che ne hanno sempre da dire contro gli stranieri.</p>



<p>Però, chi lasciava il proprio paese nel ’97, lo lasciava per gli stessi motivi che lo lascia un immigrato di oggi: per cercare un futuro migliore.</p>



<p><strong>Il protagonista &#8211; ricordiamo che si tratta di un racconto autobiografico – frequenta due ragazze contemporaneamente: cosa rappresenta questa scelta a livello profondo?</strong></p>



<p>Sai, a diciannove anni, tutti i sentimenti sono profondi, immediati, e io pensavo di amarle entrambe.</p>



<p><strong>La disperazione (la speranza negata, persa) induce altri personaggi a compiere azioni illecite: a suo parere, tali azioni si possono giustificare oppure no?</strong></p>



<p>Due amici spinti dalla disperazione erano diventati dei ladri di villette in quanto non riuscivano ad avere dei documenti e di conseguenza non potavano lavorare. I loro genitori si era indebitati fino al collo per mandarli in Italia. Senza un lavoro non avevano soldi, perciò erano senza speranze. Se avessero potuto guadagnare lavorando, lo avrebbero fatto, ma i miei amici vedevano solo nero. Non lo approvo, ma lo capisco. Erano gli unici due che avevano preso una brutta strada, altri albanesi o stranieri che ho avuto modo di conoscere, erano davvero persone per bene, persone che cercavano di lavorare e rispettare le regole. Quasi a tutti gli stranieri, se li si dà la possibilità di lavorare, lo farebbero senza infrangere le regole.</p>



<p><strong>Elty è contento del suo lavoro: come si possono rovesciare i pregiudizi e gli stereotipi sugli immigrati che “non lavorano”, “rubano il posto agli italiani” etc.?</strong></p>



<p>Gli immigranti che non lavorano, di solito è perché non hanno la possibilità, anche se in generale prima o poi un lavoro lo trovano comunque. E non rubano il posto agli italiani, anzi, di solito fanno i lavori che nessuno vuole fare.</p>



<p><strong>Cosa c&#8217;è dall&#8217;altra parte della costa: quale Paese ha lasciato e quale Paese è, oggi, l&#8217;Albania?</strong></p>



<p>Ho lasciato un’Albania povera, mezza distrutta, dove per la cultura non si faceva proprio niente, anzi, le scuole chiudevano una dietro l’altra, dove la gente faceva di tutto pur di scappare. Ora l’Albania è un bel Paese. Un Paese che tanti invidiano e vorrebbero viverci. Infatti alcuni dei nostri ora tornano per sempre e lavorano là, in Albania. Ha delle coste curate, da mozzafiato, così come anche le montagne. Ora c’è cultura, ci sono le scuole e quasi tutte le comodità. Ovviamente c’è ancora da migliorare, ma comunque siamo sulla giusta strada.</p>
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		<title>&#8220;LibriLiberi&#8221;. Intervista ad Adrian N. Bravi</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2020 07:59:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandra Montesanto Da poco uscito per Quodlibet l&#8217;ultimo romanzo dello scrittore Adrian N. Bravi, argentino di nascita, ma che vive e lavora in Italia da tempo: IL LEVITATORE. Si raccontano in questo romanzo&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Di Alessandra Montesanto</p>



<p>Da poco uscito per Quodlibet l&#8217;ultimo romanzo dello scrittore Adrian N. Bravi, argentino di nascita, ma che vive e lavora in Italia da tempo: IL LEVITATORE.</p>



<p>Si raccontano in questo romanzo le avventure tragicomiche di Anteo Aldobrandi e le sue levitazioni, iniziate un bel giorno senza preavviso all&#8217;età di quattordici anni. Sono passati trent&#8217;anni: da allora non ha mai smesso di levitare e di sperimentare quella forza cosmica che lo tira su. Un giorno, però, sempre senza preavviso, un postino gli consegna una busta verde pastello contenente una denuncia della sua ex moglie. Da quel giorno Anteo si trova a dover fare i conti con una realtà sempre più schiacciante. Tenta di tutto per tornare a levitare, ma fallisce ogni volta, mentre le buste verde pastello, che continuano ad arrivargli una dietro l&#8217;altra, lo tengono sempre più ancorato alla terra, invischiato in un processo penale di cui non capirà mai fino in fondo le accuse. Tuttavia, come dice il suo amico orologiaio, l&#8217;arte della levitazione non si perde mai: «ti sembra che scompaia, ma alla fine, quando meno te l&#8217;aspetti, te la ritrovi sotto i piedi».</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="545" height="863" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/9788822904218_0_0_863_75.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14613" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/9788822904218_0_0_863_75.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 545w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/9788822904218_0_0_863_75-189x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 189w" sizes="(max-width: 545px) 100vw, 545px" /></figure>



<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani </em></strong>ha intervistato ADRIAN BRAVI e lo ringrazia molto per la disponibilità</p>



<p>Il suo primo romanzo, <em>L’inondazione</em>, narra di un villaggio allagato e di un vecchio che vuole resistere a tutti i costi: da dove nasce questa storia?</p>



<p>Fino ai quattro anni ho vissuto in una casa che si trovava vicino a un fiume, il Luján, nella città di San Fernando e casa nostra (abitavo con i miei e una nonna) si allegava sempre quando straripava il fiume. A me, che ero piccolo, mettevano sopra un tavolo e si aspettava il rientro delle acque. Sono cose che mi raccontavano, perché di quegli anni non ho ricordi (qualche immagine sfuocata che mi è rimasta in testa, nient’altro). In questo libro, <em>L’inondazione</em>, uscito nel 2015, ho cercato di ricostruire attraverso la finzione una storia radicata nella mia prima infanzia. E poi, aggiungo, l’idea di Morales, un anziano che nonostante l’acqua e lo svuotamento del paese, decide di restare, mi piaceva molto. Mi piacciono le persone che sanno restare nel proprio posto nonostante le avversità, il contrario di quello che ho fatto io.</p>



<p>Descrive, nei suoi libri, una realtà spesso al limite del surreale: questo stile deriva dal suo carattere o dalla cultura di nascita?</p>



<p>Non lo so, forse da entrambi. Ho sempre osservato con molto interesse le ossessioni delle persone, quei chiodi fissi che li portano a diventare monomaniaci, come, d’altronde, lo sono io. Credo che in questi tic ci sia un grande espediente narrativo. E se uno li guarda con una lente d’ingrandimento non possono che diventare surreali e grotteschi. Il mio mondo narrativo è fatto di quotidianità, ma un po’ distorta.</p>



<p>Nelle sue pagine ricorre il tema della Giustizia, ma quali sono gli altri argomenti a lei cari?</p>



<p>È vero, la giustizia, o meglio, l’ingiustizia, nelle sue varie declinazioni, credo ricorra spesso nei miei libri. A volte l’ingiustizia ha a che fare con gesti minimi (come chi spettina senza ragione chi ha finito di acconciarsi un riporto in testa), altre volte è l’ingiustizia di una guerra assurda come quella tra l’Argentina e l’Inghilterra che ho provato a raccontare in <em>Sud 1982</em>, un libro del 2008.</p>



<p>Il suo ultimo lavoro &#8211; <em>Il levitatore</em>, edito da Quodlibet Compagnia Extra &#8211; racconta di un uomo, Anteo, che vive con la sua cagnolina&#8230; Cos&#8217;è, per lei, la solitudine?</p>



<p>In questo libro, per concludere la domanda di sopra, l’ingiustizia di un’accusa infondata diventa quasi il punto centrale intorno al quale ruota tutta la storia.</p>



<p>La solitudine. Non so bene cosa sia. È difficile da definire senza fare riferimento alla propria vita e io, nella mia intimità, mi sento abbastanza solo. Come chi dice di sentirsi felicemente infelice, io direi di sentirmi allegramente solo. Tutti i miei personaggi, se posso fare un autoriferimento, sono personaggi solitari, che vivono da soli o, nei peggiori dei casi, soli ma in compagnia. Costruiscono il loro mondo in solitudine, attraverso la levitazione o la pulizia di casa, ecc.</p>



<p>E poi Anteo inizia a levitare: spesso parla di quella dimensione “a metà”, tra terra e cielo, tra sopra e sotto&#8230; Perché questa scelta?</p>



<p>La levitazione, anche quando uno si stacca da poco da terra, presuppone un’ascesa verso l’alto. Ho scelto di parlare di un levitatore perché ormai, da quando i santi e psicocinesi sono andati in pensione, nessuno pratica più la levitazione. È un arte in disuso, relegata ingiustamente al soprannaturale, senza sapere che può diventare una pratica naturale, come l’arte del trapezio, per esempio. Sono secoli che la gente non riesce più a sgravitarsi e viviamo inchiodati in una realtà che ci schiaccia sempre di più.</p>
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