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	<title>Stato Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Modelli abitativi per la disabilità: le strutture residenziali sono alternative valide?</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jul 2025 09:16:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Camilla Mercadante Il 9 luglio scorso, su Superando.it, Giovanni Marino — Presidente Nazionale di ANGSA (Associazione Nazionale Genitori PerSone Autistiche) — ha pubblicato un articolo che ha sollevato molte polemiche (https://superando.it/2025/07/09/le-residenze-non-sono-istituti-ma-modelli-abitativi-progettati-a-misura-dei-bisogni-assistenziali-delle-persone/).Secondo il testo,&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/ca.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="683" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/ca-683x1024.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18099" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/ca-683x1024.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 683w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/ca-200x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 200w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/ca-768x1152.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/ca.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></a></figure>



<p></p>



<p>di  Camilla Mercadante </p>



<p></p>



<p>Il 9 luglio scorso, su Superando.it, Giovanni Marino — Presidente Nazionale di ANGSA (Associazione Nazionale Genitori PerSone Autistiche) — ha pubblicato un articolo che ha sollevato molte polemiche (<a href="https://superando.it/2025/07/09/le-residenze-non-sono-istituti-ma-modelli-abitativi-progettati-a-misura-dei-bisogni-assistenziali-delle-persone/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://superando.it/2025/07/09/le-residenze-non-sono-istituti-ma-modelli-abitativi-progettati-a-misura-dei-bisogni-assistenziali-delle-persone/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>).<br>Secondo il testo, infatti, le persone con disabilità impattanti non avrebbero la possibilità di autodeterminarsi. Di conseguenza, non si dovrebbe garantire un diritto universale alla libertà di scelta, ma andrebbe riconosciuto solo quando<br>l’individuo è “in grado di intendere e volere”. Chi non rientra in questo schema — per l’autore — dovrebbe essere collocatə in strutture residenziali, da lui definite “modelli abitativi progettati a misura dei bisogni assistenziali”.<br>Marino afferma inoltre che lo Stato italiano, attualmente, risponde meglio ai bisogni di chi ha meno necessità oggettive favorendo percorsi di vita indipendente anche laddove (a suo giudizio) non ci sarebbero condizioni sufficienti.<br>Incoerentemente, però, sottolinea che spesso le famiglie che si fanno carico dell’assistenza dellə propriə figliə con disabilità complesse sono lasciate sole, mentre le persone disabili più autonome riceverebbero maggiori risorse socio- economiche e visibilità pubblica.</p>



<p>In breve, il suo ragionamento si potrebbe riassumere così: non tutti i soggetti con disabilità dovrebbero avere accesso agli stessi diritti, perché non tutti sarebbero in grado di gestirli. Al contrario, chi insiste troppo sull’autonomia e la libertà rischierebbe — sempre secondo il Presidente di ANGSA — di sostenere un’ideologia astratta, scollegata dalla realtà, che finisce per trascurare<br>le esigenze di chi ha davvero bisogno.<br>Questo è il quadro che propone.</p>



<p>Ecco cosa c’è che non va — e perché dobbiamo dire le cose come stanno.<br>Prima di tutto, smettiamola di raccontare che gli istituti siano modelli abitativi su misura. È un falso mito. Nella maggioranza dei casi, non sono né case, né luoghi di cura dignitosa. Sono strutture dove le persone vengono private della<br>libertà, dove ogni gesto — dai pasti agli orari, dai rapporti sociali ai desideri — è regolato da protocolli, orari rigidi e logiche istituzionali che cancellano l’individualità. Le chiamano “residenze”, ma sono resti moderni di un sistema istituzionalizzante che non ha mai dato davvero spazio ai diritti e dove — ricordiamoci — per decenni sono stati compresi i manicomi, fino alla Legge di Basaglia del 1978.<br>Le persone disabili che vivono in tali strutture non hanno quindi una vera possibilità di scegliere, né come vivere, né con chi. Quella non è vita, è sopravvivenza organizzata da altrə. E sapete perché lo so? Perché conosco<br>persone disabili completamente isolate che vivono in queste cosiddette “residenze”.<br>Poi c’è il nodo più tossico dell’articolo: la retorica della disabilità “vera” contro quella “furba”. Marino insinua che esistano persone disabili “approfittatrici” e “scaltre”, che manipolerebbero il sistema per ottenere più di quanto spetti loro, anche economicamente. Le definisce perfino “nababbi” e “casi umani commoventi”. Sarebbero questi i soggetti che godrebbero della benevolenza dello Stato, mentre gli altri nuclei familiari in difficoltà vengono ignorati.<br>Eppure, questo è un modo infame di spaccare il fronte, di dividere la comunità tra disabili meritevoli e disabili sospettə. È un buon metodo per delegittimare chi combatte, chi si espone, chi denuncia, chi parla in prima persona.   L&#8217;ennesima tecnica con cui si prova a far tacere le persone disabili adulte, in particolare quelle che rivendicano i propri diritti. È una forma velata ma<br>violenta di colpevolizzazione: se chiedi libertà, sei ideologicə; se parli, sei falsə; se sogni una vita diversa, stai togliendo qualcosa a qualcun altrə.<br>Marino poi continua a parlare delle famiglie — come se fossero gli unici personaggi legittimi in questa storia. E invece no. Le persone disabili non sono proprietà privata, e neppure eternə bambinə. Abbiamo idee, sogni e voci.<br>Abbiamo diritto a dire: “È la mia vita, e la voglio vivere a modo mio.”<br>Infine, c’è un’ipocrisia insostenibile nel dire che la libertà debba essere concessa solo a chi può comprenderla appieno. Allora perché le persone con disabilità intellettive, o autistiche non verbali, non vengono messe nelle condizioni di usare forme di comunicazione alternativa e aumentativa per esprimere i loro desideri reali? Perché si nega loro la possibilità di essere ascoltate con altri linguaggi, invece di “sostituirle” con frasi altrui?<br>Non è vero che la vita indipendente è una moda culturale, ma una battaglia di civiltà.<br>Non è vero che gli istituti rispettano la dignità. Molte la cancellano.<br>Non è vero che chiedere diritti è un abuso, bensì è un atto di giustizia.<br>Noi vogliamo vivere, non essere gestitə.<br>Vogliamo rispetto, non assistenza senz’anima.</p>



<p>Vogliamo supporto, non controllo.<br>E sì, vogliamo scegliere, anche se ciò disturba chi è abituatə a decidere tutto per noi.<br>Basta paternalismo. Basta colpevolizzazioni. Basta bugie.<br>Chi continua a proporre strutture come “modello abitativo” si prenda la responsabilità di chiamarle con il loro vero nome: luoghi dove spesso si sopravvive, ma non si vive.<br>Ci avete rinchiuso troppo a lungo nei vostri modelli. Adesso costruiremo i nostri mondi, e non saranno gabbie.<br>E un’ultima cosa, forse la più urgente: le parole contano. Quando chi ha potere descrive ə disabili come “nababbə”, “approfittatorə”, “casi umani commoventi” o “scaltrə”, sta facendo violenza. Sta deformando la realtà, creando mostri sociali e alimentando odio. Sta rendendo più difficile la vita a chi lotta quotidianamente per sopravvivere, autodeterminarsi, amare, scegliere.<br>Perché le parole costruiscono immaginari, leggi, sguardi, pratiche… che possono segregare o liberare.<br>E noi utilizzeremo le parole per liberarci.<br>Ho deciso di sostenere la lettera aperta indirizzata ad ANGSA (<a href="https://personecoordnazionale.it/istituzionalizzazione-non-retoriche-accomodanti-ma-un-cambiamento-strutturale/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://personecoordnazionale.it/istituzionalizzazione-non-retoriche-accomodanti-ma-un-cambiamento-strutturale/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>) perché credo in una società che non escluda nessunə, in cui noi persone disabili e/o autistiche non siamo oggetti di mercificazione e narrazione,<br>ma soggetti attivi nelle NOSTRE decisioni.<br>Tra ə primə 200 e più firmatariə ci sono:<br>• PERSONE – Coordinamento Nazionale Contro la Discriminazione delle Persone con Disabilità<br>• Neuropeculiar APS<br>• Tantissime persone autistiche e disabili.<br>Per firmarla, dovete inviare una mail a personecoordnazionale@gmail.com con il vostro nome e cognome (o il titolo della vostra realtà associativa), specificando la lettera che volete sottoscrivere.<br>Facciamoci sentire. Adesso!</p>



<p></p>



<p>Articolo editato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale*</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Finalmente abolita della pena di morte nello Zimbabwe!</title>
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<p>di Filippo Cinquemani</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/zimbabwe-death-penalty.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="455" height="360" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/zimbabwe-death-penalty.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17913" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/zimbabwe-death-penalty.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 455w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/zimbabwe-death-penalty-300x237.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 455px) 100vw, 455px" /></a></figure></div>



<p><br>Il mese scorso lo Zimbabwe ha finalmente approvato la legge per l&#8217;abolizione pena di morte.<br>L&#8217;ultima esecuzione risale al 2005.<br>L&#8217;attuale presidente Emmerson Mnangagwa ha già convertito diverse condanne in ergastolo, avendo rischiato egli stesso l&#8217;esecuzione durante la guerra d&#8217;indipendenza, negli anni &#8217;60.<br>Il presidente precedente, Robert Mugabe, prima della deposizione aveva intenzione di riprendere le esecuzioni. L&#8217;elezione di Mnangagwa è stata, quindi, importante per la decisione che ha portato all&#8217;abolizione della pena di morte.<br>La situazione in questa materia è migliorata se si pensa che oggi la pena di morte è legale in una decina di Stati africani e in circa 50 Stati nel mondo: vent’anni fa, erano 76.<br>L’ultima nazione africana ad aver abolito la pena di morte era stato lo Zambia, e prima di questo: Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Ciad e Burkina Faso.<br>La pena capitale è ancora presente in più di una dozzina di Paesi africani e Somalia ed Egitto hanno registrato rispettivamente 38 e 8 esecuzioni, a conferma del divario tra le diverse aree del<br>continente.<br>Lo Zimbabwe rimane uno dei Paesi su poveri al mondo, ma si tratta comunque di un passo in<br>avanti nella protezione dei diritti umani.<br>Il Congo, purtroppo, si muove in direzione opposta: la revoca alle esecuzioni dopo 20 anni.<br>L&#8217;Africa non è l&#8217;unico continente che prevede ancora la pena di morte; gli USA applicano la pena di<br>morte in 21 Stati e recentemente Trump ha firmato addirittura un ordine per rilanciare l&#8217;uso la pena di morte federale.<br>Questo è l&#8217;Occidente che vuole dare lezioni di civiltà.</p>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati. Venezuela&#8221;. Un bacio al cecchino</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jan 2025 12:30:46 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/ven.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="753" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/ven-1024x753.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17867" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/ven-1024x753.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/ven-300x221.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/ven-768x565.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/ven.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1300w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p><br></p>



<p>di Tini Codazzi</p>



<p></p>



<p>Il Venezuela si trova in un momento cruciale: più di due anni fa, la leader dell&#8217;opposizione Maria Corina Machado aveva dichiarato che questa lotta era lunga e che non sarebbe stato facile, nonostante questo, il popolo ha creduto in lei, si è fidato al cento per cento e in pochissimo tempo la Machado è diventata non<br>solo una leader politica, bensì una leader spirituale, capace di muovere migliaia di persone. La maggior parte dei venezuelani, dentro e fuori la nazione, ha ascoltato il suo appello per la libertà e la democrazia, ha creduto e ancora crede che il paese possa liberarsi da questo incubo. Il popolo venezuelano ha lottato molto per raggiungere un obbiettivo, senz’altro il più importante degli ultimi 30 anni, che nel 2025 si realizzerà.<br>Giovedì 9 gennaio, il popolo venezuelano è sceso in piazza per ribadire il proprio pensiero, per dire a Nicolás Maduro e alla sua cerchia tirannica e assassina che devono andarsene, che nessuno gli crede più e che nessuno li vuole più.<br>Il presidente eletto González Urrutia ha inaugurato il 2025 facendo un tour in alcuni Paesi dell&#8217;America Latina. Arrivato a Buenos Aires, è stato accolto dal presidente Milei e da una grande comunità di venezuelani che hanno riempito la Plaza de Mayo, dove si trova la Casa Rosada, sede del governo argentino. Immagini incredibili e commoventi. Successivamente, si è recato negli Stati Uniti per incontrare il<br>presidente Biden e una delegazione del presidente eletto Trump, poi ha fatto tappa anche in Uruguay e a Panama, dove i governi di questi Paesi hanno ribadito il loro sostegno. Nel frattempo, il presidente colombiano Petro ha dichiarato che non avrebbe partecipato in qualità di ospite all&#8217;inaugurazione del 10 gennaio, in quanto le elezioni dello scorso anno non si sono svolte democraticamente. Un colpo per Maduro che ha sempre considerato Petro un amico e alleato nella regione.<br>Il narco regime è in agonia e il suo unico strumento è la violenza: armi puntate contro il popolo, gli attivisti, i politici dell&#8217;opposizione e le loro famiglie, sequestri e torture. Tre giorni fa, uomini incappucciati non identificati hanno rapito il genero del presidente. Si tratta di un&#8217;esacerbazione della violenza che i venezuelani conoscono bene, l&#8217;abbiamo già vista più di una volta in questi 25 anni di dittatura, ma ciò che è cambiato è l&#8217;elemento di “nervosismo” di questa violenza. Il 9 gennaio Caracas era militarizzata. Tuttavia, in diverse città del Paese dove la gente è scesa in piazza, la polizia non ha aggredito la folla, non l&#8217;ha repressa o maltrattata, il che indica che il sistema poliziesco e militare non appartiene più al cento per cento al regime, ma si sta gradualmente spostando dalla parte della democrazia e di ciò che è giusto. Non abbiamo ancora vinto la guerra, ma abbiamo vinto battaglie molto importanti. Il 9 gennaio Maria Corina Machado è uscita dalla clandestinità, è scesa in piazza e ha parlato alla folla, che ha risposto con forza, coraggio e determinazione. Cecchini e polizia, agli ordini del regime, circondavano le strade e la piazza dove Maria Corina stava parlando. Con un gesto che passerà alla Storia, Maria Corina ha alzato gli occhi al cielo, ha visto uno dei cecchini sul tetto di un edificio vicino e lo ha salutato con un bacio. Un gesto intelligente, sincero e non di sfida. Subito dopo è stata intercettata dalla polizia del regime mentre lasciava la manifestazione, è stata sequestrata, maltrattata e il conducente della moto che la stava portando via è stato ferito ad una gamba. È stata rilasciata poche ore dopo. Il conducente della moto è stato sequestrato e in questo momento è scomparso. Più di 24 ore dopo, María Corina ha spiegato la dinamica del sequestro express. Per questa ragione, Machado ha suggerito al presidente eletto di non entrare nel Paese, in quanto non c’erano e non ci sono le condizioni di sicurezza perché González Urrutia possa insediarsi come presidente. Così è stato. González Urrutia si trova attualmente nella Repubblica Dominicana.<br>Il piccolo barlume di speranza che avevamo riposto nel 10 gennaio si è spento, ma non siamo affatto sconfitti, non abbiamo perso la fede, né smettiamo di lavorare per la libertà. Tutte le conquiste ottenute negli ultimi anni grazie alla leadership di María Cristina e dei suoi alleati sono enormi e molto importanti.<br>Nicolás Maduro si è insediato come illegittimo presidente in una piccola stanza blindata di Miraflores, il Palazzo del Governo, circondato dai suoi fedeli criminali e alla presenza di soli due “presidenti”, criminali quanto lui: Daniel Ortega, presidente del Nicaragua, e Miguel Díaz Canel, presidente di Cuba. Nel frattempo, Il mondo democratico lo rifiuta apertamente e dichiara che il nuovo presidente è González Urrutia. Da quasi tutta America e da tutta Europa piovono critiche feroci a Maduro. La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha pubblicato sui social: “Restituite il Venezuela al popolo. Maduro dovrebbe affrontare la giustizia, non prestare un giuramento illegittimo. La libertà deve prevalere. Il Venezuela è libero”. Anche le parole dell’Alto rappresentante Ue per Affari esteri e sicurezza Kaja Kallas sono state contundenti: “L’Unione Europea sostiene il popolo venezuelano nella difesa della democrazia: Maduro è privo di ogni legittimità democratica”. Il governo americano ha aumentato la taglia sulla testa di Maduro, adesso vale 25 milioni di dollari, quella di Diosdado Cabello, la mente diabolica di questo regime, vale anch&#8217;essa 25 milioni. È appena entrato in gioco anche il ministro della Difesa, Vladimir P. López, la cui testa ora vale 15 milioni. Tra circa 10 giorni Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca e Marco Rubio, il nuovo Segretario di Stato, vecchio nemico di Maduro e conosciuto per le sue posture estreme verso regimi latinoamericani come appunto, quello del Venezuela. Rubio metterà tra le sue priorità la regione latinoamericana. Sono innumerevoli le sue dichiarazioni contro Maduro e le sue proposte di legge al Senato americano per mettere il bastone tra le ruote e togliere ossigeno al regime. Sue sono le seguenti dichiarazioni: “Nell&#8217;interesse della sicurezza nazionale statunitense e della stabilità regionale, Maduro deve essere consegnato alla giustizia per i suoi crimini contro il popolo venezuelano”. (Lettera al procuratore generale degli Stati Uniti Merrick Garland che chiede l&#8217;arresto di Maduro nel giugno 2022). “Diosdado Cabello non è semplicemente un leader politico, è il moderno Pablo Escobar del Venezuela, un trafficante di droga”. (Commento durante un&#8217;audizione al Senato nel luglio 2017) La differenza adesso qual è: Marco Rubio sarà Segretario di Stato degli Stati Uniti di America.<br>Miraflores trema. Miraflores agonizza. Maduro ha perpetrato un colpo di Stato e la comunità internazionale lo sa. Continuiamo a lavorare internamente ed esternamente per raggiungere l&#8217;obiettivo #HastaElFinal.</p>
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		<title>Disability Pride: niente su di noi senza di noi</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jun 2024 09:13:28 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Martina Foglia</p>



<p>Anche quest&#8217;anno sono stata molto felice di partecipare alla terza edizione della Disability Pride Parade, svoltasi nel tardo pomeriggio di domenica 16 giugno: attraverso questa marcia pacifica abbiamo voluto dar voce al nostro dissenso verso ciò che le istituzioni volutamente ci continuano a negare. Abbiamo dimostrato ancora una volta di essere determinati, consapevoli di ciò che vogliamo, per noi persone con disabilità e anche per i nostri caregivers che, con fatica e sacrificio, si prendono costantemente cura di noi e per farlo decidono di rinunciare a una loro indipendenza, in tutto questo oltre alle difficoltà della gestione familiare si aggiunge anche la frustrazione di non vedere riconosciuto questo impegno dallo Stato, tramite un contributo il loro lavoro giornaliero. È stata proprio questa tematica uno dei punti cardine di quest&#8217;anno, non solo rivendicato dai molti caregiver presenti durante la marcia, ma anche attraverso la creazione di un tavolo di discussione nella giornata precedente la marcia. </p>



<p>Quest&#8217;anno la manifestazione ha percorso le strade centrali della città con partenza da piazza San Babila e arrivo a Piazza del Cannone all&#8217;ingresso di parco Sempione, a Milano. Secondo me la scelta di questo percorso, per le vie del centro della città, con una fermata anche nella piazza del Municipio, è stata molto significativa e ha rappresentato il nostro comune desiderio di essere protagonisti della nostra vita e di tutte le decisioni che ci riguardano. È stata una bella giornata, piena di calore, di condivisione, di voglia di essere presenti assieme ai nostri familiari caregivers per dire che noi ci siamo, siamo pronti a &#8220;combattere&#8221; per ciò che ci spetta di diritto e per affermare che vogliamo vivere, non sopravvivere! È stata una marcia all&#8217;insegna della gentilezza, dell&#8217;amore e e dell&#8217;allegria tra noi! Inoltre la marcia è stata accompagnata dalle note delle canzoni suonate dalla &#8220;Banda degli Ottoni a Scoppio&#8221; che hanno animato Il corteo facendoci cantare e ballare. All&#8217;arrivo ad aspettarci abbiamo trovato i banchetti delle associazioni che hanno organizzato l&#8217;evento e i banchetti ristoro per chi avesse bisogno di un rifornimento; al centro della piazzadel Cannone il palco che in serata ha ospitato l&#8217;esibizione degli &#8220;Allegro Moderato in- band&#8221; e altri gruppi musicali. Ringrazio &#8220;Abbatti le Barriere&#8221; e le altre associazioni che hanno contribuito alla realizzazione di questo evento facendo sì che la parata si sia svolta nella massima sicurezza per tutti*. Ringrazio, infine, la mia amica Barbara Raccuglia per aver condiviso con me questa bellissima giornata. </p>



<p>Non abbattiamoci abbattiamo le barriere Ci vediamo l&#8217;anno prossimo.</p>



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		<title>La piaga del caporalato</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jul 2023 13:37:31 +0000</pubDate>
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<p>di Martina Foglia</p>



<p>Scrivo questo articolo con molta amarezza nel cuore. Questo scritto vuole affrontare un fenomeno molto preoccupante che accade nel nostro Paese e che ciclicamente viene affrontato anche da noi e da altri media.<br>Una questione ancora oggi irrisolta che mi addolora, mi ferisce nel profondo, mi fa pensare quanto l&#8217;essere umano in determinate circostanze, possa essere crudele e spietato; vi voglio parlare di un fenomeno che contrariamente a quanto si pensi non è concentrato solo nel sud Italia, ma nell&#8217;intera penisola: il caporalato ovvero, un sistema di reclutamento e di sfruttamento della manodopera, in prevalenza extracomunitaria &#8211; senza utilizzare, quindi, quelli che sono i canali tradizionali messi a disposizione dallo Stato (come ad esempio l&#8217;ufficio di collocamento e strutture similari). </p>



<p>Questa forma di sfruttamento di manodopera è presente un po&#8217; in tutti i settori dell&#8217;economia come nei trasporti o nel settore terziario ,ma soprattutto è ormai un fenomeno radicato nel settore agricolo che già di per sé è un settore problematico, stagionale con contratti brevi e a termine e vincolato alle variazioni climatiche e atmosferiche.  Il caporale, persona comune senza nessuna qualifica, fungendo da intermediario tra lavoratore e azienda agricola, sfrutta proprio l&#8217;elemento dei contratti precari di lavoro e della stagionalità del settore, approfitta del lavoratore per proporre una paga  al di sotto del minimo salariale e senza neanche le minime condizioni di sicurezza. Per non parlare delle condizioni abitative in cui vivono i lavoratori: baraccopoli fatiscenti in lamiera o costruite con materiali di scarto dove non esistono neanche le minime condizioni igieniche! Dall&#8217;altra parte il lavoratore ha un&#8217;unica alternativa se vuole dare sostentamento alla propria famiglia che spesso è anche numerosa: accettare questi impieghi con la speranza di poter dare un futuro migliore ai propri figli.<br>Lavorano ore e ore sotto il sole cocente o la pioggia incessante per una retribuzione da fame.<br>Molto spesso non sanno neanche quali siano le tutele a garanzia dei loro diritti, non conoscendo le leggi italiane in materia.<br>Dove va a finire la dignità di queste persone? Ogni giorno queste persone non hanno la sicurezza di poter tornare dalle loro famiglie! Molti, infatti, muoiono di sfinimento o per il troppo caldo; molti di questi lavoratori sfruttati hanno bambini piccoli costretti a rimanere a casa da soli 12/13 ore e devono occuparsi di tutto: farsi autonomamente da mangiare, occuparsi delle faccende domestiche, fare i compiti e andare a letto. Tutto questo perché i genitori non sono ancora tornati dal lavoro nei campi : anche questo è sfruttamento e violazione di un diritto: il diritto all&#8217;infanzia. </p>



<p>Quante storie del genere dovremmo ancora sentire prima che il governo, le regioni, le istituzioni pongano fine a queste forme di schiavitù? Siamo bravi solo a parlare, ma molto poco ad agire. Non voglio generalizzare perché so che esistono realtà associative che si impegnano ogni giorno nel denunciare questo fenomeno, ma so che non vengono adeguatamente supportate e e soprattutto ascoltate dagli enti preposti. </p>



<p>Quando si sente parlare di schiavitù la nostra mente è portata ancora a pensare a realtà come l&#8217;Africa o l&#8217;India, insomma i cosiddetti &#8220;Paesi  del terzo mondo&#8221;, ma la realtà è che la schiavitù esiste anche in Italia e nei paesi cosiddetti &#8220;civilizzati&#8221;.</p>
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		<title>Reporters senza frontiere: “In Italia difficile ottenere dati in possesso dello Stato”</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jun 2023 08:25:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da professionereporter.eu) La libertà dei media è in pessime condizioni in un numero record di Paesi del mondo. Disinformazione, propaganda e intelligenza artificiale rappresentano minacce crescenti per il giornalismo.&#160; L’Italia, è però riuscita a&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>(da professionereporter.eu)</p>



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<p>La libertà dei media è in pessime condizioni in un numero record di Paesi del mondo. Disinformazione, propaganda e intelligenza artificiale rappresentano minacce crescenti per il giornalismo.&nbsp;</p>



<p>L’Italia, è però riuscita a scalare la classifica nell’ultimo anno, attestandosi al 41esimo posto su 180, guadagnando 17 posizioni rispetto al 2022. Sono i risultati dell’ultimo rapporto di Reporters senza frontiere (Rsf).&nbsp;</p>



<p>Nella scheda sull’Italia si legge che “la pandemia ha reso più complesso e scomodo per la stampa l’accesso ai dati in possesso dello Stato”. Un grado di paralisi legislativa ha inoltre “impedito l’approvazione di provvedimenti per proteggere e incrementare la libertà di stampa”. La libertà di stampa continua a essere minacciata dal crimine organizzato, in particolare al Sud, e da vari gruppi violenti estremisti. Tendenza, quest’ultima, cresciuta durante la pandemia: “Spesso il lavoro dei cronisti viene ostacolato durante le manifestazioni”. I giornalisti, in Italia, vivono sostanzialmente un clima di libertà, ma capita che censurino se stessi “per conformarsi alle linee delle loro testate, per evitare diffamazioni e rappresaglie dei gruppi estremisti o della criminalità organizzata”. La situazione generale vede un calo delle vendite, una dipendenza dagli introiti della pubblicità, un crescente stato di precarietà “che mina il dinamismo e l’autonomia dei giornalisti”. La polarizzazione della società italiana colpisce i giornalisti verbalmente e fisicamente, come è accaduto durante la pandemia, nel corso delle proteste contro alcune misure sanitarie. I giornalisti che indagano contro la criminalità organizzata e la corruzione sono minacciati e aggrediti, le loro case e auto talvolta danneggiate e incendiate. Venti giornalisti sono sotto scorta.&nbsp;&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>INTERFERENZE E MINACCE</p></blockquote>



<p>L’indagine di Rsf valuta lo stato dei media in 180 paesi e territori, esaminando la capacità dei giornalisti di pubblicare notizie di interesse pubblico senza interferenze e senza minacce alla propria incolumità. Secondo il World Press Freedom Index, riguardo alla libertà di stampa 31 paesi sono in una “situazione molto grave”, rispetto ai 21 di due anni fa. L’aumento dell’aggressività da parte di governi autocratici – e di alcuni considerati democratici – unita a “massicce campagne di disinformazione o propaganda” ha fatto peggiorare la situazione.</p>



<p>L’ambiente per il giornalismo è considerato “cattivo” in sette paesi su 10 e soddisfacente solo in tre su 10, secondo Rsf. L’Onu afferma che l’85% delle persone vive in paesi in cui la libertà dei media è diminuita negli ultimi cinque anni.</p>



<p>Il rapporto mostra che i rapidi progressi tecnologici stanno consentendo ai governi e agli attori politici di distorcere la realtà: “La differenza tra vero e falso, reale e artificiale, fatti e artifici si sta offuscando, mettendo a repentaglio il diritto all’informazione. La capacità senza precedenti di manomettere i contenuti viene utilizzata per indebolire coloro che incarnano il giornalismo di qualità e indebolire il giornalismo stesso”. L’intelligenza artificiale sta “provocando ulteriore scompiglio nel mondo dei media”, con strumenti “che digeriscono i contenuti e li rigurgitano sotto forma di sintesi che violano i principi di rigore e affidabilità”.</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>INDIA E TURCHIA INDIETRO</p></blockquote>



<p>La Russia, già precipitata in classifica lo scorso anno dopo l’invasione dell’Ucraina, è scesa di altre nove posizioni: i media statali ripetono la linea del Cremlino e i media dell’opposizione sono costretti all’esilio.</p>



<p>Tagikistan, India e Turchia, sono passati dalla “situazione problematica” alla categoria più bassa. L’India ha registrato un calo particolarmente netto, arretrando di 11 posizioni, fino alla 161esima, dopo le acquisizioni dei media da parte di oligarchi vicini al premier&nbsp;&nbsp;Narendra Modi. In Turchia, l’amministrazione del presidente Recep Tayyip Erdogan ha intensificato la persecuzione dei giornalisti in vista delle elezioni del 14 maggio, afferma Rsf. La Turchia imprigiona più giornalisti di qualsiasi altra democrazia.</p>



<p>Alcuni dei maggiori cali dell’indice del 2023 si sono verificati in Africa. Il Senegal è sceso di 31 posizioni, principalmente a causa delle accuse penali mosse contro due giornalisti, Pape Alé Niang e Pape Ndiaye. La Tunisia ha perso 27 posizioni, a causa del crescente autoritarismo del presidente Kais Saied.</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>PERICOLO MEDIO ORIENTE</p></blockquote>



<p>Il Medio Oriente è la regione più pericolosa del mondo per i giornalisti. Le Americhe non hanno più nessun paese colorato di verde, che significa “buono”, sulla mappa della libertà di stampa. Gli Stati Uniti sono scesi di tre posizioni, al 45esimo posto. La regione Asia-Pacifico è trascinata al ribasso da regimi ostili ai giornalisti, come il Myanmar (173esimo) e l’Afghanistan (152esimo).</p>



<p>I paesi nordici sono da tempo in testa alla classifica Rsf dei Paesi più virtuosi. La Norvegia è al primo posto nell’indice sulla libertà di stampa per il settimo anno consecutivo. Al secondo posto un paese non nordico: l’Irlanda. I Paesi Bassi sono tornati tra i primi 10, salendo di 22 posizioni, dopo l’omicidio del 2021 del reporter di cronaca nera Peter R. de Vries. Il Regno Unito si trova al 26esimo posto.</p>
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		<title>Prendiamoci i nostri spazi!</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jun 2023 08:57:14 +0000</pubDate>
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<p></p>



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<p>di Martina Foglia </p>



<p></p>



<p>Anche quest&#8217;anno si è svolto il  Disability Pride di Milano, il 11 giugno 2023, con partenza da piazza Castello sforzesco e arrivo alla Darsena.<br>Un corteo colorato e festoso per farci sentire, per rivendicare i nostri diritti e per difendere quelli già acquisiti (ancora pochi purtroppo). Eravamo in tanti, sia persone singole che associazioni. Una in particolare mi ha emozionato: <em>Famiglie Disabili Lombarde- APS</em>, genitori di bambini con disabilità che hanno creato questa realtà per rivendicare i diritti di tutte le famiglie in difficoltà. Hanno un colore che li identificava: il giallo, il colore dell&#8217;allegria.<br>Io stessa non ho partecipato solo in quanto persona con disabilità, ma anche in quanto membro dell&#8217;associazione Per i Diritti Umani che ha il suo focus nell&#8217;informare su realtà svantaggiate e discriminate e nel difendere l&#8217;inclusione sociale.<br>Eravamo tutti lì in piazza e per le strade di Milano, tutti diversi ma tutti uguali nel portare la nostra testimonianza fieramente e con orgoglio a uno Stato che troppo spesso non ci ascolta.<br>Anche quest&#8217;anno mi ha colpito il senso di unione e la forte coesione tra tutti noi così diversi ma cosi uniti nella stessa direzione! Noi esistiamo, siamo parte attiva di una società anche se questo è stato ignorato per troppo tempo ma ora basta! Dobbiamo prenderci i nostri spazi.<br>Io sono entrata nel mondo dell&#8217;attivismo da pochi anni e vorrei essere attivista per tutti coloro che, per ovvie ragioni, vorrebbero esserlo ma non riescono a farlo concretamente: ecco io ieri ero in piazza anche per loro.<br>Il bello dell&#8217;attivismo è che quando organizzi manifestazioni di ampia portata come questa, e qui il merito va tutto all&#8217;associazione &#8220;Abbatti le barriere &#8220;che insieme ad altre realtà ha organizzato questa mega parata, è la sensazione di aver fatto qualcosa di utile non solamente per te ma soprattutto per gli altri, è come se ieri in quella piazza ci fossimo dati tutti un grande abbraccio e avessimo detto: &#8220;dai insieme ce la possiamo fare&#8221;.<br>Questa frase conclusiva potrebbe sembrare una frase fatta, ma vi assicuro che non lo è : ringrazio Filippo Alessandra Barbara Andrey Raffaele Francesca e tutti coloro che ieri e in questi due anni ho incontrato, per avermi fatto capire l&#8217;importanza di credere in qualcosa e combattere per ciò in cui si crede. Posso dirlo con certezza e ieri l&#8217;ho capito ancora una volta: grazie all&#8217;attivismo ho trovato il mio posto nel mondo!</p>
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		<title>Perché #sapevamotutte che Giulia Tramontano è stata uccisa dal suo compagno: il senso dell’hashtag sul femminicidio di Senago</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jun 2023 08:39:12 +0000</pubDate>
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<h1></h1>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giulia-tramontano-2-2-2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="640" height="360" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giulia-tramontano-2-2-2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17001" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giulia-tramontano-2-2-2.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 640w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giulia-tramontano-2-2-2-300x169.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></figure>



<p><a href="javascript:void(0)"></a><a href="javascript:void(0);"></a><a href="javascript:void(0);"></a><a href="javascript:void(0);"></a></p>



<p>Chiara Severgnini (da 27esimaora.corriere.it)</p>



<p></p>



<p>Quando una donna scompare, non si lanciano accuse infondate: la legge, e il senso civico, insegnano che non ci sono colpevoli finché non c’è una confessione, oppure una sentenza. Quando una donna scompare, si indaga sempre in più direzioni: è la cosa giusta da fare, e le forze dell’ordine lo sanno.&nbsp;<strong>Ma, accanto alla legge, al senso civico e alle buone prassi investigative, c’è il sentire comune. E quello, evidentemente, ci ha spinto a guardare in una direzione ben precisa.&nbsp;</strong>«Lo sapevamo, che era stato lui». Lo stanno scrivendo in centinaia, su Twitter, su Instagram, su Facebook. Uomini e donne, ma soprattutto donne, come rivela l’hashtag: «Lo sapevamo tutte, che era stato lui».</p>



<p>Certo, si sperava in un finale diverso. Si sperava che Tramontano, che era incinta al settimo mese, se ne fosse andata volontariamente. Ma,<strong>&nbsp;purtroppo, quando una donna scompare, la possibilità che sia morta, e che a ucciderla sia stata una persona cara, è alta.</strong>&nbsp;In Italia, nel 2022, sono state assassinate 125 donne, di cui 103 in ambito familiare. Tra il 1° gennaio e il 28 maggio di quest’anno, i femminicidi sono stati 45: in ventidue casi, a uccidere è stato il partner o l’ex partner. Sono dati in linea con quelli degli anni passati. E mettono a fuoco un fenomeno che non si limita solo al nostro Paese: nel 2021, in tutto il mondo, ogni ora ci sono stati cinque femminicidi commessi da familiari delle vittime (lo hanno calcolato due agenzie delle Nazioni Unite, UN Women e UN Office on Drugs and Crime, nel 2022).</p>



<p>«Lo sapevamo tutte» è un hashtag, non un’analisi sociologica. Non ha pretesa di completezza. È solo la frase su cui si sta coagulando un sentimento popolare che mescola rabbia, amarezza e frustrazione, ma purtroppo anche rassegnazione.&nbsp;<strong>«Lo sapevamo» tutte e tutti perché, purtroppo, ci siamo ormai abituati a un copione che sembra ripetersi di continuo, con variazioni minime. Cambiano le circostanze, le armi del delitto, i luoghi. Non cambia, però, il problema di fondo.</strong>&nbsp;Chiamarlo movente sarebbe allo stesso tempo impreciso e riduttivo, perché il «motivo» per cui&nbsp;<a href="https://27esimaora.corriere.it/la-strage-delle-donne/?utm_source=rss&utm_medium=rss">gli uomini uccidono le donne&nbsp;</a>che fanno parte della loro vita non è sempre lo stesso, ma oscilla lungo uno spettro che comprende possesso, incapacità di accettare la fine di una relazione, desiderio di controllo, rigetto della libertà altrui. C’è, però, una radice comune. E quella è sempre la stessa, come indica con chiarezza in un report del Servizio analisi criminale del ministero dell’Interno, realizzato nel 2022 in occasione della Giornata della donna: lo «storico squilibrio nei rapporti di potere tra i sessi in ambito familiare e sociale».</p>



<p>Lo dice a chiare lettere anche la&nbsp;<a href="https://27esimaora.corriere.it/23_maggio_18/perche-adesione-ue-convenzione-istanbul-buona-notizia-a2e79280-f4ab-11ed-b7d9-7d259dd28bda.shtml?utm_source=rss&utm_medium=rss">Convenzione di Istanbul, cui l’Ue ha aderito</a>&nbsp;— dopo anni di attesa — poche settimane fa:&nbsp;<strong>sono le disuguaglianze di genere che pervadono la nostra società a generare molestie, abusi, aggressioni sessuali, femminicidi. Fuori casa, ma soprattutto dentro.</strong>&nbsp;È anche per questo che «lo sapevamo tutte»: perché la violenza è figlia di una cultura in cui siamo immersi e immerse ogni giorno. E se ora c’è chi invita a “insegnare alle donne a proteggersi”, anziché a “educare gli uomini a rispettare i diritti umani delle donne” — perché di questo si tratta: di diritti umani — è sempre per via della stessa cultura. Quella che sovra-responsabilizza le donne e giustifica gli uomini, quella che rinforza gli stereotipi anziché smontarli, quella che predica la “protezione” del genere femminile postulandone — implicitamente — l’inferiorità. La cultura della disuguaglianza, insomma. «Lo sapevamo tutte», perché sappiamo con cosa abbiamo a che fare. Ora, però, si tratta di creare le condizioni perché questa frase non ci serva più.</p>
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		<title>Uno Stato forte ascolta e concede con ragionevolezza</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2022 12:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Patrizio Gonnella (da antigone.it) La vicenda dell’anarchico Alfredo Cospito, in sciopero della fame contro il carcere duro del 41 bis, ci aiuta a fare alcune considerazioni intorno a ciò che dovrebbe essere la&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Patrizio Gonnella (da antigone.it)</p>



<p>La vicenda dell’anarchico Alfredo Cospito, in sciopero della fame contro il carcere duro del 41 bis, ci aiuta a fare alcune considerazioni intorno a ciò che dovrebbe essere la pena in una società democratica e ci porta ad affrontare questioni di grande rilievo giuridico ed etico. </p>



<p>In primo luogo si pone il tema delle modalità di esecuzione della sanzione carceraria nei confronti di una certa tipologia di detenuti. I regimi differenziati – come ad esempio il 41-bis – incidono significativamente sulla vita e i diritti delle persone recluse. Riducono notevolmente le occasioni di socializzazione, le possibilità di partecipazione alle attività interne all’istituto penitenziario nonché le relazioni con il mondo esterno. Sostanzialmente intervengono eliminando ogni opportunità di aderire a progetti di reintegrazione sociale.&nbsp;</p>



<p>La Corte Costituzionale, nella nota sentenza numero 376 del 1997, ha ben spiegato come anche nel caso del regime di cui all’art. 41-bis, pensato per contrastare la criminalità organizzata, sia necessario sempre tenere in adeguata considerazione l’articolo 27 della Costituzione, con i suoi riferimenti alla dignità umana e alla rieducazione del condannato. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, nel suo rapporto rivolto alle autorità italiane relativo a una visita effettuata nel 2019, raccomandò alle stesse di effettuare sempre «una valutazione del rischio individuale che fornisca ragioni oggettive per la continuazione della misura». Il cosiddetto risk assessment deve essere fondato «non solo sull’assenza di informazioni che dimostrino che la persona in questione non è più legata a una determinata organizzazione».</p>



<p>Nel caso di Alfredo Cospito il trasferimento in un istituto con regime differenziato sopraggiunge dopo circa 10 anni di pena scontati in un diverso e meno gravoso trattamento penitenziario. Il Comitato di Strasburgo invece sollecita che vi sia sempre una valutazione estremamente rigorosa del caso individuale evitando standardizzazioni nel trattamento solo sulla base del titolo di reato. E proprio intorno a una accurata valutazione del rischio si sofferma anche la Raccomandazione del 2014 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa rivolta ai Paesi membri sul trattamento dei detenuti ritenuti pericolosi.&nbsp;</p>



<p>Altro tema è quello dello sciopero della fame che il detenuto sta portando avanti mettendo a rischio la propria salute. Qua si pongono dilemmi etici che vanno risolti nel senso di assicurare al detenuto pieno rispetto alla scelta di autodeterminarsi intorno alle modalità di espressione del proprio dissenso, finanche astenendosi dal cibo. Uno Stato forte deve monitorare la salute della persona reclusa, offrire tutto il sostegno psico-sociale e medico possibile, ma sempre rispettando la sua volontà e ascoltando le sue ragioni. Uno Stato forte non deve temere di cambiare una propria decisione, se questo cambiamento produce una riduzione del tasso di sofferenza o comunque riporta un caso dentro un’area di ragionevolezza giuridica.</p>
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		<title>Il bene confiscato diventa un progetto di housing sociale</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2022 06:55:04 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Dal 20 al 23 ottobre scorso si è svolto, a Milano, il “Festival dei beni confiscati alla mafia”; una manifestazione importante per capire e far conoscere la diffusione dei beni confiscati alla criminalità organizzata. La possiamo vedere in due modi, questa diffusione: il bicchiere mezzo vuoto riguarda la presenza della mafia sul nostro territorio. Il bicchiere mezzo pieno riguarda il fatto che lo Stato vince spesso e proprio questi beni confiscati sono la dimostrazione di una vittoria.</p>



<p>La legge dei beni confiscati nasce nel 1982, dopo l&#8217;omicidio del Generale Dalla Chiesa e dopo la morte di Pio La Torre, nel mese di settembre; il Parlamento approva questa proposta di legge che prevedeva l&#8217;introduzione nel codice penale del reato di associazione mafiosa secondo cui la mafia viene affrontata non più come una serie di singoli reati (furto, estorsione, spaccio), ma come qualcosa con la propria identità, per cui l&#8217;associazione mafiosa in sé diventa un reato. Inoltre, viene proposto e poi introdotto il sequestro e la confisca dei beni perchè la mafia si combatte non solo con la repressione, con gli arresti, ma anche colpendola nel patrimonio. Come funziona questa legge? Una persona indiziata di associazione mafiosa, indiziata non condannata, che abbia un patrimonio di cui non può dimostrare la liceità di acquisizione rischia la confisca; la confisca non aspetta la conclusione del processo penale, ma può essere fatta qualora una persona sia indiziata e al tempo stesso abbia un patrimonio incompatibile col suo reddito, ovvero un nullatenente, uno che ha un reddito basso di fronte a un patrimonio ingiustificabile può perdere il patrimonio grazie a questo meccanismo. Una legge rivoluzionaria che adesso all&#8217;estero stanno osservando per cercare di riprodurla.</p>



<p>Dall&#8217; 82 al &#8217;96, in quei 14 anni sono stati sequestrati 1200 beni. Un magistrato del pool antimafia, insieme a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, aggiunge alla legge di confisca anche la possibilità di riassegnare i beni per una finalità sociale. Contemporaneamente sul territorio italiano nasce <em>Libera </em>con Don Ciotti, grazie a una raccolta di firme straordinaria per sostenere questa legge firmata anche dall&#8217;allora deputato Piersanti Mattarella. Dal 1996, quindi, i beni confiscati possono anche essere riconsegnati alla società per finalità sociali e da allora ad oggi c&#8217;è stata un&#8217;impennata: i beni confiscati sono 36.000 in Italia di cui 135 i beni confiscati attualmente in carico direttamente al Comune di Milano; qualcuno è stato messo in affitto perché non c&#8217;erano le condizioni per assegnarli come housing sociale gratuito.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma1-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma1-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16681" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma1-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma1-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma1-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma1-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma1-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p></p>



<p>Nella zona di Milano nord-est, in Via Mosso al numero civico 4, una traversa di Via Padova &#8211; una delle aree più multiculturali e vivaci della città &#8211; c&#8217;è un bene confiscato che da molto tempo si trova in condizioni di abbandono anche perché è un bene che richiedeva un certo investimento per sistemarlo. Il Municipio milanese ha colto al volo un&#8217;opportunità che è arrivata l&#8217;anno scorso grazie ai fondi europei del PNRR e lo ha candidato per una ristrutturazione che sarà terminata entro, se non prima, il 2026; diventerà un condominio con alloggi per 25 persone, in particolare famiglie con minori che vivono in una condizione di emergenza abitativa; piccole stanze, componibili e modulari realizzate in base alla composizione del nucleo e delle sue esigenze, per avere una risposta all&#8217;emergenza abitativa. Proprio di fronte all&#8217;edificio si erge un punto di comunità che è nato da alcuni mesi, un luogo di socializzazione, di promozione culturale, di inserimento lavorativo, di presa in carico, anche del bisogno e averlo così vicino può essere un punto di riferimento anche per chi andrà a vivere lì e viceversa.</p>



<p>La ristrutturazione dell&#8217;abitato di Via Mosso è un investimento abbastanza importante perché prevede oltre un milione di euro; la struttura è composta da tre corpi di fabbrica, cioè quello principale, che è a tre piani e poi i due corpi più piccoli che diventeranno locali di servizio. L&#8217;idea è quella di riqualificare tutto nell&#8217;insieme, ovviamente in modo attento anche riguardo alla parte estetica e ambientale (ad esempio con l&#8217;uso del fotovoltaico): si cercherà di offrire un luogo di accoglienza dignitoso per persone che vivono in una condizione difficile anche con con minori a carico così che quello che è stato il frutto di un crimine adesso diventa invece qualcosa che risponde a una missione sociale. Interessante anche ricordare che, sulla facciata dell&#8217;immobile che si vede da Via Padova è stato dipinto, anni fa, un murales realizzato con vernice che assorbe lo smog: ciò significa che, seppur in una condizione di abbandono, c&#8217;era già l&#8217;interesse da parte dei cittadini e degli abitanti del quartiere di dare un segnale di attenzione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma3-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma3-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16682" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma3-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma3-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma3-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma3-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma3-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p>Sempre rimanendo in zona Via Padova, c&#8217;è un altro spazio derivante da un bene confiscato: il <em>Belnet</em> (“Bello pulito” in dialetto meneghino) dove prima c&#8217;era una lavanderia che nascondeva una storia di traffici e di usura e che è stato assegnato a una cooperativa; oggi viene utilizzato dal quartiere per tantissime attività di socializzazione e di inclusione. E&#8217; anche vero però che, ad esempio, nella zona di Lecco &#8211; alta Brianza, in Lombardia &#8211; i beni confiscati vengono raccontati come un monumento di una cosa che “c&#8217;era una volta”, ora non più; non è affatto così, purtroppo. La mafia c&#8217;è ancora, ha cambiato modalità, ma esiste. E si può sconfiggere, ma un dato certo è che durante i mesi della pandemia sono stati registrati ben 14.000 passaggi societari, acquisizioni di quote societarie, dato assolutamente anomalo per una fase di fermo assoluto di tutto: il dato rappresenta l&#8217;acquisizione a buon mercato di società da parte della mafia che usa tali acquisizioni per avere accesso a contributi statali.</p>



<p>Il festival serve proprio a raccontare la presenza e la forza delle mafie, anche se non mettono le bombe, anche se non fanno più le stragi, ma agiscono diversamente e in maniera più subdola. Ma, ripetiamo, si può e si deve sconfiggere. E la confisca è uno degli strumenti più importanti ed efficaci dello Stato.</p>
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