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	<title>tribunale Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Violenza di genere: solo il 27% delle donne ha intrapreso un percorso giudiziale, civile o penale</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2022 10:29:03 +0000</pubDate>
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<p>(Da La27esimaora.corriere.it)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/donne.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="593" height="443" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/donne.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16753" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/donne.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 593w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/donne-300x224.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 593px) 100vw, 593px" /></a></figure></div>



<p></p>



<p>di Francesca Visentin</p>



<p></p>



<p>Denunce per abusi e violenza che si trasformano in processi contro le donne che hanno denunciato. Sentenze che penalizzano le donne, finiscono con <a href="https://27esimaora.corriere.it/22_maggio_18/vittimizzazione-secondaria-violenza-donne-ricade-figli-1ef99b3e-d6ad-11ec-a70e-c4b6ac55d57f.shtml?utm_source=rss&utm_medium=rss">allontanare i figli dalla madre</a> o addirittura per affidarli al padre violento. Ctu farlocche utilizzate dai violenti come strumento per vendicarsi e sottrarre i figli alle donne che li hanno denunciati.</p>



<p>Una storia che si ripete. Al punto che le donne sopravvissute alla violenza dichiarano di <strong>non avere fiducia </strong>nei tribunali, nelle forze dell’ordine e nei servizi sociali. Il quadro è chiaro, emerge dall’indagine presentata a Verona nell’evento La parola delle donne da 37 centri antiviolenza del circuito nazionale D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza (82 organizzazioni in Italia tra Centri e Case rifugio, che sostengono ogni anno 20mila donne). L’indagine ha analizzato i casi di 5.740 donne, <strong>solo il 27% di loro</strong>, proprio per la sfiducia nei tribunali, <strong>ha intrapreso un percorso giudiziale, civile o penale</strong>. E tra le istituzioni segnalate come più vittimizzanti e meno tutelanti nelle varie fasi del percorso di uscita delle donne dalla violenza, ci sono i servizi socio-sanitari, i consulenti tecnici d’ufficio, le forze dell’ordine e i tribunali.  </p>



<p>Per questo Donne in Rete avvierà un&nbsp;<strong>Osservatorio sulla vittimizzazione secondaria&nbsp;</strong>e sta portando avanti una ricerca statistica proprio sul tema, che sarà ultimata nel 2024. Intanto, un gruppo di lavoro controllerà e evidenzierà le buone pratiche che aiutano a contrastare la vittimizzazione istituzionale e secondaria. E agirà in modo tempestivo per un cambiamento culturale concreto sia del linguaggio, che dell’approccio delle istituzioni alla violenza maschile sulle donne.</p>



<p>A Verona D.i.Re &nbsp;Donne in Rete contro la violenza, &nbsp;ha approfondito il tema della vittimizzazione istituzionale e secondaria partendo proprio dalla sfiducia delle donne nelle istituzioni.&nbsp; La città non è stata scelta a caso, &nbsp;Verona è diventata simbolo dell’immensa manifestazione (tre anni fa) che i movimenti delle donne avevano fortemente voluto per&nbsp;<strong>rispondere al patriarcato del Family Day</strong>. &nbsp;</p>



<p>«Il quadro che emerge dalla nostra indagine, non è per nulla rassicurante: siamo ancora molto&nbsp;<strong>lontane dal considerare le istituzioni come alleate&nbsp;</strong>nel contrasto alla violenza maschile sulle donne – sottolinea Antonella Veltri, presidente D.i.Re Donne in Rete contro la violenza &#8211; .&nbsp; Sono pochi i casi affrontati con la correttezza adeguata e con la giusta consapevolezza, approfondendo la conoscenza di un fenomeno su cui ormai esiste moltissima letteratura e per il quale l’ignoranza e la superficialità non sono più consentite». &nbsp;</p>



<p>Raffaele Sdino, presidente della sezione famiglia del Tribunale di Napoli ha fatto notare: «Perché una donna che subisce violenza&nbsp;<strong>non deve essere libera&nbsp;</strong><strong>di esprimere la sua rabbia?</strong>&nbsp;Perché dovrebbe essere collaborativa con le istituzioni che non la ascoltano? Dobbiamo imparare a conoscere la violenza e le sue conseguenze». &nbsp;</p>



<p>La responsabilità di stereotipi nei tribunali, ignoranza e impreparazione di giudici, avvocati e magistrati è stata più volte denunciata dalla giudice Paola Di Nicola Travaglini, consigliera di Cassazione, che continua a chiedere a gran voce «<strong>formazione obbligatoria per&nbsp;</strong>magistratura, forze di polizia e corsi continuativi dall’asilo per bambine e bambine, in modo da sradicare gli stereotipi culturali che sono alla base della violenza».</p>



<p>Anche recentemente a Bookcity a Milano la giudice Di Nicola Travaglini ha messo in guardia: «Attenzione&nbsp;<strong>alle narrazioni stereotipate e deformanti&nbsp;</strong>che tirano in ballo i sentimenti. Un uomo&nbsp;<a href="https://27esimaora.corriere.it/22_novembre_23/Violenza%20di%20genere:solo%20il%2027%%20delle%20donne%20ha%20intrapreso%20un%20percorso%20giudiziale,%20civile%20o%20penale?utm_source=rss&utm_medium=rss">che uccide una donna</a>&nbsp;non la uccide perché è innamorato, ma perché non tollera la libertà di quella donna, l’espressione dei suoi talenti e del suo potere decisionale. Una libertà che&nbsp;<strong>mette in crisi un sistema patriarcale globale millenario</strong>. I femminicidi sono paragonabili ai delitti per mafia e vanno letti con le lenti di genere: solo riconoscendo il&nbsp;<strong>carattere sistemico</strong>&nbsp;della violenza contro le donne possiamo comprendere e giudicare correttamente questo tragico fenomeno».</p>
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		<title>Il fallimento del &#8220;Minority SafePack&#8221; a favore delle minoranze</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2022 08:22:15 +0000</pubDate>
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<p>L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si rammarica per il fallimento dell’iniziativa popolare “Minority SafePack” a favore delle<br>minoranze davanti al Tribunale dell’Unione europea (organo di prima istanza della Corte di Giustizia, CGUE). Questa decisione deludente<br>permette agli Stati dell’UE di continuare a ignorare le loro minoranze e di accettarne la definitiva scomparsa. Contrariamente a quanto<br>sostengono la Commissione europea e la Corte di giustizia europea, le misure e i mezzi attuali non sono affatto sufficienti a preservare la diversità culturale dell’Europa. Al contrario, l’esempio della Polonia mostra come una singola minoranza – in questo caso la minoranza tedesca – sia discriminata dalla riduzione delle lezioni di tedesco nelle scuole. Questo accade perché al governo polacco non piacciono le posizioni tedesche all’interno dell’UE. Ma gli esempi non mancano per la maggior parte degli stati europei in cui vivono minoranze più o meno in declino e che avrebbero urgente bisogno di un sostegno.</p>



<p>Più di un milione di cittadini di numerosi Stati dell’UE hanno aderito all’iniziativa. Ha formulato raccomandazioni a livello europeo per<br>proteggere e promuovere la diversità culturale e linguistica. Tra questi, i programmi di sostegno alle piccole comunità linguistiche,<br>l’uguaglianza per le minoranze apolidi come i Rom, la creazione di un centro per la diversità linguistica e la ricerca sul valore aggiunto<br>delle minoranze in Europa. La protezione delle minoranze nazionali e la promozione della diversità culturale e linguistica dovrebbero diventare biettivi del Fondo europeo di sviluppo regionale. La Commissione non sembra vedere le opportunità che tali finanziamenti offrirebbero.<br>Invece, si nasconde dall’esplosività della questione delle minoranze. Di recente la questione minoranze è servita a Putin come giustificazione pretestuosa per il suo attacco all’Ucraina in violazione del diritto internazionale.</p>



<p>L’Unione federale delle nazionalità europee (FUEN), l’organizzazione ombrello delle minoranze europee, aveva avviato il processo nel 2011. La Commissione europea ha infine richiesto la raccolta di un milione di firme per il progetto entro un anno. Le soglie dovevano essere raggiunte in almeno sette Paesi, cosa che è stata fatta in ben undici. L’iniziativa ha consegnato gli ultimi 1,1 milioni di firme alla<br>Commissione nel gennaio 2020, che ha poi affermato di fare già abbastanza per la protezione delle minoranze. In questo modo, l’UE sta<br>portando ad absurdum il suo unico strumento di partecipazione diretta dei cittadini. Ai cittadini dell’UE si sta mandando come segnale che le loro preoccupazioni non sono importanti e che il loro impegno non vale la pena. Tutto questo fa solo il gioco dei nemici della democrazia.</p>
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		<title>Appello per il giornalista pacifista Ruslan Kotsaba</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jul 2022 08:03:47 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>Il processo contro il giornalista ucraino, pacifista e obiettore di coscienza Ruslan Kotsaba, si è tenuto martedì 19 luglio 2022, solo perché ha espresso pubblicamente le sue idee pacifiste.</p>



<p>Le udienze del tribunale nei confronti di <a href="https://www.pressenza.com/it/2022/07/il-pacifista-e-obiettore-ucraino-ruslan-kotsaba-di-nuovo-a-processo/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Ruslan Kotsaba</a> sono terminate. <strong>La prossima udienza è fissata per il 4 settembre</strong>, alle ore 10. Il tribunale si è riservato per il 28 settembre un’ulteriore eventuale sessione.</p>



<p>Ruslan Kotsaba e i suoi avvocati (Tetiana Montyan e Svitlana Novytska) hanno partecipato online. E’ forte il timore di aggressioni di neonazisti ucraini che in passato hanno minacciato e picchiato Ruslan Kotsaba, ottenendo anche questo nuovo processo dopo aver circondato il tribunale in passato.Per dare un contesto, il tribunale ha già ascoltato le testimonianze di 20 testimoni dell’accusa contro l’obiettore di coscienza Ruslan <a href="https://www.facebook.com/hashtag/kotsaba?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZWyvHkKcuIyLN5eLzK7zkK_3X-TYKgvnX7osyObjtupeXOlwEhFul9rVD8FNoaJkOfc3MMY7N6nhSXL2SVOvTYwKCv_bEbCJk1_kTnd_Wjy39N3W3UchChVRVXruzER2HMdUhiQcMxmWGw6HtDActRKij00TD4yHd3OdTdKOYmwCBsWjb2f9bNcSYkWuLdE4sA&amp;__tn__=*NK-R&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">#Kotsaba</a> e inizialmente sono stati chiamati 58 testimoni, la maggior parte dei quali non si sono presentati in tribunale o hanno fornito testimonianze del tipo “per sentito dire”. Prima dell’attuale nuovo processo, la corte d’appello nel 2016 ha stabilito che non era necessario ascoltare tutti i testimoni a causa dell’irrilevanza delle loro testimonianze e ha assolto Ruslan, ma la <strong>corte superiore di Kiev</strong> (<strong>circondata da una folla di estrema destra</strong>) <strong>ha annullato questa sentenza di assoluzione</strong> e ordinato un nuovo processo con il pretesto formale della necessità di ascoltare ogni testimone.La presenza in tribunale per <a href="https://www.facebook.com/hashtag/kotsaba?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZWyvHkKcuIyLN5eLzK7zkK_3X-TYKgvnX7osyObjtupeXOlwEhFul9rVD8FNoaJkOfc3MMY7N6nhSXL2SVOvTYwKCv_bEbCJk1_kTnd_Wjy39N3W3UchChVRVXruzER2HMdUhiQcMxmWGw6HtDActRKij00TD4yHd3OdTdKOYmwCBsWjb2f9bNcSYkWuLdE4sA&amp;__tn__=*NK-R&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">#Kotsaba</a> è rischiosa. Già in passato è stato pesantemente picchiato da <a href="https://www.facebook.com/hashtag/neonazisti?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZWyvHkKcuIyLN5eLzK7zkK_3X-TYKgvnX7osyObjtupeXOlwEhFul9rVD8FNoaJkOfc3MMY7N6nhSXL2SVOvTYwKCv_bEbCJk1_kTnd_Wjy39N3W3UchChVRVXruzER2HMdUhiQcMxmWGw6HtDActRKij00TD4yHd3OdTdKOYmwCBsWjb2f9bNcSYkWuLdE4sA&amp;__tn__=*NK-R&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">#neonazisti</a> in quanto pacifista contrario alla guerra in <a href="https://www.facebook.com/hashtag/donbass?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZWyvHkKcuIyLN5eLzK7zkK_3X-TYKgvnX7osyObjtupeXOlwEhFul9rVD8FNoaJkOfc3MMY7N6nhSXL2SVOvTYwKCv_bEbCJk1_kTnd_Wjy39N3W3UchChVRVXruzER2HMdUhiQcMxmWGw6HtDActRKij00TD4yHd3OdTdKOYmwCBsWjb2f9bNcSYkWuLdE4sA&amp;__tn__=*NK-R&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">#Donbass</a>.Negare questa pesante minaccia in <a href="https://www.facebook.com/hashtag/ucraina?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZWyvHkKcuIyLN5eLzK7zkK_3X-TYKgvnX7osyObjtupeXOlwEhFul9rVD8FNoaJkOfc3MMY7N6nhSXL2SVOvTYwKCv_bEbCJk1_kTnd_Wjy39N3W3UchChVRVXruzER2HMdUhiQcMxmWGw6HtDActRKij00TD4yHd3OdTdKOYmwCBsWjb2f9bNcSYkWuLdE4sA&amp;__tn__=*NK-R&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">#Ucraina</a> significa negare l’evidenza. Lo stesso <a href="https://www.facebook.com/hashtag/zelensky?__eep__=6&amp;__cft__[0]=AZWyvHkKcuIyLN5eLzK7zkK_3X-TYKgvnX7osyObjtupeXOlwEhFul9rVD8FNoaJkOfc3MMY7N6nhSXL2SVOvTYwKCv_bEbCJk1_kTnd_Wjy39N3W3UchChVRVXruzER2HMdUhiQcMxmWGw6HtDActRKij00TD4yHd3OdTdKOYmwCBsWjb2f9bNcSYkWuLdE4sA&amp;__tn__=*NK-R&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">#Zelensky</a> ha cambiato le proprie posizioni sul Donbass in quanto sente in pericolo la sua vita. L’attuale presidente ucraino, ha affermato Noam Chomsky, “è stato eletto su una piattaforma di pace, per attuare ciò che è stato chiamato Minsk Due, una sorta di autonomia per la regione orientale. Ha cercato di attuarla. Le milizie di destra lo hanno avvertito che se avesse insistito lo avrebbero ucciso”.</p>



<p> Il caso di questo obiettore di coscienza è ormai un caso internazionale. Hanno preso le sue difese anche Amnesty International e la <a href="https://wri-irg.org/en/programmes/rrtk/co-action-alert/2021/ukraine-ruslan-kotsaba-trial-again?utm_source=rss&utm_medium=rss">WRI (War Resisters’ International) </a>. </p>



<h1>Comunicato stampa IFOR, WRI, EBCO e Connection sul caso del giornalista pacifista ucraino Ruslan Kotsaba</h1>



<p><strong>COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO</strong><br>EBCO, IFOR, WRI e Connection e.V.</p>



<p><a href="https://www.miritalia.org/2022/07/18/comunicato-stampa-ifor-wri-ebco-e-connection-sul-caso-del-giornalista-pacifista-ucraino-ruslan-kotsaba/2022-07-18-joint_press-release_ukraine_kotsaba-1/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Read here the English version</a></p>



<h4>Ritirate tutte le accuse contro Ruslan Kotsaba</h4>



<p>In Ucraina, martedì 19 luglio 2022 si terrà un processo contro il giornalista ucraino, pacifista e obiettore di coscienza Ruslan Kostaba, solo perché ha espresso pubblicamente le sue opinioni pacifiste.<br>L’International Fellowship of Reconciliation (IFOR), War Resisters’ International (WRI), l’European Bureau for Conscientious Objection (EBCO) e Connection e.V. (Germania) considerano il caso di Ruslan Kostaba una chiara persecuzione motivata politicamente, in violazione dei suoi diritti alla libertà di espressione e alla libertà di pensiero, coscienza e religione, garantiti dagli articoli 18 e 19 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e dagli articoli 9 e 10 della Convenzione Europea sui Diritti Umani.<br>Le organizzazioni esprimono la loro solidarietà a Ruslan Kotsaba e sollecitano le autorità ucraine a garantire che tutti i pacifisti in Ucraina, compresi gli attivisti del Movimento Pacifista Ucraino, possano esprimere liberamente le proprie opinioni e continuare le proprie attività nonviolente.<br>Le organizzazioni ricordano inoltre la loro ferma condanna dell’invasione russa dell’Ucraina e chiedono ai soldati di non partecipare alle ostilità e a tutte le reclute di rifiutare il servizio militare.<br>Il governo ucraino dovrebbe salvaguardare il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, rispettando pienamente gli standard europei e internazionali, tra cui quelli stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti Umani.<br>L’Ucraina è membro del Consiglio d’Europa e deve continuare a rispettare la Convenzione Europea dei Diritti Umani. Poiché l’Ucraina è candidata ad aderire all’Unione Europea, dovrà rispettare i diritti umani definiti nel Trattato UE e la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’UE, che includono il diritto all’obiezione di coscienza.</p>



<p>Contatti:<br>Zaira Zafarana, International Fellowship of Reconciliation (IFOR), zaira.zafarana@ifor.org, www.ifor.org?utm_source=rss&utm_medium=rss (inglese, italiano)<br>Rudi Friedrich, Connection e.V., +49 69 8237 5534, office@Connection-eV.org, www.ConnectioneV.org?utm_source=rss&utm_medium=rss (tedesco, inglese)<br>Semih Sapmaz, War Resisters’ International (WRI), semih@wri-irg.org, www.wri-irg.org?utm_source=rss&utm_medium=rss (inglese, turco)<br>Sam Biesemans, Ufficio Europeo per l’Obiezione di Coscienza (EBCO), +32 477 268893, ebco.brussels@skynet.be, www.ebco-beoc.org?utm_source=rss&utm_medium=rss (francese, olandese, italiano, inglese)</p>



<p><a href="https://www.miritalia.org/2022/07/18/comunicato-stampa-ifor-wri-ebco-e-connection-sul-caso-del-giornalista-pacifista-ucraino-ruslan-kotsaba/2022-07-18-joint_press-release_ukraine_kotsaba-1/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Leggi qui</a> il Comunicato originale in inglese.</p>



<p></p>
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		<title>Srebrenica: città sinonimo di un fallimento e di una nuova promessa di responsabilità di fronte a severe violazioni dei diritti umani</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2022/07/13/srebrenica-citta-sinonimo-di-un-fallimento-e-di-una-nuova-promessa-di-responsabilita-di-fronte-a-severe-violazioni-dei-diritti-umani/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 07:54:48 +0000</pubDate>
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<p>di Nicole Fraccaroli </p>



<p></p>



<p>Il nome Srebrenica è diventato sinonimo di quei giorni bui del luglio 1995 quando, nella prima area di sicurezza dichiarata dalle Nazioni Unite, migliaia di uomini e donne furono sistematicamente assassinati e sepolti in fosse comuni. Le vittime, che erano musulmane, sono state assassinate a causa della loro identità. Questa è stata la peggiore atrocità sul suolo europeo dopo la seconda guerra mondiale.</p>



<p>Nel luglio 1995, circa 8.000 musulmani, uomini, donne, ragazzi e ragazze, sono stati uccisi a Srebrenica, una città della Bosnia ed Erzegovina nell&#8217;Europa sudorientale, dalle forze serbo-bosniache guidate dal comandante Ratko Mladić. Questi omicidi furono successivamente classificati come crimine di genocidio dai tribunali internazionali che indagarono sul massacro.</p>



<p>La disintegrazione della Jugoslavia nel 1991 ha gettato nel caos l&#8217;Europa sudorientale e centrale e ha portato a violente guerre interetniche nella regione negli anni successivi. In molti modi, le violenze perpetrate contro bosniaci o musulmani bosniaci durante il massacro di Srebrenica sono state il risultato di tale conflitto regionale. Secondo alcuni ricercatori, questo massacro è stata la peggiore atrocità contro i civili in Europa dall&#8217;Olocausto.</p>



<p>La guerra in Bosnia, avvenuta tra il 1992 e il 1995, ha visto un periodo di sfollamento e pulizia etnica dei musulmani bosniaci e dei croati bosniaci da parte dell&#8217;esercito serbo-bosniaco e delle forze paramilitari. Durante la guerra, il massacro di Srebrenica iniziò l&#8217;11 luglio 1995 quando il comandante Ratko Mladić occupò la città di Srebrenica. Migliaia di famiglie musulmane bosniache hanno cercato rifugio presso il Dutchbat, un battaglione olandese delle forze delle Nazioni Unite che era stato schierato in seguito agli sconvolgimenti durante la guerra in Bosnia, credendo che l&#8217;area sotto il loro controllo fosse una zona sicura.</p>



<p>Tale missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite guidata dai Paesi Bassi non è riuscita a fermare questi omicidi e molti musulmani bosniaci avevano cercato rifugio credendo che fosse una zona protetta. Alcuni esperti affermano che i fallimenti di questa missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite siano stati così severi da non proteggere i musulmani bosniaci con la conseguenza di aver consegnato attivamente ragazzi e uomini alle forze serbo-bosniache sapendo che sarebbero stati uccisi. Questa zona sicura in seguito cadde sotto il controllo delle forze serbo-bosniache dopo la resa delle forze olandesi. Si ritiene che gli 8.000 musulmani uccisi durante questo massacro siano stati assassinati entro due settimane dall&#8217;inizio dell&#8217;occupazione di Srebrenica.</p>



<p>Non sono stati solo i bambini, i ragazzi e gli uomini a subire atrocità e uccisioni. Il massacro ha visto anche diffusi crimini contro le donne, in cui ragazze e donne sono state vittime di violenze e stupri. Nelle loro testimonianze all&#8217;indomani del massacro, le vittime, comprese ragazze e donne, hanno affermato di non aver ricevuto alcuna protezione, nonostante le forze armate abbiano assistito alle violenze perpetrate davanti a loro. Ci sono state anche testimonianze in cui i sopravvissuti hanno raccontato come le forze serbo-bosniache avessero costretto i musulmani bosniaci a scavarsi le proprie tombe. A 27 anni dal massacro, i corpi delle vittime continuano a essere trovati in fosse comuni.</p>



<p>Il Tribunale Penale Internazionale per l&#8217;ex Jugoslavia (Tribunale Internazionale <em>ad hoc</em>) che ha indagato sui crimini di guerra avvenuti durante il conflitto nei Balcani negli anni &#8217;90, ha rilevato che l&#8217;esercito serbo-bosniaco ha compiuto sforzi per rimuovere i corpi da queste fosse comuni in altri siti nel tentativo di nascondere la portata dei crimini e degli omicidi. Questa rimozione dei corpi ha reso difficile l&#8217;identificazione delle vittime e le indagini del tribunale hanno dimostrato che in molti casi le parti del corpo della stessa vittima sono state trovate in tombe diverse. Il tribunale ha inoltre stabilito come questo sia un indicatore del fatto che le uccisioni dei musulmani bosniaci siano state premeditate e ampiamente pianificate.</p>



<p>Nel 1995, il Tribunale Penale Internazionale <em>ad hoc</em> ha incriminato Ratko Mladić e Radovan Karadžić, presidente della Republika Srpska, per crimini di guerra contro i musulmani bosniaci a Srebrenica. Successivamente, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha presentato il suo rapporto sul massacro di Srebrenica nel 1999 riconoscendo i fallimenti delle Nazioni Unite nel prevenire il massacro e ha affermato come &#8220;la tragedia di Srebrenica perseguiterà per sempre la storia delle Nazioni Unite&#8221;.</p>



<p>Per i Paesi Bassi, i fallimenti del Dutchblat e le notizie sulla partecipazione delle truppe alle violenze perpetrate contro i serbi bosniaci hanno portato a un&#8217;indagine del governo nel 1996. Un rapporto pubblicato sette anni dopo ha riconosciuto i fallimenti di questa missione di mantenimento della pace e il governo olandese ha ammesso una certa responsabilità per l’incapacità di proteggere le vittime durante il massacro.</p>



<p>Nel marzo 2003, la Bosnia ed Erzegovina ha avviato le proprie indagini sul massacro di Srebrenica, basandosi pesantemente sulle conclusioni del Tribunale Penale Internazionale per l&#8217;ex Jugoslavia, concluse l&#8217;anno successivo, con il governo che ha ammesso la commissione di crimini contro i musulmani bosniaci. Alcuni nazionalisti nel paese non si sono mostrati d&#8217;accordo con i risultati di queste indagini. Le scuse ufficiali per il massacro sono state successivamente rilasciate dal governo.</p>



<p>Dieci anni dopo il massacro, nel 2005, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato ufficialmente una risoluzione riconoscendo il genocidio di Srebrenica. Nel marzo 2016 Radovan Karadžić, ex presidente della Republika Srpska, è stato dichiarato colpevole dal Tribunale Penale Internazionale per l&#8217;ex Jugoslavia di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l&#8217;umanità ed è stato condannato a 40 anni di reclusione. Un anno dopo, nel novembre 2017, Ratko Mladić è stato riconosciuto colpevole di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l&#8217;umanità e condannato all&#8217;ergastolo.</p>



<p>Nel luglio del 1995, Srebrenica è diventata davvero il centro dell&#8217;universo, e la comunità internazionale deve ricordare i crimini contro l&#8217;umanità e di genocidio che ha permesso che accadessero a causa del suo abietto fallimento di impedirli.</p>



<p>Nel 2005, durante il World Summit&nbsp;delle Nazioni Unite, si è stabilito il concetto della “Responsibility to protect” (R2P) ossia il principio per cui si deve intervenire in difesa dei diritti umani fondamentali e per evitare che qualsiasi Stato possa commettere gravi violazioni contro la popolazione. La responsabilità di proteggere andava ad inserirsi nel&nbsp;contesto della protezione dei diritti umani che si era cominciato a delineare&nbsp;nel 1948 con la Convenzione per la prevenzione e repressione del delitto di genocidio e, nel 1949, con le quattro convenzioni di Ginevra.</p>



<p>Questo principio, divenuto centrale nei dibattiti dalla fine della seconda guerra mondiale, soprattutto con il sopraggiungere di nuovi conflitti interni ai singoli Stati e con le tragedie del Rwanda e nei Balcani negli anni ’90,&nbsp;trovò la sua prima formulazione ufficiale nel 2001, nel report della Commissione Internazionale sull’Intervento e Sovranità dello Stato.&nbsp;</p>



<p>Per quanto riguarda le azioni pratiche&nbsp;,il principio della R2P è stato richiamato svariate volte: nel 2006 per il Darfur, nel 2011 per la Libia, Costa d’Avorio, Sud Sudan e Yemen e nel 2013 per il Kenya. Gli ostacoli che ancora limitano le capacità della comunità internazionale ad assolvere alle sue responsabilità di protezione e prevenzione di severe violazioni rimangono palesemente visibili da altrettanti esempi e contesti.</p>



<p>La comunità internazionale ha imparato dai suoi errori, ma non può permettersi di imparare ad un ritmo lento…. Perché le violazioni e gli abusi perpetrati contro le popolazioni civili del mondo non sono rallentati né si sono fermati. Il momento storico in cui viviamo vede un aumento delle violazioni perpetrate contro i civili di diversi Paesi in situazioni di grave povertà, instabilità, conflitti armati interni e esterni.</p>



<p>La comunità internazionale ha fatto una promessa, tanto morale quanto attualmente incorporata nel diritto vincolante e consuetudinario.</p>
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		<title>Disoccupazione agricola: i richiedenti asilo ne hanno diritto anche se il loro permesso è di “breve durata”</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2022 13:15:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’INPS ha rigettato, in numerosi casi, le domande di disoccupazione agricola per gli operai agricoli a tempo determinato cittadini extra Ue, sul presupposto dell’assenza di valido titolo di soggiorno a copertura del biennio assicurativo&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2022/04/04/disoccupazione-agricola-i-richiedenti-asilo-ne-hanno-diritto-anche-se-il-loro-permesso-e-di-breve-durata/">Disoccupazione agricola: i richiedenti asilo ne hanno diritto anche se il loro permesso è di “breve durata”</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2022/03/andrea-cairone-lzM3pbQim70-unsplash-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-47286"/></figure>



<blockquote class="wp-block-quote"><p></p><cite>L’INPS ha rigettato, in numerosi casi, le domande di disoccupazione agricola per gli operai agricoli a tempo determinato cittadini extra Ue, sul presupposto dell’assenza di valido titolo di soggiorno a copertura del biennio assicurativo di riferimento per accedere alla prestazione.</cite></blockquote>



<p>(da asgi.it)</p>



<p></p>



<p>Il Tribunale di Foggia – Sezione Lavoro ha affrontato la questione con alcune prime pronunce, offrendo ottimi spunti interpretativi volti a censurare la condotta dell’Ente Previdenziale.</p>



<p>Dalle sentenze in calce si evince che l’Inps&nbsp;<strong>non accoglie le domande di disoccupazione agricola presentate dai braccianti a tempo determinato che siano richiedenti protezione internazionale sostenendo che il relativo permesso di soggiorno sia equivalente ad un permesso di soggiorno per motivo di lavoro stagionale</strong>.</p>



<p>Tale assunto è stato tuttavia smentito dal Tribunale di Foggia che ha censurato l<strong>’erronea sovrapposizione operata dall’Inps tra permesso per lavoro stagionale e “permessi di durata inferiore ai nove mesi</strong>” (tra cui i permessi di soggiorno per richiesta asilo, considerati anch’essi “permessi brevi”). Si chiarisce che, al di là della durata e della supposta “brevità” dei titoli di soggiorno, solo i permessi di soggiorno per lavoro stagionale non sono coperti dalla disoccupazione e dai trattamenti di famiglia (<em>ex</em>&nbsp;art. 25, comma 1 e 2, d.lgs. 286/1998) e, pertanto,<strong>&nbsp;i permessi di soggiorno per richiesta asilo (previsti invece dal d.lgs. 142/2015) consentono l’accesso a tali forme di sostegno al reddito.</strong></p>



<p>Altro profilo di interesse attiene all’onere della prova incombente sulle parti: il Giudice del Lavoro statuisce il principio in virtù del quale, anche qualora il permesso di soggiorno in possesso del richiedente abbia una validità limitata solo ad un periodo del biennio di competenza della prestazione, è comunque onere dell’Ente Previdenziale eccepire e documentare in giudizio che le giornate lavorative effettuate si collocano al di fuori dell’arco di tempo in cui il cittadino straniero poteva legittimamente svolgere attività lavorativa.</p>



<p>E’ opportuno, quindi, ricordare che:</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>– il richiedente asilo è tale in quanto ha manifestato la volontà di chiedere la protezione internazionale in qualsiasi forma e sino a quando non sia stata assunta dalla competente commissione territoriale o dal Tribunale una decisione definitiva su tale domanda (art. 2, d.lgs. 142/15);</p><p>– il suo regolare soggiorno è attestato anche solo dalla formalizzazione della richiesta di protezione (art. 4, co. 3, d.lgs. 142/15);</p><p>– decorsi 60 giorni dalla manifestazione di volontà di chiedere protezione il richiedente asilo può legittimamente svolgere attività lavorativa in Italia, indipendentemente dalla circostanza che le autorità competenti abbiano tempestivamente proceduto al rilascio del titolo di soggiorno o meno (art. 22, co. 1, d.lgs. 142/15);</p><p>– tale diritto si conserva anche nelle more del rinnovo del permesso di soggiorno da parte delle autorità competenti, posto che il soggiorno regolare deriva direttamente dalla manifestazione di volontà di chiedere asilo e che comunque il ritardo della P.A. non intacca in alcun modo i diritti del richiedente asilo.</p></blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote"><p></p><cite>Le due pronunce, pur nella loro sinteticità argomentativa, rappresentano un primo argine nei confronti di condotte palesemente discriminatorie poste in essere dall’Inps e (anche soltanto indirettamente) causa di una spirale perversa che coinvolge uno dei settori (quello agricolo ) in cui è maggiormente elevato il rischio di sfruttamento lavorativo: sfruttamento che, tra l’altro, ha tra le sue cause la condizione di debolezza sul mercato del lavoro dei braccianti agricoli immigrati che le misure di&nbsp;<em>welfare state</em>&nbsp;dovrebbero, invece, essere capaci di limitare, così aumentando il potere di contrattazione salariale dei lavoratori.</cite></blockquote>



<p>Si ringraziano gli avv.ti Stefano Campese e Dario Belluccio per la segnalazione</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="https://www.asgi.it/?post_type=banca_dati&amp;p=47290&amp;preview=true&utm_source=rss&utm_medium=rss">Sentenza del Tribunale di Foggia del 23 febbraio 2022</a></p>



<p><a href="https://www.asgi.it/banca-dati/tribunale-di-foggia-sentenza-8-settembre-2021/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Sentenza del Tribunale di Foggia dell’8 settembre 2021</a></p>
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		<title>Sostenere Riace e la solidarietà in mare e in terra. Intervista a Giovanna Procacci</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Nov 2021 14:37:39 +0000</pubDate>
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<p>(da pressenza.com. A cura di Anna Polo)</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2021/09/siamo-tutti-con-Riace-rit.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption>(Foto di https://www.facebook.com/comitatoundicigiugnomilano)?utm_source=rss&utm_medium=rss</figcaption></figure>



<p><em>La neonata “Rete Sostenere Riace”, composta da moltissime realtà milanesi e lombarde, organizza il 30 novembre&nbsp;<strong>una serata spettacolo alla Camera del Lavoro di Milano</strong>&nbsp;dal titolo “<a href="https://www.facebook.com/events/912454959701165/?source=6&amp;ref_notif_type=plan_user_invited&amp;action_history=null&utm_source=rss&utm_medium=rss">Sostenere Riace. L’abuso di umanità non è reato</a>”. Questa è solo una tappa di un lungo cammino iniziato l’11 giugno 2019, data di apertura del processo a Mimmo Lucano, con la formazione del&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/comitatoundicigiugnomilano?utm_source=rss&utm_medium=rss">Comitato Undici Giugno Milano</a>. Un cammino che continuerà con nuove iniziative, con una campagna di largo respiro per tenere viva l’attenzione non solo sull’esperienza di Riace, ma anche sulla più ampia criminalizzazione della solidarietà in mare e in terra. Ripercorriamo il percorso fatto e le prospettive per il futuro con Giovanna Procacci, tra i fondatori del comitato e dell’attuale rete e autrice di numerosi articoli sul processo di Locri.</em></p>



<p><strong>Come è nato il Comitato Undici Giugno Milano e quali sono state le sue principali iniziative?</strong></p>



<p>Il&nbsp;<strong>Comitato Undici Giugno Milano</strong>&nbsp;è nato alla vigilia dell’inizio del processo penale che si è aperto in quella data a Locri contro Lucano e altri 26 collaboratori del sistema di accoglienza a Riace. In vista del processo, si è costituito un Comitato Undici Giugno nella Locride, replicato in varie città con il compito di organizzare quel giorno presìdi di protesta in tutta Italia. Il nostro comitato ha raccolto una settantina di associazioni, organizzazioni, comitati, oltre a molti cittadini e ha organizzato in città un presidio molto partecipato nei pressi della Prefettura, che ha poi sfilato nelle vie del centro.</p>



<p>In seguito, a processo avviato, l’impegno a difendere l’azione umanitaria svolta a Riace dalla criminalizzazione è continuato in vari modi, sia di presenza a Riace in momenti topici per quella comunità, sia di promozione e partecipazione a momenti di dibattito a Milano, spesso con la presenza di Mimmo Lucano. Io in particolare ho interpretato da subito quel processo, che pretendeva trattare come gravi reati penali un’azione pubblica di accoglienza e integrazione, come un processo politico; per questo la mia protesta si è espressa attraverso un’azione di monitoraggio di quello che vi succedeva, anche nella convinzione che un processo come quello chiuso in un tribunale di provincia della Calabria non avesse i requisiti di trasparenza e pubblicità che in particolare in un processo politico sono indispensabili. Ho seguito le udienze e ne ho scritto, grazie a Pressenza, nel tentativo di far circolare le informazioni su quanto vi si affermava. Questo mio lavoro è stato fatto a nome del Comitato Undici Giugno Milano.</p>



<p><strong>Hai seguito da vicino il processo a Mimmo Lucano, fino alla condanna di due mesi fa. Quali sono a tuo parere le caratteristiche fondamentali di quello che è stato definito un processo politico, che ha voluto colpire il modello di accoglienza e integrazione rappresentato da Riace?</strong></p>



<p>La prima caratteristica di questo processo è la confusione del piano amministrativo con quello penale. Come l’indagine investigativa della GdF che lo ha preceduto, il processo ha preso le mosse da una serie di irregolarità amministrative: disordine contabile, carenze della rendicontazione, scorciatoie rispetto a iter burocratici disegnati dalle Linee guida dei servizi di accoglienza, ecc. Molte di queste irregolarità erano in realtà caratteristiche ben note dell’accoglienza a Riace, come i cosiddetti lungo-permanenti; erano state tollerate per anni, i progetti riapprovati e rifinanziati. Il processo segue il filo delle irregolarità amministrative e le trasforma in gravi reati penali, pur dovendo ammettere che non c’è stato nessun vantaggio economico personale. Questo adeguarsi del penale alle ragioni dell’amministrativo sembra una costante dei processi politici intentati contro l’attivismo solidale, dalle navi del soccorso in mare alle accuse di favoreggiamento di chi soccorre ai confini.</p>



<p>La seconda caratteristica è che rovescia il senso comune: una persona nota per il suo attivismo solidale, per la dedizione alla causa degli ultimi, per le battaglie contro la criminalità organizzata, per la condizione di povertà in cui vive, viene presentata come un criminale e il sistema di accoglienza a Riace come un’associazione a delinquere. Questo rovesciamento è tipico di un processo politico, dove il vero reato non sta tanto nel contenuto dell’azione, quanto nell’idea che quell’azione incorpora. Per questo va cancellata la finalità d’integrazione delle varie pratiche messe in campo a Riace, che ne era l’idea trainante; eliminata l’idea, l’azione resta nuda e se ne può fare ciò che si vuole, anche una truffa che stranamente non produce nessun arricchimento.</p>



<p>La terza caratteristica è che si è trattato di un processo gestito dagli inquirenti a mezzo stampa. L’uso abbondante di intercettazioni telefoniche prima ancora della loro trascrizione ufficiale, indispensabile per sostenere prove documentali prive di consistenza, è servito anche a fornire alla stampa materiale per una campagna mediatica diffamatoria di Lucano e di Riace. Senza contare la grande anomalia di un procuratore capo che rilascia interviste alla stampa nei momenti topici (l’arresto, la sentenza) con giudizi pesantissimi e del tutto arbitrari sul principale imputato (chiamato “monarca”, “bandito” e simili).</p>



<p>Citerei ancora una caratteristica che considero importante: la presenza delle istituzioni (Viminale e Prefettura) come parti civili, cosa rarissima perfino in processi di ‘ndrangheta. Quelle stesse istituzioni che avevano approvato, finanziato e rifinanziato i progetti di accoglienza di Riace, che nell’emergenza avevano fatto pressioni di ogni genere perché Riace accogliesse numeri sempre più elevati di rifugiati, che l’avevano costretta a svolgere un ruolo di supplenza della loro incapacità nel far fronte all’accoglienza, nel processo accusano Riace di essersi mossa in modo emergenziale. E’ uno Stato che chiede di accogliere e poi abbandona chi accoglie. E’ lo stesso meccanismo per cui, dopo aver chiesto per anni aiuto alle ONG per soccorrere i naufraghi, si è cominciato ad incriminarle per aver continuato a farlo; lo stesso per cui, dopo aver abbandonato i profughi alle frontiere nelle sole mani delle persone solidali, poi le si persegue per reati di solidarietà.</p>



<p><strong>La rete “Sostenere Riace” è frutto di un lavoro di coinvolgimento di molte realtà. Puoi raccontarci brevemente come si è arrivati a questo risultato?</strong></p>



<p>La sentenza di primo grado emessa il 30 settembre dal tribunale di Locri ha sorpreso e scandalizzato molte persone; le reazioni sono state forti, da parte di giuristi, avvocati, giornalisti, associazioni, semplici cittadini e hanno dato vita a presidi in tutta l’Italia. L’idea di una Riace criminale e di un Lucano capo di un’associazione a delinquere è apparsa profondamente ingiusta. Di fronte ad una sentenza ingiusta, bisogna reagire. Per questo il Comitato Undici Giugno di Milano ha chiamato tutte le associazioni, organizzazioni, comitati ecc., coinvolti nell’azione solidale e di difesa dei diritti umani ad un’assemblea pubblica, che si è tenuta alla Camera del Lavoro il 27 ottobre ed è stata molto partecipata. Qui si è deciso di dar vita ad una Rete il più ampia possibile, che portasse avanti anche a Milano una campagna di sostegno a Riace. Ad oggi, le realtà che aderiscono alla&nbsp;<strong>Rete Sostenere Riace</strong>&nbsp;sono più di 70 e rappresentano uno spaccato significativo di società civile organizzata intorno ai temi della solidarietà, dell’accoglienza e dei diritti umani.</p>



<p>Da quell’assemblea è nata l’idea di questo primo evento della campagna, una serata spettacolo che si terrà il 30 novembre, a due mesi esatti dalla sentenza di primo grado, nella sala Di Vittorio della Camera del lavoro, dove parleremo di Riace, ma anche del soccorso in mare, perché l’attacco politico giudiziario investe tutta l’azione di solidarietà. E raccoglieremo fondi per contribuire anche da Milano alla raccolta avviata da A Buon Diritto Onlus, che mira a coprire le spese giudiziarie e le multe milionarie comminate dalla sentenza.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2021/11/sostenere-Riace-FB-def.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1477908"/></figure></div>



<p><strong>Quali sono le prossime tappe della campagna di sensibilizzazione e sostegno a chi viene criminalizzato per le sue attività solidali a favore dei migranti?</strong></p>



<p>Nella Rete abbiamo concordato che questa sarà necessariamente una campagna di lungo periodo, in considerazione dei tempi lunghi dell’appello e della Cassazione, e che dunque dovremo mettere in campo iniziative periodiche, anche diverse fra loro, per mantenere il più possibile viva l’attenzione pubblica su questo caso giudiziario e più in generale sulla criminalizzazione della solidarietà. Pensiamo di proporre iniziative di tipo culturale, come spettacoli, presentazioni di film, libri, ecc., o di tipo sociale, come cene solidali. Organizzeremo anche momenti di approfondimento politico del processo e della sentenza, dopo la pubblicazione delle motivazioni che è attesa per la fine dell’anno e realizzeremo anche viaggi a Riace e campi per ragazzi. Tutto quello che potremo inventarci per restare vigili su un terreno, quello della criminalizzazione della solidarietà, di cui Riace è ormai un simbolo – e per questo è stata colpita con particolare durezza – ma non è purtroppo l’unico caso.</p>
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		<title>Marco temporal e COVID19: non c’è pace per i popoli indigeni del Brasile</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Oct 2021 07:36:03 +0000</pubDate>
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<p>di Maddalena Formica</p>



<p>Negli ultimi mesi sono giunte fino a noi le notizie di proteste che hanno coinvolto migliaia di<br>indigeni brasiliani del movimento Luta pela vida (Lotta per la vita), coordinato dall’Articulação dos<br>Povos Indígenas do Brasil (APIB).<br>Oggetto del dibattito pubblico e delle numerose manifestazioni è in particolare una sentenza del<br>Supremo tribunale federale, ancora oggi attesa con trepidazione da centinaia di tribù indigene<br>brasiliane. A inizio settembre, infatti, il Tribunale avrebbe dovuto pronunciarsi su una questione di<br>espulsione che oppone il popolo Xokleng allo Stato brasiliano di Santa Catarina. La problematica<br>decisione porta in realtà sulla costituzionalità del marco temporal, una tesi che potrebbe<br>legittimare il processo di land grabbing, ovvero l’“accaparramento di terra”, di cui gli indigeni<br>brasiliani, come molti altri popoli indigeni in ogni angolo del mondo, sono stati e sono tutt’oggi<br>vittime.<br>Sul fondamento di tale tesi potrebbero essere assegnati ai popoli indigeni unicamente quei<br>territori che questi dimostrano di avere occupato al momento della promulgazione dell’attuale<br>Costituzione, il 5 ottobre 1988: la consacrazione di un tale principio legittimerebbe così<br>quell’espropriazione di terre temuta oggi dalle migliaia di persone che manifestano a Brasilia. Oltre<br>alla difficoltà per alcuni di questi popoli di dimostrare giuridicamente la propria presenza su un<br>territorio, una pericolosa realtà soprattutto per gli indigeni “non contattati”, si aggiunge il fatto<br>che al momento dell’entrata in vigore della Costituzione questi popoli erano spesso vittime di<br>allontanamenti diretti e indiretti dalle proprie terre ancestrali.<br>La pericolosa tesi del marco temporal è oggi sostenuta dal presidente Jair Bolsonaro e dai massimi<br>esponenti di alcuni settori dell’economia, che vedono nella sua consacrazione l’occasione per<br>sfruttare terre oggi protette per agricoltura, centrali idroelettriche ed estrazione di minerali. Al<br>contrario, qualora il Tribunale supremo dovesse negarne una volta per tutte la legittimità, i popoli<br>indigeni vedrebbero assegnarsi un potente strumento giuridico per difendere le proprie terre.<br>Vista la complessità della questione e la pesante portata della decisione, positiva o negativa che<br>sia, il Tribunale ha deciso di sospendere a tempo indeterminato il processo, prolungando così<br>l’arrivo di quella risposta dalla quale dipendono le sorti di migliaia di persone. L’incertezza pesa<br>ancora così sui popoli indigeni del Brasile, duramente colpiti anche dal COVID19, mentre continua<br>la paura per le politiche di Bolsonaro, criticato per le sue posizioni anti-indigene e<br>antiambientaliste. Dall’inizio del suo mandato nel 2019, il Presidente brasiliano è già stato<br>denunciato più volte davanti alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità e<br>genocidio da associazioni quali la stessa APIB, in particolare per le attività di deforestazione<br>dell’Amazzonia e gli attacchi ai popoli indigeni, aggravati dagli ultimi anni di pandemia.</p>
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		<title>A tutte le ore del giorno e della notte</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Oct 2021 08:23:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chiara Sasso (da comune-info.net) La sentenza del Tribunale di Locri – pesanti condanne primo fra tutti i 13 anni e 2 mesi a Domenico Lucano – è un terremoto. Siamo in tanti ad aver&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2021/10/02/a-tutte-le-ore-del-giorno-e-della-notte/">A tutte le ore del giorno e della notte</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="681" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/luca.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15660" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/luca.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/luca-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/10/luca-768x511.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h1></h1>



<p><a href="https://comune-info.net/autori/chiara-sasso/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Chiara Sasso</a> (da comune-info.net)</p>



<h2>La sentenza del Tribunale di Locri – pesanti condanne primo fra tutti i 13 anni e 2 mesi a Domenico Lucano – è un terremoto. Siamo in tanti ad aver paura. Associazione a delinquere, peculato, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: viene descritta una organizzazione ferrea per gestire i progetti in tutto il paese. “Chi lo ha conosciuto e vissuto sa che forse le uniche cose organizzate a Riace sono state le partite di carte, per il resto il dato che distingueva era l’improvvisazione sempre su tutto. E la disponibilità ad accogliere a tutte le ore del giorno e della notte – scrive Chiara Sasso – Forse era per questo che la Prefettura aveva una linea rossa perenne con il sindaco al quale chiedeva disponibilità sempre e immediata…”. Hanno bisogno di distruggere&nbsp;<a href="https://comune-info.net/tag/riace/?utm_source=rss&utm_medium=rss">la speranza nata in quel borgo</a></h2>



<p><strong><a href="https://comune-info.net/io-sto-con-mimmo-lucano/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Presidi di protesta contro la sentenza in diverse città</a></strong></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://comune-info.net/wp-content/uploads/2021/09/20180222_091718-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-448790"/></figure>



<p>Imessaggi che sono arrivati per commentare la sentenza del Tribunale di Locri – pesanti condanne primo fra tutti i 13 anni e 2 mesi a Domenico Lucano – riportavano nel testo la parola “<strong>paura</strong>”. Ripetuta. Eppure la giornata era limpida, soleggiata, un’aria settembrina con le montagne scolpite contro il cielo. Ma la notizia era troppo forte e gli occhi si abbassano dando spazio alla paura.&nbsp;<strong>Un terremoto che scuote certezze profonde</strong>, vissuto come un pesante segnale di pericolo per tutti. Appena fuori casa, no dentro casa. Rispetto per la magistratura… Assistiamo al rovesciamento della realtà, alla distorsione di ogni principio processuale.</p>



<p><strong>Fra le accuse più gravi associazione a delinquere, peculato, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Viene descritta una organizzazione ferrea per gestire i progetti in tutto il paese. Chi lo ha conosciuto e vissuto sa che forse le uniche cose organizzate a Riace sono state le partite di carte, per il resto il dato che distingueva era l’improvvisazione sempre su tutto. E la disponibilità ad accogliere a tutte le ore del giorno e della notte</strong>.&nbsp;<strong>Forse era per questo che la Prefettura aveva una linea rossa perenne con il sindaco al quale chiedeva disponibilità sempre e immediata.</strong>&nbsp;Riace era nota per non lasciare nessuno per strada.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://comune-info.net/wp-content/uploads/2021/09/Marzo-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-448798"/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://comune-info.net/wp-content/uploads/2021/09/Maestra.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-448788"/></figure>



<p>Sono piovute condanne su persone, ventisette, incensurate senza nessuna attenuante generica. Otto anni a Cosimina Ierino. Forse in tanti abbiamo visto un altro film:&nbsp;<strong>Cosimina nella sede di Città Futura pronta ad accogliere tutti in una babele di lingue che si impastava con il calabrese. Cosimina come insegnante di italiano, come segretaria tuttofare</strong>. La sua mitezza faticava a volte a farsi strada con tutti quegli impetuosi spostamenti d’aria, fatti di persone, di bambini e bambine, che arrivavano nello stanzone facendo scricchiolare il pavimento di legno. Sempre con qualche richiesta. In molti abbiamo visto un altro film che tuttavia si ripresenta in moviola nel cuore e della mente.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://comune-info.net/wp-content/uploads/2021/09/38474982_1812899952123535_3570862516001046528_n-1024x681.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-448782"/><figcaption>Foto di Valeria Fioranti</figcaption></figure>



<p><strong>C’è, nella sede di palazzo Pinnarò, un piccolo balcone che guarda direttamente al mare</strong>. Ci si arriva attraverso uno scalone che porta al secondo piano. Si arriva pensando di stare al chiuso, ed è come trovarsi sul Tetto del Mondo. Dal balcone lo sguardo supera i coppi di tante case, i vicoli, va oltre la strada con i suoi tornanti e il bivio per il santuario, fino a sposare quella massa blu di acqua salata. Si spazia. Impossibile non sentirne la forza. L’associazione Citta Futura si lega con il mondo, guarda avanti. Apre le porte, invita.&nbsp;<strong>«Prego&nbsp;<em>trasite</em>, entrate»</strong>. Come se il progetto in realtà possa appartenere a tutti.</p>



<p><strong>LEGGI ANCHE&nbsp;<a href="https://comune-info.net/tutta-la-mia-rabbia/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Tutta la mia rabbia</a>&nbsp;</strong>Martina Lucano,&nbsp;<a href="https://comune-info.net/speranza-per-lalba-di-una-nuova-umanita/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Speranza per l’alba di una nuova umanità</strong></a>&nbsp;Domenico Lucano,&nbsp;<strong><a href="https://comune-info.net/la-comunita-di-riace/?utm_source=rss&utm_medium=rss">La comunità di Riace</a></strong>&nbsp;Gianluca Carmosino</p>



<p>Fa bene l’associazione a esporre il manifesto di un capo indiano: «Non è l’uomo che ha tessuto la trama della vita, egli è soltanto un filo». Ognuno che arriva tesse inconsapevolmente qualcosa. Come si può oggi far sentire affetto e vicinanza a tutte quelle persone che hanno fatto parte di quel sogno, di quel film che non verrà più proiettato. Quali parole usare per dire che&nbsp;<strong>comunque ne è valsa la pena, perché è stato un segnale per il mondo</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://comune-info.net/wp-content/uploads/2021/09/IMG-20210930-WA0000-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-448789"/></figure>



<p>È uno di quei casi della vita, nello stesso giorno in cui si aspetta notizie della sentenza, giovedì 30 settembre, prime ore del mattino, arriva un messaggio con una foto: è l’alba sul Mar Ionio. “Ieri a mezzanotte una telefonata mi ha fatto sobbalzare. Era il titolare di un locale di Caulonia, mi diceva che si era presentata una ragazza appena sbarcata che gli aveva fatto capire che aveva fame e freddo… Sono corso.&nbsp;<strong>Un barcone con settanta migranti&nbsp;</strong>veniva scortato verso il porto di&nbsp;<strong>Roccella</strong>. Uno pensa di essere abituato a tutto, dopo tanti anni e invece col cazzo che ci si abitua…”.&nbsp;<strong>Capita che gli operatori dei vari progetti vivano così, pronti a qualunque ora a fronteggiare emergenze a prendersi responsabilità</strong>&nbsp;a lanciare sempre il cuore oltre l’ostacolo. Stessa sorte capita ai sindaci in prima linea su tutto, a combattere e prendere decisioni sulla qualunque a lottare a mani nude. Non a caso Moni Ovadia qualche giorno fa ha commentato: “Piuttosto di fare il sindaco mi butto sotto un treno”.</p>
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		<title>Ingiustizia è fatta: Mimmo Lucano condannato a 13 anni e 2 mesi di carcere</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Oct 2021 06:55:54 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/08/Incontro-Caulonia-Mimmo-Lucano-0418web-720x477.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption>(Foto di archivio Pressenza)</figcaption></figure>



<p>(da pressenza.it)</p>



<p>Il tribunale di Locri ha condannato l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano a ben 13 anni e 2 mesi di carcere, una pena addirittura superiore a quella di 7 anni e 11 mesi chiesta dal procuratore capo Luigi D’Alessio e dal pm Michele Permunian. A questo si aggiungono 5 anni di interdizione dai pubblici uffici e il sequestro dei beni.</p>



<p>La durissima sentenza conferma quando abbiamo sempre affermato sul carattere politico del processo contro Mimmo Lucano: ideali e pratiche di solidarietà trattati come reati, il rifiuto di una visione dell’integrazione tesa a risolvere i problemi senza conflitti, la criminalizzazione di un pensiero che mette al centro i diritti delle persone e va oltre le carenze del sistema di accoglienza in Italia, sfidando anche il potere della legge in nome di un principio superiore di giustizia.</p>



<p>Ripercorriamo brevemente le vicende che hanno portato al verdetto odierno.</p>



<p>Il processo contro Mimmo Lucano e altre 26 persone si è aperto l’11 giugno 2019 e chiuso il 27 settembre 2021. Ha visto 34 udienze. Presidente del Collegio giudicante il dottor Fulvio Accurso, PM dottor Michele Permunian.</p>



<p>Il processo è nato da un’Informativa della Guardia di Finanza a conclusione di un’indagine investigativa durata un anno e mezzo circa e che ha riguardato il periodo 2014-2017.</p>



<p>La richiesta di rinvio a giudizio è stata respinta dal GIP Domenico Di Croce per la gran parte dei capi di imputazione, giudicati vaghi e generici. Ne aveva convalidato solo: un tentativo di falso matrimonio e l’affidamento diretto della raccolta differenziata dei rifiuti a due cooperative sociali di tipo B di Riace. Sulla base di queste due accuse rimaste in piedi, il GIP disponeva anche misure cautelari (il 2 ottobre Lucano veniva messo agli arresti domiciliari, annullati due settimane dopo e tramutati in divieto di residenza nel proprio paese, annullato dopo 11 mesi, il 5 settembre 2019).</p>



<p>Nonostante le decisioni del GIP, ad aprile 2019 il GUP Amelia Monteleone autorizzava il rinvio a giudizio su tutti i capi di imputazione, che sono stati dunque tutti oggetto di dibattimento e di richiesta di condanna da parte del PM.</p>



<p>Mimmo Lucano ha avuto 17 capi di imputazione, che vanno da associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a truffa aggravata, peculato, concussione, favoreggiamento personale, malversazione ai danni dello Stato, falsità ideologica, turbata libertà d’incanto, abuso d’ufficio, mancato rispetto del Testo Unico Immigrazione e del Codice dell’Ambiente.</p>



<p>Nella requisitoria presentata il 17 maggio 2021, il PM ha chiesto per Lucano una condanna a 7 anni e 11 mesi, incluso il capo 1 associazione a delinquere, di cui sarebbe il capo. Ha invece chiesto l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” per 4 capi d’imputazione in riferimento alle carte d’identità rilasciate in mancanza di permesso di soggiorno; il PM riconosce che si poteva fare sulla base della normativa vigente.</p>



<p>Nell’udienza del 25 settembre 2021 la difesa ha insistito sulla personalità di Lucano, sul carattere ideale dei suoi obiettivi riconosciuto da tutti, inclusa l’accusa e sulla mancanza di qualsiasi prova del dolo, sia in termini di vantaggio personale economico, che in quelli di vantaggio personale politico-elettorale. Evidentemente non è bastato a convincere il tribunale di Locri.</p>
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		<title>Gratteri: «Questa riforma è la peggiore di sempre. La politica è d’accordo perché non ama essere controllata»</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Aug 2021 07:38:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il procuratore di Catanzaro a “In Onda” ribadisce la bocciatura della Cartabia: «Forse il ministro non è mai stata in un’aula di tribunale» (Da ilcorrieredellacalabria.it) «Io posso dire che è la peggiore riforma che&#46;&#46;&#46;</p>
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<h2 id="template--Grrz4jT#0-1-0-3"><em>Il procuratore di Catanzaro a “In Onda” ribadisce la bocciatura della Cartabia: «Forse il ministro non è mai stata in un’aula di tribunale»</em></h2>



<p>(Da ilcorrieredellacalabria.it)</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.corrieredellacalabria.it/wp-content/themes/yootheme/cache/imponimento-e1612376459950-711e2903.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Gratteri: «Questa riforma è la peggiore di sempre. La politica è d’accordo perché non ama essere controllata»"/></figure>







<p><strong>«Io posso dire che è la peggiore riforma che io abbia mai letto. Io sono in magistratura dal 1986. Una riforma peggiore di questa non l’ho mai letta».</strong><br>Un sigillo pesantissimo quello che il procuratore di Catanzaro,&nbsp;<strong>Nicola Gratteri</strong>, pone sulla riforma della Giustizia voluta dal ministro Cartabia. Ospite nella trasmissione “In onda”, su La7, con Concita De Gregorio e David Parenzo, il magistrato indica tutti quei reati che verranno penalizzati dalla “tagliola” proposta dalla riforma secondo la quale – al netto delle recenti modifiche – se un processo dura più di due anni in Appello (tre per i reati più gravi) e uno in&nbsp;Cassazione&nbsp;(o 18 mesi) non si può più perseguire.<br><strong>«Ci siamo dimenticati di tutti i reati che riguardano la Pubblica amministrazione: peculato, corruzione, concussione. Cosa facciamo per questi reati?</strong>&nbsp;– ha detto Gratteri –. Andranno in coda, non si celebreranno. Tutti i reati che riguardano le bancarotte, dove vengono giudicati imprenditori spregiudicati che organizzano bancarotte per frodare, pensando di riciclare. Avete pensato alle parti offese?»</p>



<h2>Tutti i reati che rischiano l’improcedibilità. E alle parti offese chi ci pensa?</h2>



<p>Gratteri elenca una lunga serie di gravi fatti di cronaca: la recente tragedia della funivia, il crollo del ponte di Genova. «Io dico che questi processi non si farà in tempo a celebrarli, in due anni in appello. Si accettano scommesse su questo punto. Anche perché attualmente tutti i procuratori generali d’Italia stanno dicendo “in due anni non siamo in grado, in due anni il 50% dei processi diventerà improcedibile”». Il procuratore, da uomo pratico porta un esempio per rendere l’idea di quello che sarà l’istituto dell’improcedibilità: «perché mi capiscano anche i non addetti ai lavori»: «Lei è in autostrada e le danno un tempo di un’ora e mezza per fare Napoli-Roma. Se c’è un incidente, si blocca la strada, lei non può arrivare in un’ora e mezza a Roma e non ci arriverà più».<br>I problemi sono a monte: «I magistrati sono di meno, da un anno e mezzo non si fanno concorsi in magistratura». Noi nel 2021 avremo meno magistrati rispetto all’anno scorso perché non si riuscirà a coprire quelli che vanno in pensione».<br>Non è una riforma che va a intaccare o a pesare sul lavoro dei magistrati quanto sul buon andamento della Giustizia.<br>«Con questa riforma i magistrati in Appello e in Cassazione lavoreranno di meno – spiega Gratteri –. Perché io prendo un prestampato e basta che io lo compili: metto la data dell’iscrizione del reato, il numero del procedimento, specifico che sono passati due anni e che il procedimento è improcedibile. I magistrati, sul piano teorico, ci guadagnano. Noi parliamo da cittadini, da fruitori di Giustizia».</p>



<h2>Geografia giudiziaria</h2>



<p>E rispetto a tutti coloro che gioiscono perché con la Cartabia si affossa la riforma Bonafede, Gratteri preferisce ritornare ancora più indietro, alla prescrizione: «È il male minore», afferma. Il problema è che nessuno voglia «affrontare i rimedi a far durare meno i processi. Anziché parlare di ghigliottina a due anni e poi un anno in Cassazione, perché non ci fermiamo a dire cosa potremmo fare per far durare meno i processi?»<br>Le possibili soluzioni il procuratore di Catanzaro li aveva già elencati nel corso della sua audizione in commissione Giustizia lo scorso 20 luglio.<br>A partire dalla geografia giudiziaria: in Sicilia ci sono 4 corti d’Appello, per 5 milioni di abitanti. In Lombardia ci sono 2 Corti d’Appello. In Abbruzzo ci sono Tribunali ogni 20 chilometri. «C’è qualcosa che non quadra, no? Bisogna andare a regime. Si è visto che funzionano bene i Tribunali di medie dimensioni, quelli troppo piccoli non funzionano perché non si riesce neanche a formare il collegio».</p>



<h2>Basta magistrati nei Ministeri</h2>



<p>Altro problema sono anche, in situazione di gravi carenze di organico, quei magistrati che &nbsp;fuori ruolo, magistrati che hanno vinto il concorso per fare i pm o per scrivere sentenze e sono, invece, nei Ministeri a fare i tecnici.&nbsp;«Che c’entra un magistrato al ministero del Lavoro? Chiamate un professore associato che vi costa di meno».</p>



<h2>Depenalizzazione dei reati</h2>



<p>Altra soluzione portata avanti da Gratteri è quella della depenalizzazione. «Una guida in stato di ebbrezza deve essere risolta in via amministrativa. Il fascicolo non deve arrivare in Procura, deve andare in Prefettura che invia amministrativa fa multa, sequestro, ritiro patente. Tutte le sanzioni che richiedono un’ammenda devono uscire dal penale.&nbsp;</p>



<h2>«La Cartabia forse non è mai stata in un’aula di tribunale»</h2>



<p>«Io sono in magistratura dall’86, una cosa così devastante, così dannosa per la giustizia non la ricordo». Parenzo prova a fare un paragone con le riforme dei governi Berlusconi. E Gratteri risponde: «Berlusconi avrà ritoccato qualcosa a suo favore, ma qui stiamo parlando di toccare tutto il sistema». «Il processo breve è un regalo per tutti, alla mafia e non solo». A Gratteri viene ricordata una sua dichiarazione di dieci anni fa.&nbsp; «Non ci sono differenze tra questa riforma e quella prospettata dieci anni fa (il ministro della Giustizia era Angelino Alfano, ndr). Perché sia utile la trasmissione dovremmo parlare delle alternative a questo sfascio», dice Gratteri ai conduttori. Parenzo obietta che si tratta di una critica al governo di un premier che tutta Europa ci invidia. E il procuratore di Catanzaro tiene il punto: «Draghi è un esperto di Finanza, non di Sicurezza né di Giustizia, infatti alla Sicurezza ha messo Gabrielli e alla Giustizia ha messo, o gli è stata suggerita, la Cartabia».&nbsp;<strong>Cartabia, per il magistrato, «forse non è mai stata in un’aula di tribunale, forse non ha mai parlato con magistrati in prima linea.</strong>&nbsp;Da lei mi aspettavo un alleggerimento del sistema carcerario. All’inizio si parlava solo di riforma del civile». Per Gratteri l’unanimismo nei confronti della riforma è dovuto «a una serie di concause: intanto in questo momento la magistratura è molto debole». E non c’entra solo lo scandalo Palamara: «Ci sono stati anche altri problemi: Palamara faceva parte di un collegio, non era da solo. Se è stato fatto qualcosa di illecito non lo ha fatto da solo, vorrei sapere perché ha pagato solo Palamara».&nbsp;</p>



<h2>Il potere non ama essere controllato</h2>



<p>E poi c’è anche un’altra questione:&nbsp;<strong>«Da trent’anni la politica si vede portata in udienza, il potere non ama essere controllato»</strong>. Ma non c’è «una giustizia a orologeria – risponde a un’osservazione di De Gregorio –. Proponete di aggiungere alla riforma che due mesi prima delle elezioni non si possano fare né avvisi di garanzia né ordinanze di custodia cautelare nei confronti di candidati, così siamo tutti tranquilli e non si parla più di giustizia a orologeria», aggiunge ridendo. «Il potere non ama essere controllato», ribadisce Gratteri il quale continua, sulle intersezioni tra politica e magistratura: «Non facciamo tutta un’insalata, se ci sono magistrati corrotti è giusto che paghino. I poteri si intrecciano se qualcuno fa scambi.&nbsp;<strong>Sul mio telefonino chiamano parlamentari dall’estrema destra all’estrema sinistra, sono il consulente gratuito di tutti. E poi fanno il contrario di quello che suggerisco, è accaduto anche in queste ore.</strong>&nbsp;Questo non vuol dire che io chieda cose; l’importante è che non si chieda mai per sé, ma per l’ufficio, per il lavoro».</p>



<h2>«Con questa riforma neanche il processo Cucchi si sarebbe mai celebrato»</h2>



<p>Un passaggio off topic, sulla campagna vaccinale: “Sarei per l’obbligo di vaccinazione per chi fa lavori nei quali incontra il pubblico. Pensate agli insegnanti. Pensate ai magistrati: io incontro centinaia di persone al giorno, pensate se non fossi vaccinato”. Poi si riparla del cuore del problema, una riforma che “non serve a risolvere il problema della giustizia, butta al macero il 50% dei processi in Appello: la faranno franca migliaia di imputati già condannati in primo grado”.<br>Concita De Gregorio torna sull’elenco dei reati molto gravi per i quali non scatterà la prescrizione e si chiede se questa equazione non generi una sovrapposizione tra il processo e la pena stessa. Gratteri prende spunto dalla domanda per tornare su quelle che, a suo dire, sono storture della riforma. “Non sono d’accordo sull’elenco (dei reati per i quali non scatterà la prescrizione, ndr) fatto, nemmeno sulla variante alla riforma. Immagini l’evoluzione di un processo per un operaio che cade e muore: immagini i figli, la parte civile, cosa fanno in Appello se si arriverà alla prescrizione? Se il datore di lavoro non viene condannato chi li risarcisce?”. Questa nuova impalcatura legislativa, per il magistrato è un “invito a nozze per fare tutti ricorso in Appello e Cassazione. In Italia ci sono ricorsi per Cassazione 14 volte in più che in Francia, che è grande una volta e mezza l’Italia. Neanche il processo Cucchi si sarebbe mai celebrato – aggiunge Gratteri nel successivo segmento della trasmissione, nel quale era presente Ilaria Cucchi –. E’ durato 12 anni, sette dei quali a vuoto. Pensate quando ci saranno i processi sul crollo del ponte di Genova o sul crollo della funivia”.</p>
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